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Favorire l’istruzione è quindi fondamentale per favorire lo sviluppo e alimentare una certa autonomia di controllo della

propria economia, e lo è ancor di più investire nella ricerca scientifica: basta pensare alle potenzialità dell’economia

sudcoreana (nonostante la crisi attuale) se si tiene conto che questa impiega oltre il 2% del proprio PIL nel campo della

R&S (una quota che supera altamente quella italiana).

Fratture culturali:

Il contratto tra universi culturali non ha sempre la stessa valenza. Nella maggior parte dei casi e soprattutto in passato

succedeva che la superiorità tecnica o militare portava a dominanza e condanna, anche ora in vari paesi ci sono tensioni

legate alla coesistenza di diverse componenti etniche, religiose o linguistiche che si sono create al tempo della

spartizione europea delle colonie, quando si erano ignorate queste componenti nelle aree di insediamenti. Esempi:

• Nigeria: 100 tribù con 200 lingue diverse, 3 gruppi principali in continuo scontro per motivi religioso

• India vs Pakistan: uno scontro religioso (mussulmani vs induisti)

• Canada: quasi secessione del Quebec, una parte anglofona

• Belgio: trasformazione del 1993 dal Belgio Unitario ad un organismo federale diviso tra Fiandre, Vallonia e

regione di Bruxelles

Ci sono casi in cui però la fusione fra diverse culturale ha portato delle spinte positive e ha dato dinamismo come per

esempio nel Sud Est Asiatico, che è riuscito ad attingere manodopera da diversi stati. In altri invece c’è una paura

dell’eccessiva immigrazione che porta a problemi culturali (es. limitazione della laicità della Francia a causa dell’uso

del velo a scuola da parte di alcune allieve) o economiche ( limitazione del processo di sviluppo, nei paesi del Golfo ai

lavoratori stranieri viene tenuta una distanza culturale che nn agevoli l’integrazione degli stessi per non condizionare il

funzionamento dell’economia locale).

La società dopo l’11 Settembre:

Si è sostenuto che la globalizzazione dei mercati avrebbe portato a ripolarizzare il mondo sulla base di 3 grandi insiemi

geoeconomici incentrati

- uno sugli USA,

- uno sull’UE

- uno, si diceva, sul Giappone (ma ora sempre più sulla Cina [e l’India?]).

Rispetto a questi 3 gli altri sub sistemi Regionali sarebbero federati in via + o - subordinata o emarginati (vd Africa).

Dall’11 Settembre ci si è resi conto che il mondo non è più tripartito ma che è nata la cosiddetta geocultura, ovvero

sette/otto grandi insiemi in competizione nel mondo.

Da quell’attentato sono nate due fratture.

• Una di natura teologica che vede gli USA che intendono eliminare i radicalismi islamici per esportare il

modello democratico (sconfiggere i talebani, e attaccare qaedisti in Somalia).

• L’altra frattura consiste nel fatto che sono fallite alcune politiche di multiculturalismo illuminate e si sono

inasprititi alcuni scontri preesistenti.

A vari decenni di politiche d’integrazione e accoglienza degli immigrati, subentrano diffidenza e paure per il potenziale

eversivo espresso dalle “altre genti”.

L’intervento degli USA viene visto come tentativo di diventare una potenza egemonica e un tentativo di prevaricare

identità culturali.

Lo sviluppo durevole non è concepibile se non trova sostegno in risorse immateriali ben radicate nella cultura dei

luoghi, ovvero valori culturali capaci di incoraggiare gli sforzi necessari per attivare o mantenere vivi i ritmi di

sviluppo, così come per fronteggiare le crisi e per resistere alla concorrenza.

Nulla come la cultura è destinato a circolare e diffondersi nel mondo attuale: la grande circolazione degli uomini e delle

loro idee prospetta la nascita di spazi sempre più ricchi di caratteri culturali diversi. Non ci si riferisce solo alla grande

presenza di immigrati dalle varie regioni della Terra nelle metropoli dei paesi più ricchi, ma anche della musica, delle

arti, delle abitudini gastronomiche, delle correnti religiose, ecc.. Il passato e le sue economie si sono spesso alimentati di

grandi prestiti culturali tra aree differenti, e anche oggi le prospettive sono quelle di una vasta società multiculturale in

cui gli spazi e le logiche dello sviluppo e sottosviluppo si intersecano strettamente.

CAPITOLO 4 – La scala locale dello sviluppo

L’invenzione della dimensione locale

Dagli anni 70 la dimensione del locale dello sviluppo ha avuto un andamento crescente, sia per quanto il Sud,e i suoi

problemi, sia per quanto riguarda le aree avanzate,in riferimento a quelle regioni in ritardo in situazione di marginalità

e/o declino. Infatti sino a quegli anni, a partire dal dopo guerra, la dimensione del locale risultava ininfluente nelle

scelte riguardanti lo sviluppo.

I Fondi Strutturali, cioè le risorse che l’UE destina alla promozione dello sviluppo e della coesione dei diversi Paesi, in

relazione alle diverse situazioni economico-territoriali che li caratterizzano, hanno ampiamente contribuito

all’affermazione della dimensione locale.

