G L O B A L I ZZA ZI O N E E I D E N T I T À C U LT U R A L I
Lezione 1 – 26/02/2018
L :
A GLOBALIZZAZIONE ASSI
Le posizioni relativamente alla globalizzazione si situano su due diversi assi:
1. Asse verticale: distingue tra chi crede che la globalizzazione esiste (alto) e chi, al contrario,
dice che non esiste (basso);
2. Asse orizzontale: rappresenta la sfera normativa e distingue tra i cosmopoliti (sostengono
che il mondo sia un’unica “buona comunità globale”: nell’aggettivo “buona” si vede una
sfumatura etica) e i comunitari (sostengono che il mondo sia fatto di buone “comunità
nazionali o locali coesistenti”), categorie che implicano un giudizio positivo riguardo alla
globalizzazione.
L O STATO MODERNO
I globalisti e gli scettici hanno una diversa concezione dello stato moderno:
1. Globalisti: lo stato moderno non è l’attore fondamentale;
2. Scettici: lo stato è l’attore principale, sta al centro delle dinamiche internazionali.
Lo stato moderno ha origine alla fine del XVI secolo in Europa occidentale, diffondendosi poi nelle
colonie tra il XVII e il XVIII secolo. È caratterizzato da tre fattori:
1. Sovranità: è la suprema autorità;
2. Territorialità: esercita il proprio potere su un territorio con dei confini ben precisi;
3. Legittimità: i cittadini legittimano con il proprio consenso lo stato stesso.
Il consolidamento del potere è parte di un processo che ha visto come protagonisti una società di
stati, a partire dall’Europa, per approdare poi in altre parti del mondo. La maggior parte degli
studiosi fanno risalire la nascita dello stato moderno al 1648, con la pace di Westfalia. Lo stato non
è quindi sempre esistito. Il termine “stato” deriva dal latino “status”, che significa in origine
“condizione”, non aveva alcuna connotazione politica (si pensi per esempio a status quaestionis).
Dal Rinascimento il termine “stato” assume il significato definito poi da Weber, cioè quello di attore
che detiene il monopolio dell’uso legittimo della forza. Lo stato è la condizione del principe
consistente nell’assommare in sé la totalità dei poteri e nel diventare un’istituzione. All’inizio lo
stato era personalizzato: si pensi a Luigi XIV, che diceva “lo stato sono io”. Solo poco a poco
diventa spersonalizzato, un’istituzione astratta dotata di una personalità giuridica fittizia e
consistente in un insieme di uffici, un apparato burocratico nel quale sono concentrati una serie di
poteri legittimi. 1
Prima dell’epoca moderna (del XVI secolo) non c’era lo stato nel senso in cui lo intendiamo oggi.
Nel mondo greco, Aristotele parlava della polis come una società politica, un insieme di cittadini
che operano in vista di un bene comune. All’interno della polis non erano previste istituzioni nelle
quali fosse concentrato il potere legittimo. Il potere legittimo apparteneva a tutti i cittadini perché la
polis era l’insieme di tutti i cittadini che operano per un bene comune (in realtà non erano proprio
tutti i cittadini, si trattava spesso di un’oligarchia, di un governo di pochi). Come dice anche
Matteucci, invece, dal XVI secolo:
“Lo stato si presenta come un ente, come una persona giuridica fornita di propri organi ed uffici,
superiore ai suoi componenti e distinta da essi.”
Anche nel mondo romano non c’era ancora lo stato come lo intendiamo oggi. La parola “status”,
non aveva una connotazione politica. Cicerone parlava di res publica intesa come res populi, in
contrapposizione alla res familiaris (proprietà della famiglia) e alla res privata (proprietà del
singolo). Il potere nel mondo romano era diviso tra:
1. Popolo: corrispondeva al demos, ai molti;
2. Senato: corrispondeva ai pochi, gli aristocratici.
La differenza maggiore tra la res publica romana e la polis greca consiste nel fatto che la res publica
era più complessa, strutturata, perché aveva un ordinamento giuridico scritto (è un elemento che
rimane poi anche nello stato moderno. Ma nemmeno nella res publica romana c’è un’istituzione
impersonale nella quale fosse concentrata la totalità del potere.
Nel medioevo il potere era nelle mani dei feudatari, ciascuno de quali aveva potere sul proprio
feudo; i feudatari erano sottomessi solo all’imperatore, che era considerato come un vicario del
popolo. Era eletto, anche se solo dai suoi stessi feudatari.
