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Si accolgono sempre più tesi imperiate sul tramonto del mito dello sviluppo e sull’emergere di una strategia di

decrescita che trova significativi ascolti nelle economie avanzate ma parecchie diffidenze nei paesi in via di

sviluppo o sottosviluppati. Cultura nella rete:

Cercare di distinguersi nella dimensione culturale è divenuto sempre più complesso, perché è divenuto sempre +

difficile discernere gli elementi culturali che formano dei luoghi e altri che mischiati formano “non luoghi”: cioè

porzioni di spazio estratte dal loro territorio e dalla loro cultura per essere proiettate verso il globale( in

riferimento a grandi spazi di vendita, dove una folla anonima si muove tra disposizione dei parcheggi, banchi,

segnaletica largamente uniformata). Ovviamente è un discorso relativo, anche la globalizzazione ha alcuni limiti:

- per ogni posto è diversa la quantità di persone che possono accedere a certi consumi di modello occidentale

globale;

- ed è diverso l’aspetto qualitativo dei consumatori, perché cambia a seconda dei gusti locali;

- la produzione di massa conforma la gamma dei prodotti col potere d’acquisto;

- un altro limite della globalizzazione consiste nell’informazione, dove i centri di produzione di flussi

informativi corrispondono a regioni e poteri economici e politici consolidati e canali di circolazione selettivo

retto da regole che la periferia non è in grado di violare.

L’avanzata del mercato e dei flussi informativi di valenza planetaria s’incrociano con la messa a punto di

risposte locali dando vita a nuove sequenze di ambienti culturali.

LA CULTURA DELL’INFORMALE:

Le grandi città del Terzo Mondo sono gli spazi principali in cui nasce una nuova cultura inedita, chiamata

“dell’informale”.

Spesso ci si imbatte in attività marginali e illegali e diventa difficile effettuare quei calcoli che ossessionano gli

economisti occidentali (su occupazione, salari, consumi, ecc..). In moltissime circostanze non si conosce

nemmeno il numero degli abitanti. È in questi ambienti però che molti popoli dei paesi in via di sviluppo

acquisiscono i più consistenti contatti con i valori e le prospettive dello sviluppo che arrivano dalle altre regioni

della Terra. Queste metropoli fungono da porta dell’innovazione, sia perché concentrano le infrastrutture di

connessione con l’esterno e molti degli investimenti affluiti dai paesi ricchi, sia perché riuniscono gran parte delle

forze locali più aperte alle esigenze dello sviluppo, sia, infine, sia perché la loro stessa grandezza li obbliga a

trovare nuove soluzioni.

In questi spazi dove si mescolano i disagi e le speranze dello sviluppo, la quotidianità ha introdotto una diffusa

“cultura della surroga” senza la quale non sarebbe possibile sopravvivere ai vuoti delle dotazioni primarie e agli

intoppi del mercato. Così alla carenza dei trasporti pubblici e della benzina a L’Avana si rimedia “affittando” a

qualche pendolare un posto sulla propria motocicletta (e il pendolare potrà anche essere una donna, violando

rigorose tradizioni di distanza tra i sessi). Oppure a Santo Domingo, dove spesso vi è l’interruzione giornaliera

dei flussi di energia elettrica, le massaie si abituano a stirare a notte fonda quando il rischio di interruzione è

minore.

Avviene anche che dalle carenze nascano singole forme di attività, come x es. la vendita (o rivendita) di acqua in

molte città nordafricane o il ripescaggio di materiali riciclabili tra i rifiuti in cui sono specializzati tantissimi

bambini brasiliani. O persino che le persone si rifugiassero nei cimiteri, come è accaduto al Cairo con lo

stanziamento dei profughi della zona del Canale di Suez al tempo della guerra del 1973 contro Israele.

L’arte diffusa dell’arrangiarsi costituisce una risposta di pratiche che si muovono dal basso e sono alimentate da

reti di sostegno comunitarie, risposta mal tollerata dai poteri centrali perché non trova spazio nelle loro parole

d’ordine e disegni, ma presenta margini di elasticità, creatività e resistenza che nessuna strategia ufficiale sarebbe

in grado di assicurare date le condizioni in cui versano le masse diseredate di questi spazi.

Stimoli e freni culturali

Perché l’Italia si è sviluppata negli anni 70?

Innanzitutto perché ci sono dei:

- soggetti con forte dinamismo, (Mezzadria: contratto agrario d'associazione con il quale un proprietario di

terreni,concedente, e un coltivatore, mezzadro, si dividono, solitamente a metà, i prodotti e gli utili di

un'azienda agricola, podere. Nel contratto di mezzadria, il mezzadro rappresenta anche la sua famiglia), la

persistenza di solidi legami familiari, l’insieme di relazioni dei centri piccoli e medi, ecc..),

- decentramento di attività dell’area industriale del Nord-Ovest,

- dotazioni infrastrutturali di un certo rilievo

- contenuta conflittualità del lavoro

- decentramento di attività dell’area industriale

La capacità di rischi, i solidi legami familiari, la fitta rette di relazione hanno dimostrato che lo sviluppo deve

essere retto da matrici culturali .

Analizzando poi il decollo della “Terza Italia” sono emersi elementi che sottolineavano chiaramente le

caratteristiche culturali tipiche del suo ambiente.

Perché il Sud Est Asiatico si è sviluppato?

Il processo di decentramento produttivo avviato dai grandi paesi industriali (soprattutto il Giappone) si

riconosceva nella capacità attrattiva che derivava prevalentemente dai bassi costi di manodopera. Presto però si

capì che la vera chiave del successo consisteva in pratiche di vita moderate, con un livello dei consumi interni

relativamente contenuti, e in un “sistema di comando” efficiente sia all’interno che all’esterno delle fabbriche,

oltre che in una particolare sintonia di interessi nazionali e di iniziativa privata

CINA: vengono intravisti dei motivi ispirati dal confucianesimo, e con forte spinte individualistiche che sono:

• la capacità attrattiva derivante dai bassi costi (prima analisi)

• la vita morigerata dal sistema efficace e la sintonia fra l’interesse nazionale e quella private

INDIA: la centralità assunta dall’informatica che ha permesso di produrre masse notevoli di ingegneri con pretese

economiche contenute.

Se un paese è vincolato da quadri sociali, vincoli religiosi, è possibile arrivare allo sviluppo ma si rischia di

diventare una “cattedrale nel deserto”. Esempi di questi vincoli sono i valori religiosi che in certi stati vengono

dati alla terra,il valore che non viene dato agli scritti (Giordania), oppure elementi che danno vita a distorsioni

sociali, come il ruolo della donna che crea squilibrio della produzione, o i bambini e i vecchi non possono avere

un ruolo importante nella conduzione familiare

Gli ambiti dello sviluppo maggiormente influenzati dalle dinamiche culturali sono quelli degli atteggiamenti

demografici e dell’organizzazione della famiglia. Fondamentale è poi il ruolo riconosciuto alla donna nella

società: vi sono molti paesi, in particolare nel Vicino e Medio Oriente e nell’Africa sub sahariana, in cui si

calcolano tuttora medie superiori alle sei gravidanze per donna e in cui, dunque, è chiaro che si tratti di una mera

funzione riproduttiva che incrementa la spirale demografica e contribuisce a scompensare gli equilibri

generazionali e produttivi. La tradizionale distribuzione dei compiti all’interno delle famiglie integra poi

abbastanza bene la produttività marginale di vecchi e bambini finché la conduzione agricola è fondata su tecniche

elementari, su rese contenute e su pratiche di autoconsumo, ma diventa insostenibile quando si avviano colture

moderne o quando ci si trasferisce nelle città. Nascono così gravi distorsioni sociali, come il dilagante abbandono

degli anziani sui terreni meno produttivi (fenomeno dilagante nella Cina interna) o come la concentrazione della

manodopera minorile nelle attività con ridotti margini salariali (x es. la fabbricazione di palloni da calcio

denunciata nel Bangladesh o di quella delle Barbie in Thailandia). In questi casi non è tanto l’eccessivo peso delle

impennate demografiche sull’espansione del reddito e dei consumi pro capite, quanto il peso assunto dagli

atteggiamenti demografici nel loro complesso: la concezione dei figli (maschi) come risorsa è x es. in conflitto

con le esigenze di qualificazione della manodopera (e quindi con i costi di formazione di un adolescente) che

sono alla base di un processo non temporaneo di sviluppo.

LA SCOMMESSA DELL’ISTRUZIONE

L’istruzione ha un ruolo strategico nello sviluppo, soprattutto per la progressiva elevazione delle competenze

richieste dalla produzione, distribuzione e comunicazione. A volte gli sforzi dei governi per assicurare

un’adeguata formazione ai propri cittadini vengono ostacolati da caratteristiche ambientali o dell’insediamento:

nelle aree montuose o sub-desertiche o in quelle con diffuse pratiche nomadi o da piccoli nuclei sparsi è difficile

predisporre un’efficiente organizzazione scolastica, soprattutto se le risorse di bilancio e i mezzi tecnici

disponibili sono contenuti. Ancora maggiori sono i costi che derivano molto spesso dall’elevata incidenza della

popolazione in età scolastica, che genera sovraffollamento e precarietà soprattutto nei cicli dell’istruzione

primaria. Inoltre bisogna tener conto della diffusione dei lavori minorili e l’ostilità di alcune tradizioni nei

confronti dell’istruzione femminile, tanto che in molti paesi il livello medio di alfabetizzazione delle donne resta

di oltre 10 punti inferiore a quello degli uomini.

