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affermazione alla scala regionale. Con la fine del duopolio,gli USA restano l’unica potenza con interessi globali

in grado di intervenire per difenderli,ma venuto meno il nemico,si sono moltiplicate le aree dove l’interevento è

ritenuto necessario.

Allo stato attuale,la leadership mondiale americana deve fare i conti con la possibilità di candidarsi come garante

dell’intero pianeta,ruolo troppo oneroso anche per il più importante Stato della terra.

L’intervento degli USA si focalizza sempre di più su operazioni volte a garantire la sicurezza interna. Gli USA

non possono più fare affidamento,come nel passato,soltanto su un atteggiamento reattivo;non possono permettere

ai nemici di attaccare per primi,perciò il dipartimento della difesa statunitense india,di conseguenza,alcuni

significativi mutamenti di strategia da attuare tra i quali il passaggio dal condurre la guerra contro nazioni a

condurre la guerra in paesi con cui non siamo in guerra (porti sicuri); da una deterrenza standardizzata a una

deterrenza su misura per le potenze canaglia (più pronti ad assumersi rischi,mettendo in gioco le vite dei

cittadini); dal rispondere dopo che una crisi comincia (approccio reattivo) ad azioni preventive tali da evitare che

i problemi diventino crisi (approccio proattivo).

NB deterrenza: “provvedimento da parte dello stato nei confronti di un individuo per evitare che compia altri

reati; insieme di comportamenti ed azioni tesi ad influenzare i comportamenti e le azioni di un soggetto in modo

da minimizzare la possibilità che esso aggredisca un altro soggetto o metta in essere comportamenti od azioni

ritenuti lesivi della convivenza civile, sia tra persone che tra Stati.

L’indebolimento del ruolo degli stati-nazione

La fine del bipolarismo non ha portato a una semplificazione dei rapporti internazionali,diretti da un unico

soggetto e sorretti da processi di globalizzazione dell’economia;anzi per molti versi,le cose si sono complicate sia

perché si sono moltiplicati i soggetto (stati) desiderosi di contare sulla scena mondiale,sia perchè lo stesso ruolo

degli Stati-nazione risulta più debole. Questo indebolimento si coglie sia in quelle aree nelle quali l’istituzione

delle stato è un fatto recente(stati nuovi;post-coloniali),sia nei paesi sviluppati dove le istituzioni statutali sono il

risultato di una tradizione storica consolidata(stati UE che hanno fatto rinunce della sovranità in campo

economico e monetario).

In definitiva il 900 è stato soprattutto un secolo denso di avvenimento e processi in parte conclusi,ma

contemporaneamente i complessi cambiamenti avvenuti non hanno risolto antiche problemi(divari sociali ed

economici tra Nord e Sud)e ne hanno creati altri(nuove povertà).

Nostalgia dell’Europa

La storia dell’Europa si compone così:

• Fino al 1945:le potenze primarie combattevano in terreno di casa o neutro per conquistare territori

• Dopo la seconda guerra mondiale: parabola discendente delle potenze

• Futuro: la creazione dell’UE per competere con gli USA e gli stati emergenti (Cina,India,Brasile)

La formazione dell’Unione Europea ha portato una forte rottura con il passato,perché essa è sempre di meno un

associazione temporanea di scopo,e sempre di più un forte elemento politico,come dimostra il trattato di

Schengen che prevede oltre che la libera circolazione nei territori dell’Europa,anche delle uniformi leggi anti-

terrorismo per tutti gli stati Membri.

L’essenza culturale e politica della globalizzazione

Un significativo elemento che si coglie nelle nuove dinamiche è il rapporto,ancora indefinito,che tende a stabilirsi

tra l’economia globale e la politica. In passato le relazioni tra stati erano finalizzate soprattutto al raggiungimento

di alleanze militari e intese commerciali;oggi si riscontra la necessità di pervenire a confronti alla scala globale

pressoché continui,nel tentativo di governare processi di portata mondiale,dai quali nessuno può chiamarsi fuori.

Queste considerazioni inducono a riflettere su un aspetto talvolta trascurato della globalizzazione:la sua assenza

culturale e politica. Aspetti,tra cui le differenze culturali,religiose,etniche,contribuiscono non poco a rendere lo

scenario ancora più complesso e ad allontanare l’ipotesi del raggiungimento di in ordine globale.

Appare necessario perciò fare un corpus di regole fondato non solo su valori economici,ma anche sulla politica

che ha il compito di elaborare nuovi strumenti,per garantire il “diritto allo sviluppo”.

Tecnologia e luoghi

La consapevolezza delle straordinarie possibilità offerte dalla tecnologia possono indurre a immaginare un mondo

in cui la tecnica abbia il sopravvento sulla politica. Il rischio è dunque,quello di credere che la tecnologia possa

sostituirsi alla politica come strumento per l’individuazione della soluzione migliore per tutti.

Limiti:

1) alla crescita complessiva dei sistemi tecnologici si accompagna spesso una maggiore vulnerabilità

2) più gli strumenti sono avanzati,meno risultano accessibili e ciò comporta una crescita del divario tra le aree

sviluppate e quelle eluse dai vantaggi connessi al processo delle tecnologie.

La questione non è,quella di porre limiti al progresso scientifico,ma di garantire governabilità e accesso alle

conquiste realizzate dall’uomo.

Per quanto le nuove forme assunte dall’economia si basino su flussi di informazione,va osservato che tali

informazioni consono altro che materie prime:devono essere lavorate,trattate e trasmesse per poter diventare beni

e risorse.

La rappresentazione più efficace degli attuali sistemi globalizzati è la rete composta da nodi dotati di particolari

caratteristiche, e tratti di collegamento, materiali e immateriali, lungo i quali si scambiano informazioni, ordini,

capitali, conoscenze. Potrebbe essere considerata come mezzo per “catturare”,il progresso,la ricchezza presente

nell’ambiente circostante ma è anche un messo per incrementare la ricchezza e il progresso ed è in questo senso

che essa restituisce all’ambiente in cui si trova più di quanto preleva da esso. La rete permette quindi,da un lato la

comunicazione fra i nodi,dall’altro “l’irrigabilità”della superficie che copre;non sono omogenee,ovvero non si

presentano ugualmente fitte dappertutto.

