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Riassunto esame Geografia, prof. Ugolini, libro consigliato Geografia sociale, Errani

Riassunto per l'esame di Geografia sociale e culturale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dalla docente Ugolini. Gli argomenti trattati sono: Origine e sviluppo della geografia umana, Campo di studio della geografia umana.

Esame di Geografia sociale e culturale docente Prof. M. Ugolini

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ESTRATTO DOCUMENTO

di popolamento è facile da definire nelle due forme di minimo biologico e minimo

economico. Il minimo biologico è il numero al di sotto del quale una collettività

chiusa non può scendere senza che l’eccesso di endogamia generi la

sterilizzazione del gruppo.

Il minimo economico è quel numero di abitanti al di sotto del quale la capacità di

lavoro diventa insufficiente a trarre, dall’ambiente in cui una collettività vive, le

risorse indispensabili a garantire la conservazione del gruppo.

Il massimo di popolamento è meno facile da definire. Esso è visto sotto due forme

diverse a seconda che si consideri la situazione di un paese a economia di

sussistenza o quella di un paese a economia di scambio. Nel primo caso, il

massimo è raggiunto quando ogni accrescimento numerico pone la popolazione in

una situazione di equilibrio instabile, in cui le carestie e la fame costituiscono una

minaccia costante. Nel secondo caso, il massimo sembra oltrepassato quando non

può essere occupata tutta la manodopera ed il livello di vita va diminuendo

rapidamente.

Per sottopopolamento s’intende ogni occupazione di territorio a livello inferiore al

minimo di popolamento.

Il sovrappopolamento si definisce come superamento del “massimo”. In genere, si

considerano sovrappopolati quei territori in cui i beni prodotti non bastano a fornire

adeguati mezzi di sussistenza per tutta la popolazione.

In pratica si hanno frequenti casi di sovrappopolamento relativo: troppi consumatori

rispetto alla loro capacità attuale di valorizzare il territorio che abitano.

A scala mondiale si può parlare di inadeguata utilizzazione delle risorse e

disarmonica distribuzione dei beni prodotti; vaste aree potrebbero essere

ulteriormente sfruttate, l’uso di tecniche appropriate potrebbe fare raddoppiare la

produzione di molte zone. Se i paesi industriali aiuteranno i paesi sottosviluppati

nella valorizzazione delle risorse e della manodopera, la Terra potrà ancora nutrire

tutti i suoi abitanti. A patto, però, che si vada generalizzando il controllo

dell’accrescimento demografico, per non correre il rischio di congestioni

insostenibili: invero al ritmo attuale di crescita, nel 2500 si dovrebbero avere sulla

terra 29.247 miliardi di uomini con l’assurda densità di un abitante ogni 5 mq di

suolo. Gli scienziati dell’Accademia Pontificia hanno predisposto un documento, in

vista della terza conferenza mondiale sulla popolazione (Cairo, 1994), in cui

esplicitano la necessità di un freno all’esplosione demografica.

Popolazione e risorse: la geografia della fame

b) Quando un paese è sovrappopolato, ci sono 2 vie di sbocco: creare nuovi mezzi di

sussistenza o emigrare. Il primo caso si verifica quando si innesta una

intensificazione produttiva, o quando vengono resi utilizzabili terreni dianzi incolti in

cui si possono insediare famiglie coloniche provenienti da regioni sovrappopolate:

queste migrazioni tendono appunto a ristabilire un equilibrio fra numero di abitanti e

risorse.

Oltre all’espansione delle terre coltivabili, conta forse di più l’intensificazione della

produttività attraverso il miglioramento delle tecniche nelle terre già coltivate, la

meccanizzazione, la selezione delle sementi, l’uso dei fertilizzanti.

La posizione pessimista ritiene che i miglioramenti tecnici rappresentano soltanto

una soluzione parziale e momentanea perché, una volta che la produzione avesse

raggiunto un livello più elevato, entrerebbero in azione dei regolatori demografici

inflessibili come le carestie e le guerre. L’emigrazione vera e propria avvia nuclei di

popolazione fuori dal paese d’origine. in passato l’emigrazione, specialmente quella

diretta dall’Europa al Nuovo Mondo, non fu sempre determinata da

sovrappopolamento, ma anche da altre cause, come il desiderio di conquista o di

rapido lucro o le persecuzioni religiose e politiche.

La fame è una tragica realtà per milioni di persone. Se la fame totale seguita da

morte per inedia appare limitata ai periodi di carestia, in molte regioni del Terzo

Mondo imperversa stabilmente la fame occulta, cioè la carenza dei principi nutritivi

più elevati, il che comporta debolezza organica di fronte al lavoro ed alle malattie, e

una morte prematura. CAPITOLO III

LA DINAMICA DEMOGRAFICA

2_L’AUMENTO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE

La rivoluzione demografica

a) La popolazione mondiale all’inizio dell’era cristiana contava circa 250 milioni di

abitanti. Aveva poi raggiunto i 500 milioni nel 1650. Nell’800 superava il miliardo,

nel 1949 era di 2 miliardi, ha superato i 4 miliardi nel 1975. L’accelerazione del

ritmo di incremento, nota col nome di rivoluzione demografica, fu dovuta soprattutto

alla ritirata della morte.

Con la colonizzazione del Nuovo Mondo e l’allargamento degli scambi, con

l’importazione del mais e delle patate, si rinforzavano le coltivazioni alimentari e si

entrava in una fase di sviluppo. Ma questa è anche l’epoca (dopo la prima metà del

700) dei progressi decisivi contro le epidemie. Nel 1798 si scopre infatti il vaccino

contro il vaiolo. Prende corpo la medicina moderna. Scompaiono le epidemie e si

abbassa il normale tasso di mortalità. Si accentua il ritmo della crescita

demografica.

Dalla teoria di Malthus alla pianificazione familiare

b) L’eccezionale rapidità con cui gli uomini si vanno moltiplicando a partire dalla

“rivoluzione demografica”, ha ingenerato il timore che ad un certo punto i prodotti

della Terra non possano più bastare a nutrire tutti. Alla fine del XVIII secolo

l’economista inglese Thomas Malthus asseriva che la popolazione cresce più

rapidamente dei mezzi di sussistenza, per cui aumenta sempre più lo squilibrio tra il

numero dei consumatori e la quantità di risorse disponibili. Più in particolare: i

mezzi di sussistenza crescono in progressione aritmetica, mentre la popolazione si

moltiplica in progressione geometrica. I fatti hanno dato torto alla rigidità della teoria

di Malthus, che non teneva nel debito conto il futuro progresso dei mezzi tecnici ed

organizzativi impiegati per estendere e intensificare la produzione di beni.

L’accelerazione di incremento demografico comunque, non potrà continuare a

lungo: una volta che le moderne conquiste della medicina saranno generalizzate,

riuscirà difficile, se non impossibile, ridurre ulteriormente la mortalità. D’altra parte,

si andrà estendendo anche nel Terzo Mondo il processo di invecchiamento della

popolazione, sia per la sopravvivenza di persone anziane, sia per la diminuzione

della natalità di pari passo con il diffondersi della limitazione volontaria delle

nascite.

Nei paesi in via di sviluppo, mentre la situazione sanitaria migliora e la mortalità

diminuisce, prende lentamente piede il controllo delle nascite. I casi più rimarchevoli

ci sono offerti da Cina ed India. In Cina è in atto da anni una campagna di

persuasione al controllo delle nascite con normative molto severe. Nell’Unione

Indiana il governo di Indira Ghandi aveva varato una politica restrittiva nei confronti

della procreazione fino a imporre la vasectomia maschile. Tuttora, però, sembra più

facile ridurre la mortalità combattendo le malattie endemiche e la miseria cronica,

che non comprimere sostanzialmente la natalità.

Le fonti statistiche

c) Le fonti statistiche per lo studio dei movimenti demografici sono tanto più rare ed

incerte quanto più si risale all’indietro nel tempo. La popolazione nelle epoche

passate è stata oggetto d’indagine soprattutto da parte degli storici. Il Beloch,

basandosi su testimonianze letterarie ed epigrafiche e partendo dal numero degli

uomini atti alle armi, ha calcolato l’ammontare della popolazione del mondo

occidentale nell’età classica. In linea generale, il numero degli uomini in età per le

armi rappresenterebbe un terzo della popolazione complessiva; un altro terzo è

dato dalle donne in età come gli uomini; l’ultimo terzo comprende i bambini ed i

vecchi di entrambi i sessi: la popolazione totale risulta, pertanto, dal numero degli

uomini atti alle armi moltiplicato per tre. Il Beloch ha raccolto anche i dati della

popolazione delle regioni d’Italia e d’Europa nel Medioevo e nell’età moderna

ricorrendo a varie fonti e in particolare ai censimenti, che in passato erano rari e

venivano condotti con criteri assai diversi da oggi e con risultati appena

approssimativi. Dai censimenti premoderni si può risalire al totale degli abitanti

tenendo conto della composizione media di ogni famiglia, variabile da 4 a 6 persone

a seconda dei tempi e dei luoghi.

Nei paesi cattolici si possono usare, dal Concilio di Trento in poi, gli stati d’anime, i

registri dei battesimi e le relazioni delle visite pastorali compiute dal vescovo alle

parrocchie della sua diocesi, relazioni che riportano dati circa la numerosità dei

fedeli. Dopo la rivoluzione francese, i governi cominciarono ad organizzare la tenuta

dei registri di stato civile in ogni comune. In Italia si iniziò nel 1862. I censimenti in

origine erano operazioni amministrative mirate a fornire il numero di sudditi, in

particolare di uomini che potevano essere chiamati alle armi, e a determinare quale

prelievo di tributi si potesse ottenere.

Al momento attuale quasi ovunque nel mondo il censimento è divenuto una

semplice operazione amministrativa in mano a specialisti: demografi e statistici.

I censimenti sono invece un fatto piuttosto nuovo per la maggior parte dei paesi in

via di sviluppo.

La popolazione residente o legale è quella che ha la residenza ufficiale sul posto; la

popolazione presente o di fatto è quella presente sul posto nel giorno del

censimento, anche se residente altrove. Ogni anno l’ISTAT pubblica il fascicolo

popolazione e movimento anagrafico dei comuni che per ogni comune riporta nati,

morti, matrimoni, immigrati dall’interno e dall’estero, emigrati per l’interno e per

l’estero. CAPITOLO IV

MOVIMENTI MIGRATORI

1_MIGRAZIONI IN MASSA

Migrazioni: tipi diversi nel tempo e nello spazio

a) Il popolamento della terra è il risultato di giganteschi trasferimenti di uomini:

migrazioni volontarie e migrazioni coatte, invasioni e colonizzazioni, esodi e

diaspore.