Non è vero però che i livelli d’istruzione dipendono in gran parte anche dal reddito pro capite disponibile: i dati

sulla frequenza scolastica e sull’alfabetizzazione di base mostrano che un ruolo cruciale compete ai modelli

organizzativi ereditati ed impiantati dallo Stato e alle scelte politiche di fondo che effettuano coloro che

governano. X es. nello Sri Lanka e nelle Filippine l’adozione di modelli occidentali efficienti ha sconfitto

l’analfabetismo, mentre nel vicino Pakistan si contano ancora quasi 2/3 di adulti analfabeti, o in un paese

popoloso come la Nigeria dove il quoziente di analfabetismo è sceso appena sotto il 50%, mentre nel poverissimo

Madagascar è ormai inferiore al 20% e nell’altrettanto misero Burkina Faso supera addirittura l’80%.

In alcuni casi i governi hanno puntato sull’istruzione per dare al loro paese un ruolo che la mancanza di risorse o

la precaria situazione politica non avrebbero potuto garantire: x es. la Giordania, anche grazie agli aiuti in favore

dei rifugiati palestinesi, ha fortemente investito nella formazione, contenendo sotto il 20% la quota di analfabeti

(la metà di quella dei paesi confinanti, Israele escluso) e preparando tecnici e laureati che hanno assicurato buoni

quadri all’economia locale e a quella dei paesi petroliferi del Golfo.

Favorire l’istruzione è quindi fondamentale per favorire lo sviluppo e alimentare una certa autonomia di controllo

della propria economia, e lo è ancor di più investire nella ricerca scientifica: basta pensare alle potenzialità

dell’economia sudcoreana (nonostante la crisi attuale) se si tiene conto che questa impiega oltre il 2% del proprio

PIL nel campo della R&S (una quota che supera altamente quella italiana).

Fratture culturali:

Il contratto tra universi culturali non ha sempre la stessa valenza. Nella maggior parte dei casi e soprattutto in

passato succedeva che la superiorità tecnica o militare portava a dominanza e condanna, anche ora in vari paesi ci

sono tensioni legate alla coesistenza di diverse componenti etniche, religiose o linguistiche che si sono create al

tempo della spartizione europea delle colonie, quando si erano ignorate queste componenti nelle aree di

insediamenti. Esempi:

• Nigeria: 100 tribù con 200 lingue diverse, 3 gruppi principali in continuo scontro per motivi religioso

• India vs Pakistan: uno scontro religioso (mussulmani vs induisti)

• Canada: quasi secessione del Quebec, una parte anglofona

• Belgio: trasformazione del 1993 dal Belgio Unitario ad un organismo federale diviso tra Fiandre, Vallonia

e regione di Bruxelles

Ci sono casi in cui però la fusione fra diverse culturale ha portato delle spinte positive e ha dato dinamismo come

per esempio nel Sud Est Asiatico, che è riuscito ad attingere manodopera da diversi stati. In altri invece c’è una

paura dell’eccessiva immigrazione che porta a problemi culturali (es. limitazione della laicità della Francia a

causa dell’uso del velo a scuola da parte di alcune allieve) o economiche ( limitazione del processo di sviluppo,

nei paesi del Golfo ai lavoratori stranieri viene tenuta una distanza culturale che nn agevoli l’integrazione degli

stessi per non condizionare il funzionamento dell’economia locale).

La società dopo l’11 Settembre:

Si è sostenuto che la globalizzazione dei mercati avrebbe portato a ripolarizzare il mondo sulla base di 3 grandi

insiemi geoeconomici incentrati

- uno sugli USA,

- uno sull’UE

- uno, si diceva, sul Giappone (ma ora sempre più sulla Cina [e l’India?]).

Rispetto a questi 3 gli altri sub sistemi Regionali sarebbero federati in via + o - subordinata o emarginati (vd

Africa).

Dall’11 Settembre ci si è resi conto che il mondo non è più tripartito ma che è nata la cosiddetta geocultura,

ovvero sette/otto grandi insiemi in competizione nel mondo.

Da quell’attentato sono nate due fratture.

• Una di natura teologica che vede gli USA che intendono eliminare i radicalismi islamici per esportare il

modello democratico (sconfiggere i talebani, e attaccare qaedisti in Somalia).

• L’altra frattura consiste nel fatto che sono fallite alcune politiche di multiculturalismo illuminate e si sono

inasprititi alcuni scontri preesistenti.

A vari decenni di politiche d’integrazione e accoglienza degli immigrati, subentrano diffidenza e paure per il

potenziale eversivo espresso dalle “altre genti”.

L’intervento degli USA viene visto come tentativo di diventare una potenza egemonica e un tentativo di

prevaricare identità culturali.

Lo sviluppo durevole non è concepibile se non trova sostegno in risorse immateriali ben radicate nella cultura dei

luoghi, ovvero valori culturali capaci di incoraggiare gli sforzi necessari per attivare o mantenere vivi i ritmi di

sviluppo, così come per fronteggiare le crisi e per resistere alla concorrenza.

Nulla come la cultura è destinato a circolare e diffondersi nel mondo attuale: la grande circolazione degli uomini

e delle loro idee prospetta la nascita di spazi sempre più ricchi di caratteri culturali diversi. Non ci si riferisce solo

alla grande presenza di immigrati dalle varie regioni della Terra nelle metropoli dei paesi più ricchi, ma anche

della musica, delle arti, delle abitudini gastronomiche, delle correnti religiose, ecc.. Il passato e le sue economie

si sono spesso alimentati di grandi prestiti culturali tra aree differenti, e anche oggi le prospettive sono quelle di

una vasta società multiculturale in cui gli spazi e le logiche dello sviluppo e sottosviluppo si intersecano

strettamente. CAPITOLO 4 – La scala locale dello sviluppo

L’invenzione della dimensione locale

Dagli anni 70 la dimensione del locale dello sviluppo ha avuto un andamento crescente, sia per quanto il Sud,e i

suoi problemi, sia per quanto riguarda le aree avanzate,in riferimento a quelle regioni in ritardo in situazione di

marginalità e/o declino. Infatti sino a quegli anni, a partire dal dopo guerra, la dimensione del locale risultava

ininfluente nelle scelte riguardanti lo sviluppo.

I Fondi Strutturali, cioè le risorse che l’UE destina alla promozione dello sviluppo e della coesione dei diversi

Paesi, in relazione alle diverse situazioni economico-territoriali che li caratterizzano, hanno ampiamente

contribuito all’affermazione della dimensione locale.

La centralità del locale si è sviluppata anche in Italia con le PMI (Piccole e Media Imprese) che hanno dimostrato

come l’economia periferica (periferica in senso geografico, perché trattasi di zone lontane dal centro sviluppo, ma

anche in senso concettuale, perché sono imprese diverse da quelle grandi che governano l’economia) sia una

valida alternativa al fordismo e al ruolo centrale del capitalismo.

Questo caso dimostra che:

• un processo di sviluppo locale deve essere accompagnato dal dinamismo della realtà locale, la quale

s’intuisce da alcuni fattori non economici (fiducia, cultura tradizionale)

• i processi globali hanno bisogno di “ancorarsi al territorio”.

Queste motivazioni sono rafforzate dal re-scaling, ovvero il cambio delle scale territoriali, dove lo stato vede il

suo ruolo diventare più debole, me allo stesso momento vede crescere realtà come quelle delle amministrazioni

locali, degli organismi sovranazionali, decentramenti politici, comune e province. Non esiste più quella relazione

gerarchica fra i diversi livelli istituzionali, in quanto con la governance, la ripartizione dei poteri è basata sui

principi di sussidiarietà e complementarietà: principi chiavi delle politiche europee

LESSICO DELLO SVILUPPO LOCALE:

• Sussidiarietà: principio guida nella distribuzione delle funzioni fra diversi livelli, secondo il quale ogni

funzione deve essere attribuita al livello più basso all’interno del sistema gerarchico considerato: “Regioni-

Stati Nazionali-Comunità Sovranazionali”.

- Sussidiarietà Verticale: autonoma capacità decisionale e gestionale dell’ente di livello inferiore;

- Sussidiarietà Orizzontale: riorganizzazione dei rapporti tra poteri pubblici e società civile.

• Governance è un cambiamento di politiche, obiettivi e interventi sia nella forma che nelle modalità di

coordinamento delle dinamiche economiche, sociali e territoriali che si basa sul coinvolgimento e

partecipazione volontaria di una molteplicità di attori .

L’esempio di good governance è stato assunto dalla Banca Mondiale per diffondere alcuni principi

imprenditoriali e neo liberiste nel terzo mondo.

Un altro esempio di good governance lo troviamo nel “Libro Bianco” promulgato dalla UE nel 2001, con il

quale la Ue s’impegna a rafforzare i principi basilari di proporzionalità e sussidiarietà posti alla base

dell’integrazione europea.

• Patrimonio territoriale: il territorio nel suo insieme, che tiene legata la società attuale alle sue radici, come

un deposito di memoria e identità; è composto da beni culturali che normalmente assumono un valore

patrimoniale, ma anche da elementi di valore storico, culturale, sociale, ambientale, identitario e simbolico, in

relazione ai contesti sociali in cui sono inseriti.

• Capitale territoriale: ricchezze che si sono prodotte nel passato, ma che possono essere impiegate nella

produzione di beni nel presente, ossia l’insieme delle risorse immobiliari locali che producono valori d’uso e

di mercato nei rapporti intersoggettivi attuali.

Scheda: Lo sviluppo locale nelle organizzazioni internazionali

Molti dei programmi e progetti sostenuti dalle principali org.ni internazionali (come l’OCSE, la Banca Mondiale,

l’ILO, l’UNDP o la FAO) per promuovere lo sviluppo si richiamano alle centralità della dimensione locale,

sottolineando gli aspetti economico-imprenditoriali (sostegno al lavoro e alle imprese), gli aspetti sociali

(riduzione povertà, equità di genere, sviluppo umano) o politici (ruolo della decentralizzazione politica, fiscale e

amministrativa, importanza delle pratiche partecipative e della governance).

• OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro: svolge un’importante azione nella diffusione dello

sviluppo locale, principalmente per quanto riguarda il miglioramento delle condizioni di lavoro e delle

opportunità occupazionali. L’OIL ha messo in atto una serie di programmi per intervenire in alcune aree del

mondo uscite da situazioni di conflitto, e ha così promosso la costituzione di LEDA, cioè di agenzie di

sviluppo, costituite da attori pubblici e privati, rivolte alla fornitura di servizi per le PMI e il lavoro (credito,

formazione, consulenza, ecc..).

• OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico): ha impostato programmi per la

promozione dello sviluppo locale, ed in particolare il programma LEED, in cui lo sviluppo locale assume

un’esplicita dimensione economica rivolta alla promozione delle PMI, all’apertura internazionale dei mercati,

alla competitività territoriale, l’attenzione verso il Terzo settore e la responsabilità sociale delle imprese.

• UNDP (United Nations development Programme): nei suoi programmi lo sviluppo locale è soprattutto

orientato verso la dimensione sociale e politica; in particolare il programma LIFE riguarda il miglioramento

dell’ambiente urbano e la riduzione dell’esclusione sociale attraverso l’adozione di pratiche partecipative.

Negli ultimi anni inoltre l’UNDP ha definito e attuato un approccio allo sviluppo (il DGD), in cui si

combinano i processi di decentralizzazione, la promozione di azioni di governance, lo sviluppo urbano e

rurale.

• Banca Mondiale: suddivide la propria azione sullo sviluppo locale in due filoni: il primo è quello del LED, i

cui obiettivi possono essere riassunti in 3 fasi (l’attrazione di investimenti, le azioni rivolte all’imprenditoria

locale e la promozione della competitività); il secondo è quello del LD, rivolto prevalentemente alla riduzione

della povertà attraverso l’adozione di approcci partecipativi e decentralizzati (CDD). Dalla fine degli anni

’90, questi due filoni sono riuniti nell’approccio integrato, formula con cui la Banca Mondiale intende

collegare le diverse dimensioni dello sviluppo locale e le diverse logiche di intervento attraverso cui

promuoverlo (governance, empowerment, fornitura di infrastrutture collettive e di servizi pubblici).

Il Livello locale come attore dei processi di sviluppo

Per una politica di sviluppo, esistono fattori di diverso livello di mobilità:

• Mobilità transnazionale: (tecnologia, lavoro molto qualifica)

• Circuiti nazionali e regionali (servizi pubblici e privati)

• Fattori immobili (legati alla specificità del territorio introvabili fuori da esso)

Nella società globale i più importanti sono questi ultimi, in quanto consentono alla dimensione locale di porsi

come operatore attivo dei processi dello sviluppo solo se e quando gli attori locali definiscono azioni collettive

rivolte alla valorizzazione delle specificità territoriale dei diversi luoghi. Per quanto concerne il discorso sullo

sviluppo locale, questi aspetti sono riassunti come patrimonio territoriale, sottolineando i valori su cui puntare ,

riconoscendo infine le risorse di cui il territorio è dotato: (insieme localizzato di beni comuni che producono

vantaggi collettivi non visibili e condivisi da tutti, essi sono immobili cioè stabilmente incorporati in certi luoghi,

specifici cioè difficilmente reperibili altrove con le stesse caratteristiche, patrimoniali cioè non producibili nel

breve periodo perché si accumulano e si sedimentano solo nel lungo ).

Le politiche di sviluppo locale

Ci sono stati due cambiamenti nella ridefinizione delle scale gerarchiche con le quali si concepisce lo sviluppo

• il riconoscimento del ruolo dei valori e delle risorse territoriali

• cambiamento del ruolo degli attori locali e la loro capacità di azione e autorganizzazione.

Si è passato da un approccio top down, mirato a erogare incentivi e sussidi diretti con procedure centralizzate

ad un approccio con politica bottom up mirata a supportare le condizioni in grado di sostenere e promuovere lo

sviluppo delle imprese ( di fornire le risorse immobili locali che procurano vantaggi competitivi alle imprese).

Queste politiche bottom up superano l’approccio settoriale adottando un approccio territoriale, lo sviluppo

pertanto non è più considerato come dinamismo economico di un aggregato di imprese ma come contenuto

multidimensionale raggiunto solo attraverso valorizzazione e incremento delle capacità radicate nel territorio.

Nello sviluppo locale, quindi la situazioni dei ruoli è la tale:

• Livello Nazionale: lo Stato ha ruolo sostanziale in queste politiche perché deve dare un quadro di

riferimento nazionale coerente;

• Livello Internazionale: ha il compito di trasferire con rete globale processi radicati nella specificità.

L’ingresso degli organismi internazionali nei processi di sviluppo locale diventano riferimento chiaro ed

esplicito per il territorio in cui agiscono. Si può dire che hanno un ruolo di riduttore della diversità, in maniera

che lo sviluppo locale sia compatibile con le ideologie neo liberali. Gli organismi sopracitati sono l’OIL (org

internaz del lavoro), OCSE (org x la coop e lo svil econ), UNDP (dimensione sociale e politica) e la Banca

Mondiale.

Un problema generale consiste nella riproducibilità dello sviluppo locale che per definizione è specifico e

differenziato, le organizz internaz hanno il compito impossibile di trasferire processi radicati nei diversi

contesti e possono farlo solo attraverso la semplificazione degli aspetti procedurali, riprodurre riti e parole

d’ordine qdi i dettami teorici x la ricostruzione di partenariati e messa in atto di meccanismi di partecipazione

x valorizzare le specificità endogene.

Problemi dello sviluppo locale:

il locale si configura come uno specifico sguardo alle problematiche dello sviluppo, in contrapposizione alle

logiche esogene e globali che considerano lo sviluppo locale come una semplice anomalia o come un processo da

omologare alle dinamiche agenti a scala più ampia.

Il riconoscimento del ruolo attivo che la dimensione locale può giocare all’interno dei processi dello sviluppo non

deve nascondere la presenza di rischi e problemi irrisolti:

- Visione localistica che indica lo sviluppo locale come concezione chiusa del luogo, causa la convinzione che

il locale è il luogo della tradizione e solidarietà oppure porta a una visione del tutto regressiva.

Primo problema Istituzioni

• Necessario capire la divisione delle competenze e dei poteri fra Stati ed enti locali, in un processo di

completa ridefinizione delle loro relazioni

• Coerente ripartizione delle risorse

• Adeguata semplificazione dell’azione amministrativa

Secondo problema Local Trap (→ il locale è sempre preferibile alle altre)

Il locale non è sempre la dimensione ottimale per promuovere lo sviluppo, anzi spesso è fuorviante perché oscura

altre possibilità.

il locale, per la complessità del territorio è una macchina complessa che produce diversità e innovazione

culturale, è in grado di agire come interfaccia con le reti dei flussi sovra locali, è il depositario e il mezzo di

trasmissione dei saperi contestuali relativi alle modalità insediative e produttive appropriate ai diversi ambiente:

esso tende ad accrescere l’autocontenimento dei flussi di materia di energia, riducendo l’impronta ecologica e

rispondendo alla crescente domanda di usi e consumi localmente diversificati.

CAPITOLO 5 – Geografia Politica e sviluppo

Il lento declino del “secolo lungo”

Il 900(secolo breve)è finito. Il secolo lungo(100 anni)ha registrato potenti cambiamenti e innescato processi

che,in molti casi,sono ancora in corso. Poi un lungo periodo di pace o,se si vuole,la più Grande Guerra:la Guerra

Fredda tra USA,Unione Sovietica e i paesi appartenenti alle reciproche sfere d’influenza .

Una guerra che ha prodotto un equilibrio fondato sul terrore di un conflitto atomico e non priva di effetti sul

piano dei rapporti,non solo politici,anche al di fuori dei due blocchi contrapposti.

L’elemento introdotto dalla guerra fredda e dal bipolarismo è sintetizzato dall’ossimoro “sovranità limitata”che

caratterizzava la condizione politica degli stati appartenenti all’uno quanto all’altro blocco di potere. Il numero

delle guerre hanno lasciato dei processi ancora in corso:

I paesi decolonizzati:stati liberi perché fondati su libere competizioni tra i diversi parlamentari o,che sotto la

guida di un solo partito si definivano repubbliche democratiche,in realtà libertà e indipendenza erano affidate,in

maniera diretta o indiretta,a regimi militari.

Terzo Mondo:paesi poveri rispetto al mondo sviluppato capitalistico e comunista. Il concetto di terzo mondo

veniva riferito a territori dalle dimensioni sub-continentali:Africa,Sud-Est,bel presto finì con l’individuare il Sud

povero del pianeta rispetto al Nord ricco.

Si andavano però a creare dei divari anche all’interno dello stesso Sud del mondo;vi erano infatti,tra i paesi del

terzo mondo i produttori di petrolio e i promotori di processi industriali,in avanti rispetto agli altri e tutto questo

impediva che il mondo venisse semplicemente diviso in due zone(il Sud povero e il Nord ricco).

Dal bipolarismo al riemergere dei conflitti regionali

La sconfitta-scomparsa degli URSS non ha portato automaticamente all’unipolarismo americano e a un nuovo

ordine basato sull’egemonia incontrastata di questo paese (America) capaci di garantire sicurezza e pace. Sparita

la maniaccia Sovietica,popoli e paesi (ex Jugoslavia ed ex URSS) hanno rispolverato antiche rancori e volontà di

affermazione alla scala regionale. Con la fine del duopolio,gli USA restano l’unica potenza con interessi globali

in grado di intervenire per difenderli,ma venuto meno il nemico,si sono moltiplicate le aree dove l’interevento è

ritenuto necessario.

Allo stato attuale,la leadership mondiale americana deve fare i conti con la possibilità di candidarsi come garante

dell’intero pianeta,ruolo troppo oneroso anche per il più importante Stato della terra.

