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Introduzione

Considerando un insieme di fattori, è possibile individuare tra letteratura e giornalismo una costante "intimità", anche a fronte di una serie notevole di differenze:

  • Da un lato, la scrittura letteraria presenta carattere duraturo (anche di fronte a un flop, quel fallimento condanna di fatto lo scrittore per tutta la vita). Dall’altro lato, invece, la scrittura giornalistica ha carattere effimero; questa fugacità della scrittura giornalistica è stato poi peraltro motivo di pregiudizio per qualcuno (come B. Croce), il quale criticava appunto questo carattere effimero, improvvisato della scrittura giornalistica.
  • Un’altra differenza è che lo statuto costitutivo della letteratura può essere individuato nella volontà di rielaborazione/invenzione della realtà (anche se la Bertoni, in realtà, a questo proposito, usa un termine molto forte, parla di "menzogna"). Viceversa, lo statuto costitutivo del giornalismo è almeno presumibilmente nella veridicità. La sua presunzione è infatti sempre quella di proporsi come scrittura veridica. Di conseguenza, mentre la scrittura letteraria presenta un carattere più soggettivo, quella giornalistica ha un carattere presuntivamente oggettivo;
  • La scrittura letteraria è inoltre caratterizzata da processi creativi autonomi per il testo letterario, almeno in buona misura, laddove il processo creativo della scrittura giornalistica è spessissimo di squadra.
  • Infine, la scrittura letteraria appartiene al dominio dell’arte, mentre la scrittura giornalistica al dominio della comunicazione mediatica. Per entrambe, però, il rapporto con il potere è fondamentale.

Alla luce di queste differenze e di questa precisazione possiamo quindi dire che il rapporto tra letteratura e giornalismo si tratta di un binomio stretto. Dallo studio di questo binomio possiamo poi ricavare:

  • Il disagio dell’intellettuale (vate, maudit, engagé);
  • Le funzioni della parola, non soltanto comunicative, ma anche narrative, descrittive ecc.;
  • Il peso della ricezione (intesa come rapporto che l’autore riesce ad avere con il pubblico), differente per articoli e opere letterarie, a seconda del rapporto col tempo.

Capitolo 1: Scrittori giornalisti, giornalisti scrittori

La Bertoni fa una rassegna

La Bertoni fa una rassegna, una campionatura di scrittori che si muovono tra letteratura e giornalismo. Principalmente fa riferimento agli scrittori/giornalisti la cui duplice attività si configura non come lavoro parallelo, bensì come interazione fertile, tale da incoraggiare nuove forme di giornalismo e da fornire nuovo impulso alla letteratura. Prende quindi in esame sia quegli scrittori che hanno ricevuto linfa dal loro lavoro giornalistico sia quei giornalisti che hanno a loro volta ricevuto linfa dalla pratica narrativa.

Interconnessioni tra letteratura e giornalismo

Si esaminano le interconnessioni tra i due campi, letteratura e giornalismo. Vengono analizzati sia gli spazi che i giornali destinano alla letteratura con proficuità (si pensi all’elzeviro), sia le suggestioni che la letteratura produce sulla scrittura giornalistica (si pensi al new journalism e al non fiction novel).

Tematizzazione letteraria del giornalismo

La Bertoni esamina la tematizzazione letteraria del giornalismo, cioè alcuni casi in cui il giornalismo è diventato tema, oggetto di letteratura (per esempio il rapporto tra giornalismo e potere, tra giornalismo e vocazione letteraria, tra giornalismo e pubblico).

Cap. 1 Scrittori giornalisti, giornalisti scrittori

Giornalismo e romanzo alla conquista della modernità

La storia del giornalismo è piena di scrittori: il giornalismo è infatti una tappa obbligata per moltissimi scrittori almeno fino alla prima metà del novecento. Solo più recentemente è diventata più una scelta che un obbligo. Molti autori, dunque, si fanno le ossa nei quotidiani e nelle riviste, utilizzandoli come trampolino di lancio e in alcuni casi traendo anche compensi economici difficilmente raggiungibili con la letteratura. Le fisionomie in cui si incarnano gli scrittori/giornalisti sono fondamentalmente quelle di: recensori, elzeviristi, inviati speciali, cronisti di nera, commentatori di sport.

