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Giacomo Leopardi

Leopardi è sempre pensato come il poeta della tristezza, infelice, respinto da tutte le donne. Ma non è questa figura, è un uomo che ha grandi problemi di salute ma è il poeta del coraggio. Nasce a Recanati, un piccolo centro dello stato pontificio nel 1798. Il padre è un nobile, vive in una zona chiusa, e il padre è bigotto e elogiatore del potere del papa. Giacomo è un grande appassionato di libri perché può attingere dalla biblioteca di famiglia. Ma il padre è un cattivo amministratore del patrimonio e il padre deve concederla alla moglie. Sono costretti ad attivare un’attività parsimoniosa. Il rapporto tra genitori e figli era molto freddo, formale, condizionato dal bigottismo e da questa parsimonia. Gli scambi di visite erano rari e ridotte alle poche famiglie. Ben presto Giacomo si libera di insegnanti e impara da solo il greco e l’ebraico.

Comincia a comporre saggi, traduce e legge grandi autori greci e compone opere poetiche di stampo classicista. Dopo 7 anni di studio “matto e disperatissimo” lo portarono a una grande cultura ma una brutta salute. Ha scarse opportunità di stabilire rapporti di amicizia e avvia vari scambi epistolari con uomini di cultura del suo tempo. Emblematica è l’amicizia epistolare con Pietro Giordani, grande esponente della cultura classicista del tempo ma anche laico e liberale politica. È evidente in questi scambi la malinconia di Leopardi, che vuole scappare da Recanati per sottrarsi dalla famiglia.

Vive un’esperienza particolare e infatti per colpa di questo studio matto gli peggiora la vista e la sua scogliosi che gli deforma la schiena e il petto. Nel 1818 pubblica 2 canzoni civili: “All’Italia” e “Sopra il monumento di Dante”. I patrioti prendono bene queste opere perché pensano che siano dedicate a loro ma Leopardi è distaccato dal loro lavoro. Il padre ha paura che il figlio possa incorrere nella persecuzione della polizia pontificia. Leopardi nel 1819 quando raggiunge la maggior età decide di fuggire da Recanati, chiede di nascosto un passaporto ma il padre lo scopre e sventa il tentativo di fuga. Giacomo precipita in una disperazione che spesso lo porta a pensare al suicidio. Intanto il padre fa una grande vigilanza su di lui.

Ma questi anni ben tristi sono anni di grande produzione. Tra il 1821 e 1822 compone: L’infinito, La sera del dì di festa, Brutto minore e Ultimo canto di Saffo. E da inizio al pensiero dell’infelicità umana che vede come una costante umana perché la vita degli uomini è divisa tra i grandi desideri e i limiti della vita e l’uomo è destinato a essere infelice. Il padre decide di lasciare andare via da Recanati il figlio che viene mandato a Roma. Lui spera di trovare un luogo più aperto ma si rende conto che l’aria che si respira non è diversa da Recanati e questo soggiorno è una grande delusione e torna a Recanati e porta avanti la depressione e inizia la stesura delle operette morali finita nel 1827 a Firenze.

Nel 1825 riceve una proposta di lavoro da parte dell’editore Stella, così che sia il curatore di alcune opere di Cicerone. Giacomo rinuncia a essere intellettuale aristocratico. Tra il 1825 e 1828 va a Milano, Bologna, Firenze, Pisa. In questi anni traspare il suo carattere irrequieto, un uomo affannato da innumerevoli quesiti umani. Conosce e intrattiene con gli intellettuali romantici del tempo. Non condivide le loro posizioni (Capponi, Tommaseo, Colletta) perché lui comprende la reale condizione dell’uomo e non crede esistano forze che possano migliorare la situazione umana. Lui pensa che l’infelicità dell’uomo non è data dalla società ma dal vivere stesso e esalta la poesia come unico strumento di diletto per l’animo umano, nel 1828 torna a Recanati perché ha finito il lavoro e perché la sua salute è peggiorata. Completa la stesura del ciclo pisano recanatese.

Vive un grande disagio, è risalito dalle ansie, è un luogo troppo chiuso, è assalito da vecchie ansie e tormenti. Tristi per la sua condizione i suoi amici fiorentini decidono di dargli un assegno mensile e gli viene offerto come un prestito e Giacomo nonostante sa che non potrà restituirlo lo accetta e si trasferisce a Firenze. Nel 1831 riprende la vita e si innamora di Fannì Targioni Torzetti. L’amore non è ricambiato ma gli ispira “Il ciclo di Aspasia” (nome di prostituta) ancora una volta vede delusi i suoi sentimenti. Nello stesso anno vengono pubblicati dei dialoghetti del padre, in anonimo però. In questi dialoghetti c’è la critica ai moti insurrezionali nello stato pontificio. Molti associano l’opera a lui ed egli la considera una brutta opera.

A Firenze fa amicizia con Ranieri, che è un esule napoletano, quando Leopardi si aggrava e Ranieri decide di portarlo a Napoli nel 1833. In questo periodo compone La ginestra in cui esalta il potere materialistico che porti a formare un’amicizia tra gli uomini. Riesce a raccogliere tutti i suoi canti e muore a Napoli nel 1836.

