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approfondendo i temi d’attualità politico-sociale. Nel 1955 l’enorme fortuna,

spinge il direttore Giraud, a trasformare l’ Express in un quotidiano, salvo poi

tornare alla vecchia formula. La rivista viene quindi divisa in 3 macrosezioni (1

interni ed esteri; 2 società ed economia; 3 cultura e tempo libero). Raggiunta la

tiratura record di 600mila copie il fondatore-editore Servant-Schreiber decide di

quotare al listino parigino il suo gruppo editoriale. Nel 1978 viene attuata dal nuovo

editore Goldsmith una rivoluzione grafica ispirata ad uno stile minimal, con un

aspetto quasi stilizzato. Si prende l’abitudine di creare dei veri e propri giochi di

parole con il titolo della copertina. L’ E. diventa ora un giornale che offre anche un

servizio utile, d’informazione sulla vita mondana francese, tramite preziosi

suggerimenti sul modo di impiegare il tempo libero. Nel 1987 l’E. passa al gruppo

Alcatel che preferisce abbandonare l’informazione di servizio per concentrarsi

sulle notizie internazionali: grandi reportage e approfondimenti permettono di

toccare 700mila copie. Le Nouvel Observateur

Un’altra rivista riuscita ad imporsi all’opinione pubblica è

(1950) che trasporta la formula di Le Monde su un settimanale, affermandosi per

la sua austerità e per le tematiche affrontate con rigore critico e analitico.

L’assenza di illustrazioni e gli articoli lunghi caratterizzano il periodico fino al ’56

quando fanno il loro ingresso le foto, accompagnate da brani più brevi e pungenti.

Dal 1970 appoggiando la politica del socialista Mitterand, il giornale si colloca

definitivamente a sinistra, trattando principalmente argomenti di politica estera e

nazionale. Oggi vende 800mila copie con una buona diffusione anche all’estero,

grazie ad uffici di corrispondenza sparsi in tutto il mondo.

Paris Match

Da menzionare il magazine , inizialmente ricco di reportage fotografici.

Ora ha virato sul gossip e sullo star system vendendo più di 1 milione di copie,

successo trasportato sul piccolo schermo da quando nel 2001 è nata Match Tv, del

gruppo Lagardere.

Le Point è un newsmagazine nato negli anni ’70: conservatore e vicino a Chirac, con

Le Chanard Enchainè

una tiratura di 330 mila copie. Manca all’appello il satirico

sempre pronto a denunciare i fatti di corruzione, smascherando alcuni funzionari

pubblici, come pure gli scandali legati alla sanità. L’equivalente di “Striscia la

notizia” trasferito su una rivista.

Storia del giornalismo spagnolo

1. Il giornalismo spagnolo prima e dopo il generale Franco.

Antes y despues. Prima e dopo: l’espressione con la quale gli spagnoli simboleggiano il

passaggio decisivo del loro ‘900, che ha visto il declino della dittatura di Francisco

Franco a favore dell’instaurazione della democrazia, con l’intervallo della transizione

pacifica (1975-’78).

La Spagna voleva tornare ad essere protagonista in Europa, grazie anche ad

un’opinione pubblica che finalmente poteva rispecchiare i principi del pluralismo e della

libertà di manifestazione del pensiero, dopo il bavaglio del regime franchista. Giornali,

radio e tv erano stati sottoposti per quasi quarant’anni (1938-’75) alle ferree

Caudillo

disposizioni del , sia nell’era repressiva che in quella tollerante.

La prima cominciò nel ’38 con l’approvazione della legge preparata dal ministro

dell’informazione Serrano. Ed ecco che senza autorizzazione governativa non potevano

nascere nuove testate; lo spazio massimo riservato alla pubblicità era il 33%; tutti i

quotidiani dovevano essere stampati con un solo carattere e con lo stesso tipo di corpo

(senza alcuna differenziazione politica, culturale e ideologica). Il ministro dell’Interno

nominava i direttori delle testate per poi destituirli “al momento opportuno”. Come se

non bastasse i cronisti venivano formati a partire dalle scuole di giornalismo,

controllate dal Ministero dell’informazione. Il Ministero dell’Interno istituì il Registro

ufficiale della stampa, strumento di controllo per i giornalisti professionisti. Ogni

giornale, prima della stampa, veniva consegnato alle autorità municipali che decidevano

l’ applicazione di un ‘eventuale sanzione o sospensione delle pubblicazioni per quei fogli

che non rispettavano i criteri imposti.

Francisco Franco dimostrò di aver compreso la “lezione” di Mussolini ed Hitler: l’unico

modo per creare consenso e controllare l’opinione pubblica era quello di possedere gli

strumenti della comunicazione. In questo modo il generale riorganizzò lo stato

spagnolo, funestato dalla guerra civile (1935-’38), le cui radici sono da ritrovare in un

assetto proprietario della terra assolutamente ingestibile: più di metà della terra

apparteneva a meno dell’1% della popolazione.

Alla fine del secondo conflitto mondiale il regime franchista rappresentava l’ultimo

baluardo totalitario in Europa, con la logica conseguenza di un ‘isolamento

internazionale, oltre all’autarchia economica ed alla repressione politica. Il Caudillo

sapeva che l’unica arma a sua disposizione per continuare la sua dittatura era

l’instaurazione totale del terrore, almeno fino alla fine degli anni ’50.

Il romanzo realista era l’unico timido esempio di evasione dalla realtà.

Per motivi economici e commerciali pian piano si sgretola il muro di isolamento

internazionale: nel ’52 la Spagna entra nell’Unesco, nel ’53 inizia un rapporto di

collaborazione con gli U.S.A. e viene firmato un Concordato con la Santa Sede.

Finalmente nel ’55 la nazione iberica entra nell’O.N.U.

Contemporaneamente la Spagna si avvia ad una grande rinascita economica, con un

grande piano di opere pubbliche e infrastrutture. Il nuovo Stato si appresta a

diventare sempre più urbano e industrializzato. Tre città simboleggiano questa

crescita: Bilbao (motore economico), Madrid (capitale politica) e Barcellona (con il

porto in grande ascesa).

Nel 1966 viene emanata una nuova legge sulla stampa (legge Fraga) che inaugura l’era

tollerante del regime franchista. L’abolizione dell’autorizzazione preventiva è

controbilanciata dall’introduzione del Registro Nazionale della stampa al quale si

devono iscrivere le imprese editoriali. Il governo può comunque rifiutare l’iscrizione e

mettere in atto le misure preventive (sequestri, sospensioni, multe e cancellazione

dell’impresa). Le società editrici possono nominare i direttori che devono

corrispondere all’identikit di giornalista professionista, impunito civilmente e

penalmente. Con queste mosse Franco intende apparire più democratico, sebbene

trovare editori con le fedine penali e civili pulite, sarebbe stato pressoché

impossibile: gli oppositori non avrebbero mai potuto dirigere un giornale. Inoltre una

giuria etico-professionale può comminare sanzioni e sospensioni in caso di violazione

dei principi morali. Il giornalista è privato della facoltà di critica. Possono essere

pubblicate solo quelle notizie che l’ Amministrazione pubblica ritenga idonee: ecco il

motivo per cui in media ogni giornale è costretto a pagare una multa a settimana.

Nonostante la formale soppressione della censura, il regime censorio rimase in atto.

