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Storia del giornalismo francese

1 Un giornalismo militante e d’opinione Ipsos Media

Una recente indagine dell’ istituto statistico ha rivelato che i giornali

Le

veramente nazionali perché letti in tutto il paese, in Francia sono solo cinque:

Figaro Le Monde Liberation Les Echos L’Equipe

, , , (giornale economico) e (sportivo). È

evidente quindi che la stampa d’oltralpe sia imperniata su una pubblicistica regionale e

provinciale fortemente sviluppata. Ciò è dovuto soprattutto a motivazioni storiche, in

particolare all’evoluzione del giornalismo dopo la rivoluzione francese, fino ad arrivare

all’avvento della tv, che ha modificato profondamente il quadro della vendita dei

giornali.

Il 1789 segna l’avvento di una pubblicistica fortemente politicizzata e militante,

caratteristica tuttora presente. Nascono in quell’anno 200 nuove testate tra le quali l’

Ami du peuple, Le patriote francais Le rivolutions de France et de Braban

e t, che

inneggiano ai principi di libertà, uguaglianza e fratellanza. Ma la democrazia stenta a

decollare e la dittatura instaurata da Robespierre nel 1792 sancisce la fine della

libertà di stampa, con il famigerato Comitato di salute pubblica che porta al patibolo

migliaia di cittadini sospettati di tradire il nuovo ordinamento. La libertà d’opinione

non torna nemmeno con la fine del terrore (1795), in quanto la nuova legge sulla

stampa (1796) stabilisce la pena di morte per coloro che avrebbero propugnato la

distribuzione dei poteri pubblici. François Noel Babeuf attraverso il suo giornale

Tribune du Peuple Manifesto degli uguali

( ) stampa il , diventando l’emblema dei

giornalisti che pagheranno con la morte il loro operato. Il definitivo declino della

libertà di stampa arriverà nel 1799 con il colpo di Stato di Napoleone Bonaparte.

La fine del ‘700 rappresenta dunque la fase embrionale del giornalismo francese; le

Le Temps

grandi testate nasceranno tutte nel secolo successivo. Ecco (1829) venduto

Le Petit Journal

esclusivamente a Parigi, mentre (1863) rappresenta il primo esempio

Le Petit Parisien

di giornalismo rivolto alle masse, alla stregua dei tabloid inglesi.

(1876) punta invece su due generi giornalistici: le cronache sportive e i romanzi

d’appendice. Gli altri fogli d’informazione dell’epoca sono testate preminentemente

Action Autoritè

politiche: l’ a favore dei repubblicani di sinistra, l’ per i monarchici e l’

Humanitè di estrema sinistra.

Il banco di prova che connoterà tutti questi giornali in chiave definitivamente politica

’Aurore

fu l’ affare Dreyfus. Il 13 gennaio 1898 comparve sull un articolo di Emile Zola

J’accuse

intitolato provocatoriamente “ ” e costato all’autore una condanna per

diffamazione: una violenta denuncia sull’ingiusta condanna per spionaggio subita

quattro anni prima dal capitano Alfred Dreyfuss, processato su semplici prove

indiziarie poi (solo 12 anni dopo la condanna) rivelatesi false. Si acuirono così le

tensioni sociali e politiche in Francia, che si divise drammaticamente in innocentisti e

Le Figaro Le

colpevolisti. I giornali rispecchiarono fedelmente questa situazione con ,

Matin l’Aurore dell’Echo de Paris l’Authoritè

e a favore di Dreyfuss, a differenza , , l’

Intransigent Le petit journal

e . Tutte le tensioni esplose nel paese dopo la grave

sconfitta subita nel 1870 ad opera della Prussica, si coagularono nella suddetta

divisione, con l’ebreo Dreyfuss a fare da capro espiatorio, il simbolo dell’antisemitismo

che si diffuse in Francia grazie a personaggi come Eduard Drumont. Quest’ultimo

auspicava una rivolta degli emarginati contro i ricchi ebrei borghesi e profittatori. In

Francia, grazie ad una pubblicistica decisamente schierata, nacque perciò la questione

ebraica da cui partirono le successive persecuzioni e il nazismo.

All’alba del ‘900 la situazione del giornalismo francese vedeva Le Petit Journal

sfondare quota 1 milione di copie. Le Petit Parisien era il più letto a Parigi e provincia,

mentre Le Temps si stava spostando su posizioni più moderate e L’Echo de Paris era

già diventato un quotidiano economico.

