GLI ALLIEVI DEI CARRACCI
CHI SONO, COME SI FORMANO E COSA ATTINGONO
DALL'ESPERIENZA DI CARRACCI.
Si formano tutti, o quasi tutti, nell'Accademia dei Desiderosi o degli
Incamminati, dove ricevono, quindi, un insegnamento pratico e
tecnico su come fare pittura e sulle principali tecniche pittoriche,
come l'affresco. Tutti gli allievi dei Carracci, infatti, rivelano una
totale padronanza dell'affresco e ciò è testimoniato dal
monopolio che essi ebbero, per tutti i primi due decenni del
secolo, nella realizzazione delle decorazioni delle chiese, delle
ville e dei palazzi più importanti di tutta Roma. Ma, proprio perché
l'Accademia non fu mai una scuola vincolante (nel senso che non
impose mai né un rigido sistema di precetti teorici da rispettare, né
un controllo altrettanto rigido sulla produzione artistica di questi
allievi), tutti loro furono liberi di sperimentare e finirono per
attingere liberamente alcune caratteristiche del linguaggio di
Annibale e, poi, a rielaborarle in modo personale e innovativo,
mescolando questi spunti ad altre fonti di ispirazione, oppure
accentuando determinati sostrati culturali e dando vita , così, a dei
linguaggi personali e anche antitetitici.
Ciò non li rende affatto simili ai Caravaggeschi, essendo, appunto,
semplici SEGUACI di Caravaggio, che si avvicinarono in modo
diverso al suo naturalismo, delle volte soffermandosi solo
sull'aspetto tecnico e superficiale ed eludendo dal vero significato e
dal vero contenuto del naturalismo Caravaggesco,. Questo perché
Caravaggio non ebbe mai l'idea di elaborare una "scuola", ritenendo
la natura l'unica vera insegnante (mentre, per i Carracci, il dato
naturale deve essere selezionato, attraverso l'apprendimento e lo
studio sistematico di strumenti e tecniche, come il disegno).
Semplicemente si tratta di artisti che partono da una stessa
premessa, la cultura classicista dei Carracci ( su cui è
improntata la stessa Accademia e, quindi, la loro esperienza
artistica), per poi sperimentare liberamente nuove suggestioni e
dar vita, così, a dei linguaggi originali e innovativi.
Quindi, con i Carracci si può parlare di veri e propri allievi:
Domenichino
Guido Reni
Il Parmense, Giovanni Lanfranco
Il Guercino, l'unico che non passa per l'Accademia, ma che si
ha modo di studiare a contanto con un membro della famiglia
Carracci
Francesco Albani
E nell'alveo dei linguaggi originali sperimentati, si possono
distinguere, in senso lato, due correnti:
il rigorismo classicista di Domenichino e di Guido Reni,
che accentuano, più di tutti, il dato classicista del linguaggio di
Annibale.
l'esplosione dinamica e coloristica del linguaggio
"protobarocco" di Lanfranco e di Guercino, che getta le basi
per quella che sarà la pittura Barocca di Pietro da Cortona.
Tutto ciò testimonia, quindi, che il linguaggio eclettico di
Annibale è un elemento chiave di partenza dei due filoni
dell'arte del Seicento: non solo il Classicismo, ma anche il
Galleria Farnese,
Barocco. Gli stessi affreschi della infatti, vengono
studiati sia dai massimi esponenti del Classicismo Seicentesco,
come Domenichino o Poussin, sia dai massimi esponenti dell'arte
(Polifemo e Aci = David)
Barocca, come Bernini e Pietro da Cortona.
DOMENICHINO
Fu forse l'unico, tra gli allievi dei Carracci, ad interpretare in
maniera RIGOROSA e per tutta la sua intera attività artistica,
l'eclettismo del linguaggio di Annibale, analizzando e sintetizzando i
vari sostrati culturali e accentuando il dato Raffaellesco e,
soprattutto, Classicista di Annibale. Questo almeno secondo il
Monsignor Agucchi, segretario del Cardinale Pietro Aldobrandini,
nonché uno dei massimi teorizzatori del Classicismo Seicentesco.
Ultima Comunione di San Girolamo, Pinacoteca Vaticana,
1614
La composizione è ambientata all'interno di uno spazio
architettonico imponente, tanto da diventare unlteriore
protagonista della scena, con questo fornice che lascia intravedere
un paesaggio eroico, solenne e di stampo classicista, che ricorda
Lunetta Aldobrandini
quello inaugurato da Annibale nella famosa e
che aveva probabilmente studiato.