Ogni giornale, prima di uscire in edicola, doveva depositare delle copie al Ministero

dell’ Informazione: i funzionari pubblici potevano ordinare il sequestro o la

sospensione. Una forma, quindi, di bavaglio trasparente dell’informazione con la

conseguenza di un ‘ovvia uniformità dei mezzi d’informazione.

Tutto questo è l’antes; il passaggio dalla dittatura al nuovo stato democratico segna

invece il despues, in seguito alla morte del dittatore. La transizione spagnola (1975-

’78) si sviluppò senza traumi, in un clima di serenità tra i post-franchisti e i partiti

esiliati. Infatti, nella seconda metà del regime il paese si era evoluto socialmente,

economicamente e culturalmente, gettando le basi per la nascita della futura società

civile. Il passaggio alla democrazia si realizzò su un doppio binario: rompendo con la

vecchia guardia ma al tempo stesso registrando una continuità costituzionale che

permise di conservare la Monarchia, sebbene non fosse più sentita. Un passaggio

supportato dai giornali, che aprirono il dibattito su come si sarebbe dovuto costituire

il nuovo stato spagnolo. El Pais , che s’impone da subito come lo strumento

In particolare nasce nel 1976 Diario 16

diretto della transizione, insieme ad altri giornali come e persino l’ex

Abc

franchista . Finalmente nel 1978 viene approvata, in seguito ad un referendum

popolare, una nuova Costituzione che all’art. 20 tutela la libertà-diritto di

manifestazione del pensiero in tutte le sue forme.

Nasce così un’ informazione fortemente bipolare. La sinistra viene supportata da El

Pais e dal gruppo Prisa, una società editoriale che col tempo ha costruito un vero e

proprio impero mediatico con radio, tv e case editrici. La sinistra socialista e il gruppo

Prisa viaggeranno a braccetto nel periodo che va dal 1982 al ’96, quando i socialisti di

Filipe Gonzalez guidano la Spagna verso la modernizzazione. È questa una fase molto

delicata per la vita del paese neodemocratico. Inizia infatti la stagione delle

manifestazioni, culminata nel 1988 con lo sciopero generale. Il paese ha bisogno di

riforme e Gonzalez, prima di cedere il passo alla destra, riesce a far aderire tutti i

gruppi parlamentari al cosiddetto patto di Toledo, col quale si avvia la riforma del

sistema pensionistico. El Mundo , diventato l’organo ufficiale

La destra è appoggiata dal quotidiano Abc e da

del partido popular di Aznar. Se il compito dei socialisti era stato quello di rendere

operativa la transizione democratica, il partido popular doveva ora virare verso il

liberalismo e rendere più flessibile l’immagine dello Stato, mettendo in pratica il

progetto generazionale, di quella generazione stufa dello strapotere di Gonzalez.

La guerra tra i due partiti nel 2000 si sposta sull’etere dove si fronteggiano Canal

Satellite Digital del gruppo Prisa e la neonata Via Digital di Aznar, che finalmente

riesce ad esercitare la sua influenza sui mezzi di comunicazione, grazie anche

Telefonica

all’appoggio di , l’ex monopolista di Stato delle telecomunicazioni. La guerra

vera e propria era tuttavia cominciata nel ’97, quando il governo di Aznar decise di

mettere in chiaro la visione delle partite di calcio, i cui diritti erano appena stati

acquistati dal gruppo Prisa. Inoltre un decreto ministeriale aveva imposto di usare i

decodificatori col sistema multycript della neonata Via Digital, mettendo fuori legge

quelli di Canal Satellite. L’ultima mossa fu quella di istituire una commissione con

facoltà di riconoscere o meno l’esistenza delle piattaforme digitali: Canal Satellite fu

messa fuori dai giochi.

Anche i quotidiani si schierano, con El Pais in prima linea a denunciare le manovre

governative. Nel maggio 2002 la vicenda si conclude con la clamorosa fusione delle due

pay-tv. Un armistizio indispensabile, che permetterà a Telefonica e al gruppo Prisa di

risanare le ingenti perdite degli ultimi anni.

del papel

, ovvero quella sui giornali, vive ora una fase di stanca. La tiratura

La guerra

dei pochi quotidiani nazionali (El Pais, El Mundo, Abc) e dei molti regionali (stampa

catalana: La Vanguardia; e quella basca: El Correo Vasco) , è tra le più basse d’Europa

(4 milioni). La situazione non cambia se si prendono in considerazione i settimanali:

Tiempo raggiunge le 500mila copie.

solo

Ciò nonostante questo tipo di giornalismo è quello che più si lega al sentimento degli

spagnoli; anche perché sono stati proprio i mezzi di comunicazione, insieme al re Juan

Carlos, a fare blocco contro il tentativo di un colpo di Stato da parte del colonnello

Tejera. Il 23 febbraio 1981 rappresenta perciò una svolta, dato il ruolo determinante

ricoperto dai giornali per impedire che il paese risprofondasse nell’incubo di un regime

totalitario, dimostrando definitivamente di essere liberi, indipendenti e democratici.

2. Tutto il mondo è Pais

El Pais es para ponerse a pensar . Era questo lo slogan che, alla morte del Caudillo,

compariva sui cartelloni pubblicitari. Il giornale madrileno esortava quindi gli spagnoli

a pensare… agli ultimi quarant’anni di regime, alla nuova democrazia, a quale modello di

nazione puntare: laica, religiosa, che virasse al socialismo oppure alla destra post

franchista. El Pais diventò subito lo strumento guida che indirizzò la Spagna a

percorrere la strada delle democrazie europee. Fece irruzione nelle edicole con il

formato tabloid: 48 pagine disegnate su 5 colonne.

El Pais era una vergine che si affacciava nel mondo del giornalismo, con la fortuna di

arrivare nelle edicole immediatamente dopo la morte di Franco. È facile perciò capire

il motivo per cui godette subito di una fiducia spropositata anche all’estero. A

garantirne la qualità in primo luogo il fondatore: Josè Ortega Spottorno, figlio del

celebre Josè Ortega y Gasset. Il sogno di Spottorno era quello di riunire col giornale

tutte le migliori menti spagnole, una vera e propria elitè che avesse il compito di

trasformarsi nella futura classe dirigente. Meno noto il direttore responsabile: il

trentunenne Juan Luìs Cebrian; del resto quasi tutti i collaboratori avevano meno di

30 anni. El Pais divenne quindi l’emblema della nuova generazione, pronta a rimboccarsi

le maniche e a scommettere sulla democrazia. Nella sua lunga direzione Cebrian

punterà soprattutto sulla politica interna, con un occhio di riguardo all’U.E., cui la

Spagna aderirà nel 1986 con Felipe Gonzalez al governo, il politico al quale El Pais è

sempre stato legato, al punto da essere etichettato come giornale filogovernativo. Un

ruoo fondamentale, il giornale madrileno, lo interpreta il 23 febbraio del 1981, quando

El Pais està con la constitucion

con due edizioni a caratteri cubitali dichiara: . Lo

stesso linguaggio di re Juan Carlos quando annunciò in televisione lo scampato pericolo

del colpo di stato. I redattori del quotidiano madrileno capirono così di aver fatto la

scelta giusta: avendo denunciato pubblicamente i militari di Tejera , El Pais si

guadagnò la qualifica di giornale più serio, attento ed autorevole della Spagna. I primi

problemi sorgeranno durante la lunga epopea socialista, quando la campagna socialista

e quella del giornale si fonderanno spesso si confonderanno. A nulla serviranno le

giustificazioni del neo direttore Estefania, alla luce dei nuovi scandali che

coinvolgeranno i dirigenti socialisti: primo fra tutti il caso Gal.

