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Giornalismo e letteratura

Appunti di italiano per la comunicazione: rilevare e verificare - anche attraverso l’esibizione di esempi e modelli - le tenaci connessioni intercorrenti fra la scelta dell’argomento trattato, il genere impiegato, i mezzi stilistici e linguistici adottati.

Esame di Italiano per la comunicazione docente Prof. F. D'Alessandro

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ESTRATTO DOCUMENTO

quando arriverai in fondo vedrai che non solo avrai una idea chiara dell’insieme, ma anche che saprai tutto.

Noialtri continuiamo a ripeterci, a ripeterci…

Dino Buzzati: un autoritratto, Dialoghi con Yves Panafieu)

(Tutti i frammenti sono tratti da

27.

[Ancora sulla chiarezza]

L’esperienza giornalistica mi è servita, per scrivere. Ho imparato a togliere gli aggettivi, gli avverbi inutili, a evitare

la prolissità. Ho capito l’importanza di essere uno scrittore libero, cioè di scrivere in assoluta libertà, senza schemi

precostituiti. Ma ho anche capito che questa libertà non va confusa con l’abbandono, con l’enfasi, con il diluvio

sentimentale, va usata col massimo controllo. E ho anche imparato l’importanza della chiarezza. Tutti,

assolutamente tutti i grandi talenti, secondo me, hanno in comune una caratteristica, cioè l’estrema semplicità:

che, naturalmente, è cosa diversa dalla facilità.

(Da un’intervista a Dino Buzzati)

28.

"L'unico che riuscì a raccontare delle battaglie navali fu Buzzati. Ma perché? Perché Buzzati sfuggiva alla censura

in quanto dai suoi racconti il povero censore - e in genere il censore era un cretino, perché solo un cretino si può

mettere a fare il censore - non riusciva a capire in quale secolo, in quale mare si era svolta la battaglia che Buzzati

raccontava. Buzzati infatti ne faceva una favola…"

(I. M , 1972)

ONTANELLI

29.

[Della genesi del Deserto dei Tartari]

Probabilmente tutto è nato nella redazione del «Corriere della Sera». Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti,

ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se

sarebbe andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a

poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri

molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch’io un

giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione,

colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire. Chiaro

che la stessa situazione si presenta in tutti i generi di lavoro, in tutte le carriere. Era insomma un tema abbastanza

universale, una macchina nei cui ingranaggi ero preso io, ma che macinava anche la stragrande maggioranza dei

miei simili.

[…] L’ambiente militare, specificatamente quello di una fortezza al confine, mi offriva due grandi vantaggi.

Primo, quello di esemplificare il tema della speranza e della vita, che passa inutilmente, con una maggiore

evidenza, perché la disciplina e le regole militari erano assai più lineari, rigide e inesorabili di quelle instaurate in

una redazione giornalistica. Pensavo, insomma, che, in un ambiente militare, la mia storia avrebbe potuto

acquistare persino una forza di allegoria riguardante tutti gli uomini. Secondo motivo, il fatto che la vita militare

corrispondeva alla mia natura. Il deserto dei Tartari)

(Prefazione alla prima edizione de

30.

Signor direttore, dipende soltanto da lei se questa confessione a cui sono dolorosamente costretto si convertirà

nella mia salvezza o nella mia totale vergogna, disonore e rovina.

[…] È una lunga storia che non so neppure io come sia riuscito a tenere segreta. Né i miei cari, né i miei amici,

né i miei colleghi ne hanno mai avuto il più lontano sospetto. Bisogna tornare indietro di quasi trent’anni. A

quell’epoca ero semplice cronista nel giornale che lei adesso dirige. Ero assiduo, volonteroso, diligente, ma non

brillavo in alcun modo. Alla sera, quando consegnavo al capocronista i miei brevi resoconti di furti, disgrazie

stradali, cerimonie, avevo quasi sempre la mortificazione di vedermeli massacrare; interi periodi tagliati e

completamente riscritti, correzioni, cancellature, incastri, interpolazioni di ogni genere. Benché soffrissi, sapevo

che il capocronista non lo faceva per cattiveria. Anzi. Il fatto è che io ero, e sono, negato a scrivere. E se non mi

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avevano ancora licenziato era solo per il mio zelo nel raccogliere notizie in giro per la città. Ciononostante, nel

profondo del mio cuore, ardeva una disperata ambizione letteraria. E quando compariva l’articolo di un collega

poco meno giovane di me, quando veniva pubblicato il libro di un mio coetaneo, e mi accorgevo che l’articolo o

il libro avevano successo, l’invidia mi addentava le viscere come una tenaglia avvelenata. Di quando in quando

tentavo di imitare questi privilegiati scrivendo dei bozzetti, dei pezzi lirici, dei racconti. Ma ogni volta, dopo le

prime righe, la penna mi cadeva di mano. Rileggevo, e capivo che la faccenda non stava in piedi. Allora mi

prendevano delle crisi di scoraggiamento e di cattiveria. Duravano poco per fortuna. Le velleità letterarie si

riassopivano, trovavo distrazione nel lavoro, pensavo ad altro, e nel complesso la vita riusciva abbastanza serena.

Finché un giorno venne a cercarmi in redazione un uomo che non avevo mai conosciuto. avrà avuto

quarant’anni, basso, grassoccio, una faccia addormentata e inespressiva. Sarebbe riuscito odioso se non fosse

stato così bonario, gentile, umile. l’umiltà estrema era la cosa che faceva più colpo. Disse di chiamarsi Ileano

Bissat […]

Lasciò sul tavolo un malloppo di manoscritti. Figurarsi se avevo voglia di leggerli. Li portai a casa, dove rimasero,

sopra un cassettone, confusi in mezzo a pile di altre carte e libri, per almeno un paio di mesi. Non ci pensavo

assolutamente più, quando una notte che non riuscivo a prendere sonno mi venne la tentazione di scrivere una

storia. Idee per la verità ne avevo poche ma c’era sempre di mezzo quella maledetta ambizione. Ma di carta da

scrivere non ce n’era più, nel solito cassetto. E mi ricordai che in mezzo ai libri, sopra il cassettone, doveva

esserci un vecchio quaderno appena cominciato. Cercandolo feci crollare una pila di vecchie cartacce, che si

sparsero sul pavimento. Il caso. Mentre le raccattavo, lo sguardo mi cadde su un foglio scritto a macchina che si

era sfilato da una cartella. Lessi una riga, due righe, mi fermai incuriosito, andai fino in fondo, cercai il foglio

successivo, lessi anche quello. Poi avanti, avanti. Era il romanzo di Ileano Bissat. Fui preso da una selvaggia

gelosia che dopo trent’anni non si è ancora quietata. Boia d’un mondo, che roba. Era strana, era nuova, era

bellissima. E forse bellissima non era, forse neanche bella, addirittura era brutta. Ma corrispondeva

maledettamente a me, mi assomigliava, mi dava il senso di essere io. Erano una per una le cose che avrei voluto

scrivere e invece non ero capace. Il mio mondo, i miei gusti, i miei odii. Mi piaceva da morire. […]

al signor direttore)

(Riservatissima

«Quel Limbo che lui vedeva e noi no». Buzzati cronista narratore

31.

