La natura dello spazio logico
Un libro di geografia non è un libro qualsiasi perché esso si riferisce al mondo intero, a quella cosa che, senza saperlo, indichiamo ogni volta che allarghiamo le braccia per significare rassegnazione: questo gesto deriva dal primo originario tentativo di afferrare e portare con sé la totalità dei fatti di cui il mondo si compone. Nel gesto infatti gli arti sono lievemente arcuati, perché la totalità che si vorrebbe abbracciare ha forma sferica: essa è infatti il globo. Per essere il mondo, i fatti devono essere nello spazio logico; se i filosofi leggessero i geografi e viceversa, si sarebbe compreso che tale espressione equivale alla rappresentazione cartografica, alla mappa. Nessuno ci ha mai spiegato che ogni volta che squadriamo un foglio con riga e compasso torniamo come Ulisse ad accecare Polifemo, a ridurre il mondo a spazio. Polifemo è il mostro dal pensiero illogico; l’aggressione a Polifemo viene sferrata dopo che il gigante si è allungato al suolo, ebbro di vino, dopo che la sua mole da verticale si è mutata in un’estensione orizzontale. Così nell’azione vengono in contatto due assi: quella del corpo steso a terra e il palo sorretto da 5 uomini che, scaglionati lungo l’asse a intervalli regolari, costituiscono una vera e propria scala vivente, matrice di quella metrica che oggi distingue una rappresentazione cartografica da un semplice disegno. Ancora oggi le tacche sulla riga rappresentano Ulisse e i suoi compagni. Al verso 382 dell’Odissea si dice che il tronco viene alzato, dunque è lecito supporre che tale ampiezza sia di circa 90 gradi. Polifemo è un ciclope, cioè un essere dall’occhio circolare, il cui contorno appare già dunque pronto per la traumatica inserzione che segna la nascita della centralità. Di quello che era un globo, resta soltanto una piatta distesa. Dentro la circolare assemblea che delimiterà la prima forma di attività politica, così come il profilo ideale della città, nessun cittadino sarà in grado di occuparne a lungo la posizione, ma dovrà poco dopo cederla a un altro. Il risultato sarà quel che chiamiamo democrazia. Ma quant’è lungo il tronco d’ulivo? Ulisse comanda di tagliarlo per la lunghezza di due braccia, dice il testo; si tratta in questo caso di braccia stese, in asse dalla spalla alla punta delle dita, a prefigurazione della sintassi rettilinea, il contrario di quella sferica. Tale misura è decisiva, perché consente di sviluppare le due rette del corpo e del tronco nelle due diagonali che per prima tracciamo quando squadriamo un foglio e permette anche di comprendere che cos’è il compasso. Tagliare un tronco per la lunghezza di due braccia implica l’apertura delle braccia, col conseguente intervento della simmetria: il centro resta fisso, ma diventa l’incrocio di quattro semirette, la seconda coppia delle quali è l’immagine speculare della prima, e va a occupare l’altra metà del foglio; dopodiché chi disegna lascia matita e riga, due diverse versioni del palo d’ulivo, e apre il compasso, cioè le due braccia di Ulisse: il mondo può finalmente trasformarsi nel suo modello.
I due nomi della terra
La geografia è la descrizione della terra: si ripete così da tempo, errando. Proprio attraverso questa descrizione il mondo viene ridotto alla terra, la terra alla sua superficie e quest’ultima a una tavola. Tale definizione implica dunque una triplice trasformazione. Il mondo è il complesso delle relazioni sociali, economiche, politiche e culturali al cui interno si svolge la vita umana. Più discutibile è stabilire che cosa sia la terra; all’inizio dell’era volgare, Strabone rimproverò a Eratostene di aver concepito la terra non come un geografo ma come un astronomo, preoccupato anzitutto di prenderne le misure come fosse un qualsiasi corpo celeste. Strabone nei suoi 17 libri di geografia descrive invece non la terra nel suo insieme, bensì soltanto quella parte che egli conosce, quella che nella geografia classica prende il nome di ecumene, il mondo così com’è conosciuto e abitato, e che nel suo caso coincideva con le terre attorno al Mediterraneo, al Mar Nero e al Mar Rosso. Per Carl Ritter, all’inizio dell’800, la terra era la casa dell’educazione dell’umanità. Nella sua visione, cioè, le forme della superficie terrestre (acque, monti, deserti) rappresentano il progetto attraverso cui Dio indirizza in maniera pratica la storia degli uomini verso la salvezza. L’adozione di una prospettiva religiosa non impedì a Ritter, seguace di Strabone, di essere il geografo più importante del suo secolo, il fondatore della geografia moderna. Egli chiama la geografia Erdkunde, termine che si può tradurre come "conoscenza storico-critica della terra", e spiega nel primo dei suoi 19 volumi che ogni opera scientifica, cioè ogni analisi oggettiva, si regge su di una scelta di valori soggettiva, perché prima di essere scienziati si è uomini che vivono in società. È quello che Ritter definisce il punto di vista umano, in base al quale egli chiede alla terra stessa i criteri per la sua descrizione. Ancora oggi infatti noi la guardiamo come un insieme di ragioni ognuna caratterizzata da un particolare complesso di relazioni tra quelle che Ritter distingueva come dimensione geografica e dimensione fisica: la prima costituita dalla lunghezza e dalla larghezza, corrispondente quindi alle pianure; la seconda riguardante la profondità e l’altezza, coincidente perciò con le depressioni e i rilievi. Nel libro si intende per terra la parte visibile del mondo; ma da dove proviene la sua forma? Si può richiamare il testo, composto nella prima metà del 200, definito la prima geografia della terra in lingua spagnola: "La somiglianza del mondo"; il titolo dipende dal fatto che l’opera è concepita come una sorta di specchio del mondo e uno specchio riflette solo quello che i filosofi definiscono l’aspetto fenomenico delle cose, quello che immediatamente si vede. A riguardo, si noti che il primo dei due termini greci di cui il vocabolo "geografia" si compone, Gè, in latino equivale a Gaia, la terra che brilla e splende alla luce. L’altro nome con cui i greci indicavano la terra era Ctòn, che in italiano sopravvive solo nell’aggettivo ctonico, che significa sotterraneo.
Che cos’è la geografia e chi è Dioniso
Tra Gè e Ctòn c’è un’opposizione: la prima si riferisce alla terra come qualcosa di evidente, cioè chiaro, superficiale, disposto secondo l’andamento orizzontale; la seconda, all’opposto, implica invisibilità, oscurità, l’interno, la profondità e la verticalità. La geografia è la descrizione che corrisponde al primo modo, quello della visione speculare. Un mito ne narra l’origine, quello dell’uccisione di Dioniso (figlio di Zeus e Persefone) da parte dei Titani, figli di Ctòn. Essi avevano tinto di bianco i loro volti con polvere calcarea, e cospargono di gesso anche il viso del fanciullo divino che dorme; quando Dioniso si sveglia, si guarda allo specchio e non si riconosce. Proprio di quell’attimo di stupore approfittano i Titani per ucciderlo e farlo in 7 pezzi. Secoli dopo, un anonimo compilatore spiegherà che il mondo ha la forma di una palla, proprio come la testa di una persona, e il problema della sua conoscenza sta nel suddividerlo in parti. Come in tutta l’antichità, anche nel Medioevo, dunque, non si credeva che la terra fosse piatta. In proposito Strabone afferma che a partire da Omero e fino ad Aristotele, tutti coloro che hanno scritto qualcosa erano geografi: la filosofia è uno sviluppo della geografia. Come il mito insegna, tutto inizia quando di Dioniso, il dio della vita senza limiti, lo specchio riflette il bianco velo di terra che ricopre il suo volto e lo nasconde ai suoi stessi occhi: riflette cioè il suo viso trasformato. Solo per effetto di questa trasformazione le spade dei Titani possono entrare in funzione, approfittando dell’attimo che corrisponde alla parziale paralisi del processo vitale. Solo con tali lame è possibile ottenere i contorni, le linee che separano e definiscono le cose. Dioniso, il dio che vacilla e dondola, è dunque il mondo. Il gesso è la terra ridotta a superficie e le lame sono i nostri concetti. Si dice che Dioniso torna in vita perché suo fratello Apollo, il dio della misura, ne ricompone il corpo per volere di Zeus. Per rimettere insieme le membra bisogna però appoggiarle su una superficie: una tavola che, come ogni rappresentazione cartografica, serve solo per due dimensioni, lunghezza e larghezza, e per il fatto di essere piatta. La tavola impone orizzontalità e ricompone l’intero fatto a pezzi.
