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Capitolo inatura e uomo

La geografia umana

Origine e sviluppo della geografia umana

Generalmente si fa coincidere la nascita della geografia umana con Alexander Von Humboldt e Carl Ritter. Humboldt si dedicò a viaggi di esplorazione scientifica in America e Siberia. La sua opera principale, Kosmos, concede ampio spazio all’astronomia ed alla fisica del globo, ma tratta i problemi di geografia umana soltanto in brevi scorci. Nella descrizione fisica della Terra, Humboldt mette in rilievo l’influenza della forma e dell’articolazione dei continenti sul clima e sulla distribuzione delle piante.

Ritter ha una personalità molto diversa da Humboldt. Egli non porta traccia della filosofia razionalista, ma appartiene alla nuova corrente di filosofia spiritualista e storicista sorta in Germania all’inizio del XIX secolo. Concepita la natura in modo metafisico, Ritter cerca di descriverla, analizzarla, di dimostrarne l’influenza sullo sviluppo delle grandi civiltà; ma rifugge dall’utilizzare la conoscenza diretta di ciò che descrive, non sfrutta adeguatamente neppure i risultati dei suoi viaggi. Sostiene, in sostanza, una geografia scientifica fondata sulla storia. Egli porta l’indagine al di là degli schemi naturalistici ed analizza lo sviluppo storico dei popoli nel quadro delle condizioni fisiche scoprendo quanto l’uomo e la natura abbiano reciprocamente interferito.

Insiste poi sull’influenza dell’ambiente fisico nella storia dei popoli, sottolineando che il supporto naturale (suolo, clima, vegetazione) determina le forme d’insediamento e i livelli di civilizzazione: da queste affermazioni scaturisce l’epiteto di “determinista” dato alla geografia di Ritter. L’opera principale è l’Erdkunde (conoscenza della Terra): l’assunto è di rilevare le leggi generali che governano l’ambiente nei suoi diversi aspetti, di dimostrare le loro interconnessioni con i singoli fenomeni, di illustrare l’armonia che esiste nell’apparente capriccio della natura.

Ritter ed Humboldt in fondo rimangono due isolati, senza successori diretti. La realizzazione della geografia umana come scienza avviene nella seconda metà del secolo XIX, quando si comincia a controllare con il metodo dell’indagine diretta l’influenza dell’ambiente fisico sulle associazioni di piante e animali.

Friedrich Ratzel pone le basi dell’ambientalismo: l’influenza dell’ambiente non riguarda soltanto le associazioni di piante ed animali, ma si applica anche alle società umane, delle quali si possono mettere in evidenza i vari adattamenti alle condizioni imposte dalla natura. Ratzel ci dà il primo inquadramento unitario e sistematico dei problemi della geografia intesa come scienza dei rapporti tra Terra ed Uomo, una scienza situata nel punto di saldatura tra le scienze naturali e le scienze umane.

Il determinismo ambientalistico, o più brevemente l’ambientalismo, cui il nome di Ratzel è rimasto associato, emerge dalle sue opere con moderazione. Circa nove anni dopo il primo tomo della Anthropogeographie, appare nel 1891 il secondo, riguardante la distribuzione geografica dell’uomo. La sezione introduttiva del volume presenta un quadro generale dell’Ecumène - lo spazio occupato permanentemente dai gruppi umani - e ne individua i limiti in analogia ai limiti di diffusione delle associazioni di piante ed animali.

La parte più importante riguarda lo studio analitico della numerosità e della distribuzione degli uomini sulla Terra e la densità della popolazione in rapporto ai vari fattori geografici. Un’ampia sezione prende in esame i segni che gli uomini con la loro presenza inscrivono sulla superficie terrestre e le influenze esercitate sugli insediamenti umani dai fiumi, dai monti, dai mari, dalle vie di comunicazione. L’ultima parte considera i caratteri “qualitativi” della popolazione sotto il punto di vista della loro distribuzione spaziale, prendendo appoggi da scienze ausiliarie come l’antropologia e l’etnografia, specie per quanto riguarda i generi di vita dei popoli “naturali”.

Più che nelle opere del Ratzel, è in quelle dei suoi allievi che si possono trovare le formulazioni dottrinarie del determinismo. Lo schematismo di Ellen Semple contraddice il buon senso ed esaspera le tesi ambientaliste: “l’uomo è un prodotto della terra. Essa gli ha posto i problemi della navigazione e della irrigazione, e nello stesso tempo gli ha sussurrato le indicazioni per risolverli.”