Una specie di demonio si aggira dunque per la città, invisibile, e sta forse preparandosi a nuovo sangue. L’altra

sera noi eravamo a tavola per il pranzo quando poche case più in là una donna ancora giovane massacrava con

una spranga di ferro la rivale e i suoi tre figlioletti. Non si udì un grido. Negli appartamenti vicini continuavano,

fra tintinnio di posate e stanchi dialoghi, i pranzi familiari come nulla fosse successo, e poi le luci ad una ad una si

spensero, solo rimase accesa nel cortile quell’unica finestra al primo piano, e i ritardatari, passando, pensarono

che lassù forse un bambino era ammalato, o una mamma era rimasta alzata tardi a lavorare, o altra scena, dietro

quei vetri, di notturna intimità domestica: e invece là tutto era silenzioso e immobile; orribilmente fermi come

pietre i quattro corpi di cui il più piccolo seduto sul seggiolone con la testa piegata da una parte come per un

sonno improvviso, e fermo oramai anche il sangue i cui rigagnoli, simili a polipo immondi, lucevano sempre

meno ai riflessi della lampadina di 25 candele, facendosi sempre più neri. Così la città intera vegliò,

inconsapevole, sulla mamma e sui tre bambini morti senza un sacramento, abbandonati sulle gelide piastrelle in

tutta la loro corporale miseria, e fino a che non tornò il giorno e non suonarono le nove non ci fu a consolarli la

pietà di nessuno.

Un’ombra gira tra noi)

(D. B ,

UZZATI

32.

[Sull’esperienza di Albenga]

Era dopo la guerra. Un giorno, a mezzanotte, ho incontrato per caso Afeltra, vicino al Corriere. E lui mi dice:

«Adesso tu vai a casa immediatamente e fra mezz’ora ti mando una macchina. Devi andare ad Albenga. Sono

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morti quarantadue bambini annegati». Sono partito in macchina verso le due di notte, ma è lungo andare ad

Albenga. Era estate. Sono arrivato che albeggiava. Ed ho avuto l’idea – non è che fosse una trovata, era solo

buon senso… - di cominciare col chiedere dove erano questi bambini, a che istituto appartenevano, e prima sono

andato all’istituto. Lì mi sono fatto dare tutta la lista dei morti. Perché la prima cosa da avere era i nomi. Avendo

i nomi mi sentivo già più sicuro di me. Quando sono arrivato alla piazza di Albenga, ho visto un posto piuttosto

squallido, deserto – saran state le cinque e mezza del mattino, le sei… - dove in fondo si vedeva un padiglione

illuminato. Sui lati della piazza c’erano molte automobili, dove ho subito riconosciuto alcuni miei colleghi, tra cui

Vittorini. Tutti scrivevano a macchina… Tac tac tac tac tac. Era il loro articolo. Per me era una brutta faccenda

perché dovevo spedire un lungo servizio per le otto e mezza o le nove… E in fondo c’era questo padiglione

illuminato dove non c’era nessuno tranne i quarantadue bambini morti, stesi lì… Cosa spaventosa. Terrificante.

Allora ci sono andato a scrivere il mio articolo. È stato un servizio forse un po’ retorico, perché mi sono lasciato

emozionare un po’ troppo, ma per i giornali e i lettori italiani andava bene. Quello era il primo servizio, quello del

mattino, per le informazioni. Poi la sera ho fatto il grande servizio per il «Corriere della Sera», dicendo quanto

orrenda era stata la faccenda. Infatti si erano fatte arrivare tutte le mamme da Milano e c’erano state tutte le scene

di riconoscimento. Capisci, quelle mamme dei bambini, lì in mezzo?... Ti laceravano l’anima, e nello stesso tempo

erano nauseabonde. Perché c’era una recitazione, cosa che naturalmente in un giornale italiano non si poteva

dire!... C’era una gara: a chi urlava di più. E nell’articolo, a un certo momento, mi è sfuggita la frase seguente:

«Sembrava che in questi urli ci fosse sintetizzato tutto il dolore del mondo». Capisco che son fregnacce, ma mi

ero lasciato trascinare dall’atmosfera… E poi il «Times» ha ripreso questa faccenda, perché al «Corriere»

l’avevano messo nel titolo, non ero stato io a metterlo… E il «Times», maliziosamente, non dico con cattiveria,

ha ripreso la formula «Tutto il dolore del mondo nel pianto delle mamme di Albenga» in un pezzo un po’

sfottente dove veniva detto in sostanza: «eh, gli italiani, tutto il dolore del mondo! Son quarantadue bambini

morti… non è tutto il dolore del mondo». Ma ciò vale per dire quanto episodi del genere ti possono insegnare la

maniera in cui si commuove il lettore. In questo, il giornalismo è prezioso.

Buzzati: un autoritratto. Dialoghi con Yves Panafieu)

(Dino

33.

Otto anni fa l’impresa «Ing. Antonio e Carlo Gallino» di Genova terminò i lavori per la fognatura di Albenga. La

cloaca scaricava nel mare in località Burone con un grosso tubo prolungantesi dalla riva un’ottantina di metri.

Furono smontate le impalcature, barche e pontoni se n’andarono, il mare restò tranquillo, solo ne emergeva un

doppio allineamento di pali piantati a trattenere la conduttura. «È rimasta ancora una putrella», avvertì forse un

operaio. Era un’asta di ferro a T infissa nel fondo, una delle tante servite a sostenere le passerelle. Non riuscirono

a smuoverla. Venne lasciata là, non era gran danno. Tanto, la si vedeva spuntar fuori dall’acqua. Nello stesso

istante a Milano un operaio si fermò per la via scherzando con una ragazza. La incontrava ogni mattina, quel

giorno finalmente riuscì ad attaccare discorso. Gli era simpatica. Né lui né lei immaginavano che entro otto mesi

si sarebbero sposati. Nello stesso istante, sempre a Milano, una giovane donna alzò la testa dal lavoro, ascoltando

il suo bambino di un anno che nella stanza vicina tossiva. Che pena. Prima di sera avrebbe mandato il marito a

chiamare un medico.

Nella medesima ora altre quarantadue coppie di uomini e donne sparse nell’Italia settentrionale facevano progetti

per il futuro. A nessuno di tutti costoro poteva interessare l’esistenza di una putrella in ferro dimenticata nel mare

dai lavoranti. Eppure il destino aveva già scritto: l’avvenire degli ottantotto uomini e donne era irrevocabilmente

annodato a quella spranga, la quale forse seppe di non essere stata dimenticata per niente: la fatalità le aveva

affidato, a lunghissima scadenza, un incarico tremendo, e non c’era uomo sulla terra che potesse capirlo.

L’altoparlante di Albenga esasperò i parenti stanchi)

(D. B ,

UZZATI

34.

La Baliverna era un grandissimo e piuttosto lugubre edificio di mattoni costruito fuori porta nel secolo 17esimo

dai frati di San Celso. Estinto l'ordine, nell'Ottocento il fabbricato era servito da caserma e prima della guerra

apparteneva ancora alla amministrazione militare. Lasciato poi in abbandono, vi si era instal- lata, con la tacita

acquiescenza delle autorità, una turba di sfollati e senzatetto, povera gente che aveva avuta distrutta la casa dalle

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bombe, vagabondi, "barboni", disperati, perfino una piccola comunità di zingari. Solo col tempo il Comune,

entrato in possesso dello stabile, vi aveva messo una certa disciplina, registrando gli inquilini, sistemando gli

indispensabili servizi, allontanando i tipi turbolenti. Ciononostante la Baliverna, anche a motivo di varie rapine

avvenute nella zona, aveva brutta fama. Dire che fosse un covo della malavita sarebbe esagerato. Però nessuno

passava volentieri di notte nei dintorni.

Laggiù accompagnavo spesso, nei pomeriggi di sabato o domenica, mio cognato Giuseppe, entomologo, che in

quei prati trovava molti insetti. Era un pretesto per prendere un po' d'aria e stare in compagnia.

Già appassionato di alpinismo, mentre gli altri erano intenti alla ricerca degli insetti, mi venne voglia di provare a

arrampicarmi su per lo sconnesso muro: i buchi, i bordi sporgenti di certi mattoni, vecchi ferri incastrati qua e là

nelle fessure offrivano appigli convenienti. Non pensavo certo di salire fino in cima. Era soltanto il gusto di

sgranchirmi, di saggiare i muscoli. Un desiderio, se si vuole, un po' puerile.