Il tema della “frontiera” simbolizza il mito della penetrazione all’interno dei

continenti: tema sempre vivo, dalle politiche di dissodamento delle terre vergini

nella ex Unione Sovietica alla colonizzazione del Brasile interno. I movimenti

migratori non hanno avuto soltanto l’effetto di popolare terre disabitate o di

rinforzare popolamenti già in atto. Talvolta hanno scacciato delle popolazioni

costringendole a cercare scampo più lontano, in ambienti difficili, che sono diventati

aree di rifugio per popolazioni perseguitate: le montagne della Cabilia, rifugio dei

Berberi pressati dagli Arabi; la montagna del Libano, ricetto di minoranze religiose.

La riduzione delle distanze, con lo sviluppo di rapidi mezzi di trasporto, ha favorito

la crescita dei movimenti migratori per lavoro.

I movimenti migratori soprattutto hanno influito sulla consistenza numerica e sulla

distribuzione territoriale dei gruppi umani. Si potrebbe classificare i movimenti in

base all’entità: migrazioni in massa riguardanti lo spostamento di interi popoli o

vaste porzioni di essi, e migrazioni per infiltrazione, cioè per gruppi o per singoli

individui, come l’emigrazione europea. In base ai moventi: migrazioni spontanee,

migrazioni organizzate, migrazioni coatte. In realtà, spesso anche le cosiddette

migrazioni volontarie sono rese pressoché obbligatorie dalla miseria e dalla

disoccupazione, se non dalla carestia. Infine, rispetto alla durata: migrazioni

permanenti con trasferimento definitivo della residenza; migrazioni temporanee e

migrazioni periodiche (o stagionali) per periodi più o meno fissi; spostamenti

pendolari di andata e ritorno tra il luogo di residenza e quello di lavoro.

Migrazioni in massa: spostamenti volontari o coatti. Hanno sempre lasciato

1- tracce durevoli della loro presenza in siti diversi da quelli originari.

Migrazioni per infiltrazione: spostamenti di residenza di singoli individui o

2- famiglie o piccoli gruppi. Possono avvenire da uno stato all’altro o anche

continente.

Migrazioni interne: cambiamenti di residenza all’interno di uno stato.

3- Migrazioni temporanee: spostamenti irregolari o stagionali per lavori agricoli o

4- impieghi nelle industrie o costruzioni edilizie.

Spostamenti pendolari: lavoratori o studenti che si recano ogni mattina al luogo

5- di studio o lavoro e tornano alla sera.

Migrazioni di popoli

b) Delle migrazioni antiche rimangono testimonianze glottologiche o linguistiche,

conseguenze visibili nella distribuzione dei gruppi etnici, riflessi notevoli negli usi e

istituzioni sociali, come pure nel patrimonio culturale e nella diffusione di piante ed

animali.

Migrazioni coatte

c) Nell’età moderna, dopo la scoperta dell’America e dell’Australia, le grandi

migrazioni avvennero per via di mare e iniziò, con l’estendersi dello sfruttamento

coloniale, anche quella vasta e prolungata migrazione coatta di Negri che va sotto il

nome di tratta degli schiavi. Per prime vennero colonizzate le aree tropicali o

subtropicali facilmente raggiungibili dal mare e scarsamente popolate. La creazione

di grandi piantagioni determinò la domanda di molta manodopera a basso costo.

Quando la schiavitù venne abolita, gli Inglesi e gli Olandesi introdussero il “lavoro

sotto contratto”: coloro che accettavano di emigrare, restavano impegnati per un

certo numero di anni, al termine dei quali avrebbero avuto garantito il ritorno in

patria.

La storia ci ricorda molti esodi forzati di gente fuggita dal proprio paese per motivi

politici, etnici e religiosi. Come l’espulsione dalla Spagna di 300.000 Ebrei e

500.000 Arabi nel XV secolo. Infine le guerre e le modificazioni dei confini politici

hanno sempre portato, come immediata conseguenza, esodi e trasferimenti

tumultuosi di gruppi umani.

2_ MIGRAZIONI PER INFILTRAZIONE

Gli Europei alla conquista dei nuovi continenti

a) Nell’età moderna l’Europa non è più la meta dei popoli invasori, anzi avvia un

potente ciclo di espansione demografica e politica con la progressiva

“europeizzazione” dell’America e dell’Australia e con la penetrazione coloniale in

Africa e in Asia. Le migrazioni moderne più importanti sono state anzitutto quelle

attraverso l’Atlantico per il popolamento del Nuovo Mondo, in secondo luogo e a

grande distanza quelle per il popolamento dell’Australia e della Nuova Zelanda.

Due interi continenti sono stati colonizzati da emigranti europei, che li hanno trovati

del tutto scarsi di abitanti: molte delle popolazioni indigene, poi, sono state isolate o

distrutte, o sono scomparse in seguito alle malattie contratte attraverso gli Europei;

in vaste regioni si è avuta la sostituzione pura e semplice dei Bianchi agli indigeni,

altrove all’insediamento europeo si sono accompagnati vari incroci tra Bianchi,

indigeni Amerindi, Negri importati come schiavi. L’emigrazione nel Nuovo Mondo è

caratterizzata dalla successione di fasi assai diverse sia per quanto riguarda i

luoghi di partenza che i luoghi di arrivo, sia per le cause che per le conseguenze. I

primi gruppi partirono dalla Spagna e dal Portogallo disordinatamente, sotto la

spinta del desiderio di accumulare subito ricchezze.

Dopo il XIX secolo, l’emigrazione più che la spinta della miseria sentiva il richiamo

delle nuove terre: negli Stati Uniti l’abolizione della schiavitù fomentava la richiesta

e l’impiego della manodopera europea. Contribuì ad incrementare le partenze il

miglioramento dei trasporti marittimi con la progressiva sostituzione delle navi a

vela con grandi vapori capaci di attraversare l’Atlantico in 10/12 giorni.

La prima guerra mondiale segnò la fine del grande movimento transoceanico,

poiché gli Stati Uniti limitarono drasticamente l’immigrazione; gli ultimi flussi furono

assorbiti in maggior misura dall’industria che non dalle campagne, determinandosi

la strana situazione che molti contadini immigrati dall’Italia o dall’Austria-Ungheria

andarono a finire nelle grandi città industriali del Nord-Est, mentre operai inglesi

immigrati anni prima si trovavano nelle campagne del Maryland. Il passaggio dalla

classe contadina al proletariato urbano è, d’altra parte, uno degli aspetti più

caratteristici dell’emigrazione moderna. Alla fine della seconda guerra mondiale per

alcuni anni la emigrazione europea sembrò riprendere, specialmente per l’apporto

tedesco, ma si stabilizzò ben presto sulla quota di 500.000 partenze all’anno.

Migrazioni internazionali

b) In genere le migrazioni internazionali comportano spostamenti su distanze superiori

a quelle che caratterizzano le migrazioni all’interno di uno stato. Ma anche se

questo aspetto ha un’importanza notevole, la peculiarità delle migrazioni

internazionali sta piuttosto nell’attraversamento di confini politici tra Stati.

Attraversare dei confini significa sottoporsi a determinati controlli, sia dello stato che

si lascia, sia di quello in cui si entra. E pertanto le migrazioni internazionali, quali

che siano le loro motivazioni, sono un fenomeno sottoposto alla volontà politica

degli Stati. In gran parte le migrazioni internazionali, si fondano su motivi di tipo

economico, tanto da essere considerate come conseguenza degli squilibri tra gli

Stati nel grado di sviluppo, nel livello di reddito e nel mercato del lavoro. Grandi

trasferimenti per lavoro hanno segnato la storia dell’umanità. Nel mondo

contemporaneo le migrazioni per motivi economici avvengono volontariamente. La

percezione della migliore qualità di vita che i paesi sviluppati sono in grado di offrire

è una molla sufficiente per muovere masse imponenti dai paesi poveri. Talvolta

interviene anche il desiderio di fuga da un sistema politico vessatorio.

Quella degli studenti è invece un’immigrazione temporanea, pluriennale. È

pluriennale anche l’emigrazione di lavoratori italiani nelle miniere di carbone del

Belgio, nelle zone industriali e nei cantieri edili della Germania e della Svizzera.

3_ MIGRAZIONI INTERNE

La ricerca di equilibrio: bonifica e colonizzazione

a) La mobilità della popolazione all’interno di un quadro nazionale è quasi sempre

connessa a incentivi di ordine economico e sociale; la fuga dalla povertà e la

ricerca del benessere, l’abbandono di una situazione socialmente debole e la

speranza di raggiungere una posizione di maggior prestigio. Vi sono anche i

trasferimenti dei dipendenti pubblici, di impiegati, funzionari, ecc. che di per sé non

implicano variazioni dello stato economico e sociale: ma sono certamente i meno

numerosi. Lo studio delle migrazioni interne non è facile; vengono accertate tutt’al

più il cambiamento di residenza e, ogni anno, si pubblicano le cifre degli immigrati e

degli emigrati per ciascun comune senza specificare i luoghi di provenienza e di

destinazione se non a livello di unita regionali.

Spopolamento montano e spopolamento rurale

b) Lo spopolamento montano è un fenomeno quasi generale su tutta la Terra, ma è

sulle montagne dell’Europa occidentale e meridionale che si è fatto sentire, perché

proprio qui gli uomini si erano maggiormente accumulati nel corso dei secoli.

Ancora alla metà dell’Ottocento i rilievi europei si presentavano ben popolati: le

risorse agricole della montagna si sommavano ai proventi di un florido artigianato

ed erano integrate dai guadagni dei lavoratori che scendevano periodicamente in

pianura per lavori stagionali.

Il fenomeno dello spopolamento rurale interessa ormai un gran numero di aree del

vecchio e del nuovo continente, e le statistiche denunciano che la percentuale della

popolazione rurale va diminuendo oggi in tutto il mondo. Bisogna, però, distinguere

da una parte i paesi prolifici dove le partenze fanno abbassare la percentuale ma

non il numero dei contadini, poiché i posti vuoti vengono colmati dalle nuove

generazioni, e perciò la vita agricola può mantenere le sue posizioni; dall’altra parte

nei nostri paesi le partenze incidono pesantemente sul numero assoluto dei rurali, il

che ingenera un regresso della vita agricola là dove non si trova conveniente far

intervenire fattori di riequilibrio, come la meccanizzazione. Il rapido sviluppo delle

industrie urbane non soltanto ha assorbito tutta la manodopera disponibile sul

posto, ma ha avuto bisogno di altre braccia e le ha richiamate da orizzonti sempre

più vasti e lontani: di conseguenza, l’agricoltura ha dovuto meccanizzarsi per

sopperire ai vuoti di manodopera causati dal passaggio dei lavoratori agricoli alle

attività manifatturiere. È in tale contesto che là ove la meccanizzazione è

insufficiente si verifica un regresso del paesaggio antropogeografico con

l’abbandono di case e di interi villaggi col lasciare a pascolo le terre dianzi coltivate.

L’urbanesimo è un fenomeno generale

c) Di pari passo con lo spopolamento montano e rurale, si è delineata una forte

tendenza all’urbanesimo in rapporto allo sviluppo della grande industria.