L’intervento degli USA si focalizza sempre di più su operazioni volte a garantire la sicurezza interna. Gli USA

non possono più fare affidamento,come nel passato,soltanto su un atteggiamento reattivo;non possono permettere

ai nemici di attaccare per primi,perciò il dipartimento della difesa statunitense india,di conseguenza,alcuni

significativi mutamenti di strategia da attuare tra i quali il passaggio dal condurre la guerra contro nazioni a

condurre la guerra in paesi con cui non siamo in guerra (porti sicuri); da una deterrenza standardizzata a una

deterrenza su misura per le potenze canaglia (più pronti ad assumersi rischi,mettendo in gioco le vite dei

cittadini); dal rispondere dopo che una crisi comincia (approccio reattivo) ad azioni preventive tali da evitare che

i problemi diventino crisi (approccio proattivo).

NB deterrenza: “provvedimento da parte dello stato nei confronti di un individuo per evitare che compia altri

reati; insieme di comportamenti ed azioni tesi ad influenzare i comportamenti e le azioni di un soggetto in modo

da minimizzare la possibilità che esso aggredisca un altro soggetto o metta in essere comportamenti od azioni

ritenuti lesivi della convivenza civile, sia tra persone che tra Stati.

L’indebolimento del ruolo degli stati-nazione

La fine del bipolarismo non ha portato a una semplificazione dei rapporti internazionali,diretti da un unico

soggetto e sorretti da processi di globalizzazione dell’economia;anzi per molti versi,le cose si sono complicate sia

perché si sono moltiplicati i soggetto (stati) desiderosi di contare sulla scena mondiale,sia perchè lo stesso ruolo

degli Stati-nazione risulta più debole. Questo indebolimento si coglie sia in quelle aree nelle quali l’istituzione

delle stato è un fatto recente(stati nuovi;post-coloniali),sia nei paesi sviluppati dove le istituzioni statutali sono il

risultato di una tradizione storica consolidata(stati UE che hanno fatto rinunce della sovranità in campo

economico e monetario).

In definitiva il 900 è stato soprattutto un secolo denso di avvenimento e processi in parte conclusi,ma

contemporaneamente i complessi cambiamenti avvenuti non hanno risolto antiche problemi(divari sociali ed

economici tra Nord e Sud)e ne hanno creati altri(nuove povertà).

Nostalgia dell’Europa

La storia dell’Europa si compone così:

• Fino al 1945:le potenze primarie combattevano in terreno di casa o neutro per conquistare territori

• Dopo la seconda guerra mondiale: parabola discendente delle potenze

• Futuro: la creazione dell’UE per competere con gli USA e gli stati emergenti (Cina,India,Brasile)

La formazione dell’Unione Europea ha portato una forte rottura con il passato,perché essa è sempre di meno un

associazione temporanea di scopo,e sempre di più un forte elemento politico,come dimostra il trattato di

Schengen che prevede oltre che la libera circolazione nei territori dell’Europa,anche delle uniformi leggi anti-

terrorismo per tutti gli stati Membri.

L’essenza culturale e politica della globalizzazione

Un significativo elemento che si coglie nelle nuove dinamiche è il rapporto,ancora indefinito,che tende a stabilirsi

tra l’economia globale e la politica. In passato le relazioni tra stati erano finalizzate soprattutto al raggiungimento

di alleanze militari e intese commerciali;oggi si riscontra la necessità di pervenire a confronti alla scala globale

pressoché continui,nel tentativo di governare processi di portata mondiale,dai quali nessuno può chiamarsi fuori.

Queste considerazioni inducono a riflettere su un aspetto talvolta trascurato della globalizzazione:la sua assenza

culturale e politica. Aspetti,tra cui le differenze culturali,religiose,etniche,contribuiscono non poco a rendere lo

scenario ancora più complesso e ad allontanare l’ipotesi del raggiungimento di in ordine globale.

Appare necessario perciò fare un corpus di regole fondato non solo su valori economici,ma anche sulla politica

che ha il compito di elaborare nuovi strumenti,per garantire il “diritto allo sviluppo”.

Tecnologia e luoghi

La consapevolezza delle straordinarie possibilità offerte dalla tecnologia possono indurre a immaginare un mondo

in cui la tecnica abbia il sopravvento sulla politica. Il rischio è dunque,quello di credere che la tecnologia possa

sostituirsi alla politica come strumento per l’individuazione della soluzione migliore per tutti.

Limiti:

1) alla crescita complessiva dei sistemi tecnologici si accompagna spesso una maggiore vulnerabilità

2) più gli strumenti sono avanzati,meno risultano accessibili e ciò comporta una crescita del divario tra le aree

sviluppate e quelle eluse dai vantaggi connessi al processo delle tecnologie.

La questione non è,quella di porre limiti al progresso scientifico,ma di garantire governabilità e accesso alle

conquiste realizzate dall’uomo.

Per quanto le nuove forme assunte dall’economia si basino su flussi di informazione,va osservato che tali

informazioni consono altro che materie prime:devono essere lavorate,trattate e trasmesse per poter diventare beni

e risorse.

La rappresentazione più efficace degli attuali sistemi globalizzati è la rete composta da nodi dotati di particolari

caratteristiche, e tratti di collegamento, materiali e immateriali, lungo i quali si scambiano informazioni, ordini,

capitali, conoscenze. Potrebbe essere considerata come mezzo per “catturare”,il progresso,la ricchezza presente

nell’ambiente circostante ma è anche un messo per incrementare la ricchezza e il progresso ed è in questo senso

che essa restituisce all’ambiente in cui si trova più di quanto preleva da esso. La rete permette quindi,da un lato la

comunicazione fra i nodi,dall’altro “l’irrigabilità”della superficie che copre;non sono omogenee,ovvero non si

presentano ugualmente fitte dappertutto.

Problema della tecnologia è il digital divide,ovvero la differenza fra stati tecnologicamente avanzati e stati che

hanno appena iniziato la rivoluzione tecnologica.

Verso uno spazio politico globale?

Paradossalmente all’unificazione mondiale e al consolidamento dei mercati ,si assiste all’indebolimento del ruolo

degli stati nel governo delle economia e alla frammentazione realizzata (Cecoslovacchia,ex Jugoslavia)o

paventata(Padania),delle stesse compagini statali,si coglie un ulteriore elemento apportatore di caos insito nei

processi economici che nei paesi sottosviluppati alimenta i flussi migratori e in quelli sviluppati contribuisce alla

diffusione di un profondo senso di precarietà e malessere.

Tali problemi esigono che si adotti una prospettiva politica globale e che si creino nuove istituzioni politiche

globali. Cominciano a venir fuori posizioni che non sono anti-globalizzazione ma che,viceversa,auspicano una

globalizzazione vera(senza esclusi),un processo che,al contrario di quanto sta accadendo ,non genera

omologazione,subordinazione di massa,ma reali opportunità per tutti. In un mondo fato di differenze

geografiche,culturali e religiose,ciò che può tenere insieme l’umanità è un’idea di globo inteso come il luogo

dove si realizza l’unione tra diversi. Occorrerà immaginare perciò una strategia globale per lo sviluppo,che potrà

far leva sull’enorme patrimonio di conoscenze scientifiche e tecnologiche che il genere umano nel suo complesso

ha accumulato. Uno sguardo all’Italia

Il nostro paese potrebbe essere rappresentato come un “mosaico di differenze” di carattere economico,culturale e

forse anche politico.

L’indebolimento dello stato-nazione è costituito dall’articolato rapporto con l’UE ;i meccanismi di allocazione

delle risorse comunitari rivelano mutati equilibri fra stato,regioni e unione,in un quadro complesso nel quale il

rapporto fra regione e unione è sempre meno mediato dallo stato.

L’interazione tra Italia e UE non si esaurisce nel confronto sulla migliore distribuzione possibile delle risorse

comunitarie ma soprattutto in campo economico-finanziario per il raggiungimento di obiettivi di equilibrio

macro-economico. Il consolidamento del rapporto con l’UE comporta innegabili vantaggi ma anche la rinuncia a

più ampi margini di autonomia decisionale in ambiti economici e sociali un tempo governati solo a livello

nazionale.

In Italia la dialettica tra interesse nazionale,locale e globale diventa sempre più complessa,però con questa entrata

l’Itali può conservare un sistema economico tale da assicurare risorse alla collettività.

Il caso italiano sembra confermare che,in termini economici i processi di globalizzazione non possono essere

separati dalla valorizzazione della dimensione territoriale;anche sul piano politico e sociale appare sempre più

necessario sviluppare una coscienza democratica globale radicata in autentiche comunità locali.

L’Italia ha colto l’importanza di concentrare la propria attenzione su porzioni di territorio molto circoscritte;si

tratta di una particolare forma disporre attuato attraverso il controllo territoriale della organizzazioni

criminali(mafia,camorra…)per tali soggetti la dimensione di quartiere rappresenta sia una possibilità di

protezione in caso di fuga o latitanza sia un luogo di identificazione e legittimazione culturale del comportamento

mafioso.

CAPITOLO 6 - Il post-sviluppo nel Sud globale:sfida possibile o nuova illusione?

Le prospettive critiche del post-sviluppo

Due filoni 1) elabora un’interpretazione critica dei presupposti socio-economici delle teorie e delle pratiche

dominanti dello sviluppo:la filosofia sociale di riferimento e la dottrina economica che la ispira; 2) offre un

lavoro di decostruzione,vale a dire di smontaggio dei meccanismi socio-culturali e ideologici che hanno permesso

a queste stesse teorie e pratiche politiche di conseguire,per alcuni decenni,una posizione egemonica nelle

reazione tra Nord e Sud del mondo.

Le alternative dell’economia solidale:la scuola anti-utilitaristica

Le critiche alle teorie economiche convenzionali,avevano posto particolare accento sul loro carattere “de-

socializzato”,cioè sulla scarsa considerazione rivolta ai fattori sociali e antropologici che presiedono ai processi

di sviluppo. La riscoperta delle opere di Mauss e Polanyi giunge in soccorso dell’esigenza di colmare tale lacuna

teorico-interpretatitva.

