Geografia economica
Per definire lo sviluppo e la sua geografia bisogna stabilire a che grado intermedio di complessità/semplificazione si vuole rappresentare la realtà. La nostra geografia sarà quindi quella che riteniamo più efficace per realizzare un tipo di sviluppo desiderabile, ovvero di sviluppo sostenibile, cioè in grado di assicurare buone condizioni di vita agli attuali abitanti del pianeta e ai discendenti.
La rete dell’economia globale è ordinata in maglie di diversa ampiezza ed è composta da nodi, trame e orditi. I nodi sono le città globali (es. Londra, Francoforte, Singapore, ecc.) e i distretti scientifico-industriali con alta specializzazione (es. la Silicon Valley); le trame e gli orditi sono le connessioni tra i nodi e sono rappresentati dalla complessità delle relazioni (politiche, produttive, di risorse umane, ecc.).
Il paradigma “centro-periferia” oggi è ormai superato; per Akio Morita, uno dei fondatori della Sony, occorre “pensare globale, agire locale”, da cui nasce il termine “glocale”.
Capitolo 1 - Scenari, approcci, concetti
Paradigma della globalizzazione
La globalizzazione ha portato l’opacizzazione dello stato nazione agli effetti dell’economia e della politica globale ora risulta più accettata nella rete del globale l’efficacia dei “livelli regionali”, minori ma meglio attrezzati per relazionarsi con il globale.
Stato-nazione: il concetto di nazione si riferisce alle eredità storiche, linguistiche, di cultura e di origine. Ora gli attuali stati sono delle realtà pluri-nazionali (es. Italia con Sardegna e sud-tirolesi, Spagna con catalani e baschi, ecc.). Si definiscono quindi stato-nazione solo con riferimento alla loro unitarietà politica.
Critiche alla globalizzazione: Amin (interessato al problema dei monopoli tecnologici, finanziari, dei media, ecc. nel Terzo Mondo), Joseph Stiglitz (interpretazione simile a quella di Amin), Ohmae (Globalizzazione in Russia, Gorbacev ha tolto delle barriere e ha permesso di arrivare ad un’economia veramente globale).
Geografie della globalizzazione
Città globali: Il funzionamento dell’economia globale si basa su un’articolazione di rapporti di centralità, perifericità e marginalità diversa dalla distinzione fra Nord e Sud. Vi è un continuo riposizionamento dei luoghi di comando. Il motore dello sviluppo capitalistico e i nodi cruciali dell’organizzazione economica mondiale sono le città globali, la cui influenza si estende all’intero pianeta (Londra, Tokyo, New York, e altre con un ruolo circoscritto come Parigi, Francoforte, Amsterdam, Sydney, Los Angeles, Hong Kong, o altre ancora che erano considerate periferia come San Paolo, Buenos Aires, Città del Messico, ecc.).
Da questo quadro possiamo parlare di geografia multi centrica e non stato-centrica, dove spesso la città acquista più importanza rispetto allo stato, il quale sta cambiando la propria missione, diventando un sito strategico d’interconnessione e relazione tra una molteplicità di scale geografiche politiche. Ciò non significa però che lo stato-nazione smetta di svolgere un ruolo fondamentale nel mondo globalizzato: tra locale e globale infatti non c’è discontinuità, ma una serie di relazioni dove lo stato nazionale svolge ancora un ruolo fondamentale, anche se trasformato in termini di qualità.
Rapporti centralità/perifericità: si intravedono anche nelle dimensioni locali, e in particolare in quella urbana, dove gli spazi sono segnati da fenomeni che marcano la disuguaglianza fra gruppi sociali ed etnici e fra i quartieri di appartenenza, e sono diventati luoghi dove si riscontrano fenomeni di accresciuta ingiustizia socio-spaziale. L’aumento dei flussi di immigrazione ha fornito alle imprese transnazionali una manodopera a basso costo, così le città globali diventando spazi duali con élite di manager sempre più ricchi a discapito di classi lavoratrici sempre più povere. Non si tratta però solo di disuguaglianze fra strati sociali, ma anche a livello territoriale con la segregazione residenziale dei gruppi svantaggiati.
