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Capitolo I: La dimensione morale dei media

Il fabbro afghano su schermi BBC dopo l'attacco alle Torri Gemelle: "Al Qaeda ha ucciso molti americani e i loro asini e ha distrutto alcuni loro castelli". Questa è l'idea del fabbro di come è vita e morte in USA quel giorno – manifestazione dell'altro nello spazio mediatico, portavoce di ciò che è distante da noi nello spazio e nel tempo. Un'apparizione mediata, voce tradotta, ascoltata in un luogo dove lui è straniero – caduta di un tabù mediatico occidentale "tu sei l'altro, non certo io". Nella società incivile globale, lui è legato a coloro che hanno fatto le vittime. BBC ha scelto di rovesciare, per poco, gli schemi convenzionali e farci mettere in relazione con la diversità, con il rovesciamento dei poli interpretativi cui siamo avvezzi.

Etica e morale

I media sono indissolubilmente legati alla quotidianità, essendo la condizione sine qua non della quotidianità stessa. La centralità dei mass media nell'orientarci nel mondo è fondamentale – i media creano il contesto e parallelamente sono oggetto di contestualizzazione. Da una parte costruiscono il mondo, dall'altra sono costruiti proprio da quel mondo. È un mondo plurale, non singolare – il mondo di Al Arabiya è diverso da quello della CNN, così come il mio mondo è diverso dal tuo, definito dalla cultura di riferimento.

La natura del nostro rapporto mediato con l'altro è il fulcro dell'indagine. Morale: applicata ai principi che regolano le nostre azioni con gli altri. Etica: applica questi principi in contesti storicamente e socialmente situati, personali o professionali. La dimensione morale dei media si riferisce all'orientamento generale e al processo in cui costruiscono il mondo, mettendo a disposizione mondi in cui l'altro si manifesta, definendo uno spazio morale in cui l'alterità emerge e esortano nel pubblico una risposta morale.

L'etica dei media si riferisce a pratiche e processi concreti, come i giornalisti conducono la loro attività, la relazione tra giornalisti e i soggetti, gli ascoltatori. I media sono la piattaforma dove l'ordine morale si costituisce, fornendo forme di connessione e disconnessione simbolica rispetto all'altro. Il mondo è sempre più interconnesso, ma ancora diviso e conflittuale. Problema di universalismo vs relativismo.

Globalizzazione

La globalizzazione è una visione del mondo con interconnessione di reti, integrazione di flussi di capitale – fluidità – una nuova totalità post-moderna. È espressione del capitalismo rampante, economia di mercato di cui solo pochi godono a discapito dei più. Il globo diventa un unico mercato, produttivo e consumista, che si autoconsuma.

  • Presupposto per la distribuzione della ricchezza a livello globale (cosa buona)
  • Causa aumento disuguaglianza, crisi economiche, distruzione ambiente
  • Fenomeno sociale (metafore di rete e flussi)
  • Fenomeno politico: pervasività del potere neoimperialista, emergenza ambientale e movimenti per diritti umani e no global
  • Fenomeno culturale: la cultura si è liberata dalle catene del locale, il potere di accesso all'informazione è infinito grazie ai nuovi mass media – balzo verso omogeneizzazione delle culture

È importante concepire la globalizzazione senza i mass media, mai stato possibile avere accesso a luoghi lontani e remoti rispetto a noi, il globo appare sugli schermi del mondo in continuazione. Alterità e uguaglianza appaiono una vicino all'altra, a disposizione come risorse per la costruzione di immaginari. "Il poter essere lì" – i media rendono il mondo esplorabile.

Il ruolo unico dei media nell'arena della cultura globale offre una cornice tecnologica e culturale che rende possibile la connettività. Nel ruolo di essere responsabili, i media diventano eticamente costitutivi. Relazione prossimità/distanza – le tecnologie hanno il potere di scollegare oltre che di mettere in relazione. Il soggetto cosmopolita generato dall'intensificarsi della globalizzazione esiste da sempre, colui che si sente a casa anche quando viaggia, la sua identità si adatta al contesto. Appartiene storicamente alle élite, e se non ne faceva parte il termine prende un'accezione negativa (senza casa e sentimento per patria – minaccia).

La globalizzazione ha legittimato lo status del cosmopolita. Il nuovo cosmopolita si è liberato dei vincoli con la comunità, figura mobile e aperta alle differenze, protagonista del progresso civile di costruzione di un'arena pubblica globale. L'idea che la cultura mediatica globale sia omogenea è assurda, l'arena pubblica continua a essere piena di voci alternative, minoranze, azioni individuali. L'arena dei media globali è frammentata, contestata.