Allo scoppio della prima guerra mondiale il governo si affrettò a proclamare lo stato

Bureau de Presse ”, una commissione di 45 giornalisti per

d’assedio per poi creare la “

la stesura di articoli a sostegno del morale nazionale, affrontando ottimisticamente i

temi bellici. Alla fine del conflitto i giornali che più degli altri avevano appoggiato le

operazioni militari, tra i quali l’ Echo de Paris, persero la loro autorevolezza. E proprio

mentre la radio stava cominciando ad affermarsi, la stampa periodica riuscì a

l’Illustration Le

ritagliarsi un ruolo importante nell’editoria francese. Alcune riviste ( ,

Miroir Le canard enchainè

e il satirico ) raccontarono l’evoluzione della società con

l’utilizzo delle fotografie. Services de Information per riportare in auge la censura e

Nel 1938 venne istituito il Bureau de Presse

la propaganda di guerra, senza però ottenere il successo della . La

situazione era infatti completamente diversa rispetto a quella della prima guerra

mondiale, dato che l’avanzata nazista aveva spaccato in due la Francia: dopo

l’armistizio di Parigi il maresciallo Petain andò a costituire il governo collaborazionista

di Vichy nel territorio meridionale non occupato. Tuttavia dal 1943 iniziò a diffondersi

Le Tèmoignage Chrètien

la stampa clandestina, in particolare grazie a due quotidiani: e

Defence de la France France Soir

la (poi divenuto ).

Alla fine del conflitto ritornò quell’elemento militante che da sempre ha

caratterizzato la stampa d’oltralpe: l’informazione si divise sui due personaggi

destinati a segnare profondamente la politica francese nella seconda metà del ‘900.

Da una parte Charles De Gaulle (appoggiato da Le Figaro, Le Parisien e inizialmente da

Le Monde), simbolo della lotta partigiana, capo del comitato di liberazione e

presidente del governo provvisorio della repubblica. Fu lui a volere che dalle ceneri di

Le Monde

) destinato a riportare la Francia al centro

Le Temps nascesse un giornale (

dell’opinione pubblica del mondo. Dall’altra ecco François Mitterand (appoggiato da

Liberation e più tardi da Le Monde), ex ufficiale del governo collaborazionista di

grandeur de la France ” che

Vichy. Due personaggi, due diverse interpretazioni della “

per il primo corrispondeva alla tradizione conservatrice e bonapartista della forza

militare. Per il secondo la grandezza del paese discendeva dal mito rivoluzionario del

1789, dall’illuminismo, da Voltaire e Rousseau.

Contemporaneamente si registra anche in Francia il fenomeno della concentrazione del

panorama informativo in mano a pochi grandi editori, che sono:

Hachette

1. il guppo della famiglia Lagardere;

Socpresse

2. la della famiglia Hersant, con la figura di Robert H. uomo politico e

proprietario di testate come France Soir e Le Figaro e che giunse a controllare

gran parte dell’informazione specializzata francese;

Jean Prouvost

3. gruppo editoriale legato a la cui fortuna è inizialmente legata al

Match Cosmopolitan

settimanale . Fino al 1975 controllava anche Le Figaro e ,

Marie Claire

magazine di successo rivolto ad un pubblico femminile insieme a ;

Marcel Boussac

4. gruppo di che inizia pubblicando alcune riviste sportive per poi

Le Progrès Le

conquistare alcuni importanti giornali di provincia come di Lione e

Dauphinè Liberè di Grenoble;

Boyard Presse

5. la che si dedica alla divulgazione di tematiche religiose con il

Le Croix Le Pèlerin du XX secle La

quotidiano , il settimanale e il magazine

Documentation Catholique .

Per ridurre il fenomeno della concentrazione il governo studia una legge antitrust

che trova compimento nel 1984, stabilendo che una stessa persona non possa

possedere più del 15 % della tiratura di tutti i quotidiani nazionali dello stesso

genere. Non tardano ad arrivare le critiche, dovute al fatto che la legge, in

sostanza, legittima lo status quo, senza prevedere alcun incentivo per la

costituzione di nuove aziende. Nemmeno la nuova legge del 1986 e i feroci dibattiti

degli anni ’90 riusciranno a frenare il problema dei trusts editoriali, a causa della

connivenza di questi ultimi con i personaggi politici. La sola eccezione è

rappresentata dalla stampa gratuita (free press) che dal 2002 ha cominciato ad

intaccare sensibilmente le vendite dei giornali più popolari (ma non degli altri

giornali). In Italia invece la lettura dei giornali gratuiti si svolge parallelamente a

quella dei grandi quotidiani nazionali e regionali, con l’effetto di raggiungere chi

normalmente non compra il quotidiano.