Gentrification
La gentrification è l’imborghesimento degli spazi, ovvero un processo non naturale, a cura delle amministrazioni locali, attraverso cui i quartieri un tempo sedi di attività manifatturiere o portuali, vengono ristrutturati radicalmente e resi dei quartieri residenziali con crescenti prezzi immobiliari. È un fenomeno di imprenditorializzazione, in quanto dimostra che le amministrazioni rispondono più alle regole di tipo imprenditoriale che all’interesse pubblico: gli abitanti sono infatti costretti a lasciare i quartieri storici di residenza.
La gentrification può avvenire in diversi modi:
- Creazione di zone defiscalizzate che incentivano l’investimento privato
- Riqualificazione urbanistica, realizzata solitamente per grandi eventi (Olimpiadi, vertici internazionali, designazione di città come capitali della cultura, ecc.)
- Demolizione di interi lotti perché considerati non più profittevoli
L’ascesa delle città globali asiatiche
A inizio secolo l’Asia ha rafforzato sempre di più il suo grande ruolo nelle relazioni economiche e geopolitiche globali; negli ultimi decenni ha vissuto un ampio processo di mutamento e di sviluppo, rallentato in parte solo dalla pesante crisi finanziaria del 1998. Negli anni Ottanta il centro economico dell’Asia orientale era rappresentato dal Giappone (tanto che numerosi studiosi ne prevedevano un ruolo di leadership economica mondiale in grado di superare gli Stati Uniti), ma negli ultimi anni il centro propulsivo della regione si è spostato sempre di più verso la parte centro-meridionale giungendo in Cina, questo per 3 motivi:
- Forte incremento del PIL
- Le imprese esportatrici, protagoniste di questa ascesa hanno una crescente capacità di penetrazione nei mercati internazionali
- Ruolo delle città globali (da una parte Hong Kong e Singapore, due “città-stato, che da anni rappresentano centri affermati di organizzazione delle reti economiche e finanziarie globali; dall’altra parte la megalopoli di Shanghai, città storicamente dinamica dal punto di vista economico che, anche se per molto tempo è stata condizionata dalla chiusura imposta dal regime socialista, negli ultimi anni è riuscita a progredire diventando “città globale”).
Queste tre città devono la loro ascesa all’adozione di strategie di governo imprenditoriale dello sviluppo urbano; esse hanno tutte le caratteristiche dell’età della globalizzazione.
Shanghai
(13 milioni di residenti) è specializzata nel settore manifatturiero e in quello finanziario, ha una capacità produttiva (PIL) doppia rispetto a Pechino. Grazie agli interventi di politica economica Shanghai è riuscita a ritagliare una posizione di primo piano nell’economia nazionale della Cina. Nel 1990 il governo ha deciso di sostenere con grandi finanziamenti il programma di sviluppo dell’area di Pudong, che ha permesso per la prima volta ad alcune banche straniere autorizzate di operare in territorio cinese. Negli anni successivi l’apertura del mercato azionario ha dato libertà all’iniziativa privata. È stata valorizzata la sua posizione geografica, infatti si trova nella direttrice costiera in cui il governo cinese ha scelto di concentrare le strategie di sviluppo economico. Questa scelta è data dall’imprenditorialismo urbano che in Cina è affidato al governo, a differenza degli USA dove è affidato alla camera di commercio, e dell’Europa dove è affidato alle amministrazioni locali.
Hong Kong
Negli anni ’80 molte imprese si trasferirono nelle regioni meridionali per godere dei costi di manodopera e materie prime più bassi. Alla fine degli anni ’90 ci fu la grande recessione provocata dalla crisi finanziaria asiatica del 1998, ma già nel 2000 ci fu un risollevamento dell’economia e di nuovo dei soddisfacenti tassi di crescita. La crescita e la trasformazione dell’economia di Hong Kong sono state rese possibili dalle strategie di glob-urbanizzazione degli attori economici e politici locali.
La glob-urbanizzazione era un misto di cosiddette nel dialetto mandarino Guanxi (pratiche socio-culturali di relazione con agenzie e organizzazioni pubbliche e private) + Think Tank internazionali (trasformazione della città in nodo cruciale delle reti globali, capace di stimolare l’avanzamento economico e tecnologico dell’intera regione).
Singapore
Negli anni ’90 è stata attivata una strategia (in qualche modo “aggressiva” dal punto di vista culturale) basata sulla meritocrazia e l’individualismo competitivo, dove la città veniva promossa come “isola mondiale dell’intelligenza” (una sorta di imitazione della Silicon Valley californiana, dove ci sono le principali aziende ad alta tecnologia come Apple, eBay, Google, HP, Intel, Yahoo, ecc.).