La centralità del locale si è sviluppata anche in Italia con le PMI (Piccole e Media Imprese) che hanno dimostrato come

l’economia periferica (periferica in senso geografico, perché trattasi di zone lontane dal centro sviluppo, ma anche in

senso concettuale, perché sono imprese diverse da quelle grandi che governano l’economia) sia una valida alternativa al

fordismo e al ruolo centrale del capitalismo.

Questo caso dimostra che:

• un processo di sviluppo locale deve essere accompagnato dal dinamismo della realtà locale, la quale s’intuisce

da alcuni fattori non economici (fiducia, cultura tradizionale)

• i processi globali hanno bisogno di “ancorarsi al territorio”.

Queste motivazioni sono rafforzate dal re-scaling, ovvero il cambio delle scale territoriali, dove lo stato vede il suo

ruolo diventare più debole, me allo stesso momento vede crescere realtà come quelle delle amministrazioni locali, degli

organismi sovranazionali, decentramenti politici, comune e province. Non esiste più quella relazione gerarchica fra i

diversi livelli istituzionali, in quanto con la governance, la ripartizione dei poteri è basata sui principi di sussidiarietà e

complementarietà: principi chiavi delle politiche europee

LESSICO DELLO SVILUPPO LOCALE:

• Sussidiarietà: principio guida nella distribuzione delle funzioni fra diversi livelli, secondo il quale ogni funzione

deve essere attribuita al livello più basso all’interno del sistema gerarchico considerato: “Regioni-Stati Nazionali-

Comunità Sovranazionali”.

Sussidiarietà Verticale: autonoma capacità decisionale e gestionale dell’ente di livello inferiore;

- Sussidiarietà Orizzontale: riorganizzazione dei rapporti tra poteri pubblici e società civile.

-

• Governance è un cambiamento di politiche, obiettivi e interventi sia nella forma che nelle modalità di

coordinamento delle dinamiche economiche, sociali e territoriali che si basa sul coinvolgimento e partecipazione

volontaria di una molteplicità di attori .

L’esempio di good governance è stato assunto dalla Banca Mondiale per diffondere alcuni principi imprenditoriali

e neo liberiste nel terzo mondo.

Un altro esempio di good governance lo troviamo nel “Libro Bianco” promulgato dalla UE nel 2001, con il quale la

Ue s’impegna a rafforzare i principi basilari di proporzionalità e sussidiarietà posti alla base dell’integrazione

europea.

• Patrimonio territoriale: il territorio nel suo insieme, che tiene legata la società attuale alle sue radici, come un

deposito di memoria e identità; è composto da beni culturali che normalmente assumono un valore patrimoniale,

ma anche da elementi di valore storico, culturale, sociale, ambientale, identitario e simbolico, in relazione ai

contesti sociali in cui sono inseriti.

• Capitale territoriale: ricchezze che si sono prodotte nel passato, ma che possono essere impiegate nella

produzione di beni nel presente, ossia l’insieme delle risorse immobiliari locali che producono valori d’uso e di

mercato nei rapporti intersoggettivi attuali.

Scheda: Lo sviluppo locale nelle organizzazioni internazionali

Molti dei programmi e progetti sostenuti dalle principali org.ni internazionali (come l’OCSE, la Banca Mondiale, l’ILO,

l’UNDP o la FAO) per promuovere lo sviluppo si richiamano alle centralità della dimensione locale, sottolineando gli

aspetti economico-imprenditoriali (sostegno al lavoro e alle imprese), gli aspetti sociali (riduzione povertà, equità di

genere, sviluppo umano) o politici (ruolo della decentralizzazione politica, fiscale e amministrativa, importanza delle

pratiche partecipative e della governance).

• OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro: svolge un’importante azione nella diffusione dello

sviluppo locale, principalmente per quanto riguarda il miglioramento delle condizioni di lavoro e delle opportunità

occupazionali. L’OIL ha messo in atto una serie di programmi per intervenire in alcune aree del mondo uscite da

situazioni di conflitto, e ha così promosso la costituzione di LEDA, cioè di agenzie di sviluppo, costituite da attori

pubblici e privati, rivolte alla fornitura di servizi per le PMI e il lavoro (credito, formazione, consulenza, ecc..).

• OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico): ha impostato programmi

per la promozione dello sviluppo locale, ed in particolare il programma LEED, in cui lo sviluppo locale assume

un’esplicita dimensione economica rivolta alla promozione delle PMI, all’apertura internazionale dei mercati, alla

competitività territoriale, l’attenzione verso il Terzo settore e la responsabilità sociale delle imprese.

• UNDP (United Nations development Programme): nei suoi programmi lo sviluppo locale è

soprattutto orientato verso la dimensione sociale e politica; in particolare il programma LIFE riguarda il

miglioramento dell’ambiente urbano e la riduzione dell’esclusione sociale attraverso l’adozione di pratiche

partecipative. Negli ultimi anni inoltre l’UNDP ha definito e attuato un approccio allo sviluppo (il DGD), in cui si

combinano i processi di decentralizzazione, la promozione di azioni di governance, lo sviluppo urbano e rurale.

