Gestione strategica per i mercati internazionali – 2020/2021
INTRODUZIONE
Il corso si occupa di analizzare il comportamento di quelle imprese che cercano mercati all’estero in cui
vendere, come riescono a trovare mercati appetibili, come li sviluppano e come raggiungono un buon
fatturato.
È necessario premettere che non esiste una “strategia ottimale” da seguire. Come tutte le materie di
ambito aziendale, anche questa è una materia sociale, che varia in larga misura in base alle relazioni e alle
interazioni delle imprese, dei loro membri, dei loro clienti, etc. quindi quello che va bene per un’impresa,
non necessariamente andrà bene per un’altra.
Esistono alcuni elementi a cui si può fare riferimento per trovare una strategia corretta rispetto al tipo di
impresa e al tipo di situazione in cui si trova ad operare:
- Settore: B2B (business to business, impresa che vende ad altre imprese), B2C (business to
consumer, impresa che vende ai consumatori finali);
- Prodotto: beni (prodotti tangibili, come ad es. un computer), servizi (prodotti intangibili, come ad
es. un taglio di capelli), prodotti standardizzati (prodotti uguali per tutti), prodotti su commessa
(prodotti fatti per un cliente/committente che li commissiona);
- Posizionamento: la percezione del prodotto da parte del consumatore (prodotto di lusso, prodotto
a buon mercato);
- Impresa: ogni impresa è diversa dalle altre, anche a parità di risorse economiche (diverse
esperienze, storie, mentalità, etc.)
L’impresa, per poter andare all’estero, deve avere alcune capacità/competenze fondamentali:
- Competenza linguistica e interculturale;
- Competenza relazionale (sapere come gestire il cliente; come mantenere la relazione; come
negoziare ad es. su prezzi, condizioni e tempistiche; come collaborare con altre imprese che vanno
all’estero);
- Competenze tecnologiche e digitali (vendita ed esportazione tramite canali digitali, scelta delle
piattaforme, etc.);
- Competenze logistiche (spostamento delle merci, spedizioni, magazzini, scorte, etc.);
- Competenze fiscali e doganali (necessità di aprire la partita IVA, adempimenti doganali, etc.);
- Competenze contrattuali e giuridiche (gestire relazioni contrattuali con i venditori).
La gestione strategica si occupa di gestire queste competenze seguendo una strategia ben definita.
Investimenti diretti esteri
Un elemento importante
dell’internazionalizzazione di un’azienda
sono gli Investimenti Diretti Esteri (IDE, o
FDI – foreign direct investments). Un IDE è
un capitale di un’azienda che viene
investito all’estero per creare un’altra
sede o uno stabilimento dell’azienda
all’estero (investimento greenfield) o per
acquisire un’azienda o uno stabilimento
già presente all’estero (investimento
brownfield). Per essere considerato un IDE, l’azienda che investe deve detenere almeno una quota del 10%
dell’impresa estera e avere un interesse duraturo, ossia, investire all’estero per almeno un anno.
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Grafico: linea nera - IDE totali nel mondo; linea rossa - rappresenta gli IDE in mercati maturi; linea azzurra –
IDE nei mercati emergenti; linea grigia – IDE nelle economie di transizione (alcuni paesi che si trovano tra
Europa occidentale e Asia).
All’inizio degli anni 80 erano poche le imprese che andavano ad investire all’estero. La crescita degli
investimenti inizia tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ’90 e coincide con due eventi importanti: la
caduta del muro di Berlino e la creazione della WTO (World Trade Organization). La crescita IDE raggiunge
un picco nel 2000, dopo cui avviene una prima crisi economica causata dalla creazione delle imprese digitali
(le imprese digitali furono inizialmente sovrastimate e ci furono grandi investimenti che portarono ad una
seguente crisi finanziaria).
La linea raggiunge un nuovo picco nel 2008, anno dopo cui avviene una nuova crisi finanziaria.
Dopo il 2000 ci sono andamenti altalenanti negli IDE. Gli IDE nei mercati emergenti sono cresciuti negli anni
in maniera piuttosto stabile, mentre gli IDE in mercati maturi hanno andamenti altalenanti derivanti da vari
fattori (in tempi recenti, ad esempio, una caduta negli investimenti è stata causata dal fatto che gli USA
hanno disinvestito e richiamato i capitali in patria).
Verso il 2012/2013 gli investimenti nelle economie emergenti superano gli investimenti nelle economie
sviluppate.
