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Introduzione

Studiare il giornalismo non è semplice e le ragioni di ciò sono moltissime. In primis i giovani non leggono più giornali e ricercano le notizie in maniera molto differente rispetto alle generazioni a loro precedenti, in particolar modo dalla rete. In secondo luogo è diffusa un’idea obsoleta del giornalismo e del lavoro del giornalista, caratterizzato da due capisaldi: che il principe del giornalismo sia il quotidiano e che il giornalismo debba dare notizie.

Il fatto che per molti il giornalismo per sua natura debba dare notizie è fallace. Non è stato così nemmeno all’inizio, quando nacque nel 1702 con il primo quotidiano, il Daily Current. Lo è stato soltanto per un breve periodo e in determinati paesi del mondo, tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, quando i giornali di qualità adottarono il criterio dell’obiettività e della separazione fra notizia e commento per diversificare il loro prodotto da quello dei concorrenti, che vendevano a prezzo più basso.

Il giornale è paragonabile a un supermercato, o anche a un ipermercato: chi legge un giornale gira per gli scaffali e legge solo ciò che gli interessa perché non potrebbe mai in poco tempo girare tutti gli scaffali.

Il giornale è un prodotto per adulti. Per chi ha un conto in banca, paga le tasse. Per chi ha una passione civile, s’interessa d’affari e politica internazionali. È un prodotto per un consumatore alto e sofisticato d’informazione, a cui non basta l’informazione televisiva, della rete e della radio.

Il giornale esige una forte motivazione all’acquisto e alla lettura, perché è un investimento monetario di non poco conto e perché deve fronteggiare le mille possibilità di informazione gratuita date dalla televisione, dalla radio e dalla rete.

Gli ultimi trent’anni hanno totalmente cambiato la collocazione, la funzione e il rapporto con gli utenti dei media. Va sempre ricordato che ogni nuovo medium, ogni nuova tecnologia di produzione e diffusione, non uccide le precedenti, ma le costringe a un lavoro faticoso e incessante di ridefinizione. Con l’affermazione di un nuovo medium, ogni mezzo preesistente è costretto a una corsa, breve o lunga, per tornare a definire la sua identità e la sua funzione.

Sul giornale è stato detto molto da questo punto di vista: ne è stata decretata la morte per anni, ogni volta posticipando la fatidica data della morte della carta stampata. Il problema del quotidiano però non è di certo il suo supporto. Il problema verte invece sulla ridefinizione dei suoi rapporti con quelle piattaforme che cercano di scalzarlo, come Google News. La crisi del giornale è quindi nei suoi schemi imprenditoriali.

Però ancora oggi il giornale è il più straordinario e complesso modello di comunità che sia mai stato creato attorno al valore d’uso dell’informazione → il valore d’uso del giornale è oggi infinitamente superiore al suo valore di scambio. L’esperienza italiana è la dimostrazione migliore.

Quali sono i più grandi quotidiani, italiani ed esteri, che hanno ancora mercato? I giornali che reggono sono quelli che sono diventati super e ipermercati, ma riescono a comporre quotidianamente un’offerta che dia un senso all’identità loro e a quella dei lettori → le persone leggono perché si identificano col giornale, il giornale veicola idee che condividono, li stupisce, li fa ragionare. I lettori si fidano del giornale che leggono. Né la radio né la televisione riescono ad offrire qualche cosa di paragonabile a questo. In radio e in tv possono esserci singoli programmi che creano identità, ma non hanno la vastità e la completezza del quotidiano: il quotidiano si compera intero e veicolare per intero quell’identità.

La combinazione fra notizie, storie, idee, commenti e racconti del quotidiano rimane fino a oggi la più prossima alla realtà che viviamo. Il giornalismo vive come un prodotto dentro piattaforme che vendono e offrono prodotti, per questo come qualsiasi prodotto commercializzato nel mercato delle comunicazioni di massa, subisce contaminazioni, ibridazioni, sconfinamenti.