All’accrescimento demografico delle grandi città ha contribuito assai più

l’immigrazione che non l’eccedenza dei nati sui morti. Anzi, poiché la tendenza della

popolazione urbana è generalmente di limitare la natalità, il bilancio naturale

sarebbe scarsamente positivo e il numero degli abitanti risulterebbe più o meno

stabilizzato, se non ci fosse questa ondata immigratoria, che è poi all’origine di altre

conseguenze demografiche a catena. Invero, poiché gli immigrati sono in

prevalenza gente giovane, o giovani coppie, contribuiscono a far rinforzare la

natalità, anche se così, la natalità al loro paese va diminuendo, perché vi sono

rimaste in prevalenza le persone anziane.

L’urbanesimo industriale è un fenomeno riscontrabile ovunque l’evoluzione

economica abbia portato le attività manifatturiere e commerciali a sopravanzare

quelle agricole. Tuttavia oggi nelle grandi metropoli europee va delineandosi un

movimento inverso, di svuotamento del nucleo centrale, che diviene la city

commerciale ed amministrativa, mentre le residenze si infittiscono in anelli piuttosto

periferici.

4_ MIGRAZIONI TEMPORANEE

Alpeggio e transumanza

a) I movimenti migratori a carattere temporaneo e periodico appaiono tuttora

abbastanza diffusi e sono connessi in parte a generi di vita di tipo pastorale, in

parte a lavori agricoli o anche manifatturieri e terziari di tipo stagionale, che per un

certo periodo assorbono manodopera in aggiunta a quella locale. Forme di

allevamento legate al genere di vita pastorale, ma con spostamenti limitati

all’andata e ritorno tra due sedi fisse, sono l’alpeggio e la transumanza, la cui

pratica affonda le radici nei secoli. Lo spostamento avviene tra due zone di pascolo

diverse e complementari: di norma una zona montana per l’estate e la pianura per

l’inverno. A questo genere di vita è legato uno specifico insediamento temporaneo

per il soggiorno in montagna. L’alpeggio consiste in uno spostamento a breve

raggio e in senso verticale: dai fondivalle, dove ci sono le stalle per l’inverno, si

portano le mandrie a sfruttare in estate i pascoli di montagna, dove si trovano delle

abitazioni temporanee con installazioni accessorie per il bestiame e per la

lavorazione dei prodotti dell’allevamento. La pratica dell’alpeggio, però, si va

riducendo.

La transumanza si differenzia dall’alpeggio in quanto gli spostamenti del bestiame

avvengono tra pascoli situati in ambienti complementari ma lontani; la popolazione

delle zone attraversate è del tutto estranea a questo genere di vita. L’azienda

pastorale non è rappresentata da una costruzione fissa, in muratura, ma

semplicemente da un gruppo di capanne di pietra a secco o di tende, indicato con

lo stesso nome di stazzo dato ai recinti di rete entro i quali si raccolgono le pecore. I

recinti contengono qualche centinaio di pecore ciascuno. Vengono spostati ogni

due o tre giorni in modo da concimare la maggior estensione possibile.

Si pratica la transumanza in tutte le regioni montuose intorno al Mediterraneo e poi

dall’Anatolia alle catene himalaiane.

Migrazioni stagionali

b) Le migrazioni per lavori agricoli hanno carattere essenzialmente stagionale. Un

tempo erano molto diffuse, ma oggi si vanno riducendo grazie alla progressiva

meccanizzazione dell’agricoltura. Sono cessati gli spostamenti di lavoratori per la

mietitura. Per mondare il riso dalle erbe cattive, le province risicole italiane hanno

richiamato per molti anni migliaia di mondine dalle zone povere della Pianura

Padana e dalle montagne. Dopo il 1950 questa manodopera è venuta a mancare

perché meglio occupata nelle industrie.

Il ritmo stagionale caratterizza gran parte delle attività turistiche, quindi il flusso

della clientela e quello della manodopera: i centri balneari, ad esempio, impiegano

in estate personale d’albergo, bagnini, orchestrali, ecc.

Nei paesi sviluppati gli spostamenti per vacanza e turismo vanno dai semplici fine-

settimana al periodo più o meno lungo delle vacanze estive.

Spostamenti pendolari

c) Entro un raggio limitato (60-80 km) il riequilibrio fra manodopera disponibile e posti

li lavoro si realizza attraverso spostamenti quotidiani di lavoratori dal luogo di

residenza a quello di lavoro, quindi, appunto, pendolari.

Non è un fenomeno nuovo, ma di recente ha acquistato importanza in rapporto alla

forte concentrazione delle attività industriali, allo sviluppo dei trasporti collettivi

urbani e suburbani, alla capillare diffusione delle automobili. Ma più che la distanza,

è importante il tempo necessario a percorrere la distanza tra abitazione e lavoro.

Per abbreviare il tempo si sono costruite ferrovie, metropolitane e linee celeri di

superficie che collegano col nucleo urbano i sobborghi dormitori e le città satelliti.

CAPITOLO VI

GENERI DI VITA E TIPI DI ABITAZIONE

1_ L’ABITAZIONE RISPECCHIA L’AMBIENTE E IL GENERE DI VITA

Cultura materiale e genere di vita

a) La cultura materiale è caratterizzata da costumanze e tecniche in gran parte

rispondenti alle condizioni ambientali. In sede geografica i fatti più espressivi sono

l’occupazione prevalente per procurarsi i mezzi di sussistenza ed il modo di

soddisfare gli altri bisogni essenziali, come il vestiario e l’abitazione. Nelle società

più semplici, la cultura materiale delinea uno specifico “genere di vita”: quello dei

pastori nomadi, ad esempio, è definito dal ritmo degli spostamenti in cerca di

pascoli, da abitazioni trasportabili quali le tende, dall’alimentazione a base di latte

fornito dalle mandrie. Il genere di vita si può definire come l’insieme delle pratiche

adottate da un gruppo umano per assicurare la propria sussistenza: e dunque

esprimere l’adattamento alla natura, secondo l’evoluzione delle tecniche e le scelte

economiche e sociali. Un genere di vita può estendere la sua area mediante la

dilatazione del gruppo che lo pratica o con la conquista di altri gruppi. Talvolta sono

singole conoscenze a passare dall’uno all’altro gruppo: si pensi alle piante giunte in

Europa dall’America; il cammello che a noi appare inseparabile al Sahara ma che in

realtà vi è stato importato tra il I e III secolo. Un genere di vita non è mai fisso,

definito una volta per tutte; rapidamente o lentamente si evolve attraverso

l’acquisizione di nuove tecniche, le modificazioni demografiche ecc.

Il concetto di genere di vita fu uno dei pilastri della geografia tradizionale.

Dopo le forme di attività per procurarsi il cibo, un elemento distintivo della cultura

materiale è la foggia del vestiario. L’abbigliamento prende inizio col coprire le parti

più delicate del corpo per protezione: il sentimento del pudore compare in una fase

successiva. Il rivestimento del corpo con erbe e fibre vegetali è sempre molto

parziale, si allarga con le pelli e diventa completo con i vari tipi di tessuto. La scelta

di questa o di quella fibra è legata da una parte alle possibilità offerte dall’ambiente

e dall’altra al tipo di cultura.

Il più importante elemento espressivo della cultura materiale, è senz’altro

l’abitazione, la quale rispecchia sia l’ambiente che il genere di vita.

Ripari e abitazioni precarie dei popoli raccoglitori e cacciatori

b) La forma di dimora più elementare è la grotta o caverna naturale in cui i trogloditi

cercavano riparo. Oggi non vi sono più abitatori stabili di caverne naturali ma

esistono ancora abitatori di caverne artificiali o camere ipogee, specie nei paesi

aridi laddove affiorano rocce abbastanza impermeabili e facili da scavare in forme

regolari.

Abitazioni in grotta si trovano tutt’ora nella Penisola Iberica.

Invece, le dimore seminterrate sono diffuse sia negli ambienti molto caldi e aridi, sia

in quelli freddi, specie nella fascia artica dalla Carelia alla Siberia ed alla

Groenlandia.

L’abitazione seminterrata ha la base scavata nel suolo: le pareti sono sopraelevate

sull’orlo dello scavo e sostengono il tetto. Essa realizza un buon isolamento

dall’ambiente, è difendibile e solida come l’abitazione sotterranea senza presentare

le limitazioni e le difficoltà costruttive di questa. Il materiale varia da zona a zona

secondo le disponibilità. La parte emergente dal suolo è spesso ricoperta da uno

strato di terra e si presenta come un’abitazione a tumulo. Queste costruzioni sono

economiche e proteggono bene dalle escursioni termiche.

Le dimore artificiali ottenute come semplici ripari sono le più precarie, essendo

costruite solo con frasche, rami e scorze d’albero. Questi ripari sono in uso ancora

oggi da alcuni gruppi umani che si ritengono depositari delle culture più arcaiche.

Sono gruppi erranti che praticano un’“economia di rapina”, nel senso che

consumano i beni che trovano senza curarne il rinnovamento.

Gli eschimesi abitano invece negli iglù. Sulla parte inferiore, più o meno interrata, i

blocchi di neve ghiacciata e compressa vengono sovrapposti in cerchi sempre più

stretti fino a formare una cupola emisferica.

I popoli raccoglitori e cacciatori devono percorrere in cerca di cibo uno spazio molto

vasto: vivono perciò in nuclei assai distanziati e, quando le risorse di una zona sono

esaurite, si spostano altrove. Questi gruppi umani, che pure presentano una

straordinaria capacità di adattamento all’ambiente, si vanno assottigliando sempre

più.

Le tende dei pastori nomadi

c) L’economia pastorale come base di vita è una caratteristica del Mondo Antico.

All’origine la pastorizia si è probabilmente sviluppata in modo autonomo ai margini

delle aree agricole.

In linea generale si possono distinguere tre principali tipi di tenda in stretto rapporto

con l’ambiente e le tradizioni culturali di tre grandi regioni di nomadismo: la tenda

turco-mongola dei pastori cavalieri dell’Asia Centrale, che allevano ovini (ha la base

circolare); la tenda araba dei pastori seminomadi dell’Asia di sud-ovest e del

Nordafrica, che in un clima caldo e arido allevano ovini, caprini, cammelli (ha la

base quadrangolare col tetto a due o più spioventi: la copertura è tessuta con lana

di pecora e pelo di cammello. Queste tende si possono dividere in due o tre vani);

infine la tenda conica dei seminomadi boreali, allevatori di renne (tenda conica con

copertura di pelli).

Le capanne degli agricoltori sedentari

d) Il salto dalla raccolta di frutti spontanei all’attività agricola è una tappa

fondamentale. Non solo la coltivazione delle piante alimentari ha significato la

conquista della vita sedentaria, ma ha reso anche possibile l’accumulo di

eccedenze per mantenere uomini non impegnati nella produzione di alimenti:

artigiani, commercianti, sacerdoti.