Nel 1983 il governo fece sorgere un vero e proprio apparato militare, i Gruppi

Antiterroristici di Liberazione (GAL), col fine di perseguitare gli affiliati dell’Eta, il

gruppo terroristico che lotta per l’indipendenza dei paesi baschi: in tre anni furono

assassinate 28 persone.

Il magistrato Baltazar Garzon si preoccupò di indagare sulle azioni intraprese dal Gal,

facendo andare in carcere il ministro dell’Interno Barrionuevo, oltre a Felipe Gonzalez

e al segretario di Stato per la sicurezza, Vera. El Pais ricalcando le parole di Gonzalez,

parlò di un’operazione montata ad hoc. Lo stesso si farà con altri scandali, come per i

finanziamenti illeciti.

Intanto si affaccia sulla scena editoriale un nuovo e più autorevole rivale che va a

sostituire Abc, ovvero El Mundo.

Così si giunge alla terza fase di El Pais, caratterizzata dal cambiamento di direzione:

Jesus Cerberio dal 1993 diventa il responsabile del quotidiano che, qualche anno più

tardi passa all’opposizione, criticando aspramente l’operato del neopremier Aznar. Si

esprimono dubbi sulle sue reali capacità di governare, soprattutto per le origini

estremiste di molti esponenti del suo partito, ma anche per la guerra intrapresa per

screditare il gruppo Prisa.

Ciò nonostante, in questa fase l’espansione di “El Pais” è stata enorme, grazie anche

alla quotazione in borsa di una quota del gruppo editoriale come forma di garanzia di

costante indipendenza pure dalla politica. Nel ’96 nasce la versione on line del

quotidiano, divenuta complementare a quella cartacea, supportandola.

Sono stati portati avanti anche alcuni progetti di creazione di sinergie editoriali con

giornali della stessa matrice culturale: La Repubblica in Italia e l’ Indipendent in

Inghilterra. Ma il rapporto di collaborazione più stretto oggi è con Le Monde e con l’

International Herald Tribune di New York. Le vendite si sono attestate sulle 450 mila

unità durante la settimana, 1 milione quando la domenica è pubblicato il supplemento El

Pais Semanal. Maniacale è l’attenzione alla notizia, che se non è confermate da più

ruidos

fonti è semplicemente un , un rumore.

L’ Italia negli ultimi anni è stata sempre sotto osservazione da El Pais che ha elogiato

l’operato di Prodi e D’Alema, ed ha attaccato Berlusconi, definito come “un’ amalgama

di destra, xenofobia e antieuropeismo”, arrivando a denunciare i presunti rapporti di

Berlusconi con la mafia.

3. El Mundo: un uomo, un giornale

I motivi del successo di El Mundo, come afferma lo storico Pizarroso, risiedono nel

bipolarismo politico che si è rispecchiato sulla carta stampata, con El Mundo a

rappresentare la nuova classe dirigente, stanca dell’egemonia della sinistra spagnola,

ma anche la risposta di centro-destra al quotidiano El Pais. El Mundo deve gran parte

della sua fortuna all’uomo che è riuscito a trasformarlo in un foglio battagliero: Pedro

J. Ramirez, che inizia la sua esperienza lavorativa presso Abc, divenendo uno degli

editorialisti più apprezzati (1975-1980). A soli ventotto anni è nominato direttore del

Diario 16 , che in breve tempo s’impone come l’emblema del giornalismo

quotidiano

indipendente e investigativo. Da Diario 16 partono quelle inchieste, poi approfondite

da El Mundo che inchioderanno il partito socialista. Lo scandalo Gal è di proporzioni

talmente grandi da costringere Ramirez alle dimissioni in quanto la sinistra al governo

gli rende la vita impossibile.

Sette mesi più tardi però El Mundo fa il suo ingresso sulla scena editoriale. Sin

dall’editoriale del primo numero il giornale si autodefinisce un periodico progressista,

per la difesa del sistema democratico, delle libertà e dei diritti umani.

Nel giugno del 1991 arriva la svolta, quando il gruppo Rcs-Rizzoli acquista il 45% della

casa editrice di El Mundo, che trova così capitali freschi e un partner editoriale forte

che gli consente di espandersi. Già nel ’92 i dati sul bilancio (utile netto di 32 milioni di

pesetas) e sulla diffusione (dai 100 mila ai quasi 200 mila) sono confortanti. In meno

di tre anni El Mundo diventa il terzo giornale a diffusione nazionale. Iniziano poi una

serie di campagne di stratificazione per radicarsi in tutto il territorio. Nel 1998

arriva il tanto sospirato sorpasso su Abc, grazie anche al successo inaspettato della

collana multimediale “ La historia visual de El Mundo”: con 310 mila copie risulta il

secondo quotidiano più venduto in terra iberica. Nel frattempo il giornale trova la sua

definitiva collocazione politica appoggiando il partido popular. È questo un periodo

molto felice per l’intera nazione sulla scia di un boom economico senza precedenti. Dal

1996 al 200 vengono creati un milione e 700 mila nuovi posti di lavoro con la destra al

governo. In pochi anni la Spagna si ritrova sotto i riflettori internazionali. La

piattaforma del consenso attraverso la quale Aznar ha consolidato la sua immagine è

stato proprio El Mundo, che pur riconoscendo al leader del centro destra assoluta

integrità morale e politica, non può nascondere gli scandali finanziari scoppiati negli

anni in cui il partido popular è al potere.

Dopo la soddisfazione per aver fatto arrestare l’ex capo di Stato Gonzalez, insieme a

Barrionuevo e Vera, sulla lista degli imputati di Ramirez e di El Mundo, compare un

altro nome eccellente: Silvio Berlusconi per l’affare Telecinco. La magistratura

spagnola apre quindi un’inchiesta in cui B. viene indagato per frode fiscale, con

l’effetto di alzare un polverone anche in Italia dove si era in piena campagna

elettorale. Eppure i rapporti tra El Mundo e Berlusconi non erano mai stati tesi, dato

che il giornale ne aveva appoggiato la discesa nell’arena politica. A detta dello stesso

Ramirez poi, nonostante B. sia l’alleato europeo di Aznar, i due sono agli antipodi.

Dunque Aznar avrebbe avallato l’ingresso di Forza Italia nel partito popolare europeo

solo per rafforzare il centrodestra europeo. Infatti-come spiega Ramirez- in Spagna

basterebbe soltanto il caso Telecinco per mettere fuori gioco un candidato come

Berlusconi. Il braccio di ferro è continuato in un articolo comparso sul giornale il 13

maggio del 2002, rimproverando al premier italiano di non aver ridotto le tasse, senza

nemmeno risolvere il conflitto d’interessi.

Paradossalmente pur essendo un giornale conservatore, El Mundo ha servito al meglio

l’immagine della sinistra italiana, appoggiando l’ascesa del “serio e rigoroso” D’Alema.

Due esempi, quelli di B. e D’Alema, a testimoniare l’indipendenza editoriale di El

Mundo.

Nel ’95 viene lanciata l’edizione on line, poi rinnovata nel 2000.

Un giornale serio e battagliero che proprio per la sua indipendenza ha dovuto pagare

con due lutti: Lopez de Calle in un attentato dell’Eta e Julio Fuentes, inviato in

Afghanistan.