Il giornalismo però rimane, a differenza di tutti gli altri prodotti massmediatici, quello che mai può mancare un’aderenza costante con realtà e attualità: il giornalismo ha un rapporto radicato e inscindibile con due elementi, la realtà e la società. Le realtà dei fatti, per quanto possa essere talvolta approssimata, è l’unico ancoraggio al buon giornalismo. La società e i modi nei quali chiede che sia raccontata la vita quotidiana è l’altro → il giornalismo è una procedura professionale di raccontare la vita della società.

È vero che il giornalismo ha ancora la sua cattedrale nel quotidiano e che non si sa quanto questa situazione durerà. Nonostante traballino e siano in crisi, i quotidiani restano le cattedrali più complesse, le architetture più sofisticate che il giornalismo abbia saputo costruire nell’edificazione del racconto quotidiano che una società dà di se stessa.

Storia

Giornalismo

Il primo giornale periodico nacque ad Anversa nel 1605, con il titolo Le ultime notizie. Esso dava finalmente regolarità allo strumento dei fogli occasionali, come le Gazzette italiane o gli occasionnels francesi. I fogli occasionali a loro volta, dal Quattrocento con la nascita della stampa, avevano sostituito la pratica di copiare a mano lettere di ambasciatori e commercianti, per allargare la cerchia dei destinatari di quelle prime notizie artigianali.

Il primo giornale quotidiano fu il Daily Current, nato in Gran Bretagna nel 1702. Solo dieci anni dopo si contavano a Londra già dieci giornali.

La libertà di stampa e di informazione fu sancita da vari documenti durante il corso della storia:

  • La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, firmata il 4 luglio 1776;
  • Il primo emendamento della Dichiarazione di Indipendenza nel 1791;
  • La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, in Francia il 26 agosto 1789;
  • Il Libel Act inglese del 1792.

Nei due secoli precedenti al Novecento si era dunque affermata il giornale, e il giornalismo, nelle abitudini di vita quotidiana di ampie fasce delle popolazioni dei paesi industrializzati. L’Ottocento aveva visto poi nascere due tratti caratteristici, che si ritrovano nel XX secolo: l’affermazione degli Stati Uniti come il luogo della sperimentazione, dell’anticipo e del consolidamento di tendenze mediatiche, che da quel Paese si sarebbero estese in tutto il mondo occidentale; l’affermazione della questione se il compito del giornalismo sia riportare fatti nel modo più obiettivo possibile o se si debba operare con gli strumenti propri della narrazione, cioè creando una storia intorno alla notizia.

Proprio negli USA, nella prima metà dell’Ottocento, emergono due novità:

  • A partire dal 1830 nasce la Penny Press, giornali quotidiani al prezzo di un penny, che iniziano a far abbandonare al giornalismo statunitense la vocazione letteraria e politica per acquisire nuovi standard professionali e nuovi tipi di pubblico;
  • Nel 1848, con la diffusione del telegrafo nasce la prima agenzia di stampa: l’Associated Press AP, che vende i suoi dispacci a molti giornali e deve quindi adottare uno stile adatto a contesti anche opposti. Lo stesso strumento di trasmissione, il telegrafo, obbliga a nuove regole. Le cinque W nascono proprio per l’esigenza di tratteggiare gli elementi essenziali delle notizie.

Il Novecento appare un concentrato e un drammatico accelerato dei mutamenti che modificheranno costantemente il volto del giornalismo: c’è come una sorta di accelerazione al cambiamento, alla moltiplicazione e poi all’integrazione delle tecnologie della comunicazione, cioè gli strumenti con il quale il giornalismo vive e lavora.

C’è una costante che accompagna la storia di tutte le tecnologie delle comunicazioni di massa, ma che nel giornalismo si è maggiormente radicata. È la convinzione che alla nascita di un nuovo medium, gli altri verranno scalzati e moriranno. Ormai si sa che la radio non ha ucciso la stampa, così come la TV non ha scalzato la radio, come anche il web non ha decretato la morte di tutto ciò che era venuto prima. Però nel giornalismo questa convinzione è ancora radicata e c’è chi ancora sostiene che esso morirà ogni qualvolta nascano nuove tecnologie.

Non tutte queste analisi sono infondate: è vero che il giornalismo ha subito a lungo la concorrenza con il giornalismo televisivo ed è vero anche che il web lo mette alla prova costantemente. Ma il giornalismo non è morto.