E’ proprio all’opera di Mauss che si richiama la scuola anti-utilitarista che ha scelto di dare vita a un movimento

intellettuale entro la cui fila spiccano esponenti di punta della scuola del post-sviluppo. Come Polanyi anche

Mauss si dedicò a elaborare una teoria dello scambio che fosse in grado di mettere in crisi il primato dell’homo

economicus; egli è noto per la sua teoria del dono come “fatto sociale totale”,secondo cui nell’atto del donare è

possibile rinvenire alcuni gesti fondativi del legame sociale:il dare,il ricevere o il rifiutare un dono sono alla base

della definizione di un rapporto di reciprocità,che è al contempo volontario e obbligatorio per la valenza magica

del dono stesso.

Il razionalismo utilitarista trova sintesi nel principio secondo cui l’azione umana è in massima parte orientata al

soddisfacimento dell’interesse individuale.

Muovendo dalla prospettiva concettuale appena delineata,i nuovi anti-utilitaristi hanno spiegato come all’origine

dell’azione sociale non risiedano soltanto motivi di calcolo e interesse,ma anche di

obbligo,spontaneità,amicizia,solidarietà:ovvero qualità relazionali,che trovano esemplificazione nella potenza

simbolica insita nell’atto del donare.

La ripresa del pensiero di Mauss permette a questi autori di pensare a un paradigma sociale che porsi in

alternativa sia all’individualismo metodologico delle dottrine liberali sia all’olismo,così terzo paradigma degli

anti-utilitaristi che arriva a proporre la fondazione di un’antropologia relazionale e solidale nell’intento di

affermare il primato dell’alleanza e dell’associazione solidale tre gli individui come pratiche sociali per loro

natura disinteressate al perseguimento di obiettivi convenzionali di massimizzazione degli utili.

Mentre nel “Primo Mondo”( il mondo occidentale) il discorso anti-utilitarista ha trovato ampio riscontro nella

sfera dell’economia no profit e del volontariato laico,l’applicazione di tale prospettiva interpretativa alla realtà di

ciò che un tempo si chiamava terzo mondo,ha indotto questi autori a guardare con attenzione alle iniziative di

auto organizzazione sociale e di esplicita o implicita resistenza alla “occidentalizzazione sociale”.

Queste iniziative possono assumere la forma di reti diffuse di economia formale o di strategie di

sopravvivenza,dedite non solo ad attività di produzione e vendita ma anche a pratiche che afferiscono

prevalentemente alla sfera extra economica della vita associata:l’autocostruzione di abitazioni,l’organizzazione di

feste popolari, ecc..

La critica dello sviluppo come razionalità di governo:il post-modernismo radicale

Altro principale filone interpretativo che anima la letteratura sul post-sviluppo:quello di formazione anglosassone

impegnato nella decostruzione dello sviluppo come ordine del discorso e fonte di una nuova “razionalità

governamentale”.

L’obiettivo fondamentale consiste nel decostruire criticamente il tema dello sviluppo,guardando a esso come a un

terreo discorsivo che ha alimentato la formazione di pratiche e azioni egemoniche di politica economica e sociale

e di rappresentazione culturale. Secondo questi autori ,lo sviluppo ha funzionato da potente “concetto

organizzatore” nell’ideazione e nella realizzazione pratica di programmi e strategie di governo che hanno

interessato diverse sfere della vita associata nei paesi “in via di sviluppo”:l’economia,la condizione di esclusione

sociale,l’assetto territoriale.

L’elemento distintivo di questo sistema di governo,risiede nel fatto di aver relativizzato la centralità dello Stato-

nazione,demandando poteri,funzioni e responsabilità ad altri soggetti di natura pubblica,parzialmente pubblica o

privata.

La questione radicale e post-modernista del post-sviluppo che forse ha fatto più discutere è quella che riguarda l

cosiddetta “invenzione della povertà” nei paesi del Sud del mondo. Da un lato,questi autori,hanno ricostruito in

modo efficace il processo che fu all’origine della “scoperta” del fenomeno dell’indigenza materiale nei “paesi in

via di sviluppo” all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Da quel momento in poi la povertà assume il ruolo

di caposaldo indiscusso e ,per molti versi,vero e proprio pretesto del “discorso dello sviluppo” e delle connesse

strategie politico-economiche promosse dalla Banche Mondiale e da altri organismi internazionali;in particolare

sottolineano la funzione svolta dalla povertà come stimolo alla formazione di nuove tecnologie politiche di

governo della società e alla conseguente organizzazione di un ceto di funzionari,esperti

tecnici deputato alla formulazione e all’implementazione dei programmi di sviluppo.

I programmi da essi gestiti hanno finito con il realizzare,secondo critici neo-faucaultiani dello sviluppo,un’opera

di lento quanto inesorabile disciplinamento socio-culturale delle popolazioni destinatarie delle politiche di

cooperazione. Tale opera ha avuto un’importanza persino prioritaria rispetto all’obiettivo dichiarato di riduzione

della povertà,che appunto giustifica l’adozione delle politiche di sviluppo.

Ciò che interessa rilevare a questo punto è come il post-sviluppo abbia funzionato non solo da prospettiva di

partenza per la formulazione di istanze politiche e culturali che vogliono rompere con gli schemi e gli approcci

del passato,ma in modo paradossale speculare allo sviluppo stesso ha funzionato anche da strumentario

concettuale per l’organizzazione di pratiche e strategie concrete di governo e autogoverno delle società nei paesi

del “Sud globale”.

Tra autorganizzazione locale e reti internazionali: esperienze e pratiche del post-sviluppo

Negli ultimi anni si è diffusa la volontà di esplorare alternative concrete allo sviluppo dominante. I sostenitori del

post-sviluppo hanno evidenziato una spiccata sensibilità nei confronti delle esperienze di autorganizzazione della

società civile. Recentemente si è invece diffusa l’esigenza di andare oltre le prime formulazioni del discorso sul

post-sviluppo, e di influire con maggiore incisività sulle strategie e sulle esperienze concrete di sviluppo dal

basso. Alcuni studiosi ritengono che occorra ripensare, riformulare e rifondere lo sviluppo; altri, come le geografe

Gibson e Graham, sostengono che la sfida del post-sviluppo non consiste nel rinunciare allo sviluppo né nel

ritenerlo una pratica irrimediabilmente corrotta e fallimentare, ma che la sfida è quella di immaginare e praticare

lo sviluppo in maniera diversa. Le due geografe si sono dedicate alla discussione e alla produzione attiva della

politica post-capitalista, ovvero una politica che ragiona e opera in modo concreto intorno all’obiettivo

immediato (e quindi non rinviabile al futuro) di costruire un’effettiva alternativa alla realtà economica del

capitalismo globale, promuovendo una vera e propria “politica dell’economia possibile”. Alcuni hanno sostenuto

che tale approccio presupponga che tutto sia possibile in presenza della volontà di perseguire l’obiettivo

prefissato, creando così una sorta di illusioni e false speranze alle popolazioni dei paesi poveri. Tuttavia Gibson e

Graham dimostrarono la propria tesi esponendo l’esperienza di sviluppo economico comunitario di cui furono

testimoni nelle Filippine. L’obiettivo di tale programma di cooperazione era quello di permettere che i filippini

espatriati cessassero di avere una fruizione prevalentemente individuale, come solitamente accade nei paesi di

emigrazione, e fossero invece utilizzate dalla comunità locale, con l’aiuto di organizzazioni non governative e

altri soggetti associativi, nell’intento di sostenere l’economia informale già esistente.

Per quanto riguarda il sostegno delle “economie diverse”, altri autori hanno sottolineato la necessità di guardare

non tanto alle potenziali alternative non capitalistiche allo sviluppo (come propongono le due geografe), quanto

alle strutture ibride di organizzazione economica, capaci di combinare in forme creative e sempre mutevoli la

relazione con l’economia del mercato globale.

Le forme ibride di cooperazione tra attori “forti” e attori “deboli” si generano sia nell’attività economica

imprenditoriale sua nella governance dei processi di sviluppo comunitario. Nei paesi meno ricchi, infatti, sono

sempre più frequenti i contratti di collaborazione su specifici progetti umanitari e di sviluppo economico tra il

governo locale e nazionale, e le associazioni non governative straniere e organizzazioni internazionali

“ufficiali”(Banca Mondiale, Fao, UNESCO, ecc..). Le organizzazioni non governative di origine internazionale

sono state costituite per drenare fondi per l’implementazione dei programmi di sviluppo o di incoraggiare

rapporti di cooperazione, scambio e solidarietà tra soggetti “alla pari”.

Conclusioni

Nello scenario della globalizzazione si fa sempre più instabile la distinzione tra Nord e Sud del mondo, tra mondo

avanzato e mondo “arretrato”. I processi di innovazione economica, territoriale e organizzativa possono

verificarsi nei paesi del Nord così come in quelli del Sud del mondo; è inutile ricercare le disuguaglianze e i

“ritardi” solo nelle periferie geografiche del pianeta, poiché sono ben presenti anche negli spazi centrali del

capitalismo globale.

CAPITOLO 8 - Strumenti economici e politiche dell’ambiente e del clima

Il processo di creazione delle esternalità

Pearce Turner nel 1991 definiva le esternalità come “l’esistenza di interdipendenza tra impresa e società,

caratterizzata da una mancata compensazione degli effetti negativi che compromette l’allocazione ottimale delle

risorse”. L’interdipendenza si manifesta quando l’attività di produzione o di consumo di un soggetto influenza

(positivamente o negativamente) il benessere di un altro soggetto, senza che questo riceva una compensazione (se

impatto negativo) o paghi un prezzo (se impatto positivo) pari al costo/beneficio sopportato/ricevuto.