Senza difficoltà mi innalzai un paio di metri lungo il pilastro di un portone ora murato. Giunto all'altezza

dell'architrave, tesi la destra verso una raggera di arrugginite aste di ferro, foggiate a lancia, che chiudeva la lunetta

(forse in questa cavità c'era stata anticamente qualche immagine di santo).

Afferrata la punta della lancia, mi tirai su di peso. Ma quella cedette, spezzandosi. Per fortuna non ero che a un

paio di metri dal terreno. Tentai, ma inutilmente, di tenermi con l'altra mano. Perso l'equilibrio, saltai indietro e

caddi in piedi, senza alcuna conseguenza benché prendessi un duro colpo. L'asta di ferro, spezzata, mi seguì.

Quasi contemporaneamente, dietro all'asta di ferro se ne staccò un'altra, più lunga, che dal centro della raggera

saliva verticalmente a una specie di sovrastante mensola. Doveva essere una specie di puntello messo a scopo di

rabberciatura. Venuto così a mancare il suo sostegno, anche la mensola - immaginate una lastra di pietra larga

come tre mattoni - cedette, senza però precipitare; restò là sbilenca, mezza dentro e mezza fuori.

Né qui ebbe fine il guasto da me involontariamente provocato. La mensola sorreggeva un vecchio palo, alto circa

un metro e mezzo, che a sua volta aiutava a sostenere una specie di balcone (solo adesso mi si rivelavano tutte

queste magagne, che a prima vista si confondevano nella vastità della parete). Il palo era stato semplicemente

incastrato tra le due sporgenze; non fissato al muro. Spostatasi la mensola, due tre secondi dopo il palo si piegò

in fuori e io feci appena in tempo a saltare indietro per non prendermelo in testa. Toccò terra con un tonfo.

Era finita? A ogni buon conto mi allontanai dal muro verso il gruppo dei compagni distante circa trenta metri.

Costoro erano in piedi, rivolti tutti e quattro verso me; non me però guardavano. Con un'espressione che non

dimenticherò, fissavano il muro, molto sopra la mia testa. E mio cognato a un tratto urlò: "Mio Dio, guarda!

guarda! ".

Mi volsi. Al di sopra del balconcino, ma più a destra, il muraglione, in quel punto compatto e regolare, si

gonfiava. Immaginate una stoffa tesa dietro la quale prema uno spigolo diritto. Fu dapprima un lieve fremito

serpeggiante su per la parete; poi apparve una gibbosità lunga e sottile; poi i mattoni si scardinarono, aprendo le

loro marce dentature; e, tra scoli di pulverulente frane, si spalancò una crepa tenebrosa.

Durò pochi minuti o pochi istanti? Non saprei dire. In quel mentre - dite pure che io sono matto - dalle

profonde cavità dell'edificio venne un boato triste che assomigliava a una tromba militare. E tutto intorno, per

vasta zona, si udì un lungo ulular di cani.

A questo punto i ricordi si accavallano: io che correvo a perdifiato cercando di raggiungere i compagni già

lontani, le donne sul bordo del campo che, balzate in piedi, urlavano, una che si rotolava nella terra, una figura di

ragazza seminuda che si sporgeva incuriosita da una delle più alte finestrelle mentre sotto di lei già si spalancava

la voragine: e, per un baleno di secondo, la visione allucinante della muraglia rovesciantesi nel vuoto. Allora,

dietro gli squarci sommitali, pure la intera retrostante massa di là del cortile, si mosse lentamente, tratta da

irresistibile forza di rovina.

Seguì un terrificante tuono come quando le centinaia di Liberator si scaricavano insieme delle bombe. E la terra

tremò, mentre si espandeva velocissima una nuvola di polvere giallastra che nascose quella immensa tomba.

[…] Ero stato io a provocare l'ecatombe? La rottura dell'asta di ferro aveva, per una mostruosa progressione di

cause ed effetti, propagato lo sfacelo all'intero mastodontico castello? O forse gli stessi primi costruttori con

diabolica malizia avevano disposto un segreto gioco di masse in equilibrio per cui bastava togliere quella

minuscola asticciola per scardinare tutto quanto?

crollo della Baliverna)

(Il 17

La camera ardente di Albenga resterà fra le cose più grandi e spaventose di tutti questi anni e della mia personale

vita: la camera ardente e ciò che vi è accaduto nel pomeriggio di oggi.

Ad un certo punto ha perso ogni significato il sapere come i 43 bambini fossero morti, non è importato più né il

nome, né i cosiddetti episodi, né gli sforzi per il salvataggio, né di chi potesse essere la colpa. È rimasto

unicamente lo spettacolo indicibile del basso stanzone della Croce Bianca, col soffitto imbiancato a calce, lungo

le pareti le vetrine con le bandiere del sodalizio e appesi i ritratti di vecchi benefattori. Perché qui la morte aveva

allestito una faccenda talmente infernale che tutte le stragi degli anni scorsi, per quanto crudeli e cariche di

sangue, risultano al paragone pallidi e quasi grotteschi tentativi. […]

Mai, diciamo, la morte aveva chiuso in un quadro così compatto e inesorabile il suo trionfo. [… ]

Ad Albenga, diremo per puro dovere di cronisti, si era concentrato, nel pieno della serenità, tutto il dolore del

mondo e si spezzavano cuori rimasti fino a stamane di pietra.

Ma la morte, com’è evidente, non era ancora contenta, e desiderava sfruttare, per così dire, ancora di più il suo

abominevole capolavoro. E Cristo e gli uomini evidentemente non avevano sofferto abbastanza. Perciò, alle ore

15, nella piazza di Albenga, arrivò il primo autobus proveniente da Milano con a bordo circa quaranta persone

adulte: le madri, i padri, i nonni e gli zii dei bambini che erano morti. […]

Si formò nella sala un vortice di atrocissimo dolore umano. Non avevo mai immaginato che il cuore potesse

essere così fatalmente sconvolto dalla sofferenza del prossimo. […] Era finalmente soddisfatta la morte? Era

questo che desiderava? […]

Tutto il dolore del mondo in quarantaquattro cuori di mamme)

(D. B ,

UZZATI

35. Stavolta per il giornalista che commenta non c'è compito da

risolvere, se si può, con il mestiere, con la fantasia e con il cuore.

Stavolta per me, è una faccenda personale. Perché quella è la mia

terra, quelli i miei paesi, quelle le mie montagne, quella la mia gente.

E scriverne è difficile. Un po’ come se a uno muore un fratello e

gli dicono che a farne il necrologio deve essere proprio lui.

[…] "Notte. Due finestre accese nella cabina comandi centralizzati,

nell’acqua del lago artificiale si specchia una gelida fascetta di luna,

ronzii nei fili, giù nel tenebroso botro lo scrosciare dello scarico di

fondo, a Longarone, Faè, Rivalta, Villanova dormono, ma c'è

ancora qualcuno che contempla il video, qualcuno nell'osteria intento all'ultimo scopone. In quanto alle

montagne esse se ne stanno immobili, nere e silenziose come il solito.

"No, a questo punto l'immaginazione non è più capace di proseguire, la valle, i monti, i paesi, le case, gli uomini,

tutto riesco ad immaginare nella notte tranquilla poiché li conosco così bene, ma adesso non bastano le

consuetudini e i ricordi. Come ricostruire con la mente ciò che è accaduto, la frana, lo schiantamento delle rupi, il

crollo, la cateratta di macigni e di terra nel lago? E l'onda spaventosa, da cataclisma biblico, che è lievitata

gonfiandosi come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel

burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati. E il tonfo nel lago, il tremito

della guerra, lo scroscio dell'abisso, il ruggito folle dell'acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di

boati, stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel

funesto silenzio di quando l'irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c'è nelle tombe?

"Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d'acqua e l'acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il

bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano

migliaia di creature umane che non potevano difendersi.

Natura crudele)

(D. B ,

UZZATI

36.