Circa 10.000 anni fa è comparsa la coltivazione delle piante e successivamente

l’addomesticamento degli animali ad opera di popolazioni diverse in tre zone tra

loro lontane e quindi in modo indipendente l’una dall’altra. Le prime piante

“addomesticate” furono alcune varietà molto primitive di farro e di orzo, poi diversi

tipi di legumi, infine il grano. In campo agricolo il primo strumento fu la zappa, che

nella forma originaria consisteva in una selce tagliente legata all’estremità di un

manico di legno. Un decisivo progresso venne poi dall’aratro. È ancora in

discussione la forma originaria della prima dimora costruita dall’uomo, in particolare

se fosse una capanna a pianta circolare o ad angoli. Non v’è dubbio che le capanne

circolari in molti casi sono costruite con materiali più leggeri ed esigono minor

manodopera per la costruzione. Ed è anche vero che dalle capanne a base

quadrangolare si arriva alle vere “case” di pietra, legno, laterizi.

Esistono numerosi tipi di capanne in rapporto alla diversità dell’ambiente in cui sono

inserite ed alla “cultura” dei gruppi che le costruiscono; una distinzione ulteriore

riguarda le funzioni cui sono destinate. Il tipo più semplice è la capanna conica,

costituita da un’armatura di rami e paletti confitti a cerchio nel suolo e convergenti

alla cima: lo scheletro è rivestito di ramaglie o di cortecce.

Relativamente più comoda è la capanna ad alveare, base rotonda nella quale i

paletti delle pareti vengono incurvati alla sommità fino ad incrociarsi gli uni con gli

altri formando una cupola emisferica. La copertura garantisce una buona

impermeabilità. Simile a questa capanna è quella a cupola, che però ha i rami che

formano ciascuno un arco completo avendo le due estremità infisse nel terreno. Più

complessa dei tipi a volta e ad alveare è la capanna cilindro-conica che ha il tetto

conico distinto dalla parete perimetrale cilindrica.

La capanna a pianta quadrangolare è ancora più complessa delle capanne

cilindrico-coniche ed offre il vantaggio di una facile suddivisione in vani: dalle

varietà in cui si presenta derivano la casa di tronchi d’albero, quella di pietra o in

muratura con tetto a terrazza o a spioventi.

Il tipo più semplice è la capanna rettangolare a botte: i pali e i rami delle due pareti

lunghe vengono piegati all’interno fino a formare una volta a botte; poi anche i lati

brevi vengono coperti con frasche, cortecce ecc.

2_ LA CASA, ABITAZIONE DUREVOLE

Materiali da costruzione

a) In origine la casa fu monocellulare e soltanto in seguito si prestò a suddivisioni

interne specialmente nella forma a base quadrangolare, mentre quella a base

circolare è sempre difficile da suddividere.

Il materiale di costruzione per le dimore stabili è generalmente quello disponibile sul

posto e rispecchia pertanto il condizionamento o suggerimento esercitato

dall’ambiente naturale; anche la forma dell’edificio esprime talvolta l’adattamento al

clima, suolo ecc.

Ma la struttura della casa risponde soprattutto alle funzioni cui è destinata ed ai

caratteri culturali degli uomini che l’abitano. Nelle aree ricche di boschi le case sono

generalmente di legno, e tendono a distanziarsi l’una dalle altre per il pericolo di

incendio.

Il connubio di legno e argilla appare diffuso soprattutto dove la disponibilità di

legname è limitata. L’argilla è facile da lavorare: la si può impastare con paglia e

pietrisco e squadrare in mattoni da seccare all’aria o da cuocere in fornace.

La pietra è un’altra materia fondamentale per le costruzioni. L’arenaria offre grandi

possibilità poiché è facilmente lavorabile, ma col tempo si va sgretolando: molto più

esteso è l’impiego del granito, dell’ardesia e degli scisti. L’uso della pietra locale fa

sì che le case quasi si confondano con il terreno, specialmente quando anche il

tetto è di lastre. La pietra è il materiale più adatto per le costruzioni monumentali.

Gli aspetti formali della casa

b) La forma della casa è da mettere in rapporto più con le funzioni da svolgere che

con le condizioni ambientali.

La casa riflette l’influenza degli elementi fisici: protezione contro il grande caldo o il

grande freddo con materiali e artefici idonei, adattamento del profilo in guisa da

“tagliare” i venti dominanti, difesa dalle eccessive precipitazioni con spioventi del

tetto molto inclinati, adeguamento della struttura alla morfologia del terreno con un

piano seminterrato nel pendio.

Il tetto, elemento distintivo

c) Un elemento distintivo nelle case è il tetto. Nelle regioni prive di pioggia si possono

trovare case senza tetto. Dove piove poco è diffuso il tetto piatto a terrazza che

raccoglie l’acqua da convogliare nella cisterna ed è anche usato per dormire

all’aperto.

Il tetto a spioventi è presente in tutta l’Europa da dove è penetrato nell’Asia russa;

ma è diffuso anche in Cina, India, Stati Uniti atlantici e nell’America ispanica. Gli

spioventi sono tanto più inclinati quanto più abbondanti sono le precipitazioni,

specialmente quelle nevose. Il tetto di coppi, sembra derivare dal tetto romano

CAPITOLO VII

STRUTTURE AGRARIE E INSEDIAMENTO RURALE

1_ L’EREDITA’ DELLA STORIA NELLE CAMPAGNE DELLA VECCHIA EUROPA

Il significato originario della policoltura di sussistenza

a) Per assicurare una certa varietà alla dieta e per evitare il rischio che l’eventuale

distruzione dell’unico raccolto potesse condurre alla carestia, tutte le società rurali

hanno instaurato un sistema di policoltura, spesso associata all’allevamento.

Agli inizi l’agricoltura è basata sulla coltivazione di cereali, di alcune leguminose e

piante tessili e, nel bacino del Mediterraneo, dell’ulivo associato all’allevamento di

bovini, ovini, suini. Espressione emblematica della policoltura di sussistenza è

l’azienda agricola tradizionale della vecchia Europa, che comprende le terre arative

per il fabbisogno in cereali ed anche qualche appezzamento a prato, a vigneto, a

frutteto, a piante tessili.

Diversità d’ambiente e di strutture nelle contrade mediterranee

b) I paesi affacciati al Mediterraneo presentano caratteri originali molto marcati. Estate

troppo secca, in quanto la mancanza di precipitazioni è aggravata dalla calura.

L’olio e la vite possono reggere al secco meglio delle colture erbacee; tra queste,

poi, quella che meglio si adatta è una graminacea come il frumento, che ha radici in

superficie, adatte a suggere l’umidità tutt’intorno. Si viene così a costituire la

cosiddetta “triade mediterranea”, frumento-olio-vite, adatta ad un clima caldo e

secco d’estate, mite e piovoso d’inverno. Vista l’esiguità delle pianure, i contadini

hanno messo a profitto i pendii applicando la tecnica del terrazzamento.

Paesaggio a “openfield”: gestione comunitaria e insediamento accentrato

c) Dopo il periodo barbarico dell’Alto Medioevo, lo sviluppo delle città riprese vigore e

la crescente domanda di prodotti alimentari stimolò la ricerca di migliori tecniche

agricole. Così l’antico aratro a chiodo, che poteva bastare sui suoli accidentati e

superficiali dei paesi mediterranei, nelle profonde terre brune della pianura franco-

germanica veniva sostituito dall’aratro a ruota con vomere e versoio, che scava più

in profondo e rivolta le zolle. Parimenti nuovi sistemi di giogo per i buoi e di collare

per i cavalli permettevano di utilizzare più largamente gli animali per coltivare nuovi

spazi guadagnati a spese dei boschi o delle lande. La civilizzazione agricola

dell’Europa centroccidentale è caratterizzata dall’associazione del bestiame,

dell’aratro e del frumento, in compagnia di legumi e di alcune piante tessili.

Dal IX secolo la rotazione biennale comincia ad essere sostituita dalla rotazione

triennale con due anni di coltura e solo il terzo a riposo.

Gli openfield sono campi aperti a gestione comunitaria. La sua morfologia presenta

appezzamenti nastriformi (stretti e lunghi) aggruppati in quartieri grossolanamente

quadrilateri. Tali strisce sembrano derivare dalla divisione di campi più larghi, quali

erano, ad esempio, quelli della villa gallo-romana: la notevole lunghezza si collega

alla convenienza che nell’aratura le inversioni all’estremità dei campi non dovessero

essere troppo frequenti. Norme comunitarie proibivano qualsiasi recinzione per

dare al bestiame libero accesso sui campi del settore tenuto a maggese e, dopo le

messi, su tutto il territorio. Erano recintati da siepi soltanto i piccoli orti aderenti alle

case del villaggio, nel mezzo del territorio comunale.

La terra pertinente ad ogni famiglia era ripartita in ciascuno dei tre settori, in modo

da dare differenti raccolti. Non v’erano sentieri, a parte alcune direttrici principali: i

contadini per accedere ai loro campi dovevano attraversare quelli degli altri. Sono

tutti fatti che spiegano come fosse necessaria una regolamentazione dei lavori

agricoli, così come una grande solidarietà tra tutti gli abitanti. Benché la rotazione

triennale obbligatoria non sia più praticata, persiste la divisione parcellare che le era

connessa. Ora l’esiguità delle particelle e la loro dispersione impongono

spostamenti continui e rendono antieconomico l’impiego delle macchine; si tenta di

ovviare a questi inconvenienti attraverso la ricomposizione fondiaria, cioè con il

riaccorporo delle particelle attraverso scambi o aggiustamenti. È però un processo

molto delicato perché il contadino sente ripugnanza a cambiare terra, soprattutto se

i suoli sono di qualità diversa: ma dove la ricomposizione è stata realizzata, si è

rivelata sempre come un processo vantaggioso.

Paesaggio a “bocage”: proprietà familiare e insediamento sparso

d) Bocage. È sulla facciata atlantica dell’’Europa che questo paesaggio a campi chiusi

si dispiega in tutta la sua entità e nelle forme più rappresentative.

Il bocage si potrebbe definire come quel sistema di produzione che in un ambiente

favorevolmente umido dà importanza alle foraggere per l’allevamento, oltre ai

cereali, e si organizza con recinzioni intorno ai campi: vi si accompagna la gestione

privata delle aziende e l’insediamento in case sparse, o in agglomerati elementari.

La morfologia agraria è caratterizzata in primo luogo dalle recinzioni: ogni campo è

chiuso tutt’intorno da una siepe di rovi ed alberi. I campi hanno la forma di

quadrilateri irregolari.

Il sistema a campi chiusi ha un significato duplice. È una protezione del seminativo

dal morso del bestiame, ma è anche un limite giuridico a garanzia del possesso

individuale.

Interpretazioni dell’“openfield” e del “bocage”

e) È difficile dare un’interpretazione definitiva degli ordinamenti agrari a “campi aperti”

e a “campi chiusi”. Poiché tra l’area tipica dell’openfield (a est) e quella del bocage

(a ovest) si può scorgere un limite abbastanza netto, il Meitzen ha attribuito

l’openfield ad una civilizzazione germanica (comunitaria) e il bocage ad una

civilizzazione celtica (individualista).

