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PARTE SECONDA: IL PASSATO
IL CREPUSCOLO DEGLI IDOLI DI PIETRA: Rano Raraku è la cava di pietra dove furono scolpite le
famose statue gigantesche dell’Isola di Pasqua. L’isola è il luogo abitato più isolato del mondo. Rano
Raraku è un cratere vulcanico di circa 550 metri di diametro. Lungo il sentiero si incontrano 397 statue
raffiguranti, in modo stilizzato, un torso umano maschile senza gambe e dalle lunghe orecchie. Le statue
misurano, per la maggior parte, dai 4-5 ai 6 metri, anche se la più grande è alta 21m, e pesano dalle 10 alle
270 tonnellate. Si possono scorgere, uscenti dal cratere, i resti delle strade dove probabilmente si
trasportavano le statue, lungo le quali si incontrano altre 97 statue. Sulla costa, e talvolta anche
all’interno dell’isola, si trovano circa 300 piattaforme di pietra (la più vicina al cratere e la più larga è
chiamata AHU TONGARIKI nel 1994 l’archeologo Claudio Cristino ha ricollocato le statue cadute, per
mezzo di una grula statua più grande pesava 88 tonnellate). Le statue che sono rimaste nella cava si
trovano a diversi stadi di realizzazione.
Il primo esploratore dell’isola fu l’olandese Jacob Roggeveen che la visitò il giorno di Pasqua del 1722. Fin
da subito si scervellò per capire come fossero state erette quelle grandi statue, ed ipotizzò che gli
indigeni avevano avuto bisogno di legno robusto e funi resistenti ricavate da grandi alberi, e che la
popolazione originaria fosse molto più numerosa di quella incontrata. Tuttavia l’isola da lui visitata era una
terra desolata. La passata presenza di una società complessa si deduce dal fatto che le risorse dell’isola
sono variamente distribuite sul suo territorio.
L’esploratore norvegese Thor Heyerdahl, sostiene che l’isola di Pasqua sia stata colonizzata da
popolazioni proveniente dall’est, ovvero gli indiani del Sudamerica. Erich von Däniken afferma che le
statue dell’isola di Pasqua erano state opera di alieni, dotati di avanzate tecnologie.
Pasqua è un’isola vulcanica dalla forma triangolare, originatasi a partire da tre vulcani che emersero dal
mare, in stretta prossimità l’uno all’altro, in periodi differenti e che sono rimasti inattivi per tutto il
tempo dell’occupazione dell’isola. È un luogo molto ventoso, il clima è temperato e il suolo fertile. Il suo
clima (troppo caldo se paragonato agli inverni europei e nordamericani, troppo freddo rispetto alla
Polinesia) e il suo isolamento, hanno fatto sì che Pasqua fosse priva di pesci (solo 127 specie). Le riserve
di acqua dolce sono scarse, anche perché la pioggia filtra velocemente nel poroso suolo vulcanico.
Heyerdahl e Von Däniken non hanno capito che gli abitanti dell’isola erano tipici polinesiani provenienti
dall’Asia e che la loro cultura (statue comprese) era chiaramente di origine polinesiana, così come la lingua
invece aveva capito il capitano Cook nel corso della sua breve visita nel 1774 era accompagnato
come
da un tahitiano che riuscì a comunicare con gli indigeni (la cui lingua era un dialetto orientale imparentato
con l’hawaiano, il marchesano e il proto-mangarevano).
L’espansione polinesiana fu la migrazione per mare più rilevante della preistoria umana. Fu un’espansione
programmata, infatti la maggior parte della Polinesia è stata colonizzata da ovest verso est, ovvero in una
direzione contraria a quella delle correnti e dei venti predominanti. Inoltre vi trasferirono molte specie
di colture e animali domestici. Intorno al 600 o 800 d.C. le isole della Società, le Cook e le Marchesi
furono colonizzate e diventarono a loro volta la base di partenza per la scoperta delle restanti isole. Nel
1200 d.C. la colonizzazione della Nuova Zelanda comportò la fine dell’espansione nel Pacifico. Per
raggiungere l’isola di Pasqua probabilmente il punto di partenza fu Mangareva, oppure le Pitcairn e
Henderson (che si trovano a metà strada tra le Marchesi e l’isola di Pasqua). Secondo la tradizione, il
capo della spedizione che colonizzò l’isola fu Hotu Matu’a (“Grande Genitore”), che viaggiava su una o due
grandi canoe con la moglie, i sei figli e la famiglia. Gli studi tradizionali fanno risalire il primo
insediamento a un periodo compreso fra il 300 e il 400 d.C. . Si è giunti a questa datazione soprattutto
avvalendosi della glottocronologia (con cui si può calcolare da quanto tempo due o più lingue hanno iniziato
7
a differenziarsi) e della datazione al radiocarbonio. La datazione oggi considerata più probabile per il
primo insediamento umano sull’isola di Pasqua è quella del 900 d.C. ottenuta da Streadman, Crispino e
Vargas con il metodo del radiocarbonio applicato a resti di carbone di legna e a ossi di delfini.
Si è risalito al numero della popolazione dell’isola di Pasqua in due modi: contando i resti delle case,
facendo l’ipotesi che in ognuna abitassero dalle cinque alle quindici persone e presupponendo che un terzo
delle case identificate fosse stato occupato nello stesso periodo; oppure cercando di risalire al numero
dei capiclan e dei loro seguaci tramite il conteggio delle piattaforme o delle statue erette. Le stime
ottenute variano da un minimo di 6000 a un massimo di 30.000 persone. Le testimonianze che dimostrano
l’intensificarsi delle pratiche agricole sono di diverso tipo: vasche per contenere il concime, dighe di
pietra, pollai di pietra (chiamati hare moa se ne possono vedere 1233).