4. La doppia vita del monarchico ABC

Viene fondato nel 1903 da Torquato Luca De Tena e diventa un vero e proprio

quotidiano due anni più tardi con l’avallo della casa reale. Si distingue immediatamente

come un giornale monarchico, cattolico, conservatore e di destra, rappresentando

l’identità nazionale della Spagna; acerrimo nemico dei nazionalismi (catalano e basco).

Non tarda ad arrivare il gradimento del pubblico che lo premia con 200 mila copie di

diffusione, grazie anche all’introduzione della fotografia (1908) e del colore (1930).

Negli anni della guerra civile (1932-1935) l’anima di ABC è Juan Ignacio de Tena che

si schiera a favore del generale Francisco Franco. Durante il conflitto l’edizione

madrilena viene confiscata dai repubblicani, ma ciò non impedisce a Juan Ignacio di

continuare ad aggregare intorno al giornale alcuni intellettuali destinati a ricoprire

incarichi prestigiosi sotto l’ala protettiva del Caudillo, come lo scrittore falangista

Rafael Sanchez Mazas, futuro ministro della Cultura.

Per ABC la vittoria di Franco è l’unica soluzione auspicabile alla guerra fratricida.

Naturale la sua investitura di organo ufficiale della dittatura. In questi anni inizia una

lunga campagna, poi rinnegata, nei confronti delle autonomie locali, in particolare

contro i nazionalismi catalano e basco, propugnando l’ideale di una Spagna unita, forte

e nazionale.

La parabola discendente comincia con la morte del Caudillo. Così Guillermo Luca de

Tena, nuovo direttore dal 1978, decide di rinnegare il passato del giornale, che

diventa antifranchista e si dichiara a favore delle autonomie. Una politica editoriale

che sortisce un doppio effetto indesiderato, sconcertando i lettori più fedeli, senza

attrarne degli altri. Già nel 1981 El Pais mette a punto lo storico sorpasso, diventando

il primo quotidiano spagnolo.

Tuttavia durante l’epopea socialista ABC si mantiene sulle 300 mila copie, perché

diventa foglio d’opposizione. Tra il ‘94 e il ’98 vive una profonda crisi con l’abbandono

di numerosi lettori. Alla base di ciò innanzitutto la mancanza di una linea editoriale

certa e l’incapacità di rinnovarsi: non basta più dichiararsi liberal conservatori e

monarchici, quando ormai la Corona in Spagna è solo un simbolo. Il definitivo tracollo

El

viene scongiurato nel 2001, quando la famiglia De Tena decide la fusione col gruppo

Correo , per cercare di costituire il primo polo giornalistico spagnolo. Infatti El Correo

possiede ben 16 quotidiani locali e con ABC può aver trovato la sua punta di diamante

per sfondare anche sul piano nazionale. La direzione è stata affidata ad uno dei

giornalisti più attivi nella lotta contro il terrorismo basco, Josè Antonio Zarzaleyos,

che ha deciso di potenziare la politica dei supplementi, come quello culturale della

Blanco y Negro .

domenica

L’edizione internet, lanciata nel 1995, propone oggi la pubblicazione digitale di

Teknòlogic@

, una rivista sulle nuove tecnologie.

Non si è fatta attendere la svolta grafica del quotidiano, con la prima pagina

interamente occupata da una foto-notizia a colori sull’argomento principe del giorno.

La foliazione media è di 144 pagine che vengono spillate allo stesso modo di un

settimanale. Politicamente ABC è ancora alla ricerca di un’identità precisa, senza

lesinare critiche sull’operato dei conservatori.

Immancabile il giudizio sui politici nostrani, con D’Alema ”omologabile agli altri leaders

europei di centro-sinistra” e Berlusconi criticato soprattutto per il conflitto

d’interessi.

5. Le altre testate spagnole Marca

Anche in Spagna come in Francia il quotidiano più letto è un giornale sportivo:

con 600mila copie. Un panorama editoriale fiacco con un pubblico di 5 milioni di lettori,

poche testate nazionali e molti giornali locali, simbolo delle autonomie, la cui forza

risiede nella fedeltà di un pubblico sempre interessato alle notizie sulla propria

comunità. Ciò spiega il motivo per cui fogli come El Pais ed El Mundo abbiano lanciato

negli ultimi anni delle edizioni (e redazioni) decentrate.

In Spagna si riscontra infatti un vero e proprio federalismo fiscale e amministrativo,

Comunidad

con le cosiddette ad usufruire di reali poteri in ambito economico e

politico, in seguito al patto firmato nel 1992 dai capi dei due maggiori partiti.

La Vanguardia

In tale contesto il quotidiano più famoso è , emblema della Catalogna,

che nasce nel 1881 per appoggiare il partito liberale alle elezioni comunali. Già nel

1888, sotto la direzione di Modesto Sanchez Ortis, cambia orientamento, diventando

il giornale più letto nella regione. Vengono chiamati giovani intellettuali a raccontare i

fermenti di rinnovamento della società catalana. Formula che troverà il suo

coronamento con la preziosa collaborazione di Pablo Picasso. Molta importanza viene

attribuita anche alle cronache internazionali, inviando corrispondenti nelle maggiori

capitali europee.

Durante il regime franchista, pur mantenendo il controllo finanziario, la proprietà non

riesce ad influenzare la linea editoriale, al punto da essere costretta a mutare la

La Vanguardia Espanola

. Alla morte del Caudillo viene appoggiata

testata, che diventa

al transizione democratica, anche se il giornale si schiera dalla parte dei nazionalisti di

Jordi Pujol. Scelta premiata con le 200mila copie di diffusione.

Avui

Altro quotidiano di Barcellona è (45mila copie) nato negli anni ’80, scritto in

El Periodico esce in doppia versione, anche in

catalano e formato tabloid; mentre

spagnolo.

Nei Paesi Baschi si riflette anche sulla stampa il problema del separatismo dell’Eta. Il

Egin

giudice Garzon ha quindi ordinato la chiusura di un giornale ( ) e di un emittente

Egin Irratia

radiofonica ( ) perché considerati integrati ad una struttura criminale. Di

El Correo (148mila copie), diretto da Zarzalejos che ha ricevuto

tutt’altra pasta

minacce dal terrorismo basco.

Sono recentemente scomparsi due quotidiani storici del panorama informativo

Ya Diario 16

madrileno, e . Il primo, nato nel 1935 e d’ispirazione cattolica, ha cessato

le pubblicazioni nel 1996 a causa di una grave crisi finanziaria, dopo essre stato

durante il regime, il giornale più letto nella capitale. Diario 16 ha chiuso i battenti nel

2001, nonostante prima il magnate britannico Robert Maxwell nel 1988, poi la famiglia

Hersant nel ’92 avessero portato capitali freschi. La speranza dell’editoria madrilena

La Razon

è ora rappresentata da , che sin da subito ha adottato una linea editoriale e

monarchica, lanciando nel 2001 una versione on line.

Expansion

Non manca una buona stampa economica. Ecco (85 mila copie), controllato

da Pearson, lo stesso che edita anche il Financial Times e l’ Economist. Nel capitale

della società è entrata nel ’97 anche Telefonica: un ingresso strategico che ha avuto

Cinco Dias

come conseguenza la quotazione in borsa nel 2000. (51 mila copie) del

Tiempo

,

gruppo Prisa è l’altro quotidiano economico. I settimanali, ad eccezione di

hanno una scarsa diffusione. È però necessaria una precisazione. Infatti il fenomeno

Prensa del corazòn

. Si tratta di

editoriale degli ultimi 20 anni è la cosiddetta

pubblicazioni che raccontano le storie della casa reale e i pettegolezzi sui personaggi

Hola

famosi. Tra queste riviste la più famosa è (735mila copie) per la serietà

nell’affrontare argomenti frivoli. La stessa formula che in Italia ha studiato e

Chi

importato .

