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Cinque milioni di copie

Cinquant’anni fa ancora non si usava quantificare le tirature delle testate

giornalistiche. Il primo accertamento artigianale e poco attendibile arriva nel 1960,

quando Ignazio Weiss, pioniere degli studi di statistiche del giornalismo, tenta una

stima e un calcolo: conta che in Italia si vendano poco più di cinque milioni di copie di

quotidiani. Aggiunge che il 76% di quei giornali è proprietà degli industriali e della

Chiesa. Nel 1963 qualche dettaglio in più verrà dal neo costituito Istituto accertamento

diffusione e stampa, lo Iad.

In cinquant’anni sono accadute molte cose. Alla fine degli anni Ottanta si sono sfiorate

le sette milioni di copie vendute. È arrivata la free press che si stima sforni più o meno

due milioni di copie al giorno. I dati sulla lettura sono diversi da quelli delle vendite: il

67% degli italiani legge quotidiani senza comprarli. C’è la televisione. C’è la rete.

I giornali però rimangono a quota di vendita di cinque milioni di copie. Come nel 1960.

Stampa e società in Italia (1943-1992)

Studi di Paolo Murialdi sulle cifre delle vendite dei quotidiani. Egli ricostruì che nel

1944 i quotidiani venivano venduti più del pane. Era il periodo della Resistenza, era

appena avvenuta la Liberazione, l’Italia era spaccata in due. Il popolo aveva bisogno di

informarsi, di capire cosa stava succedendo.

La carta scarseggiava, ma con un po’ di mercato nero e un po’ di baratti i risultati di

vendita furono eccezionali.

C’era la speranza che si stesse presentando un cambiamento, una ventata di novità

soprattutto nella possibilità di rinnovare la classe dirigente del Paese. Invece, come

sosteneva Murialdi, il giornalismo fece prefigurare ciò che sarebbe successo anche

all’interno della classe dirigente.

I giornalisti fascisti prima furono condannati a morte, ma poi non solo se la cavarono

ma ricevettero pure l’amnistia e la possibilità di continuare con la professione e di non

essere radiati dall’albo dei giornalisti.

Uno per tutti, il direttore del Corriere della Sera durante la Repubblica di Salò ,

Ermanno Amicucci, fervente fascista: il 30 maggio del 1945 fu condannato a morte; il

25 settembre la pena venne rivista in una condanna a trent’anni; il 22 giugno 1946

l’amnistia di Togliatti lo sottrasse dal carcere.

Per tutti gli altri vale la decisione unica per la tenuta dell’Albo dei giornalisti così come

era.

 moltissimi giornalisti che lavorarono negli anni Cinquanta e Sessanta erano

giornalisti formatisi sotto il fascismo e molti di essi erano anche fascisti.

Un’altra beffa è la mancata restituzione dei giornali ai loro legittimi proprietari dopo

che durante il fascismo furono costretti a cedere la loro attività. Il Corriere, ad

esempio, di cui erano proprietari i fratelli Albertini, dovettero cedere il quotidiano alla

famiglia Crespi e anche dopo aver intentato una battaglia legale nel secondo

dopoguerra non riottennero il giornale.

All’inizio del 1948 quindi le speranze di quel profondo rinnovamento, di strutture e di

costume, a cui la Resistenza aveva dato vigore e sostanza, tramontano. Le vicende del

giornalismo, come già detto, anticipano la restaurazione generale.

Nel 1953 lavorano in Italia 1500 giornalisti, la maggior parte dei quali è cresciuta

professionalmente sotto il fascismo. E le proprietà dei giornali sono quelle ricordate da

Weiss: 76% tra industriali e Chiesa.

La rottura drammatica e dolorosa c’era stata e quei due anni, il 1943 e il 1944,

avevano segnato uno spartiacque. E ciononostante proprio il giornalismo aveva fatto

da battistrada alla normalizzazione.

Passando invece al 1992, quando uscì lo scandalo di Mani Pulite, abbiamo un altro

snodo fondamentale. Tutti i telegiornali e tutti i quotidiani erano concordi

nell’appoggiare e difendere a spada tratta il pool di Mani Pulite, anche il Tg4, Studio

Aperto e il Tg5. Molti sostenevano che ci fosse stata una sorta di collusione, di accordo

o addirittura di complotto tra le direzioni delle maggiori testate. Il fatto è che i cronisti

di giudiziaria si organizzarono esattamente come un pool e condividevano le

informazioni nonostante la concorrenza delle testate a cui facevano parte.

È importante sottolineare come, rispetto al ’43 quando i giornalisti erano quelli che si

erano formati col fascismo, nel 1992 era già emersa una nuova generazione di

giornalisti. Tale generazione prese atto non soltanto del suo potere ma anche delle

sintonie diverse stabilite tra la stampa e l’opinione pubblica. Il popolo dei fax non era

un’invenzione giornalistica, bensì il concreto e visibile appoggio di una parte

dell’opinione pubblica a sostegno dei magistrati milanesi.

Come è ovvio poi si creeranno delle divisioni e una parte manifesterà successivamente

il sostegno di Berlusconi e la sua ascesa in campo.

La stagione dei periodici (1945-1975)

I periodici vissero una stagione felice e controcorrente. Una stagione entusiasmante

non soltanto sotto il profilo commerciale, ma anche e soprattutto per le basi che getta

per gli sviluppi che, da lì a pochi decenni, verranno per i quotidiani.

Il rotocalco aveva già avuto qualche fortuna sotto il fascismo, ma la Liberazione

scatena tutte quante le sue forze propulsive. La formula è semplice: grande formato,

grandi fotografie, didascalie che raccontano piuttosto che descrivere, grandi racconti,

grandi storie, grandi narrazioni a corredo e integrazione delle immagini. L’Italia del

dopoguerra non ha ancora la televisione, il bisogno di vedere è spasmodico.

Oggi di Rizzoli nasce il 21 luglio del 1945, due mesi più tardi nasce L’Europeo di Arrigo

Benedetti. Arriveranno poi Il Politecnico di Elio Vittorini, Il Mondo di Mario Pannunzio,

Epoca edito da Mondadori. Nel 1955 arriverà L’Espresso di Caracciolo, Scalfari e

Benedetti; nel 1962 Panorama di Mondadori.

Molte sono le motivazioni che hanno contribuito questo successo. Qualcuno scomoda

l’attitudine cattolica per la venerazione delle immagini contro quella protestante che

predilige la lettura del testo.

Una motivazione primaria è che il rotocalco o periodico italiano del secondo

dopoguerra aveva le immagini.

Una seconda motivazione è che i settimanali e i periodici godevano di una

distribuzione nazionale, prerogativa preclusa ai quotidiani che non godevano di alcun

sistema di teletrasmissione e dunque arrivavano in ritardo sulle piazze di distribuzione

che non fossero quelle regionali  i tempi di distribuzione favorivano i periodici.

Un’altra motivazione è che i periodici avevano editori non eccessivamente coinvolti

nel sistema di scambio di favori con il governo o con i partiti di maggioranza.

Infine va ricordata l’estrema differenziazione dell’offerta d’informazione tra periodici e

rotocalchi.

Chi voleva giornalismo vero tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, aveva due sole

strade: Il Giorno dal 1956, i settimanali dal 1945.

Va notato come i settimanali siano stati in grado, molto prima dei quotidiani, di

differenziare i loro pubblici in virtù della diversificazione dell’offerta di contenuti, stili e

formati. Grazie a questa varietà di proposte, rotocalchi e periodici hanno potuto

intercettare quanto di muoveva e cambiava nella società italiana.