L’isolario e l’atlante, il luogo e lo spazio
La tavola trasforma in maniera decisiva il globo e la nostra maniera di entrarvi in relazione. Sulla tavola i pezzi restano tali, ma allo stesso tempo costituiscono un’unità: ciò è possibile in virtù delle linee che li distinguono e allo stesso tempo li uniscono, ma che soltanto sulla tavola appaiono. In questo modo, la natura e il funzionamento del globo risultano radicalmente modificati. Secondo il mito, Dioniso mise incinta Arianna, e da Arianna nacque Dioniso: per il mito insomma le cose stanno l’uno dentro l’altra e per questa ragione facciamo fatica a distinguerle. Oggi siamo abituati a suddividere il globo in continenti, cioè in grandi, continue, definite masse di terra, idealmente separate dagli oceani. Ne individuiamo, in ordine di grandezza, proprio 7, come i pezzi del corpo di Dioniso: Asia, Africa, America settentrionale, America meridionale, Antartico, Europa e Oceania. Esistono suddivisioni diverse, dove per esempio Europa e Asia, non separate dal mare, formano l’Eurasia. Continente è un termine che significa qualcosa che contiene qualcos’altro; esso inizia ad affermarsi tra 600 e 700 e s’impone in maniera definitiva nell’800, in seguito alla sempre maggiore diffusione degli atlanti. La prima raccolta di carte geografiche venne stampata a Roma da Antonio Lafreri nel 1570. prima dell’atlante vi erano solo gli isolari, libri composti da carte e descrizioni in cui tutto il globo veniva scomposto in isole, in qualcosa cioè che prima di contenere qualcosa, era invece contenuto in qualcos’altro, nel mare. Isole venivano considerate tutte le terre emerse e la differenza tra atlante e isolario è solo una: nel primo il globo viene trasformato in spazio, nel secondo tale trasformazione non è compiuta, le terre emerse sono ancora considerate come luoghi. Spazio è una parola che deriva dal greco stadiòn. Per gli antichi greci lo stadio era l’unità di misura delle distanze: ne deriva che all’interno dello spazio tutte le parti sono l’un l’altra equivalenti; tale regola è rappresentata dalla scala, che dal 500 inizia ad apparire sistematicamente sulle carte e indica il rapporto tra le distanze lineari del disegno e quelle che esistono nella realtà. Luogo è invece una parte della superficie terrestre che non equivale a nessun altra. Nello spazio invece ogni parte può essere sostituita da un’altra senza che nulla venga alterato.
La nascita dello spazio
L’invenzione dello spazio si deve all’introduzione, nella descrizione della terra, del reticolo geografico, cioè la rete di meridiani e paralleli con i quali si cerca di riprodurre sulla carta la curvatura del globo. Tale processo si chiama proiezione, parola che deriva dall’alchimia e si riferisce alla trasformazione del metallo in oro. La proiezione cartografica si fonda su una regola matematica che consente di determinare la corrispondenza sulla superficie piana della carta di un solo punto per ogni punto determinato del globo dall’intersezione di un meridiano con un parallelo. In altri termini, essa equivale a trasformare qualcosa che ha tre dimensioni in qualcosa che ne ha due, sottrarre una dimensione alla terra. Il primo ad affrontare il problema della proiezione cartografica è stato Eratostene; ma fu Tolomeo, il geografo dell’impero romano, a trasmettere all’epoca moderna il metodo di trasformare la terra in spazio, la sfera in mappa. Col crollo dell’impero la sua opera scomparve quasi del tutto, per ricomparire dopo mille anni grazie all’influsso di Bisanzio. Gli storici dell’arte sono convinti che l’invenzione della prospettiva moderna (quella lineare fiorentina) sia una diretta conseguenza di tale ricomparsa, avvenuta appunto a Firenze all’inizio del 400. Proiezione tolemaica e prospettiva lineare sono la stessa cosa: ambedue presuppongono un soggetto fisso e riducono la conoscenza a visione, cioè a una faccenda affidata esclusivamente all’occhio e perciò istantanea. Prospettiva e proiezione hanno in comune un’altra caratteristica: ambedue rappresentano quel che si vede all’interno di un ambito dotato delle stesse proprietà che la geometria tradizionale, quella euclidea, assegna all’estensione: la continuità, cioè l’assenza di interruzioni, l’omogeneità, cioè l’identità del materiale di cui essa si compone, l’isotropismo, cioè l’uguaglianza delle parti rispetto alla direzione. Tale proprietà appartengono alla carta, cioè al supporto materiale della rappresentazione geografica; esse rispecchiano le caratteristiche dell’altare sul quale Apollo ricompone il corpo di Dioniso. È Apollo insomma l’esecutore del primo esemplare di carta, cui il fratello fornisce involontariamente la materia prima.
