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Introduzione

L’architettura del paesaggio è diventata una disciplina. I due termini, di architettura e paesaggio, tendono a distinguere l’architettura, quindi l’arte del progettare e la sua tecnica, ed il paesaggio, l’esistente, il divenuto, una raccolta di elementi culturali. Possiamo affermare che il paesaggio non ha una sua architettura in senso tecnico e specifico. Esso si trova in uno stato intuitivo dell’anima, in cui l’architettura, che pure è esistita per crearlo, si fa evanescente o si vede come parte di un tutto. Il paesaggio non può esistere senza un’architettura (esso è un’architettura). Essa è quella che lo ha ispirato ed esso si manifesta proprio in virtù di questa, la quale è sommessa, quasi inconsapevole, costruita giorno per giorno e talvolta colpita da miracoli di storia, di religione, estetica o arte. Il paesaggio è un che di volontario in cui l’architetto esercita la sua influenza e l’architettura sta come progetto d’arte.

Il paesaggio, definizione complessa

È molto complesso cercare di definire che cosa sia il paesaggio. Lo si comprende, ma definirlo in modo universalmente valido è quasi impossibile dal momento che esso riguarda sì la realtà dei luoghi, ma è soprattutto un fenomeno soggettivo, psicologico. A complicare le cose interviene il fatto che il tema appartiene a molte discipline, talora in contrasto su concetti fondamentali. Proprio perché il significato del termine variava da studioso a studioso, il geografo Aldo Sestini invitava, prima di ogni trattazione sull’argomento, a indicarne il senso preciso. In realtà il suo invito non è stato molto seguito. L’uomo, per parlare di sé stesso attraverso immagini, ha inventato il paesaggio. Per la definizione del concetto è necessaria un’architettura, una costruzione, un intervento dell’uomo perché, se non c’è qualcosa di umano, il paesaggio non può chiamarsi tale. La parola deriva da “paese”, termine che indica un centro abitato; formato quindi da edifici, coltivazioni, strutture e altro. Un’architettura, un’intromissione umana deve sempre esserci, altrimenti l’aspetto percettibile dei luoghi è panorama, è natura. Il paesaggio come sfondo dell’opera architettonica non è natura. Perché ci sia paesaggio ci deve essere un’architettura iniziale, un incipit architettonico.

Il paesaggio geografico o umanizzato

Il paesaggio nasce con l’uomo e le sue impronte sulla superficie terrestre, ma diviene concetto geografico tramite la consapevolezza che la geografia è soprattutto geografia umana, cioè la storia e la scienza dell’antropizzazione. Il paesaggio geografico è quel luogo o quella porzione di superficie terrestre dove l’uomo deposita o esprime la sua cultura, considerando cultura i suoi modi di vivere, le sue credenze religiose, le sue pulsioni spirituali, i suoi valori, i suoi simboli, elementi che, tutti insieme, sono un’etica e diventeranno poi un’estetica peculiare di questa o quella etnia. Ma questo non è ancora paesaggio perché, come direbbe Olinto Marinelli, esso non dipende solo dall’esteriorità delle cose, ma anche dalle nostre capacità rappresentative essendo in assoluto qualcosa di astratto e di personale.

In geografia vi sono state diverse tendenze o scuole che hanno interpretato il paesaggio in maniere tutt’affatto diverse e ciò a ragione dei diversi momenti storici. Per alcuni si è formato secondo una storia antropologica; per altri secondo necessità economiche, per altri ancora il paesaggio riflette etica ed estetica. Il paesaggio si è formato per vicende antropologiche e per necessità economiche, ma ciò che ne ha plasmato il carattere peculiare sono state le più antiche esigenze etiche che, attraverso i secoli, si presentano a noi come sublimi forme estetiche. Il paesaggio geografico sembra consistere in un rapporto fra l’uomo e un ambiente ideale, il che significa che non ha soggetto e non ha oggetto. In questa sede il soggetto sarebbe l’architetto. S’immagina così l’incontro tra paesaggio e architettura: cioè tra quello che il paesaggio è e quello che suggerisce a chi in esso opera.

Il paesaggio culturale

Dunque è molto difficile distinguere un paesaggio geografico tout court da un paesaggio culturale poiché la cultura è comunque molto presente. Il paesaggio culturale per essere tale deve venire da tutto il nostro passato, portare con sé il carico delle generazioni che ci hanno preceduto. Per quanto si riferisce all’Occidente, è quello ereditato dai greci, dai romani e da tutte quelle immense fiumane che dal Medioevo sino ai giorni nostri hanno rovesciato tradizioni pagane e cristiane. Esistono parecchie direzioni di interpretazioni del paesaggio culturale, perché esso è come un’opera artistica la cui interpretazione non ha fine in quanto suggerisce sempre qualcosa a qualcuno.

