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Gestione delle imprese finanziarie Appunti scolastici Premium

Appunti di Gestione delle imprese finanziarie basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Horeczko dell’università degli Studi Gabriele D'Annunzio - Unich, facoltà di economia, Corso di laurea in Economia e management. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Gestione delle imprese finanziarie docente Prof. G. Horeczko

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Capitolo. 2

LA VIGILANZA BANCARIA

La crisi finanziaria pone tre questioni nei confronti delle autorità di vigilanza

L’analisi costi benefici dell’attività di vigilanza, in virtù della quale i limiti che la

normativa pone agli intermediari devono essere proporzionali ai benefici che si

intendono raggiungere.

L’orientamento al mercato al mercato, in virtù del quale, da un lato, è legittimo

chiedere alla regolamentazione di non porre un freno all’innovazione di prodotto e di

processo nel settore finanziario ma, dall’altro lato non può essere ritenuta accettabile

una normativa basata su interventi ex post realizzati soltanto dopo che siano emersi i

problemi creati dall’innovazione

L’organizzazione della regolamentazione

Le autorità creditizie

La Banca d’Italia ha il compito di vigilare

- sulle banche

- sulle società di gestione del risparmio

- sulle società d’investimento a capitale variabile

- sulle società d’intermediazione mobiliare

- sugli istituti di moneta elettronica

- sugli intermediari finanziari

Svolge compiti di tutela della trasparenza delle condizioni contrattuali.

Con riferimento al primo punto la Banca d’Italia svolge le proprie funzioni di vigilanza

assieme alle altre due autorità creditizie previste dal TUB: il COMITATO

INTERMINISTERIALE per il CREDITO e il RISPARMIO (CICR) e il Ministro dell’economia e

delle finanze.

Il CICR ha l’alta vigilanza in materia di credito e di tutela del risparmio ed è composto

dal Ministro dell’economia e delle finanze, che lo presiede, e dai Ministri del

commercio internazionale, politiche agricole, sviluppo economico, infrastrutture,

trasporti, politiche comunitarie. Alle sedute partecipa il Governatore della Banca

d’Italia. Il CICR svolge funzione di organo tecnico.

La Banca d’Italia esercita le funzioni di vigilanza sulle banche, sui gruppi bancari e

sugli altri intermediari finanziari, emana regolamenti, impartisce istruzioni aventi

validità generale e adotta provvedimenti su casi specifici.

Gli obiettivi della politica della vigilanza – riconducibili alla sana e prudente gestione

dei soggetti vigilati, alla stabilità complessiva, all’efficienza e alla competitività del

sistema finanziario – accomunano pertanto tutte le autorità creditizie.

Nelle prospettive dell’Unione Bancaria Europea la Banca d’Italia ha ceduto parte delle

proprie competenze in materia di politica di vigilanza alla Banca Centrale Europea, che

ha assunto la vigilanza diretta sulle banche considerate più rilevanti.

L’organizzazione nazionale dei controlli sul sistema finanziario

L’art. 7 del TUB si preoccupa che Banca d’Italia, CONSOB, COVIP e IVASS collaborino

tra loro al fine di agevolare le rispettive funzioni, senza poter opporre segreto d’ufficio.

Il modello che predilige la frammentazione delle funzioni di vigilanza tra più autorità di

controllo impone, evidentemente, la scelta di un criterio di allocazione delle

responsabilità che può seguire la classica tripartizione dei mercati (bancario, mobiliare

e assicurativo).

Il primo criterio, detto anche “per soggetti”, è applicabile soltanto ove vi sia una chiara

separazione tra attività finanziarie e intermediari.

Il secondo criterio di organizzazione delle responsabilità, cosiddetto “per finalità”, si

fonda sul principio che sia possibile distinguere le competenze in materia di sana e

prudente gestione degli intermediari volte a garantire la stabilità, da quelle in materie

di trasparenza e di correttezza di comportamento degli intermediari e di tutela della

concorrenza.