Il concetto di stato inteso come nella definizione di Matteucci nasce nel XVI secolo, quindi durante
il Rinascimento. Alcuni studiosi ritengono che lo stato moderno fosse nato già all’inizio del ‘500 coi
principati in Italia. Nel “Principe”, Machiavelli usa il termine “stato” usando sia il suo significato
antico, ma anche riferendosi al principato. Ma per altri, ancora non si può parlare di stato perché i
principati non hanno ancora la dimensione nazionale.
La dimensione nazionale è invece propria degli stati europei che escono dalle guerre di religione, in
primo luogo la Francia. Secondo Karl Schmidt, lo stato nazionale e sovrano è una nuova entità che
elimina l’impero sacrale del medioevo. Schmidt dice:
“La Francia è la potenza che si pone in testa a questo processo ed è il primo stato giuridicamente
consapevole della propria sovranità. La guerra civile tra le fazioni religiose viene superata per la
prima volta proprio in Francia verso la fine del XVI secolo proprio grazie al concetto di sovranità
del re in quanto capo di uno stato sovrano”.
In Italia e Spagna non si giunse mai ad un’aperta guerra civile tra fazioni religiose; in Inghilterra e
Germania questa avviene, ma dopo la Francia: per questo la nascita dello stato moderno viene vista
come un processo avvenuto in Francia. In Francia, infatti, il sovrano si presenta alle varie fazioni
2
religiose che combattono tra loro come elemento di pacificazione, cosa che è in grado di essere
perché è distinto e superiore, è imparziale: in tal modo è in grado di imporre a tutti la pace. Ecco
perché per Schmidt lo stato moderno nasce alla fine del XVI secolo con la fine delle guerre di
religione in Francia. Il sovrano non è più quindi il vertice della piramide (come era l’imperatore), è
separato e superiore da essa.
Lo stato è nato alla fine del XVI secolo ed è un vero e proprio fatto storico. In quanto fatto storico,
può continuare a esistere (scettici) o cessare di esistere (globalisti). Ci sono diverse visioni a tal
proposito.
1. Norberto Bobbio. Egli ha osservato che ormai la categoria della politica ricopre un’area
maggiore rispetto a quella dello stato. La categoria della politica si allarga oltre quella dello
stato. Nasce per Bobbio una nuova forma di stato, diversa dallo stato moderno, definita
come stato poliarchico. Allo stato poliarchico, non si contrappone più la società civile
(quella che nel mondo antico e nel medioevo si chiamava società politica), ma questi
coincidono.
2. Matteucci. Per lui, c’è un progressivo andare verso quello che lui chiama “stato
postmoderno”, uno stato che perde sempre più la propria autosufficienza, viene sempre
meno il principio unitario, tanto che Matteucci conclude dicendo che più che di stato, oggi si
potrebbe parlare di sistemi di interdipendenza che non hanno sovranità (caratteristica
essenziale dello stato moderno).
I globalisti e gli scettici si trovano a poli diversi proprio in funzione di ciò che ritengono essere la
condizione dello stato moderno.
L’ :
ASSE VERTICALE GLOBALISTI
I globalisti sostengono che la globalizzazione c’è, anche dopo il 9/11. È vitale e radicata, quindi gli
stati non possono essere considerati come mondi separati, bensì come unità interconnesse, anche se
spesso si trovano in un quadro di disuguaglianza e gerarchia. Ci sono tre grandi correnti di
globalisti, molto distinte tra loro, ma accomunate dal pensiero che la globalizzazione esista.
1. Iperglobalisti. Ritengono che gli stati nazionali esistono, ma perdono sempre più potere
adeguando le proprie politiche alle esigenze del capitalismo economico. Qui si collocano le
teorie dei neoliberisti, come Hayek e Nozick (che propone una teoria più radicale, la teoria
dello stato minimo, secondo la quale lo stato deve essere ridotto al minimo). La
globalizzazione porterebbe alla nascita di culture globali omologate (per esempio
americanizzate) e ibridizzate in cui le differenze nazionali esistono, ma sono sempre meno
marcate. Gli iperglobalisti si distinguono anche e soprattutto per le proprie riflessioni in
ambito politico-economico, non solo per l’ambito culturale (di cui si occupa Tomlinson, che
ha approfondito il rapporto tra cultura e globalizzazione).