Giornali comprati e venduti (1945-1976)

In quel trentennio la stampa italiana resta inevitabilmente classificata con il titolo che

Giampaolo Pansa aveva dato nel 1977 alla sua inchiesta sui quotidiani: Comprati e

venduti. Un periodo di continue compravendite di giornali da un proprietario all’altro.

Si possono individuare le ragioni di quella stagione dentro due nodi, strettamente

legati tra loro.

La prima è sintetizzabile con la frase di Mario Missiroli: “i giornali sono le voci passive

di bilanci ben altrimenti attivi”. Quest’affermazione riprende gli argomenti di Enzo

Forcella che aveva esposto nel suo saggio Millecinquecento lettori del 1959: egli

sosteneva che un giornalista politico, nel nostro paese, può contare su circa

millecinquecento lettori: i ministri e sottosegretari (tutti), i parlamentari (parte), i

dirigenti di partito, sindacalisti, alti prelati e qualche industriale che vuole mostrarsi

informato. Il resto della popolazione non conta ed è irrilevante. L’atmosfera è quella

della recita di famiglia.

I quotidiani sono stati a lungo merce di scambio tra l’economia e la politica:

l’economia finanziava quotidiani per dare e ricevere favori dalla politica, la quale non

aveva alcun interesse a stabilire né una legge antitrust, né a garantire condizioni che

potessero finalmente garantire lo sviluppo di un’industria editoriale anche nel settore

dei quotidiani, com era invece accaduto per i periodici.

Tra il 1960 e il 1965 si registra un allargamento degli organici giornalistici, l’aumento

della foliazione dei quotidiani, l’espansione delle redazioni dell’Ansa e della Rai.

Aumenta il numero dei giornalisti fino al doppio nel 1964. Aumentano gli stipendi.

La recessione pesa sui bilanci delle aziende dalla fine degli anni Sessanta.

E’ un quadro contraddittorio. Giornali in crisi, periodici che rendono fino alla metà degli

anni Settanta e poi tra televisione e aumento del costo della carta, iniziano anch’essi a

calare. Nello stesso tempo però molto sta cambiando nella popolazione giornalistica

italiana.

Con il 1968 iniziano a nascere le testate della controinformazione. Alcuni diventano

quotidiani come il Manifesto nel 1971, Lotta Continua nel 1972 e poi il Quotidiano dei

lavoratori.

Sulla fine del 1979 la strage di Piazza Fontana innesca la reazione dei giornalisti

cresciuti nella professione senza retaggi del fascismo e del conformismo. Il Comitato

per la libertà di stampa nato a Milano il 23 dicembre 1969, e il Movimento dei

giornalisti democratici nato a Roma il 25 gennaio 1975, mettono in moto un

movimento che resisterà per almeno quindici anni.

Sono gli anni dei giornali comprati e venduti, ma sono anche gli anni in cui, sotto il

profilo editoriale, professionale e sindacale, i giornalisti prendono collettivamente

coscienza di sé e del loro ruolo, arrivando a guidare il movimento fondamentale per la

prima legge antitrust nel mondo italiano dei media, la stessa legge che garantirà alle

aziende editoriali il denaro pubblico indispensabile alla conversione tecnologica e alla

ripresa industriale  trasformazione da bottega artigiana a impresa.

La stagione del sogno

Periodo del sogno, dalla fine degli anni Settanta a tutti gli anni Ottanta.

Repubblica nasce il 14 gennaio 1976. Naviga per alcuni anni in acque incerte. Poi,

dopo il sequestro Moro, il suo assassinio e quello della scorta, prende il volo.

Il successo di Repubblica impone all’editoria italiana due grandi cambiamenti, a cui ne

va aggiunto un terzo, il cui artefice è stato Silvio Berlusconi con l’aiuto di Marcello

Dell’Utri.

Il successo di Repubblica, che arriva addirittura a superare il Corriere, è determinato

da due fattori:

1. Il modo di costruire il giornale: nella scrittura, nella scelta dei contenuti, nella

gerarchia delle notizie, nel modo di accorpare e tematizzare gli argomenti, nella

stessa costruzione delle pagine, nei formati e negli stili. Alla notizia Repubblica

sostituisce il tema: si afferma la sua formula distintiva e originale con le pagine

di primo sfoglio, le pagine monotematiche, lo sforzo quotidiano di costruire

un’agenda che funzionasse per l’intera opinione pubblica.

Allora tutto ciò era una novità assoluta e ci vorrà Paolo Mieli, prima alla Stampa

e poi al Corriere, affinchè questi cambiamenti vengano assimilati dall’intera

stampa quotidiana italiana.

C’è stata in mezzo anche l’esplosione della tv, ma in ritardo rispetto agli altri

paesi europei e agli Stati Uniti, quindi in Italia la concorrenza reale tra tv e

quotidiani è slittato abbastanza avanti da permettere l’imporsi della formula di

Scalfari.

2. La costruzione di un’identità del giornale, che fosse condivisibile con i propri

lettori. Repubblica opera nel vasto arco della sinistra italiana, ma non è un

giornale di partito. Quella scelta originale, le successive scelte vincenti, il peso

del successo economico e industriale, costringono tutti gli altri giornali a

rinnovarsi. Dagli anni Ottanta in poi nessun giornale quotidiano ha avuto più

successo senza aver prima definito una propria identità con il lettore.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile se nel frattempo non fossero intervenuti due

fattori esterni:

La legge 416 del 1981 che finanzia l’innovazione tecnologica e il risanamento

 dei bilanci dei quotidiani con denaro pubblico, introducendo le prime, anche se

insufficienti, norme antitrust.

Con l’innovazione le vendite si impennano arrivando negli anni Ottanta a

toccare le quasi sette milioni di copie vendute.

L’esplosione del mercato pubblicitario grazie alla nascita di Publitalia, la

 concessionaria delle allora reti Fininvest.

In mancanza di buone regole, usando come risorsa privata un bene pubblico, Fininvest

s’impose sul mercato televisivo commerciale.

Pubblicità, nuovi formati e identità: sono questi gli elementi che in pochi anni, tra il

1981 e il 1989, cambiano definitivamente il sistema dei media. Prima era un settore

artigianale, ora diventa un sistema industriale.

1992. La politica in Italia

All’inizio degli anni Novanta il sistema dei media è ormai una voce influente del PIL; i

giornali viaggiano sulle sette milioni di copie; le tv macinano miliardi in pubblicità; i

settimanali sono in crisi, ma andranno a pareggiare i conti con i gadget, i prodotti

collaterali; le radio devono ancora conoscere la crescita di fine secolo; la rete è ancora

praticamente inesistente.

Quell’anno però scoppia Mani Pulite. Per oltre due anni, fino alla caduta del primo

governo Berlusconi nell’autunno del 1994, i giornali e in buona parte le televisioni sono

il vero e proprio mediatore fra l’azione del pool giudiziario milanese e l’opinione

pubblica che non s’era mai fatta sentire in quel modo dai tempi della Resistenza.

Con il 1992 la televisione diventa il luogo sostitutivo delle sedi fisiche e istituzionali

della politica, distrutta nelle sue forme e nei suoi spazi dall’azione devastante e

necessaria della magistratura.

Ferrara aveva compreso per primo che la politica poteva essere una nuova forma di

spettacolo. S’inventa nuovi modi di fare politica-spettacolo, e proprio con questo

fenomeno che cambiano i modi, i luoghi e i linguaggi della politica stessa e insieme

cambia la televisione.