Storia del giornalismo inglese

1 Tra stampa popolare e di qualità

Un panorama informativo che può vantare 13 quotidiani nazionali, 10 domenicali, 60

giornali regionali serali e 10 regionali del mattino per una tiratura complessiva di 16

milioni di copie. Ma la caratteristica che rende unico il giornalismo inglese è la

Times, Guardian, Daily Telegraph, Indipendent

dicotomia tra stampa di qualità ( ) e i

populars tabloid Sun, Daily Mirror, D. Star, D. Mail, D. Record, Express

o ( ).

cosiddetti

Una suddivisione nata alla fine dell’Ottocento a causa della rivoluzione apportata da

Alfred Harsmsworth (Lord Northcliffe), in seguito a due tappe molto significative nel

processo di ammodernamento e democratizzazione dell’ Inghilterra: l’ abolizione delle

tasse sulla stampa (1855) e l’approvazione della legge sull’ istruzione elementare nel

1870. Entrambi i provvedimenti sono da interpretare come degli atti dovuti da parte

del governo nei confronti di una popolazione ormai incontrollabile: se la rivoluzione

industriale aveva in precedenza visto l’ascesa della classe borghese, ora anche il

proletariato urbano stava prendendo coscienza grazie alle organizzazioni sindacali ed

alla circolazione di numerosi fogli privi delle necessarie autorizzazioni e bolli. Inoltre

fu progressivamente ampliato il diritto di voto parallelamente alla crescita del tasso

di alfabetizzazione. Fu cosi’ che ebbe inizio alla fine del 1800 l’età d’oro della stampa

britannica durata fino al primo conflitto mondiale: in tutta la nazione 300 giornali

uscivano regolarmente ogni giorno. Ed è proprio in questi anni che nasce la dicotomia

qualities tabloid

storica fra i e i , spiegabile in 5 punti chiave.

formato

1) Il : il caratteristico “lenzuolo” dei qualities in cui si dà ampio spazio a

notizie interne ed estere trascurando cronaca nera, bianca e rosa, si

differenzia dal (ridotto) formato tabloid dei populars con notizie piu’ sintetiche

e facilmente assimilabili.

stile

2) Lo : a quello austero e aristocratico del Times si contrappone la lingua

emotiva e sensazionalistica dei populars con un lessico colloquiale per creare un

rapporto diretto col lettore; un impatto visivo d’effetto è creato tramite l’uso

puns

dei c.d. (doppi sensi), delle foto e di titolazioni cubitali. Un alto grado di

spettacolarizzazione secondo il quale bisogna prestare piu’ attenzione a

guardare che non a leggere il giornale.

valori-notizia

3) I : la stampa d’elite si concentra sui grandi reportage dall’estero

e sulla politica nazionale, quella popolare non si interessa di ciò che non riguardi

direttamente il cittadino inglese e la sua sfera privata. Dalla struttura

depoliticizzata dei tabloid emerge l’impressione che i cittadini siano difesi

contro gli abusi dei poteri forti (banche, tribunali, chiese) creando un’

identificazione quasi maniacale tra giornale e lettore. Il tutto mediante articoli

che informano senza approfondire, senza porre interrogativi.

diffusione

La : i qualities sono letti da un pubblico colto mentre i tabloid

4) sfondano nella fascia media della popolazione oltrepassando i 15 milioni di copie

vendute ogni giorno.

politica dei prezzi

5) La : con i qualities a rappresentare la stampa costosa.

Come recita lo slogan del magnate australiano Rupert Murdoch, facendo leva sull’

”emotività, l’orrore, le tette e i sederi” i popular sono riusciti ad attrarre

maggiormente il pubblico.

I tabloid inglesi a partire dall’inizio del 900 si sono progressivamente evoluti in

virtu’ della loro capacità di recepire gli umori dei lettori usando un linguaggio

spregiudicato e divertente, insieme a raffinate strategie di marketing grazie alle

quali si sono trasformati in perfette macchine da scoop. Il loro unico obiettivo è

quello di svelare scandali indagando nella vita privata dei personaggi famosi, il solo

argomento che appassiona i lettori. Tema quest’ultimo non considerato spazzatura.

In tal modo i giornali popolari sono diventati l’emblema della working class e del suo

stile di vita. Sarebbe perciò fin troppo riduttivo affermare che essi sfruttano

solamente le armi del sesso, dello sport, della cronaca nera e rosa per vincere la

“battaglia” con la stampa di qualità. Il vero problema semmai è dovuto alla

concentrazione di piu’ testate in mano a pochi editori di riferimento. Fenomeno

originatosi al tramonto del primo conflitto mondiale e letteralmente esploso negli

anni ’90.

Nel 1946 la Camera dei Comuni istitui’ una commissione ad hoc che fotografò la

situazione dell’epoca senza però trovare una soluzione rispetto ad un trust di

testate in mano a tre grandi catene editoriali (London Express Newspaper, Daily

Mail Group e Daily Mirror Group). Ciò nonostante, anche dopo il fallimento del

secondo gruppo di lavoro nel 1962, la pluralità dell’informazione e delle opinioni non

sembrava affatto compromessa.

In un mercato dominato elusivamente dalle leggi della concorrenza capitalistica

emersero fra gli altri, Roy Thomson e Cecil King, due magnati senza scrupoli del

mondo dell’editoria. Il primo, dopo essere diventato l’uomo piu’ potente dei media

inglesi, salvò il Times dal fallimento comprandolo nel 1967. Il secondo riusci’ ad

International Publishing Corporation

, addirittura 200

accentrare nel suo gruppo, la

Daily Mirror Daily Herald

periodici compresi il e il . Questa situazione di mercato

chiuso cominciò a stancare gli inglesi già a partire dagli anni ’50: il crollo delle

vendite dei giornali fece registrare nel ’67 la quota di 15 milioni rispetto ai 58

milioni di copie complessive vendute nel 1945. Le cause della crisi erano da

ricercare nell’ offerta piatta e unidirezionale dei prodotti giornalistici che non

riuscivano a sostenere la concorrenza della tv. A peggiorare ulteriormente il

quadro la scelta autolesionistica di aumentare i prezzi dei periodici.

Negli anni ‘ 70 il governo laburista organizzò una terza commissione d’ inchiesta

con l’obiettivo di escogitare norme applicabili ad entrambe le fasce dei giornali e di

promulgare una legge antitrust capace di generare un mercato realmente libero.

Nel rapporto si evidenziò come la stampa inglese fosse conservatrice, irrispettosa

della privacy e assolutamente dipendente dalla pubblicità: situazione che rimase

tale fino agli anni ’90 quando si aggiunse il problema della bassa qualità dei giornali,

soprattutto in relazione all’ informazione selvaggia dei tabloid. La goccia che fece

traboccare il vaso fu lo scoop col quale vennero resi pubblici i tradimenti del

principe Carlo nei confronti di lady Diana. Il governo conservatore affidò quindi al

giurista Sir David Calcutt il delicato compito di trovare una mediazione nell’ ambito

del conflitto fra il diritto d’informazione e quello di tutelare la propria privacy,

anche per i personaggi famosi. Le conclusioni cui giunse il giurista sembrarono un

vero e proprio schiaffo allo strapotere dei media in quanto suggerì di abolire la

Press Complaints Commission

, l’organo di autodisciplina della stampa inglese, a

favore di un tribunale molto più severo. Sul fronte privacy venne proposto di

vietare ai giornalisti l’ingresso in una proprietà senza il placet degli interessati,

così come per quanto riguarda l’utilizzo di strumenti di ripresa e di ascolto.