Al di là delle divergenze, c’è un filo comune che lega Humboldt, Ritter e Ratzel: lo scientismo, cioè la convinzione che le scienze naturali sono l’unica strada per la conoscenza scientifica. Di conseguenza la geografia umana doveva assumere le conoscenze sulla natura per essere “scientifica”. Anche la geografia ratzeliana appare circoscritta a compiti di ecologia umana, cioè allo studio dei rapporti tra i gruppi umani e l’ambiente in cui vivono: mentre invece i popoli hanno una storia alle loro spalle e sono artefici dei loro destini.

Ed è proprio alla storia che si rifà Paul Vidal de La Blache, caposcuola dei geografi francesi, il quale considera i fatti geografici nel loro divenire attraverso il tempo: la geografia, per spiegare il presente, deve risalire al passato. Questa concezione porta allo sviluppo di tre fondamentali temi di studio: il paesaggio, il genere di vita, la regione.

Temi di studio della geografia umana

Il paesaggio è inteso come insieme di elementi caratterizzanti e distintivi, per cui si possono avere, ad esempio, paesaggi carsici sul piano dell’ambiente naturale e paesaggi industriali nell’ambito del cosiddetto paesaggio “umanizzato”, cioè rimodellato dagli uomini.

Il genere di vita abbraccia non soltanto l’alimentazione, la casa, il vestiario, ma anche le forme di attività che i gruppi umani adottano per procacciarsi tali beni: il concetto si è poi allargato, implicando l’organizzazione sociale ed elementi d’ordine morale e psicologico, come le credenze religiose ed i modi di pensare.

La regione, secondo l’accezione più immediata, non sarebbe che l’area d’estensione di un paesaggio; ma, in pratica, nell’unità regionali si cementano paesaggi complementari. L’ambiente, generatore di possibilità e di vincoli, in connubio con un certo genere di vita, forma veri e propri organismi, territori che assumono una loro personalità geografica: le regioni. La ricerca regionale diventa l’espressione più alta della geografia umana classica.

Albert Demangeon, discepolo di Vidal, affina i fondamenti della scienza geografica. Attraverso successive approssimazioni, egli definisce la geografia come lo studio dei gruppi umani nei loro rapporti con l’ambiente geografico. Esamina poi i principali problemi: il modo di distribuirsi della popolazione in rapporto alle condizioni dell’ambiente geografico; lo sfruttamento delle risorse da parte dei gruppi umani e i generi di vita che ne conseguono in conformità al quadro culturale in cui i gruppi si trovano inseriti; infine le orme stampate dagli uomini sulla superficie terrestre: le coltivazioni, le vie di comunicazione, le sedi abitate, ecc.

Parallelamente, Lucien Febvre dà sostanza alla nuova chiave interpretativa dei rapporti uomo-ambiente: “non è più l’ambiente che determina le azioni dell’uomo, ma è l’uomo che interferisce continuamente con la natura, che la plasma secondo le sue capacità e i suoi interessi, che dà al luogo in cui vive un particolare valore”. Alla scuola di Vidal fa capo, dunque, una concezione geografica che diverge dall’ambientalismo ratzeliano e dà più importanza alla storia che all’ecologia: l’ambiente non impone agli uomini questa o quella attività, questo o un altro tipo di adattamento; sono i gruppi umani a scegliere le soluzioni dettate dalle condizioni storiche e culturali.

Dal determinismo si passa così al possibilismo: “tutto ciò che riguarda l’uomo è contingente.” La distribuzione degli uomini non è commisurata al valore delle terre. La geografia umana, se vuole essere esplicativa, deve ricorrere alla storia per il peso che il passato esercita sul presente. Questa concezione in linea di massima ci sembra tuttora valida, con qualche riserva: invero, se nella vecchia Europa la storia è di aiuto per chiarire i problemi geografici, ben poco essa può nei riguardi dei paesi nuovi e delle aree tuttora pressoché vuote di abitanti.

Max Sorre propone una geografia umana a base biologica e sociologica. Oggetto di studio è l’Uomo e i suoi rapporti con l’ambiente fisico e biologico, cui egli si adatta in modo analogo agli altri esseri viventi; vengono però messi in evidenza i limiti di questi rapporti, per cui si evita uno stretto determinismo ed è data la debita importanza all’eredità del passato.