Esistono 2 elementi che caratterizzano le esternalità:

1- l’interdipendenza (delle attività economiche individuali)

2- l’assenza di un mercato (assenza di uno scambio volontario e di prezzi regolatori degli scambi)

Le esternalità possono essere negative o positive. Si parla di esternalità negative quando l’attività (di produzione

e/o consumo) di un soggetto comporta effetti negativi per altri soggetti (imprese e/o consumatori) e il soggetto

responsabile non corrisponde al danneggiato un prezzo pari al costo subito. Si parla di esternalità positive

quando ci sono effetti positivi per altri soggetti e questi non pagano un prezzo pari ai benefici ricevuti.

Inoltre si distinguono le esternalità di consumo da quelle di produzione, e anche queste possono essere positive o

negative. Si parla di esternalità di consumo quando il consumo del bene da parte di un individuo influenza il

livello di utilità o benessere di un altro individuo; sono positive se l’utilità dell’altro individuo aumentano (x es.

un bel ragazzo che passa per strada, un giardino condominiale, i profumi che arrivano in casa dal ristorante

vicino, ecc..), sono molto diffuse ma chi le subisce raramente si lamenta; sono negative se l’utilità diminuisce o

se l’attività di consumo di un soggetto danneggia un altro (x es. vicini che ascoltano musica ad alto volume in

tarda notte), si tratta di situazioni in cui qualcuno trae utilità da un qualcosa che può essere fastidioso per altri. Si

parla di esternalità di produzione quando l’attività di produzione di un soggetto influenza il benessere di altri;

possono essere positive (x es. lo scarico di acqua calda che permette la coltivazione di particolari colture o la vita

di pesci tropicali) oppure negative (x es. l’inquinamento atmosferico di una fabbrica vicino ad un centro abitato).

Esternalità ambientali

Gli economisti sono riusciti a integrare l’ambiente nella teoria generale definendolo come “effetto esterno” e

interpretandolo come difetto o fallimento del mercato. Pigou, riferendosi all’inquinamento,fece notare come

l’ambiente deve per forza tener conto delle esternalità. Quando A fornisce a B un servizio (per il quale viene

pagato), incidentalmente determina anche servizi o disservizi nei confronti di C, D ed E, ma ciò avviene in modo

tale che è impossibile che chi ne beneficia debba pagare o che chi viene danneggiato possa ottenere una

compensazione. Esistono infatti dei costi non sostenuti che saranno a carico delle generazioni future e del

pubblico privo di difesa organizzata (perciò incapace di rivendicare giustizia senza dimostrare il grado del

danno). Come sappiamo l’ambiente è un bene pubblico,ovvero un bene che può essere utilizzato da chiunque e il

cui utilizzo non preclude l’uso ad altri.

Da un punto di vista economico sono nati alcuni problemi con l’esternalità in quanto:

• i danni a volte sono distanti dal luogo in cui vengono fatti,e hanno un immediatezza molto scarso

• manca un modello economico capace di valutare e “prezzare” il danno ambientale

• non si possono internalizzare i costi,ovvero far pagare un prezzo per l’inquinamento subito o che si

subirà,perché ciò che non ha un prezzo riconosciuto e scambiabile non ha un valore economico

Anche per il futuro non si prevedono grandi miglioramenti,in quanto il progresso tecnico porta delle nuove

esternalità.La soluzione migliore sarebbe uno sviluppo tecnologico parallelo che oltre ad innovare,riesca a

riconoscere e ridurre le esternalità negative,ed uno sviluppo organizzativo-gestionale che lo adatti a modelli

produttivi sostenibili La Contabilità Ambientale:

Le azioni e le politiche per la sostenibilità svolte e promosse da ogni attore presente nel territorio costituiscono

l’ambito su cui agisce la contabilità ambientale territoriale. Trattare di contabilità ambientale territoriale significa

riconosce le modalità di rendicontazione tipiche delle organizzazioni pubbliche e private,capirne

metodi,strumenti e strutture di raccolta,archiviazione e gestione dei dati ambientali ,sociali ed economici

,evidenziando le differenze determinate dall’oggetto sociale,dalla finalità espressa e dal ruolo ricoperto dal

territorio. Occorre conoscere in modo dettagliato l’attività dell’organizzazione.

Il processo è così suddiviso:

1. Informazione:Disporre di informazioni complete ed aggiornate su tutti gli effetti che hanno sull’ambiente

le fasi del processo produttivo per l’impresa

2. Organizzazione informazioni tramite sistema di contabilità ambientale (monitoraggio inquinanti,

riconoscimento spese sostenute per proteggere l’ambiente, ecc..)

3. Quantificazione:conteggio dati fisici per quantificare fisicamente l’impatto fisico e i danni conseguenti

4. Monetizzazione danno: il costo che dovrebbe sostenere l’impresa per non far ricadere il danno sui

cittadini .Se manca questo passo,si ha il cosiddetto costo sociale o costo esterno,che si intende ricada

interamente sul territorio e la comunità che abita lì.

La contabilità ambientale nazionale e territoriale

Il termine contabilità può essere distinta secondo l’oggetto in:nazionale,territoriale,d’impresa. Le sue finalità

sono tre:

• rendicontazione:rilevazione,archiviazione,organizzazione,produzione e rappresentazione di dati ed

informazioni ambientali di tipo fisico e monetario

• gestione: utilizzo dei dati fisici e monetari per fornire un supporto all’attività decisionale, di

programmazione e di controllo

• comunicazione:rappresentazione in forma divulgativa dei dati,degli indicatori e dei risultati ottenuti

(Stati, enti locali ed imprese)

La contabilità ambientale nazionale ordina l’insieme delle scritture e dei quadri contabili utilizzati per

interpretare il quadro macro-economico e per disegnare misure e proposte

La contabilità ambientale territoriale,ha come obbiettivo quello di individuare il valore economico della

politica per la sostenibilità,e per valutare l’efficacia della spesa sostenuta. Questo passa attraverso alcune fasi

Fase 1:produzione dati e informazioni ambientali di tipo fisico

Fase 2:associazione dei costi e le spese sostenute e preventivate alle attività e politiche selezionate

Il bilancio ambientale d’impresa è invece uno strumento contabile in grado di fornire un quadro del rapporto fra

impresa e ambiente con dati quantitativi e qualitativi economici. Ha la funzione di ottenere informazioni per

gestire i rapporti con il mondo esterno.

Il bilancio ambientali deve avere le seguenti caratteristiche:

• dati fisici esaustivi

• dati monetari esaustivi

• consentire il collegamento fra dati fisici e monetari

• creazione di indici sintetici e indicatori di prestazione

• conformità rispetto a esigenze ISTAT

Anche questo processo si articola in due fasi,una di raccolta informazioni e l’altra di utilizzo di questi dati per

valutazioni interne di efficacia e per un eventuale rapporto ambientale o di sostenibilità.

Il rapporto ambientale è un documento ufficiale che raccoglie le politiche d’impresa, le informazioni e gli

indicatori ambientali. È uno strumento di comunicazione che l’impresa redige per rendicontare la propria

relazione con l’ambiente. Informa dipendenti, cittadini e amministratori pubblici e locali sulle emissioni

inquinanti, sui consumi di risorse e sugli effetti che l’attività dell’impresa ha avuto negli anni precedenti e può

avere sulle politiche e i programmi che l’impresa ha effettuato per aumentare la sua compatibilità con l’ambiente.

Tali rapporti sono volontari: non esiste alcuna regolamentazione in Italia e in Europa che obblighi organizzazioni

pubbliche o provate a pubblicare tali resoconti.

Spese Ambientali e Costi esterni

Per spese ambientali prendiamo la definizione dell’EUROSTAT del 1994 che definisce come spese ambientali le

spese sostenute per la realizzazione di attività il cui fine principale (diretto o indiretto) è la gestione e la

protezione dell’ambiente,vale a dire le attività dirette deliberatamente e principalmente a

prevenire,controllare,ridurre od eliminare l’inquinamento e il degrado ambientale provocati dagli atti di

produzione e di consumo.

Tali costi o spese possono essere divisi per:

- Ambito: gestione rifiuti,protezione dell’aria,riduzione scarichi di acqua

- Tipologia d’intervento: spese correnti o d’investimento

- Esplicitazione: costi convenzionali,potenzialmente nascosti,collegate ad un evento.

La contabilità monetaria assieme a quella fisica permetti di avere un quadro preciso delle attività svolte

dall’organizzazione per la protezione e il riprestino dell’ambiente.

I costi che si possono manifestare possono essere costi ambientali interni all’organizzazione (costi privati) o

costi ambientali esterni (costi sociali).La quantificazione dei costi esterni è utile perché dà vita alla

quantificazione del danno,quindi al processo di internalizzazione che si conclude poi con la corresponsione della

cifra equivalente. Per questa valutazione si può scegliere fra due punti di vista:

• Per chi produce il danno ambientale: dove si mira all’invarianza quantitativa e qualitativa del capitale

naturale,ovvero l’insieme delle spese sostenute dall’impresa per rendere meno dannosi i cicli produttivi (si

parla di manteinance cost approach)

• Per chi subisce il danno: mirata a definire le spese che la società esterna all’impresa (la comunità e

l’ambiente) sostiene per difendersi dai possibile danni associati al degrado ambientale o per curare danni già

causati (si parla di cost borned approach)

La quantificazione monetaria del danno può essere:

a) alla salute (costo degenza in ospedale, assenza dal lavoro per malattia, ecc..)

b) tipicamente ambientale (effetti dell’inquinamento sulla riduzione del raccolto o aumento del prezzo di costo

dei singoli prodotti)