Il TBU delinea il ciclo di vita di una banca, partendo dalla sua costituzione e

operatività, per poi passare alle regole che le banche devono rispettare nell’ordinario

funzionamento e ai controlli cui devono sottostare, per giungere infine alla disciplina di

una eventuale situazione di crisi.

L’art. 4 del TUB impone alla Banca d’Italia di determinare e rendere pubblici

preventivamente i principi e i criteri dell’attività di vigilanza. Impostazione conquistata

con il progressivo passaggio da una vigilanza strutturale (frequente ricorso

all’autorizzazione da parte dell’autorità di controllo), a una vigilanza prudenziale, che

definisce le regole del gioco all’interno delle quali il banchiere è libero di esprimere il

proprio disegno imprenditoriale.

È stato infatti il TUB a sancire la natura imprenditoriale dell’attività bancaria.

La Banca d’Italia procede con l’iscrizione all’albo di un nuovo operatore nazionale ove

ricorrano le seguenti condizioni:

Sia adottata la forma di spa o di soc. coop. Per azioni a responsabilità limitata

- Sede e direzione generale siano situate nel territorio della Repubblica

- Capitale versato sia di ammontare non inferiore a quello determinato dalla Banca

- d’Italia, che attualmente è di 6,3 milioni di euro per le prime e di due milioni per le

seconde

Venga presentato un programma concernente l’attività iniziale, con atto costitutivo

- e statuto

I partecipanti al capitale abbiano i requisiti di onorabilità

- I soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo abbiano i

- requisiti di professionalità e di onorabilità

Il diniego dell’autorizzazione può avvenire o perché manchi un’autorizzazione formale

o perché non risulti garantita la sana e prudente gestione della Banca.

Trattandosi dell’unico elemento che attribuisce alla Banca d’Italia qualche

discrezionalità, la stessa ha chiarito nelle istruzioni di vigilanza, in ossequio al

principio di trasparenza, il contenuto minimale che il programma di attività deve

contenere:

I settori di intervento, le operazioni e i servizi che la banca intende svolgere

- La struttura tecnica, organizzativa e territoriale

- Le caratteristiche del sistema informativo

-

Il programma di attività deve essere inoltre accompagnato da una relazione tecnica

contenente i bilanci previsionali dei primi tre esercizi da cui risultino in particolare:

L’ammontare degli investimenti che la banca intende effettuare per impiantare la

- struttura tecnico-organizzativa e le relative coperture finanziarie

Le dimensioni operative che la banca si propone di raggiungere

- I risultati economici attesi

-

Si tratta, a tutti gli effetti, di produrre un business plan.

Nelle banche a forma di soc. coop. Ogni socio ha un voto a prescindere dal numero di

azioni possedute (voto capitario). Nelle società per azioni si applica invece la regola

classica secondo cui il socio ha diritto a tanti voti quante sono le azioni possedute.

Le banche di credito cooperativo si caratterizzano per esercitare il credito

prevalentemente a favore dei soci.

La soc. coop. A responsabilità limitata prevede due sottocategorie:

la banca popolare

la banca di credito cooperativo

La scelta relativa alla forma societaria dipende essenzialmente da:

La dimensione del capitale

- Il numero dei soci

- Grado di concentrazione del capitale

- Obiettivi della compagine sociale

-

La vigilanza prudenziale e l’adeguatezza patrimoniale

Il TUB nel Titolo III dedicato all’attività di vigilanza prevede vigilanza informativa,

vigilanza ispettiva e vigilanza regolamentare mediante la quale la Banca d’Italia,

emana disposizioni di carattere generale aventi a oggetto:

Adeguatezza patrimoniale

- Contenimento del rischio

- Partecipazioni detenibili

- Organizzazione amministrativa e contabile e i controlli interni

-

È importante la facoltà riconosciuta alla Banca d’Italia di:

Convocare gli amministratori, sindaci, dirigenti delle banche per esaminare la

- situazione delle stesse

Ordinare la convocazione degli organi collegiali delle banche

- Procedere direttamente alla convocazione se non viene ottemperato il punto b

-

Le prime norme di vigilanza prudenziale note come BASILEA 1, introdotte nel 1988 dal

Comitato di Basilea - organismo internazionale istituito dalle banche centrali dei paesi

più industrializzati – erano rappresentate dalla definizione di alcuni coefficienti

patrimoniali minimi obbligatori.