Questo grafico mostra le ondate di globalizzazione: la prima si colloca tra la fine dell’800 e l’inizio del 900,
interrotta dalla Prima guerra mondiale; la seconda dal ‘45 in poi, dopo la Seconda guerra mondiale; la terza
è quella che stiamo vivendo attualmente, iniziata attorno agli anni ’80. Nella terza ondata sono presenti
anche i mercati emergenti, che non erano presenti nelle prime due ondate. La terza ondata di
globalizzazione è scaturita da vari fattori: l’avvento tecnologico e digitale, la facilitazione dei trasporti e la
diminuzione delle barriere agli scambi.
Gli IDE non derivano semplicemente dalla volontà delle imprese di investire all’estero, ma possono essere
influenzati da fattori che non dipendono dalle imprese e che esse non possono controllare (ad es.
l’imposizione dei dazi da parte dei paesi, influenze politiche e governative, etc.).
A proposito di questo, gli investimenti sono calati molto a causa del Covid-19. Gli IDE sono molto sensibili a
scenari incerti come quello della pandemia, perché fare un investimento significa necessariamente correre
un rischio. Altri fattori che hanno portato al recente calo degli investimenti sono: l’aumento dei
nazionalismi (molti governi spingono perché la produzione venga riportata in patria), l’orientamento alla
sostenibilità (la produzione in paesi esteri e il trasporto delle merci in tutto il mondo sono poco sostenibili
dal punto di vista ecologivo) e la digitalizzazione.
Il quadro commerciale dei beni
Il commercio di beni e servizi è cresciuto di pari passo con il crescere degli investimenti. Negli ultimi anni
abbiamo infatti avuto una forte crescita di importazioni ed esportazioni. Gli esportatori mondiali più
importanti sono Cina, USA e Germania. L’Italia si posiziona al nono posto nella classifica degli esportatori.
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Grafico 1: rappresenta il rapporto
tra il commercio mondiale di beni,
rappresentato in blu, e il PIL (GDP
in inglese), rappresentato in
arancione. La linea tratteggiata blu
rappresenta la media della crescita
del commercio, mentre la linea
tratteggiata gialla rappresenta la
media della crescita del PIL, negli
anni indicati.
Possiamo notare che il commercio
ha un tasso di crescita maggiore
rispetto a quello del PIL.
Grafico 2: La Cina ha una bilancia
commerciale in positivo, mentre gli USA
hanno una bilancia commerciale in
forte negativo. L’UE ha una bilancia
commerciale piuttosto equilibrata e la
Russia ha una bilancia commerciale in
positivo (altamente dipendente dal
petrolio e dal gas).
Attraverso questo grafico introduciamo il concetto di bilancia commerciale, che rappresenta la differenza
tra quanto un paese esporta e quanto un paese importa (bilancia commerciale = esportazioni –
importazioni). Se un paese esporta più di quanto importa, la sua bilancia commerciale è in positivo,
viceversa è in negativo. Chiaramente, un paese deve puntare ad avere una bilancia commerciale positiva.
Il quadro commerciale dei servizi
Anche il commercio dei servizi è cresciuto molto negli ultimi anni. Rispetto al commercio dei beni, il
commercio dei servizi ha una limitazione: chi eroga il servizio, normalmente, deve essere compresente con
chi ne usufruisce. Questo non è più necessariamente vero con l’avvento della digitalizzazione. Il commercio
di servizi oltre confini viene chiamato cross border commerce. Si può trattare di servizi che vengono
scambiati attraverso la rete, grazie a cui fornitore e fruitore non devono essere necessariamente
compresenti (es. fanno parte di questi servizi i corsi offerti da università estere a studenti che risiedono in
Italia via lezioni online), ma anche di servizi in cui la compresenza di fornitore e fruitore è necessaria e le
persone si spostano da un paese all’altro per usufruire del servizio (es. il turista straniero che viene in Italia
e usufruisce di un servizio o un italiano che va all’estero e usufruisce di un servizio).
I servizi che si commerciano di più sono: trasporti (es. biglietti aerei comprati da compagnie straniere),
viaggi, manutenzioni dei macchinari e transazioni online (con intermediari che stanno all’estero).
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Grafico: confronto tra l’andamento del
commercio dei servizi e dei beni negli ultimi
anni. Il commercio dei servizi è cresciuto
molto più del commercio di beni. I maggiori
esportatori di servizi sono USA, UK e
Germania. L’Italia non si posiziona, è
piuttosto debole nell’esportazione di servizi.