Più avanti, nel 1996, Ferrara ritroverà gli strumenti anche nella carta stampata

fondando Il Foglio, un quotidiano attivista. Ma quello della carta, da questo punto di

vista è un mondo molto più esplorato: Edoardo Scarfoglio, Eugenio Scalfari, Paolo

Mieli, Ezio Mauro hanno fatto battaglie per rinnovare il rapporto tra giornalismo e

politica, rinnovandolo, cambiandolo, sconvolgendolo.

In tv comunque il primo è stato Ferrara. Non a caso è stato poi ministro, come a

sottolineare il passaggio della tv nella politica.

Quella piccola scintilla di Ferrara si ripercuoterà dopo. Qualche mese prima c’era

comunque stata una premessa con Per Libero Grassi, creato da Maurizio Costanzo e

Michele Santoro, raro esempio di impegno civile a proposito di uno die temi più

negletti dell’informazione in tv. Per avere qualcosa di simile ci vorranno 15 anni,

quando arriva Report di Milena Gabanelli che tratta di mafia.

La tv subisce una vera rivoluzione grazie a Mani Pulite. Sosteneva Paolo Mieli che la tv

era diventata la scatola dentro la quale avveniva la politica.

La politica si era trasferita per alcuni anni all’interno della tv. Non aveva altri luoghi,

nessun luogo era più legittimato per la politica. Naturalmente la televisione faceva

pagare un suo prezzo: la necessità che essa diventasse intrattenimento, reality show.

La rivoluzione digitale, la bolla, il nuovo secolo multimediale (1996-2009)

Era il 1995, quando abbiamo sentito per la prima volta Bill Gates profetizzare che

entro un decennio non avremmo più letto né un libro, né un giornale sulla carta.

Una profezia che non solo non è stata aggiornata ogni volta che è stata pronunciata a

partire d’allora, ma soprattutto non tiene conto della reale evoluzione dell’integrazione

multimediale.

I giornali in Italia vendono oggi in Italia poco più di cinque milioni di copie. Il calo è

inferiore a quello delle altre nazioni europee e al Nord America. Si partiva da valori

molto più bassi, quindi la decrescita è da considerarsi contenuta.

La bolla della new economy e i riflessi delle aziende editoriali che negli stessi anni si

erano quotate in Borsa, si è sgonfiata col tempo.

L’editoria italiana è cambiata profondamente e non saranno questi anni di crisi a

dettare le linee sulle quali si muoverà il futuro.

Alcuni dati certi:

La frequenza degli utenti web ai siti di informazione è indirizzata a blog, facebook e

altri social media, ma privilegia costantemente i contenuti dei siti le cui testate

abbiano una solida credibilità nel mondo della carta.

Le televisioni generaliste perdono sempre più punti sull’offerta satellitare.

La stampa italiana è oggi più intraprendente e libera politicamente, di fronte a una

televisione generalista ingessata nel suo cappotto politico di controllo misto tra un

imprenditore privato che controlla il suo polo televisivo e il Presidente del Consiglio

che, nella sua veste politica, esercita il controllo sulla cosiddetta emittenza di servizio

pubblico.

I canali di diffusione dell’informazione giornalistica si vanno moltiplicando e

differenziando, riscoprendo strade antiche come il libro o addirittura la diffusione via

libreria delle inchieste televisive.

Cambino i mezzi, cambiano le tecnologie, cambiano anche i governi. Resta un dato,

che nella storia dell’Italia repubblicana si è dimostrato sempre in crescita: il bisogno

sociale di informazione.

Il Paese mancato

In quattro decenni gli italiani si sono ritrovati a spendere un terzo di quello che

pagavano in mangiare quarant’anni prima e hanno avuto a disposizione quasi l’80%

della loro capacità di spesa per consumi diversi dal cibo. Considerando la crescita

media del reddito nello stesso arco di tempo, la trasformazione non può che essere

epocale.

Questo dato è singolarmente trascurato da chi si occupa di media e del loro impatto

sulla vita, sui caratteri e sulla storia d’Italia. si deve riflettere sulla brevità con cui è

avvenuto tale processo, compiuto nell’arco di circa trent’anni. In questo breve lasso di

tempo il Paese ha compiuto uno sviluppo che in altri paesi è cominciato all’inizio del

secolo.

Riconosciamo un doppio ritardo in Italia:

La sociologia del media impiega oltre vent’anni dai suoi inizi, per occupare un

→ posto saldo negli strumenti di conoscenza della realtà sociale, economica,

politica e culturale del Paese.

L’ambiente ha continuato a ignorare quel nuovo campo di indagine che poteva

→ essere molto importante e portare ad analisi interpretative fondamentali.

Tesi di Guido Crainz nel suo libro Il paese mancato: tra 1963 e 1964 si consuma la

prima mancanza dell’Italia repubblicana. Tra l’estate del miracolo economica e quella

della prima congiuntura sfavorevole, naufraga il sogno del primo centro sinistra di

avviare un radicale processo di modernizzazione del Paese.

La radice dei processi e dei conflitti successivi sta in larga misura nell’interazione di

quegli elementi che appaiono chiaramente nello snodo del 1963-64: processi

contraddittori ma potenti di modernizzazione; squilibri persistenti nella società

italiana; permanenze di arretratezze culturali che improntano largamente le istituzioni

del Paese; fallimenti di una politica riformatrice.

È stata sufficiente una debole congiuntura economica sfavorevole perché l’Italia

perdesse il treno della modernizzazione radicale e compiuta. Quel treno, tuttavia, è

passato altre volte e l’appuntamento è stato mancato altrettante.

Sylos Labini, nel suo saggio del 1974, trovava almeno tre prospettive dalle quali

osservare la trasformazione complessiva del Paese:

1. La progressiva estensione del ceto medio nella composizione sociale italiana,

che aveva due conseguenze fondamentali:

a. La constatazione dell’erogazione progressiva della classe operaia, con

l’espandersi di comportamenti politici tendenzialmente conservatori;

b. La trasformazione degli stili di vita di rilevanti settori della società verso

comportamenti dei quali oggi potremmo dire che l’edonismo e l’egoismo

fossero le dominanti.

2. Le condizioni sociali del Paese nel suo complesso, proponendo una lettura

diversa del fascismo, come poi s’è accertato corrispondere alla realtà dei fatti. Il

fascismo ha avuto un’ampia base sociale fra strati della piccola borghesia, e

perfino fra strati, seppur esigui, di operai privilegiati. Da dove si ricava che la

grande illusione sulla Repubblica nata dalla Resistenza fosse semplicemente

impossibile o, almeno, che dovesse incappare in ostacoli durissimi, quasi

insormontabili anche per una Nazione che aveva trovato nella guerra la

liberazione e nella concordia nazionale per il rinnovamento della Costituzione le

sue nuove basi fondanti.

3. Riguarda una questione di radicalità: nella società capitalista non è più

sostenibile la tesi del bipolarismo, sia pure solo tendenzialmente. Per

bipolarismo si intende quello di classe e il nodo è quello delle riforme di

struttura, con l’impossibilità di trovare una larga base politica, capace di

sostenere nell’interesse collettivo e al di là delle divisioni di parte, che allora

andavano per la maggiore.

L’anno di uscita del saggio di Labini era il 1974 e a quel tempo era la classica voce nel

deserto. Quell’anno è stato anche quello in cui Berlinguer sostenne il compromesso

storico, avendo negli occhi il golpe cileno e la fine tragica dell’Unidad Popolar di

Salvador Allende. Nel suo disegno, la collaborazione fra Pci e Dc avrebbe salvato la

democrazia italiana dai tentativi golpisti e soprattutto avrebbe offerto un’austera e

virtuosa via d’uscita alla crisi economica imperante sull’Occidente. Berliguer non era il

solo a nutrire quella convinzione, basti pensare ad Aldo Moro.