2_ ADATTAMENTO DELLE STRUTTURE AGRARIE ALL’ECONOMIA DI MERCATO

Rivoluzione verde e meccanizzazione agricola

a) Fino alla rivoluzione industriale del XIX secolo, parecchie cause concorrevano a

mantenere la valorizzazione del suolo ad un livello molto basso. La povertà

dell’attrezzatura, l’inadeguata concimazione, l’ignoranza di tecniche per migliorare

le piante coltivate e le razze allevate, condannavano i sistemi pre-industriali di

coltura e di allevamento a rese non soddisfacenti.

Sempre nel XIX secolo si è avuta in molte campagne europee, a partire

dall’Inghilterra e dalla Francia, una profonda trasformazione dell’attività agricola,

che va sotto il nome di “rivoluzione verde”. Essa ha condotto a due risultati

fondamentali: l’agricoltura si è fatta più intensiva, cioè capace di una maggiore

produzione per unità di superficie; ma soprattutto si è specializzata, adottando le

coltivazioni meglio rispondenti alla “vocazione” di ciascuna zona e alla domanda di

mercato. Il primo passo è attuato con l’eliminazione del turno di riposo nella

rotazione triennale: il maggese viene sostituito con il “rinnovo”, facendo seguire in

coltura continua alle graminacee le piante a fittone che non sfruttano il medesimo

strato di suolo, o le leguminose che rigenerano il terreno fissandovi con le radici

l’azoto dell’aria. L’abbondante foraggio ottenuto porta ad una intensificazione

dell’allevamento stallino, che diviene il secondo fattore di produzione nell’azienda. Il

massiccio sfruttamento del letame facilita la continuità delle colture mantenendo la

fertilità della terra. La selezione delle sementi porta ad un miglioramento generale

delle piante coltivate, sia nella qualità che nella resa; la scelta di razze adatte

accresce la produzione zootecnica. Il progresso è facilitato dallo sviluppo delle

scienze agronomiche, che utilizzano le ricerche della biologia e della chimica.

Lo sviluppo della meccanizzazione agricola risparmia enormi fatiche manuali ed

economiche. La meccanizzazione agricola e il progresso dei mezzi di trasporto

hanno aperto la strada all’agricoltura di mercato, cioè ad un’economia specializzata

nelle produzioni di merci da vendere: la meccanizzazione permette di eseguire i

lavori di una stessa coltura concentrati in breve tempo; la velocità dei trasporti e la

tecnica di conservazione rendono possibile la coltivazione di prodotti per città e

paesi lontani. Poiché l’“accorciamento delle distanze” tende a pareggiare i prezzi,

se si vuole vincere la concorrenza con il contenimento dei costi, conviene rinunciare

alle coltivazioni poco redditizie e specializzarsi in quelle che meglio convengono al

suolo, al clima, al mercato. Così la produzione è in gran parte commercializzata e

l’agricoltore mira ad orientarla in funzione della vendita.

Aziende specializzate per un’agricoltura di mercato

b) In Italia l’esempio più espressivo di agricoltura commerciale ci è dato dalle grandi

aziende capitalistiche della bassa pianura padana. Mentre nell’alta pianura asciutta,

quasi ovunque votata all’industria, l’agricoltura residua è contrassegnata dalle

tradizionali colture promiscue su piccole proprietà, nella bassa pianura irrigua gli

ordinamenti agrari si fondano sulle grandi corti monoaziendali, a prevalente

indirizzo risicolo nel Vercellese e nel Novarese, a “marcite” per l’allevamento di

vacche da latte nella Bassa Milanese, a indirizzo cerealicolo-zootecnico dal

Cremonese al Delta.

Nell’agricoltura di mercato, la dissociazione tra produzione e consumo ha generato

strutture intermediarie tra produttori e consumatori nel quadro di circuiti commerciali

più o meno complessi. Per alcuni prodotti funzionano delle borse merci: i prezzi

oscillano a seconda del gioco della domanda e dell’offerta, o anche in dipendenza

da avvenimenti di politica interna o internazionale. I governi possono intervenire per

limitare gli sbalzi delle quotazioni e difendere il consumatore contro il gioco al rialzo,

o il produttore contro il crollo dei prezzi.

In conclusione, l’agricoltura di mercato tende ad assumere alcuni dei caratteri

peculiari dell’industria: spesso le aziende sono concentrate in grossi complessi con

integrazione delle funzioni tra le diverse unità operative. Gli stessi lavoratori della

terra, divisi in squadre con compiti precisi, assomigliano sempre più agli operai

dell’industria: e così si estingue un poco per volta la figura secolare del contadino.

3_ MONOCOLTURE COMMERCIALI DEI PAESI NUOVI

Produzione specializzata per il mercato: i “belts” nordamericani

a) Dalla metà dell’Ottocento si sono diffuse in questi paesi colture speculative fondate

sui mezzi di trasporto a grande tonnellaggio, in particolare sul connubio tra ferrovie

e navi. L’operazione principale riguardò il frumento, in un’epoca in cui la rivoluzione

industriale e l’esplosione demografica avevano rotto in Europa l’equilibrio tra

produzione e consumo su base nazionale: furono trasformate a grano la prateria

nordamericana e la “pampa humeda” argentina; fu trasferito nelle steppe

dell’Australia e della “pampa seca” l’allevamento ovino, che ivi poteva dare la lana a

prezzi di gran lunga inferiori a quelli dell’economia europea.

Il disegno degli appezzamenti è ovunque di una regolarità geometrica senza

eccezioni.

Nel Nordamerica gli Europei trovarono indigeni poco numerosi, dediti ad una vita

seminomade. Datata la tenuità del substrato, i coloni poterono organizzare

l’agricoltura nel modo più razionale e con un carattere specializzato e speculativo,

tenendo conto delle attitudini naturali del territorio e delle opportunità offerte dal

mercato. In base a tale principio, essi hanno ripartito le coltivazioni in zone

specifiche (belts) consacrate ciascuna quasi interamente ad un solo prodotto.

La fascia del latte (Dairy Belt) a sud dei Grandi Laghi concentra l’allevamento

stallino di vacche per rifornire la Megalopoli Atlantica di latte, che in gran parte

viene consumato allo stato fresco e quindi esige il più breve trasporto possibile. La

fascia del grano (Wheat Belt) va dalle fredde praterie canadesi agli Stati Uniti

centro-settentrionali: la parte più a nord, a causa del clima troppo freddo è destinata

al frumento primaverile e si estende per metà in territorio canadese e per metà negli

Stati Uniti, mentre la parte meridionale accoglie frumento invernale e abbraccia

Kansas, Oklahoma e Texas occidentale. La fascia del mais (corn belt) occupa il

bacino del Mississippi. La fascia del cotone (cotton belt) si estende nel caldo

ambiente meridionale, il profondo Sud di “via col vento”.

“Rang” della colonizzazione francese e “township” della colonizzazione

b) anglosassone

Quasi ovunque il popolamento si è inscritto in reticoli geometrici: i rettangoli del

rang della colonizzazione francese e la scacchiera del township dei coloni

anglosassoni. Il rang, diffuso nel Canada francofono e nella Louisiana di

colonizzazione francese, ricalca l’originaria concessione di terre in lotti rettangolari

col lato breve appoggiato ad un fiume, e, successivamente, alle strade. In pratica si

iniziò col dividere il territorio in strisce uniformi, allungate perpendicolarmente al

fiume: ogni colono costruiva la sua casa all’estremità del lotto sulla riva del fiume,

unica via di comunicazione; dietro le case c’erano gli orti, i campi, giardini ed infine

il bosco. Le case risultavano autonome ma abbastanza vicine tra loro. In un

secondo momento, lungo il lato estremo del lotto veniva costruita una strada,

parallela al fiume, e da questa partivano altri lotti.

La colonizzazione anglosassone adottava verso la fine del XVIII secolo il sistema

del township, che mostra qualche analogia formale con la scacchiera della

centuriazione romana. La tecnica della divisione si basava su un reticolo a quadrati

tracciati secondo i meridiani e i paralleli senza tener conto degli accidenti naturali

che peraltro erano assai modesti: le delimitazioni venivano materialmente impresse

nel territorio dalla rete stradale.

La “legge sulle concessioni” del 1863 attribuiva gratuitamente un lotto di 160 acri a

ciascun capofamiglia mobilitato durante la guerra civile il quale si impegnasse a

coltivarlo per 5 anni costruendovi la casa.

“Dry-farming” e allevamento speculativo: “ranch” ed “estancia”

c) Nella prima metà del XIX secolo negli Stati Uniti, ad Ovest, la prateria era usata per

allevare i bovini allo stato brado: i cow-boys guidavano centinaia di vacche su

pascoli senza proprietari, limitandosi a chiuderli in recinti soltanto per la marchiatura

e la vendita. Dopo la costruzione delle ferrovie transcontinentali e l’introduzione del

filo spinato per le recinzioni, gli agricoltori vincevano sugli allevatori la lunga lotta

illustrata in tanti films del vecchio West; prendeva corpo il processo di divisione e

assegnazione delle terre, sempre secondo i canoni del township, e si estendeva la

coltivazione del grano in dry-farming (aridocultura). L’aridocultura o “coltivazione a

seccoӏ una tecnica adottata nei territori con piogge insufficienti al fabbisogno idrico

delle coltivazioni, una tecnica usata fin dall’antichità nei paesi del Mediterraneo: si

alternano un anno a grano e uno a riposo, lavorando la terra nell’anno a riposo per

immagazzinare l’acqua piovana, cosicchè la semina di grano dell’anno dopo possa

fruire della pioggia di due anni.

Nonostante sia ormai passata l’epoca dei grandi spostamenti e dei cow-boys,

esistono ancora oggi giganteschi ranches con migliaia di capi su migliaia di ettari di

pascolo col consueto contorno di rodei e grandiose fiere del bestiame.

In Argentina l’occupazione del suolo risulta piuttosto squilibrata: nella pampa

coesistono le modeste aziende mezzadrili, basate sull’agricoltura e sull’allevamento

intensivo di vacche da latte, accanto alle immense stancia per l’allevamento brado.

La estancia investe una porzione di prateria estesa da qualche centinaio a qualche

migliaio di ettari, dividi con filo di ferro in grandi riquadri per ripartire gli animali

secondo fasi progressive. Il nucleo d’abitazione è il casco, che comprende la casa

padronale e quelle ben più modeste dei peones, ai quali è affidato il lavoro agricolo

su alcuni campi vicini. Non ci sono né stalle né fienili, poiché il bestiame vive

all’aperto per tutto l’anno; nel vasto territorio sono disseminati i puestos, gruppi di

casette d’argilla cruda in cui abitano i gauchos che hanno in cura gli animali: è

evidente l’analogia con il ranch e i cow-boys delle praterie nordamericane. La

principale attività speculativa è l’ingrasso dei bovini da carne: si utilizzano all’uopo il

mais, i semi di lino, il frumento. L’esportazione avviene attraverso le linee ferroviarie

che collegano l’interno con i porti.