Come nel calo degli investimenti, l’epidemia
Covid ha portato ad un calo del commercio
di beni e servizi. Inizialmente si stimava che
il commercio avrebbe avuto un andamento
a V (rapido crollo e rapida ripresa) attualmente si stima un andamento a U (un crollo e una ripresa graduali
e più lenti), perché i paesi sono coinvolti con tempistiche diverse. Si suppone che sarà la Cina a trainare la
ripresa e si prevede una forte crescita dell’e-commerce, forse un ruolo diverso dell’EU che potrebbe
localizzare le proprie supply chains/filiere e quindi avere un ruolo nuovo nel commercio, possibilmente più
rinforzato, e la nascita di nuove tendenze di acquisto più consapevoli di temi come sostenibilità e consumo
ecologico.
In conclusione, negli ultimi anni abbiamo avuto evidente fenomeno di globalizzazione e una crescente
importanza dei mercati emergenti. Bisogna chiedersi se questo fenomeno di globalizzazione sarà duraturo.
Dal punto di vista economico è difficile pensare ad un rallentamento del fenomeno, ma ci sono sicuramente
alcuni elementi che l’hanno ostacolato e che lo ostacolano (brexit, covid, la nuova attenzione alla
sostenibilità, nuova ondata di protezionismo e l’introduzione di dazi, utilizzo del digitale, etc.)
Classificazione delle economie mondiali
Non esiste un accordo univoco per definire
quali siano i mercati emergenti. La banca
mondiale (che ha redatto la mappa sopra)
classifica i paesi in base al RNL (reddito
nazionale lordo) pro capite. Secondo questa
classificazione, tutti i paesi che vanno dal
colore blu a quello rosa sono paesi emergenti.
In rosso invece vengono mostrati i paesi
maturi, detti in questo caso “ad alto reddito”.
L’ONU riconosce che non esiste una definizione
di quali siano i mercati emergenti, ma che
vengono generalmente considerati mercati
maturi Giappone, Canada, USA, Australia,
Nuova Zelanda ed Europa.
Il termine mercati emergenti nasce negli anni
’80, dal libro “The emerging markets century” di Antoine van Agtmael. Ai tempi, questi mercati venivano
chiamati “terzo mondo” e questa etichetta rendeva difficile convincere gli investitori ad investire nelle
attività in questi paesi, così A. V. Agtmael decide di fare un vero e proprio rebranding, dandogli il nuovo
appellativo di mercati emergenti.
Pelle (2007) definisce i mercati emergenti come quelli che rispettano queste tre condizioni: che ci sia una
crescita del PIL nel medio termine; che si parta da una ricchezza pro capite bassa; che il paese si stia
sviluppando dal punto di vista sociale, culturale, economico e giuridico.
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Se fino agli anni ‘80 la crescita dei mercati maturi e quella dei mercati emergenti andava di pari passo, a
partire dalla fine degli anni ‘90 i mercati emergenti hanno superato i tassi di crescita di quelli maturi.
Guardando agli ultimi mesi notiamo anche che i mercati emergenti hanno risentito molto meno di quelli
maturi per la crisi scatenata dalla pandemia. Si presume che in futuro questi mercati continueranno a
crescere, ma che il loro processo di crescita non sarà sempre lineare.
La consapevolezza del fatto che questi mercati emergenti rappresentassero un’opportunità importante di
crescita si ha per la prima volta tra gli anni ‘90 e il 2000. Nel 2001 viene coniato il termine BRICs (Brasile,
Russia, india, Cina) come paesi che avrebbero avuto i tassi di crescita più promettenti negli anni successivi.
Sono stati poi delineati i “Next 11” ossia i paesi che seguiranno i BRICs (Bangladesh, Egitto, Indonesia, Iran,
Corea del Sud, Messico, Nigeria, Pakistan, Filippine, Turchia e Vietnam. Da sottolineare che negli anni in cui
è stata stilata questa lista, la Corea del Sud era ancora un mercato emergente, mentre ad oggi è da
considerarsi a tutti gli effetti un mercato sviluppato, in quanto patria dell’hi-tech).