Eppure analizzando oggi quelle vicende ci si rende conto dell’incapacità di

comprendere allora quanto stesse accadendo non nel mondo della politica, ma negli

strati più profondi e veri dell’economia e della società  il Paese stava cambiando, ma

la politica continuava a interpretarlo con vecchi schemi.

Il fallimento del primo centro sinistra è nei fatti il crogiuolo del Paese mancato  l’Italia

avrebbe potuto modernizzarsi a partire anche dalle sue province, dai movimenti

studenteschi e operai, ma nulla è valso un cambiamento, tutto è rientrato,

politicamente parlando, a una restaurazione.

Ci sono due uomini che comprendono allora la modernità che è nata nel Paese e che

non ha i connotati tratteggiati dalla politica allora imperante: Bettino Craxi ed Eugenio

Scalfari. Essi danno voce alle due esperienze che maggiormente interpretano il

bisogno di modernità italiana della seconda metà degli anni Settanta fino a tutto il

decennio successivo.

Alla metà degli anni Settanta, e venendo da esperienze personali e politiche distanti,

entrambi tuttavia comprendono lo stesso nodo di fondo: il Paese sta cambiando

completamente struttura sociale ed economica.

La struttura sociale incide direttamente sui bisogni e sulla domanda di politica e

 di amministrazione pubblica.

L’economia ha bisogno di strutture e regole nuove per risultare competitiva in

 un quadro nazionale ed europe, che è profondamente cambiato nei trent’anni

dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L’intuizione di entrambi si concentra sui modi in cui l’immateriale, cioè la

comunicazione, la cultura, i media, non sia più “sovrastruttura” ma sia divenuto

elemento strutturale dell’articolazione quotidiana e profonda della vita nazionale.

Bettino Craxi, socialista autonomista, cioè in contrapposizione a quella parte rilevante

del suo partito che aveva vissuto una storica subalternità al Pci, e indipendentemente

dagli esiti della su avventura politica, è stato il primo socialista da aver raggiunto la

guida di un Governo italiano.

Craxi non aveva sicuramente una visione di classe del futuro Paese. non era quindi

debitore delle tradizionali divisioni leniniste che tanta parte avevano avuto nella storia

del suo partito e della sinistra storica.

Eugenio Scalfari aveva compreso bene la scomparsa del vecchio orizzonte di classe in

Italia e soprattutto le sue implicazioni politiche. Egli mette in rilievo l’irritazione per le

prospettive totalizzanti ed esoteriche della sinistra estrema degli anni Settanta,

quanto l’individuazione del ruolo portante del Pci, ma soprattutto l’individuazione della

congiuntura economica come fattore discriminante.

 mercato, equità sociale e possibilità di sviluppo: queste erano le prospettive

dell’intelligenza politica e culturale che muoveva Repubblica ai suoi esordi. Una

prospettiva radicalmente differente da quella di classe che alimentava allora la sinistra

storica e quella extraparlamentare. Una prospettiva straordinariamente vicina a quella

di Craxi.

Entrambi erano molto lucidi nel comprendere che la storia, la cultura e la

composizione sociale del Paese mettevano di fronte a qualunque progetto riformatore

molti ostacoli; entrambi erano coscienti di quale fosse il grande scoglio della sinistra:

l’anomalia di un partito comunista che era il più grande d’Occidente, e che era allora

ancora profondamente legato ad uno schema di classe.

La differenza più forte e concreta fra i due stava nel progetto e nella visione politica:

Craxi ha tradotto tale progetto in azione di governo e in politica concreta, con Scalfari

invece ha trovato le forme del giornalismo e dell’azione culturale.

Craxi ha coltivato alternativamente progetti di egemonia, di svuotamento e di alleanza

con il Pci; Repubblica ha lavorato con costanza per trent’anni al superamento di quel

blocco. In un caso l’anomalia veniva considerata irrecuperabile. Nell’altro ci è

registrato uno sforzo continuo di superarla e riportarla ad una piena, completa e

incondizionata agibilità politica.

Magari i due approcci potrebbero essere considerati incomparabili, ma sul piano

culturale invece possono esserlo, dal punto di vista delle due differenti opzioni

proposte: una era l’accettazione del dato di fatto e l’elaborazione di strategie e

tattiche per renderlo inoffensivo; l’altra era una prospettiva che vedeva nell’anomalia

comunista uno dei tratti dell’identità italiana e, in quanto tale, un segno di una storia

che andava a recuperare alla normale dialettica democratica.

Se volessimo restare a questo schema, al modello di divisività della storia della politica

italiana, troveremmo altre anomalie, come quella del 1994 con la presidenza del

Consiglio a Silvio Berlusconi. Sarebbe però un’interpretazione povera. All’Italia non

manca soltanto la legittimazione reciproca nell’alternanza fra una prospettiva di destra

e una di sinistra, così come accade in Europa e negli Stati Uniti. Per rendersi conto di

ciò basta girare il cannocchiale e focalizzarsi sulla borghesia piuttosto che sulla classe

operaia e il risultato non cambia.

La seconda volta che l’Italia perde il treno è tra il 1975 e il 1985, per due ragioni:

1. L’incapacità del potere politico e dell’opinione pubblica italiana di comprendere

ciò che accade fuori da Roma o da Milano.

2. La totale incapacità della politica italiana di comprendere i modi in cui le opzioni

politiche e ideologiche successive alla Resistenza potessero declinarsi nelle

forme dello sviluppo economico e sociale, che non poteva che trovare nel

territorio una sua variabile di assoluta costanza.

 la struttura sociale ed economica dell’Italia aveva subito un mutamento radicale,

rispetto al miracolo economico degli anni Settanta, la politica continuava a ragionare

con schemi nazionali e ideologici, proprio negli anni in cui era cambiata la trama e la

tessitura dell’economia e della società italiana. Ancora una volta il Paese mancava

l’appuntamento con sé stesso.

Il bello è che Repubblica aveva tutti gli elementi per comprenderlo e ancora oggi ci si

domanda come non si siano colti tali elementi, come anche i vari partiti non l’abbiano

compreso.

Il Paese è mancato nell’esprimere progetti e classe dirigente. Pensa di essere con la

destra nuova nel 1994, e l’illusione dura lo spazio di un mattino. Pensa di essere col

centro sinistra nel 1996, e l’illusione dura un poco di più, ma si infrange contro la

divisione della coalizione e gli appetiti di qualche partner di maggioranza. Pensa di

essere col centro destra nel 2001 ed è un altro fallimento.

La domanda che ci si pone è: chi comanda le televisioni, controlla anche il

comportamento del voto? Molti dati sembrano protendere per il no, dal fatto concreto

che le scelte di parte dei principali telegiornali non hanno influenzato la vittoria di

questo o quest’altro, al fatto che trenta minuti di tg dove la politica è il boccone amaro

da ingoiare per forza possono poco nella presa nelle convinzioni delle persone.

La convinzione che la tv abbia questa grande presa e sia fondamentale per il voto è

fallace e deriva dal periodo di Mani Pulite, quando l’opinione pubblica interagiva con i

media. In realtà quellic he nutrono passione politica, quelli che ci credono, quelli che

s’interessano, sono davvero pochi. La politica e il governo, l’amministrazione del Paese

sono materia d’elezioni per la minoranza. Quella maggioranza legge i giornali. Gli altri

seguono la televisione e s’appassionano a intermittenza.