Problema della tecnologia è il digital divide,ovvero la differenza fra stati tecnologicamente avanzati e stati che

hanno appena iniziato la rivoluzione tecnologica.

Verso uno spazio politico globale?

Paradossalmente all’unificazione mondiale e al consolidamento dei mercati ,si assiste all’indebolimento del ruolo

degli stati nel governo delle economia e alla frammentazione realizzata (Cecoslovacchia,ex Jugoslavia)o

paventata(Padania),delle stesse compagini statali,si coglie un ulteriore elemento apportatore di caos insito nei

processi economici che nei paesi sottosviluppati alimenta i flussi migratori e in quelli sviluppati contribuisce alla

diffusione di un profondo senso di precarietà e malessere.

Tali problemi esigono che si adotti una prospettiva politica globale e che si creino nuove istituzioni politiche

globali. Cominciano a venir fuori posizioni che non sono anti-globalizzazione ma che,viceversa,auspicano una

globalizzazione vera(senza esclusi),un processo che,al contrario di quanto sta accadendo ,non genera

omologazione,subordinazione di massa,ma reali opportunità per tutti. In un mondo fato di differenze

geografiche,culturali e religiose,ciò che può tenere insieme l’umanità è un’idea di globo inteso come il luogo

dove si realizza l’unione tra diversi. Occorrerà immaginare perciò una strategia globale per lo sviluppo,che potrà

far leva sull’enorme patrimonio di conoscenze scientifiche e tecnologiche che il genere umano nel suo complesso

ha accumulato. Uno sguardo all’Italia

Il nostro paese potrebbe essere rappresentato come un “mosaico di differenze” di carattere economico,culturale e

forse anche politico.

L’indebolimento dello stato-nazione è costituito dall’articolato rapporto con l’UE ;i meccanismi di allocazione

delle risorse comunitari rivelano mutati equilibri fra stato,regioni e unione,in un quadro complesso nel quale il

rapporto fra regione e unione è sempre meno mediato dallo stato.

L’interazione tra Italia e UE non si esaurisce nel confronto sulla migliore distribuzione possibile delle risorse

comunitarie ma soprattutto in campo economico-finanziario per il raggiungimento di obiettivi di equilibrio

macro-economico. Il consolidamento del rapporto con l’UE comporta innegabili vantaggi ma anche la rinuncia a

più ampi margini di autonomia decisionale in ambiti economici e sociali un tempo governati solo a livello

nazionale.

In Italia la dialettica tra interesse nazionale,locale e globale diventa sempre più complessa,però con questa entrata

l’Itali può conservare un sistema economico tale da assicurare risorse alla collettività.

Il caso italiano sembra confermare che,in termini economici i processi di globalizzazione non possono essere

separati dalla valorizzazione della dimensione territoriale;anche sul piano politico e sociale appare sempre più

necessario sviluppare una coscienza democratica globale radicata in autentiche comunità locali.

L’Italia ha colto l’importanza di concentrare la propria attenzione su porzioni di territorio molto circoscritte;si

tratta di una particolare forma disporre attuato attraverso il controllo territoriale della organizzazioni

criminali(mafia,camorra…)per tali soggetti la dimensione di quartiere rappresenta sia una possibilità di

protezione in caso di fuga o latitanza sia un luogo di identificazione e legittimazione culturale del comportamento

mafioso.

CAPITOLO 6 - Il post-sviluppo nel Sud globale:sfida possibile o nuova illusione?

Le prospettive critiche del post-sviluppo

Due filoni 1) elabora un’interpretazione critica dei presupposti socio-economici delle teorie e delle pratiche

dominanti dello sviluppo:la filosofia sociale di riferimento e la dottrina economica che la ispira; 2) offre un

lavoro di decostruzione,vale a dire di smontaggio dei meccanismi socio-culturali e ideologici che hanno permesso

a queste stesse teorie e pratiche politiche di conseguire,per alcuni decenni,una posizione egemonica nelle

reazione tra Nord e Sud del mondo.

Le alternative dell’economia solidale:la scuola anti-utilitaristica

Le critiche alle teorie economiche convenzionali,avevano posto particolare accento sul loro carattere “de-

socializzato”,cioè sulla scarsa considerazione rivolta ai fattori sociali e antropologici che presiedono ai processi

di sviluppo. La riscoperta delle opere di Mauss e Polanyi giunge in soccorso dell’esigenza di colmare tale lacuna

teorico-interpretatitva.

E’ proprio all’opera di Mauss che si richiama la scuola anti-utilitarista che ha scelto di dare vita a un movimento

intellettuale entro la cui fila spiccano esponenti di punta della scuola del post-sviluppo. Come Polanyi anche

Mauss si dedicò a elaborare una teoria dello scambio che fosse in grado di mettere in crisi il primato dell’homo

economicus; egli è noto per la sua teoria del dono come “fatto sociale totale”,secondo cui nell’atto del donare è

possibile rinvenire alcuni gesti fondativi del legame sociale:il dare,il ricevere o il rifiutare un dono sono alla base

della definizione di un rapporto di reciprocità,che è al contempo volontario e obbligatorio per la valenza magica

del dono stesso.

Il razionalismo utilitarista trova sintesi nel principio secondo cui l’azione umana è in massima parte orientata al

soddisfacimento dell’interesse individuale.

Muovendo dalla prospettiva concettuale appena delineata,i nuovi anti-utilitaristi hanno spiegato come all’origine

dell’azione sociale non risiedano soltanto motivi di calcolo e interesse,ma anche di

obbligo,spontaneità,amicizia,solidarietà:ovvero qualità relazionali,che trovano esemplificazione nella potenza

simbolica insita nell’atto del donare.

La ripresa del pensiero di Mauss permette a questi autori di pensare a un paradigma sociale che porsi in

alternativa sia all’individualismo metodologico delle dottrine liberali sia all’olismo,così terzo paradigma degli

anti-utilitaristi che arriva a proporre la fondazione di un’antropologia relazionale e solidale nell’intento di

affermare il primato dell’alleanza e dell’associazione solidale tre gli individui come pratiche sociali per loro

natura disinteressate al perseguimento di obiettivi convenzionali di massimizzazione degli utili.