Il processo permette quindi di formare un prezzo (internalizzare) e poi si conclude con la corresponsione,che fa

diventare il costo per i danni subito un costo vivo, e che rappresenta la compensazione per il danno subito,ovvero

il risarcimento

Quindi, riassumendo: la contabilità ambientale permette di formare un prezzo per l’ambiente, riconoscendo,

calcolando e stimando i dati fisici relativi agli inquinanti,associando ad essi un valore pari al costo sostenuto per

acquistarli,un prezzo per gestirli,un costo per rispettare i limiti,oppure associando una stima di costo a quegli

effetti o danni che altrimenti non sarebbero monetizzabili; viene effettuata, come visto, attraverso uno dei metodi

sopra iscritti. Mercato ed istituzione per l’ambiente

Il degrado ambientale è l’insieme delle esternalità ambientali generate dal processo economico che, a loro volta,

sono la conseguenza di un fallimento del mercato. Le istituzioni e le norme, affiancate al mercato, possono

avviare nuove soluzioni; si parla di “strumenti di comando e controllo”, cioè leggi e regolamentazioni che

impongono limiti, richiedono comportamenti e avviano procedure in caso di mancato rispetto. X es. le politiche

attuate negli anni ’90 per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici; tali azioni sono strumenti economici a

supporto di regolamentazioni internazionali e nazionali per ridurre le esternalità negative causate dai

cambiamenti climatici. I Cambiamenti climatici:

I gas ad effetto serra hanno portato ad un aumento significativo delle temperature medie globali. Gli effetti di tale

riscaldamento sono e saranno importanti per la vita di molte specie che dovranno adattarsi a mutate condizioni

climatiche,se non migrare in zone più adatte alle proprie caratteristiche. I cambiamenti climatici sono quindi un

evidente esempio di esternalità ambientale. rGli avvenimenti più importanti degli ultimi anni sono:

• 1990: L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito un comitato intergovernativo di negoziazione

per la UNFCC (Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici)

• 1992: La Convenzione viene firmata dagli stati membri; il suo obiettivo è quello di “stabilizzare le

concentrazione di gas ad effetto serra nell’atmosfera ad un livello tale che escluda qualsiasi pericolosa

interferenza delle attività umane sul sistema climatico”. La convenzione non prevede riferimenti temporali né

fornisce indicazioni sui comportamenti da adottare per gli altri.

• 1995:il rapporto dell’IPCC (InterGovernmental Panel on Climate Change) fornisce ulteriori prove

dell’attività umana sul cambiamento climatico e viene firmato il “Mandato di Berlino” che evidenziava la

necessità di stabilire i limiti temporali e obiettivi precisi di riduzione delle emissioni di gas serra.

• 1998: Viene prevista l’adozione di un protocollo che poneva come obiettivo per i paesi industrializzati la

riduzione delle loro emissioni di gas serra almeno del 5% tra il 2008 e il 2012 rispetto alle emissioni del 1990.

Sempre nel 1998 viene aperto alla firma il protocollo di Kyoto, con la prospettiva di entrare in vigore il 90°

giorno dopo la data in cui almeno 55 Stati (che rappresentavano il 55% della quantità totale di gas emessa nel

1990) lo avessero7 accettato.

• 2005: Dal 16 Febbraio entra in vigore il protocollo di Kyoto.

Il Protocollo di Kyoto che consiste in politiche e misure nazionali (x es. miglioramento dell’efficacia energetica,

promozione di metodi sostenibili di gestione forestale e per l’agricoltura, adozione di misure volte a limitare e/o

ridurre le emissioni nel settore dei trasporti e in altri settori industriali, ecc..) e in meccanismi flessibili.

I meccanismi flessibili sono strumenti basati sul mercato che hanno lo scopo di aiutare i paesi industrializzati a

diminuire i costi di adempimento agli obblighi di riduzione delle emissioni previsti dal Protocollo. Si basano sul

principio secondo cui i costi dei progetti che comportano una riduzione delle emissioni di gas serra sono

differenziati in base al luogo in cui vengono realizzati, ma il beneficio ambientale che se ne ricava è globale, in

conseguenza della natura del fenomeno del cambiamento climatico. Esistono 3 meccanismi flessibili:

1) International Emission Trading: uno stato o un’impresa può scambiare i permessi di emissione con altri stati

o imprese con lo scopo di raggiungere la quantità di permessi necessari per coprire le proprie emissioni di gas

serra.

2) Joint Implementation: permette ad un paese di ottenere crediti di emissione tramite la realizzazione in altri

paesi di progetti che diminuiscono le emissioni di gas serra, in misura tale che essere risultino inferiori di

quanto sarebbero state se il progetto non fosse stato realizzato.

3) Clean Development Mechanisms: sono simili al Joint Implementation e sono rivolti ai paesi industrializzati,

con la precisazione che i progetti devono contribuire allo sviluppo sostenibile del paese ospitante.

I limiti del Protocollo di Kyoto

L’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra del 5% per il primo periodo del Protocollo di Kyoto

è ben lontano dallo stabilizzare le concentrazioni di tali gas in atmosfera. Inoltre gli accordi internazionali sui

cambiamenti climatici sono caratterizzati da un numero insufficiente di partecipanti, con impegni troppo limitati e

distribuiti in modo scorretto: gli USA x es. ritengono che il protocollo comporti costi eccessivi rispetto ai limitati

risultati ottenibili e preferiscono una strategia di riduzione delle emissioni basata su programmi volontari interni e

accordi bilaterali tra paesi. In assenza dell’accettazione degli USA i costi della mitigazione vengono quindi

sopportati principalmente dai Paesi Europei (ex comparto sovietico escluso), dal canada e dal Giappone. La

ripartizione dei costi fra questi Paesi non risponde ad una logica economica, ma solo politica: l’UE ha accettato

un impegno di riduzione dell’8% mentre il Giappone e il Canada del 6%.

Va poi considerata l’incertezza sulle regole dei periodi successivi al primo, cioè dopo il 2012.

CAPITOLO 9 - Transizioni demografiche e Mercato internazionale del lavoro: gli

spazi contemporanei della multietnicità

La distribuzione geografica della popolazione mondiale

L’esercizio della sovranità dello Stato nei riguardi della popolazione ne sancisce lo status di nazione entro un

territorio definito e ne situa il numero. Dati i circa 6 miliardi di abitanti (nel 2000) e la superficie di terre emerse,

2

la densità media dovrebbe essere di almeno 40 ab/km , ma basta pensare che 1/6 della popolazione del mondo è

insediata solo all’interno della Cina per capire che questa condizione non è rispettata. Ciò che conta realmente è

infatti la densità reale, cioè il rapporto fisico fra popolazione e spazio vissuto: dalle tabelle pubblicate dall’ONU

nell’ambito dei rapporti sulla World Popolation emerge che oltre la metà della popolazione totale è contenuta nei

10 “pesi massimi demografici” ed 1/3 è in Cina ed India.

Lo spazio ecumenico

L’ecumene, ovvero l’insieme delle terre abitabili, si sta ampliando in quanto gli uomini sono sempre più capaci

di interagire con i fattori naturali e di creare condizioni artificiali per rendere alcune zone del pianeta ospitali.

Un’altra utile considerazione per valutare gli squilibri della distribuzione sul pianeta,è la contrapposizione fra

fasce costiere e aree interne e fra montagna e pianura: infatti dalla seconda metà del 900, in seguito

all’espansione spettacolare degli scambi internazionali, ben 4 prodotti su 5 prendono la via degli oceani (non a

caso più di 2 miliardi di persone abitano lungo strisce di terra profonde non più di 50km dalle rive dei mari e fra

le prime 10 metropoli solo Città di Messico non sorge sulla costa).

La Transizione Demografica

Boom Demografico (0 AC: 250.000 – 1900: 1 miliardo – 1929: 2 miliardi – 1950: 3miliardi – 1965:

4miliardi – 1987: 5 miliardi – 2000: 6 miliardi)

Il ritmo di crescita attuale ha sfiorato i 100 milioni di persone l’anno; di questi circa 90 milioni sono cittadini dei

paesi poveri, in ragione del più alto indice di fertilità: 3,6 figli per donna contro l’1,9 registrato nei paesi avanzati

nel periodo 1990-1995. Ovviamente si tratta di medie, perché in Africa orientale e centrale si supera anche la

cifra di 6 figli per donna, mentre in America Latina si oscilla intorno al 3.

Per capire questi numeri è stata senz’altro utile la pratica del censimento e soprattutto la demografia, nuova

disciplina nata nel ‘900. Gli studiosi della popolazione chiamano transizione demografica “l’insieme dei

mutamenti che si sono verificati a partire dal secolo scorso (o che, a seconda dei diversi paesi, si stanno

attualmente verificando) nell’andamento della popolazione”. Questa teoria aiuta a capire i meccanismi di

regolazione demografica alle diverse scale.

Prima della transizione demografica la popolazione cresce lentamente: la natalità è elevata, perché il tasso di

fecondità, il numero dei figli vivi, ossia che una donna mette al mondo nel corso della sua vita, è molto alto (in

media da 6 a 8). La crescita della popolazione è lenta perché anche la mortalità è elevata: la durata media della

vita si aggira sui 40 anni.

Dall’inizio della transizione demografica si succedono 3 fasi:

1. La mortalità si abbassa: perché migliorano le condizioni di vita, grazie ad una migliore base alimentare e

alla diffusione di norme igieniche e sanitarie che permettono di vincere o di limitare alcune malattie. Questa

fase, avvenuta nel secolo scorso in Europa (dove la popolazione è raddoppiata nel giro di un secolo), è

tutt’ora in atto nei paesi del Nord Africa e dell’Asia Occidentale, nei paesi a Sud del Sahara e in America

Centrale e Meridionale.

2. La Natalità diminuisce: mentre la mortalità continua a diminuire, la natalità inizia a declinare; il tasso di

crescita annuo della popolazione diminuisce e si attesta intorno all’1,5-2%. Questa fase attualmente è presente

in India, Cina e in alcuni paesi latinoamericani, mentre in Europa è stata attraversata e superata a metà ‘900.

3. Ulteriore diminuzione di mortalità e natalità: l’andamento decrescente riguarda sia la mortalità che la

natalità, il tasso di crescita della popolazione non supera l’1,5% e i valori della fecondità possono attestarsi

sull’1,3%, come in Italia e in Germania.Questa fase completa la transizione demografica.