L’epoca dell’immagine del mondo
Fino a Tolomeo la rappresentazione geografica, cioè la riduzione del mondo a tavola, riguarda solo le cose che si vedono. Con la prospettiva moderna essa invece investe anche ciò che non si vede, il vuoto tra il soggetto che guarda e il mondo che viene guardato. L’occhio che percorre tale distanza deve guardare tutto, diventa il principe dei sensi, l’unico organo abilitato alla conoscenza. Tutti i grandi imperi del passato si sono tradotti in grandi sistemi stradali, tendenzialmente rettilinei per essere i più veloci possibili. Anche la sintassi del territorio moderno sarà costituita principalmente dalla retti linearità; proprio la prospettiva, dunque la proiezione, funziona da veicolo per la reintroduzione del modello rettilineo del funzionamento del mondo, per la diffusione di quello che in passato era stato il modello imperiale. Non si tratta di un modello immateriale: nella sua unicità, esso serve a rappresentare la faccia della terra. Fino a quasi tutto il 600 le carte che mostravano il tracciato dei cammini terrestri erano davvero poche: la forma della strada prendeva a modello quella dei corsi d’acqua, cui spesso era parallela, così il cartografo, non potendo rappresentare tutto, raffigurava i corsi d’acqua e non le vie di terra, spesso meno importanti. A partire dal 700 le strade, proprio perché diritte, si autonomizzano dalla struttura della rete idrica e iniziano a spiccare sulle carte, non più assimilabili alle vie d’acqua. Alla base della differenza tra epoca premoderna ed epoca moderna vi è il rovesciamento della relazione tra immagine cartografica e realtà. Nel Medioevo le rappresentazioni cartografiche erano la copia del mondo, erano il suo ritratto. Al contrario la modernità è l’epoca dell’immagine del mondo: la prima mossa moderna consiste nella riduzione del mondo a un’immagine.
La durata del mondo: Marco Polo
Come sugli isolari, nel Medioevo il mondo si compone di un insieme di luoghi; ogni luogo ha la propria misura, così nessuna di esse è standard. Le cose del mondo si limitano a stare tra loro in proporzione, come sul globo, per il quale non esiste scala. Di conseguenza, nel Medioevo il problema della velocità non esiste. Si prenda il caso di Marco Polo, il più celebre dei mercanti e viaggiatori medievali, che nell’ultimo quarto del 200 da Venezia arriva in Cina lungo la via della seta. Egli cavalca una strada lunga e pericolosa, sebbene conosciuta da millenni, e ogni giorno si presenta l’opportunità della correzione dell’itinerario e della sosta. Marco cavalca dunque senza fretta, sostando anche per mesi interi, apprendendo lingue e costumi, informazioni e racconti. Ogni giorno le cose del mondo gli rivelano la loro propria durata, e allo stesso tempo misurano quella della sua vita. Nel Milione, infatti, il resoconto dei suoi viaggi, i deserti, le foreste, le montagne non hanno ancora lunghezza, così come le direzioni del cammino non sono ancora fissate secondo l’astratta rigidità dei punti cardinali. Per avanzare si prende la direzione dei venti, si segue il loro corso. Così come non esiste nel Milione lo spazio, allo stesso modo non esiste il tempo, se non nella forma dell’alternarsi della notte e del giorno e delle stagioni. Luoghi e giornate sono al contrario la stessa cosa, coincidono nell’esperienza del cammino: si tratta di una misura relativa, che muta continuamente. Come i luoghi, anche le giornate non sono infatti uniformi: le condizioni climatiche variano in continuazione: per il ritorno in Cina Marco con suo padre Niccolò e suo zio Maffeo impiegano 3 anni e mezzo, a causa della neve, della pioggia e delle grandi inondazioni; cambia di continuo la natura dei luoghi e di conseguenza il mezzo di locomozione. Esisteva soltanto un’alternativa, grazie alla quale si impiegava fino a un decimo del tempo normale: lo yam, il sistema postale dell’impero mongolo, basato su una rete di stazioni per messaggeri che dalla capitale si diramavano per tutto il regno. È l’unico esempio di spazio che Marco descrive, ma di certo non è il suo mondo. Sicuramente avrebbe ricordato molte più cose se un giorno avesse pensato di tornare indietro; soltanto lo spazio, uniforme e continuo, implica il ritorno, la reversibilità del movimento; ma se il mondo si compone di luoghi, di parti non continue, non è detto che il ritorno avvenga.
Odisseo nello spazio: Cristoforo Colombo
Nel caso di Cristoforo Colombo, il primo dei viaggiatori moderni, vale invece tutto il contrario. Il suo problema è la fretta, tornare indietro...
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