Da ultimo Pierre George ribalta le posizioni, accordando più peso ai tipi di organizzazione delle attività economiche ed agli stimoli propri delle diverse società umane, che non alle influenze dell’ambiente naturale: e pertanto non ecologia, ma geografia “sociale”. La geografia umana, egli dice, è lo studio descrittivo ed esplicativo del comportamento di collettività umane, e cioè di società, nelle diverse regioni del mondo. Nell’espressione geografia sociale v’è qualcosa di più preciso: la nozione di diversità di comportamento delle collettività umane a seconda della loro organizzazione politica e sociale, il cui ruolo può anche prevalere sugli aspetti del patrimonio culturale.

Nonostante i suoi limiti, questo tipo di sapere geografico ha tenuto banco per anni e rimane attuale in molti scritti contemporanei. La problematica è deliberatamente morfo-funzionale poiché l’obiettivo è di rendere conto della organizzazione spaziale attraverso l’analisi delle forme e delle funzioni. L’approccio privilegiato è quello induttivo. Gli studi sono basati sull’osservazione dettagliata a partire da dati eterogenei per dare spiegazione della realtà geografica di un territorio alla convergenza di molteplici processi evolutivi: la ricerca dei rapporti tra i fenomeni osservati porta alla sintesi geografica, o meglio fa della geografia una scienza di sintesi.

Nel 1939 Richard Hartsorne pone in evidenza che, se il fine ultimo della geografia consiste nell’individuare e descrivere regioni e luoghi con le loro caratteristiche, si tratta di una scienza corografica, il cui compito è quello di spiegare le relazioni tra i fenomeni che differenziano un territorio da un altro. Negli anni '50 Edward Ullman - nel saggio Geography as Spatial Interaction - rompe con la tradizione di privilegiare i rapporti verticali tra uomo e ambiente e attira l’attenzione sui rapporti orizzontali che s’interessano tra i gruppi umani, tra aree diverse e tra fenomeni di aree diverse: ragione per cui la geografia umana viene intesa come scienza dell’analisi spaziale.

Nell’analisi delle relazioni tra luoghi e tra aree, si tiene conto prevalentemente dei fenomeni sociali, e così la geografia umana diviene una scienza delle “espressioni spaziali dell’interazione sociale”: il rapporto uomo-ambiente viene emarginato; al territorio, entità concreta, si sostituisce lo spazio, entità astratta. L’assunto fondamentale consiste nello spiegare i modi con cui i fenomeni sociali si proiettano nello spazio.

L’analisi spaziale si è diffusa soprattutto negli anni '60, quando alcuni geografi anglosassoni hanno avviato un processo fortemente critico alla “geografia classica” per il fatto che coltiva l’analisi particolare, ma trascura la ripartizione teorica dei fenomeni nello spazio geometrico: da questa posizione è nata una scienza fondata sulla elaborazione matematica di modelli teorici, la geografia quantitativa, che gli inglesi Haggett e Chorley hanno portato dal Nordamerica all’Europa e che è stata gratificata dell’appellativo di “nuova geografia”.

Vengono privilegiate le similarità, i punti in comune: la geografia diviene scienza nomo tetica, vale a dire una scienza che mette in evidenza le regolarità e cerca di stabilire delle leggi generali. Tale scienza, pur non trascurando i casi particolari, dimostra che questi spesso giocano in modo aleatorio senza mai mettere in causa la regolarità della tendenza generale: i casi concreti sono considerati se e in quanto aiutano ad approdare a spiegazioni generali di fenomeni.

Ponendo l’accento sulle similarità per assurgere a generalizzazioni, la geografia tende a schematizzare, ad elaborare costruzioni teoriche, che vengono poi “testate” con il confronto di casi concreti attraverso un voluto rigore formale: rigore nella formulazione delle ipotesi, rigore nella scelta e nell’analisi dei dati empirici osservati. La “nuova geografia” trova le sue radici in opere di precursori - Christaller, Lösh, Weber, Von Thünen - fino allora poco considerati.

