RISCHIO DI MERCATO
Il rischio di mercato è il rischio di variazioni del valore di mercato di uno strumento o di
un portafoglio di strumenti finanziari connesse a variazioni inattese dei fattori di
mercato (prezzi azionari, tassi di interesse, tassi di cambio e volatilità di tali variabili).
Il rischio di mercato è diventato sempre più importante perché c’è stato un tema di
cartolarizzazione, di diffusione delle metodologie contabili basate sul principio di Mark
to market, episodi di crisi e infine perché la vigilanza si è sempre più interessata del
rischio di mercato. L’importanza deriva anche dal fatto che è più facile da studiare dal
punto di vista del relatore in quanto si ha a che fare con molti dati disponibili e di
disponibilità dei modelli.
Il metodo di trattazione del rischio di mercato nasce verso la fine degli anni 80 ovvero
periodo in cui si erano molto affermati i derivati finanziari e le grandi banche erano
avvolte da una forma di insoddisfazione circa le forme di investimento tradizionali. Per
misurare le rischiosità delle varie forme di investimento venivano utilizzate le seguenti
misure di sensibilità: duration per le obbligazioni, beta per i titoli azionari, basis point
value, delta e gamma. Tuttavia, ciò che le banche richiedevano ai loro manager era
un’unica misura di sensibilità che racchiudesse le misure dette in precedenza. Per
questo si introdusse, per migliorare la comunicazione orizzontale (responsabili del
portafoglio), verticale (top management) e dunque una misura consente di aggregare
e quindi additiva e per la correlazione, si introdusse il concetto di value at risk o VAR o
capital at risk CAR.
Il vantaggio ricercato nelle misure di VAR era:
È basato sul conetto di valore di mercato e non nominali: dobbiamo immaginare
che quelle posizioni sono negoziabili e quindi di liquidarla immediatamente.
Rifletta il diverso grado di sensibilità delle posizioni alle variazioni dei fattori di
mercato
Rifletta il diverso grado di volatilità dei fattori di mercato
Consenta di aggregare i rischi di posizioni diverse
Questi erano i vantaggi che si ricercavano in tale misura definita VAR. Essenzialmente
i concetti rilevanti sono:
1. la massima perdita potenziale che una posizione può subire,
2. con un certo di livello di confidenza,
3. in un determinato orizzonte temporale Pr( L > VAR) = 1 – c
riassumibili nella seguente funzione matematica:
dunque, ciò che a noi interessa è qual è la perdita che noi potremmo avere domani
con una probabilità molto bassa, non vogliamo sapere la perdita esatta ma la perdita
massima con una probabilità bassa. Possiamo spiegare questo attraverso uno schema
e ipotizzare qual è la distribuzione che il fenomeno segue. Si inizia da una
distribuzione normale in quanto dipende dai parametri medie e deviazione standard.
Dal momento in cui
sappiamo la media
e la deviazione
standard, possiamo
sapere anche
l’integrale ovvero la
somma che sta
sotto la
distribuzione
normale, che va da
meno infinito a più
infinito, che è pari a
1. Sappiamo che ci
sono degli intervalli
tipico: tra
l’intervallo meno sigma e più sigma ci sta il 66% dei casi; nell’intervallo -2sigam e
+2sigma abbiamo il 95% dei casi; nell’intervallo -3sigama e +3sigma abbiamo il 99%
dei casi. Una volta che sappiamo questo, possiamo adattare queste cose al risk
management. Come? Attraverso questo grafico. Volgiamo sapere qual è quel livello, x
che è il nostro VAR, che lascia da una parte il 95% dei casi e il 5% dei casi. Noi
chiameremo vari al 95%, possiamo fare il VAR al 99% che lascia l’1%.
L’approccio che stiamo vedendo è definito come approccio varianza-covarianza
parametrico. È detto parametrico perché c’è una funzione che descrive il nostro
fenomeno in modo preciso che è la nostra funzione normale identificata dai parametri
media e varianza. Il valore a rischio sarà dato dal valore di mercato VM (tutti i titoli
valorizzati sulla base dei prezzi correnti Mark to market), da un fattore di sensibilità del
valore di mercato della posizione a variazioni del fattore di mercato, la volatilità
stimata del fattore di mercato moltiplicato per alfa (alfa mi individua il numero di volte
che la volatilità deve essere moltiplicata per ottenere il 90, 95, 99% dei casi).