Tra di essi il più importante è stato il “coefficiente di solvibilità”, in base al quale il

patrimonio delle banche doveva essere pari all’8 per cento del complesso delle attività

ponderate in relazione ai rischi di perdita per inadempimento dei debitori (rischio

creditizio).

Il coefficiente di solvibilità ha legato l’entità dei rischi assunti dalle banche alla relativa

dotazione di patrimonio, sono nel tempo emersi i limiti di un approccio di misurazione

del rischio legato esclusivamente ai seguenti tre fattori:

La natura delle controparti debitrici

- Il paese di residenza

- Le garanzie ricevute

-

La nuova struttura della regolamentazione prudenziale introdotta con BASILEA 2 si

basa su tre pilastri.

1) Il primo pilastro introduce un requisito patrimoniale per fronteggiare i rischi

dell’attività bancaria

2) Il secondo pilastro richiede alle banche di dotarsi di un processo di controllo

dell’adeguatezza patrimoniale, attuale e prospettica, rimettendo all’autorità di

vigilanza il compito di verificare l’affidabilità e la coerenza

3) Il terzo pilastro introduce obblighi di informativa al pubblico riguardanti

l’adeguatezza patrimoniale, l’esposizione ai rischi e le caratteristiche generali

dei relativi sistemi di gestione e controllo

Nel corso del 2013 è stata trasposta l’ulteriore riforma degli accordi del Comitato di

Basilea – nota come BASILEA 3 – volta a rafforzare la capacità delle banche di

assorbire shock derivanti da tensioni finanziarie ed economiche, a migliorare la

gestione del rischio e a rafforzare la trasparenza e l’informativa delle banche stesse.

Le principali innovazioni introdotte con BASILEA 3 sono le seguenti:

Un miglioramento della qualità, della coerenza e della trasparenza del patrimonio

- di vigilanza

Un rafforzamento della copertura dei rischi all’interno del complessivo sistema dei

- controlli

L’introduzione di un nuovo coefficiente denominato “leverage ratio” come parte

- integrante dei coefficienti patrimoniali con l’obiettivo di evitare aggiramenti della

normativa che consentano di incrementare le esposizioni di rischio

L’introduzione di una serie di misure in grado di creare un cuscinetto di capitale

- durante i periodi di espansione economica da utilizzare nei periodi di crisi.

L’introduzione di un sistema di coefficienti focalizzati sul controllo della liquidità

- delle banche sia a brevissimo termine (30 giorni) sia a più lungo termine.

La fair play regulation

Gli strumenti di fair play regulation sono riconducibili all’esigenza di garantire

un’adeguata trasparenza del mercato dei servizi finanziari.

Vige per le banche l’obbligo di pubblicizzare i tassi d’interesse, i prezzi e ogni altra

condizione economica e di inviare delle comunicazioni alla clientela in merito allo

svolgimento del rapporto e a eventuali modifiche delle condizioni contrattuali.

La vigilanza informativa

La vigilanza informativa si realizza attraverso la richiesta di informazioni e

l’imposizione di determinate tecniche di fornitura di tali informazioni. La Banca d’Italia

può condizionare l’organizzazione amministrativa e contabile delle banche.

In vista dell’avvio dell’Unione Bancaria Europea è stato avviato un processo di

valutazione dello stato di salute delle principali banche europee basato su un’asset

quality review.

