Georges Perec: una vita segnata dalla storia
Georges Perec nasce nel 1936, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, da una famiglia polacca ebrea. Suo padre muore non in quanto ebreo, ma perché sentendosi francese, per dimostrare la sua integrazione, si arruola nell’esercito e muore il giorno dell’armistizio nel ’40. Georges rimane orfano a quattro anni. La madre, anche lei ebrea, viene sollecitata dal resto della famiglia a spostarsi verso la zona non occupata della Francia. La madre ci prova ma senza convinzione, poiché convinta che, essendo la moglie di un ufficiale morto in campo, sarebbe stata graziata. Nel corso di un rastrellamento viene portata fuori Parigi e poi deportata nel 1943 nei campi di sterminio e muore ad Auschwitz.
Il piccolo Georges, a sette anni, viene messo in un treno diretto al Sud della Francia. Gira una serie di orfanotrofi finché viene adottato dalla famiglia della zia, la sorella del padre. Vive un’infanzia piena di sofferenze, segnata dal trauma della perdita dei genitori e anche dal trauma di non sapere nemmeno la data della morte della madre. Infatti l’ultimo ricordo che gli rimane di lei è di quando lo mise sul treno della Croce Rossa, bisognerà aspettare la fine della guerra perché di fatto diano una data e una certezza.
Conoscendo la storia di Perec, questa sua inclinazione per i giochi linguistici viene letta in maniera differente. Come tanti critici hanno rivelato, si tratta di un modo obliquo per raccontare la tragedia, non affrontando direttamente la realtà, il ricordo e la scrittura di sé. Anche a causa della storia personale, questa passione per l’enigmistica e lo strutturalismo, che gli serviva per mettere da parte questa infanzia tormentata, la quale però ha dovuto emergere, anche attraverso i testi più oulipiani.
La Disparition
Lungi dal castrare e limitare le possibilità della letteratura, il vincolo aumenta esponenzialmente le potenzialità della lingua, perché Perec ricorre a cultismi, parole di registro più volgare, registri diversi, allargando gli orizzonti della lingua. Se lo scrittore non avesse avuto lo stimolo, non si sarebbe chiesto che altro vocabolo usare. Attraverso questo meccanismo la lingua si arricchisce e la letteratura conosce una nuova stagione.
Il protagonista, Anton Voyl (=vocale, ma anche velo che si pone davanti alla realtà) è tormentato dalla mancanza di questo qualcosa che continua a cercare, tanto da diventare ossessionato dalla visione di un motivo sul suo tappetto. Ovviamente si fa riferimento a questo quinto motivo nella trama dei 26 del tappetto che richiama la lettera “e”. Nel 72 scrive un testo che “completa” quello della Disparition, Le revenentes, un testo scritto solo con la lettera “e”. Ancora una volta è il titolo stesso a parlare del contenuto del testo; i revenentes però sono anche gli spettri, coloro che tornano dal regno dei morti.
Rilevanza degli spettri
Questo fatto degli spettri è rilevante soprattutto se legato all’esperienza della Shoah. La lettera “e” si pronuncia quasi allo stesso modo del pronome “eux” > scomparsa di loro, dei genitori, degli ebrei. Le revenentes quando tornano le e sono gli spettri. È un modo per esprimersi andando avanti con una maschera (egli stesso dice “avancer masque”), di voler sempre conciliare, anche quando i critici non l’hanno riconosciuto, questi due assi, un asso formale molto evidente e un asso esistenziale descritto in maniera obliqua. In questo modo Perec innova molto rispetto alle due correnti che l’avevano segnato moltissimo: L’Ou.Li.Po e le Nouveau Roman.
W ou le souvenir d’enfance
Le premier homme origina da una ricerca al ricordo, una vera e propria sfida, poiché sembra che le lacune siano veramente numerose, ma Camus rimedia e compensa ricorrendo alla finzione; nel suo caso crea un romanzo autobiografico dove inventa in alcuni punti e in altri casi immagina, a partire da elementi conosciuti. Anche se in un contesto storico e letterario diverso è grosso modo quello che fa anche Georges Perec.
Infatti, W ou le souvenir d’enfance è un racconto che nasce dall’impossibilità di memoria, da una lacuna, in questo caso dovuta anche a un trauma. Nel suo caso però si propone come un’autobiografia, sui generis. Pubblicato nel 1975, quindi siamo in un’epoca diciamo tardiva, quando il Nouveau Roman cominciava già a perdere fiato e originalità. Questa opera è molto particolare, costruito a partire di una doppia contrainte, che già abbiamo nel titolo. Il titolo è infatti doppio: “W” / “le souvenir d’enfance”) e la lettera stessa (abbiamo di nuovo una lettera al centro di un’opera) del titolo è doppia: v e v che si incrociano, che si accavallano l’una con l’altra, come a dire che una vita incrocia l’altra.
Nell’opera Perec costruisce due testi alternati: il primo testo è fittizio, una storia d’avventura, scritta in corsivo, nel secondo testo abbiamo la vera autobiografia, alternati. Lo scopo non è però quello di raccontare due storie diverse, ma di farle incrociare ed è esattamente quello che dice nella quarta di copertina.