Lo sviluppo dell’economia di Singapore si è diversificato in una varietà di settori produttivi accomunati dall’elevata propensione all’innovazione tecnologica (prodotti petroliferi, chimici, meccanici, biomedici, ecc.) e quindi non solo nell’elettronica.
Conclusioni
Sviluppo e sottosviluppo non sono più in opposizione tra loro e non si escludono più a vicenda. Il paradigma della modernizzazione (che poneva in conflitto lo sviluppo come “stato” [dei paesi ricchi] e lo sviluppo come “processo” [di tutti gli altri]) viene sostituito con il paradigma della globalizzazione (che riesce a catturare la complessità delle trasformazioni). Inoltre va evidenziato il distacco definitivo dalle logiche del paradigma “centro-periferia”.
Capitolo 2 - Teoria dello sviluppo e della crescita: concetti e strumenti
Crescita o sviluppo
Il concetto di crescita è ricercato sin dal 18º-19º secolo (in relazione con la Rivoluzione industriale), quando gli economisti si resero conto che la ricchezza poteva in crescere in maniera esponenziale all’aumentare e al diversificarsi delle produzioni, e che quindi una maggiore quantità di ricchezza offre migliori condizioni di vita in termini politici, sociali, di dominio e di benessere.
Si parla di crescita estensiva quando risulta dall’aumento proporzionale delle quantità di fattori produttivi (terra, capitale e lavoro) necessari per ottenerla. Si parla invece di crescita intensiva quando risulta dall’aumento più che proporzionale di tali quantità; essa è quindi favorita dall’innovazione del processo produttivo o dal miglioramento dell’organizzazione del lavoro.
Un sistema economico cresce quando produce un aumento delle sue quantità di ricchezza, e nel momento in cui tale incremento riesce a riorganizzare (in termini di maggiore produttività) il rapporto tra PIL e fattori produttivi. A una più alta flessibilità corrisponderà un maggiore sfruttamento dei vantaggi comparati di sistema (costo del lavoro); a significative deregolamentazioni corrisponderà una maggiore libertà per le posizioni dominanti.
La concezione occidentale di sviluppo implica che esso sia fortemente legato al compito della crescita della produzione assieme a quello del progresso sociale, per equiparare il livello della ricchezza al grado di “civilizzazione” misurato in comportamenti, pratiche, relazioni e usi.
La crescita economica non si lega all’equità del processo di distribuzione della ricchezza, né alla sua trasformazione effettiva in benessere diffuso, che invece sono compito del mercato e della politica (pur nel presupposto di renderla sempre rinnovabile).
Le società sviluppate appaiono e sanno di essere evolute e mature, ma in realtà sono soprattutto in grado di riprodurre la loro crescita. Parallelamente, per tutte le altre, ancora immature, è invece il contrario: “la parola sviluppo implica sempre un cambio favorevole, una scala dal semplice al complesso, dall’inferiore al superiore, dal peggiore al migliore”. La crescita rappresenta un processo che si traduce nell’aumento, nel lungo periodo, di un indicatore rappresentativo della produzione di ricchezza di un paese.
Si assegna definitivamente allo sviluppo il compito di modificare profondamente le società: a queste non basta crescere, bisogna che al loro progresso economico corrisponda un’evoluzione in termini di redditi reali, di condizioni di vita, di benessere, di qualità culturali, di libertà individuali e collettive, di formazione, di sanità, ecc.
Occorre infine considerare che il mito della crescita non corrisponde automaticamente al miglioramento delle condizioni economiche, e che inoltre non sempre la crescita quantitativa dell’economia non sempre comporta un pari miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, igieniche, sanitarie, relazionali, ecc.
Valore aggiunto e PIL
Il Valore Aggiunto: È la differenza tra il valore dei beni e servizi prodotti (output) da un’azienda e il valore dei beni e servizi che detta azienda acquista all’esterno (input). È pari alla differenza tra ciò che paga l’utilizzatore di un determinato bene o servizio e ciò che il produttore dello stesso bene o servizio ha pagato per acquisire l’input.