• Banca Mondiale: suddivide la propria azione sullo sviluppo locale in due filoni: il primo è quello del LED, i

cui obiettivi possono essere riassunti in 3 fasi (l’attrazione di investimenti, le azioni rivolte all’imprenditoria locale

e la promozione della competitività); il secondo è quello del LD, rivolto prevalentemente alla riduzione della

povertà attraverso l’adozione di approcci partecipativi e decentralizzati (CDD). Dalla fine degli anni ’90, questi due

filoni sono riuniti nell’approccio integrato, formula con cui la Banca Mondiale intende collegare le diverse

dimensioni dello sviluppo locale e le diverse logiche di intervento attraverso cui promuoverlo (governance,

empowerment, fornitura di infrastrutture collettive e di servizi pubblici).

Il Livello locale come attore dei processi di sviluppo

Per una politica di sviluppo, esistono fattori di diverso livello di mobilità:

• Mobilità transnazionale: (tecnologia, lavoro molto qualifica)

• Circuiti nazionali e regionali (servizi pubblici e privati)

• Fattori immobili (legati alla specificità del territorio introvabili fuori da esso)

Nella società globale i più importanti sono questi ultimi, in quanto consentono alla dimensione locale di porsi come

operatore attivo dei processi dello sviluppo solo se e quando gli attori locali definiscono azioni collettive rivolte alla

valorizzazione delle specificità territoriale dei diversi luoghi. Per quanto concerne il discorso sullo sviluppo locale,

questi aspetti sono riassunti come patrimonio territoriale, sottolineando i valori su cui puntare , riconoscendo infine le

risorse di cui il territorio è dotato: (insieme localizzato di beni comuni che producono vantaggi collettivi non visibili e

condivisi da tutti, essi sono immobili cioè stabilmente incorporati in certi luoghi, specifici cioè difficilmente reperibili

altrove con le stesse caratteristiche, patrimoniali cioè non producibili nel breve periodo perché si accumulano e si

sedimentano solo nel lungo ). Le politiche di sviluppo locale

Ci sono stati due cambiamenti nella ridefinizione delle scale gerarchiche con le quali si concepisce lo sviluppo

• il riconoscimento del ruolo dei valori e delle risorse territoriali

• cambiamento del ruolo degli attori locali e la loro capacità di azione e autorganizzazione.

Si è passato da un approccio top down, mirato a erogare incentivi e sussidi diretti con procedure centralizzate

ad un approccio con politica bottom up mirata a supportare le condizioni in grado di sostenere e promuovere lo

sviluppo delle imprese ( di fornire le risorse immobili locali che procurano vantaggi competitivi alle imprese). Queste

politiche bottom up superano l’approccio settoriale adottando un approccio territoriale, lo sviluppo pertanto non è più

considerato come dinamismo economico di un aggregato di imprese ma come contenuto multidimensionale raggiunto

solo attraverso valorizzazione e incremento delle capacità radicate nel territorio.

Nello sviluppo locale, quindi la situazioni dei ruoli è la tale:

• Livello Nazionale: lo Stato ha ruolo sostanziale in queste politiche perché deve dare un quadro di riferimento

nazionale coerente;

• Livello Internazionale: ha il compito di trasferire con rete globale processi radicati nella specificità.

L’ingresso degli organismi internazionali nei processi di sviluppo locale diventano riferimento chiaro ed esplicito

per il territorio in cui agiscono. Si può dire che hanno un ruolo di riduttore della diversità, in maniera che lo

sviluppo locale sia compatibile con le ideologie neo liberali. Gli organismi sopracitati sono l’OIL (org internaz del

lavoro), OCSE (org x la coop e lo svil econ), UNDP (dimensione sociale e politica) e la Banca Mondiale.

Un problema generale consiste nella riproducibilità dello sviluppo locale che per definizione è specifico e

differenziato, le organizz internaz hanno il compito impossibile di trasferire processi radicati nei diversi contesti e

possono farlo solo attraverso la semplificazione degli aspetti procedurali, riprodurre riti e parole d’ordine qdi i

dettami teorici x la ricostruzione di partenariati e messa in atto di meccanismi di partecipazione x valorizzare le

specificità endogene. Problemi dello sviluppo locale:

il locale si configura come uno specifico sguardo alle problematiche dello sviluppo, in contrapposizione alle logiche

esogene e globali che considerano lo sviluppo locale come una semplice anomalia o come un processo da omologare

alle dinamiche agenti a scala più ampia.

Il riconoscimento del ruolo attivo che la dimensione locale può giocare all’interno dei processi dello sviluppo non deve

nascondere la presenza di rischi e problemi irrisolti:

- Visione localistica che indica lo sviluppo locale come concezione chiusa del luogo, causa la convinzione che il

locale è il luogo della tradizione e solidarietà oppure porta a una visione del tutto regressiva.