La politica rimane convinta che la televisione sia il grande tema, il campo aperto allo

scontro per il potere. Non ha compreso che la tv è semplicemente uno specchio

deformante di ciò che accade nella società italiana.

In questo il Paese manca ancora a se stesso. Non s’interessa, non segue, non prende

parte. Il Paese è mancato perché di se stesso, troppo spesso, semplicemente se ne

infischia.

SOCIOLOGIA

Produzione e consumo di notizie

L’organizzazione del lavoro di redazione

Il giornalismo è essenzialmente un’attività di selezione. Per poter selezionare

dall’intero universo degli accadimenti sociali bisogna che gli operatori

dell’informazione strutturino dei processi di raccolta delle informazioni.

La raccolta delle informazioni è compito di specifiche organizzazioni definite

redazioni. Ad esse si associano gli uffici amministrativi, diffusionali, marketing,

tecnici.

Di solito vi sono un direttore, dei vice, un ufficio di coordinamento, e poi vari settori

operativi diversificati per tipologia di informazioni: politica, cronaca, nazionale, estero,

sport, etc.

Negli ultimi anni la crescita dell’informazione ha prodotto la differenziazione anche dei

settori informativi: sono nati i dipartimenti tematici, spesso in grado di produrre

degli speciali.

L’organizzazione redazionale

Le redazioni sono organizzate in modo da rendere più efficace la raccolta delle

informazioni che si ricevono dalle differenti fonti.

Tra le fonti ci sono le agenzie di informazione: tipi particolari di redazioni

giornalistiche con una diffusione molto più capillare sul territorio, basata sulla

presenza di migliaia di corrispondenti e collaboratori, sparsi un po’ ovunque. Questa

presenza così capillare sul territorio permette d’acquisire una gran mole

d’informazioni, che sono trattate giornalisticamente attraverso al compilazione di

brevissime note di agenzia, immediatamente inviate alle testate. La principale agenzia

italiana è l’ANSA.

Le testate usano anche altre forme di raccolte diretta delle informazioni: sia attraverso

la presenza di luoghi deputati a produrre accadimenti interessanti per i giornali, sia

attraverso contatti diretti con specifiche fonti d’informazioni, che possono essere

formalizzati o informali.

Il lavoro giornalistico in redazione si divide in più fasi:

1. Si organizza la raccolta delle informazioni. Quest’operazione è prevalentemente

svolta al mattino, oppure nei giorni precedenti. Si decidono i temi, i luoghi, gli

eventi a cui prestare attenzione e le modalità con cui farlo. Questo processo

avviene prima nei singoli settori, poi è formalizzato in una riunione, svolta

solitamente in tarda mattinata fra i vertici del giornale e i capiservizio dei

diversi settori.

2. Si passa alla fase di raccolta vera e propria, attraverso un lavoro che può essere

svolto in redazione, lavoro di desk, oppure attraverso i contatti formali o

informali. Già in questa fase si attua un’ulteriore selezione.

3. Fase di organizzazione delle informazioni raccolte e di selezione, fra le tante, di

quelle da pubblicare. Si decide il rilievo da fornire a ciascuna, gerarchizzazione,

e le modalità di presentazione. Anche questo lavoro è effettuato negli specifici

settori e poi formalizzato in una seconda riunione pomeridiana con i vertici. Ora

si delineano le notizie a cui sarà data maggiore rilevanza: la prima pagina, la

copertina, i titoli di testa. Ovviamente, a seconda del medium, la scelta è più o

meno selettiva, ma una testata al massimo pubblica il 10-20%% delle notizie

che raccoglie.

La routine produttiva

Nel corso degli anni l’organizzazione produttiva all’interno delle redazioni si è

notevolmente modificata.

L’innovazione tecnologica ha comportato la sovrapposizione fra le attività tipicamente

giornalistiche e quelle poligrafiche. Ora, al computer, ogni giornalista può non solo

redigere il proprio articolo ma anche inserire informazioni grafiche e impaginarlo. Salta

quindi una fase di lavorazione tipica dell’attività poligrafica.

Fasi di redazione dei testi:

1. Se ci si occupa di un evento già previsto in agenda, il giornalista si mette

all’opera dalla mattina, andando sul fatto, cioè recandosi sul luogo. L’evento

può essere seguito anche direttamente in redazione tramite corrispondenti,

oppure attraverso le agenzie di informazione: è quanto fanno i cronisti degli

esteri. Questo metodo di lavorare si sta però diffondendo anche in altri settori.

2. Nel pomeriggio si passa alla fase di stesura degli articoli. Ci si confronta con il

proprio caposervizio per definire bene l’impostazione da dare all’articolo, per

ricevere informazioni precise sui tempi di consegna e sul formato del testo, della

sua lunghezza e sulla collocazione in pagina.

L’interazione fra redattore e caposervizio avviene quasi sempre in un clima di grande

informalità, ma in realtà è lì che si prendono le decisioni più importanti. È una

negoziazione, che diventa più semplice quando redattore e caposervizio condividono

lo stesso punto di vista e la stessa visione sul fatto.

3. In base all’esito del colloquio, il giornalista scrive il testo.

Rispetto a oggi, negli anni passati la chiusura avveniva molto prima, perché la fase di

composizione tipografica era molto lunga: una volta chiuso il pezzo, e ricevuto il

consenso del caposervizio, il testo passava alla composizione, dove veniva riscritto

alla linotype, che lo trasformava in colonne di piombo, quindi stampato su strisce di

carta e poi su un apposito tavolo retroilluminato. Le strisce così prodotte erano

assemblate dal tipografo, che costruiva la pagina sotto la sovrintendenza di giornalisti.

L’introduzione dei computer, avvenuta in Italia negli anni Ottanta, ha

considerevolmente modificato l’organizzazione interna alle redazioni. Non esiste più la

distinzione fra composizione degli articoli e composizione in tipografia. I nuovi sistemi

computerizzati permettono al giornalista di digitare l’articolo sul proprio computer e di

trasferirlo direttamente alla sala composizione, senza passare dal poligrafo.

La reazione di giornalisti è stata ambivalente: da una parte il giornalista acquisisce un

più soddisfacente controllo delle varie fasi del proprio lavoro; dall’altro si registra un

progressivo rinserramento dei giornalisti nelle redazioni: la deskizzazione viene

considerato un impoverimento professionale e, in ogni caso, sembra far tramontare il

mito del giornalista viaggiatore.

Quando cresce la raccolta di informazioni: verso una nuova routine

La velocità con cui oggi le nuove tecnologie permettono di accedere alle informazioni,

non solo porta a una crescita esponenziale della quantità di informazioni, ma cambia

completamente l’intero processo produttivo.

Il giornalista entra in contatto con una mole di informazioni praticamente sterminata, e

le potenzialità di aggiornamento crescono anche grazie alla presenza di archivi

specializzati informatizzati, che ampliano le potenziali fonti dei giornalisti. Il computer

cambia le modalità di raccolta delle informazioni.

Il processo di acquisizione delle informazioni cresce quantitativamente e si diversifica

qualitativamente. Quindi il redattore deve fare una selezione molto più capillare del

materiale che ha a disposizione e non avendo tempo sufficiente a disposizione, ne

consegue che:

Si favorisca il ritorno alle fonti ufficiali: che sono più affidabili e trasmettono le

→ notizie già sotto formati giornalistici e quindi permettono di redigere l’articolo

con più facilità.