La vigilanza ispettiva

La vigilanza ispettiva si realizza in virtù del potere di effettuare ispezioni presso le

banche sottoposte a vigilanza. In effetti esiste presso la banca centrale un corpo di

ispettori che, su ordine del Governatore, si recano presso le banche sia in via ordinaria

(ogni decennio) che straordinaria (quando la vig. informativa mette in luce situazioni

da approfondire).

Verso una nuova vigilanza europea

Nuovo organismo di vigilanza macroprudenziale (European Systemic Risk Board),

incaricato di identificare rischi per la stabilità finanziaria e di raccomandare politiche

per contenerli.

Istituzione di tre autorità di controllo, con funzioni di coordinamento delle politiche di

vigilanza nazionale, distinte per il settore bancario, mobiliare e

assicurativo/previdenziale.

La BCE eserciterà direttamente la vigilanza sulle banche “significative”:

Dimensioni (min. 30 miliardi di attività totali)

- All’importanza per l’economia del paese o dell’UE

- Alla significatività delle sue attività transfrontaliere

- Alla circostanza che la banca abbia avuto accesso ai meccanismi di assistenza

- finanziaria diretta da parte dell’UE.

Capitolo 4

LA RACCOLTA NELL’ECONOMIA DELLA BANCA

La politica di raccolta

Per politica di raccolta si intende l’insieme coordinato delle diverse azioni intraprese

dalla banca allo scopo di ottenere il volume e la composizione di risorse finanziarie

idonee allo svolgimento della propria funzione.

L’acquisizione di risorse finanziarie a qualsiasi titolo, da qualsiasi fonte e su qualsiasi

mercato, costituisce attività di raccolta ed è quindi oggetto della politica di raccolta.

In un’accezione più ristretta, la nozione di politica di raccolta è invece circoscritta alla

sola provvista di risorse finanziarie a titolo di debito e ha quindi per oggetto le sole

variabili che influiscono sui depositi e sugli altri fondi con obbligo di rimborso.

Gli obiettivi della politica di raccolta

Gli obiettivi della politica di raccolta sono subordinati e funzionalmente preordinati alla

strategia aziendale e sono pertanto mutevoli da banca a banca.

La politica di incetta fondi si pone come obiettivo la conservazione o l’espansione della

base monetaria a disposizione della banca e presuppone la fissazione di obiettivi in

termini di tasso di sviluppo, di costo e di composizione della raccolta.

Tali obiettivi devono essere coerenti con i vincoli di liquidità e solvibilità.

Gli obiettivi quantitativi

Gli obiettivi quantitativi della politica di raccolta sono costantemente rivolti

all’aumento.

In realtà il mercato ha pesantemente condizionato le aspettative delle banche italiane

sulla possibile crescita, obbligando a consistenti ridimensionamenti degli obiettivi.

L’accresciuta pressione concorrenziale e la progressiva perdita di quote di mercato

hanno così indotto le banche a politiche di raccolta più aggressive. Queste variano

notevolmente fra le diverse banche a seconda:

Degli obiettivi generali del soggetto economico della banca

- Dell’articolazione territoriale

- Del grado di efficienza e di competitività del mercato di riferimento

-

Questi elementi influiscono sulla determinazione del tasso ottimo pro tempore dello

sviluppo dell’attività della banca e quindi anche del tasso ottimo pro tempore dello

sviluppo della sua raccolta.

Il grado di efficienza e di competitività dei segmenti di mercato in cui operano le

singole banche varia ancora molto da un caso all’altro e esso ha una notevole

influenza sugli obiettivi quantitativi della politica di raccolta.

In linea massima si può dire che quelle che operano in mercati meno efficienti e meno

competitivi possono darsi obiettivi di raccolta più ambiziosi.

Gli obiettivi qualitativi

Gli obiettivi qualitativi si propongono di comporre le diverse forme in cui la raccolta

può articolarsi.