Il valore alfa sarà uguale 1.65 per il 95% e 2.3 per il 99%. Sono quelli che ricorrono più
frequentemente. Alfa è un parametro che decide il risk manager.
1.050.000, ovvero il valore
di mercato è dato da 1
milione per 105 / 100.
Questo è il Mark to market.
Essendo una obbligazione,
avrà come delta la sua
duration. Moltiplichiamo
per la sua volatilità e poi
moltiplicato per l’alfa pari
a 2.326 che corrisponde
all’intervallo di confidenza
del 99%. Questo è il modo
di applicare la formula del
VAR.
Dei parametri presenti nella formula, il più complicato da trattare è la volatilità perché
ciò che a noi serve è la volatilità futura basandoci su quella passata. Dobbiamo
dunque stimare la volatilità e per fare questo abbiamo 3 modi di stimarla: volatilità
storica, volatilità implicita e i modelli Garch.
Vediamo la volatilità storica
nel calcolo della volatilità storica, più grande è il campione e maggiore è il contenuto
ma c’è un problema ovvero che per avere un campione grande dobbiamo andare
indietro nel tempo ma così facendo rischio di guardare dati vecchie quindi non
aggiornati. A questo c’è tuttavia una soluzione, possiamo usare la media mobile
semplice ovvero tutti i dati hanno lo stesso effetto ma la media mobile ha un problema
definito come “echo effect”. L’echo effect è possibile spiegarlo in questo modo:
quando si verifica uno shock di mercato, la volatilità subisce un rialzo e
successivamente scende quando lo shock esce dal campione storico di stima, ossia
dopo che lo shock è terminato. Questo problema è definito come volatility clustering e
vediamo come trattarlo. Per trattare questo problema viene usato lo strumento delle
medie mobili esponenziali
EWMA.
si tratta di prendere ogni
numero e moltiplicarlo per
lamba, che è compreso tra 0 e
1 in particolare molto vicino ad
1. Quando lamba è uno, abbiamo la media mobile semplice, se lamba fosse uguale a
0.5 i numeri perderebbero molto rapidamente di peso. L’effetto che otteniamo con
questo tipo di livellamento esponenziale è una proprietà che prevede di far perdere
progressivamente id importanza alle osservazioni man mano che invecchiano. Cosi
facendo abbiamo il livello esponenziale e otteniamo la formula per calcolare la
deviazione standard. (all’esame non si calcola ma è
necessario sapere cos’è il livellamento
esponenziale)
Dunque, maggiore è lamba e minore è la
rapidità con la quale le osservazioni perdono
peso con il passare del tempo mentre
minore è lamba e maggiore è la rapidità con
la quale le osservazioni perdono peso con il
passar del tempo.
Un ulteriore modello per la stima della volatilità è il GARCH. L’approccio garch può
funzionare per stimare l’evoluzione della varianza in quanto il garch misura una
metodologia di adattamento dell’errore di stima. Il modello garch che ci interessa
maggiormente è il GArch(1,1) in cui la varianza al tempo t dipende da tre fattori:
Alfa 0 è una costante che dovrebbe essere 0 se il modello è stimato bene, un
parametro alfa1 che rappresenta una stima di quanto incide l’errore di previsione fatto
nel periodo precedente, mentre il parametro beta 1 usa la varianza stimata nel
periodo precedente. Il modello garch è un modello auto regressivo. In questo modo
abbiamo una stima della varianza.
Meno usato è il modello della volatilità implicita. È il modello che deriva dalle teorie
delle opzioni la quale dice che un valore di una opzione call americana è funzione delle
5 variabili: prezzo di mercato, prezzo di esercizio, tempo alla scadenza, tasso di
interesse e volatilità. Di queste 5 variabili, l’unico parametro soggetto a stima è la
volatilità. La stima della volatilità implicita presenta alcuni problemi:
1. per molte variabili non esistono opzioni quotate
2. il mercato delle opzioni non è liquido per tutti gli strumenti anzi per la normalità
degli strumenti è poco liquido
3. si ipotizza che il modello di black è giusto e la formula che vado a risolvere è
basato sul modello che è molto accurato ma non perfetto.
Queste ipotesi fanno sì che tale modello non è molto usato per questi limiti.
Il modello più utilizzato per la stima della volatilità è il modello a media mobile con
livellamento esponenziale EWMA, dopo abbiamo il GARCH.