Si modifichino i processi interpretativi grazie ai quali si selezionano le

→ informazioni.

Anche la modalità di presentazione delle notizie risulta modificata:

• Cambiano le modalità di scrittura: la facilità e l’immediatezza della scrittura al

computer rendono lo stile più diretto e colloquiale, fatto che può essere visto sia

in modo positivo che negativo.

• Il controllo totale dell’articolo al videoterminale tende a privilegiare gli aspetti

tecnici e produttivi rispetto a quelli contenutistici.

• Si privilegia l’utilizzo di generi più facilmente applicabili in breve tempo.

• Si prediligono notizie aventi caratteristiche tali da richiedere un minor controllo

delle fonti.

• Si aprono nuove potenzialità nella stesura dei titoli.

Cambia anche il concetto di deadline e si tende a perdere la dimensione della

scadenza temporale entrando nel flusso costante di informazioni 24 ore su 24. Per

sfruttare questa opportunità, i giornali americani hanno creato una nuova figura

professionale, l’addetto alla breaking news, impegnati a cercare continuamente notizie

in rete.

I criteri di notiziabilità

Semplificare la realtà

Due criteri descrivono bene il giornalismo:

L’obiettività: la descrizione della realtà;

→ L’eccezionalità/l’improbabilità: l’evento/la notizia, che rompe con la normale

→ regolarità delle cose.

Queste due caratteristiche sembrano essere tra loro contraddittorie, ma a ben

guardare queste caratteristiche sono complementari: il giornalismo racconta la realtà

attraverso la sottolineatura dell’eclatante, dell’iperbolico, del significativo.

Il giornalismo appare sempre più un luogo di scambio; un luogo d’incontro tra

differenti attori sociali. Diventa centrale il termine newsmaking, costruzione delle

notizie, con cui si sottolinea la natura selettiva e negoziale del processo che trasforma

un evento in notizia  si parla di ricostruzione della realtà attraverso un processo di

decontestualizzazione nei formati giornalistici: il giornalismo opera un lavoro di

semplificazione della realtà.

Questo anche attraverso le distorsioni volontarie, cioè le omissioni di ciò che è ritenuto

irrilevante o superfluo. Con distorsione involontaria si intende l’inevitabilità del

processo di trasformazione proprio dell’atto comunicativo. Dal momento che ogni

emittente dovrà selezionare ciò che può dire all’interno dei suoi formati, emergerà una

realtà costruita, che diventa LA realtà per il destinatario.

Ri-contestualizzazione altro non vuol dire che routinizzazione degli avvenimenti in ben

standardizzati processi produttivi.

Il giornalismo è un moltiplicato di conoscenza. Fornisce a un determinato evento

pubblica notorietà. Fornisce pubblicità agli eventi, favorendo la costruzione di uno

spazio pubblico e condiviso di conoscenza.

Questo processo comporta due conseguenze importanti:

L’iscrizione dell’evento a un luogo che possiamo chiamare spazio pubblico.

 La progressiva consapevolezza fra gli individui che la maggior parte delle cose

 che conosciamo del mondo in cui viviamo la sappiamo attraverso l’informazione

giornalistica di qualità.

Lo spazio pubblico è un luogo sempre più affollato di temi, eventi, soggetti

protagonisti, umori, commenti, etc. Il flusso informativo cresce in una pluralità sempre

più articolata di direzioni.

Dalla progressiva consapevolezza di questo processo ha preso consistenza l’ipotesi di

studio e di riflessione sul giornalismo detta agenda setting. Secondo tale approccio, il

giornalismo non dice cosa pensare, bensì stabilisce una gerarchizzazione delle notizie

e degli eventi, dicendo sostanzialmente su cosa bisogna pensare qualcosa.

Il newsmaking

Newsmaking vuole dire costruzione delle notizie. Il concetto implica un lavoro di

selezione insito nel giornalismo. Tale lavoro di selezione è sempre determinato da un

contesto che fa decidere all’emittente cosa raccontare e quanto dare rilevanza a quel

determinato evento. È necessario essere in grado di comprendere i motivi per cui un

determinato evento ha maggiori possibilità di incontrare l’interesse dei suoi destinatari

 richiede una capacità di interpretazione della realtà, del clima sociale; una

competenza non intuitiva ma che si costruisce progressivamente.

La selezione delle notizie dipende da un doppio livello di negoziazione:

1. Macro-negoziazione: quella che avviene tra l’intero sistema giornalistico e

l’intero sistema sociale in cui tale giornalismo si pone. Questa

macro-negoziazione definisce un clima d’opinione che rende maggiormente

notiziabili eventi riguardanti determinati campi in un preciso momento storico.

Non concorre quindi a definire il lavoro quotidiano del giornalista in quanto si

riferisce al contesto socio-culturale, che incide nelle scelte di fondo.

2. Micro-negoziazione: quella che avviene quotidianamente fra fonti e giornalisti, e

poi all’interno delle varie redazioni fra i vari redattori e i loro capi.

Il newsmaking permette di individuare l’attitudine di un evento ad essere trasformato

in notizia; fa riferimento all’esigenza di rendere prevedibile e routinizzabile ciò che

accade nel mondo. Per far ciò, i giornalisti individuano delle ricorrenze, delle

caratteristiche che gli eventi devono avere perché possano dirsi notizie riportabili.

Tali caratteristiche si dividono in quattro categorie:

Criteri sostantivi;

 Criteri relativi al prodotto;

 Criteri relativi alla concorrenza;

 Criteri relativi al pubblico.

I criteri sostantivi

Per criteri sostantivi si intende l’importanza che un evento può avere e l’interesse che

può suscitare. Le variabili individuate che corrispondono a importanza e interesse di

una notizia sono:

Tipo di soggetti coinvolti;

→ La prossimità dell’evento al luogo di edizione della testata;

→ Il numero di persone coinvolte;

→ Le possibilità che l’evento produca sviluppi futuri rilevanti.

I criteri relativi al prodotto

Per criteri relativi al prodotto s’intendono le riflessioni sviluppate dai giornalisti

sull’adattabilità di un evento alle peculiari caratteristiche dell’organizzazione del

lavoro. Per questo motivo è più notiziabile un evento che permetta alla redazione più

tempo per raccogliere informazioni e trasformarle in articolo o servizio tv.

Generalmente sono più notiziabili le notizie che arrivano al mattino, perché c’è tutta la

giornata per elaborare l’articolo, mentre un evento dle tardo pomeriggio, a meno a che

non sia di rilevanza capitale, difficilmente fa rivalutare il lavoro di una giornata.

Il tempo è scarso per una redazione. Oggi sono le notizie che arrivano ai giornalisti e

non più il contrario, ma proprio la mole di fatti e aggiornamenti che arriva costringe ad

un continuo processo di rinnovamento delle notizie. Il flusso informativo accelera gli

aggiornamenti ma anche il ciclo di vita della notizia.

Questo processo influenza sensibilmente l’attività di selezione. Risultano favoriti gli

eventi immediati e facili da comprendere, dotati di una connotazione forte e

maggiormente esemplificativi.

Si crea uno scarto fra tempo dei media e tempi sociali e conseguentemente fra la

rapidità dell’informazione ed i tempi necessariamente più elaborati della

comprensione. Con la maggiore brevità, ma anche intensità, del ciclo di vita della

notizia, si ha un’intensificazione della rappresentazione e poi, dopo poco, la sua rapida

scomparsa.

Generalmente si fa riferimento ovviamente all’attualità, ma tale riferimento può

diventare meno vincolante nel caso di eventi che godano solitamente di minore

attenzione. Può capitare allora che i giornalisti facciano riferimento alla novità interna.