Il pensiero di Leopardi sull'infelicità

Leopardi è profondamente colpito dall’idea di infelicità, crede che non riguardi il singolo individuo ma è un dato costante dell’infelicità umana. Questa convinzione scaturisce dalle sue osservazioni, dalla condizione umana, dal 1827 al 1832 scrive le sue idee, i suoi pensieri in un diario che prende il nome di Zibaldone dei pensieri. 7 quaderni per 4500 pagine. Trascrive pagine, abbozzi, osservazioni, tutto alla rinfusa. Il diario non era destinato alla pubblicazione. Ma è uno strumento importante per capire gli sviluppi della sua produzione letteraria.

La parola ha un’origine varia, secondo alcuni deriva da zabaione, sabana, zibalda, tutti cibi fatti con vari ingredienti, e il vocabolo zibaldone vuol dire mescolanza alla rinfusa. Si può osservare l’inizio dell’idea dell’infelicità degli uomini. Si interroga sul perché gli uomini sono tristi e capisce che gli uomini sono continuamente colpiti da un desiderio di piacere che è insistente, e muove il desiderio degli uomini dato da un piacere infinito. Ci offre solo un piacere circoscritto, e vuole sempre di più ma è insoddisfatto, quindi questa insuperabile distanza tra l’infinità del desiderio e la realtà.

L'idea di decadenza e la natura umana

Delinea quest’idea nel 1820 quando si avvicina all’opera di Jean-Jacques Rousseau. La storia degli uomini è una storia di decadenza per colpa della società che corrompe lo stato di natura. L’uomo se sottoposto a questa decadenza è obbligato a essere triste. Nella storia dell’umanità l’unica cosa felice è lo stato di natura. Esalta gli antichi perché si abbandonavano alla fantasia, immaginazione, celebravano i grandi miti eroici, esaltano miti come la bellezza, l’eroismo. E sicuramente erano soddisfatti mentre agli uomini moderni è vietata questa felicità perché non appena gli uomini sono felici la società li rattrista.

Compara la vita dell’uomo con la storia. L’infanzia è l’età dei grandi classici, ma quando si cresce tutti i sogni cadono perché rimangono disattesi. Esalta la natura mentre condanna la ragione. La natura è benigna perché nello stato di natura si possono orientare i sogni mentre la ragione è matrigna, ci fa capire chi siamo e atrofizza la sensazione di sognare. C’è un rifiuto del secolo precedente mentre l’800 è l’età della restaurazione. Da un punto di vista storico tutti gli ideali non hanno portato a nulla. E ha portato alla restaurazione che è il trionfo del vecchiume, bigottismo, mediocrità. È deluso dalla ragione e non può umanizzare il mondo ma è l’unico strumento di conoscenza degli uomini.

Diario e ricerca della passione

Il brano è tratto da una specie di diario. La ricerca della passione. Egli cerca di dare una risposta al dolore. Riprende il sensismo e illuminismo riprendendo l’uomo che è assalito dal dolore. Sensibilità data dal piacere. Questa teoria di ricerca della felicità è in tutto in pessimismo leopardiano. Il piacere è illimitato e la realtà ha una fine. L’unica fase di felicità dell’uomo è l’infanzia o lo stato di natura. Ha una visione positiva della natura. L’umanità porta l’uomo ad un’aspra concezione della sua natura.

La poetica del vago e indefinito

Serie di pensieri in momenti diversi vuole far vedere le sue scelte poetiche e la migliore è quella del vago. Non poter appagare il piacere lo porta ad essere scontento e anche la poesia è indefinita. Ciò che è definito non è poetico perché lo è tutto ciò che è indefinito, così che l’uomo possa dedicarsi all’immaginazione. I suoni lontani vaghi portano la mente a immaginare non come le voci.

L'infinito

Componimento più famoso, fa parte degli idilli. Nella poesia le sensazioni sono molto percepite, la siepe su monte Tabor vicino a casa Leopardi impedisce la vista oltre e fa immaginare il poeta. Il poeta è colpito anche dal rumore delle foglie colpite dal vento che confronta con l’immagine dell’infinito, conciliando un altro confine quello dell’eterno. Quindi nel componimento si abbandona ad un piacere indefinito. Il componimento è prodotto alla fine di una grande ricerca intellettuale, non una sfogo lirico spontaneo ma frutto della ricerca. Realizzato in 15 versi, 15 endecasillabi sciolti con una varietà lirica.

Sempre caro mi furono questo colle solitario e questa siepe che preclude la vista di gran parte dell’ultimo orizzonte, ma sedendomi e guardando io immagino che vi siano, spazi interminati e silenzi sovraumani e una pace profondissima nei quali il mio cuore per poco non si spaventa, e quando sento il vento stormire tra le foglie, confronto l'infinito silenzio con questo suono e il pensiero si perde nell'immensità.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ALICEUNI di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Foggia o del prof Sebastiano Valerio.
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