Paratesto e quarta di copertina
Il y a dans ce livre deux textes simplement alternés ; il pourrait presque sembler qu’ils n’ont rien en commun, mais ils sont pourtant inextricablement enchevêtrés, comme si aucun des deux ne pouvait exister seul, comme si de leur rencontre seule, de cette lumière lointaine qu’ils jettent l’un sur l’autre, pouvait se révéler ce qui n’est jamais tout à fait dit dans l’un, jamais tout à fait dit dans l’autre, mais seulement dans leur fragile intersection.
L’un de ces textes appartient tout entier à l’imaginaire : c’est un roman d’aventures, la reconstitution, arbitraire mais minutieuse, d’un fantasme enfantin évoquant une cité régie par l’idéal olympique.
L’autre texte est une autobiographie : le récit fragmentaire d’une vie d’enfant pendant la guerre, un récit pauvre d’exploits et de souvenirs, fait de bribes éparses, d’absences, d’oublis, de doute, d’hypothèses, d’anecdotes maigres. Le récit d’aventures, à côté, a quelque chose de grandiose, ou peut-être de suspect. Car il commence par raconter une histoire et, d’un seul coup, se lance dans une autre : dans cette rupture, cette cassure qui suspend le récit autour d’on ne sait quelle attente, se trouve le lieu initial d’où est sorti ce livre, ces points de suspension auxquels se sont accrochés les fils rompus de l’enfance et la trame de l’écriture.
Perec scrive che il libro nasce dall’incrocio di due testi (uno di avventura e un’autobiografia) ma il senso si trova nell’intersezione, nel legame che si stabilisce tra i due e nella sua rottura. È stabilito che questi due testi, uno scritto in “roman” (tondo) e l’altro in “italique” (corsivo) raccontano due storie differenti, una creata a partire dall’immaginazione e un altro che implica una tripla identità tra l’autore, il narratore e il personaggio. Questi due testi, così differenti, non hanno senso se non con la loro intersezione, perché gettano una luce uno sull’altro e rivelano quello che non è mai detto nell’una e nell’altro. La storia immaginaria rimarrebbe vana senza l’autobiografia, allo stesso tempo degli elementi lasciati in silenzio nell’autobiografia sono completati dalla storia inventata. La storia d’avventura viene spezzata a metà, cominciandone un’altra, invece l’autobiografia potrebbe sembrare in partenza deludente, poiché si sottolineano in partenza lacune, mancanze e dubbi. Dove si incontrano questi due testi ci viene segnato da questi punti di sospensione (…) (pag.88) che tengono insieme, pur separandole, la prima e la seconda parte. Dal punto di vista convenzionale, si utilizza quando si riportano citazioni altrui tagliando una parte, segnalando che manca qualcosa.
Dedica
Pour E > dedicata a “loro”, inteso come i suoi genitori e in senso lato a tutti gli ebrei assassinati tra gli anni 30 e 40. Qualcuno pensa si riferisse alla zia che l’ha adottato, ma il testo ha numerosi riferimenti ai genitori e ricordiamo l’ambiguità della lettera e in La disparition de Perec.
Prime pagine del romanzo
Pag. 9: primo capitolo (romanzo)
Il romanzo è scritto in prima persona, in cui però egli racconta di un viaggio, di una missione che gli è stata affidata da qualcuno, a W, il luogo. Egli però è testimone di questo viaggio, non ne è il protagonista. Il narratore si propone di fare chiarezza, mantenendo però l’enigma con la sua esitazione nel raccontarlo. La storia si svolge a Venezia, città del Carnevale, delle maschere, dell’acqua e del riflesso. Questo narratore sa che non dovrebbe raccontare questa storia, ma sapendo che è l’unico sopravvissuto, sente il dovere di raccontare > non si può tornare indietro, la sabbia aveva coperto gli stadi dove si svolgevano queste corse e la natura aveva mangiato il mondo in cui viveva. Di fronte a un mondo finito, senza sopravvissuti, sente il dovere di narrare, tanto più che non esistono altre tracce di questa storia; perché per quanto abbia consultato archivi e documenti, sembra tutto un sogno. È una storia che pesa sulla sua vita e sui suoi comportamenti, per questo vuole usare un tono freddo e distaccato. Qui troviamo tutto l’atteggiamento di Perec, di chi mette sempre un filtro, una maschera, per non soffrire, rimanendo distaccato e prendendo le distanze. Cita poi i personaggi dei racconti di Melville, Achab, implicato visceralmente nella caccia della balena bianca, e Ishmael, il ragazzo distaccato nel racconto Moby Dick, affermando che avrebbe raccontato la storia con il tono di quest’ultimo.
Perec prosegue dicendo qualche indicazione sulla sua esistenza, ma in realtà lascia molti puntini nell’oscurità > ci dice a che ora è nato ma non specifica l’anno o il luogo; fa sembrare di soddisfare questa “regola generale” ma in realtà nasconde molte cose. La storia ricorda in qualche maniera quella di Perec, anche il padre di Perec è morto e lui è stato adottato, fa una vita nascosto.