4_ AGRICOLTURA DI SUSSISTENZA E PIANTAGIONI SPECULATIVE DEI PAESI

TROPICALI

Arretratezza e povertà: l’agricoltura itinerante

a) Senza dubbio la causa fondamentale della bassa produttività delle coltivazioni

indigene risiede nell’arretratezza tecnica e nella debolezza delle strutture socio-

economiche. L’ossessione della fame prolunga all’infinito sistemi di coltura

elementari, aventi per unico scopo di fornire cereali di base e alcuni tuberi e legumi

di complemento. Nell’America Latina, in Africa e alcune zone del Sud-Est Asiatico,

si pratica tutt’ora l’“agricoltura itinerante” (che cammina): così denominata perché

gli uomini sfruttano sommariamente un suolo e poi si spostano a coltivarne un altro,

non conoscendo nessuna tecnica di pronta reintegrazione del terreno impoverito.

Lo sfruttamento è collettivo: tutta la comunità partecipa ai lavori.

Nella savana si bruciano facilmente erbe e cespugli. Nella foresta, gli alberi più

grossi vengono incisi per fermare il rigoglio vegetale e far cadere il fogliame; gli

alberi più piccoli vengono mozzati. Dopo il passaggio del fuoco il suolo resta

coperto da una cenere fertile, nella quale le donne fanno dei buchi e interrano delle

sementi e tuberi.

Così sfruttato il suolo si esaurisce presto, e dopo 2 o 3 anni devono abbandonarlo e

preparare nuovi campi. Ad un certo punto viene spostato anche il villaggio. Nell’arco

di una ventina d’anni l’itinerario degli spostamenti riporta al luogo di partenza, dove

nel frattempo si è riformata la coperta vegetale.

Benché tuttora diffusa, l’agricoltura itinerante va restringendosi a causa

dell’impressionante crescita della popolazione e lo straordinario sviluppo delle

colture commerciali.

I progressi dell’agricoltura asciutta

b) La coltivazione delle terre asciutte è basata su tecniche poco efficaci, quali il lavoro

alla zappa ed i lunghi “riposi”; e pertanto la densità demografica rimane assai

modesta, da 5 a 20 ab. per kmq.

Attorno al villaggio il paesaggio agrario è caratterizzato dalla successione di tre

anelli concentrici, nettamente differenziati. Un primo è costituito da coltivazioni

intensive addossate alle abitazioni e concimate con i rifiuti domestici. Al di là di

questo nucleo centrale si estende l’anello delle colture cerealicole di base, integrate

da leguminose o da qualche prodotto commerciale, come l’arachide; per mancanza

di concimazione, s’inserisce un turno di riposo ogni due anni. Infine, alla periferia si

estende una cintura di campi temporanei che permette di integrare il fabbisogno di

cereali. Si lamentano tuttavia, gravi carenze qualitative del regime alimentare, alla

quale è da imputare la “fame occulta” e la debolezza dell’organismo di fronte alle

malattie. In limitate aree delle regioni tropicali asciutte la pressione demografica e la

deforestazione hanno fomentato un’agricoltura capace di assicurare la continuità

produttiva della terra ed il sostentamento di una popolazione sedentaria

relativamente densa. Sono gruppi umani che hanno saputo associare l’allevamento

all’agricoltura, riuscendo così a mantenere fertile il suolo, a coltivarlo secondo

rotazioni appropriate e a proteggerlo dall’erosione per mezzo di piantagioni arboree.

Risaie irrigue e formicai umani

c) L’irrigazione rende intensiva l’agricoltura assai più del concime sui campi asciutti.

Ma soprattutto serve per certe colture che non prosperano se non nell’acqua:

colture ad alto valore alimentare, tra le quali la risaia inondata occupa una

posizione tanto preminente da configurare una vera e propria “civiltà del riso”.

Il riso cresce immerso in uno strato d’acqua che bisogna far alzare di livello di mano

in mano che le piantine si sviluppano: esige perciò dei terreni piatti, in primo luogo

le pianure irrigabili.

Tutti i terreni utilizzabili offrono l’immagine di una scacchiera a riquadri più o meno

regolari ma sempre minuscoli, delimitati da arginelli per contenere gli specchi

d’acqua. Talvolta la pressione demografica ha spinto ad intaccare le pendici

montuose con una laboriosissima opera di modellamento a terrazze.

I lavori si devono fare a mano, o al massimo con l’aiuto del bufalo.

Il sistema dei trapianti, lasciando libera la risaia mentre le nuove pianticelle

spuntano nel vivaio, permette di inserire nel ciclo annuo una seconda coltura o

anche una terza nelle zone più calde e umide. Ma se la resa è notevole, la

produttività della fatica manuale rimane sempre debole: in media, mezzo chilo di

riso per ogni ora di lavoro.

Benché la risicoltura richieda tanto lavoro, la massa di manodopera non può essere

completamente impiegata, visto che in media la superficie delle aziende familiari è

inferiore all’ettaro. Una povertà generale è la conseguenza di tale situazione

soprattutto dove la maggior parte del suolo coltivabile si trova in poche mani di

grandi proprietari, mentre masse di “contadini senza terra” ricevono una porzione

esigua del frutto delle loro fatiche.

Piantagioni capitalistiche e piantagioni indigene

d) Alla varietà delle coltivazioni di sussistenza si contrappone l’uniformità delle

monocolture di piantagione: un’economia di mercato al grado superlativo, una

produzione commercializzata a scala mondiale. Per il tè, il caffè, il cacao, le

banane, la gomma, si tratta di inviare ai paesi industriali delle zone temperate certe

merci che possono essere raccolte soltanto nelle zone tropicali: la speculazione è in

tal caso fondata sulla specificità geografica dei paesi produttori.

La diversità di popolamento e di colonizzazione contribuisce a differenziare i

paesaggi di piantagione. Laddove i Bianchi si sono semplicemente insinuati in un

consistente tessuto autoctono, non hanno potuto creare che entità confuse nel

paesaggio tradizionale; invece nelle regioni poco popolate le piantagioni si

inscrivono vistosamente nel paesaggio con la inconfondibile struttura geometrica

dei campi.

Le prime piantagioni di canna apparvero nel 1526 nel Nordest brasiliano, in seguito

nelle Antille e a Giava; dal XVIII secolo il caffè si diffuse nelle Antille e guadagnò poi

buona parte dell’America tropicale. Per il sostentamento della manodopera,

soprattutto schiavi negri, una porzione del terreno era destinata alle colture

alimentari: mais, riso, manioca, alberi fruttiferi. Questo sistema venne cancellato

dall’abolizione della schiavitù.

Alla canna ed al caffè si aggiungono secondo secondo i luoghi banane, ananas,

tabacco; una parte del terreno è riservata alle colture alimentari ed al legname da

opera.

Le grandi piantagioni capitalistiche, estese fino ad alcune migliaia di ettari, sono

suddivise in unità aziendali di 200-300 ettari, dotate di un proprio centro direttivo

attrezzato per la prima trasformazione dei prodotti.

Ci sono poi, casi di gigantismo: società speculative che con la loro potenza

finanziaria possono addirittura condizionare le economie nazionali.

La vertiginosa crescita dell’agricoltura di piantagione è dovuta a due cause

fondamentali: la decolonizzazione e lo sviluppo del sistema agro-industriale. Gli

Stati emersi dalla decolonizzazione hanno favorito l’agricoltura di piantagione

perché forniva i capitali necessari ad innescare il processo di industrializzazione.

La seconda ragione è lo sviluppo del sistema agro-industriale. Le industrie agro-

alimentari raggruppate in enormi imprese multinazionali con capitale soprattutto

americano, a partire dagli anni Settanta hanno rivolto i loro investimenti al terzo

mondo tropicale: in cambio delle facilitazioni ricevute dallo stato, esse reinvestono

sul posto una parte dei profitti, animando così il decollo industriale.

5_ AGRICOLTURE COLLETTIVE

Il modello sovietico

a) Nel nostro secolo sono nate diverse forme di agricoltura collettivista.

Due caratteri fondamentali distinguono le economie agricole comuniste. In primo

luogo il lavoro si svolge in gran parte secondo un sistema comunitario. In secondo

luogo, la produzione è condizionata dalla pianificazione del mercato.

Il processo di collettivizzazione si è svolto generalmente in due fasi. La prima è la

fase della riforma agraria. La seconda consiste nel riaccorporo delle aziende a

gestione individuale in poche grandi aziende statali su terre non lottizzate.

Il prototipo di collettivismo marxista è quello realizzato nell’Unione Sovietica. La

rivoluzione del 1917 portò alla trasformazione radicale delle strutture agrarie, così

come di tutta l’organizzazione sociale ed economica del paese. Il passaggio dalla

proprietà privata a quella collettiva fu accompagnato da molti episodi di resistenza

da parte dei vecchi proprietari ed anche dei nuovi assegnatari: il possesso di un

pezzo di terra a lungo agognato era una realtà a cui pochi volevano rinunciare.

Con la rivoluzione le terre sono state collettivizzate e ripartite in grandi unità

aziendali.

Gli organismi agricoli creati dalla collettivizzazione si riconducono a due tipi:

kolchoz e sovchoz. Il kolchoz è una cooperativa gestita dall’assemblea dei membri.

Ogni membro è retribuito in denaro e in natura secondo un’unità di misura, il

trudodny (giornata), che tien conto della durata e del tipo di lavoro prestato.

L’attività si svolge sempre collettivamente, in squadre e brigate di lavoro: la

remunerazione individuale è calcolata in base alla tariffa stabilita per la squadra di

appartenenza. Dopo qualche tempo si è diffusa la tendenza a sostituire il sistema

del trudodny con un salario fisso. Lo statuto dei kolchoz contempla la proprietà

individuale della casa, concepita come piccola azienda domestica con abitazione,

stalla, porcile, orto, prato. Su questo esiguo lotto la famiglia contadina può

organizzare un’economia abbastanza differenziata.

Fino al 1960 una parte prefissata dei prodotti dei kolchoz era immessa a basso

prezzo nella rete di distribuzione controllata dallo stato, mentre l’eccedenza si

poteva vendere liberamente al mercato colcosiano.

Dal 1958 i kolchoz sono stati autorizzati ad acquistare direttamente le macchine di

cui avevano bisogno, rendendosi così autonomi. La forma di conduzione più

malleabile e tecnicamente più avanzata è il sovchoz: fattoria gestita direttamente

dallo stato, nella quale i lavori vengono compiuti da squadre di salariati sotto la

direzione di tecnici e funzionari governativi. Spesso si tratta di una fattoria-pilota per

la sperimentazione di nuovi metodi colturali, una vera e propria “fabbrica agricola”:

quelli che vi lavorano, più che contadini sono operai specializzati.

Mentre il kolchoz abbraccia mediamente poche migliaia di ettari, i sovchoz ne

investono decine di migliaia.

Il nucleo abitativo del kolchoz è costituito dalle case dei lavoratori ma è anche

dotato di un centro di coordinamento economico-sociale, che comprende il

municipio, i granai collettivi, la scuola, eventualmente il molino o il frantoio, ecc.