Per incrementare la produttività agricola si sfruttava fino in fondo l’abbondanza di roccia vulcanica
dell’isola e il metodo della “concimazione litica” ( che consisteva nel riempire parzialmente il suolo con
sassi fino alla profondità di 30 cm).
La società tradizionale dell’isola di Pasqua era divisa in classi, con in alto i capi e in basso la gente del
popolo. La prova di questa stratificazione sociale è data dai resti delle diverse abitazioni appartenenti ai
due gruppi sociali. I capi e i membri dell’elite vivevano in case chiamate “hare paenga”. Le case della gente
del popolo erano relegate più all’interno ed erano più piccole. Le tradizioni orali tramandate dagli isolani e
le indagini archeologiche concordano nell’affermare che la superficie dell’isola di Pasqua era un tempo
divisa in 11 o 12 zone, ognuna appartenente a un clan o ai discendenti di una stirpe. Ciascuna zona aveva il
suo capo e le sue piattaforme con le statue per le cerimonie. Questi clan erano in competizione l’uno con
l’altro, però erano integrati da un punto di vista religioso e anche economicamente e politicamente sotto
la direzione di un sommo capo. Il territorio era formato da 12 zone molto diverse per ricchezza di
risorse. Una prova dell’integrazione è data dal fatto che le statue con i cilindri rossi sono distribuite su
tutta l’isola e in tutte le 11 o 12 zone. Ognuna di queste zone possedeva le sue statue gigantesche
(chiamate MOAI) e le piattaforme di pietra (AHU) su cui erano erette. Gli ahu possono essere alti fino a
4 metri e molti sono lunghi anche 150 metri; il loro peso varia dalle 300 alle 9000 tonnellate (come quello
di Ahu Tongariki). Sul retro degli ahu si trovano dei forni crematori. I moai rappresentano antenati
illustri e sono state trovate 887 statue scolpite. Le statue erette raggiungevano in media un’altezza di
circa 4 metri (Paro è la più alta, 10 m) e pesavano circa 10 tonnellate. Sembra che le statue più recenti
sono in generale più alte. Si pensa che gli ahu siano stati costruiti nel periodo che va dal 1000 al 1600.
Con il tempo le statue di Rano Raraku diventarono più grandi, più rettangolari, più stilizzate e
standardizzate, anche se ognuna si differenzia leggermente dalle altre. L’aumento delle dimensioni con il
passare del tempo fa pensare che i capi rivaleggiassero tra loro nel commissionare statue sempre più
grandi. Anche l’aggiunta in epoca tarda del PUKAO (=cilindro di scoria rossa che può pesare fino a 12t,
piazzato sulla testa piatta del moai) pare confermare quest’ipotesi.
solo sull’isola di Pasqua si raggiunsero tali eccessi in quantità e dimensioni delle statue (diffuse
Perché
in tutta la Polinesia)? 1. innanzitutto il tufo di Rano Raraku si adatta ad essere scolpito più di qualsiasi
altra pietra del Pacifico.
2. poi gli abitanti non avevano contatti con l’esterno e dunque nemmeno attività commerciali a cui
dedicarsi (“dovevano passare il tempo”).
3. vi era integrazione tra gli abitanti dell’isola, così tutti poterono usufruire della pietra di Rano Raraku.
4. infine la costruzione delle piattaforme e delle statue comportava il dover sfamare una grande quantità
di individui, impresa resa possibile grazie al surplus alimentare che si produceva nelle piantagioni collinari
gestite da èlite di individui.
venivano trasportate le statue? Tutte erano trasportate prive di occhi, che venivano scolpiti solo
Come
all’arrivo sull’ahu. Il fatto che gli occhi recuperati siano pochissimi sembra mostrare che non ne furono
fatti molti. Essi restavano sotto la custodia dei sacerdoti ed erano inseriti sui volti delle statue soltanto
in occasione di qualche cerimonia. 8
venivano trasportate? Secondo Jo Anne Van Tilburg gli abitanti dell’’isola di Pasqua avrebbero
Come
utilizzato una versione modificata delle “scale da canoa”. Il trucco consisteva nel trasformare i tronchi in
canoe ancora nella foresta e di trasportarle sulla spiaggia tramite “scale” fati di due binari di legno
paralleli, tenuti insieme da traverse fisse di legno. Mettendo in pratica la sua idea, la studiosa ha
riscontrato che un gruppo formato dalle 50 alle 70 persone, lavorando cinque ore al giorno, poteva
trasportare una statua di 12t per una distanza di 14 km e ½ nel corso di una settimana. Sul metodo di
sollevamento, furono gli stessi abitanti dell’isola di Pasqua a spiegare il sistema utilizzato dai loro avi: gli
isolani cominciavano col costruire una rampa di pietre lievemente inclinata che andava dal piazzale alla
cima della piattaforma. Poi trascinavano la statua in posizione prona con la parte della base verso la
rampa. Una volta che la base aveva raggiunto la piattaforma, iniziavano a far leva con dei tronchi sotto la
testa della statua, sollevandola un poco e infilandovi sotto delle pietre. La parte più pericolosa era la
brusca tirata finale che serviva per portare la statua in posizione eretta. Per evitare la caduta, la statua
non era perfettamente perpendicolare alla sua base, ma leggermente inclinata. L’operazione di trasporto
e innalzamento non richiedeva solo costi elevati in termini di risorse alimentari, ma anche funi molto
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