Il primato giornalistico e i suoi rischi

Anzi, esso vive e in maniera pervasiva si è affermato in tutti i media. Si è ben inserito nei vecchi media, radio, TV e naturalmente stampa, ed è anche entrato a far parte dei nuovi media → è l’unico contenuto comune ad ogni mezzo. Tale condizione di indubbio primato si scontra con due fattori di rischio:

  1. La centralità che la comunicazione ha assunto nell’affermazione della presenza e dell’identità sociale di qualunque soggetto;
  2. La capacità del sistema dei media di sovrapporre, mescolare, integrare, confondere o almeno sfumare i confini fra generi, contenuti e formati.

Il giornalismo si trova in una posizione di centralità, ma anche pressato da una parte dalle molteplici attività di comunicazione prodotte da qualunque soggetto sociale, anche senza la mediazione di un’istituzione giornalistica; dall’altra, dentro una realtà in continuo sconfinamento con altri generi e altri contenuti, come è comune nell’industria contemporanea dei media.

I tre passaggi del giornalismo del Novecento

Tre grandi nodi attorno ai quali si gioca il mutamento del giornalismo nel Novecento:

  • La questione dell’attendibilità, o dell’obiettività, delle notizie che attraversa tutto quanto il secolo;
  • Le tecnologie della comunicazione, con la loro presa sul pubblico, che è tanto maggiore quanto più veloce è stata la diffusione come abitudine acquisita negli stili di vita delle persone;
  • La dimensione della comunicazione, che è una dimensione più ampia di quella dell’informazione giornalistica in senso stretto, perché implica non solo la gestione delle notizie, ma anche la previsione e il controllo degli effetti che queste potrebbero avere sul pubblico.

Questi tre nodi erano presenti anche prima del Novecento, ma è in questo secolo che essi trovano, nel campo giornalistico, una sistemazione tanto forte e un’interazione tanto radicata.

L’ideologia dell’obiettività

L’obiettività, cioè la pretesa di riportare i fatti e le notizie nella loro nuda essenzialità, senza commenti o interpretazioni, non nasce con il giornalismo. Al contrario, il giornalismo delle origini è completamente diverso e lontano da questa visione. L’imprinting del giornalismo europeo nasce durante la Rivoluzione Francese, dove il giornale diventa strumento di azione e lotta politica. L’archetipo è la rappresentazione dell’assassinio di Jean Paul Marat, dipinto da David: egli è riverso sulla vasca dove si stava curando l’eczema, e in mano tiene un articolo incompiuto per l’Ami du Peuple, il giornale di cui era direttore.

I giornali di questo periodo sono la piazza, l’agorà. Sono strumenti nel quale si formano, si confrontano e si affermano le pubbliche opinioni sui temi di rilevanza collettiva → uno strumento diretto di interpretazione, azione e scontro politico, il contrario dell’obiettività. L’alternativa al foglio politico era il giornale letterario, molto di élite, colto e spesso ampolloso, disdegnava la realtà quotidiana per occuparsi di alta cultura. Terza via tra il giornale politico e quello letterario era il giornale propagandistico e pubblicitario, che prese piede nell’Ottocento negli USA.

L’obiettività prese piede per la prima volta in parte con la nascita della Penny Press. All’inizio del Novecento nacque invece il giornalismo muckraker, un giornalismo aggressivo che voleva cogliere gli interessi delle fasce più ampie possibili di popolazione per aspirare a dati alti di vendita. Si affinano le tecniche, si iniziano ad esibire le fonti e si usa un linguaggio più asciutto. L’obiettività come ideologia giornalistica si afferma solo dopo la prima guerra mondiale e solo per un breve periodo. I giornalisti americani vanno alla ricerca di standard che possano garantire al loro lavoro l’attendibilità e la credibilità, messe in discussione da un mondo che sempre più viene organizzandosi per usare i mezzi di informazione come strumenti di comunicazione, e quindi ne mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza, i criteri stessi sui quali si fonda la pratica giornalistica.

Già nel secondo dopoguerra ci si rende conto che la notizia solo notizia non basta per spiegare un mondo così complesso e in evoluzione come quello che si afferma. L’analisi, la contestualizzazione, l’approfondimento possono ovviamente rispondere a criteri di trasparenza, attendibilità e verificabilità, ma sono necessari perché la veicolazione della sola notizia non permette di comprenderla.