E adesso è fatta finalmente! Due uomini in piedi su un pinnacolo di ghiaccio alto 8888 metri, e al di sopra non

c’è nulla, nessuno mai è stato più in alto. Perché quella è la cima del mondo, il massimo anelito della crosta

terrestre, la rugosità più accentuata di quante ricoprono questa vecchia mela avvizzita su cui viviamo, sospesa

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negli spazi siderali. E nello stesso tempo – senza che ci sia retorica – è la Vetta, il Culmine Supremo, il simbolo

stesso dell’Ideale e dell’Ascesa.

[…] Ma ora qui noi, lontani, esiliati nella polvere e nei rumori infetti della città, sul piatto fondo di una

banalissima pianura, ripetiamo la domanda: c’è proprio da esser contenti? Non era meglio se l’Everest fosse

rimasto intatto?

Guardatela la superba montagna, la solenne cattedrale che fino al 29 maggio poteva essere creduta un miraggio,

una parvenza, un mito. Non è forse più piccola di ieri? Non è in certo senso meno bella? E quell’infinitesima

traccia che i quattro ramponi e le piccozze hanno lasciato sulle cornici della suprema cresta, quelle peste di

formiche sulla testa vitrea del gigante, non sono in fondo malinconiche a vedersi?

Era l’ultima occasione della nostra fantasia, la superstite rocca dell’ignoto, il residuo frammento d’impossibile che

la Terra conservava. Benché fotografato da ogni parte, misurato metro a metro con gli strumenti topografici,

registrato meticolosamente sulle carte, l’Everest era di un’immensità senza confini, proprio perché non

conquistato. Oggi l’incanto è rotto, oggi siamo sicuri che la cima favolosa è fatta come tante altre, che non vi

abitano gli dei della montagna. Oggi l’Everest entra, pur se al primo posto, nel repertorio delle cime note, con

nomi e cognomi di alpinisti, descrizioni dell’itinerario eccetera. È insomma cominciata la sua storia, ma è finita

per sempre la leggenda.

E adesso? Che resta più da fare? La Terra non sembra diventata all’improvviso più angusta e squallida?

Nell’antichissimo castello, in cima alla più superba torre, esisteva ancora una stanzetta dove nessuno era mai

stato. La porta finalmente è stata aperta. L’uomo è entrato e ha visto. E di misteri non ne restano più.

(L’Everest, giugno 1953)

37.

Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi

giungono si fanno sempre più rare. Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono

passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino. Credevo, alla partenza, che in

poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove

genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei. Penso

talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi

in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale;

questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all'estrema frontiera. Ma più sovente mi

tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io

avanzi, mai potrò arrivare alla fine. Mi misi in viaggio che avevo già più di trent'anni, troppo tardi forse. Gli

amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in

realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire. Sebbene spensierato - ben più di quanto sia ora! – mi preoccupai di

poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi

servissero da messaggeri.

sette messaggeri)

(I

38.

Il lettore imparò subito a seguire Buzzati e ne apprezzò la probità e la fantasia. Seppe subito che quel giornalista,

stando dentro ai fatti, da essi lo avrebbe distaccato, ed era perciò un giornalista profondamente diverso. Imparò

ad aspettarsi dalla realtà qualcosa che stava al di là, nella favola della vita, se si vuole, o del destino. Allo stesso

modo seppe che non esisteva materia specialistica per quel giornalista, perché tutto il reale poteva appartenergli:

unica sua specialità la vita.

Letteratura bastarda)

(C. M ,

ARABINI

39.

Cronache dal Giro d’Italia

A un esercito irto e tenacissimo dovrete dare battaglia fin dal primo giorno; e poi, dopodomani e il giorno

successivo e sempre ve lo troverete sulla via. Vi lancerà addosso i suoi reggimenti che hanno sinistri nomi:

chilometri si chiamano, nuvole e tuoni, polvere, salite, scirocco, buche…

(Da Palermo) 19

Perché l’antica e nobile Cassino non era oggi ad aspettare i corridori del

Giro d’Italia in viaggio da Napoli a Roma? Sarebbe stato così gentile.

Invece non c’erano le belle ragazze alle finestre, mancavano anche le

finestre, mancavano i muri in cui le finestre si aprissero, non c’erano

festoni di carta velina, policroma tesi tra le vecchie piccole case colorate

in rosa, mancavano perfino le case, le strade, niente c’era tranne dei sassi

informi cotti dal sole e dal colore biancastro e polvere, ed erbacce,

sterpi, anche qualche alberello a significare che ormai là comandava la

natura ovverosia la pioggia, il vento, il sole, le lucertole, gli organismi del

mondo vegetale e animale ma non più l’uomo, paziente creatura che per molti secoli aveva là vissuto, lavorato,

amato, procreato nell’intimità delle sue apposite abitazioni da lui costruite pietra su pietra e adesso invece niente,

niente più esisteva.

Ma non c’era proprio nessuno più in quella gigantesca cicatrice bianca che risplendeva selvaggiamente al sole sul

fianco della valle? Sì, c’era, ridotto in irriconoscibili frammenti, schegge d’ossa, o polvere, oppure ancora intero

ma sepolto sotto i sassi informi. Un vecchio, forse, o una donna, o un giovane che non aveva voluto

assolutamente muoversi di là quando le grosse artiglierie d’ultimo modello intrapresero la più pedantesca e totale

demolizione che si sia mai vista al mondo, così che non restasse più neanche un moncone di muro alto due

metri, neanche un minimo riparo dietro cui un soldato di bassa statura si potesse defilare, tutto spianato come

alle origini del mondo: meglio anzi, perché alle origini vi si stendeva probabilmente una vegetazione d’alberi e

cespugli.

“Il Giro?” rispondeva costui “ma noi qui di Cassino vecchia non siamo pronti e ci manca tutto per accogliere

decentemente i corridori. Abbiate pazienza, non abbiamo più strade per farli passare, né occhi per vederli, né

voci per gridare evviva e neppure mani per gli applausi”.

“Su, sorgete. Un momento solo. C’è Bartali, c’è Coppi. Non avete voglia di vederli, se non altro per curiosità?

Basta mezzo minuto, su, un piccolo sforzo e poi tornerete al vostro sonno. Corrono forte i giganti della strada, si

fa appena in tempo a guardarli e sono già passati,” (ma questa è una bugia perché oggi i giganti della strada, i

divoratori di chilometri, le locomotive umane assomigliano piuttosto a neghittosi lumaconi).

“No, no, lasciateci dormire” rispondeva la voce “rivolgetevi agli altri, a quelli che son rimasti e un po’ discosto,

vedete? dove la valle si allarga, stanno ricostruendo. Cassino nuova intendo. È già in piedi. Ci hanno dato dentro

a lavorare, no?”

“Vediamo, sì, ma è un’altra cosa. Commovente, bellissima testimonianza della tenacia umana. Però queste nuove

orrende architetture carcerarie non hanno niente a che vedere con la città di prima. Non sono neanche razionali

perché in case così brutte la vita sarà sempre incomoda e triste. Non è Cassino, questa. È una creatura strana e

diversa che fa risaltare ancora più crudelmente la cicatrice sul fianco della valle”.

“Capisco” diceva la voce “ma è troppo tardi. Se risorgessimo, anche per un minuto, la gente viva si

spaventerebbe. Si ricorda di noi e ci vuol bene, purché ce ne stiamo silenziosi e quieti sotto la terra. Troppo

tempo è passato. Gli anni cancellano. Qui dove era la mia camera, il letto, l’immagine del santo, la pannocchia

appesa al muro, lo schioppo, due o tre libri, il trespolo con la catinella, adesso c’è una pianta di nocciolo e i

pettirossi saltellano sui rami. Meglio così, forse. E rinunciare al Giro”.