Come al solito sono i numeri a parlare chiaro se si pensa che la tiratura complessiva

dei giornali in Francia sia aumentata solamente di 1 milione di copie dal 1914 al

1980, a fronte di una contemporanea crescita della popolazione che ha raggiunto i

53 milioni di abitanti (rispetto ai 36 milioni del 1914). Ad aggravare la situazione

l’aumento del prezzo di vendita, nonostante gli sgravi fiscali e le tariffe agevolate

riconosciute dal governo nel 1994. Il problema è infatti endemico dato che in

Francia la stampa non ha attecchito particolarmente nella popolazione: l’elemento

militante ha col tempo creato disaffezione.

Non bisogna dimenticare però, che i giornali francesi sono stati i primi a porre le

questioni sulla libertà di stampa e d’opinione per le grandi democrazie occidentali.

La legge francese del 1881 sulla libertà di stampa, fungerà quindi da modello per le

analoghe norme degli altri stati europei.

2. Monsieur Le Monde, il grillo parlante dei francesi

Le Monde è il giornale simbolo della storia della Francia dal secondo dopoguerra in

Le Temps

poi. Raccolse l’eredità di che fu sospeso insieme a tutta la stampa

collaborazionista. Così l’ideatore del nuovo giornale, il generale De Gaulle, affidò la

direzione ad Hubert Beuve-Mèry, che scelse il formato tabloid. I primi tempi non

furono facili a causa soprattutto dell’alto costo della carta. Perciò il 15 gennaio del

1945 il governo impose ai giornali francesi una riduzione del 50% nelle forniture di

carta, lasciando tuttavia la possibilità di pubblicare meno pagine o di optare per

una minor tiratura. Il direttore si rese conto che per assicurare a Le M. una

precisa identità sarebbe stato necessario puntare su una minor diffusione,

offrendo così al lettore un giornale completo. Il prezzo di tre franchi (il doppio

rispetto agli altri quotidiani) giustificava un pubblico formato dalla media

borghesia, gli intellettuali cattolici e di sinistra e la futura classe dirigente, che

poteva permettersi di spendere qualcosa in più. I lunghi articoli su argomenti anche

molto difficili, insieme ad una grafica severa, non impedirono al giornale di

ottenere successo. In pochi mesi nel 1946 Le Monde si colloca ai vertici

dell’editoria francofona: otto pagine ricche di commenti e di reportage anche

dall’Africa e dalle ex colonie; editoriali infuocati che ne legittimano la fama di

bastian contrario, sempre in opposizione alle decisioni del governo. In particolare si

fa promotore di una campagna contro l’adesione della Francia alla Nato, paventando

il pericolo di un dominio americano col rischio per l’Europa di diventare il nuovo

campo di battaglia tra i russi e gli statunitensi. Il pubblico comincia ad apprezzare

il tono irriverente del giornale, il suo essere une sorta di grillo parlante per la sua

autorità e indipendenza di giudizio.

Una vicenda fondamentale per il proseguimento della storia di Le M. avviene alla

fine del 1949, quando due importanti soci della società editrice escono dal

comitato di direzione prendendo le distanze da Beuve-Mery , contro il quale si

schiera anche il governo, costringendolo a rassegnare le dimissioni. A sostegno del

direttore scende in campo la redazione, al fine di tutelare l’indipendenza del

giornale e la libertà d’informazione. Si ottiene un compromesso secondo il quale

Beuve-Mery sarebbe rimasto al timone ancora per qualche mese, facendo poi

decidere all’assemblea dei soci la sua permanenza o il suo licenziamento. Con

grande sorpresa il direttore viene riconfermato. Inoltre i giornalisti ottengono una

parte del capitale azionario e la possibilità di prendere parte alle scelte editoriali.

Possono quindi continuare le battaglie di Le M. contro le scelte del governo, anche

a costo di enormi contraddizioni come quando viene sostenuta la guerra

anticoloniale in Indocina.

In un primo momento il giornale appoggia il ritorno al governo De Gaulle, salvo poi

tornare sui suoi passi nel momento in cui il generale decide di ritirare la Francia dal

Patto Atlantico. Infatti la situazione era diversa rispetto alla fine del secondo

conflitto mondiale; per cui sarebbe stato assurdo scegliere ora una posizione

isolazionistica e velleitaria. Una nuova rottura arriva nel 1962 quando Le M. si

oppone al progetto di De Gaulle di istituire l’elezione diretta del presidente. Da

questo momento in poi il giornale si sposterà sempre più a sinistra, restando

comunque fedele alla sua fama di organo di stampa serio e credibile all’estero.