Primo problema Istituzioni

• Necessario capire la divisione delle competenze e dei poteri fra Stati ed enti locali, in un processo di completa

ridefinizione delle loro relazioni

• Coerente ripartizione delle risorse

• Adeguata semplificazione dell’azione amministrativa

Secondo problema Local Trap (→ il locale è sempre preferibile alle altre)

Il locale non è sempre la dimensione ottimale per promuovere lo sviluppo, anzi spesso è fuorviante perché oscura altre

possibilità.

il locale, per la complessità del territorio è una macchina complessa che produce diversità e innovazione culturale, è in

grado di agire come interfaccia con le reti dei flussi sovra locali, è il depositario e il mezzo di trasmissione dei saperi

contestuali relativi alle modalità insediative e produttive appropriate ai diversi ambiente: esso tende ad accrescere

l’autocontenimento dei flussi di materia di energia, riducendo l’impronta ecologica e rispondendo alla crescente

domanda di usi e consumi localmente diversificati.

CAPITOLO 5 – Geografia Politica e sviluppo

Il lento declino del “secolo lungo”

Il 900(secolo breve)è finito. Il secolo lungo(100 anni)ha registrato potenti cambiamenti e innescato processi che,in molti

casi,sono ancora in corso. Poi un lungo periodo di pace o,se si vuole,la più Grande Guerra:la Guerra Fredda tra

USA,Unione Sovietica e i paesi appartenenti alle reciproche sfere d’influenza .

Una guerra che ha prodotto un equilibrio fondato sul terrore di un conflitto atomico e non priva di effetti sul piano dei

rapporti,non solo politici,anche al di fuori dei due blocchi contrapposti.

L’elemento introdotto dalla guerra fredda e dal bipolarismo è sintetizzato dall’ossimoro “sovranità limitata”che

caratterizzava la condizione politica degli stati appartenenti all’uno quanto all’altro blocco di potere. Il numero delle

guerre hanno lasciato dei processi ancora in corso:

I paesi decolonizzati:stati liberi perché fondati su libere competizioni tra i diversi parlamentari o,che sotto la guida di

un solo partito si definivano repubbliche democratiche,in realtà libertà e indipendenza erano affidate,in maniera diretta

o indiretta,a regimi militari.

Terzo Mondo:paesi poveri rispetto al mondo sviluppato capitalistico e comunista. Il concetto di terzo mondo veniva

riferito a territori dalle dimensioni sub-continentali:Africa,Sud-Est,bel presto finì con l’individuare il Sud povero del

pianeta rispetto al Nord ricco.

Si andavano però a creare dei divari anche all’interno dello stesso Sud del mondo;vi erano infatti,tra i paesi del terzo

mondo i produttori di petrolio e i promotori di processi industriali,in avanti rispetto agli altri e tutto questo impediva che

il mondo venisse semplicemente diviso in due zone(il Sud povero e il Nord ricco).

Dal bipolarismo al riemergere dei conflitti regionali

La sconfitta-scomparsa degli URSS non ha portato automaticamente all’unipolarismo americano e a un nuovo ordine

basato sull’egemonia incontrastata di questo paese (America) capaci di garantire sicurezza e pace. Sparita la maniaccia

Sovietica,popoli e paesi (ex Jugoslavia ed ex URSS) hanno rispolverato antiche rancori e volontà di affermazione alla

scala regionale. Con la fine del duopolio,gli USA restano l’unica potenza con interessi globali in grado di intervenire

per difenderli,ma venuto meno il nemico,si sono moltiplicate le aree dove l’interevento è ritenuto necessario.

Allo stato attuale,la leadership mondiale americana deve fare i conti con la possibilità di candidarsi come garante

dell’intero pianeta,ruolo troppo oneroso anche per il più importante Stato della terra.

L’intervento degli USA si focalizza sempre di più su operazioni volte a garantire la sicurezza interna. Gli USA non

possono più fare affidamento,come nel passato,soltanto su un atteggiamento reattivo;non possono permettere ai nemici

di attaccare per primi,perciò il dipartimento della difesa statunitense india,di conseguenza,alcuni significativi mutamenti

di strategia da attuare tra i quali il passaggio dal condurre la guerra contro nazioni a condurre la guerra in paesi con cui

non siamo in guerra (porti sicuri); da una deterrenza standardizzata a una deterrenza su misura per le potenze canaglia

(più pronti ad assumersi rischi,mettendo in gioco le vite dei cittadini); dal rispondere dopo che una crisi comincia

(approccio reattivo) ad azioni preventive tali da evitare che i problemi diventino crisi (approccio proattivo).

NB deterrenza: “provvedimento da parte dello stato nei confronti di un individuo per evitare che compia altri reati;

insieme di comportamenti ed azioni tesi ad influenzare i comportamenti e le azioni di un soggetto in modo da

minimizzare la possibilità che esso aggredisca un altro soggetto o metta in essere comportamenti od azioni ritenuti lesivi

della convivenza civile, sia tra persone che tra Stati.

L’indebolimento del ruolo degli stati-nazione

La fine del bipolarismo non ha portato a una semplificazione dei rapporti internazionali,diretti da un unico soggetto e

sorretti da processi di globalizzazione dell’economia;anzi per molti versi,le cose si sono complicate sia perché si sono

moltiplicati i soggetto (stati) desiderosi di contare sulla scena mondiale,sia perchè lo stesso ruolo degli Stati-nazione

risulta più debole. Questo indebolimento si coglie sia in quelle aree nelle quali l’istituzione delle stato è un fatto

recente(stati nuovi;post-coloniali),sia nei paesi sviluppati dove le istituzioni statutali sono il risultato di una tradizione

storica consolidata(stati UE che hanno fatto rinunce della sovranità in campo economico e monetario).