La forte crescita di questi paesi è trainata da imprese di successo, chiamate “giganti emergenti” o “giganti
globali”. In passato questi paesi in via di sviluppo erano visti come produttori di beni di scarsa qualità e
imitazioni dei prodotti occidentali a basso costo. Verso la fine degli anni 90 in quei paesi si ha una crisi
economica importante, la cosiddetta “Crisi delle tigri asiatiche”, in cui il forte debito pubblico e la fuga degli
investitori portano le imprese già presenti a riconvertirsi, ma anche alla nascita di nuove imprese. Queste
imprese non sono più semplicemente imitatrici, ma si posizionano nel mercato globale come innovatori. Le
imprese dei mercati maturi hanno varie caratteristiche:
- Sono più flessibili di quelle dei mercati maturi perché nascono in contesti complicati;
- Sono esperte nel raggiungere altri mercati emergenti;
- Sono particolarmente esperte nel coprire i vuoti istituzionali, come ad esempio la mancanza di
canali distributivi, i vuoti giuridici, etc.;
- Sono molto brave ad operare anche nei mercati maturi, grazie alle loro capacità di adattamento,
dette anche “capacità isomorfiche” (Es. Impresa Brasiliana “Natura Brasil” che vende cosmetici. Nei
paesi emergenti offre un servizio porta a porta, che funziona piuttosto bene per via della mancanza
di supermercati o di altri canali distributivi adeguati. In Francia invece, ha capito che il sistema
porta a porta non funzionava, quindi ha aperto dei negozi);
- Negli ultimi anni hanno acquisito una forte capacità produttiva (si tratta di imprese a cui le imprese
occidentali affidavano la loro produzione per poi mettere il loro brand sui prodotti).
Molte di queste imprese ha fatto IDE in Italia per un valore di 40 miliardi in 10 anni, acquistando parecchi
brand (es. Benelli, acquistato da un’impresa cinese; Sergio tacchini, Cina; Lumberjack, Turchia; Ferretti,
Cina; Pirelli, Cina; Pernigotti, Turchia). Avendo grandi capitali, acquistano i brand italiani che godono della
credibilità che gli serve per completare il loro business.
I giganti globali
BAT è un acronimo che indica tre imprese dei mercati emergenti, in particolare cinesi, dell’online: Baidu,
Alibaba, Tencent. Sono imprese che si affermano moltissimo a partire dagli anni 2000. Queste imprese sono
“ecosistemi”, ossia gruppi di brand che offrono una larga gamma di servizi e beni e si rafforzano
vicendevolmente.
La crescita così rapida di queste imprese deriva sia dal fatto che hanno un mercato essenzialmente nuovo
che loro conoscono bene, quindi devono attrarre nuovi consumatori, anziché convincere consumatori di
altre imprese (è difficile sottrarre consumatori, è più facile attrarli), sia dal fatto che, nel contesto cinese,
queste imprese godono di agevolazioni governative che creano distorsioni della concorrenza.
È molto difficile per imprese occidentali operare in questo contesto, proprio a causa delle storture della
concorrenza date dalle agevolazioni governative. Ad esempio, Amazon ha tentato di operare nel contesto
cinese, ma ha dovuto chiudere il marketplace, poiché per la forte presenza di altre imprese, non è riuscita a
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ritagliarsi uno spazio soddisfacente. Spesso la via migliore per entrare in questi mercati è entrare in alleanza
con queste aziende, facendo degli IDE e acquistandone una quota. La logica orientale, infatti, è quella di
creare grandi gruppi che non lascino spazio a nuovi entranti.
Esempi di giganti globali di successo
1. Haier
È un gigante globale di origine cinese, da una decade l’impresa più forte al mondo sugli elettrodomestici
bianchi (frigoriferi, lavatrici, condizionatori, etc.). Haier nasce come un’impresa statale in Cina per produrre
frigoriferi e in pochi anni diventa il maggior produttore di frigoriferi nel proprio mercato nonostante ci
fossero concorrenti occidentali molto forti. Il motivo per cui Haier vince sui produttori occidentali è che
questi ultimi intercettano i bisogni della fascia alta di mercato, che è una parte minima della popolazione.
Nel ’95 Haier si posiziona negli USA come venditore di frigoriferi mini per hotel e in pochi anni diventa il
maggior produttore, per fare questo utilizza alcuni elementi strategici:
- Cura il proprio brand: Haier cambia logo. Il logo originale di Haier era di due
bambini. Questo ha senso come logo da presentare nel mercato cinese,
perché suono della parola Haier in cinese ricorda il suono della parola
bambini, mentre in occidente vedere un logo con due bambini fa pensare che
l’impresa produca cose per bambini. Per spostarsi sui mercati occidentali capisce
di dover creare un brand riconoscibile e utilizza il logo con la scritta “Haier”. La
parola ha un suono che ricorda il tedesco e questo crea fiducia.
- Punta sulla cura dei propri prodotti: Haier smette di fare prodotti a basso costo e
di bassa qualità e punta sull’aumentare la qualità dei propri prodotti.
- Crea prodotti su misura: questo vale in particolar modo per il mercato cinese. Haier crea prodotti
che sono fatti su misura per i biso
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