  • È opinione diffusa che il paesaggio culturale sia l’espressione di società portatrici di cultura. Ne deriva che poiché ogni società è dotata di una sua specifica cultura, tutti i paesaggi sono culturali. Molti studiosi infatti ritengono che non esiste paesaggio che non sia culturale.
  • Si può ritenere che il paesaggio culturale sia una manifestazione della geografia dell’arte o della memoria e porti il carico delle impronte maggiori lasciate dalla storia, dalla religione, dall’arte, dalla filosofia e dal vissuto di generazioni e generazioni. Si esclude, dunque, che ogni paesaggio sia culturale: lo sono quelli in cui si è espressa la grande storia o si sono manifestati percorsi esteticamente singolari e forme elaborate.

C’è stato un dialogo epocale fra l’architettura visibile e invisibile, fra etica ed estetica, come nel caso del paesaggio etrusco che esiste in quanto esiste un sotterraneo etrusco, dove l’importanza data alla morte fa conoscere la vita, l’invisibile dà forma al visibile. Così interpretato è fuori dubbio che il paesaggio culturale sia frutto di un’evoluzione storica su cui ha influito la situazione geografica: è il luogo dove si sono radunati alcuni spiriti del passato con le loro opere, con i loro pensieri e le loro credenze. In esso la geografia si incarna in qualcosa di visibile. Protagonisti sono gli uomini, la storia, l’arte, le religioni e la filosofia. Tutto questo è impresso in uno speciale luogo che per le sue caratteristiche l’uomo chiamerà paesaggio e che per i suoi valori chiamiamo paesaggio culturale. Il paesaggio culturale è un’esposizione del passato e dei valori del passato che attraverso un momento artistico fa intuire il disegno delle vene che ha costruito tutto quello che è visibile e percettibile.

Si possono delineare due paesaggi: il paesaggio tout court come ambiente antropizzato e urbanizzato e il paesaggio culturale come testimone di culture e, dunque, di storia, di religione, di pensiero e di arte. Fonte ispirata e a sua volta ispiratrice. Fissare il paesaggio culturale significa parlare di cultura ideale o spirituale o umanistica. Un paesaggio geografico è generico: per esso basta l’interpretazione dell’uomo. Il paesaggio culturale è raro: ha un’anima. Per esso il passato non è mai passato, perché è sempre in rapporto con l’osservatore. Dunque deve essere pensato come un fatto intimo, spirituale e psicologico.

Alcuni esempi

Il cripto-paesaggio di Troia

La città di Troia venne scoperta nella seconda metà dell’800 da Heinrich Schliemann, ed è situata in una parte della Troade, antica regione nord-occidentale dell’Asia Minore (Anatolia). L’archeologo cercò il luogo dove era sorta la città greca basandosi esclusivamente sulle indicazioni che deduceva da Omero; e poiché nelle sue opere Ilio si trova tra i fiumi Scamandro e Simoenta, Schliemann rintracciò prima di tutto quei corsi d’acqua. Si trovò davanti a una collina desolata, localmente nota come collina di Hissarlik, salito sulla cima della quale scorse l’isoletta di Tenedo, dietro alla quale si sarebbe nascosta la flotta greca al momento dell’inganno della falsa fuga. L’archeologo ebbe il suo paesaggio, benché tutto intorno a lui fosse brullo e incolto. Quel territorio che non offriva nulla alla vista, venne tramutato dall’ebbrezza psicologia in uno dei paesaggi culturali più suggestivi e affascinanti che la storia abbia mai proposto. Terminati gli scavi si constatò che sul luogo dove sorgeva la città di Troia erano state erette costruzioni in dieci periodi diversi, sovrapposte in altrettanti stati. Prima che fosse paesaggio storico visibile, la collina di Hissarlik era stata paesaggio invisibile. E ciò rappresenta un esempio di psicologia del paesaggio. La collina di Hissarlik infatti era ignota a chiunque; quel passaggio era tale solo in forza dell’accanimento psicologico di una sola persona. La fondamentale importanza che Schliemann dette a quella scoperta consiste nel fatto che la guerra di Troia è l’atto di fondazione della civiltà occidentale in quanto da essa trasse lo spunto Omero che per primo forgiò la lingua greca e, dunque, quell’aspetto che poi darà vita alla civiltà greca e, quindi, occidentale. Il paesaggio non può essere qualcosa che semplicemente appare: è il riflesso degli stati d’animo dell’osservatore che lo modifica nell’immaginario psicologico. È la risultante del rapporto fra una porzione percettibile di territorio e l’uomo: un paesaggio è storico non solo in quanto conserva fama di eventi storici o monumentali che alla storia risalgono, ma perché è l’uomo che lo osserva e lo associa a eventi o momenti storici. Si può avere un paesaggio muto per chiunque ignori quello che vi si cela o sonoramente eloquente per colui che lo conosce. Dovrebbe acquistare una sua eloquenza la Stimmung degli autori tedeschi o il Genius Loci di derivazione latina, quel sentimento cioè che dispone impressioni e atmosfere secondo il disegno dello spirito.