Il Valore Aggiunto può essere calcolato:
- Per sottrazione, deducendo dal valore della produzione complessiva il valore di tutti i fattori acquistati dall’esterno ed effettivamente utilizzati nel processo produttivo;
- Per somma, addizionando i seguenti costi: retribuzioni del lavoro e oneri sociali, interessi passivi (in dottrina vi è dubbio se appartengano al VA o all’input, anche se non muta il VA aggregato), ammortamenti, utile netto d’impresa, imposte dirette.
Il metodo della determinazione del VA per somma consente di conoscere la destinazione del VA stesso tra le diverse componenti d’impresa e la distribuzione della ricchezza che ne deriva. Il totale dei VA prodotti da tutte le imprese del sistema economico di un paese corrisponde al suo Prodotto Interno Lordo.
Il PIL: È considerato la misura della ricchezza prodotta in un paese e corrisponde al valore della produzione totale complessiva di tutti i beni e i servizi finali prodotti da un paese in un certo intervallo di tempo (l’anno). Dal totale va sottratto il valore dei consumi intermedi inter-industriali (parte della produzione riutilizzata e scambiata tra le imprese stesse).
Tale ammontare di ricchezza è calcolato in base ai prezzi di mercato e, per questo, ad esso vanno sommati il totale dell’IVA e quello delle imposte indirette sulle importazioni che intervengono, aumentandoli, nella formazione dei prezzi stessi.
Il prodotto si definisce interno perché è relativo a tutta la produzione di un determinato territorio-paese e non del complesso dei suoi abitanti, che possono produrre valore anche all’estero; è lordo in quanto il suo ammontare non tiene conto dell’ammortamento dei beni strumentali impiegati nella produzione.
Il calcolo del PIL può prodursi, così, in ragione dei Valori Aggiunti (valore della produzione al netto del valore dei beni intermedi); oppure in ragione dei redditi (la differenza tra il valore della produzione e quello dei beni intermedi si suppone pari al reddito distribuito in salari e profitti).
Per riassumere la ricchezza di un paese è possibile, infine, calcolare il PIL anche attraverso la somma della spesa complessiva per consumi, presupponendo che il valore totale dei beni e dei servizi finali corrisponda alla spesa per consumi delle famiglie. In realtà, a questo valore andrebbe aggiunta la spesa in macchinari, impianti e immobili sostenuta dalle imprese.
L’invenzione del sottosviluppo
Dagli anni ’50 lo sviluppo diventa il termine per rilevare il suo contrario, in altre parole il sottosviluppo. Per molti anni c’è stata l’idea dell’esportazione della civiltà, trasformandosi progressivamente in una concessione dello sviluppo ai paesi considerati immaturi, con la convinzione di garantire il benessere che gli mancava (come se la logica occidentale componesse il metro giusto per poter valutare il resto del mondo: il cosiddetto “mito occidentale dello sviluppo”).
Il primo a parlare di sottosviluppo fu Thurman, il quale riconobbe l’esistenza di squilibri fra mondi diversi e l’esigenza di definire un programma in grado di rendere disponibili i benefici dei perfezionamenti tecnologici e del progresso industriale per il miglioramento e la crescita delle aree sottosviluppate, individuando così per la prima volta un compito umanitario e universale della riduzione delle disparità.
Successivamente furono elaborate le teorie della dipendenza che interpretavano lo sviluppo e il sottosviluppo come due facce della stessa medaglia (richiamando così il paradigma centro-periferia: spazi evoluti = centralità, territori sottosviluppati = perifericità). L’insieme delle teorie della modernizzazione si basava su 2 concezioni particolari:
- Lo sviluppo era possibile solo nell’applicazione delle leggi che hanno fatto già avanzare i paesi occidentali;
- Il sottosviluppo era determinato da limiti strutturali dei paesi del Sud: classi sociali oligarchiche al potere, eccesso di statalismo e lentezze burocratiche, ridotto sviluppo tecnologico, scarso livello nelle esportazioni, ecc.
Di conseguenza, per consolidare la convinzione della crescita, elemento discriminante per una sua riuscita, era necessario ridurre la presenza dello Stato in economia (liberalismo), sostenere le produzioni di beni a massima attrattività estera (soprattutto beni primari e libero scambio), ridurre le importazioni e attirare capitali esteri (far crescere le rendite e il debito pubblico). La configurazione del sottosviluppo come qualcosa da disciplinare attraverso la modernizzazione e l’adozione delle tecniche del capitalismo fu fortemente messa in discussione dal modello dello scambio ineguale elaborato da...
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