Passiamo adesso ad un altro importante aspetto che è rappresentato dall’orizzonte
temporale. L’orizzonte temporale da scegliere dipende da un fattore soggettivo
(ovvero decido io il periodo) o da un fattore oggettivo (le mie considerazioni devono
essere basate sulla liquidità della posizione). Tuttavia, quando vogliamo convertire una
volatilità giornaliera in una volatilità mensile, dobbiamo moltiplicare per la radice di
22, perché quelli che contano sono i giorni lavorativi di borsa, si utilizzano i business
day. √
=σ
σ T
T G
Altro problema che ci poniamo è: quale livello di confidenza scegliere. Se prendiamo la
distribuzione normale e di questa sappiamo tutto (pigreco, media e deviazione
standard del fenomeno) allora possiamo calcolare gli integrali indefiniti che ci
permettono di determinare gli intervalli di confidenza.
Dunque, possiamo determinare il VAR come la differenza tra il valore atteso e la
perdita corrispondete all’intervallo di confidenza considerato.
VAR = E(P) – L
Tuttavia, possiamo rendere questo ancor più semplice perché quando parliamo di
rischio di mercato, noi abbiamo in mente posizioni con durata molto breve e quindi
quando questo è vero, la migliore stima del rendimento atteso su intervallo atteso è
pari a 0, rendimento 0. Allora le deviazioni le posso fare rispetto a 0 anziché sulla
media ottenendo quindi distribuzione normale con media nulla.
Aspetto interessante è che le banche non sono completamente libere di scegliere
l’intervallo di confidenza.
In base a su cosa faccio il calcolo, distinguo l’approccio asset normal dall’approccio
delta normal. In quello asset normal, le ipotesi di distribuzione normale sono applicate
ai valori di mercato delle posizioni dei prezzi. L’approccio più corretto è quello delta
normal che si basa su ipotesi di distribuzione normale dei rendimenti dei fattori di
mercato e non sui valori.
VAR DI PORTAFOLGIO
Fino ad ora abbiamo ragionato su una singola posizione, il problema è che non è
realistico. Nessuna banca ha una singola posizione ma ha un portafoglio con
dimensioni grandi. Dobbiamo dunque calcolare il VAR di portafoglio. Sappiamo bene
che il rischio di portafoglio non è la somma dei rischi delle posizioni che ci sono
all’interno del portafoglio. Per determinar il rischio di portafoglio venie calcolato
attraverso le correlazioni fra i rendimenti dei fattori di mercato. Quindi il VAR è dato
dal valore di mercato delle singole attività moltiplicato per i fattori di mercato e
moltiplicato per rho:
Quando introduciamo il concetto di correlazione, abbiamo dei problemi: sono da
calcolare, sono instabili e c’è un tema organizzativo ovvero un meccanismo di
attribuzione delle responsabilità. C’è tuttavia, una possibile soluzione semplificatrice
dove consideriamo l’inesistenza delle correlazioni e quindi fare la somma dei rischi. Ho
una stima del VAR ma non mi porto i benefici delle correlazioni.
In questo caso abbiamo due aspetti importanti:
1. il VAR del portafoglio può essere inferiore rispetto a quello della posizione più
rischiosa, il così detto effetto di copertura naturale (natural hedge)
2. le correlazioni tendono ad aumentare in corrispondenza di shock di mercato
MAPPING
Dato che abbiamo necessità, per economia di calcolo e qualità del calcolo, di tenere
sotto controllo un numero di fattori di mercato relativamente basso e tantissimi
strumenti finanziari sui quali calcolare il VAR, usiamo il mapping. Usiamo il mapping
quando dobbiamo ricondurre tante posizioni ad un numero più basso di fattori di
mercato.
Per le posizioni in titoli azionari, in portafoglio, queste devono essere ricondotte e
quindi mappate sui fattori di mercato rilevanti mediante il beta. Il beta in questo caso
rappresenta un indicatore di sensibilità del rendimento del titolo alle variazioni
dell’indice di mercato. Il beta collega il rendimento atteso di un titolo con il rendimento
atteso del mercato.
A questo punto avremo:
Dove sigma J è la volatilità dell’indice di mercato J. Alfa rappresenta sempre il valore a
scalare dell’intervallo di confidenza. Quindi poi possiamo calcolare il VAR di portafoglio
in quel modo.