In definitiva il 900 è stato soprattutto un secolo denso di avvenimento e processi in parte conclusi,ma

contemporaneamente i complessi cambiamenti avvenuti non hanno risolto antiche problemi(divari sociali ed economici

tra Nord e Sud)e ne hanno creati altri(nuove povertà).

Nostalgia dell’Europa

La storia dell’Europa si compone così:

• Fino al 1945:le potenze primarie combattevano in terreno di casa o neutro per conquistare territori

• Dopo la seconda guerra mondiale: parabola discendente delle potenze

• Futuro: la creazione dell’UE per competere con gli USA e gli stati emergenti (Cina,India,Brasile)

La formazione dell’Unione Europea ha portato una forte rottura con il passato,perché essa è sempre di meno un

associazione temporanea di scopo,e sempre di più un forte elemento politico,come dimostra il trattato di Schengen che

prevede oltre che la libera circolazione nei territori dell’Europa,anche delle uniformi leggi anti-terrorismo per tutti gli

stati Membri. L’essenza culturale e politica della globalizzazione

Un significativo elemento che si coglie nelle nuove dinamiche è il rapporto,ancora indefinito,che tende a stabilirsi tra

l’economia globale e la politica. In passato le relazioni tra stati erano finalizzate soprattutto al raggiungimento di

alleanze militari e intese commerciali;oggi si riscontra la necessità di pervenire a confronti alla scala globale pressoché

continui,nel tentativo di governare processi di portata mondiale,dai quali nessuno può chiamarsi fuori.

Queste considerazioni inducono a riflettere su un aspetto talvolta trascurato della globalizzazione:la sua assenza

culturale e politica. Aspetti,tra cui le differenze culturali,religiose,etniche,contribuiscono non poco a rendere lo scenario

ancora più complesso e ad allontanare l’ipotesi del raggiungimento di in ordine globale.

Appare necessario perciò fare un corpus di regole fondato non solo su valori economici,ma anche sulla politica che ha il

compito di elaborare nuovi strumenti,per garantire il “diritto allo sviluppo”.

Tecnologia e luoghi

La consapevolezza delle straordinarie possibilità offerte dalla tecnologia possono indurre a immaginare un mondo in cui

la tecnica abbia il sopravvento sulla politica. Il rischio è dunque,quello di credere che la tecnologia possa sostituirsi alla

politica come strumento per l’individuazione della soluzione migliore per tutti.

Limiti:

1) alla crescita complessiva dei sistemi tecnologici si accompagna spesso una maggiore vulnerabilità

2) più gli strumenti sono avanzati,meno risultano accessibili e ciò comporta una crescita del divario tra le aree

sviluppate e quelle eluse dai vantaggi connessi al processo delle tecnologie.

La questione non è,quella di porre limiti al progresso scientifico,ma di garantire governabilità e accesso alle conquiste

realizzate dall’uomo.

Per quanto le nuove forme assunte dall’economia si basino su flussi di informazione,va osservato che tali informazioni

consono altro che materie prime:devono essere lavorate,trattate e trasmesse per poter diventare beni e risorse.

La rappresentazione più efficace degli attuali sistemi globalizzati è la rete composta da nodi dotati di particolari

caratteristiche, e tratti di collegamento, materiali e immateriali, lungo i quali si scambiano informazioni, ordini, capitali,

conoscenze. Potrebbe essere considerata come mezzo per “catturare”,il progresso,la ricchezza presente nell’ambiente

circostante ma è anche un messo per incrementare la ricchezza e il progresso ed è in questo senso che essa restituisce

all’ambiente in cui si trova più di quanto preleva da esso. La rete permette quindi,da un lato la comunicazione fra i

nodi,dall’altro “l’irrigabilità”della superficie che copre;non sono omogenee,ovvero non si presentano ugualmente fitte

dappertutto.

Problema della tecnologia è il digital divide,ovvero la differenza fra stati tecnologicamente avanzati e stati che hanno

appena iniziato la rivoluzione tecnologica.

Verso uno spazio politico globale?

Paradossalmente all’unificazione mondiale e al consolidamento dei mercati ,si assiste all’indebolimento del ruolo degli

stati nel governo delle economia e alla frammentazione realizzata (Cecoslovacchia,ex Jugoslavia)o

paventata(Padania),delle stesse compagini statali,si coglie un ulteriore elemento apportatore di caos insito nei processi

economici che nei paesi sottosviluppati alimenta i flussi migratori e in quelli sviluppati contribuisce alla diffusione di un

profondo senso di precarietà e malessere.

Tali problemi esigono che si adotti una prospettiva politica globale e che si creino nuove istituzioni politiche globali.