La stampa periodica anche oggi partecipa a una fase di recessione e fatica a guadagnare prestigio: financo nel XVIII secolo viene bersagliata e criticata dai pensatori reazionari e dai philosophes che contrappongono la dimensione viva, e perciò anche effimera, squilibrata, della pagina di giornale, alla solidità dei grandi libri. La stampa periodica ha dunque dovuto faticare parecchio per raggiungere credibilità. Nonostante questi pregiudizi, la scrittura giornalistica, sin dal principio, comincia ad esercitare sulla letteratura uno straordinario fascino: costituisce infatti un punto di riferimento importante per un genere ugualmente carico di pregiudizi, cioè il romanzo. Il romanzo, proprio per via della sua varietà di modelli, di soluzioni espressive e di temi, assorbe facilmente dalla stampa sia specifici contenuti e obiettivi, sia il contatto con l’attualità.

In questo senso, il panorama settecentesco è già molto indicativo, anche se circoscritto alle gazzette e riviste critico-filosofiche (il Tatler, lo Spectator, il Journal des Savants, la Frusta letteraria, il Caffè) a cui si affiancano periodici promossi da grandi scrittori, come:

  • Defoe che nel 1704 fonda The Weekly Review;
  • Swift che nel 1710-1711 dirige l’Examiner;
  • Marivaux che nel 1721-1724 gestisce Le Spectateur français;
  • Prévost che nel 1733 dà vita a Le Pour et le Contre.

Questi grandi scrittori del '700 traggono quindi linfa, giovamento, dalla loro pratica giornalistica. Sono tutte esperienze diverse ma essenziali nella maturazione degli scrittori che le hanno animate, così come del rapporto giornalismo-letteratura. Per Swift, ad esempio, il giornalismo rappresenta lo stimolo per una satira della società che raggiunge poi la sua acme, il suo apogeo, con I Viaggi di Gulliver (1726). Per Defoe, invece, l’attenzione agli aspetti quotidiani e scabrosi dell’esistenza traspare sia nei romanzi sia nel Diario dell’anno della peste (1722), un reportage fittizio che scrive dopo aver seguito come giornalista le epidemie di peste del 1711 e 1721. A distanza di anni, farà affiorare le sue memorie, le sue testimonianze e le mette al servizio di una scrittura di finzione. Questo non è altro che un effetto determinato da una pregressa esperienza in campo giornalistico.

Marivaux è invece uno scrittore che si colloca nella metà del seicento, la cui scrittura presenta quindi molti stilemi di tipo barocco. Per lui la possibilità di inserire nella sua rivista racconti vari consente di potersi liberare di alcune soluzioni narrative di impianto tipicamente barocco. Egli, in questo modo, affina, alleggerisce l’esperienza barocca appunto tramite la sua esperienza giornalistica.

Con il passare del tempo il quadro si amplia e dal principio dell’800 i periodici (grazie anche alle innovazioni tecnologiche come il torchio a vapore, le rotative, il telegrafo) accelerano i ritmi di produzione e diffusione. Queste innovazioni tecnologiche portano a un miglioramento della stampa e consentono anche un aumento del prestigio della stampa stessa. Il problema della censura è invece ancora molto determinante, soprattutto in alcuni paesi; in altri (ad esempio nella Francia napoleonica), invece, i controlli vengono allentati. I periodici diventano così, nel frattempo, veicoli di idee, mezzo di sussistenza e autopromozione per molti scrittori, anche in coincidenza con il crollo di protezioni e mecenatismi. L'incarnazione degli scrittori in diverse fisionomie (recensore, cronista ecc.) talvolta viene accompagnata nella sua durata da uno pseudonimo che sancisce, in un certo senso, una doppia vita dell'autore, il quale è conosciuto dal pubblico nella sua doppia veste di scrittore e giornalista. Si creano così dei percorsi diversificati e il giornalismo in assoluto diventa per tante ragioni un mezzo, un canale irrinunciabile ma che ha anche dei forti aspetti negativi, in quanto li sfianca di lavoro, li orienta a obiettivi effimeri e li obbliga poi, non secondariamente, a nascondersi spesso dietro l’anonimato.