Mentre nel “Primo Mondo”( il mondo occidentale) il discorso anti-utilitarista ha trovato ampio riscontro nella

sfera dell’economia no profit e del volontariato laico,l’applicazione di tale prospettiva interpretativa alla realtà di

ciò che un tempo si chiamava terzo mondo,ha indotto questi autori a guardare con attenzione alle iniziative di

auto organizzazione sociale e di esplicita o implicita resistenza alla “occidentalizzazione sociale”.

Queste iniziative possono assumere la forma di reti diffuse di economia formale o di strategie di

sopravvivenza,dedite non solo ad attività di produzione e vendita ma anche a pratiche che afferiscono

prevalentemente alla sfera extra economica della vita associata:l’autocostruzione di abitazioni,l’organizzazione di

feste popolari, ecc..

La critica dello sviluppo come razionalità di governo:il post-modernismo radicale

Altro principale filone interpretativo che anima la letteratura sul post-sviluppo:quello di formazione anglosassone

impegnato nella decostruzione dello sviluppo come ordine del discorso e fonte di una nuova “razionalità

governamentale”.

L’obiettivo fondamentale consiste nel decostruire criticamente il tema dello sviluppo,guardando a esso come a un

terreo discorsivo che ha alimentato la formazione di pratiche e azioni egemoniche di politica economica e sociale

e di rappresentazione culturale. Secondo questi autori ,lo sviluppo ha funzionato da potente “concetto

organizzatore” nell’ideazione e nella realizzazione pratica di programmi e strategie di governo che hanno

interessato diverse sfere della vita associata nei paesi “in via di sviluppo”:l’economia,la condizione di esclusione

sociale,l’assetto territoriale.

L’elemento distintivo di questo sistema di governo,risiede nel fatto di aver relativizzato la centralità dello Stato-

nazione,demandando poteri,funzioni e responsabilità ad altri soggetti di natura pubblica,parzialmente pubblica o

privata.

La questione radicale e post-modernista del post-sviluppo che forse ha fatto più discutere è quella che riguarda l

cosiddetta “invenzione della povertà” nei paesi del Sud del mondo. Da un lato,questi autori,hanno ricostruito in

modo efficace il processo che fu all’origine della “scoperta” del fenomeno dell’indigenza materiale nei “paesi in

via di sviluppo” all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Da quel momento in poi la povertà assume il ruolo

di caposaldo indiscusso e ,per molti versi,vero e proprio pretesto del “discorso dello sviluppo” e delle connesse

strategie politico-economiche promosse dalla Banche Mondiale e da altri organismi internazionali;in particolare

sottolineano la funzione svolta dalla povertà come stimolo alla formazione di nuove tecnologie politiche di

governo della società e alla conseguente organizzazione di un ceto di funzionari,esperti

tecnici deputato alla formulazione e all’implementazione dei programmi di sviluppo.

I programmi da essi gestiti hanno finito con il realizzare,secondo critici neo-faucaultiani dello sviluppo,un’opera

di lento quanto inesorabile disciplinamento socio-culturale delle popolazioni destinatarie delle politiche di

cooperazione. Tale opera ha avuto un’importanza persino prioritaria rispetto all’obiettivo dichiarato di riduzione

della povertà,che appunto giustifica l’adozione delle politiche di sviluppo.

Ciò che interessa rilevare a questo punto è come il post-sviluppo abbia funzionato non solo da prospettiva di

partenza per la formulazione di istanze politiche e culturali che vogliono rompere con gli schemi e gli approcci

del passato,ma in modo paradossale speculare allo sviluppo stesso ha funzionato anche da strumentario

concettuale per l’organizzazione di pratiche e strategie concrete di governo e autogoverno delle società nei paesi

del “Sud globale”.

Tra autorganizzazione locale e reti internazionali: esperienze e pratiche del post-sviluppo

Negli ultimi anni si è diffusa la volontà di esplorare alternative concrete allo sviluppo dominante. I sostenitori del

post-sviluppo hanno evidenziato una spiccata sensibilità nei confronti delle esperienze di autorganizzazione della

società civile. Recentemente si è invece diffusa l’esigenza di andare oltre le prime formulazioni del discorso sul

post-sviluppo, e di influire con maggiore incisività sulle strategie e sulle esperienze concrete di sviluppo dal

basso. Alcuni studiosi ritengono che occorra ripensare, riformulare e rifondere lo sviluppo; altri, come le geografe

Gibson e Graham, sostengono che la sfida del post-sviluppo non consiste nel rinunciare allo sviluppo né nel

ritenerlo una pratica irrimediabilmente corrotta e fallimentare, ma che la sfida è quella di immaginare e praticare

lo sviluppo in maniera diversa. Le due geografe si sono dedicate alla discussione e alla produzione attiva della

politica post-capitalista, ovvero una politica che ragiona e opera in modo concreto intorno all’obiettivo

immediato (e quindi non rinviabile al futuro) di costruire un’effettiva alternativa alla realtà economica del

capitalismo globale, promuovendo una vera e propria “politica dell’economia possibile”. Alcuni hanno sostenuto

che tale approccio presupponga che tutto sia possibile in presenza della volontà di perseguire l’obiettivo

prefissato, creando così una sorta di illusioni e false speranze alle popolazioni dei paesi poveri. Tuttavia Gibson e

Graham dimostrarono la propria tesi esponendo l’esperienza di sviluppo economico comunitario di cui furono

testimoni nelle Filippine. L’obiettivo di tale programma di cooperazione era quello di permettere che i filippini

espatriati cessassero di avere una fruizione prevalentemente individuale, come solitamente accade nei paesi di

emigrazione, e fossero invece utilizzate dalla comunità locale, con l’aiuto di organizzazioni non governative e

altri soggetti associativi, nell’intento di sostenere l’economia informale già esistente.