“The Giro? What’s that?” domandava allora, risvegliato dal clangore dei clacson e dallo strepito delle biciclette,

Martin J. Collins, già soldato addetto al rifornimento munizioni ed ora per lui fantasma esangue qui stabilitosi per

sempre (ci fu una bianca vampata, un polverone, uno schianto fortissimi e del bellissimo giovane non si trovò

più nulla, neppure l’elmo, polvere insomma, anche lui ricordo astratto). E con fatica, dalla sua rustica tomba fatta

di sassi e vento e sole, solleva la testa sonnolento.

“Was ist los?” domanda allora, a un metro da lui, il già feldwebel Friedrich Gestern, pur lui trasformato in pura

rimembranza da un colpo magistrale. Dormiva, si è svegliato al fracasso delle macchine, si strofina, per vedere

meglio, gli occhi stanchi. E anche altri si svegliano, invisibili a noi, lungo le prode ridiventate verdi, nelle vallette

che oggi al sole di maggio posson sembrare altrettanti paradisi e cinque anni fa brulicavano di morti. Quanti

sono! Un esercito di innumerevoli uniformi e razze commiste, uomini che si scannarono a vicenda ed ora vivono

uno accanto all’altro in serenità, pacificati dal supremo armistizio.

“Nessun allarme” diciamo “è il Giro, brava gente, che non fa male a nessuno. Pedalano, faticano, cercano di

correre (tranne oggi) più svelto che possono. E perché? Per niente. Per il gusto di arrivare primi, per la

20

soddisfazione di quelli che stanno a vedere, perché l’uomo se in qualche modo non combatte diventa infelice. Ma

forse, scusateci, non è cosa per voi. È vita, questa, nella sua forma più ingenua, clamorosa e per voi un po’

irritante, temo. Scusateci”.

“Si passava di qui. Se vi abbiamo svegliato, ci dispiace. Noi si voleva soltanto dare un saluto alla vecchia Cassino

che non esiste più. E voi qualcosa ne sapete. Non abbiate paura, ce ne andiamo subito, poi non ci vedrete più per

un anno almeno. Buon sonno ragazzi”.

I corridori ridestano i fantasmi della vecchia Cassino)

(D. B ,

UZZATI

40.

"Ah, non sei venuto solo? E chi c'è con te? Un compagno di reggimento? Il figlio della Mena, forse? ".

"No, no, era uno che ho incontrato per via. È fuori che aspetta adesso. ".

"È lì che aspetta? E non l'hai fatto entrare? L'hai lasciato in mezzo alla strada? ".

Andò alla finestra e attraverso l'orto, di là del cancelletto di legno, scorse sulla via una figura che camminava su e

giù lentamente; era tutta intabarrata e dava la sensazione di nero. Allora nell'animo di lei nacque, incomprensibile,

in mezzo ai turbini della grandissima gioia, una pena misteriosa ed acuta.

mantello)

(Il

41.

La corsa sta passando nei luoghi dove maggiormente è infuriata la guerra. Si erge davanti a noi una montagna

brulla con un mucchietto di rovine sulla sommità. Alle falde fu Cassino. Sulle pendici, ora squallide, vi era una

vegetazione lussuriosa. In cima fu una delle più suggestive abbazie che la storia del Cristianesimo e la storia

dell’arte ricordino. Tutto distrutto: tesori d’arte dispersi, codici preziosi arsi dalle fiamme, dilaniati dal ferro. La

popolazione di Cassino, l’eroica popolazione che visse per mesi nella campagna in caverne, abbarbicata ai ruderi

di quelle che furono case e ora appaiono ombre tristi e smozzicate, è ora sul ciglio della strada e attende il

passaggio dei corridori.

(L. GRASSI, “Gazzetta dello Sport”, 27 maggio 1949)

Una nuova idea di giornale, Dino Buzzati e la terza pagina

42.

Caro Chiarelli, ecco il mio vecchio memorandum.

Leggendolo dopo tanto tempo mi accorgo che ha pochissimo interesse perché moltissime di quelle cose vennero

in seguito realizzate (…)

Oggi anzi questo rapporto mi sembra così poco rivoluzionario che mi domando perché mai allora spaventò tutti

quanti.

La maggiore spregiudicatezza di tono e lo sviluppo al massimo grado dell’elemento figurativo non significano

affatto che il giornale debba assumere un volto frivolo, avventuroso, scanzonato e bizzarro. Anzi!

L’«Informazione» dovrà avere una serietà, una sobrietà, una severità anche maggiori del giornale del mattino, se

possibile.

Proprio dal contrasto tra questa serietà e lo splendore, che tale si dovrà raggiungere, delle fotografie, deriverà la

fisionomia del giornale, quale non si è mai vista né in Italia né all’estero.

La severità non si riferisce soltanto alla ponderatezza delle affermazioni, al controllo delle notizie e alla scelta

degli argomenti, ma anche ai giudizi in sede di critica artistica.

Per i titoli non si userà più quell’indiscriminata miscellanea di caratteri a cui oggi si ricorre. Ma si useranno

soltanto pochi tipi di carattere: precisamente il bastone classico (di cui bisognerà assolutamente provvedere una

serie completa perché oggi la nostra provvista di bastoni è un’accozzaglia di caratteri bastardi), l’egiziano, il

bodoni, il celtenham (o altrimenti detto bodonia): e basta.

Non avere paura dei “bianchi”. 21

Moltissimi “a capo”. Periodi brevi.

La terza pagina qualche si fa adesso cesserà di esistere.

Proprio nella terza pagina si dovrà adottare il criterio di combattere i settimanali illustrati con le loro stesse armi.

Quindi servizi ampiamente illustrati su fatti di attualità. Potranno essere anche servizi di cronaca.

Rievocazioni. Pezzi scientifici. Pezzi sportivi. Qualche racconto se veramente bello.

Niente più pezzi di colore, di varietà turistica, di viaggi fine a se stessi.

Cronache teatrali ampiamente e intelligentemente illustrate.

L’importante è di far sparire il morto mosaico di pezzi generici, coloristici, letterari che oggi nessuno legge.

Niente più titoli brillanti, né letterari, né di commento, né allusivi, né a sorpresa.

Non vogliamo più titoli belli.

Bensì titoli che spieghino quanto più è possibile di che cosa si parla sotto.

Quindi titoli chiari, completi, informativi, addirittura burocratici.

Proprio questa estrema nudità e semplicità, dopo tanta retorica e tante bizzarrie, farà colpo sul pubblico, e

guadagnerà subito la sua stima.

8 gennaio 1966

Caro direttore,

mi sembra chiaro che, chiedendomi se ho qualche idea per il «Corriere d’Informazione», tu non ti riferisca ai

problemi editoriali o di indirizzo direttivo, per i quali non sono qualificato a parlare. […]

Si tratta invece, suppongo, di esporre le mie idee su cose che si possono fare, almeno teoricamente; e facendo

questo mi metto dal punto di vista non già del vecchio giornalista, bensì dell’uomo della strada, cioè di colui che

nel pomeriggio passa davanti a un’edicola, compra un giornale della sera e poi lo legge, o lo guarda.

Premessa di carattere generale – Se io fossi proprietario, e non ci fossero eccessive difficoltà tecniche o economiche,

tabloid,

non esiterei a trasformare «L’Informazione» in tipo inglese, con formato circa metà dell’attuale. […]

Più da vedere che da leggere – Osserviamo il comportamento del lettore tipo di un giornale della sera. Compera una

copia, l’apre, la sfoglia, legge qualche titolo, se non c’è un grosso fattaccio o qualche situazione allarmante, tira via

fino in fondo, compulsa il tabellone degli spettacoli, quindi piega il giornale e se lo mette in tasca, proponendosi,

nel migliore dei casi, di leggere un dato pezzo o una data cronaca (ciò che nella maggioranza dei casi poi non

avviene).