Si evince, innanzitutto, l'analisi e la sintesi che Domenichino fa
dell'eclettismo di Annibale, ovvero, dei vari sostrati culturali che
compongono il suo linguaggio originale, a partire dai volti
allungati (Cherubini soprattutto) tipici del Parmigianino e dalle
effusioni luminose e argentee che irradiano i corpi di alcuni
personaggi (San Girolamo e Cherubini) di stampo Correggesco: il
Domenichino, quindi, tiene presente anche delle prime ispirazioni a
cui Annibale rimane comunque ancorato. In più, emerge il dato
Raffaellesco, che accentua più di quanto lo stesso Annibale
avesse mai fatto, a partire dall'atteggiamento delle figure (che
interagiscono in maniera armonica) e dal rapporto equilibrato
che si crea tra le figure stesse e lo scenario architettonico
Stanze Vaticane,
circostante (ricorda gli affreschi delle come la
Scuola di Atene).
Oltre al linguaggio di Annibale, Domenichino fa riferimento anche
agli altri membri della famiglia, come Agostino e ciò si evince
dall'analogia che c'è tra questo dipinto e quello dipinto da Agostino
nel 1590 e conservato alla Pinacoteca Nazionale di Bologna
Comunione di San Girolamo)
( : il tema è lo stesso e la scena si
svolge sempre all'interno di questa imponente scenografia
architettonica, solo che il Domenichino la ribalta specularmente.
il paesaggio: in entrambe si intravede, al di là del
o fornice, un paesaggio naturale di stampo Veneto,
perché definito in termini coloristici, con queste
macchie di colore soffuso. Ma il paesaggio di Agostino
manca di quell'eroismo e di quella solennità che
caratterizzano il paesaggio di Domenichino: non si tratta
solo di un paesaggio di ascendenza veneta, ma di un
paesaggio classicista a tutti gli effetti, filtrato, cioè
attraverso l'eroismo, l'ordine , l'armonia e il rigore
prettamente classicisti: tutti gli elementi, alberi e
rovine architettoniche sullo sfondo, sono quinte
scenografiche che contribuiscono ad organizzarlo e
costruirlo in maniera ordinata e rigorosa. In più, resa
illusionistica delle lontananze prospettiche, attraverso la
gradazione di macchie più scure e macchie più chiare di
colore.
la struttura architettonica è , in entrambi, di gusto
o antichizzante, ma quella di Domenichino è una
riproposizione delle architetture classicheggianti di
Bramante e di Raffaello e, quindi, si tratta di una
reinterpretazione, in chiave moderna, dell'antico che
viene citato. Quella di Agostino, invece, riecheggia le
architetture tipicamente Emiliane, per il sistema
scenografico e teatrale delle colonne (che sono
l'elemento dominante) che avanzano e indietreggiano
insieme alla trabeazione, creando dinamismo. Ciò
significa che, a differenza di Domenichino, Agostino
ripropone quelle architetture che aveva continuamente di
fronte agli occhi e che Ottaviano Mascherino aveva
riproposto nella Chiesa di San Salvatore in Lauro a Roma,
a conferma, quindi, che questo l'uso scenografico della
colonna è tipicamente Emiliano.
GLI AFFRESCHI DELLA CAPPELLA POLET, SAN LUIGI DEI
FRANCESI, 1612-1615Si tratta di una serie di affreschi
Storie di Santa
commissionati dal Cardinale Polet, raffiguranti le
Cecilia con cui Domenichino decora le pareti e la volta a botte
della Cappella.
La morte di Santa Cecilia, Chiesa di San Luigi dei Francesi
nella Cappella Polet, 1612-1615
Rispetto al dipinto precedente, Domenichino accentua il dato
Raffallesco , più di quanto Annibale avesse mai fatto, e ciò si
evince non più solo dall'atteggiamento armonico tra le figure e
l'equilibrio tra figure e scenario architettonico imponente, ma anche
dal loro aspetto, non possente o Michelangiolesco, ma
caratterizzato da quella grazia e raffinatezza delle forme,
sopratutto femminili, che ricordano le figure delle opere di Raffaello:
ciò si evince, per esempio, nell'aspetto grazioso della Santa
(nonostante sia morta) o della donna in basso a sinistra, intenta
a tenere fermi i due bambini. In più, accentua il dato
classicistica di Annibale, giungendo ad un vero e proprio
rigorismo compositivo, sia per la composizione,
rigorosamente ordinata e armonica (nonostante il dinamismo
dei personaggi), sia per l'architettura scenografica
classicheggiante e imponente, che cita chiaramente l'antico,
soprattutto per le paraste e le nicchie contenenti le statue
monocrome ( le effusioni luminose di stampo correggesco, che
illudono che il finto marmo sia carne viva, ricordano le erme e i
telamoni della finta quadratura della volta della Galleria Farnese,
che sicuramente aveva studiato attentamente). Infatti, anche qui
Domenichino analizza e sintetizza tutti i vari sostrati culturali del
linguaggio di Annibale: i volti allungati e le effusioni luminose
che irradiano i corpi, alludono ai primi linguaggi a cui Annibale
rimane ancorato, quello di Parmigianino e quello di Correggio.