Per quanto riguarda il sostegno delle “economie diverse”, altri autori hanno sottolineato la necessità di guardare

non tanto alle potenziali alternative non capitalistiche allo sviluppo (come propongono le due geografe), quanto

alle strutture ibride di organizzazione economica, capaci di combinare in forme creative e sempre mutevoli la

relazione con l’economia del mercato globale.

Le forme ibride di cooperazione tra attori “forti” e attori “deboli” si generano sia nell’attività economica

imprenditoriale sua nella governance dei processi di sviluppo comunitario. Nei paesi meno ricchi, infatti, sono

sempre più frequenti i contratti di collaborazione su specifici progetti umanitari e di sviluppo economico tra il

governo locale e nazionale, e le associazioni non governative straniere e organizzazioni internazionali

“ufficiali”(Banca Mondiale, Fao, UNESCO, ecc..). Le organizzazioni non governative di origine internazionale

sono state costituite per drenare fondi per l’implementazione dei programmi di sviluppo o di incoraggiare

rapporti di cooperazione, scambio e solidarietà tra soggetti “alla pari”.

Conclusioni

Nello scenario della globalizzazione si fa sempre più instabile la distinzione tra Nord e Sud del mondo, tra mondo

avanzato e mondo “arretrato”. I processi di innovazione economica, territoriale e organizzativa possono

verificarsi nei paesi del Nord così come in quelli del Sud del mondo; è inutile ricercare le disuguaglianze e i

“ritardi” solo nelle periferie geografiche del pianeta, poiché sono ben presenti anche negli spazi centrali del

capitalismo globale.

CAPITOLO 8 - Strumenti economici e politiche dell’ambiente e del clima

Il processo di creazione delle esternalità

Pearce Turner nel 1991 definiva le esternalità come “l’esistenza di interdipendenza tra impresa e società,

caratterizzata da una mancata compensazione degli effetti negativi che compromette l’allocazione ottimale delle

risorse”. L’interdipendenza si manifesta quando l’attività di produzione o di consumo di un soggetto influenza

(positivamente o negativamente) il benessere di un altro soggetto, senza che questo riceva una compensazione (se

impatto negativo) o paghi un prezzo (se impatto positivo) pari al costo/beneficio sopportato/ricevuto.

Esistono 2 elementi che caratterizzano le esternalità:

1- l’interdipendenza (delle attività economiche individuali)

2- l’assenza di un mercato (assenza di uno scambio volontario e di prezzi regolatori degli scambi)

Le esternalità possono essere negative o positive. Si parla di esternalità negative quando l’attività (di produzione

e/o consumo) di un soggetto comporta effetti negativi per altri soggetti (imprese e/o consumatori) e il soggetto

responsabile non corrisponde al danneggiato un prezzo pari al costo subito. Si parla di esternalità positive

quando ci sono effetti positivi per altri soggetti e questi non pagano un prezzo pari ai benefici ricevuti.

Inoltre si distinguono le esternalità di consumo da quelle di produzione, e anche queste possono essere positive o

negative. Si parla di esternalità di consumo quando il consumo del bene da parte di un individuo influenza il

livello di utilità o benessere di un altro individuo; sono positive se l’utilità dell’altro individuo aumentano (x es.

un bel ragazzo che passa per strada, un giardino condominiale, i profumi che arrivano in casa dal ristorante

vicino, ecc..), sono molto diffuse ma chi le subisce raramente si lamenta; sono negative se l’utilità diminuisce o

se l’attività di consumo di un soggetto danneggia un altro (x es. vicini che ascoltano musica ad alto volume in

tarda notte), si tratta di situazioni in cui qualcuno trae utilità da un qualcosa che può essere fastidioso per altri. Si

parla di esternalità di produzione quando l’attività di produzione di un soggetto influenza il benessere di altri;

possono essere positive (x es. lo scarico di acqua calda che permette la coltivazione di particolari colture o la vita

di pesci tropicali) oppure negative (x es. l’inquinamento atmosferico di una fabbrica vicino ad un centro abitato).

Esternalità ambientali

Gli economisti sono riusciti a integrare l’ambiente nella teoria generale definendolo come “effetto esterno” e

interpretandolo come difetto o fallimento del mercato. Pigou, riferendosi all’inquinamento,fece notare come

l’ambiente deve per forza tener conto delle esternalità. Quando A fornisce a B un servizio (per il quale viene

pagato), incidentalmente determina anche servizi o disservizi nei confronti di C, D ed E, ma ciò avviene in modo

tale che è impossibile che chi ne beneficia debba pagare o che chi viene danneggiato possa ottenere una

compensazione. Esistono infatti dei costi non sostenuti che saranno a carico delle generazioni future e del

pubblico privo di difesa organizzata (perciò incapace di rivendicare giustizia senza dimostrare il grado del

danno). Come sappiamo l’ambiente è un bene pubblico,ovvero un bene che può essere utilizzato da chiunque e il

cui utilizzo non preclude l’uso ad altri.

Da un punto di vista economico sono nati alcuni problemi con l’esternalità in quanto:

• i danni a volte sono distanti dal luogo in cui vengono fatti,e hanno un immediatezza molto scarso

• manca un modello economico capace di valutare e “prezzare” il danno ambientale

• non si possono internalizzare i costi,ovvero far pagare un prezzo per l’inquinamento subito o che si

subirà,perché ciò che non ha un prezzo riconosciuto e scambiabile non ha un valore economico

Anche per il futuro non si prevedono grandi miglioramenti,in quanto il progresso tecnico porta delle nuove

esternalità.La soluzione migliore sarebbe uno sviluppo tecnologico parallelo che oltre ad innovare,riesca a

riconoscere e ridurre le esternalità negative,ed uno sviluppo organizzativo-gestionale che lo adatti a modelli

produttivi sostenibili La Contabilità Ambientale:

Le azioni e le politiche per la sostenibilità svolte e promosse da ogni attore presente nel territorio costituiscono

l’ambito su cui agisce la contabilità ambientale territoriale. Trattare di contabilità ambientale territoriale significa

riconosce le modalità di rendicontazione tipiche delle organizzazioni pubbliche e private,capirne

metodi,strumenti e strutture di raccolta,archiviazione e gestione dei dati ambientali ,sociali ed economici

,evidenziando le differenze determinate dall’oggetto sociale,dalla finalità espressa e dal ruolo ricoperto dal

territorio. Occorre conoscere in modo dettagliato l’attività dell’organizzazione.