È riconosciuto da tutti che, nel campo della cultura, si va verso una civiltà sempre più visiva. Si leggerà sempre

meno, si guarderà sempre di più.

Il giornale di domani, parlo si intende del giornale popolare come in fondo sono quelli della sera, sarà

prevalentemente fotografico. Su questo non ho il minimo dubbio. Bravo sarà chi adotterà questo sistema per

primo. Se non lo adotteremo noi, che per così dire giochiamo sul velluto disponendo del «Corriere della Sera»

che soddisfa esaurientemente ogni genere di lettori, lo adotterà qualche prima qualcun altro; e noi saremo

costretti a seguirlo.[…]

In pratica io cercherei, appena è possibile, di sviluppare l’informazione fotografica fino a coprire la maggioranza

dello spazio disponibile. Mi posso sbagliare, ma sono convintissimo che il pubblico gradirebbe immensamente la

innovazione.

Brevità – Legge sovrana e dispotica nel «Corriere d’Informazione» dovrebbe essere la brevità.

Alla quale si può derogare soltanto in rari casi: delitti affascinanti, situazioni politiche di alta tensione, grossi

processi.

Stabilirei come regola che nessuna cronaca e specialmente nessun articolo possa superare le 500 parole (circa

mezza colonna di corpo 7). E che il pezzo superante tale misura verrà pagato la metà della tariffa concordata con

quell’autore.

[…] La brevità, come tutti sanno, è difficile. Ed esige dai redattori un impegno e una abilità maggiore.

Microelzeviri – Fra queste piccole rubriche potrebbe svilupparsi, con l’intervento anche dei letterati della scuderia,

il genere elzeviro-minimo, di non oltre mezza colonna. Il pubblico lo leggerà molto più volentieri che i pezzi

consueti di una colonna e mezza, due colonne. 22

19 gennaio 1966

Tre cose molto importanti

II

Poiché la terza pagina tradizionalmente intesa scomparirà completamente

EST ESTREMAMENTE IMPORTANTE FAR SAPERE ALLA TIPOGRAFIA CHE A

COMINCIARE DA LUNEDÌ PROSSIMO TRANNE RARI FORTUNATI CASI CHE

NATURALMENTE LA REDAZIONE CERCHERÀ DI RENDERE IL PIÙ POSSIBILE

FREQUENTI, LA TERZA PAGINA VERRÀ INTERAMENTE FATTA AL MATTINO ANZICHÉ

LA SERA PRIMA. Il giornale segreto)

(Buzzati al direttore del “Corriere d’Informazione”, in D. B ,

UZZATI

43.

Io, Elzeviro, signore della terza pagina, stabilito in questo preciso luogo da tempo immemorabile, che ho

navigato negli anni più difficili battendo bandiera dei massimi scrittori, io, grande Elzeviro, suprema palestra

letteraria, sognato nelle notti di primavera come bene irraggiungibile dai romanzieri di vent’anni, io da qualche

tempo, come i mariti sfortunati, ricevo messaggi anonimi. […]

Alle volte, confesso, mi assopisco un poco, dormicchio, fo la siesta, è forse questione dell’età. […] al mio fianco

catastrofi ed ecatombi: io parlavo d’altro, delle vecchie care cose più o meno perdute, o raccontavo agli uomini

storie inventate, avventure, amori. Mi sembrava, perdonate, che loro fossero come dei bambini malati e io una

A S. E.

mamma che cercasse di farli addormentare. (…) Quando mi risveglio trovo una busta con su scritto:

l’Elzeviro.

La prima busta, giunta circa due anni fa, mi riuscì al momento incomprensibile. In mezzo al foglio c’era una

parola sola: «Museo!» e niente altro. Era un invito – mi chiesi – a occuparmi delle collezioni di arte antica? […]

Poi giunse la seconda che mi fece intendere come quel «Museo!» fosse rivolto direttamente a me, quale attributo,

con animo offensivo. (…) Una parola: «Basta!» e pure questa volta il punto esclamativo, a dare un tono di

minaccia. Che cosa basta? Mi domandavo. […] Nello stesso tempo mi venne però il dubbio che fosse una

invettiva di carattere più generale, che qualcuno insomma cominciasse a esser stufo di vedermi. Forse qualche

testa calda, mi dissi, qualche malintenzionato con spiriti rivoluzionari. […] Eppure la calligrafia di anarchico non

era. Una calligrafia simpatica, per essere sinceri, viva, giovanile.

La terza era più lunga, ma in fondo si riduceva a una variazione sul tema precedente. Aprii la busta e lessi: «Fiore

finto sotto campana di vetro!» (sempre quell’odioso esclamativo). Il giorno dopo giunse una postilla: «…e

coperto di polvere!».

(…) era proprio il pubblico stanco di me? Chiesi il parere di un amico. […] Gli mostrai la lettera e gli dissi: «Credi

che io sia sorpassato? Possibile che i fatti nudi e crudi, le notizie, i resoconti bastino alla gente, e che ormai mi

ritengano superfluo? […] Qui di sera, nella quiete case, quando l’uomo apre il giornale e c’è nell’aria ancora

l’odore della cena e fuori passa l’autocarro e scende il buio e si sente il bisogno di qualcosa che sia diverso, quasi

d’una evasione, non mi rimpiangerebbero se non ci fossi più?» […] «E sì, vecchio Elzeviro – rispose – tu dici

cose giuste… Però, bisogna anche capire…, sai, i giovani di adesso…i tempi nuovi… la mentalità del

dopoguerra…» […]

Fu un colpo. Il mio orgoglio ne rimase avvelenato. E il giorno dopo giunse un’altra lettera: «O tu cambi – diceva

– o dovrai morire!» […] Ma lo sconosciuto dovette pentirsi subito di tale concessione. Non passo un giorno che

venne un’altra busta. Conteneva un foglio con su scritto: «No, dovrai morir lo stesso!»

Con sincerità sto facendo un esame di coscienza. La mia voce è sempre franca e persuasiva come negli anni d’oro

o invece si è fatta per caso un poco roca? Con tutto quello che è successo e ancora sta succedendo nel mondo, è

lecito che io continui, come alle volte capita, a parlare della luna? La letteratura che non sia legata stretta alla

nostra vita quotidiana, nobile e squisita se volete ma simile a una orchidea di serra, non riesce infine strana e

assurda in un giornale d’oggi? Non fa venire in mente un signore elegantissimo, cilindro e guanti bianchi, che

compaia nell’acciaieria nel furor di una colata? Sì, negli ultimi tempi ho fatto degli sforzi, ho tentato di

ringiovanire, ho cercato, con la mia fantasia, di avvicinarmi agli uomini, parlando di ciò che a loro veramente

importa. Tuttavia, l’ho detto, talora mi assopisco, torno per debolezza agli antichi amori fuori tempo, dimentico

23

che c’è l’atomica. (…) ho per un istante l’impressione di parlare a vuoto: come uno che reciti un madrigale

durante un terremoto, e tutti sono già fuggiti, la sala è vuota, non c’è più chi ascolti.

La parola all’Elzeviro,

(D. B , “Corriere della Sera”, 22 settembre 1948)

UZZATI

44.

Alla fine del secolo scorso i giornali italiani avevano quattro pagine, ciascuna divisa in sei colonne: la prima

colonna della prima pagina era data all’articolo letterario o, come si diceva, di varietà.

Naturalmente, abbondava la materia che, all’ora dell’impaginazione, si cercava di diminuire con inesorabili tagli,

ma sempre era soverchia, non poteva entrare nelle anguste pagine e parte di essa moriva dispersa sul marmo della

tipografia al quale ogni giorno, nel chiudere la mia fatica, volgevo uno sguardo malinconico. […]

Si doveva rappresentare a Roma la Francesca da Rimini di Gabriele d’Annunzio: non si parlava d’altro in tutta la

Penisola. […] L’Italia era tranquilla, non ancora turbata da scioperi, agitazioni, guerre e altre diavolerie: era

un’Italia placida, aveva il gusto atavico della cultura, si interessava a un nuovo scrittore che si affermasse, si

accendeva di entusiasmo per l’ultima ode di Carducci, per le Myricae di Pascoli, per la Pioggia nel pineto di

D’Annunzio, leggeva avidamente un romanzo di Giovanni Verga, di Antonio Fogazzaro, di Matilde Serao.