Cosmopolitismo e pluralismo

L'interdipendenza globale genera necessità di interagire con lo straniero. L'alterità è costantemente davanti ai nostri occhi. La nozione di cosmopolitismo di U. Beck: esistono molti cosmi, non si parla di multiculturalismo perché questo presuppone un certo grado di comprensione delle differenze culturali. Viviamo per nascita in due mondi: il cosmo (natura) e la polis (città, stato) – forma di appartenenza plurale inclusiva.

Il cosmopolita incarna nella sua persona uno sdoppiamento in identità e identificazione, come soggetto etico incarna il riconoscimento dello straniero e l'alterità. Essere cosmopolita significa riflessione e tolleranza – da un punto di vista politico richiede giustizia e libertà, socialmente: valore dell'ospitalità. Dal punto di vista mediatico: obbligo di ascolto e impegno (ospitalità) – il cosmopolita invita alla risposta filosofica e etica, al pluralismo.

L'ammissione della diversità e la capacità di formulare distinzioni sono elementi costitutivi di una solida etica globale dei media. Possibilità di essere uguali e allo stesso tempo diversi, possibilità del riconoscimento reciproco, di identificazione, della comunicazione (non solo possibilità, ma vera necessità). Beck definisce questa possibilità/necessità come il realismo cosmopolita, che come il pluralismo presuppone un denominatore comune universale, implica il riconoscimento dell'altro come soggetto che è differente e simile, conduce alla definizione di un cosmo dell'umiltà, riconoscendo la vulnerabilità che ci contraddistingue.

Alterità, differenza, uguaglianza sono categorie che informano e diffondono ciò che appare sui nostri schermi ogni giorno. I mass media connettono e dividono, sono un ponte sul mondo, una porta che può essere aperta o chiusa.

Media-azione

Se ci sono confini, sono lì per essere valicati. Le società tradizionali, incluse fra confini insormontabili, stanno scomparendo, processo in atto da alcune generazioni. I media sono parte e frammento della quotidianità e la quotidianità è parte e frammento dei media. Definizione dell'azione dei media: la media-azione.

  • Fase centripeta: i media hanno contribuito alla formazione di confini nazionali e linguistici, hanno costruito l'identità dello stato nazione. I giornali e la radio hanno continuato ciò in tutto il '900, costruendo anche confini regionali e locali.
  • Fase centrifuga: era di internet, spingendo verso le periferie l'arena politica e culturale. Internet mette in crisi il ruolo di radio, TV, stampa nazionale. Sui siti web si costruiscono identità e relazioni su base di interessi comuni e stili di vita condivisi.

Il principale ruolo culturale dei media è una media-azione infinita tra differenza e uguaglianza. Fonte inesauribile di stimoli alla riflessione, diventando oggetto di analisi e critica. Lo schermo è il limen per eccellenza, un'interfaccia, una cornice, una finestra, una barriera. Offre uno spazio di scrittura, è un contenitore che separa, traccia il confine tra mondo dell'esperienza e sua rappresentazione. Come finestra, svela un mondo altrimenti inaccessibile. Come maschera, camuffa la realtà distorcendo la verità, ma allo stesso tempo la rivendica, offre sua visione del mondo sotto forma di finzione. Come barriera, lo schermo fallisce – invito a guardare e a credere, supportato dalla diretta.

I media mondiali sono saturi di autocritica. Fallimenti: istupidimento, hollywoodizzazione, perdita di fiducia, perdita privacy, volgarizzazione, sfruttamento deboli, erosione confini reale/immaginario, notizia/intrattenimento emergono dalla critica mediatica e da riflessione di persone disincantate.

Se si fa di tutta l'erba un fascio, i media sono totalmente senza etica. Ma i media in tutte le loro declinazioni hanno delle responsabilità, che non sono solo quelle da manuale, ma fondate su un costante rimando al contesto globale. Noi, come pubblico, dobbiamo rispondere dei nostri media – programma doppiamente etico (capitolo II).