Cominciano a venir fuori posizioni che non sono anti-globalizzazione ma che,viceversa,auspicano una globalizzazione

vera(senza esclusi),un processo che,al contrario di quanto sta accadendo ,non genera omologazione,subordinazione di

massa,ma reali opportunità per tutti. In un mondo fato di differenze geografiche,culturali e religiose,ciò che può tenere

insieme l’umanità è un’idea di globo inteso come il luogo dove si realizza l’unione tra diversi. Occorrerà immaginare

perciò una strategia globale per lo sviluppo,che potrà far leva sull’enorme patrimonio di conoscenze scientifiche e

tecnologiche che il genere umano nel suo complesso ha accumulato.

Uno sguardo all’Italia

Il nostro paese potrebbe essere rappresentato come un “mosaico di differenze” di carattere economico,culturale e forse

anche politico.

L’indebolimento dello stato-nazione è costituito dall’articolato rapporto con l’UE ;i meccanismi di allocazione delle

risorse comunitari rivelano mutati equilibri fra stato,regioni e unione,in un quadro complesso nel quale il rapporto fra

regione e unione è sempre meno mediato dallo stato.

L’interazione tra Italia e UE non si esaurisce nel confronto sulla migliore distribuzione possibile delle risorse

comunitarie ma soprattutto in campo economico-finanziario per il raggiungimento di obiettivi di equilibrio macro-

economico. Il consolidamento del rapporto con l’UE comporta innegabili vantaggi ma anche la rinuncia a più ampi

margini di autonomia decisionale in ambiti economici e sociali un tempo governati solo a livello nazionale.

In Italia la dialettica tra interesse nazionale,locale e globale diventa sempre più complessa,però con questa entrata l’Itali

può conservare un sistema economico tale da assicurare risorse alla collettività.

Il caso italiano sembra confermare che,in termini economici i processi di globalizzazione non possono essere separati

dalla valorizzazione della dimensione territoriale;anche sul piano politico e sociale appare sempre più necessario

sviluppare una coscienza democratica globale radicata in autentiche comunità locali.

L’Italia ha colto l’importanza di concentrare la propria attenzione su porzioni di territorio molto circoscritte;si tratta di

una particolare forma disporre attuato attraverso il controllo territoriale della organizzazioni

criminali(mafia,camorra…)per tali soggetti la dimensione di quartiere rappresenta sia una possibilità di protezione in

caso di fuga o latitanza sia un luogo di identificazione e legittimazione culturale del comportamento mafioso.

CAPITOLO 6 - Il post-sviluppo nel Sud globale:sfida possibile o nuova

illusione?

Le prospettive critiche del post-sviluppo

Due filoni 1

) elabora un’interpretazione critica dei presupposti socio-economici delle teorie e delle pratiche

dominanti dello sviluppo:la filosofia sociale di riferimento e la dottrina economica che la ispira; 2) offre un lavoro di

decostruzione,vale a dire di smontaggio dei meccanismi socio-culturali e ideologici che hanno permesso a queste stesse

teorie e pratiche politiche di conseguire,per alcuni decenni,una posizione egemonica nelle reazione tra Nord e Sud del

.

mondo Le alternative dell’economia solidale:la scuola anti-utilitaristica

Le critiche alle teorie economiche convenzionali,avevano posto particolare accento sul loro carattere “de-

socializzato”,cioè sulla scarsa considerazione rivolta ai fattori sociali e antropologici che presiedono ai processi di

sviluppo. La riscoperta delle opere di Mauss e Polanyi giunge in soccorso dell’esigenza di colmare tale lacuna teorico-

interpretatitva.

E’ proprio all’opera di Mauss che si richiama la scuola anti-utilitarista che ha scelto di dare vita a un movimento

intellettuale entro la cui fila spiccano esponenti di punta della scuola del post-sviluppo. Come Polanyi anche Mauss si

dedicò a elaborare una teoria dello scambio che fosse in grado di mettere in crisi il primato dell’homo economicus; egli

è noto per la sua teoria del dono come “fatto sociale totale”,secondo cui nell’atto del donare è possibile rinvenire alcuni

gesti fondativi del legame sociale:il dare,il ricevere o il rifiutare un dono sono alla base della definizione di un rapporto

di reciprocità,che è al contempo volontario e obbligatorio per la valenza magica del dono stesso.

Il razionalismo utilitarista trova sintesi nel principio secondo cui l’azione umana è in massima parte orientata al

soddisfacimento dell’interesse individuale.

Muovendo dalla prospettiva concettuale appena delineata,i nuovi anti-utilitaristi hanno spiegato come all’origine

dell’azione sociale non risiedano soltanto motivi di calcolo e interesse,ma anche di

obbligo,spontaneità,amicizia,solidarietà:ovvero qualità relazionali,che trovano esemplificazione nella potenza simbolica

insita nell’atto del donare.

La ripresa del pensiero di Mauss permette a questi autori di pensare a un paradigma sociale che porsi in alternativa sia

all’individualismo metodologico delle dottrine liberali sia all’olismo,così terzo paradigma degli anti-utilitaristi che

arriva a proporre la fondazione di un’antropologia relazionale e solidale nell’intento di affermare il primato

dell’alleanza e dell’associazione solidale tre gli individui come pratiche sociali per loro natura disinteressate al

perseguimento di obiettivi convenzionali di massimizzazione degli utili.