Sempre più rilevante diventa anche il grado di narratività dell’evento: anche se la

notizia è scarsa può essere notiziabile perché ci si può costruire sopra una storia forte.

Un altro criterio di notiziabilità è il bilanciamento: l’equilibrio tra storie belle e notizie

rilevanti, l’esigenza di alternare differenti categorie di eventi e diversi generi narrativi.

Il bilanciamento è più importante nei sistemi giornalistici, come quello italiano, dove

per motivi storici è stata minore la differenziazione del pubblico.

I criteri relativi al pubblico

Ci si orienta anche a seconda degli interessi del pubblico. Dalla strategia tradizionale

della distanza pedagogica si è passati alla strategia della complicità, che favorisce una

più forte identificazione del pubblico con la testata. Il patto di fiducia con il pubblico si

basa adesso sulla facile riconoscibilità, sull’adesione e sull’appartenenza.

Il pubblico non è più soltanto un soggetto da educare, ma è anche un cliente da

conquistare. Bisogna educare il gusto di appartenenza del pubblico.

• Ricorso alla semplificazione della notizia e alla velocizzazione.

• Ricorso alla personalizzazione: favorisce la riconoscibilità e la memorizzazione

delle notizie, secondo una caratteristica tipica della cultura di massa, la

tendenza a privilegiare la storia personale, gli aspetti privati, a concentrarsi sul

protagonista come simbolo caratterizzante l’oggetto di trattazione.

• Ricorso al sensazionalismo: permette di focalizzare un pubblico sempre distratto

verso una notizia. La veloce deperibilità degli eventi comporta la necessità di

una loro rappresentazione immediata che contenga la minore ambiguità

possibile. Per questo si prediligono le tinte forti.

Oggi c’è stato un passaggio ad un’apertura del mondo dei media giornalistici ad un

pubblico più vasto. È nato il fenomeno della popolarizzazione, un fenomeno che non

nasce in paesi, come quelli anglosassoni, dove c’è distinzione fra giornalismo di élite e

giornalismo popolare, bensì in paesi dove i due livelli sono uniti.

La popolarizzazione è il processo attraverso il quale il giornalismo amplia i temi, i

soggetti e gli eventi di cui parla, ma soprattutto sviluppa modalità narrative che

rendono più semplice la comprensione di fatti raccontati per un maggior numero di

individui.

I criteri relativi alla concorrenza

Un giornalismo maggiormente orientato al mercato rende più rilevante anche

l’attenzione per la concorrenza.

Le logiche che guidano il posizionamento di una testata devono tenere attentamente

in considerazione il vissuto della testata, le sue tradizioni, le sue peculiarità, per

poterle fare progressivamente interagire con le opportune innovazioni. Ma

contemporaneamente devono far interagire queste potenzialità con quanto offre la

concorrenza, rispetto alla quale bisogna sviluppare un accorto equilibrio fra

somiglianze e differenziazioni.

Nasce un processo di controllo reciproco che favorisce progressivamente

un’omogeneizzazione dell’informazione.

La concorrenza si gioca in due modi:

La concorrenza fra simili: che competono per lo stesso target. Le testate

 cercano di stare molto attente a non trascurare la completezza

dell’informazione, in modo da non lasciare spazio ai concorrenti diretti; nello

stesso tempo cercano di individuare qualche elemento di differenziazione, che

permetta di far percepire specifiche peculiarità come caratteristica tipica della

testata. Il raggiungimento di ciò si ottiene soprattutto col ricorso alle esclusive.

La concorrenza fra media diversi: nessun medium può operare trascurando

 l’operato degli altri media, poiché il sistema dei media è molto concatenato.

Ibridazioni, sconfinamenti, fact e fiction

Ripercorrendo le trasformazioni che nel corso degli anni Novanta hanno attraversato

soggetti e generi del campo giornalismo, si evidenziano alcuni fattori.

Emerge da una prima ricerca, non soltanto l’accresciuto peso della provincia, come

area territoriale di reclutamento della professione giornalistica, ma soprattutto il dato

inedito di una dislocazione nella classe media estesa, nei ceti piccolo-borghesi e

popolari, del bacino sociale di provenienza dei giornalisti.

Una seconda ricerca evidenzia che la copertura culturale guadagna spazio nelle aree

della cultura dei media, della cultura della vita quotidiana, della cultura del corpo.

L’evento più interessante è il processo di popolarizzazione del campo giornalistico in

Italia all’ingresso degli anni Novanta. Questo processo comincia ad avviarsi a metà

degli anni Ottanta, grazie a una serie di favorevoli condizioni e possibilità:

Crescita degli investimenti pubblicitari e apertura alle logiche di mercato;

 Ingresso di nuovi soggetti sociali, donne e giovani, fra il pubblico dei lettori;

 Estensione territoriale e tipologia dell’area della notiziabilità;

 Introduzione di nuove tecnologie che velocizzano i tempi e incrementano le

 possibilità di raccolta delle notizie;

Maggiore centralità sociale e dunque maggiore autonomia relativa del sistema

 dell’informazione nel suo complesso.

La fioritura della stampa e della cronaca locale, e la relativa presa di distanza

 dalel tradizionali posizioni elitiste e pedagogiche, a favore degli interessi dei

lettori comuni.

Negli anni Novanta questo processo subisce un’accelerazione. Il fattore scatenante e

la televisione, o meglio i nuovi modelli e formati dell’attualità televisiva.

L’informazione d’attualità esce dai propri confini tradizionali per diventare un

elemento trasversale della programmazione televisiva , che si intride di

intrattenimento e fiction e che in varia combinazione con questi dà vita al nuovo

genere del reality show.

La prima metà degli anni Novanta vede quindi esplodere, nell’offerta e nel consumo

televisivo, i molteplici formati di un genere ibrido e meticcio, impastato di

informazione, intrattenimento e fiction. Si tratta di un genere inedito per la televisione,

ma non nuovo in assoluto perché si rifà ai tabloid e al giornalismo popolare  tabloid

television/ infotainment .

La stampa, in risposta, introduce stili tabloid nelle zone più delicate dell’informazione,

soprattutto relativi alla sfera politica. I grandi eventi notiziabili degli anni Novanta

favoriscono questa inclinazione: Mani Pulite e la lotta alla mafia, che non soltanto

soddisfano i criteri forti di notiziabilità, ma si prestano bene a una rielaborazione in

chiave di giornalismo popolare: enfatica, melodrammatica, sdegnosa e ricca di

schematismi morali.

Tutto questo è un grandissimo flop e fa suscitare moltissime polemiche contro il

giornalismo italiano, tacciato di essere sensazionalistico, scandalistico, urlato,

pettegolo, volgare, inconsistente, arreso agli imperativi commerciali e soprattutto

affannato a rincorrere i modelli deteriori dell’intrattenimento televisivo.

Questo fenomeno è però presente non solo in Italia, ma in tutto il giornalismo globale:

se i confini fra i modelli giornalistici si vanno rimescolando perfino nel contesto di

tradizioni e culture ben più avvertite e vigili della nostra nel mantenere ferme le

distinzioni, è forse perché questo non è un processo degenerativo bensì un

mutamento.

Una processo degenerativo va in qualche modo contrastato; una mutazione deve

essere assimilata e bisogna imparare a conviverci. Il problema è che si sta reagendo

alla nascita di questo giornalismo ibrido come se fosse una degenerazione, e non si

comprende che si tratta di una trasformazione che dovremo imparare a comprendere

e accettare.