3
Sono importanti anche per le proprie affermazioni sul neoliberalismo. I neoliberisti
propongono una società basata sul libero mercato con, secondo Nozick, addirittura uno stato
minimo. Lo stato deve essere affrancato dall’onere di intervenire: può intervenire, ma non
eccessivamente, sia in ambito economico che sociale. Propongono quindi un ordine libero,
incompatibile di fatto con l’emanazione di un numero eccessivo di norme che specificano
come i cittadini si devono muovere. C’è un solo meccanismo sufficientemente sensibile per
determinare scelte collettive su base individuale: il libero mercato. Ci deve essere uno stato
costituzionale garante della legalità e degli imprevisti, ma alla fine è il libero mercato che
determina scelte collettive su base individuale. Il progetto del neo-liberismo è stato
promosso tramite un’agenda di riforme economiche, il Washington Consensus. Il
Washington Consensus è incentrato su direttive di politica economica come la
liberalizzazione del commercio, riforma fiscale, tassi di cambio, eccetera. In seguito, c’è
stato anche un Washington Consensus Plus, che è un Washington Consensus allargato,
rivisto, a cui sono stati aggiunti altri principi, politiche volte a migliorare l’efficacia e la
competenza istituzionale pubblica e privata. Per i neo-liberisti, i tradizionali stati sono
diventati unità economiche innaturali, impossibili in un’economia globale. La
globalizzazione sta portando alla denazionalizzazione delle economie, tramite la creazione
di reti. In questo contesto di economia globale, le élite hanno creato alleanze transnazionali
di classe, cementate da una fedeltà all’ortodossia economica neo-liberista.
2. Globalisti trasformazionalisti. Alcuni di questi sono Held e Mc Grew, Castells, Giddens e
Scholte. Secondo questi, la globalizzazione è un dato di fatto. Prendono le distanze dagli
scettici e sostengono che la globalizzazione sia un fenomeno più complesso di quanto
dicano gli iperglobalisti. Come gli iperglobalisti, ritengono che la globalizzazione esista. Ma
se gli iperglobalisti dicono che la globalizzazione è buona, i trasformazionalisti credono che
questa presenti delle disuguaglianze e delle ingiustizie che non fanno della globalizzazione
un fenomeno interamente positivo, ma allo stesso tempo nemmeno interamente negativo
come dicono gli scettici (ai quali comunque si avvicinano maggiormente che rispetto agli
iperglobalisti); dipende da quale è il suo progetto: attualmente è caratterizzata dalla
disuguaglianza e dalle ingiustizie, quindi ha aspetti negativi (in questo senso, sono vicini
agli scettici), ma in futuro, in seguito a trasformazioni, potrebbe diventare positiva (si
avvicinano a in questo agli iperglobalisti) tramite l’attuazione di una democrazia
cosmopolita. Occorre perciò un progetto di democrazia e giustizia globale, un
cosmopolitismo (creazione di una comunità globale) etico e umanitario capace di coniugare
efficienza economica e giustizia sociale. I trasformazionalisti sono accomunati dal fatto che
gli stati oggi sempre di più debbano raggiungere la consapevolezza che la cooperazione
internazionale è essenziale per gestire una sorte che è comune. Serve diffondere una
democrazia che getti le basi di una pace internazionale, attraverso la creazione di
organizzazioni internazionali, come la Società delle Nazioni o l’ONU. Osservazioni più
sistematiche di questa posizione si trovano nel rapporto “Our Gobal Neighbourhood”, nel
quale si sostiene che è importante che si crei una democrazia cosmopolita, etica e
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umanitaria. Il loro obiettivo è quindi quello di rafforzare il concetto di cittadinanza sociale,
di promuovere una nuova etica civile e globale, basata su valori fondamentali che tutta
l’umanità dovrebbe condividere, come il rispetto per la vita. In altre parole, sul piano
normativo-politico, i trasformazionalisti sostengono che molte delle crisi attuali nella sfera
collettiva globale, come l’effetto serra, sono maggiormente comprensibili se analizzate
tramite quella che chiamano la “lente della teoria dei beni collettivi”: l’interesse comune
viene meglio protetto se i beni collettivi vengono distribuiti a livello globale. Occorre un
processo di doppia democratizzazione, all’interno della comunità nazionale, ma anche una
maggiore trasparenza e democrazia a livello internazionale: ogni cittadino di uno stato dovrà
imparare a diventare anche un cittadino cosmopolita.