In questa fase dell’intreccio tra letteratura e giornalismo (intreccio non come semplice scorrimento di vite parallele ma come fertile intersezione) sono fondamentali due nomi: quello di Dickens e quello di Balzac. Entrambi scrittori giornalisti, grandi scrittori e maestri del realismo moderno, dimostrano quanto dal giornalismo la letteratura possa prendere la curiosità, ma anche la passione, per l’esperienza della quotidianità, così come l’intento di formare il lettore e demistificare, cioè segnalare la realtà piuttosto che l'apparenza di realtà. Per Balzac, in particolare, il rapporto con il giornalismo sarà alla base della sua Comédie humaine, un gigantesco affresco della società francese e di tutti i suoi “attori”, come dimostrano alcuni travasi di articoli giornalistici nell’impianto dell’opera. Di fatto, egli probabilmente non sarebbe potuto arrivare a quest'opera, non sarebbe riuscito a tratteggiare con grande abilità e maestria questo affresco senza la sua esperienza di giornalista. C'è da dire comunque che il rapporto di Balzac con il giornalismo è stato controverso, da un lato molto vivo, ma allo stesso tempo discontinuo e tormentato. Inizialmente collabora infatti più volte con le testate dell’editore Emile de Girardin; dirige poi la “Cronique de Paris” e “La Revue Parisienne” ma poi, successivamente, sviluppa una forte insofferenza per il settore, riversata, oltre che nelle pagine dei suoi romanzi, in un pamphlet, la Monographie de la presse parisienne, dove stigmatizza duramente la professione (con i suoi tempi febbrili, l'asservimento al potere e la ricerca dello scandalo a tutti i costi), al punto da affermare alla fine, parafrasando Voltaire, che “se la stampa non ci fosse, bisognerebbe non inventarla”.

Ugualmente significativa per la produzione narrativa è l’attività giornalistica di Dickens: proprio quel taglio rapido, tipico della scrittura giornalistica, viene assimilato da Dickens e accolto anche nella sua scrittura narrativa, sul piano espressivo e stilistico. Diversamente da Balzac, però, il suo rapporto con il giornalismo è stato meno contorto: pubblica inizialmente su due giornali dei bozzetti di costume, che danno alla sua produzione narrativa un forte impulso; in seguito al loro successo comincia a pubblicare mensilmente a puntate Il circolo Pickwick. Collabora poi con l’Examiner e diventa direttore del “Daily News” e di altre due riviste. A differenza di Balzac, inoltre, nell'opera di Dickens il contatto con la contemporaneità non fa riferimento in maniera specifica a eventi e persone e gli intrecci non sono solitamente arrestati da pause saggistiche.

Naturalismo e stampa d’inchiesta

Nella seconda metà dell’800 la stampa periodica ha decisamente acquisito prestigio, in gradi diversi a seconda del contesto, grazie anche a queste penne e attraverso la partecipazione di tanti scrittori. Essa inoltre ha definito meglio i suoi settori: ora c’è infatti il comparto della cronaca, delle inchieste, dei reportages di viaggio e di guerra, delle recensioni, ecc. In base a questa crescita i confini tra letteratura e giornalismo si irrigidiscono, cioè si definiscono, si codificano meglio tutti questi settori della stampa periodica. Soprattutto per gli scrittori naturalisti la stampa rappresenta un vero e proprio humus fertile. Arricchisce i suoi “documenti umani”, consente di rifiutare gli intrecci studiati e incoraggia l’attenzione agli aspetti più infimi e scandalosi dell’esistenza. Tutto ciò non può chiaramente non trovare linfa nella cronaca. Spesso infatti i casi di cronaca fungono da stimolo per il racconto di una vicenda. Anche per la scrittura naturalistica si possono fare i nomi di due scrittori giornalisti assai significativi: Emile Zola e Matilde Serao.

Zola è stato un giornalista molto a lungo, per quasi vent’anni, tra il 1865 e il 1881, con diverse specializzazioni di scrittura. Ma la sua fama di giornalista si deve soprattutto ai suoi articoli di accusa su grandi questioni di attualità. Si pensi ad esempio alla sua campagna a favore di Dreyfus, un ufficiale ebreo condannato alla deportazione per spionaggio, in seguito a delle false testimonianze. Dopo una attenta consultazione dei documenti, che lo convincono dell'innocenza dell'imputato e del complotto ordito ai suoi danni, Zola si impegna in questa campagna pubblicando tre articoli sul “Figaro” ma soprattutto il suo famoso J’accuse (la lettera rivolta al presidente della Repubblica Felix Faure e pubblicata nel 1898 sull’Autore) che è diventato oggi parola d’ordine della stampa impegnata. La sua battaglia, grazie alla stampa, raggiunge notevole risalto, sensibilizzando l'opinione pubblica, e termina poi con successo: nel settembre 1899, infatti, il nuovo presidente della Repubblica francese concede la grazia a Dreyfus. Proprio con questa protesta e con questo successo, Zola giunge al coronamento della sua attività giornalistica, caratterizzata dall'anticonformismo, dalla sfida ai preconcetti e dal coraggio di esporsi in prima persona.