Si compiaceva che un volume italiano, il Cuore di Edmondo De Amicis, arrivato ad un milione di copie, vincesse

nel mondo il record librario: discuteva la filosofia positiva di Roberto Ardigò, la filosofia idealista di Benedetto

Croce e Giovanni Gentile: amava la toscana finezza letteraria di Ferdinando Martini: acclamava l’arte squisita di

Eleonora Duse e la musica di Pietro Mascagni e di Giacomo Puccini: cantava le estreme melodie di Giuseppe

Verdi e consacrava la raggiante sua gloria: salutava il genio di Guglielmo Marconi come pure apprezzava un

articolo di Scarfoglio, di Lodi, di Rastignac. Era la belle époque dell’Italia sensibile ad ogni forma di intelligenza,

in ogni campo. La tragedia di D’Annunzio che, in quel clima, affrontava il giudizio del pubblico, era un grande

avvenimento: richiedeva una degna relazione che superasse i maggiori precedenti delle cronache teatrali. Furono

mobilitati quattro redattori, ognuno con un

incarico conforme al suo spirito e alla sua

competenza, e tutti e quattro bene risposero al mio

disegno.

[…] L’ampia relazione della agitata serata occupò

una pagina che aveva un grosso titolo disteso su

tutte le colonne: una intera pagina allora

inconsueta, che mi parve signorile, armoniosa e mi

suggerì l’idea di unire sempre, da qual giorno, la

materia letteraria, artistica e affine, in una sola

pagina, distinta, se non proprio avulsa dalle altre,

come un’oasi fra l’arida politica e la cronaca nera. E

fu la “Terza Pagina”: dapprima incerta, indi

migliorata e raffermata: finché pervenne ad essere

la doviziosa terza pagina odierna, allettatrice per le

sue rubriche letterarie artistiche mondane, per la

varia collaborazione di sceltissimi scrittori, per le

corrispondenze anche dall’estero che narrano le

bellezze e i costumi di lontani paese; e per le

radianti molteplici leggiadre fotografie della grazia

femminile in vario modo sorridenti.

Oggi la “Terza Pagina” è una istituzione: i lettori la

aspettano con desiderio ogni giorno; per molti di

essi, è la più gradevole.

Così inventai la terza pagina,

B , “Il

(A. ERGAMINI

Giornale d’Italia”, 3 maggio 1959) 24

Con il Papa in Terrasanta. Poeti e giornalisti in viaggio

45.

30 dic. 1963 partenza da Roma 15.45. Camilla (sciarpa organza gialla) Montale (soffiantes), Pisoni (con sciarpa

scozzese, fumo di Londra), Bugialli (anca dolente per colpo stadio), Fantin, Cavallari.

Note dal taccuino)

(D. B ,

UZZATI

46.

Il viaggio di Paolo VI in Terrasanta fu un’avventura divertente e scombinata. Fin dalla partenza da Milano, si

forma una strana compagnia: c’è Dino Buzzati e c’è Eugenio Montale, prossimo premio Nobel, ci siamo Alberto

Cavallari del “Corriere” e io del “Giorno”, ma c’è anche don Pisoni, prete e giornalista.

Durante la sosta a Roma don Pisoni ci convince a visitare il presepe dei mutilatini. Ricordo la faccia da gatto

sornione di Montale e le domande di Dino Buzzati, le sue precise, assurde domande su quelle zone della vita, su

quel limbo che lui vedeva e noi no. […]

Una sera Cavallari e io eravamo in ritardo, ma dovevamo scortare Montale che diceva di essere sofferente di

agorafobia. Sosteneva di avere dei capogiri, e comunque camminava sempre a fatica, strascinando il passo. Tra il

posto di frontiera giordano e quello israeliano c’erano cento metri di terra di nessuno. Quella sera, un po’ perché

era veramente tardi, un po’ perché eravamo giovani e carogne, appena passato il posto giordano uno di noi

guardò l’orologio: «Sveglia ragazzi, è tardissimo». E partimmo di corsa abbandonato il vate, ma fatti una ventina

di passi e voltatici per vedere cosa faceva, lo vedemmo lì che ci seguiva a lunghe falcate, più timoroso di una

pallottola vagante che dell’agorafobia.

È la stampa, bellezza!)

(G. B ,

OCCA

47.

Se a Montale è assegnato il compito di analizzare il significato, anche storico, del pellegrinaggio, ad Alberto

Cavallari quello di farne la cronaca più dettagliata, interpretando il suo effetto politico sul territorio, a Ernesto

Il deserto dei Tartari

Pisoni di spiegare, non soltanto dal punto di vista religioso, itinerario e incontri, l’autore de

segue la visita di Paolo VI dal punto di vista della persona comune, del «provinciale», come si definisce nel

resoconto finale della trasferta. Usando il suo colpo d’occhio e la sua sensibilità di uomo e giornalista per

raccontare ciò che foto e telecamere non mostrano. Descrive i luoghi toccati dal Papa visitandoli prima del suo

arrivo, ancora vuoti e immersi nei preparativi così da coglierne l’atmosfera più vera; registra, muovendosi per le

strade, la babele di lingue, la convivenza delle religioni, i dubbi e le speranze delle persone che incontra; segue la

lunga e trepidante attesa dell’aereo sulla pista, riportando commenti e stati d’animo di chi lo circonda; si mischia

al corteo che segue il Pontefice, rimanendo lui stesso imprigionato tra la folla; dà voce alle domande più comuni;

spiega le difficoltà organizzative e i problemi a svolgere il proprio lavoro, non senza lasciarsi andare qua e là a

una sottile ironia, persino verso se stesso (…).

Nello stesso tempo, però, affianca alle cronache da «dentro l’evento» un’indagine più profonda sul significato del

viaggio e di colui che lo sta compiendo, mettendo l’accento, prima di tutto, su Paolo VI uomo. Dino Buzzati ne è

affascinato e incuriosito e il suo essere non credente non gli impedisce di immedesimarsi con «l’erede di Pietro»,

con quell’uomo «non vecchio ma avanti negli anni» che va a liberare il Sepolcro di Cristo. E ci va da solo. Senza

eserciti né principi, armato soltanto del suo spirito, di luce, mansuetudine e bontà. Pronto a combattere un

nemico più pauroso del feroce Saladino: «noi che ci siamo stancati di credere».

Un uomo come noi, Con il Papa in Terrasanta)

(L. V , postfazione a D. B ,

IGANÒ UZZATI

48.

Quando leggerete queste righe la scena l’avrete già vista tutti per televisione. […] Ma il video non potrà dirvi,

probabilmente, ciò che sta accadendo del disadorno aeroporto di Amman, prima che lui sia arrivato. È una cosa

difficile da esprimere, le parole è tanto facile che qui si trasformino in retorica.

Il Papa sulla via di Cristo dal Giordano al Santo Sepolcro)

B ,

(D. UZZATI 25

49.

Da un lato concreto, la vita quotidiana, dall’altro ciò che non si può né vedere, né rappresentare.

Terra di Dio)

(E. M ,

ONTALE

La morte di Dio

Tutte le religioni del Dio unico

sono una sola: variano i cuochi e le cotture.

Così rimuginavo; e m’interruppi quando

tu scivolasti vertiginosamente

dentro la scala a chiocciola della Périgourdine

e di laggiù ridesti a crepapelle.