È un valore approssimato perché il beta non misura tutto rischio. Per calcolare il rischio
totale dobbiamo calcolare nel modo seguente:
Quindi con il mapping noi stiamo facendo:
1. ipotesi di assenza di rischio specifico
2. ipotesi che il rischio sistematico è colto adeguatamente da un modello uni-
fattoriale quale CAPM
3. ipotechi che è adeguato a portafogli ben diversificati
LIMITI APPROCCIO VARIANZE-COVARIANZE
Con i concetti detti fin qui, abbiam potuto estrarre il massimo da questo modello.
Tuttavia, tale modello varianze-covarianze che abbiamo visto fin ora presenta dei
limiti:
1. ipotesi di distribuzione normale dei rendimenti dei fattori di mercato: noi
abbiamo usato una distribuzione normale, ma nessuno ci garantisce che
abbiamo fatto bene
2. la matrice varianza covarianza è costante: ma non è così anzi è l’esatto
contrario, infatti, quando ci sono fasi tese di mercato tende a non diventare
vera e quindi smentita dalla realtà
3. indipendenza seriale dei rendimenti dei fattori di mercato: i fenomeni di
volatilità dei prezzi tendono a cadere in modo casuale. C’è dipendenza seriale
quando c’è una concertazione degli shock. La volatilità tende a generare altra
volatilità
4. ipotesi di sensibilità lineare delle posizioni alle variazioni dei fattori di mercato:
vuol dire che se il fattore di mercato cambia dell’1% la posizione perde il 2%, se
il fattore di mercato cambia del 2% la pozione perde 4%. Abbiamo una distanza
di 2 punti percentuali ovvero pay off lineari.
Per quanto riguarda la distribuzione normale dei rendimenti di mercato presentano
code più spesse e quindi una curtosi maggiore di quella della normale, e sono sovente
asimmetriche verso sinistra. Se la coda è grassa vuol dire che in quella parte della
distribuzione c’è più probabilità di quella che mi direbbe la distribuzione normale. Lo
spostamento verso sinistra ci dice invece che la probabilità che nella distruzione
normale è simmetrica avere guadagni o perdite, nella realtà è più probabile avere
perdite anziché avere guadagni. Soluzione a questo è cambiare la distribuzione e ad
esempio possiamo usare una t-student che ha le proprietà dette prima. È importante
che la distribuzione t-student risolva i problemi perché altrimenti non varrebbe la pena
ma le analisi dicono che anche la t-student presenta dei problemi e non viene molto
adottata. Una seconda soluzione che viene invece adottata, prevista da Risk Metrics,
vede i rendimenti estratti da due distribuzioni normali con media uguale ma con
diversa varianza. Una di queste presenta una probabilità maggiore ma con varianza
minore. Risk Metrics ci dice in particolare che la volatilità è figlia di due fattori:
strutturali e ciclici o congiunturali.
Per quanto riguarda la sensibilità lineare sappiamo che non sempre bisogna usarla. Per
i bond si può usare la duration + convessità, per le azioni possiamo usare delta +
gamma. La correzione per la non linearità si usa a volte perché costa poco ma non
risolve del tutto il problema.
L’ipotesi di sensibilità presenta i seguenti problemi:
1. la distribuzione delle variazioni del valore del portafoglio deriva dalla
combinazione di un’approssimazione lineare (delta) e di una quadratica
(gamma) e dunque la forma funzionale della distribuzione delle variazioni dei
valori di mercato non è determinata. Questo accade perché alcuni portafogli di
opzioni presentano un payoff non monotono e anche l’utilizzo dell’espansione al
secondo termine conduce a errori significativi
una possibile soluzione alternativa a delta-gamma sono i modelli di simulazione.
MODELLI VAR DI SIMULAZIONE
I modelli di Var simulazione rappresentano la soluzione unica quando la relazione tra
valore della posizione e fattore di mercato diventa troppo complicata e non lineare.
Abbiamo due tipi di modelli di simulazione:
1. simulazione storica
2. simulazioni Monte Carlo
Tutti i modelli di simulazione hanno in comune una caratteristica fondamentale: non
faccio nessuna ipotesi sulla forma funzionale che lega il valore del portafoglio con i
rendimenti dei fattori di mercato. Con la simulazione storica vedo come le cose sono
andate in passato mentre con le simulazioni monte carlo faccio delle proiezioni future.
I modelli di simulazione presentano dei caratteri
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