Nel 1969 quando lo storico direttore sceglie Fauvet come suo successore, inizia

una lunga crisi dell’editoria francese, destinata a protrarsi fino agli anni ’80, con la

scomparsa di molti quotidiani e un netto calo di lettori. L’ascesa della tv (pubblica

e privata) non gioca a favore.

Nel 1985 con al timone Andrè Fontane spunta l’ idea di aprire la società a nuovi

soci: 12 mila lettori diventano azionisti salvando il foglio dalla bancarotta. Pochi

anni e la crisi si ripresenta in tutta la sua gravità: la redazione è costretta nel ’91

ad accettare per la prima volta un direttore non giornalista, l’economista Jacques

Lesourne, che opera una politica di taglio dei costi. La svolta arriva però nel 1994

quando Colombani assume la direzione del giornale decidendo di fare ricorso a

finanziamenti esterni, rinnovando la formula editoriale e grafica. Tuttavia i dati

numerici sono impietosi a causa delle ingenti perdite (120 milioni di franchi dal ’90

al ’94; le vendite passate dalle 434 mila del 1981 a 330 mila). L’autonomia e

l’indipendenza, ai limiti dell’autolesionismo, restano i punti cardine per il rilancio del

Alcatel

, infastidito dalle

giornale anche quando il colosso delle telecomunicazioni

accuse di corruzione, cancella il proprio investimento pubblicitario di 3,5 milioni di

franchi.

Nel 1995 vengono lanciate le pagine regionali, ma soprattutto viene inaugurata la

prima edizione online del giornale. Il 15 gennaio 2001 esce nelle edicole il nuovo Le

M. completamente rinnovato nella sua veste grafica con un aspetto meno austero,

con più fotografie, con il potenziamento della pagina sportiva e di quella degli

spettacoli, oltre all’introduzione delle pagine sull’U.E. e sull’alta finanza. Ma il

progetto di Colombani passa anche per la quotazione in Borsa del giornale, al fine

di ottenere nuovi capitali. Oggi Le M. appartiene essenzialmente ai suoi redattori,

mentre i 12 mila azionisti-lettori detengono circa il 10% del giornale; quasi il 37%

della società è poi in mano a sei società d’investimento. Il direttore Colombani

riesce così a mettere d’accordo l’esigenza d’indipendenza con le regole del

mercato, superando lo scoglio giuridico che impedirebbe ad una società editrice il

collocamento al listino parigino.

Le M. è sempre stato molto attento alla situazione politica italiana attaccando

apertamente la politica di Craxi ed elogiando più volte D’Alema; molto osteggiato

Berlusconi (“incubo reazionario e fascista”). Tutto questo affidando i suoi articoli a

commentatori interni (Antonio Tabucchi) o esterni (Dario Fo), facendo spiegare a

personaggi del calibro di Pietro Veronese come Berlusconi sia al di fuori dello

Stato di diritto per il suo radicalismo e perché emana leggi ad uso personale. Un

giudizio corretto qualche mese più tardi quando il quotidiano francese ha

affermato che Berlusconi va accettato in quanto è l’espressione dell’elettorato

italiano.

Quest’anima trasversale fa apparire ancora oggi il giornale come un bastian

contrario, rendendo orgoglioso il lettore, consapevole che con Le M. avrà sempre

una visione particolare degli avvenimenti. Un giornale sin dalla sua nascita rivolto ad

un pubblico di sinistra e alla classe dirigente, non solo francese ma dei principali

paesi europei. Un giornale laico ma che nel 2002 è diventato l’azionista di

Publications de la Vie Catholique

maggioranza del gruppo , un’operazione che si

inquadra in una strategia d’espansione sempre più grintosa.

3. Le Figaro, conservatore, ma non troppo

Nasce nel 1826 come periodico delle belle arti e delle lettere su iniziativa di due

intellettuali, Alhoy e Arago, che lo pensano come un foglio di 4 pagine che riporti le

cronache letterarie e articoli sulla moda o sugli spettacoli. Nel 1854 viene

acquistato da Hyppolite de Villemessant che lo trasforma in settimanale attento

alle notizie politiche e alla vita di corte, facendo diventare Le Figaro l’organo più

diffuso dell’aristocrazia parigina. Nel 1866 finalmente assume l’identità di

quotidiano, avvalendosi della collaborazione di alcune firme prestigiose che lo

qualificano come foglio serio e autorevole. Parallelamente alla crescita dei lettori

iniziano a comparire i primi reportage, ispirati allo stile inglese del Times, senza

trascurare la cronaca locale. Non si sottrae dai d

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Giornalismo internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Milan Marina.
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