In termini generali, le banche possono raccogliere risorse finanziarie a titolo di debito

con una pluralità di forme tecniche.

Il ricorso a una pluralità di forme tecniche deriva dal desiderio delle banche di disporre

della gamma più ampia possibile di strumenti di raccolta.

La diversa combinazione dei possibili strumenti di raccolta incide infatti sia sulla

stabilità della massa raccolta, sia sulla flessibilità.

L’instabilità della raccolta si ripercuote sulla liquidità e sulla tesoreria.

La flessibilità della raccolta identifica la sua capacità di adattarsi alle mutevoli

condizioni interne ed esterne.

Stabilità e flessibilità possono essere perseguite mediante un classico approccio dei

“grandi numeri”, che porta a frazionare la raccolta sul numero più ampio possibile di

clienti e di segmenti di clientela e della massima diversificazione per forme tecnico-

contrattuali, che porta a ripartire la raccolta sui diversi prodotti.

Alla luce di quanto appena detto, la banca ottiene quindi la stabilità della raccolta

quando:

Induce i singoli clienti a sostituire l’uso della moneta legale con la moneta bancaria

- Estende la propria attività a un elevato numero di clienti

- Seleziona e combina segmenti di clientela i cui flussi di cassa hanno segni contrari

- che consentono alla banca favorevoli effetti compensativi da cui deriva la stabilità

delle risorse finanziarie.

Gli obiettivi di costo

In termini di costo, ciò che importa alla gestione bancaria è l’ottimizzazione della

relazione costo-rischi.

In atri termini, le caratteristiche di rendimento, di rischio e le dinamiche delle variabili

che trovano manifestazione nelle componenti del passivo devono essere congruenti

con le caratteristiche delle variabili che si riflettono sulla struttura dell’attivo e devono

combinarsi con le politiche di impiego in prestiti, in titoli e in partecipazioni.

Gli obiettivi di soddisfazione e ritenzione della clientela

Infine, la politica di raccolta dovrebbe avere come obiettivo l’instaurazione di stabili

relazioni di clientela, orientate al lungo periodo e basate su un costante monitoraggio

dei risultati raggiunti in termini di customer satisfaction, retention, migration.

La soddisfazione dei bisogni della clientela produce infatti diversi effetti suscettibili di

migliorare la redditività. In particolare:

Facilita l’aumento dei ricavi da cross-selling

- Riduce l’elasticità della domanda alle condizioni di prezzo

- Riduce i costi di acquisizione di nuova clientela

- Riduce i rischi di perdita di ricavi per chiusura dei rapporti da parte dei clienti

-

Le leve della politica di raccolta

Al riguardo le politiche commerciali delle banche sembrano orientarsi secondo due

fondamentali approcci: il primo persegue uno sviluppo generalizzato della clientela

con un’ottica di breve periodo;

il secondo ricerca risultati di più lungo periodo e punta a una acquisizione e a una

retention più selettiva.

La politica di prodotto

La politica di prodotto, intesa come innovazione e diversificazione delle caratteristiche

delle passività offerte al pubblico, ha rappresentato negli ultimi venti anni una

variabile estremamente importante nella gestione del passivo delle banche.

L’innovazione relativa a prodotti e servizi finanziari, come noto, è contraddistinta da

un’efficacia limitata, in quanto non è brevettabile e dà luogo a meccanismi imitativi

che rendono fruibili per un periodo estremamente breve i vantaggi dell’innovazione.

Nei riguardi delle politiche di raccolta la tradizionale offerta comprende: certificati di

deposito, pronti contro termine, obbligazioni e titoli strutturati.

Quanto più+ gli strumenti sono standardizzati e presentano un limitato contenuto di

servizio, tanto più ridotta è la percezione da parte del cliente di switching cost

conseguenti allo spostamento da una banca all’altra e tantomeno forti sono i vantaggi

di mantenere una relazione esclusiva con una sola banca.