Nel dicembre 1991 Eltsin annunciava due decreti “sulla accelerazione delle

privatizzazioni” e “urgenti misure per la realizzazione della riforma agraria” che

miravano alla liquidazione del vecchio sistema agricolo collettivista. Tali decreti

prevedevano che i kolchoz e i sovchoz dovessero trasformarsi per dar luogo a vari

tipi di azienda: dalle “società per azioni”, in cui i lavoratori della vecchia struttura

potevano prendersi una quota, alle cooperative di produzione ed alle piccole

proprietà a coltivazione diretta. Però, dopo lo slancio delle prime realizzazioni, le

opposizioni hanno frapposto un freno al processo di trasformazione e dopo un anno

neanche la metà delle vecchie aziende collettive aveva scelto di cambiare il suo

stato giuridico.

Le strutture agrarie delle “repubbliche democratiche” europee

b) Dopo l’ultima guerra mondiale, il sistema socialista si è affermato in tutti i paesi

occupati dalle armate russe a est della linea geopolitica chiamata “cortina di ferro”.

In questi paesi il modello sovietico in campo agricolo è stato seguito con sfumature

diverse.

Le riforme agrarie, ponendo come limite massimo per la proprietà privata qualche

decina di ettari, hanno mirato ad espropriare i domini feudali e le grandi tenute, per

poi distribuire ai contadini senza terra lotti da 5 a 10 ettari dietro corresponsione di

un modesto canone annuo. Gli assegnatari si sono poi riuniti in cooperative insieme

ai proprietari medi, non eliminati perché capaci di apportare alla cooperativa la loro

innegabile competenza professionale sul duplice piano delle tecniche colturali e

della gestione d’impresa. Nella costituzione delle cooperative si è ammesso il

principio che la retribuzione individuale desunta dagli utili d’esercizio venisse

calcolata in base al lavoro che ciascuno ha prestato, ed alla quota di terra che egli

ha conferito alla cooperativa; con l’andare del tempo la remunerazione per la terra è

stata ridotta fin quasi a scomparire, come nel kolchoz. La nascita delle cooperative

si è accompagnata al riaccorporo del mosaico di particelle fondiarie in grosse unità

adatte ai sistemi di lavoro meccanizzato.

Oggi le cose stanno cambiando entro il quadro delle trasformazioni conseguenti al

crollo dell’Unione Sovietica e della sua influenza politica ed economica sull’Est

europeo. Il regime agrario di tipo sovietico, imposto ai “paesi satelliti” dopo la

seconda guerra mondiale, non era stato recepito unanimemente, soprattutto in

Polonia dove rimaneva forte il “partito dei contadini” e dove la profonda fede

cattolica radicata nel popolo non si piegava all’ateismo comunista. Non sorprende,

dunque, che la nazione del “Papa polacco” si sia messa a capofila nel processo di

de collettivizzazione dell’agricoltura.

L’originalità della “comune cinese”

c) In Cina, dopo gli espropri e la costituzione di cooperative, la terza fase della riforma

agraria ha portato alla creazione di un tipo del tutto originale di struttura

organizzativa, la “comune”.

La riforma agraria del 1949 eliminò completamente i proprietari assenteisti, mentre i

proprietari coltivatori poterono conservare la porzione che erano in grado di

coltivare direttamente. Le terre espropriate vennero poi spartite tra i contadini. La

collettivizzazione cominciò nel 1953, adottando un regime analogo a quello delle

repubbliche democratiche europee: nazionalizzazione dell’uso, non della proprietà

del suolo. La seconda fase risultò facilitata dalla millenaria abitudine dei contadini a

condurre collettivamente una parte dei lavori. Nel 1958 ci fu la creazione delle

“comuni popolari”: organismi di produzione, di popolamento e di servizi sociali. Dal

1958 al 1978 le comuni hanno gestito l’attività delle campagne, esercitando un

controllo totale sulla produzione agricola e su ogni altro aspetto della vita rurale. La

comune è una grande unità territoriale e funzionale, in cui tutti i mezzi di produzione

e di vita sono collettivi.

La comune è, insomma, una “unità d’integrazione economica” che associa

strettamente agricoltura industria commercio, una cellula di rinnovamento sociale e

di propaganda politica.

Nel 1979 la riforma agraria di Den Xiaoping metteva fine al regime delle comuni,

accresceva le dimensioni dei lotti privati e stimolava il mercato libero dei prodotti

agricoli nelle campagne. Nel 1984-85 la riforma agraria veniva ampliata sotto la

guida di Zhao Ziang: è ridotta al minimo la produzione sottoposta alla pianificazione

e gran parte dell’economia è sottratta alle imprese di Stato. Attualmente siamo in

presenza di un processo di “de collettivizzazione” e del declino di organismi come la

brigata di lavoro. Si mette l’accento sull’organismo di base, la squadra, che diviene

il perno del sistema di produzione, detto “sistema di responsabilità” perché si basa

su un contratto. Ci sono diversi tipi di contratti, alcuni ancora di carattere

collettivista, altri più individualisti. Tra questi ultimi il più diffuso è il “contratto con le

famiglie”: la terra è spartita tra le famiglie in proporzione alla forza lavoro e

all’insieme dei membri; tutta la produzione spetta alle famiglie; il contratto fissa per

ogni famiglia la quota dei versamenti allo stato e alla squadra. In concreto, una

volta assolto l’obbligo del versamento delle quote, i contadini cinesi possono

realizzare un utile extra con la vendita del surplus dei loro prodotti. Essi non sono

padroni della terra che lavorano, ma i contratti durano almeno 10-15 anni, o anche

più, per instillare l’idea di fare progetti a lungo termine.

Collettivismo non marxista: il caso di Israele

d) Lo Stato d’Israele, nato nel 1948, offre un singolare esempio di gestione collettiva

della terra al di fuori degli schemi marxisti.

Si distinguono tre tipi di organizzazione agricola collettiva, i quali tuttavia non

escludono la sopravvivenza di aziende individuali. Il kibbutz è un centro di

produzione e di consumo a regime comunitario nel senso che la vita si svolge in

comune, dal lavoro all’educazione dei figli. L’amministrazione è affidata

all’assemblea dei membri: non v’è salario né ripartizione degli utili, ma ciascuno

viene soddisfatto in rapporto ai suoi bisogni. I kibbutzim sono nati all’inizio del

nostro secolo ad opera di gruppi di ebrei immigrati, come espressione di un

peculiare tipo di collettivismo in cui domina il concetto di uguaglianza: di

conseguenza vige l’obbligo per ciascun componente di dare la propria opera per il

lavoro in campagna o in fabbrica.

Accanto agli organismi collettivi vi sono quelli cooperativistici. I mochavim sono

villaggi formati da aziende familiari riunite in cooperativa: ogni famiglia gestisce il

suo appezzamento e resta sempre proprietaria dei mezzi di produzione, mentre la

cooperativa interviene per la compravendita dei prodotti. I primi villaggi di questo

tipo vennero pianificati secondo uno schema geometrico a struttura radio-circolare: i

lotti di ciascuna famiglia divergono a raggiera dal centro che è il cuore

dell’agglomerato; le case prospettano sulla piazza mentre le pareti posteriori, senza

aperture, costituiscono un muro difensivo verso l’esterno.

Riforme agrarie

e) La riforma agraria corrisponde ad una trasformazione rapida, talvolta brutale, delle

strutture agrarie come risultato di due rivendicazioni: la rivendicazione sociale per

una più equa distribuzione dei beni; la rivendicazione economica con l’obiettivo di

organizzare unità di produzione più efficaci.

È da fare una distinzione tra le riforme parziali, che riguardano solo alcuni settori e

non mettono in discussione il sistema economico vigente, e le riforme radicali, che

rovesciano completamente i modi di possesso e i rapporti di produzione: riforme di

tipo socialista ispirate al marxismo.

È l’America Latina la parte del mondo in cui le riforme agrarie hanno occupato il

posto più grande nella vita dei popoli, a cominciare dalla prima, quella messicana.

Nel 1917 con la nuova costituzione veniva varata una riforma agraria che poneva

un limite alla proprietà fondiaria, destinando l’eccedenza alla formazione di ejidos a

titolo collettivo. Negli anni Sessanta il governo ha rilanciato la riforma ed ha

sviluppato ulteriormente il sistema degli ejidos con l’assegnazione di decine di

milioni di ettari.

Poiché i contadini ejidatarios e i nuovi piccoli proprietari hanno spesso una

preparazione tecnica modesta, la produttività dei loro fondi è palesemente inferiore

a quella delle grandi proprietà, spesso trasformate in moderne aziende

meccanizzate.

Nel 1964, mentre i contadini iniziano ad occupare le haciendas ed i grandi

proprietari si organizzano in un fronte di difesa, il Governo promulga una riforma

limitata, come soluzione di compromesso.

L’assegnazione delle terre va a favore dei lavoratori precari e dei contadini con terra

insufficiente a formare un’<<unità agricola familiare>>, o a beneficio di comunità

indie a titolo collettivo. CAPITOLO VIII

LE SEDI RURALI

1_ TIPI D’INSEDIAMENTO RURALE

Case sparse, nuclei, centri

a) Si dà il nome di insediamento ai diversi modi di abitare degli uomini, dai più primitivi

ai più evoluti.

Le popolazioni sedentarie hanno un insediamento stabile, che può essere

accentrato (in villaggi e città), sparso (in case isolate), o nella forma di nuclei

(piccoli gruppi di abitazioni più o meno vicine).

Un insediamento rurale è, invece, quello della popolazione che vive in campagna,

come insediamento urbano quello della popolazione che vive in città: tuttavia fra la

campagna e la città esiste tutta una gamma di forme intermedie, semi-rurali o semi-

urbane che dir si voglia.

In rapporto alle influenze di fattori fisici e umani, le case si distribuiscono in vario

modo e si vengono ad avere diversi tipi d’insediamento. Gli estremi teorici sono

rappresentati dalla dispersione totale (cioè da case isolate e distanti l’una dall’altra)

e dall’accentramento assoluto (cioè dalla agglomerazione di tutte le case in

un’unica località); in pratica si ha una serie continua di livelli intermedi, con

prevalenza ora dell’accentramento in villaggi (insediamento accentrato) e ora della

dispersione in case sparse (insediamento sparso). Nel mondo rurale, le case

sparse sono quelle situate ognuna sul fondo rustico da cui trae sostentamento la

famiglia di contadini che vi abita. In Italia, i casci notti dei viticoltori piemontesi, le

cascine e le corti lombarde, le boarie polesane e ferraresi, le case coloniche dei

poderi a colture promiscue (seminativi con viti e olivi) sulle colline toscane, umbre,

marchigiane, sono gli esempi tipici di case sparse.

I nostri censimenti distinguono la popolazione dei centri, delle case sparse e dei

nuclei. Questi ultimi possono essere di tipo agricolo e avere altre funzioni come

stazioni di servizio per automobilisti lungo strade importanti. Possono anche

diventare veri e propri centri. Per centro s’intende un gruppo più o meno grande di

case che sia un polo di vita organizzata sul piano sociale (e non soltanto familiare).