Mentre nel “Primo Mondo”( il mondo occidentale) il discorso anti-utilitarista ha trovato ampio riscontro nella sfera

dell’economia no profit e del volontariato laico,l’applicazione di tale prospettiva interpretativa alla realtà di ciò che un

tempo si chiamava terzo mondo,ha indotto questi autori a guardare con attenzione alle iniziative di auto organizzazione

sociale e di esplicita o implicita resistenza alla “occidentalizzazione sociale”.

Queste iniziative possono assumere la forma di reti diffuse di economia formale o di strategie di sopravvivenza,dedite

non solo ad attività di produzione e vendita ma anche a pratiche che afferiscono prevalentemente alla sfera extra

economica della vita associata:l’autocostruzione di abitazioni,l’organizzazione di feste popolari, ecc..

La critica dello sviluppo come razionalità di governo:il post-modernismo

radicale

Altro principale filone interpretativo che anima la letteratura sul post-sviluppo:quello di formazione anglosassone

impegnato nella decostruzione dello sviluppo come ordine del discorso e fonte di una nuova “razionalità

governamentale”.

L’obiettivo fondamentale consiste nel decostruire criticamente il tema dello sviluppo,guardando a esso come a un terreo

discorsivo che ha alimentato la formazione di pratiche e azioni egemoniche di politica economica e sociale e di

rappresentazione culturale. Secondo questi autori ,lo sviluppo ha funzionato da potente “concetto organizzatore”

nell’ideazione e nella realizzazione pratica di programmi e strategie di governo che hanno interessato diverse sfere della

vita associata nei paesi “in via di sviluppo”:l’economia,la condizione di esclusione sociale,l’assetto territoriale.

L’elemento distintivo di questo sistema di governo,risiede nel fatto di aver relativizzato la centralità dello Stato-

nazione,demandando poteri,funzioni e responsabilità ad altri soggetti di natura pubblica,parzialmente pubblica o

privata.

La questione radicale e post-modernista del post-sviluppo che forse ha fatto più discutere è quella che riguarda l

cosiddetta “invenzione della povertà” nei paesi del Sud del mondo. Da un lato,questi autori,hanno ricostruito in modo

efficace il processo che fu all’origine della “scoperta” del fenomeno dell’indigenza materiale nei “paesi in via di

sviluppo” all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Da quel momento in poi la povertà assume il ruolo di

caposaldo indiscusso e ,per molti versi,vero e proprio pretesto del “discorso dello sviluppo” e delle connesse strategie

politico-economiche promosse dalla Banche Mondiale e da altri organismi internazionali;in particolare sottolineano la

funzione svolta dalla povertà come stimolo alla formazione di nuove tecnologie politiche di governo della società e alla

conseguente organizzazione di un ceto di funzionari,esperti

tecnici deputato alla formulazione e all’implementazione dei programmi di sviluppo.

I programmi da essi gestiti hanno finito con il realizzare,secondo critici neo-faucaultiani dello sviluppo,un’opera di

lento quanto inesorabile disciplinamento socio-culturale delle popolazioni destinatarie delle politiche di cooperazione.

Tale opera ha avuto un’importanza persino prioritaria rispetto all’obiettivo dichiarato di riduzione della povertà,che

appunto giustifica l’adozione delle politiche di sviluppo.

Ciò che interessa rilevare a questo punto è come il post-sviluppo abbia funzionato non solo da prospettiva di partenza

per la formulazione di istanze politiche e culturali che vogliono rompere con gli schemi e gli approcci del passato,ma in

modo paradossale speculare allo sviluppo stesso ha funzionato anche da strumentario concettuale per l’organizzazione

di pratiche e strategie concrete di governo e autogoverno delle società nei paesi del “Sud globale”.

Tra autorganizzazione locale e reti internazionali: esperienze e pratiche del post-

sviluppo

Negli ultimi anni si è diffusa la volontà di esplorare alternative concrete allo sviluppo dominante. I sostenitori del post-

sviluppo hanno evidenziato una spiccata sensibilità nei confronti delle esperienze di autorganizzazione della società

civile. Recentemente si è invece diffusa l’esigenza di andare oltre le prime formulazioni del discorso sul post-sviluppo,

e di influire con maggiore incisività sulle strategie e sulle esperienze concrete di sviluppo dal basso. Alcuni studiosi

ritengono che occorra ripensare, riformulare e rifondere lo sviluppo; altri, come le geografe Gibson e Graham,

sostengono che la sfida del post-sviluppo non consiste nel rinunciare allo sviluppo né nel ritenerlo una pratica

irrimediabilmente corrotta e fallimentare, ma che la sfida è quella di immaginare e praticare lo sviluppo in maniera

diversa. Le due geografe si sono dedicate alla discussione e alla produzione attiva della politica post-capitalista,

ovvero una politica che ragiona e opera in modo concreto intorno all’obiettivo immediato (e quindi non rinviabile al

futuro) di costruire un’effettiva alternativa alla realtà economica del capitalismo globale, promuovendo una vera e

propria “politica dell’economia possibile”. Alcuni hanno sostenuto che tale approccio presupponga che tutto sia

possibile in presenza della volontà di perseguire l’obiettivo prefissato, creando così una sorta di illusioni e false

speranze alle popolazioni dei paesi poveri. Tuttavia Gibson e Graham dimostrarono la propria tesi esponendo

l’esperienza di sviluppo economico comunitario di cui furono testimoni nelle Filippine. L’obiettivo di tale programma

di cooperazione era quello di permettere che i filippini espatriati cessassero di avere una fruizione prevalentemente

individuale, come solitamente accade nei paesi di emigrazione, e fossero invece utilizzate dalla comunità locale, con

l’aiuto di organizzazioni non governative e altri soggetti associativi, nell’intento di sostenere l’economia informale già

esistente.