Fu una buona serata con un attimo appena

di spavento. Anche il papa

in Israele disse la stessa cosa…

Satura)

(E. M ,

ONTALE

Nella città di Amman ho visto solo i quartieri dei rifugiati, che formano una sorta di lebbrosario edilizio. Più in là,

alle baracche e alle casupole succedono tende di forma semiovoidale, attaccate al suolo come sanguisughe.

Apparvero poi due cammelli, uno sciacallo con gli occhi accesi dalle prime luci del tramonto e una o due squadre

dei mirabili cavalleggeri di re Hussein. Il suolo era rossastro e ondulato, non ci si accorgeva di scendere

gradatamente dai quasi mille metri dell’altipiano verso i quattrocentoquaranta piedi sotto il livello del mare del

plumbeo Mar Morto. Sulle rive del quale sorge un «Dead Sea Hotel» che offriva camere libere ma non riscaldate.

E il freddo in terra era intenso, le poche erbe erano già strinate dal gelo.

Una larva di calore ci offriva invece, a Gerusalemme, un alberguccio sul Monte degli Ulivi.

Eppure la Via Crucis, quando l’avevo percorsa io, non era che un vicolo in salita, a zig zag, sul quale si aprono

friggitorie e piccole botteghe. Era una sera di luna, non si vedeva anima viva. In un seminterrato un uomo

impastava coi piedi nudi una melma di olio di sesamo e il tanfo dilagava intorno.

Terra di Dio)

(E. M ,

ONTALE

50.

Nella notte, con quattro colleghi, procediamo lungo il presumibile itinerario del Papa nella Gerusalemme antica,

dove più potenti e tragici sono i ricordi. Pochi minuti fa c’era una luna splendida del tredicesimo giorno. Adesso

è ricominciato a piovere. Negozi chiusi, qua e là vetrate accese di bar arabi. (…) Le venerande pietre sono lucide

e scivolose. (…) Mura antichissime di pietre ancora più antiche, ogni metro un segno. (…) Su di qui, a destra,

sotto quei mezzi archi sghembi, vedessi di giorno che colori teneri e bellissimi. Ma gli accompagnatori, i cardinali,

come faranno in questo budello così stretto (…)? Tutto è chiuso, silenzioso e squallido.

In attesa del pellegrino)

(D. B ,

UZZATI

51.

A Getseman poi, l’ultima tappa importante di questa prima spossante fatica del papa, è quasi impensabile la folla.

L’orto ha ancora la ingenuità dei quadri dei primitivi, la luce sgronda dagli alberi, un uccellino ammaestrato dai

francescani viene a posarsi sulla vostra spalla; e nemmeno il cuore più indurito può trattenere la commozione

vedendo la più che bimillenaria lastra di pietra sulla quale il Salvatore, per lunga a ininterrotta tradizione, si adagiò

e pianse. Terra di Dio)

(E. M ,

ONTALE

52.

Poi, uscito, se ne andò secondo il solito al monte degli Olivi e i suoi discepoli lo seguivano. Giunto in quel luogo

disse loro: Pregate per non cadere in tentazione. 26

Di tutto il pellegrinaggio del Papa questo dovrebbe essere il momento più patetico e struggente. È Gesù che col

Papa ritorna là dove misurò l’orrore della prossima morte e per la prima volta si sentì debole e infelice. Mai Gesù

fu tanto uomo, mai fu tanto simile a noi sciagurati.

È al Cristo di quella sera che noi ci sentiamo soprattutto vicini. Il Cristo di quella sera sembra avere quasi la

nostra medesima statura, e ci potremmo battere una mano sulla spalla per dargli coraggio.

[…] il luogo ha due cose bellissime e commoventi. La prima è il giardino di fianco alla chiesa, che questa sera è

buio: qui sono otto antichissimi olivi, tutti sbilenchi, contorti e lavorati dal tempo che probabilmente hanno

assistito alla preghiera di Gesù; se avessero voce ci potrebbero raccontare. E la seconda cosa è la lastra di roccia

vergine che sporge per una quarantina di centimetri dal pavimento del presbiterio ai piedi dell’altare. Proprio su

questa pietra si inginocchiò Gesù la notte in cui fu tradito. È quadrata, piuttosto piatta, con lievi ondulazioni,

increspature, fessure, squame, e ha un color rosa.

[…] L’ufficio stampa pontificio ha distribuito centinaia di biglietti di invito, bene o male ci sarà posto per tutti.

Ma la gente intuisce che questa ora santa sarà il culmine del drammatico pellegrinaggio e ha paura di arrivare in

ritardo. (…) Mai forse mi sono trovato in una calca così impaziente e ansiosa.

[…] Quindi prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, e cominciò a sentirsi oppresso dalla paura e dall’angoscia,

tanto che disse loro: l’anima mia è triste fino alla morte: restate qui e vegliate. Ridotto allo spessore di una

focaccia riesco anch’io finalmente ad oltrepassare il varco.

[…] In quegli spazi così esigui la densità dei corpi umani era tale che non esisteva la possibilità di distinguere. La

donnetta araba si compenetrava nella superiora del convento, il mendicante nel cardinale, il fotografo nel

colonnello della Legione araba. Così il cardinale Testa si è avuto uno spintone che per poco non lo ha mandato

lungo disteso, e un soldato, tentando di arginare la folla impazzita, ha sbattuto il calcio del mitra in faccia a don

Macchi, segretario del Papa, rompendogli gli occhiali. […]

Intorno a me si ansima in americano, si supplica in portoghese, si geme in tedesco, si protesta in arabo, si sviene

in portoghese. Un fotografo sopra la mia testa, al passaggio di là della transenna di un alto frate barbuto, grida:

flash?»

«Padre, padre, potrebbe andarmi a prendere un rullo da quel collega là col E il frate lo accontenta. Si era

immaginata una funziona intima, silenziosa, che ci toccasse il cuore e facesse venire la lacrime agli occhi. No. In

queste condizioni non è assolutamente possibile. […]

Vestito di bianco, con la mantelletta rossa bordata di ermellino, la zucchetta bianca. Riesco appena a scorgerne la

testa di là da un grappolo di suore. (…) Il Papa riuscivo a vederlo appena appena e ad alterne riprese, secondo le

oscillazioni della suora di Gesù Bambino, del maggiore giordano, della petulante fotografa francese e del

corpulento frate che mi tenevano imprigionato., E le annotazioni sul taccuino le facevo ora sulla testa di Soeur

Bernardette, ora sulle spalle di un cavaliere del Santo Sepolcro in mantello bianco che, arrivato in ritardo, non era

riuscito ad entrare. […] Tutto intorno la smania di vederlo, di fotografarlo di cinematografarlo, con richiami,

sussurri faticosi, spostamenti strategici, soffocati alterchi laggiù alla porta. Però lui, immobile come una statua,

prega. Ed è solo.

È solo, immensamente, e rivive quella funesta notte lontana, è venuto da Roma per questo. Ecco il momento che

tutti aspettavano, quello che doveva portare la stretta degli animi, l’incantesimo, la grande poesia. Ma non è

possibile. […] Una signora italiana, con gli occhiali, accanto a me invocava: «Non spingete, per amor di Dio, che

questa suora possa tirarsi un poco indietro, se no soffoca. Ahi, non ne posso più, mi rompono le gambe». Ma

Pater

nessuno le bada. In questo istante il Papa sale all’altare, si volge alla folla con mani giunte e comincia:

Noster… La folla in coro risponde. È l’unico momento di commozione e comune trasporto. Ma dura giusto un

Pater Noster. […]

Peccato. Se il Papa si fosse inginocchiato a pregare nella chiesa vuota dinanzi alla pietra dell’Angoscia e fossero

stati accesi solo quattro lumini, e nessuno, neppure i cardinali, fosse entrato, e la folla fosse rimasta fuori ad

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sese07

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in linguaggi dei media (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Sociologia) (MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sese07 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Italiano per la comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof D'Alessandro Francesca.

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