scena due:
La stessa cosa nella accentua chiaramente il dato
Raffaellesco, a partire dall'affastellamento delle figure, attorno
al panno che la Santa sta porgendo loro dal balcone, che si
inseriscono, sempre in modo equilibrato, all'interno dello
l'incendio di Borgo
scenario architettonico e che ricordano di
Raffaello stesso. Al tempo stesso, accentua il rigorismo e
l'eroismo classicista di Annibale: composizione dinamica (in
seguito all'affollamento di persone), MA rigorosamente costruita
e ordinata, cosa che si evince dall'organizzazione piramidale,
con al vertice il panno, che rispetta gli ideali classicisti di ordine,
rigore e armonia,
Questa accentuazione del dato classicista si evince anche dalle
citazioni dell'antico, ovvero, dalle strutture architettoniche che
citano i modelli antichi ( tempio di profilo, con colonne,
trabeazione e timpano visibile) e che costellano il paesaggio
naturale, al di là della muraglia.
Questo paesaggio naturale è sempre di ascendenza veneta,
perché definito da queste macchie di colore soffuso, ma
reinterpretato attraverso l'eroismo classicista, che lo avvicina
al paesaggio di stampo classicista inaugurato da Annibale nella
lunetta (che aveva studiato) : tutti gli elementi, alberi e architetture
antiche, sono concepite come quinte scenografiche, finalizzate ad
organizzare la composizione, rispettando il rigore, l'ordine e
l'armonia classicisti. Più, lontananze prospettiche.
Santa Cecilia di Carlo Maderno, 1600:
Sotto il grande ciborio di Arnolfo di Cambio. Rappresentazione del
corpo della Santa, in tutta la sua concretezza, nella posa in cui
venne ritrovato. Rispecchiamento, in scultura, dei principi pittorici di
Caravaggio: viene posta di fronte ad una lavagna nera, in modo tale
da ricreare quel contrasto netto e tipicamente Caravaggesco di luce
ed ombra, che mette in risalto la figura stessa.
Culto delle Sante Martiri:
Santa Cecilia davanti al giudice, rifiuta di adorare gli idoli,
Cappella Polet, San Luigi dei Francesi, 1612-1615
Affresco della volta a botte della Cappella : evidente, fin da
subito, l'accentuazione del dato classicista di Annibale: l'intera
scena, che vede Santa Cecilia al centro intenta a (...) si svolge su
unico piano, citando e rispettando, quindi, la struttura
compositiva su unico piano, privo di profondità, che caratterizza
i rilievi decorativi delle fronti dei sarcofagi antichi, con tutti i
personaggi allineati, come in questo caso, su un unico piano. In più,
si aggiungono altre citazioni dell'antico, rappresentate dal
basamento in marmo su cui si trova il giudice, decorato da rilievi,
rigorosamente impostati sul modello delle fronti dei
sarcofagi antichi ( ricordano comune le Erme e i Telamoni di
Annibale, per le effusioni luminose di stampo Correggesco), la
statua classicheggiante al centro, il tripode sottostante e la
seduta del giudice, con le gambe lignee a zampa di leone. L'
accentuazione del dato classicista di Annibale, quindi, risiede in
queste semplici citazioni dell'antico.
Le figure hanno quella grazia e quella raffinatezza di stampo
Raffaellesco (soprattutto la Santa), dai volti allungati (come
quelle di Parmgianino) e i corpi irradiati da queste effusioni
luminose e argentee (di stampo Correggesco) : anche qui, analisi
e sintesi di tutto il sostrato culturale che caratterizza il linguaggio di
Annibale.
a Caccia di Diana, Galleria Borghese, 1617
E' entrata a far parte della collezione di Scipione Borghese, non
come commissione diretta.
In realtà l'opera era stata commissionata dal Cardinal nipote
Pietro Aldobrandini e Scipione, saputa la bellezza del
dipinto, obbligò Domenichino a farsela consegnare.
Opera di carattere Mitologico: viene rappresentata Diana con
tutto il corteo di caccia.: si tratta, quindi, di una scena animata da
un esplosione di dinamismo, dovuto ai numerosi atteggiamenti che
distinguono tutti i personaggi, ma questa composizione dinamica
non eccede nel disordine, perché è comunque filtrata attraverso
l'eroismo e il rigore classicista di Annibale (che Domenichino
accentua) e rigorosamente costruita rispettando gli ideali
classicisti di ordine, armonia e rigore.
Si nota sempre l'accentuazione del dato Raffaellesco, per
l'atteggiamento e l'aspetto dei personaggi, grazioso, raffinato, che<
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