L’innovazione tecnologica

Nessun altro secolo oltre il Novecento ha visto succedersi così tanto mutamenti tecnologici. Il processo di innovazione costante e radicale non scalza i media preesistenti bensì li costringe a ridefinire in continuazione contenuti e formati, linguaggi e logiche e cambia radicalmente i tempi e le temporalità dei singoli mezzi. C’è stata una costante ridefinizione di linguaggi, formati e contenuti. Per esempio, i quotidiani di sessant’anni fa erano ancora impaginati verticalmente, poveri di fotografie e molto scritti. I quotidiani attuali sono strumenti dove l’infografica, le pagine tematiche e l’attitudine a scrivere dossier sui grandi fatti di attualità hanno creato nuove modalità cognitive di confezione.

La novità più grande è la profonda torsione alla quale è sottoposta la temporalità dei mezzi d’informazione giornalistica. L’innovazione tecnologica ha trovato non pochi ostacoli alla sua affermazione. Alcuni di essi stanno nei supporti materiali del giornalismo, eppure, anche conservando queste radicate tradizioni, la temporalità dei mezzi d’informazione è in realtà completamente cambiata negli ultimi decenni. Il primo più profondo cambiamento è dovuto alla ripresa diretta televisiva che ha avuto un impatto fortissimo, permettendo di vedere degli avvenimenti in tempo reale.

Si è presto modificata la radio che ha permesso di portare gli ascoltatori dentro i programmi, ma anche di rivoluzionare i tempi dei collegamenti con inviati e corrispondenti. Anche il web ha contribuito alla viva e concreta informazione in tempo reale senza cesure temporali nell’arco della giornata, ma costantemente aggiornata sul tempo degli eventi stessi.

Il flusso degli eventi è divenuto continuo, come sosteneva Raymond Williams. Tale continuità è assecondata dall’innovazione tecnologica che ha però costretto tutti i mezzi d’informazione a trovare nuovi punti fermi nel tentativo costante di dare senso agli eventi in movimento. Il giornale si è settimanalizzato, prima con supplementi, rubriche, periodici, fascicoli; poi con il prolungamento nel tempo attraverso libri, CD e dischi e infine con la versione costantemente aggiornata nel sito web. Il tema del flusso è diventato essenziale per ciascun mezzo, costringendolo a ridefinire la temporalità della tradizione in funzione di un ambiente mediatico nel quale gli eventi sono raccontati e ripresi già nella dimensione del loro farsi.

Alla questione di flusso si lega anche il tema della temporalità dei media, nell’effetto di distorsione che spesso avviene tra la possibilità di assistere in diretta ad un evento e la non conseguente possibilità di interpretarlo e di ricostruirlo nel contempo.

Informazione e comunicazione

Il giornalismo ha percorso territori ben diversi da quelli dell’obiettività e dell’ideologia. Le notizie e il modo di trattarle sono divenuti sempre più il risultato di un lavoro attorno a due-tre fattori decisivi: le tecnologie di raccolta e diffusione; i tempi e i modi d’uso che il pubblico può farne; la collocazione o la rilevanza del giornalismo rispetto alle altre istituzioni sociali. Il terzo grande fattore di mutamento nel Novecento è la nascita, l’affermazione e il dominio della dimensione della comunicazione nella presenza pubblica di qualunque soggetto, attore o istituzione sociale.

La comunicazione è una sfera ben distinta rispetto all’informazione giornalistica. Per comunicazione qua si intende l’attività comunicativa promossa o prodotta da qualunque attore sociale, con o senza mediazione giornalistica. All’informazione giornalistica si associa oggi una componente fondamentale di valore d’uso, dove il valore sta nel tentativo di aderire alla realtà, dandone un quadro interpretativo ancorato alla cerniera dell’attualità. Alla comunicazione si associa un valore di scambio, che risiede nei contenuti simbolici, nelle strategie di persuasione, passando per i contenuti del vissuto quotidiano.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DeliaLeggio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche del giornalismo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Agostini Angelo.
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