Il World Trade Center di New York

Un altro esempio di psicologia del paesaggio può venire dalla tragedia del World Trade Center di New York con l’abbattimento delle Torri Gemelle, l’11 sett 2001. Il paesaggio annientato da un atto terroristico era oggettivo, funzionale, simbolico. Le Torri Gemelle, oltre a un luogo di lavoro, abitazione, e incontro erano il simbolo della potenza americana. Ciò che è cambiato è soprattutto il paesaggio soggettivo, quello che individua nella psicologia una delle sue più importanti componenti. Ground Zero è divenuto un paesaggio culturale perché in quel cratere vuoto ha respirato l’ansia di tutto il mondo civile. Al di là del tragico, visibile, vi è l’invisibile, carico di potenziale espressivo capace di trasformare la semplice visione di quel particolare rapporto tra l’osservatore e il luogo che configura un paesaggio culturale. L’architetto giapponese Tadao Ando e Renzo Piano non erano favorevoli alla ricostruzione, mentre lo era l’architetto americano di origine cinese Ming Pei, che credeva che Ground Zero non potesse trasformarsi in luogo della memoria dell’attentato perché il terreno edificabile in quella metropoli è scarso. Immaginava però che la ricostruzione dovesse declinare con la realizzazione di un sacrario, ed ha pertanto immaginato delle nuove torri che devono presentarsi come un dialogo tra memoria e rinascita. Ma il vincitore del progetto per la ricostruzione (scelto nel febbraio 2003) è Daniel Libeskind (architetto polacco). Al posto del World Trade Center, è sorto un complesso architettonico che ha come suo elemento dominante una guglia alta 541 metri (la Freedom Tower), oltre a due grattacieli "tagliati" come due cristalli nella parte alta. L’altezza considerevole assume un preciso valore simbolico, in quanto la sommità dell’edificio, secondo i progetti, sarà ad una quota di 541m, 1776piedi-per indicare la continuità della democrazia da quel momento. Altro elemento predominante e che caratterizza fortemente il progetto è il Memorial Garden, un "giardino della memoria", che avrà un’estensione di circa 1,6 ettari rispetto agli attuali 6,5 di Ground Zero. L’intervento comprende aree con quote di progetto fino a 21 metri sotto il livello stradale, lasciando intatta l’unica parte ancora riconoscibile dopo l’attacco terroristico ovvero il muro di sostegno del World Trade Center. A completare la cornice del complesso, oltre ad uffici, negozi e servizi, è previsto un momento per il ricordo: un fascio di luce che riempia una piazza dalle 8.46 alle 10.28, un solo giorno di ogni anno, l’11 settembre. Il 4 luglio 2003 è stata posta la prima pietra della Freedom Tower (Torre della Libertà). La cerimonia ha sollevato un coro di critiche, soprattutto tra i familiari delle vittime, che non hanno discusso i risvolti estetici del progetto, ma la fretta con cui è stato varato. È sembrato che tanta rapidità distruggesse il ricordo e sottendesse troppi interessi politici ed economici, mentre i cittadini avrebbero voluto più rispetto per il valore storico e simbolico di Ground Zero.