La teoria della transizione demografica descrive il passaggio graduale da una demografia preindustriale ad una

demografia moderna, caratterizzata da una crescita limitata e controllata della popolazione.

Le migrazioni internazionali: dallo spazio migratorio euro-americano a quello euro-

maghrebino

Nel corso della storia si sono succedute grandi migrazioni di popoli,sia a scala regionale che continentale, in

seguito a guerre, spedizioni coloniali o eventi naturali, come carestie e terremoti. Negli ultimi quattro secoli il più

importante movimento migratorio è stato quello dell’Europa verso le Americhe: attualmente le popolazioni di

questi due spazi sono all’incirca equivalenti e buona parte delle famiglie americane sono di discendenza europea.

Attualmente le leggi statunitensi in materia d’immigrazione fissano a circa 750.000 nuovi residenti permanenti

all’anno,2/3 dei quali sono familiari di immigrati.

Le cause dei movimenti migratori e gli effetti nei paesi di accoglienza e in quelli di origine sono diversi:

• Ι movimenti di molte persone possono avere ragioni puramente economiche, nonostante profonde differenze

linguistiche e culturali, quindi tali flussi tendono a ridursi appena la disponibilità del lavoro diminuisce.

• I precedenti canali migratori sono un fattore d’aiuto e di sollecitazione, ma in caso di crescita della domanda

di lavoro si aprono rapidamente nuovi canali.

• A determinare il comportamento migratorio è il confronto tra le condizioni materiali di vita nel proprio paese

e quelle attese all’estero (non si tratta solo di costi materiali, ma anche psicologici, valutabili in termini di

separazione dalla propria cultura di riferimento).

Il movimento Euro-Maghrebino

Oltre due milioni di immigrati di origine maghrebina si sono mossi verso l’Europa, senza considerare quelli che

hanno acquisito la cittadinanza del paese di accoglienza. Questi numeri assegnano di fatto a questo movimento

migratorio il titolo di campo migratorio transcontinentale più rappresentativo dell’attuale stagione dei

movimenti migratori internazionali. Il motivo principale di questa migrazione,lo troviamo nel fatto che

Tunisia,Marocco e Algeria hanno accettato negli anni ‘80 le misure di aggiustamento strutturale del Fondo

Monetario Internazionale,per modernizzare il loro sistema economico e ridurre il peso del settore pubblico

sull’economia e sui costi della pubblica amministrazione. Ciò ha comportato una riduzione del numero di

impieghi sia nel settore pubblico che privato, causando queste dinamiche migratorie. Tuttavia esse non sono la

soluzione migliore per riequilibrare il mercato del lavoro,il quale deve assorbire la manodopera che c’è in

eccesso. I mutamenti economici possono indurre la diminuzione della pressione migratoria solo a lungo termine,

mentre nel breve possono agire come fattore di spinta, proprio in funzione del maggior grado di apertura verso

l’esterno delle economie nazionali indotte dai processi di globalizzazione. I paesi del Maghreb (paesi in via di

sviluppo) sono caratterizzati da un livello intermedio,ancora insufficiente per assicurare il pieno reclutamento

della popolazione attiva,ma in grado, in compenso, di agire come stimolo alla partenza.

Storia del movimento maghrebino:la prima fase dell’immigrazione maghrebina, dal dopoguerra alla crisi del

mercato dei prodotti petroliferi del 1973, ha interessato soprattutto il territorio francese. Nel periodo successivo

l’immigrazione maghrebina ha vissuto soprattutto la stagione dei “ricongiungimenti familiari”, si è insediata in

maniera stabile e ha sperimentato una crescita naturale molto vivace. Con l’inizio del “tempo della politica” negli

scenari migratori,ci sono stati numerosi stop agli ingressi dettati in Francia,Germania e Regno Unito e hanno

suscitato l’apertura di paesi come la Spagna e, soprattutto, l’Italia ai flussi. Attualmente sono distribuiti fra

Francia (900.000),Italia (250.000) Spagna,Belgio,Paesi Bassi e Germania (125.000/250.000 ciascuno).

Espansione,ramificazione e riarticolazione

Negli ultimi 30 anni i movimenti migratori hanno delineato una scena internazionale decisamente più ramificata e

complessa rispetto al passato. All’origine di questa evoluzione, che ritiene come cause principali del fenomeno

migratorio contemporaneo le crescenti differenze di sviluppo tra paesi ricchi e paesi poveri e i conflitti

nazionalistici, c’è la “decolonizzazione”. L’accesso all’indipendenza politica delle ex colonie dell’Asia e

dell’Africa ha fatto emergere la loro condizione di arretratezza economica. Oggi l’emigrazione internazionale

interessa la quasi totalità dei paesi e si stima che ogni anno vi sia circa un milione e mezzo di immigrati diretti nei

paesi industriali, senza considerare i clandestini e gli stagionali.

I campi migratori che si possono individuare sono 3:

1. I flussi che dal Messico si spostano verso la California e gli stati del Sud-Ovest, e dal Centro America e dalle

isole caraibiche verso l’Est Atlantico,la regione del Quebec e l’Ontario. Oppure gli spostamenti di

popolazione interni allo spazio sudamericano, soprattutto quelli dalla Colombia verso il Venezuela.

2. In Europa c’è uno spazio euro-africano (direttrice Sud, soprattutto flussi provenienti dal Maghreb), uno

spazio euro-asiatico (direttrice Sud-Est, movimenti dai Balcani e dal Medio Oriente), e uno spazio

continentale (direttrice Est, spostamenti dai paesi dell’Europa centro-orientale, dalla Federazione Russia e

dalle Repubbliche Asiatiche della CSI verso l’Occidente).

3. I territori dell’Asia dove i paesi petroliferi del Golfo restano un terminale d’arrivo importante per milioni di

asiatici, dalla Palestina all’ Indonesia; da qui flussi importanti si muovono anche verso l’Australia e la Nuova

Zelanda.

Un ultimo flusso migratorio,sviluppatosi più recentemente, è quello dell’emigrazione tecnologica,ovvero quel

movimento che interessa tecnici qualificati (e quindi provenienti dai paesi più sviluppati) che si spostano da un

paese all’altro al seguito di imprese per realizzare centrali energetiche,impianto industriali,aziende agricole,

grandi infrastrutture per un certo periodo di tempo, con periodi di lavoro alternati a fasi di riposo in patria.

Categorie di migranti

In base al loro statuto legale e amministrativo nei paesi di accoglienza possiamo individuare 5 categorie di

migranti:

1. immigranti ammessi legalmente dai quali ci si attende l’insediamento permanente nei paesi

d’accoglienza: negli ultimi anni si è avuta una media di circa 1 milione di migranti permanenti nei

tradizionali bacini di accoglienza (USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda); la maggior parte di queste

persone provengono da paesi in via di sviluppo o in fase di transizione come l’Asia e l’Europa orientale.

2. migranti temporanei legalmente ammessi: si tratta di migranti stagionali, lavoratori con contratto non

stagionale, migranti temporanei i cui contratti sono rinnovati nei paesi d’accoglienza e componenti del nucleo

familiare che hanno il permesso di ricongiungersi ai capifamiglia; (i lavoratori stranieri legalmente occupati

sono circa 20 milioni in tutto il mondo).

3. migranti illegali (clandestini privi di documenti): le cifre dei lavoratori che emigrano clandestinamente

cambiano molto spesso ed è impossibile effettuare un calcolo accurato (sono circa 30-40 milioni in tutto il

mondo).

4. profughi: si tratta di individui in attesa di accedere allo stato di rifugiato in un paese straniero, in base alla

Convenzione delle Nazioni Unite del 1951 sul diritto d’asilo e riconosciuta nei paesi industrializzati (sono

almeno 1 milione)

5. rifugiati: sempre secondo la Convenzione i rifugiati sono le “persone che vivono fuori dal loro paese per

fondati timori di persecuzione per motivi razziali,di religione,di nazionalità o perché membri di un particolare

gruppo sociale o rappresentanti di una certa opinione politica” (sono circa 17 milioni in tutto il mondo).

I numeri comunque sono indicativi perché è impossibile stimare la durata delle permanenze nei paesi stranieri

(basta pensare ad alcuni rifugiati politici che vivono all’estero per più di 20 anni). In generale il numero dei

migranti non supera l’1,5% del totale della popolazione mondiale, ma la loro presenza è significativa soprattutto

in alcune zone come l’Europa occidentale, dove la massa di immigrati evidenzia una condizione di malessere

sociale. Direttrici dei principali movimenti di persone

• La direttrice prevalente è quella Sud-Nord, come mostra l’esempio italiano. All’interno di questa direttrice ci

sono soprattutto lavoratori che dai PVS, sovrappopolati e con forte disoccupazione o bassi redditi, emigrano

verso l’Europa occidentale, gli USA e l’Australia. In Europa gli “extra-comunitari” sono molto numerosi

soprattutto in Germania, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Italia, paesi a bassa natalità e dove gli

immigrati stanno diventando insostituibili in molte mansioni sgradite ai lavoratori dei paesi ricchi.

• Altro flusso è quello delle ex colonie francesi e britanniche dell’Africa occidentale che si muove verso i paesi

metropolitani: si tratta di immigrati senegalesi, nigeriani, ghanesi, ecc.. che preferiscono queste destinazioni

per i vecchi legami di natura coloniale e quindi la familiarità con la lingua.


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Geografia Economica,basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Geografia dello Sviluppo: Spazi, Economie e Culture fra XX secolo e III millennio, Boggio. Gli argomenti trattati sono: il paradigma della globalizzazione, geografie della globalizzazione, l'ascesa delle città globali asiatiche, la teoria dello sviluppo e della crescita, valore aggiunto e PIL.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature straniere moderne
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Ghisalberti Alessandra.

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