3. Globalisti critici. Tra i globalisti critici, ci sono Hardt e Negri (sono di formazione
marxista). Si avvicinano moltissimo agli scettici. Per questi, la globalizzazione esiste, ma
come forma di dominazione transnazionale da combattere ed eliminare, così come sono da
combattere i progetti politici di ricostruire il mondo secondo principi universali cosmopoliti
(come vogliono gli iperglobalisti e i globalisti trasformazionalisti). I globalisti critici
sostengono che stia prendendo forma una nuova formazione sociale denominata “civiltà del
mercato globale” o “impero” (termine nel quale si vede l’accezione negativa che i globalisti
critici attribuiscono alla globalizzazione). Questo “impero” sarebbe una forma di
dominazione sui più deboli; allo stesso tempo sostengono che tale processo genera nuove
soggettività e collettività transnazionali di resistenza. I globalisti critici auspicano un
comunitarismo (creazione di comunità nazionali o locali) radicale, cioè la prospettiva
positiva di una coesistenza di globalizzazioni alternative in opposizione alla logica
dell’impero e della globalizzazione dall’alto (propongono quindi una globalizzazione dal
basso, come possono essere per esempio i movimenti nati online oppure il movimento degli
Indignados).
Gli autori più importanti sono Hardt e Negri, che hanno scritto un’opera, “Impero: il nuovo
ordine della globalizzazione”, nel quale sostengono che stia emergendo una nuova forma di
dominazione globale peculiare, unica sul piano storico. Diversamente dagli imperi del
passato (si pensi all’impero romano o all’impero cinese), questo nuovo impero, l’impero
della globalizzazione, è difficile da combattere perché non ha un unico centro (come era per
gli imperi del passato): infatti è un impero decentrato, non ha un unico centro, che non
poggia su confini e barriere fisse. Si tratta di un apparato di potere decentrato e
deterritorializzato che progressivamente incorpora l’intero spazio mondiale all’interno delle
sue frontiere, che sono aperte e in continua espansione.
Quest’opera ha molto in comune con le analisi neo-gramsciane dell’egemonia di un ordine
capitalista globalizzato. Secondo queste analisi (e secondo Hardt e Negri), la
globalizzazione è una forma storicamente distintiva di dominazione che non è solo
economica, ma anche culturale, sociale, ideologica e politica (al contrario, per Marx era solo
economica). Hardt e Negri, così come le analisi neo-gramsciane, sottolineano anche la
natura fortemente contestata di questa dominazione da parte di movimenti globalizzati di
resistenza locali e transnazionali, che partono dal basso (spesso sui social network), come
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per esempio gli zapatisti in Messico, il World Social Forum o il movimento degli
Indignados); questi movimenti costituiscono reti di globalizzazione alternative. Questi, nati
come movimenti locali, combattono la globalizzazione ma diventano essi stessi movimenti
di globalizzazione, anche se alternativa. 6
Lezione 2 – 09/03/2018
Possibili domande parziale
Quale posizione assumono relativamente alla globalizzazione gli iperglobalisti/globalisti
trasformazionalisti/globalisti critici/scettici glocalisti/scettici statalisti/teorici del discorso
sulla globalizzazione?
L’ :
ASSE VERTICALE SCETTICI
Per gli scettici, la globalizzazione è finita dopo il 9/11, è stata gonfiata o non è mai esistita. La
globalizzazione sarebbe epifenomenica, quindi sarebbe la manifestazione (la conseguenza) e non la
causa del capitalismo (in questo differiscono dai globalisti critici, che ritengono invece che la
globalizzazione esiste ed è la causa del capitalismo). Uno degli esponenti di questa corrente di
pensiero è Martell. Il mondo per gli scettici resta costituito principalmente da stati nazionali, che
sono separati e competitivi. Gli stati e le identità nazionali sono così radicate che non possono
essere sostituite da un’identità globale; le identità nazionali possono evolversi ma non dissolversi.
Al centro della loro analisi sta l’importanza dello stato moderno: i sovrani, mentre si sforzavano di
centralizzare il potere, si sono trovati a dipendere da forme collaborative con i propri sudditi, si
sono preoccupati (per esempio tramite l’educazione di massa) di costruire nuove comunità
immaginate, comunità unite da un’identità nazionale. Da ciò non deriva che le nazioni siano
artificiose, “costruite” dal
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