Il processo è così suddiviso:

1. Informazione:Disporre di informazioni complete ed aggiornate su tutti gli effetti che hanno sull’ambiente

le fasi del processo produttivo per l’impresa

2. Organizzazione informazioni tramite sistema di contabilità ambientale (monitoraggio inquinanti,

riconoscimento spese sostenute per proteggere l’ambiente, ecc..)

3. Quantificazione:conteggio dati fisici per quantificare fisicamente l’impatto fisico e i danni conseguenti

4. Monetizzazione danno: il costo che dovrebbe sostenere l’impresa per non far ricadere il danno sui

cittadini .Se manca questo passo,si ha il cosiddetto costo sociale o costo esterno,che si intende ricada

interamente sul territorio e la comunità che abita lì.

La contabilità ambientale nazionale e territoriale

Il termine contabilità può essere distinta secondo l’oggetto in:nazionale,territoriale,d’impresa. Le sue finalità

sono tre:

• rendicontazione:rilevazione,archiviazione,organizzazione,produzione e rappresentazione di dati ed

informazioni ambientali di tipo fisico e monetario

• gestione: utilizzo dei dati fisici e monetari per fornire un supporto all’attività decisionale, di

programmazione e di controllo

• comunicazione:rappresentazione in forma divulgativa dei dati,degli indicatori e dei risultati ottenuti

(Stati, enti locali ed imprese)

La contabilità ambientale nazionale ordina l’insieme delle scritture e dei quadri contabili utilizzati per

interpretare il quadro macro-economico e per disegnare misure e proposte

La contabilità ambientale territoriale,ha come obbiettivo quello di individuare il valore economico della

politica per la sostenibilità,e per valutare l’efficacia della spesa sostenuta. Questo passa attraverso alcune fasi

Fase 1:produzione dati e informazioni ambientali di tipo fisico

Fase 2:associazione dei costi e le spese sostenute e preventivate alle attività e politiche selezionate

Il bilancio ambientale d’impresa è invece uno strumento contabile in grado di fornire un quadro del rapporto fra

impresa e ambiente con dati quantitativi e qualitativi economici. Ha la funzione di ottenere informazioni per

gestire i rapporti con il mondo esterno.

Il bilancio ambientali deve avere le seguenti caratteristiche:

• dati fisici esaustivi

• dati monetari esaustivi

• consentire il collegamento fra dati fisici e monetari

• creazione di indici sintetici e indicatori di prestazione

• conformità rispetto a esigenze ISTAT

Anche questo processo si articola in due fasi,una di raccolta informazioni e l’altra di utilizzo di questi dati per

valutazioni interne di efficacia e per un eventuale rapporto ambientale o di sostenibilità.

Il rapporto ambientale è un documento ufficiale che raccoglie le politiche d’impresa, le informazioni e gli

indicatori ambientali. È uno strumento di comunicazione che l’impresa redige per rendicontare la propria

relazione con l’ambiente. Informa dipendenti, cittadini e amministratori pubblici e locali sulle emissioni

inquinanti, sui consumi di risorse e sugli effetti che l’attività dell’impresa ha avuto negli anni precedenti e può

avere sulle politiche e i programmi che l’impresa ha effettuato per aumentare la sua compatibilità con l’ambiente.

Tali rapporti sono volontari: non esiste alcuna regolamentazione in Italia e in Europa che obblighi organizzazioni

pubbliche o provate a pubblicare tali resoconti.

Spese Ambientali e Costi esterni

Per spese ambientali prendiamo la definizione dell’EUROSTAT del 1994 che definisce come spese ambientali le

spese sostenute per la realizzazione di attività il cui fine principale (diretto o indiretto) è la gestione e la

protezione dell’ambiente,vale a dire le attività dirette deliberatamente e principalmente a

prevenire,controllare,ridurre od eliminare l’inquinamento e il degrado ambientale provocati dagli atti di

produzione e di consumo.

Tali costi o spese possono essere divisi per:

- Ambito: gestione rifiuti,protezione dell’aria,riduzione scarichi di acqua

- Tipologia d’intervento: spese correnti o d’investimento

- Esplicitazione: costi convenzionali,potenzialmente nascosti,collegate ad un evento.

La contabilità monetaria assieme a quella fisica permetti di avere un quadro preciso delle attività svolte

dall’organizzazione per la protezione e il riprestino dell’ambiente.

I costi che si possono manifestare possono essere costi ambientali interni all’organizzazione (costi privati) o

costi ambientali esterni (costi sociali).La quantificazione dei costi esterni è utile perché dà vita alla

quantificazione del danno,quindi al processo di internalizzazione che si conclude poi con la corresponsione della

cifra equivalente. Per questa valutazione si può scegliere fra due punti di vista:

• Per chi produce il danno ambientale: dove si mira all’invarianza quantitativa e qualitativa del capitale

naturale,ovvero l’insieme delle spese sostenute dall’impresa per rendere meno dannosi i cicli produttivi (si

parla di manteinance cost approach)

• Per chi subisce il danno: mirata a definire le spese che la società esterna all’impresa (la comunità e

l’ambiente) sostiene per difendersi dai possibile danni associati al degrado ambientale o per curare danni già

causati (si parla di cost borned approach)

La quantificazione monetaria del danno può essere:

a) alla salute (costo degenza in ospedale, assenza dal lavoro per malattia, ecc..)

b) tipicamente ambientale (effetti dell’inquinamento sulla riduzione del raccolto o aumento del prezzo di costo

dei singoli prodotti)