Per quanto riguarda il sostegno delle “economie diverse”, altri autori hanno sottolineato la necessità di guardare non

tanto alle potenziali alternative non capitalistiche allo sviluppo (come propongono le due geografe), quanto alle strutture

ibride di organizzazione economica, capaci di combinare in forme creative e sempre mutevoli la relazione con

l’economia del mercato globale.

Le forme ibride di cooperazione tra attori “forti” e attori “deboli” si generano sia nell’attività economica

imprenditoriale sua nella governance dei processi di sviluppo comunitario. Nei paesi meno ricchi, infatti, sono sempre

più frequenti i contratti di collaborazione su specifici progetti umanitari e di sviluppo economico tra il governo locale e

nazionale, e le associazioni non governative straniere e organizzazioni internazionali “ufficiali”(Banca Mondiale, Fao,

UNESCO, ecc..). Le organizzazioni non governative di origine internazionale sono state costituite per drenare fondi per

l’implementazione dei programmi di sviluppo o di incoraggiare rapporti di cooperazione, scambio e solidarietà tra

soggetti “alla pari”. Conclusioni

Nello scenario della globalizzazione si fa sempre più instabile la distinzione tra Nord e Sud del mondo, tra mondo

avanzato e mondo “arretrato”. I processi di innovazione economica, territoriale e organizzativa possono verificarsi nei

paesi del Nord così come in quelli del Sud del mondo; è inutile ricercare le disuguaglianze e i “ritardi” solo nelle

periferie geografiche del pianeta, poiché sono ben presenti anche negli spazi centrali del capitalismo globale.

CAPITOLO 15 - Dalla città del terzo Mondo alla città del Sud globale

lo sviluppo come questione urbana

Eventi come quello dello Tsunami Asiatico,con le sue circa 200.000 vittime,e dell’uragano Katrina,che ha sconvolto il

New Orleans, rappresentano eventi catastrofici che influiscono fortemente su realtà sociali nell’era della

Globalizzazione. Questi fenomeni mettono in evidenza:

• inadeguatezze strutturali

• mancanza di una politica di prevenzione

• improvvisazione di piani di evacuazione della città

In tali situazioni è pressoché impossibile trovare il divario che c’è fra Nord e Sud del mondo.

Le Bidonville: Sono forme d’insediamento urbano precarie e insalubri,spesso edificate con materiali di recupero,che

nascono dall’occupazione abusiva di siti inadatti all’edificazione. Sono un fenomeno esteso oltre il sud del mondo,e

sono frutto,più che di inaspettate esplosioni demografiche,di “governance” urbanistiche sbagliate o inesistenti.

La crescita dell’urbanizzazione

La crescita demografica mostra i suoi effetti prevalentemente nelle grandi metropoli dei PVS. Ad un incremento della

popolazione dei paesi in via di sviluppo,corrisponde un ritmo meno sostenuto o addirittura arrestato per i paesi più

avanzati.

Il grado di urbanizzazione cambia invece a seconda dei continenti: è abbastanza uniforme in Usa,Europa e America

Latina,dove si attesta fra il 70% e l’80% .Nettamente inferiore è invece l’Asia,dove è ancora al 40%,dato che

l’urbanizzazione in quelle zona è un fenomeno recente e la maggior parte della popolazione vive nelle aree rurali.

Nel Sud la popolazione si concentra in poche sovradimensionate città,creando la cosiddetta primacy o supremazia delle

città-capitali nei sistemi urbani nazional, rappresenta oggi uno dei fattori che maggiormente differenziano le trame

urbane di paesi poveri da quelle dei paesi più ricchi (numero di abitanti di una città superiore al doppio della seconda

del paese). Al Nord invece troviamo una distribuzione territoriale della popolazione più equilibrata e un maggiore

decentramento della funzione strategica dell’economia,in quanto la crescita dei centri maggiori si accompagna

all’incremento dei ceti medi.

E’ cambiata anche la concezione di centralità per le metropoli,ora non più dovuta alla presenza di grandi agglomerati

urbani,ma dovuta a dotazioni funzionali più leggere e invisibili:controllo strategico degli scambi e dei flussi finanziari

internazionali,produzioni innovative.Per questo motivo ora le metropoli non devono più far fronte a grandi crescite


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Geografia dello Sviluppo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Geografia dello Sviluppo: Spazi Economie e Culture fra XX Secolo e III Millennio, Boggio, Dematteis, Memoli. Gli argomenti sono: scenari, approcci, concetti, il paradigma della globalizzazione, geografie della globalizzazione, gentrification.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in lingue moderne per la comunicazione e cooperazione internazionale
SSD:
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Ghisalberti Alessandra.

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