Pag. 13: secondo capitolo (autobiografia)
Primo capitolo dell’autobiografia, scritto in “roman”. Anche questo comincia con un “je” e dunque è in prima persona. Tutto quello che racconta è vero, è vero che la parte autobiografica non è la prima che è nata, perché effettivamente a 13 anni ha scritto una storia intitolata “W” riguardo una società sportiva. Poi aveva dimenticato questa storia e poi, a seguito di un percorso con una psicanalista, Françoise Dolto, ha ricordato questa storia e l’ha riscritta.
- Vennero una pubblicati sulla rivista La Quinzaine littéraire, rivista quindicinale fondata nel 1966 da Maurice Nadeau, tra settembre 1969 e agosto 1970.
- Proprio nell’agosto del 1970 Perec scrive sulla rivista ringraziando il fondatore e afferma che la sua pubblicazione bimensile non sarà più necessaria poiché scriverà il continuo di questi testi nella sua opera, annunciata, W ou le souvenir d’enfance (Anne Roche présent W ou le souvenir d’enfance de Georges Perec).
La storia in corsivo dunque, era stata una sua fantasia da bambino. Elenca gli avvenimenti della sua infanzia in maniera molto distaccata, ci sono le date, i luoghi, ma non c’è la sua emotività. Il distacco bianco non partecipato di Ishmael caratterizza anche questo autore. In teoria una persona che non ha dei ricordi d’infanzia, l’unica cosa che va a fare è scrivere dell’autobiografia e sicuramente non la inizierebbe così.
Uno degli scopi della parte fittizia è precisamente quello di colmare le lacune, analogamente a quello che fa Camus che compensa con l’immaginazione quello che la memoria non gli restituiva, Perec aggiunge una parte d’immaginazione, ma non la amalgama alla storia, ma piuttosto la mette in parallelo alla stessa. Un’altra cosa che notiamo è che Perec non voleva nemmeno parlarne della sua infanzia, difendendosi con la frase “non ho ricordi d’infanzia”, poiché la Storia (descritta come la storia con “la grande hache” con questo gioco di parole poiché noi intendiamo la lettera H maiuscola, ma le lettere in francese sono tutte al maschile, quindi si riferisce all’ascia, che ha reciso, strappato la sua storia personale) aveva risposto alla sua infanzia > la guerra, in cui muore il padre, i campi, in cui muore la madre.
Questi elementi si alternano in questo libero: la storia personale, la Storia che è intervenuta pesantemente nella sua storia personale e la storia di un’avventura. C’è inoltre una rivelazione seppur parziale che avviene a Venezia (città del doppio, ove si ricorda di quella storia d’avventura, come se si togliesse la maschera. Questa avventura se non era la storia, era una storia della sua infanzia. La storia di W non è un romanzo autobiografico, ma può contribuire alla storia della sua infanzia ed è esattamente quello che farà. Si definisce come un bambino che gioca a nascondino, che non sa se preferisce rimanere nascosto o essere scoperto > qui c’è tutto Perec, il suo vivere mascherato, mantenere questa distanza che però invita a essere percorsa. “Je n’ai pas des souvenirs d’enfance” effettivamente funziona come un vincolo vivifico, generatore di un testo nuovo, di una nuova modalità testuale, come per l’Ou.Li.Po, però sul punto di vista contenutistico. Scrivere un’autobiografia senza ricordi d’infanzia è una sfida, che lui riesce a superare compensando grazie alle altre storie: ricorrerà ogni tanto alla Grande Storia, che è responsabile del dramma, vedremo tanti documenti d’archivio che vengono inglobati nella scrittura (cosa che era impensabile ad esempio in Gide); oppure con la storia fittizia, quindi le lacune lasciate dal vuoto saranno riempite in maniera originale. La mancanza di ricordi sarà un ostacolo che però innoverà la scrittura di sé.
Pag. 15: capitolo terzo (romanzo)
Qui questo primo narratore (del romanzo) è omodiegetico, ma non autodiegetico (non narra la sua stessa storia). In questo capitolo, il narratore riceve una lettera, una lettera molto enigmatica scritta in francese > la parola “lettre” (parola polisemantica che significa sia lettera sia lettera dell’alfabeto) ci rimanda alla Disparition. In questa lettera lo invitano ad un appuntamento in una città che non è la sua. Egli è preoccupato perché lui fino a quel momento si nascondeva dietro ad una maschera, è un disertore, nascosto in Germania, che porta un falso nome di rimando franco-svizzero. Il fatto che la lettera sia in francese lo spaventa, ma poi pensa che secondo questa nuova identità appartiene alla svizzera francese. Cerca di considerare con calma tutte le ipotesi che poteva suggerire la lettera; si delinea già quello che poi verrà a succedere, ossia una lunga e paziente inchiesta che si stringe attorno a un “moi”. Di fatto, questo personaggio è molto dubbioso, ma ha un presentimento e capisce che si giocherà qualcosa d’importante e si prepara quasi a un viaggio definitivo: prende le sue cose più preziose, paga la sua stanza, si giustifica con il datore di lavoro dicendo che
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