Il processo permette quindi di formare un prezzo (internalizzare) e poi si conclude con la corresponsione,che fa

diventare il costo per i danni subito un costo vivo, e che rappresenta la compensazione per il danno subito,ovvero

il risarcimento

Quindi, riassumendo: la contabilità ambientale permette di formare un prezzo per l’ambiente, riconoscendo,

calcolando e stimando i dati fisici relativi agli inquinanti,associando ad essi un valore pari al costo sostenuto per

acquistarli,un prezzo per gestirli,un costo per rispettare i limiti,oppure associando una stima di costo a quegli

effetti o danni che altrimenti non sarebbero monetizzabili; viene effettuata, come visto, attraverso uno dei metodi

sopra iscritti. Mercato ed istituzione per l’ambiente

Il degrado ambientale è l’insieme delle esternalità ambientali generate dal processo economico che, a loro volta,

sono la conseguenza di un fallimento del mercato. Le istituzioni e le norme, affiancate al mercato, possono

avviare nuove soluzioni; si parla di “strumenti di comando e controllo”, cioè leggi e regolamentazioni che

impongono limiti, richiedono comportamenti e avviano procedure in caso di mancato rispetto. X es. le politiche

attuate negli anni ’90 per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici; tali azioni sono strumenti economici a

supporto di regolamentazioni internazionali e nazionali per ridurre le esternalità negative causate dai

cambiamenti climatici. I Cambiamenti climatici:

I gas ad effetto serra hanno portato ad un aumento significativo delle temperature medie globali. Gli effetti di tale

riscaldamento sono e saranno importanti per la vita di molte specie che dovranno adattarsi a mutate condizioni

climatiche,se non migrare in zone più adatte alle proprie caratteristiche. I cambiamenti climatici sono quindi un

evidente esempio di esternalità ambientale. rGli avvenimenti più importanti degli ultimi anni sono:

• 1990: L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito un comitato intergovernativo di negoziazione

per la UNFCC (Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici)

• 1992: La Convenzione viene firmata dagli stati membri; il suo obiettivo è quello di “stabilizzare le

concentrazione di gas ad effetto serra nell’atmosfera ad un livello tale che escluda qualsiasi pericolosa

interferenza delle attività umane sul sistema climatico”. La convenzione non prevede riferimenti temporali né

fornisce indicazioni sui comportamenti da adottare per gli altri.

• 1995:il rapporto dell’IPCC (InterGovernmental Panel on Climate Change) fornisce ulteriori prove

dell’attività umana sul cambiamento climatico e viene firmato il “Mandato di Berlino” che evidenziava la

necessità di stabilire i limiti temporali e obiettivi precisi di riduzione delle emissioni di gas serra.

• 1998: Viene prevista l’adozione di un protocollo che poneva come obiettivo per i paesi industrializzati la

riduzione delle loro emissioni di gas serra almeno del 5% tra il 2008 e il 2012 rispetto alle emissioni del 1990.

Sempre nel 1998 viene aperto alla firma il protocollo di Kyoto, con la prospettiva di entrare in vigore il 90°

giorno dopo la data in cui almeno 55 Stati (che rappresentavano il 55% della quantità totale di gas emessa nel

1990) lo avessero7 accettato.

• 2005: Dal 16 Febbraio entra in vigore il protocollo di Kyoto.

Il Protocollo di Kyoto che consiste in politiche e misure nazionali (x es. miglioramento dell’efficacia energetica,

promozione di metodi sostenibili di gestione forestale e per l’agricoltura, adozione di misure volte a limitare e/o

ridurre le emissioni nel settore dei trasporti e in altri settori industriali, ecc..) e in meccanismi flessibili.

I meccanismi flessibili sono strumenti basati sul mercato che hanno lo scopo di aiutare i paesi industrializzati a

diminuire i costi di adempimento agli obblighi di riduzione delle emissioni previsti dal Protocollo. Si basano sul

principio secondo cui i costi dei progetti che comportano una riduzione delle emissioni di gas serra sono

differenziati in base al luogo in cui vengono realizzati, ma il beneficio ambientale che se ne ricava è globale, in

conseguenza della natura del fenomeno del cambiamento climatico. Esistono 3 meccanismi flessibili:

1) International Emission Trading: uno stato o un’impresa può scambiare i permessi di emissione con altri stati

o imprese con lo scopo di raggiungere la quantità di permessi necessari per coprire le proprie emissioni di gas

serra.

2) Joint Implementation: permette ad un paese di ottenere crediti di emissione tramite la realizzazione in altri

paesi di progetti che diminuiscono le emissioni di gas serra, in misura tale che essere risultino inferiori di

quanto sarebbero state se il progetto non fosse stato realizzato.

3) Clean Development Mechanisms: sono simili al Joint Implementation e sono rivolti ai paesi industrializzati,

con la precisazione che i progetti devono contribuire allo sviluppo sostenibile del paese ospitante.

I limiti del Protocollo di Kyoto

L’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra del 5% per il primo periodo del Protocollo di Kyoto

è ben lontano dallo stabilizzare le concentrazioni di tali gas in atmosfera. Inoltre gli accordi internazionali sui

cambiamenti climatici sono caratterizzati da un numero insufficiente di partecipanti, con impegni troppo limitati e

distribuiti in modo scorretto: gli USA x es. ritengono che il protocollo comporti costi eccessivi rispetto ai limitati

risultati ottenibili e preferiscono una strategia di riduzione delle emissioni basata su programmi volontari interni e

accordi bilaterali tra paesi. In assenza dell’accettazione degli USA i costi della mitigazione vengono quindi

sopportati principalmente dai Paesi Europei (ex comparto sovietico escluso), dal canada e dal Giappone. La

ripartizione dei costi fra questi Paesi non risponde ad una logica economica, ma solo politica: l’UE ha accettato

un impegno di riduzione dell’8% mentre il Giappone e il Canada del 6%.

Va poi considerata l’incertezza sulle regole dei periodi successivi al primo, cioè dopo il 2012.

CAPITOLO 9 - Transizioni demografiche e Mercato internazionale del lavoro: gli

spazi contemporanei della multietnicità

La distribuzione geografica della popolazione mondiale

L’esercizio della sovranità dello Stato nei riguardi della popolazione ne sancisce lo status di nazione entro un

territorio definito e ne situa il numero. Dati i circa 6 miliardi di abitanti (nel 2000) e la superficie di terre emerse,

2

la densità media dovrebbe essere di almeno 40 ab/km , ma basta pensare che 1/6 della popolazione del mondo è

insediata solo all’interno della Cina per capire che questa condizione non è rispettata. Ciò che conta realmente è

infatti la densità reale, cioè il rapporto fisico fra popolazione e spazio vissuto: dalle tabelle pubblicate dall’ONU

nell’ambito dei rapporti sulla World Popolation emerge che oltre la metà della popolazione totale è contenuta nei

10 “pesi massimi demografici” ed 1/3 è in Cina ed India.