Code of

Intervenne allora il ministro dei beni culturali, Peter Brooke, istituendo il

practice (1991) una sorta di compromesso tra le conclusioni di Calcutt e

l’antagonista diritto dell’ informazione, senza però risolvere la questione sulla

tutela della privacy, se non tramite rimedi non sempre efficaci come l’istituzione

del diritto di replica e la rettifica di informazioni inesatte. Un problema di non

poco conto se si pensa che l’invasione nella vita privata della principessa Diana ha

portato, come estrema conseguenza, alla morte di quest’ultima (1997). Un vuoto

legislativo che consente agli editori di controllare se stessi in un evidente conflitto

d’interessi.

Dal punto di vista politico i giornali riflettono il sistema bipolare inglese, facendo

emergere chiaramente l’appoggio per i laburisti o i conservatori. Si può dunque

ritenere che la stampa britannica rappresenti il vero e proprio contropotere,

contribuendo in modo decisivo al successo o meno di uno schieramento alle elezioni.

In alcuni casi, come nel secondo dopoguerra, la stampa si è “permessa” di suggerire

le questioni sulle quali si sarebbe dovuta concentrare l’analisi politica dei due

partiti. Ne sa qualcosa Wiston Churchill, bersagliato dai media quando propose nel

1945, l’idea della nascita degli “Stati Uniti d’ Europa”, senza aver fatto i conti con

quell’euroscetticismo che contraddistingue ancora oggi i sudditi del Regno Unito.

Le opinioni dei giornali riflettono quindi quelle dei lettori e viceversa.

Tra i quotidiani di qualità si segnala la linea conservatrice del Daily Telegraph

mentre il D. Mirror è laburista; The Guardian e l’ Indipendent non sono schierati

apertamente. Il gruppo Murdoch (Times, Sunday Times e Sun) ha spiazzato tutti

quando alle elezioni del’97 ha appoggiato l’ascesa del laburista Tony Blair.

Durante il lungo governo della Tatcher (anni ’80 e ’90) i giornali sono stati

ondivaghi appoggiandola sul piano della politica estera nella guerra delle Falkland,

per poi criticarla sulla politica delle privatizzazioni delle Ferrovie dello Stato e del

settore minerario. Con Blair si è inizialmente registrato una sorta di idillio, pian

piano scemato fino a quando nel ’98 è cominciata una ricerca continua dello scoop al

fine di pungolare l’immagine rassicurante del leader laburista. Ed ecco sbattute in

prima pagina le questioni familiari del ministro dell’ Interno Jack Strow e quelle

del ministro degli Esteri Robin Cook . Blair ricorda perciò ai media di occuparsi più

di politica che di camere da letto. Ad una simile provocazione i media rispondono

col caso Lawrence, uno studente di colore morto per essere stato accoltellato da

una banda di ragazzi bianchi. Per mancanza di prove vengono scagionati i cinque

sospetti (1996), ma le indagini svolte dal ministero degli Interni riconoscono i gravi

errori della polizia londinese (1997). Nel ’99 contravvenendo alla legge, il Daily Mail

pubblica le foto e i nomi dei cinque teppisti che hanno ucciso Lawrence, oltre a

quelli dei poliziotti rei di aver insabbiato il caso. Con una mossa tardiva Blair,

rivolgendosi ad un magistrato dell’Alta Corte ordina di bloccare la stampa del

rapporto sebbene il Sunday Telegraph abbia già pubblicato la notizia in prima

pagina. Il giornale smantella perciò la prima pagina ricostruendola col titolo “Il

governo blocca le notizie sul caso Lawrence”. Ben presto tutti gli editori firmano un

documento contro l’ingiunzione del giudice Rix, che poi finirà per dare ragione ai

giornali.

Senza dubbio una vittoria storica per quel tipo d’ informazione pronta a denunciare

le violazioni delle istituzioni. Un episodio che ha definitivamente incrinato i

rapporti fra la stampa d’oltremanica e l’ex primo ministro Tony Blair.

2 Le sette vite di Mister Times

Daily Universal Register

Fondato nel 1785 col nome di , assunse tre anni dopo

l’attuale testata. John Walter, l’inventore del quotidiano coltivava il sogno di

creare un giornale svincolato dai partiti e senza una precisa classe sociale di

riferimento.

Il successo iniziò nel 1789 quando venne documentata con tempestività e

precisione la notizia della presa della Bastiglia. Fu sempre il primo quotidiano

inglese ad informare i lettori della disfatta di Napoleone a Waterloo (1815). Il

pubblico di riferimento di quegli anni era l’aristocrazia terriera, i ministri della

Chiesa anglicana, gli ufficiali dell’esercito e i funzionari della Corona: tutti

riconoscevano al Times qualità e autorevolezza nel riportare gli avvenimenti.

Quel Times era disegnato su quattro colonne e la prima pagina conteneva solo i

personals , ovvero annunci di piccola pubblicità, soprattutto di carattere sociale

(nascite, morti etc). I suoi articoli non erano firmati perché “ Non è importante chi

scrive ma ciò che si scrive” come era solito dire il direttore John Tadeus a metà

‘800.

In questo modo ad esempio nessuno sapeva che dietro ai memorabili reportage

sulla guerra di Crimea (1854) si nascondeva la firma di William Howard Russell che

raccontò le ragioni della tragica sconfitta inglese. Si può legittimamente

affermare che Russell inventò un nuovo mestiere senza rendersene conto; infatti

le cronache di guerra fino ad allora erano dei racconti poco attendibili inviati da

ufficiali megalomani (perché si presentavano nei loro brani come eroi) ai direttori

dei giornali. Una crescita costante, che permise (con l’introduzione della rotativa)

di raggiungere le 300 mila copie di diffusione giornaliera, cifra vertiginosa per

l’epoca (1890). Proprio nel momento di massimo splendore cominciò una lenta ma

inesorabile regressione anche a causa dello stile “diverso” dei tabloid. Il Times

cercò di rispondere puntando sull’arma della qualità e della cultura: nel 1902 venne

lanciato il primo supplemento letterario. Ciò nonostante nel 1908 venne toccato il

minimo storico di 30 mila copie vendute in un giorno. A soccorrere il “nobile

decaduto” nel novembre dello stesso anno si presentò Alfred Harmsworth (Lord

Northcliffe), la stessa persona che ne aveva indebolito il prestigio con l’invenzione

della stampa popolare. Si arrivò quindi ad una diffusione media di 160 mila copie

durante la prima guerra mondiale. Alla morte del Lord entrò in scena la dinastia

degli Astor, senza tuttavia scongiurare la crisi del Times, visto che la working class

del secondo dopoguerra non si riconosceva nel linguaggio e nello stile del giornale.