Nonostante l’impegno giornalistico, Zola è però innanzitutto un romanziere che guarda anche ad opere che già hanno avuto un legame con il giornalismo: si pensi al nesso di continuità tra la Comédie humaine di Balzac e il suo ciclo dei Rougon-Macquart. Diversamente da Balzac, però, Zola non svilisce, non rinnega mai la sua esperienza giornalistica, ma ne sottolinea più volte il valore: per lui, infatti, la scrittura giornalistica rappresenta il mezzo migliore per attingere a una conoscenza più dolorosa e profonda del mondo moderno e anche i suoi ritmi frenetici non sono valutati negativamente. Nel ciclo dei Rougon-Macquart, ogni singolo volume, dedicato a un aspetto della società francese, è impostato sulla base di inchieste attente e di un lavoro di documentazione estremamente meticoloso. Ad esempio, le sue recensioni teatrali e i suoi articoli sugli aspetti mondani e sui retroscena degli spettacoli costituiscono un materiale primario per l’ossatura del romanzo Nana. In Zola, inoltre, l’esperienza giornalistica inculca nei romanzi il coraggio e il gusto di usare: in tal senso, vengono ripudiati i percorsi battuti e i topoi prefabbricati, a favore di un piglio più innovativo.

A Zola (con risultati ben diversi) guarda con molta ammirazione anche Matilde Serao, scrittrice epigona del naturalismo e instancabile giornalista, il cui contributo sia in letteratura che nel giornalismo è però decisamente minoritario rispetto a quello di Zola. La sua produzione, infatti, appare discontinua: nella prima fase oscilla tra naturalismo e convenzioni romanzesche, mentre nella seconda finisce con l’assestarsi su schemi melodrammatici. Anche la sua attività giornalistica è tesa al compromesso: infatti i due giornali di cui è direttrice, “Il Mattino” e “Il Giorno”, pur contribuendo a svecchiare il panorama partenopeo attraverso innovazioni tecniche e altre novità, restano frenati dall'ossequio al potere e risultano quindi inclini a frequenti rivolgimenti di opinione. A contribuire ad un giudizio controverso e sostanzialmente negativo sulla Serao sono stati inoltre una serie di pregiudizi legati alla sua personalità esuberante, a quei tempi quasi ritenuta trasgressiva, e poi, non secondariamente, al suo essere napoletana e donna. In questa sede, però, la si può ricordare per la sua attenzione alle classi svantaggiate.

Si pensi soprattutto al Ventre di Napoli, una raccolta di articoli pubblicata nel 1884 e in una nuova edizione nel 1906, il cui titolo ricalca quello del terzo volume dei Rougon-Macquart, Le ventre de Paris. Questa raccolta offre di fatto numerosi spunti di intersezione fra giornalismo e letteratura: da un lato gli articoli descrivono capillarmente la vita del popolo, analizzata nei suoi diversi aspetti; dall'altro lato, non mancano inclinazioni e strategie letterarie, come ad esempio la presenza di aneddoti e scenette dialogate, il meccanismo di sospensione tipico del feuilleton, volto a stuzzicare la curiosità del lettore e così via. Meno efficace ma degne di considerazione sono invece le opere narrative che fanno ancora leva su una radice giornalistica, come Il romanzo della fanciulla e L'anima semplice. Suor Giovanna della Croce.

Professione reporter: da Hemingway a Parise

Il passaggio nella stampa invoglia molti scrittori ad affondare negli aspetti più concreti della realtà e a sfidare sia le preclusioni moraliste sia gli ideali sulla purezza incontaminata dell’arte. Una delle pulsioni legate al mondo della stampa in cui si realizza maggiormente questa contaminazione tra arte e realtà è quella orientata al reportage di viaggio e di guerra. Si tratta di un settore che affascina proprio perché unisce due sfere, la scrittura e l’azione che tradizionalmente sono divaricate o contrapposte: i reporter vivono di fatto fatiche simili a quelle degli esploratori e rischi molto vicini a quelli dei combattenti. La mediazione letteraria rappresenta invece un elemento che valorizza l'esperienza diretta della realtà, soprattutto quando riesce ad essere discreta e a mimetizzare i suoi artifici. Non a caso, sono molti gli scrittori che si accostano al reportage, sia che si consideri occasione per un contatto incandescente con la realtà o occasione per cimentarsi col proprio estro narrativo. Il reportage si divide poi in due filoni: quello di viaggio che a sua volta si allaccia alla cosiddetta travel litterature e il reportage di guerra che non è soltanto appannaggio di chi svolge la professione di giornalista a 360 grad

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valja di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Giornalismo letterario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Dell'Aquila Giulia.
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