Una posizione eminente è occupata da Walter Isard, che sviluppa il filone della scienza regionale prendendo le mosse dall’economia spaziale. Ma ben presto voci discordanti insorgono contro i rigidi schemi meccanicistici della geografia quantitativa e pongono l’accento sulle diversità della percezione e della rappresentazione dello spazio geografico e sul come gli uomini accettano o rifiutano il mondo circostante cercando di modellarlo ad immagine delle loro aspirazioni.

Ecco allora la geografia impegnata in un ulteriore allargamento del suo campo d’interesse. Dopo i modelli economici, essa adotta i modelli sociali attraverso l’esperienza della critica radicale, esperienza ripresa poi dai geografi marxisti nel quadro della geografia critica. Sotto l’influenza del marxismo è apparso chiaro che il rapporto tra uomo e ambiente deve necessariamente passare attraverso l’organizzazione economica espressa da un determinato quadro politico. Da ciò procede una caduta d’attenzione per la geografia fisica.

Qualifichiamo come comportamentale la geografia che si rivolge allo studio dei processi cognitivi individuali. La problematica comportamentale, che caratterizza la geografia della percezione, si basa su premesse fenomenologiche: l’essenza dei fenomeni non trova fondamento in ciò che appare, e quindi per coglierla bisogna soffermarsi sul modo in cui il soggetto si raffigura gli oggetti davanti a sé. La percezione del territorio avviene mediante l’acquisizione di significanti, cioè di indicatori percettivi: ad esempio, indicatori di quali sono le forme fisiche, i tipi d’insediamento, i dissesti ambientali e così via.

Il rapporto tra il soggetto che percepisce e l’insieme dei significanti costituisce il primo passo per l’analisi behaviorista in geografia. Nella seconda fase, la rappresentazione, entrano in gioco i significati, cioè le immagini o le idee che il soggetto trae dai significanti. La rappresentazione può avvenire attraverso il linguaggio, o in forma di immagine, di carta geografica convenzionale e di mappa mentale.

Campo di studio della geografia umana

Per la geografia umana l’uomo è sensibile all’influenza dell’ambiente fisico in cui vive, dato che questo può essere più o meno ostile alla sua vita ed alla sua diffusione: si ha un adattamento all’ambiente. Il secondo aspetto è che i gruppi umani non sono passivi e reagiscono attivamente modificando l’ambiente in cui vivono. Anzi, trasforma le “offerte” o possibilità naturali, piegandole a soddisfare i loro bisogni. Lo studio dei paesaggi è un procedimento storico.

Il terzo aspetto riguarda i rapporti tra i diversi gruppi umani, siano o non siano territorialmente distinti. È un aspetto che si ripartisce in cento sfaccettature tematiche e in una lunga serie di problemi di grande attualità. I problemi emergenti dal rapporto tra uomini e territorio, se trovano un inquadramento sistematico nella geografia generale, hanno un riscontro concreto negli studi di geografia regionale.

Geografia applicata. L’intima conoscenza dello spazio concreto è l’apporto specifico del geografo in un organismo di pianificazione. La sua visione sintetica ed esplicativa dell’assetto del territorio muove dalla base, cioè da una serie di casi particolari, per inquadrare il tipo di regione e la sua logica interiore: in rapporto a questa “logica” egli può valutare le interferenze, anche in prospettiva dinamica, tra l’ambiente ed i programmi proposti dal piano, in altre parole può fornire la “valutazione d’impatto ambientale”, s’impone, dunque, il superamento dello stadio individuale della ricerca e la formazione, invece, di gruppi di vari specialisti come strumento per risolvere le molte facce dei problemi: ma il procedimento interdisciplinare non può supplire alla debolezza scientifica, né velare le confusioni concettuali.

Dopo la seconda guerra mondiale è iniziato un processo di revisione critica della geografia tradizionale. Certamente la nozione di “genere di vita”, feconda per lo studio delle secolari società contadine e pastorali, non si presta all’interpretazione delle ultradinamiche società industriali; per queste sembrano più adatti i parametri esplicativi basati sui tipi di organizzazione economica e sociale.

La geografia tradizionale voleva essere una scienza di sintesi: nello studio del territorio metteva in relazione il substrato geologico, gli aspetti morfologici, i lineamenti climatici, il suolo e la vegetazione, la popolazione, le radici storiche e lo sviluppo dell’umanità.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Elisa.Remedia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia sociale e culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Ugolini Monica.
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