Per far riemergere il quotidiano dalle ingenti perdite bisognerà aspettare fino al

1967 quando la proprietà fu rilevata dal magnate dell’editoria Roy Thomson che a

differenza degli Astor, invece di tutelarne l’immagine decise di apportare una

rivoluzione grafica. La prima pagina fu completamente ridisegnata, con i famosi

personals che vennero relegati al centro del quotidiano per far spazio alle notizie

interne ed estere, oltre alle fotografie: sotto l’aspetto grafico il Times diventò un

giornale come gli altri. Il giornale vecchio stampo si addiceva a un ‘ Inghilterra

imperiale, la cui classe dirigente si interessava più alla vendita di un cavallo che alla

crisi in Indocina, un ‘ Inghilterra che ormai aveva perso il suo sovrano distacco, la

calma olimpica della nazione dominante con cui era solita seguire gli avvenimenti del

“resto del mondo”.

A cavallo tra il ’78 e il ’79 la gloriosa testata chiuse i battenti e nell’agosto del

1980 i giornalisti scesero in piazza per protestare. Tutto a causa della nuova linea

editoriale di Thomson, fedele al motto di “più tecnologia e meno giornalisti”. Come

era già successo altre volte, nel momento in cui tutto sembrava perduto, ecco

arrivare l’editore di turno a rilanciare le sorti “dell ‘ highlander” fra i quotidiani

d’oltremanica: Rupert Murdoch acquistò il giornale nel 1980. Il “tycoon “

australiano ne aveva fatta di strada dopo la laurea in economia ad Oxford, senza

dimenticare la sua esperienza lavorativa al Daily Express. Nel ’52 assunse in patria

Adelaide News trasformandolo in una testata di valore.

la direzione del piccolo

Negli anni ’60 oltre a rilevare il Mirror pensò di allargare il suo raggio d’azione

20 th century Fox

acquistando la casa cinematografica e il network Fox tv. Negli

anni ’90 dopo aver acquistato Star television in Asia ha portato il capitale netto

della sua società, la News Corporation, a 5,3 miliardi di dollari.

Quando Murdoch acquista il T. quindi, non fa altro che mettere in pratica ciò che

aveva fatto fino ad allora e che continuerà a fare per tutta la sua vita. Il segreto

del successo nella gestione dei giornali sta nell’aver capito l’importanza di

controllare sia il contenuto editoriale che la distribuzione (marketing). Infatti da

una parte viene introdotto il colore ed una titolazione più vivace, pur mantenendo il

caratteristico rigore informativo; dall’ altra, negli anni ‘90, viene adottata una

politica dei prezzi molto coraggiosa. Nel settembre del ’93 l’abbassamento del

costo del giornale da 45 a 30 pence conduce alla cifra record di 517 mila copie

giornaliere. E poco importa all’ambizioso Murdoch se i conseguenti maggiori introiti

pubblicitari non compensano i minori incassi derivati dalle vendite. L’unico obiettivo

è quello di essere il numero uno: ad ogni costo e a qualsiasi prezzo.

Così il direttore Stochard puntando su un’ informazione ricca di scoop riesce a

toccare la quota di 760 mila copie giornaliere: una diffusione che pone il Times

dietro al solo Daily Telegraph nell’ambito dei giornali di qualità. Per superare il

rivale, Murdoch decide di chiamare alla direzione il connazionale Robert Thomson.

La nuova strategia operativa prevede un restyling del vecchio Times per diventare

il primo quotidiano veramente internazionale, conservando la sua intransigenza

euroscettica.

Il T. non ha mancato di raccontare l’ Italia post fascista e democristiana, vista di

buon occhio grazie alla triade De Gasperi, Fanfani, Moro. Berlusconi, amico di

Murdoch è stato appoggiato in tutte le tornate elettorali dal ’94 al 2001 per il suo

essere imprenditore di successo, potenzialmente capace di svecchiare lo stato

italiano. La sinistra è stata invece più volte osteggiata con “l’inetto e ingenuo”

D’Alema, a differenza di quanto successo con “l’onesto e modesto” Romano Prodi.

Lo stesso spirito critico si evince nel modo di raccontare le vicende di cronaca.

Emblematico a riguardo il sarcasmo con cui il T. ha raccontato un caso che ha

appassionato il nostro paese: l’esecuzione di Joseph O ’Dell. “Gli italiani si tolgono

anche una soddisfazione…Si sentono superiori agli ammiratissimi americani avendo

sposato la causa del criminale O ’Dell…Che quella stessa società normalmente così

avanzata possa amministrare la pena di morte è una cosa vista con stupore e

orrore”. Con il titolo “Lacrime a Roma” il T. raggiungeva il duplice obiettivo di

irridere all’italianità “sempre pronta al perdono” ribadendo il doppio filo che da

sempre lega la Gran Bretagna agli Stati Uniti.

3 Se sono scandali fioriranno, parola di Sun

Imperativo categorico: solleticare il pubblico. Così il Sun ( di Londra) si è imposto

all’opinione pubblica inglese sin dal 1964, diventando il primo giornale per tiratura e

journal of

diffusione con oltre 4 milioni di copie vendute ogni giorno. La nomina di

the year nel 1971 conferma che la miscela di storie di sesso, cronaca nera, sport e

spettacoli data in pasto alla working class, viene apprezzata. Tuttavia i primi anni

sono stati molto difficili, almeno fino a quando Murdoch non ha deciso nel 1969 di

inaugurare il suo regno nell’ editoria inglese. Viene subito applicata una politica

editoriale basata sulla massima riduzione del personale per ammortizzare i costi di

produzione, oltre all’ingaggio di firme illustri per conferire visibilità al nuovo

tabloid. Il popolare Larry Lamb assume la direzione del giornale che si proietta

quasi elusivamente sugli scoop (anche fasulli), sugli interessi privati, pettegolezzi

di basso profilo, con l’aggiunta di ricchi concorsi e offerte al pubblico. Non

Daily Star

mancheranno alcuni cloni tra i quali il .

Larry Lamb adotta in breve tempo strategie editoriali ancora più spregiudicate

riducendo il prezzo di copertina e ampliando i finanziamenti per il marketing.

Inoltre la terza pagina viene dedicata alle pin-up.

Nel 1981 la plancia di comando viene assunta da Kevin Calder Mckenzie che adotta

uno stile ancor più spregiudicato e velenoso fino ad inventarsi di sana pianta alcuni

scoop che minano la credibilità del giornale al punto da riecheggiare gli

gutter press

accostamenti alla (giornalismo spazzatura). Fra gli altri ha fatto

storia il racconto inventato su Elton John per il quale il famoso tabloid dovrà

sborsare 1 milione di dollari come risarcimento. Ecco la prima pagina del 25

febbraio ’87 :”La fantasia sessuale del cantante rock? Fare all’amore in un bosco

ombusman

con un giovane skinhead ammanettato”. La nomina di un , un garante dei

diritti del lettore, non impedisce al foglio londinese di sborsare 100 mila sterline ai

must

legali della Casa Reale, divenuta un nelle cronache e nei pettegolezzi degli

anni ’80.