Gli ibridi di ogni genere sono sempre sospetti e scomodi. Ancor più quando

coinvolgono l’idea di una perdita di valore, di un fatale scadimento qualitativo.

E’ singolare che proprio in Italia dove non si è mai verificato un giornalismo

d’informazione vero e proprio, ci si sia preoccupati del degrado della qualità dei

giornali. Il fatto è che si cade in una convinzione fallace: che il concetto di qualità sia

assimilabile solo a un certo modo di fare giornalismo, quello che si identifica con un

lettorato d’élite.

La qualità dei giornali risiede invece nel binomio dell’indipendenza e della credibilità.

La dicotomia fra qualità e informazione popolare, fra alto e basso, investe tutti i mezzi

di comunicazione. Non esiste una netta separazione fra le due: forme di élite e forme

popolari sono disposte lungo un continuum dove spesso si sovrappongono si

intersecano e si confondono.

Per una serie di ragioni:

Il giornalismo popolare è comunque portatore di standard di qualità, pertinenti

→ alle proprie funzioni, convenzioni e criteri;

I metodi del giornalismo popolare non sono così diversi da quelli del giornalismo

→ d’élite, entrambi adoperano il giornalismo investigativo ad esempio;

Nell’ibridazione permangono componenti e marche del giornalismo serio.

Se l’esperimento di popolarizzazione dei primi anni Novanta del giornalismo italiano

non ha funzionato è per lo stato malfermo dello stesso giornalismo di qualità italiano,

che, mancando di una solida tradizione di credibilità, autonomia, accuratezza,

imparzialità, non era in grado di tenere sotto controllo e anzi assecondava gli aspetti

più deteriori e degenerativi del processo di popolarizzazione.

Paradossalmente, soltanto un giornalismo autenticamente credibile e autorevole è in

grado di dare luogo a forme altrettanto credibili e autorevoli di contaminazione con il

popolare.

Usare il termine faction, saldatura di fact e di fiction  sottolinea la capacità dei fatti di

diventare storie e come questa possa essere una soluzione nella crescente

complessità sociale e nell’enorme dilatazione delle informazioni disponibili.

L’ibrido quotidiano

Il giornalismo popolare o di intrattenimento nasce negli anni Trenta dell’Ottocento con

la Penny Press americana, che introdusse per prima le notizie di cronaca e di interesse

umano e ne fece la sua principale caratteristica. Talvolta la Penny Press pubblicava

pure storie inventate presentate come notizie.

Alla fine dell’Ottocento il giornalismo di massa sviluppato da Hearst e Pulitzer, che

riprendeva lo stile delle penny press aggiungendovi elementi grafici e uno stile

sensazionalistico, consolidò definitivamente il modello del giornalismo popolare e

diede origine al settore dei quotidiani tabloid.

Il giornalismo popolare nasce o guadagna posizioni in nuovi media o nuovi settori

dell’informazione in presenza di due condizioni collegate:

Un mercato potenziale in espansione;

→ La concorrenza intra e inter-media per lo stesso mercato.

L’intrattenimento come elemento di sfida nella concorrenza è un buon terreno dove

contendersi gli ascolti perché poco costoso e molto fruttuoso.

In Italia la nascita e la dilagante espansione di un giornalismo televisivo all’’incrocio fra

fiction e intrattenimento si inserisce egualmente nel quadro di una crescente

competizione tra televisione pubblica e televisione commerciale, giocata appunto sul

piano della cultura popolare perché meno costosa e più redditizia in termini di

audience.

La televisione ha contribuito, e contribuisce in tal modo a consolidare, legittimare e

diffondere un modello di giornalismo tutt’altro che assente dal panorama

dell’informazione italiana, ma finora delimitato alla stampa periodica; e contribuisce al

tempo stesso ad estendere l’area de pubblico familiarizzato con tale modello, con i

suoi contenuti, stili e linguaggi.

Di fatto il panorama della stampa quotidiana ha cominciato a mutare sensibilmente fin

dalla seconda metà degli anni Ottanta, sotto la spinta di fattori ben noti.

La trasformazione più recente è la tendenza alla popolarizzazione che si va

manifestando nella stessa stampa d’élite , e la declinazione peculiare che tale

tendenza assume. Ciò che nel dibattito sui media passa ormai comunemente sotto il

nome di mielismo, non è infatti altro che questo: sotto la spinta della concorrenza

intra-settoriale e inter-mediale e nella tensione verso la conquista di nuovi strati di

pubblico di classe media, la grande stampa nazionale ha intrapreso una consapevole

marcia di avvicinamento ai modelli del giornalismo popolare.

Un elemento è la crescente diffusione di una struttura della notizia che contiene in sé

la propria smentita. Accade infatti di imbattersi ormai con una certa frequenza in

articoli giornalistici, dei grandi quotidiani nazionali, costruiti secondo la sequenza:

1. Notizia affermata

2. Messa in dubbio

3. Smentita

L’affermazione è di norma espressa nel titolo e nel sommario: il testo dell’articolo

provvede poi a revocare in dubbio e infine a smentire la notizia.

Allo stesso tempo si moltiplicano le opinioni e i commenti, si estende la copertura

cultural, si reclutano collaboratori di prestigio, non si cessa insomma di praticare un

giornalismo di qualità che ha il suo referente in pubblico d’élite. Il risultato di questo

processo è un genere eminentemente ibrido di quotidiano, dove giornalismo di qualità

e giornalismo popolare coesistono nello stesso giornale e addirittura nella stessa

pagina.

L’aspetto più interessante e peculiare di questa trasformazione consiste tuttavia nella

circostanza che, mentre di norma la stampa quotidiana popolare non si occupa di

soggetti seri, non fa giornalismo politico in senso stretto da noi accade che anche il

trattamento delle issues della sfera pubblica tenda a ricalcare gli stili, i moduli, i

linguaggi e le formule del giornalismo popolare.

Ciò che sta accadendo rientra in fondo nella tradizione italiana del quotidiano

omnibus, ma con la sostanziale differenza che ora la stessa cronaca politica è in

qualche misura omologata alla cronaca nera, comunque raccontata secondo lo stile

sensazionalistico, le modalità fictional, i registri emotivi del giornalismo popolare.

LINGUAGGIO E GRAFICA

La lingua dei media

Condizionamenti; egemonie

La situazione e la collocazione testuale definiscono la funzione di un fenomeno. Ogni

scelta grafica in un giornale ha una motivazione.

Per quanto riguarda la televisione, due fattori ne hanno modificato le condizioni di

partenza: la riforma del 1976, che ha sostituito in parte lo speaker tradizionale con il

giornalista regionale; sempre maggiore spazio alla diretta.

Si è detto che tali innovazioni hanno affiancato alla televisione-modello la

televisione-specchio, intento a riprodurre il parlato informale del pubblico,

partecipante in vari modi alle trasmissioni. Tale osservazione pecca tuttavia di

semplicismo. Primo, perché il linguaggio televisivo non è unico, ma una somma di

linguaggi, in quanto ogni genere che viene trasmesso in tv ha un proprio linguaggio

specifico. Secondo, la tesi della televisione-specchio non tiene conto di un fenomeno

fondamentale di tutti i media: la formulazione cui è soggetto ogni discorso trasmesso.

Con il tempo il giornale quotidiano si è sempre più trasformato in un insieme di

contenitori di diversi temi e strutture formali. Con immagini e iconismi vari, il rotocalco


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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DeliaLeggio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche del giornalismo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm o del prof Agostini Angelo.

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