La politica di prezzo

La politica di prezzo riguarda i criteri base ai quali vengono fissati e variati i prezzi sui

diversi strumenti di raccolta. In linea generale, è evidente che il valore medio dei tassi

passii bancari dovrebbe attestarsi su livelli coerenti con la combinazione rischio-

rendimento-liquidità.

Le quote detenute da ciascuna banca sul mercato della raccolta non dipendono

esclusivamente dai tassi passivi. La strategia di prezzo è infatti più facilmente

imitabile.

In base a un’indagine della Federal Reserve, i fattori che maggiormente contribuiscono

a determinare il prezzo degli strumenti di raccolta bancaria destinati al pubblico sono:

Il tasso d’interesse sul mercato all’ingrosso

- Le strategie di prezzo adottate dai concorrenti

- L’elasticità della clientela

- La struttura per scadenze del passivo

-

Più nello specifico, le politiche di prezzo presentano profili e problematiche differenti a

seconda del tipo di strumento di raccolta desiderato.

Nello strutturare la propria politica di pricing sulle passività monetarie, ogni banca ha

la possibilità di articolare la propria offerta combinando al tasso d’interesse una serie

di elementi ulteriori, che consentono di diluire la manovra del tasso all’interno

dell’insieme di condizioni praticate sul rapporto di deposito e sui servizi a esso

collegati.

Nel caso delle passività monetarie, la combinazione dei diversi prezzi “espliciti” e

“impliciti” permette quindi alla banca di creare un sistema differenziato di offerta in

grado di adattarsi a diverse tipologie di domanda.

Nel recente passato, la distinzione fra passività monetarie e non monetarie non è stata

sempre agevole, dal momento che le passività monetarie hanno assolto per molti anni

una funzione mista, di allocazione del risparmio e di strumento per l’accesso ai servizi

bancari di pagamento, con i conseguenti problemi nell’attuazione delle politiche di

pricing.

La politica di distribuzione

La politica distributiva, intesa come scelta del mix dei canali di vendita dei prodotti e

servizi offerti alla clientela, ha importanti ricadute per le politiche di raccolta.

In passato, le banche hanno visto nell’espansione della rete di sportelli il fattore

determinante della crescita dei depositi.

Alcuni tra i maggiori gruppi bancari hanno annunciato nuovi piani di razionalizzazione

delle reti distributive, con riduzione del numero di filiali.

È inoltre significativa la crescita di:

Negozi finanziari, dedicati all’erogazione di servizi di investimento di varia natura

- Sportelli automatici (ATM)

- Apparecchiature di pagamento (POS)

-

L’introduzione di canali distributivi più moderni permette di contenere i costi, di

accrescere la qualità degli strumenti di pagamento.

L’obiettivo strategico delle banche è il progressivo spostamento dell’attività di

sportello al canale virtuale.

La politica di comunicazione

Nelle banche sono presenti quattro aree di comunicazione

1) Comunicazione commerciale (relazioni con clienti finali)

2) Comunicazione istituzionale (rapporti con diversi stakeholders)

3) Comunicazione gestionale (nella gestione dell’impresa)

4) Comunicazione economico-finanziaria (con i finanziatori)

Gli strumenti della comunicazione commerciale non agiscono solo a livello di

comportamento di acquisto, ma anche a livello di atteggiamento e, in particolare:

Prima dell’acquisto, con la finalità di valorizzare i punti di forza del

- prodotto/servizio

Dopo l’acquisto, per consolidare il comportamento di acquisto e fidelizzare il

- cliente

Gli strumenti impiegabili a tale scopo possono essere classificati in cinque categorie:

Pubblicità

- Promozione delle vendite

- Pubbliche relazioni

- Vendita personale

- Marketing diretto

-


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Economia e management
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DannyPettinella di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Gestione delle imprese finanziarie e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Horeczko Giorgio.

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