A meta degli anni ’90 Murdoch sostituisce Mckenzie con Stuart Higgins che

preferisce toni meno enfatici e roboanti. Negli ultimi tempi le battaglie col Mirror

si sono trasferite dal mercato editoriale ai tribunali giudiziari. In particolare nel

1998 il nuovo direttore Yelland accusa l’omologo Morgan (direttore del Mirror) di

aggiotaggio. Per tutta risposta il Sun viene accusato di diffamazione e, nonostante

le indagini della Press Complaints Commission la vicenda non ha trovato ancora oggi

una soluzione. Se non altro, almeno la sfida editoriale è stata vinta dal Sun che ha

puntato tutto sull’impatto visivo. La prima pagina è sempre occupata da uno o due

titoli cubitali con l’impiego dei famosi puns (giochi di parole). Il servizio principale e

quello di spalla sempre contrapposti per genere, sono impaginati ad incastro e, di

volta in volta l’uno prevale sull’altro in base al rapporto di forza che si vuole dare

alla notizia. La seconda pagina è quella dell’editoriale che esprime il punto di vista

del giornale su temi politici ed economici. Finalmente inizia il giornale vero e

proprio con le notizie di cronaca, pettegolezzi sui divi, furti e violenze, raccontati

anche con l’uso di fotomontaggi. Altre sezioni che hanno riscontrato il favore del

pubblico sono le strisce a fumetti, le barzellette, l’oroscopo e i giochi enigmistici,

oltre alle rubriche dedicate ai lettori. L’ultima pagina è una vera e propria

controcopertina con una foto formato gigante dedicata allo sport.

Il Sun ovviamente non tratta le tematiche su cui si soffermano i qualities,

bandendo anche la rubrica finanziaria, sostituita da annunci economici, romanzi e

previsioni del tempo. Grande successo hanno gli inserti e le edizioni speciali come

Sportsweek Supergoals Sunwoman

, , .

Lo stile scandalistico non viene risparmiato nel descrivere l’Italia concedendo

spazio solo ad avvenimenti sportivi e ad alcune velenose polemiche nei nostri

confronti (“venti ragioni per cui gli italiani sono una barzelletta”). Anche la Francia

è profondamente osteggiata dal Sun.

4 Daily Mail, il magazine quotidiano

Fondato da Alfred Harmsworth, il D. Mail venne pubblicato per la prima volta a

Londra il 4 maggio 1896. La grande intuizione del fondatore fu quella di

comprendere che si era giunti ad una svolta nella storia dell ‘ Inghilterra, con la

working class a recitare il ruolo di protagonista. Non era più il tempo di principi e

principesse o meglio, questi ultimi potevano parlare attraverso l’immagine d’eroi

normali, più vicini ai sogni e alle angosce della gente. Il nuovo lettore voleva notizie

in grado di coinvolgerlo completamente. Ecco come la sfortunata avventura

dell’elefante Jumbo costretto a lasciare l’ elefantessa Alice e talmente disperato

da piangere durante tutto il viaggio verso l’America, abbia fatto schizzare il D.

Mail in testa alle vendite a fine ‘800. Premiato con 500 mila copie vendute (1

milione a inizio ‘900), il tabloid lasciava spazio più ai personaggi che non agli

avvenimenti. Le sue pagine offrivano testimonianze delle invenzioni epocali

(telefono, automobili, luce elettrica), senza dimenticare le battaglie sociali; per la

prima volta vennero introdotte apposite rubriche anche sull’universo femminile.

Durante la prima guerra mondiale il giornale diventò l’organo ufficiale dell’esercito

britannico, sfruttando i soldati al fronte come fonte per le notizie.

Alla sua morte nel 1922 Harmsworth (nel frattempo diventato Lord Northcliffe)

insieme al fratello controllava più di un terzo dell’editoria inglese. Con alle spalle

una simile solidità economica, il D. Mail continuò ad essere il primo tabloid nel

periodo fra le due grandi guerre, sfondando il tetto dei 2 milioni di esemplari

venduti al giorno.

A partire dalla seconda metà del ‘900 il nuovo editore David English ha cercato di

evitare il sensazionalismo del Sun, optando per un giornalismo più scrupoloso, una

sorta di compromesso fra quello popolare e d’elite. Dal 1998 il suo successore Paul

Dacre sta mantenendo la reputazione del giornale: sempre rigoroso ma non per

questo austero.

Il D. M. si è evoluto insieme alla working class preferendo ad un’ informazione

gridata una pubblicistica più attenta . Ciò ha permesso di superare nelle vendite

anche lo storico concorrente Mirror con quasi 3 milioni di copie. Il segreto del suo

successo si spiega in virtù degli scoop basati su fonti certe, come avvenuto nel ’92

quando il Sun ha iniziato a pubblicare i diari di Hitler, bruciando in modo astuto i

giornali concorrenti. Due anni più tardi il quotidiano londinese smaschera una volta

per tutte la leggenda del mostro di Lochness.

Due episodi che testimoniano l’evoluzione giornalistica del vecchio tabloid che ha

sposato le inchieste e la pubblicistica investigativa, lasciando inalterata la

composizione del giornale. In prima pagina spicca sempre una foto-copertina con

titoli a caratteri cubitali, mentre all’interno si affrontano i temi più svariati avendo

come riferimento il lettore medio inglese.

Politicamente la sua tradizione conservatrice è stata interrotta nel ’97 con

l’appoggio a Blair.

Profondamente euroscettico, il D. M. si è occupato poco delle vicende politiche

italiane, anche se fu il primo giornale a documentare il miracolo economico italiano.

5 Le altre testate inglesi

Una recente indagine dell’ Unione Europea ha evidenziato come solo il 20% del

pubblico inglese crede a quanto scritto sui giornali, un dato su cui pesa moltissimo

la scarsa affidabilità dei tabloid e dell’ informazione scandalistica che compare sui

News of the world

domenicali. Tra questi il è il più letto con oltre 5 milioni di copie

vendute. Sin dal primo numero del 1843 gli obiettivi erano chiari: un giornale

adatto ai mezzi delle classi più povere che intendeva conquistare, grazie ad

un’ampia circolazione, anche l’attenzione delle classi più agiate. I delitti più

efferati hanno trovato qui la loro bibbia, compreso il serial di Jack lo Squartatore.

Sunday People

Altro domenicale sulla stessa falsariga è il fondato nel 1881 e oggi

Sunday Times

appartenente al gruppo Mirror. Il domenicale di qualità (1821) ha

avuto una tiratura molto limitata fino al 1969, quando la coppia Hamilton (editore)

Thompson (direttore) è riuscita a risollevarne le sorti. Con Murdoch (dal 1981) il

giornale ha raggiunto tirature record a discapito della qualità. Le tre mosse del

magnate australiano hanno riguardato il trasferimento delle sede, l’introduzione

dei più moderni macchinari e il taglio del personale. Oggi arriva a 300 mila copie.

Observer

L’obiettivo del rivale (1791) è quello di scoprire sempre la verità. Sin da

subito dichiara la sua indipendenza politica mostrando attenzione alle tematiche

sociali. A inizio ‘800 con Clement alla direzione viene trattata la cronaca nera e si

comprende la regola d’oro del giornalismo: sono le notizie che fanno vendere il

giornale. Un caso emblematico è rappresentato dalla storia della regina Carolina,

ripudiata da Giorgio IV di Francia, verso la quale il pubblico prova simpatia. Garvin

ed Astor nel ‘900 ne hanno accresciuto il prestigio e l’ autorevolezza.

Recentemente con l’ acquisto del gruppo Scott Trust è stato introdotto il colore in

prima pagina, oltre alle foto patinate, mentre il formato è rimasto quello del

Sunday Telegraph (1835) è il

classico lenzuolo che contraddistingue i qualities. Il

giornale (conservatore) più vicino alla Casa Reale. Superata la crisi degli anni ’80,


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Riassunto per l'esame di Giornalismo Internazionale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Europa di Carta: Guida alla Stampa Estera, Salemi. Gli argomenti trattati sono: storia del giornalismo francese: un giornalismo militante e d'opinione, uno dei giornali più importanti per i cittadini francesi: Le Monde.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze internazionali e diplomatiche
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Giornalismo internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Milan Marina.

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