Il centro rurale corrisponde al villaggio. Non sempre i villaggi hanno un ruolo

strettamente rurale: alcuni esplicano anche funzioni non agricole e pertanto si

potrebbero chiamare borghi di servizio, come forme intermedie tra i centri rurali e le

città. L’insediamento rurale è il miglior indicatore del processo storico di

occupazione del suolo. Il villaggio, il nucleo, la casa isolata sono rappresentativi

delle entità che vi abitano, ma anche delle forme di utilizzazione del suolo: in

gestione comunitaria o in conduzione individuale, con prevalenza di coltivazioni o di

allevamento.

Le due chiavi d’analisi dell’insediamento rurale sono l’accentramento e la

disperazione, due nozioni delicate da definire. Il concetto di dispersione è

necessariamente relativo, vale in funzione delle condizioni e delle tecniche di

collegamento. In realtà, tra l’accentramento assoluto e la dispersione al massimo

grado esiste tutta una serie di situazioni intermedie. Accentramento e dispersione

esprimono il tipo di rapporto instaurato dagli uomini con il territorio attraverso la loro

organizzazione sociale. I gruppi umani hanno realizzato propri modelli

d’insediamento: più che risposte di adattamento alle condizioni ambientali, sono il

risultato del modo di produzione e del sistema socio-politico. Questi modelli hanno

per fondamento dei fatti di civilizzazione radicati nel passato. L’insediamento

accentrato corrisponde ad una organizzazione sociale forte, tiene gli uomini vicini

tra loro e risponde al loro bisogno di assistenza reciproca, di protezione e di

sicurezza. Nell’insediamento sparso, l’individualismo e il desiderio d’indipendenza

prevalgono sulla coesione sociale: i legami sono allentati, anziché quotidiani i

contatti sono episodici.

Accentramento e dispersione non sono dei dati immutabili.

Indice di accentramento e indice di dispersione

b) Sul piano quantitativo o statistico si è provato a sintetizzare la distribuzione degli

insediamenti con un indice. La percentuale degli abitanti nei centri rispetto al totale

della popolazione di una unità geografica non può essere un buon “indice di

accentramento” poiché non rivela la differenza, ad esempio, tra una popolazione

accentrata in un solo grosso centro e una pari popolazione raccolta in parecchi

piccoli centri; allo stesso modo la percentuale di popolazione sparsa non può

essere un fedele “indice di dispersione” in quanto non rileva la differenza tra abitanti

in case isolate e abitanti in piccoli gruppi di case. Meno impreciso è un indice di

dispersione che tiene conto non soltanto della popolazione sparsa, ma anche del

numero delle località, che non siano il capoluogo del Comune:

popolazione delle località x delle località)

( ) (numero

indice= popolazione totale del Comune

Accentramento e dispersione in rapporto alle influenze naturali e culturali

c) Tra le condizioni naturali che aiutano a spiegare i diversi tipi d’insediamento c’è

anzitutto la disponibilità di acqua, necessaria tanto per gli uomini che per gli animali.

Se il sottosuolo è ricco di falde idriche poco profonde, l’acqua è facilmente

attingibile con i pozzi in molti punti e ciò favorisce la dispersione delle case rurali:

ogni famiglia contadina può abitare nel proprio podere. Dove invece l’acqua

scarseggia, la popolazione si concentra attorno alle singole sorgenti; se la falda è

profonda la popolazione si raccoglie attorno ai pozzi.

Altro fattore fisico che può influenzare l’insediamento è la configurazione del rilievo:

se è accidentato si vive compatti, in case addossate l’una all’altra e sviluppate in

altezza per non rubare spazio alle colture; ma bisogna anche dire che, per l’esiguità

dello spazio edificabile e dei terreni coltivabili, i centri sono piuttosto piccoli, mentre

lo sviluppo di grossi borghi e città è più facile nei fondivalle ed in pianura.

Anche l’influenza dei fattori umani o culturali, se in linea di massima è fuori

discussione, non può tuttavia condurre a leggi generali. Il villaggio agglomerato

tradisce la preoccupazione del mutuo aiuto e della difesa collettiva in caso di

bisogno: soltanto col raggiungimento della sicurezza sociale il contadino ha potuto

abitare isolato nel suo podere. Ancor più difensivo è il villaggio rotondo, con le case

disposte a cerchio attorno ad uno spiazzo centrale. La casa isolata presuppone la

raggiunta sicurezza. Ciò non vale per gli insediamenti sui fronti pionieri, dove la

discriminante è un’altra: le colonizzazioni realizzate da singole famiglie preludono

alla formazione di fattorie isolate; invece i gruppi di coloni legati da vincoli di

consanguineità o di religione preferiscono stare uniti in villaggi. Per via più diretta

influisce sull’insediamento la struttura della società rurale. Quando c’è una proprietà

agricola familiare, la famiglia abita sul terreno che coltiva; di mano in mano che la

famiglia si moltiplica viene edificata un’altra casa accanto alle precedenti e si forma

così un nucleo.

Dove prevalgono le colture intensive (orti, vigne, frutteti) che richiedono molto

impegno di lavoro, si hanno di norma proprietà piccole o la divisione delle più grandi

in poderi condotti a mezzadria, e in genere le famiglie abitano sulla terra che

coltivano, sia per la necessità di continue cure che per la sorveglianza dei prodotti.

Invece il latifondo e le colture estensive in genere conducono all’insediamento

accentrato: nel villaggio si stipa la massa dei contadini senza terra, sudditi del

barone o dei grandi proprietari. La popolazione è ovviamente raccolta in villaggi

quando i terreni sono coltivati in comune.

Lo smembramento delle “terre coltivate” e dei latifondi ha dato origine ad una

dispersione intercalare: i nuovi proprietari hanno intercalato le loro case in un

paesaggio di antico insediamento accentrato. Nelle zone di bonifica si può

instaurare l’appoderamento e la dispersione di case coloniche o anche il connubio

di centri e case sparse.

Per stabilire un sistema di classificazione degli insediamenti rurali i criteri di base

sono legati a tre coppie di indicatori: sito e posizione, forma e struttura, origine e

sviluppo.

2_ LE CASE SPARSE E GLI AGGREGATI ELEMENTARI

La struttura delle case rurali

a) La casa isolata tipica è quella posta all’interno del podere coltivato dalla famiglia

contadina che la abita: la casa vive coi prodotti del fondo cui presiede.

La casa isolata è diffusa soprattutto presso le società rurali più avanzate, dove

nell’economia agricola prevalgono le colture intensive che richiedono molte cure e

comportano il frazionamento in proprietà fondiarie di piccola estensione, o almeno

l’appoderamento delle proprietà più grandi.

La struttura della casa può talvolta manifestare qualche adattamento al substrato

naturale specialmente per quanto riguarda l’architettura ed il materiale edilizio; ma è

sempre, e soprattutto, una concreta espressione del tipo di organizzazione agricola

e del patrimonio culturale degli abitanti, di cui riflette le tecniche, le abitudini ed il

folclore.

Nelle aziende in cui predomina la coltivazione dei cereali la casa ha vasti granai;

dove invece prevale l’indirizzo zootecnico, accanto alla casa sta la stalla col fienile;

in mezzo ai vigneti le case hanno la cantina.

L’entità degli edifici rustici e la loro collocazione rispetto all’abitazione vera e propria

danno luogo a vari tipi di case rurali che si possono ricondurre a due categorie

principali: le forme unitarie e le forme complesse.

“Forma e struttura della casa, scriveva Renato Biasutti nel 1938, sono ugualmente

dipendenti dalla necessità di adeguare gli edifici dell’azienda agraria ad una

determinata economia e ad un dato ambiente fisico, come dall’influsso storico di stili

architettonici, di idee costruttive e decorative, che riflettono elementi ed avvenimenti

della storia delle regioni e delle nazioni”. E dunque quello economico e quello

etnografico sono due punti di vista inscindibili e parimenti necessari per lo studio

dell’abitazione rurale.

Bisogna riconoscere che le forme unitarie, con abitazione e rustico sotto un unico

tetto, generalmente sono le più economiche e si inseriscono in aziende di limitata

estensione. La più semplice di tutte, la casa unicellulare, ha un solo vano: il

contadino è così povero che non possiede né animali né grossi attrezzi; ma talvolta

gli animali convivono con gli uomini nell’unica stanza o sono tenuti in un ricovero

precario.

La casa ad elementi sovrapposti ha il rustico a pianterreno o al seminterrato,

l’abitazione al piano superiore. È questo il tipo prevalente nella nostra Penisola. In

genere si accede all’abitazione per una scala di pietra aderente alla facciata; la

scala termina in una “loggia” delimitata da pilastri o arcate. Sulla loggia si apre

l’ingresso alla cucina, la quale immette nelle camere; al di sotto sta la grande porta

d’accesso alla stalla. La scala interna è meno frequente poiché sottrarrebbe spazio

utile. Nelle regioni a morfologia molto mossa il pianterreno adibito a rustico è

seminterrato ed ha quindi la porta rivolta verso valle; ai vani d’abitazione si accede

direttamente dal lato a monte senza bisogno di scala.

La casa ad elementi giustapposti, che sotto lo stesso tetto accoglie abitazione e

stalla-fienile adiacenti, è meno diffusa di quella ad elementi sovrapposti: in effetti

essa esige un più ampio suolo edificatorio ed una maggior superficie di copertura.

La giustapposizione è data dalla saldatura di due blocchi in un unico corpo di

fabbrica: la cucina con le sovrastanti camere d’abitazione, la stalla col sovrapposto

fienile.

È la casa tipica di molte zone collinari dell’Italia Settentrionale, dove l’allevamento

ha un peso notevole, le case presentano in genere forme complesse. In buona

parte della Pianura Padana l’importanza dell’allevamento bovino e l’introduzione di

colture come il riso, hanno determinato una complessità più o meno spinta delle

dimore rurali, che in molti casi si presentano come dei veri agglomerati: esse

accolgono l’abitazione del conduttore e quelle più modeste dei salariati fissi, stalle

grandiose sovrastate da vasti fienili, i porcili, le rimesse per i carri e le macchine

agricole, gli enormi sili. L’insieme di questi elementi può dare luogo a due tipi

strutturali: la casa a corte, detta anche a corte “chiusa”; la casa ad elementi

separati, detta anche a corte “aperta”.

La casa ad elementi separati presenta l’abitazione, la stalla-fienile e le altre

- costruzioni variamente collocate in uno spiazzo, senza ordine fisso; spesso

abitazione e rustico si fronteggiano e lo spazio interposto è selciato o bitumato

per fare l’aia.

La casa a corte risulta dalla disposizione degli edifici intorno ad uno spiazzo

- quadrilatero, la “corte”, cui si accede attraverso un unico portone.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione e della formazione
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Elisa.Remedia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia sociale e culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Ugolini Monica.

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