Lo spazio ecumenico

L’ecumene, ovvero l’insieme delle terre abitabili, si sta ampliando in quanto gli uomini sono sempre più capaci

di interagire con i fattori naturali e di creare condizioni artificiali per rendere alcune zone del pianeta ospitali.

Un’altra utile considerazione per valutare gli squilibri della distribuzione sul pianeta,è la contrapposizione fra

fasce costiere e aree interne e fra montagna e pianura: infatti dalla seconda metà del 900, in seguito

all’espansione spettacolare degli scambi internazionali, ben 4 prodotti su 5 prendono la via degli oceani (non a

caso più di 2 miliardi di persone abitano lungo strisce di terra profonde non più di 50km dalle rive dei mari e fra

le prime 10 metropoli solo Città di Messico non sorge sulla costa).

La Transizione Demografica

Boom Demografico (0 AC: 250.000 – 1900: 1 miliardo – 1929: 2 miliardi – 1950: 3miliardi – 1965:

4miliardi – 1987: 5 miliardi – 2000: 6 miliardi)

Il ritmo di crescita attuale ha sfiorato i 100 milioni di persone l’anno; di questi circa 90 milioni sono cittadini dei

paesi poveri, in ragione del più alto indice di fertilità: 3,6 figli per donna contro l’1,9 registrato nei paesi avanzati

nel periodo 1990-1995. Ovviamente si tratta di medie, perché in Africa orientale e centrale si supera anche la

cifra di 6 figli per donna, mentre in America Latina si oscilla intorno al 3.

Per capire questi numeri è stata senz’altro utile la pratica del censimento e soprattutto la demografia, nuova

disciplina nata nel ‘900. Gli studiosi della popolazione chiamano transizione demografica “l’insieme dei

mutamenti che si sono verificati a partire dal secolo scorso (o che, a seconda dei diversi paesi, si stanno

attualmente verificando) nell’andamento della popolazione”. Questa teoria aiuta a capire i meccanismi di

regolazione demografica alle diverse scale.

Prima della transizione demografica la popolazione cresce lentamente: la natalità è elevata, perché il tasso di

fecondità, il numero dei figli vivi, ossia che una donna mette al mondo nel corso della sua vita, è molto alto (in

media da 6 a 8). La crescita della popolazione è lenta perché anche la mortalità è elevata: la durata media della

vita si aggira sui 40 anni.

Dall’inizio della transizione demografica si succedono 3 fasi:

1. La mortalità si abbassa: perché migliorano le condizioni di vita, grazie ad una migliore base alimentare e

alla diffusione di norme igieniche e sanitarie che permettono di vincere o di limitare alcune malattie. Questa

fase, avvenuta nel secolo scorso in Europa (dove la popolazione è raddoppiata nel giro di un secolo), è

tutt’ora in atto nei paesi del Nord Africa e dell’Asia Occidentale, nei paesi a Sud del Sahara e in America

Centrale e Meridionale.

2. La Natalità diminuisce: mentre la mortalità continua a diminuire, la natalità inizia a declinare; il tasso di

crescita annuo della popolazione diminuisce e si attesta intorno all’1,5-2%. Questa fase attualmente è presente

in India, Cina e in alcuni paesi latinoamericani, mentre in Europa è stata attraversata e superata a metà ‘900.

3. Ulteriore diminuzione di mortalità e natalità: l’andamento decrescente riguarda sia la mortalità che la

natalità, il tasso di crescita della popolazione non supera l’1,5% e i valori della fecondità possono attestarsi

sull’1,3%, come in Italia e in Germania.Questa fase completa la transizione demografica.

La teoria della transizione demografica descrive il passaggio graduale da una demografia preindustriale ad una

demografia moderna, caratterizzata da una crescita limitata e controllata della popolazione.

Le migrazioni internazionali: dallo spazio migratorio euro-americano a quello euro-

maghrebino

Nel corso della storia si sono succedute grandi migrazioni di popoli,sia a scala regionale che continentale, in

seguito a guerre, spedizioni coloniali o eventi naturali, come carestie e terremoti. Negli ultimi quattro secoli il più

importante movimento migratorio è stato quello dell’Europa verso le Americhe: attualmente le popolazioni di

questi due spazi sono all’incirca equivalenti e buona parte delle famiglie americane sono di discendenza europea.

Attualmente le leggi statunitensi in materia d’immigrazione fissano a circa 750.000 nuovi residenti permanenti

all’anno,2/3 dei quali sono familiari di immigrati.

Le cause dei movimenti migratori e gli effetti nei paesi di accoglienza e in quelli di origine sono diversi:

• Ι movimenti di molte persone possono avere ragioni puramente economiche, nonostante profonde differenze

linguistiche e culturali, quindi tali flussi tendono a ridursi appena la disponibilità del lavoro diminuisce.

• I precedenti canali migratori sono un fattore d’aiuto e di sollecitazione, ma in caso di crescita della domanda

di lavoro si aprono rapidamente nuovi canali.

• A determinare il comportamento migratorio è il confronto tra le condizioni materiali di vita nel proprio paese

e quelle attese all’estero (non si tratta solo di costi materiali, ma anche psicologici, valutabili in termini di

separazione dalla propria cultura di riferimento).