Il Vajont

Il Vajont è un torrente che scaturisce dal Col Nudo in provincia di Belluno. Il corso d’acqua forza la sua via in una gola profonda, sbarrata dall’omonima diga, prima di confluire nel Piave. Ai piedi della diga è situato il paese di Longarone. La diga, alta 261m e con una portata di 168 milioni di m³ d’acqua, venne costruita tra il 1956 e il 1959. Lo scopo era produrre energia per l’industria metallurgica di Porto Marghera. La sera del 9 ottobre 1963 una gigantesca frana si staccò dalle pendici del monte Toc e precipitò nel sottostante bacino artificiale, sollevando un’onda di acqua, terra e fango, alta 200 m che scavalcò la diga e si abbatté su Longarone e le vicine frazioni. In totale furono spazzati via 5 paesi e scomparvero 2019 persone. Alla vigilia del 40° anniversario della strage (9 ott 2003), gli industriali di Belluno hanno formulato l’ipotesi di riutilizzare le acque del Vajont, suscitando le critiche e l’opposizione di molti, tra i quali il regista e sceneggiatore Renzo Martinelli (film Vajont) che crede che solo ipotizzare l’idea di riaprire il Vajont sia irrispettoso. Secondo lui il luogo deve restare sempre così per insegnare dove può arrivare la follia dell’uomo. Dello stesso parere sono Marco Paolini e Gabriele Vacis, autori del volume “Il racconto del Vajont”. Il Vajont è diventato un luogo simbolo di una grave trascuratezza della natura. È evidente che il dolore ha improntato questi luoghi, sacralizzandoli e trasformandoli in un paesaggio culturale che si conforma a un tempio.

La valle di Bamiyan

La Valle di Bamiyan si trova a 2500m d’altezza a nord-ovest di Kabul (Afghanistan). Nel suo tratto più ampio è sovrastata da una vasta parete di arenaria, perforata da un importante monastero rupestre buddhista. Le caverne ospitano due tra le più grandi sculture buddhiste del mondo, “i Colossi di Bamiyan” come li ha definiti Ritter, che vennero distrutti tra il 3 e il 12 marzo 2001 dalla furia iconoclasta dei talebani. A nulla sono valsi gli appelli rivolti al leader talebano Mohammed Omar, impegnato a liberare il Paese da ogni pietra che avesse forma umana o animale vietata dall’Islam. Fu devastato anche il Museo nazionale afgano di Kabul. Le due statue giganti dei Buddha, distanti circa 400m l’una dall’altra, erano rispettivamente alte 55 e 38m. Furono scolpite per volere dell’imperatore Kanishka a iniziare dal II sec d.C. e ultimate fra il IV-V sec. Innumerevoli sono le proposte di ricostruzione e il governo di Kabul assieme all’Unesco si è dimostrato fin da subito favorevole al rifacimento. In Afghanistan ci si interroga ora se sia giustificabile, in un paese insidiato dalla povertà e dalla rivolta talebana, l’eccezionale sforzo economico (50 milioni di dollari) richiesto dalla restaurazione. Lo si considera un affronto alla miseria. Inoltre vi è un paradosso: se i Buddha fossero ricostruiti, Bamiyan perderebbe il titolo di Patrimonio dell’Umanità conferitogli nel 2003, poiché violerebbe la regola che favorisce la conservazione e non la ricostruzione. Per questo il governo ha approvato lo show di suoni e laser del giapponese Yamagata. Nel panorama afghano il luogo rappresenta un paesaggio dell’arte e della memoria, un paesaggio culturale, per alcuni paradossalmente tale dopo l’abbattimento delle due statue. Emmerlig, un archeologo tedesco, ha affermato che la ricostruzione del Buddha più piccolo è ora possibile: egli guida un’equipe di esperti dell’Università tecnica di Monaco di Baviera, impegnati nel recupero dei frammenti delle gigantesche statue fatte saltare nel 2001. Esperti europei e giapponesi lavorano al recupero dei frammenti per conto del Consiglio internazionale dei monumenti e dei siti (Icomos). Tuttavia anche per il restauro del Buddha più piccolo "bisogna superare ostacoli pratici e politici". La conservazione dei frammenti, ad esempio, richiederebbe la costruzione di una struttura nella valle di Bamiyan oppure il trasporto in Germania di circa 1.400 frammenti di roccia da circa 2 tonnellate l'uno. Secondo gli archeologi, il Buddha più piccolo risaliva agli anni 544-595 dopo Cristo, mentre quello più grande era stato realizzato tra il 591 e il 644, ed entrambi anticamente avevano colori molto vivaci.

I resti del muro di Berlino

Il potere evocativo agisce dunque sulla psiche coinvolgendo l’emotività e trasformando la rovina in un paesaggio culturale. È quanto accade per le parti del muro di Berlino.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

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