La struttura

  • Capitolo II: è la cornice della mia tesi – media polis = condizione d'essere dei mezzi di comunicazione e come contesto in cui le relazioni tra il sé e l'altro si intrecciano nell'arena globale – il concetto di mediapolis permea tutto il libro.
  • Capitolo III: è riflessione sul male e esistenza del discorso sul male nella cultura pubblica americana, alimentata dai presidenti repubblicani, anima nera dell'arbitrarietà dei mezzi di comunicazione (studio di un caso rispetto alla mia tesi generale).
  • Capitolo IV: lavoro di E. Said e sua riflessione sul suo stato di esule che lo ha portato all'analisi dell'imperialismo nella letteratura UK e francese a cavallo tra 800 e 900 (altro studio del caso).
  • Capitolo V: ruolo dei media nella vita di ogni giorno, considerazione della responsabilità del pubblico: spettatori e lettori come membri inevitabilmente responsabili all'interno di questa cultura – la quotidianità è la piattaforma della media-azione (prodotto del pubblico) – indaga il valore della giusta distanza come misura posizione etica nella media azione.
  • Capitolo VI: la giusta mediale, ospitalità, la responsabilità, principi su cui fondare un'etica mediatica – etica rappresentazionale.
  • Capitolo VII: modalità con cui operativizzare questioni di responsabilità nella pratica concreta dei processi di comunicazione – relazione tra regole e competenze – risposta per creare una cultura mediatica più morale e un'arena civile globale più vivibile.

La mia tesi tratta anche delle tensioni: responsabilità/giustizia, individuo/sistema, tensione che offre la piattaforma per l'etica mediatica – critica la convinzione secondo cui tutto si esaurisce con la normativa e la legislazione – difendo un approccio più ampio e critico, promuovendo l'idea di educazione per sollecitare forme di cittadinanza mediatica competenti, impegnate e ben informate.

Capitolo II: Mediapolis: lo spazio dell'apparire

Ostaggi inglesi, americani, francesi, italiani appaiono da schermi in tutto il mondo implorando – orrore, inumanità che si offre a fruizione temporanea – appeal esercitato dal terrore – la retorica del terrore è un'espressione della società di oggi, potente nella sua immediatezza, debole nella sua incoerenza. Il terrore dipende direttamente dalla pubblicità, che è il suo ossigeno, ma anche la politica sopravvive in virtù dell'essere pubblico, la politica non può esistere senza questo apparire sugli schermi del mondo.

Lo spazio che i media creano è mediato, lo spazio pubblico per eccellenza, profondamente radicato nella dimensione dell'apparire, nella "nuova visibilità". Le cose ci appaiono, circolano immagini che sono a nostra disposizione, sono accessibili. Il diritto di fruirne deve essere accompagnato dalla responsabilità di quello che si vede e ascolta. Un'immagine svincolata dal suo contesto non ci porta alla verità, non è uno strumento per la comprensione.

Apparire deve offrire di più che semplici immagini, per capire non basta guardare. Con l'apparire mediato ci perdiamo qualcosa perché non veniamo interpellati direttamente. La promessa di un mondo da condividere accomuna tutti i media, il mondo ci appare più aperto e accessibile, la connessione mediata fornisce l'infrastruttura per la gestione della vita sociale, politica, economica su scala globale.

Spesso si verificano dei cortocircuiti comunicativi: rumore, dissimulazione, falsità, omissioni, parzialità, esagerazioni, esclusioni. La comunicazione non è mai perfetta. Noi veniamo interpellati direttamente quando le cose ci appaiono, senza la nostra attenzione tutti gli eventi non avrebbero significato né conseguenze.

La rappresentazione mediata del mondo ha bisogno di un pubblico – non basta guardare, ci viene chiesto molto di più, la nostra diretta partecipazione, impegno, di essere responsabili. I media sostengono la quotidianità ma la superano anche, questa è la loro conditio sine qua non. Contributo di immediatezza.

Interrogarsi sulla natura dell'essere pubblico, nelle sue virtù e contraddizioni. Cultura mediatica = spazio dell'apparire della tarda modernità sia come luogo dove il mondo appare sia come apparenza per sé costitutiva del mondo (sdoppiamento che è peculiarità dei media).

Il mondo è pluralizzato, per generazioni abbiamo potuto nascondere questa pluralità, le situazioni in cui si viveva non ponevano di fronte alla pluralità e alla differenza. Oggi tutto è cambiato: i media impongono la differenza. Tuttavia, problema: i media ci offrono la differenza, ma non sono in grado di fornire strumenti per comprenderla! Conseguenza: indifferenza e ostilità (strategie di rimozione).

Ispirazione al lavoro di Hannah Arendt (esule ebrea sotto il totalitarismo) analisi problemi di comunicazione, espressi nel mondo post-olocausto.

La media polis

I media riproducono, attraverso un'interfaccia tecnologica, lo spazio del dibattito caratteristico della polis. Come nel caso della polis, tale spazio mediato è elitario e esclusivo. Come la polis, dipende dal grado di visibilità, dalla performance, dalla forza della retorica. Per molti di noi questo spazio è l'unica arena possibile.

Lo spazio dell'apparire è il contesto dove sono formulati i giudizi, discusse soluzioni, prese decisioni. La vita pubblica corrisponde a ciò che appare sullo schermo e ciò che è su schermo è legato a interessi politici. L'apparire è un'unità di misura dello status politico e del prestigio.

Media polis = spazio pubblico mediato che è piattaforma vita politica e contemporaneità a livello nazionale e internazionale, dove avviene la trasformazione del mondo ad opera della comunicazione e azione pubblica veicolata elettronicamente. Non esiste ancora coesione in media polis contemporanea, spazio pubblico è lacerato da differenze culturali, assenza di comunicazione, azione omogeneizzante della TV e attenzione transitoria a eventi globali, crisi e catastrofi. Chi guarda Al Jazeera vede le cose in modo diverso da chi guarda Fox.

Il concetto di media polis al singolare: spazio mediato dell'apparire, in cui il mondo appare. Media polis non è legata a un contesto specifico, non è più la piazza cittadina, trascende lo stato nazione, è indipendente da istituzioni nazionali. Emerge dalle interazioni degli uomini all'interno dello spazio apparire mediato. H. Arendt: polis è l'organizzazione delle persone che scaturisce dal loro agire insieme.

Lo spazio apparire è quello dello schermo e altoparlanti, esistenza dipende sempre più da questo apparire, esistono comunque altri spazi concreti (spazio delle istituzioni e della quotidianità – ultimi baluardi di realtà) — la media polis non sostituisce il mondo dell'esperienza, è la cornice di questo mondo e rende possibile l'azione collettiva.

Pilastri dell'essere pubblico della media polis: apparire mediato, visibilità dell'altro, capacità di dialogo, confronto, esistenza opinioni alternative, lotta per conquista pubblico. Il potere legittimato dall'apparire mediato – Arendt: potere è lontano da violenza e emerge tra parola e azione, il potere scaturisce fra gli uomini quando agiscono assieme. Spazio mediato dell'apparire è lo spazio del potere – nel peggiore dei casi sotto forma di tirannia. Spazio mediato dell'apparire può essere luogo di abusi, inganni, violenze, così come lo era il suo precursore lo spazio non-mediato della polis.

La mediapolis è ancora oggi a uno stadio germinale e imperfetto, ma deve essere considerata come punto di partenza per costruire un'arena globale più civile. Ci sono risorse politiche e intellettuali per promuovere la mediapolis e sostenerla, mediapolis con comunicazione multipla e plurale non guidata da un'unica logica, la retorica e la performance sovvertono la logica rigorosa. Ci si aspetta corresponsabilità tra produttore e ricevente, nonostante le asimmetrie. Mediapolis è espressione della diversità empirica del mondo.

Pluralità

Per Arendt la comunicazione ha senso solo se gli interlocutori coinvolti sono in grado di riconoscere quanto sono simili e quanto diversi tra loro (vale per i processi di comunicazione mediata e faccia a faccia). Uomini nella pluralità: vivono e agiscono attribuendo reciprocamente un senso alle parole. La vita politica dipende dalla pluralità, dalla presenza dello straniero.

Per Arendt la vita politica è costantemente legata a "natalità", forza creativa della nascita, del nuovo inizio, con natalità si intende anche natura stessa dell'azione, carica di un potenziale innovativo, imprevedibile, nuova. La pluralità, caratteristica della condizione umana, ne garantisce l'umanità. La distruzione della differenza, in favore di ciò che è simile a noi, è la logica del totalitarismo.

La pluralità ha la capacità di separare e creare connessioni, ponte tra me stesso e l'altro, lo spazio dell'apparire che garantisce possibilità di vita pubblica e azione politica. L'importanza della pluralità dell'essere è la precondizione necessaria per l'istituzione dei diritti umani. La pluralità non è solo questione di differenza, anche se si fonda sulla differenza. La differenza privata della possibilità di condividere un'identità comune porta solo all'isolamento.

L'individuo isolato è facile vittima del terrore, è prigioniero del proprio interesse personale. Sfera pubblica si fonda su pluralità. Agire ha senso solo se si riconosce uno spazio condiviso in cui si muovono diversi attori. Metafora di Arendt: una tavola rotonda attorno a cui ci sediamo, ma che ci divide anche. Tavola è metafora del mondo comune, realtà materiale che condividiamo (senso comune).

Il totalitarismo ha germogliato grazie alla distruzione del senso comune condotta attraverso l'isolamento dell'individuo. Nel mondo di oggi la comunicazione si fonda sul riconoscimento dell'alterità. La comunicazione mediata è possibile grazie a un senso comune condiviso. Critica di Arendt si fonda su distinzione pubblico/privato: sfera pubblica = azione e discorso politico sono strumenti per formulare.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sara87ardito-votailprof di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Giornalismo internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Milan Marina.
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