Il movimento Euro-Maghrebino

Oltre due milioni di immigrati di origine maghrebina si sono mossi verso l’Europa, senza considerare quelli che

hanno acquisito la cittadinanza del paese di accoglienza. Questi numeri assegnano di fatto a questo movimento

migratorio il titolo di campo migratorio transcontinentale più rappresentativo dell’attuale stagione dei

movimenti migratori internazionali. Il motivo principale di questa migrazione,lo troviamo nel fatto che

Tunisia,Marocco e Algeria hanno accettato negli anni ‘80 le misure di aggiustamento strutturale del Fondo

Monetario Internazionale,per modernizzare il loro sistema economico e ridurre il peso del settore pubblico

sull’economia e sui costi della pubblica amministrazione. Ciò ha comportato una riduzione del numero di

impieghi sia nel settore pubblico che privato, causando queste dinamiche migratorie. Tuttavia esse non sono la

soluzione migliore per riequilibrare il mercato del lavoro,il quale deve assorbire la manodopera che c’è in

eccesso. I mutamenti economici possono indurre la diminuzione della pressione migratoria solo a lungo termine,

mentre nel breve possono agire come fattore di spinta, proprio in funzione del maggior grado di apertura verso

l’esterno delle economie nazionali indotte dai processi di globalizzazione. I paesi del Maghreb (paesi in via di

sviluppo) sono caratterizzati da un livello intermedio,ancora insufficiente per assicurare il pieno reclutamento

della popolazione attiva,ma in grado, in compenso, di agire come stimolo alla partenza.

Storia del movimento maghrebino:la prima fase dell’immigrazione maghrebina, dal dopoguerra alla crisi del

mercato dei prodotti petroliferi del 1973, ha interessato soprattutto il territorio francese. Nel periodo successivo

l’immigrazione maghrebina ha vissuto soprattutto la stagione dei “ricongiungimenti familiari”, si è insediata in

maniera stabile e ha sperimentato una crescita naturale molto vivace. Con l’inizio del “tempo della politica” negli

scenari migratori,ci sono stati numerosi stop agli ingressi dettati in Francia,Germania e Regno Unito e hanno

suscitato l’apertura di paesi come la Spagna e, soprattutto, l’Italia ai flussi. Attualmente sono distribuiti fra

Francia (900.000),Italia (250.000) Spagna,Belgio,Paesi Bassi e Germania (125.000/250.000 ciascuno).

Espansione,ramificazione e riarticolazione

Negli ultimi 30 anni i movimenti migratori hanno delineato una scena internazionale decisamente più ramificata e

complessa rispetto al passato. All’origine di questa evoluzione, che ritiene come cause principali del fenomeno

migratorio contemporaneo le crescenti differenze di sviluppo tra paesi ricchi e paesi poveri e i conflitti

nazionalistici, c’è la “decolonizzazione”. L’accesso all’indipendenza politica delle ex colonie dell’Asia e

dell’Africa ha fatto emergere la loro condizione di arretratezza economica. Oggi l’emigrazione internazionale

interessa la quasi totalità dei paesi e si stima che ogni anno vi sia circa un milione e mezzo di immigrati diretti nei

paesi industriali, senza considerare i clandestini e gli stagionali.

I campi migratori che si possono individuare sono 3:

1. I flussi che dal Messico si spostano verso la California e gli stati del Sud-Ovest, e dal Centro America e dalle

isole caraibiche verso l’Est Atlantico,la regione del Quebec e l’Ontario. Oppure gli spostamenti di

popolazione interni allo spazio sudamericano, soprattutto quelli dalla Colombia verso il Venezuela.

2. In Europa c’è uno spazio euro-africano (direttrice Sud, soprattutto flussi provenienti dal Maghreb), uno

spazio euro-asiatico (direttrice Sud-Est, movimenti dai Balcani e dal Medio Oriente), e uno spazio

continentale (direttrice Est, spostamenti dai paesi dell’Europa centro-orientale, dalla Federazione Russia e

dalle Repubbliche Asiatiche della CSI verso l’Occidente).

3. I territori dell’Asia dove i paesi petroliferi del Golfo restano un terminale d’arrivo importante per milioni di

asiatici, dalla Palestina all’ Indonesia; da qui flussi importanti si muovono anche verso l’Australia e la Nuova

Zelanda.

Un ultimo flusso migratorio,sviluppatosi più recentemente, è quello dell’emigrazione tecnologica,ovvero quel

movimento che interessa tecnici qualificati (e quindi provenienti dai paesi più sviluppati) che si spostano da un

paese all’altro al seguito di imprese per realizzare centrali energetiche,impianto industriali,aziende agricole,

grandi infrastrutture per un certo periodo di tempo, con periodi di lavoro alternati a fasi di riposo in patria.

Categorie di migranti

In base al loro statuto legale e amministrativo nei paesi di accoglienza possiamo individuare 5 categorie di

migranti:

1. immigranti ammessi legalmente dai quali ci si attende l’insediamento permanente nei paesi

d’accoglienza: negli ultimi anni si è avuta una media di circa 1 milione di migranti permanenti nei

tradizionali bacini di accoglienza (USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda); la maggior parte di queste

persone provengono da paesi in via di sviluppo o in fase di transizione come l’Asia e l’Europa orientale.

2. migranti temporanei legalmente ammessi: si tratta di migranti stagionali, lavoratori con contratto non

stagionale, migranti temporanei i cui contratti sono rinnovati nei paesi d’accoglienza e componenti del nucleo

familiare che hanno il permesso di ricongiungersi ai capifamiglia; (i lavoratori stranieri legalmente occupati

sono circa 20 milioni in tutto il mondo).

3. migranti illegali (clandestini privi di documenti): le cifre dei lavoratori che emigrano clandestinamente

cambiano molto spesso ed è impossibile effettuare un calcolo accurato (sono circa 30-40 milioni in tutto il

mondo).

4. profughi: si tratta di individui in attesa di accedere allo stato di rifugiato in un paese straniero, in base alla

Convenzione delle Nazioni Unite del 1951 sul diritto d’asilo e riconosciuta nei paesi industrializzati (sono

almeno 1 milione)

5. rifugiati: sempre secondo la Convenzione i rifugiati sono le “persone che vivono fuori dal loro paese per

fondati timori di persecuzione per motivi razziali,di religione,di nazionalità o perché membri di un particolare

gruppo sociale o rappresentanti di una certa opinione politica” (sono circa 17 milioni in tutto il mondo).

I numeri comunque sono indicativi perché è impossibile stimare la durata delle permanenze nei paesi stranieri

(basta pensare ad alcuni rifugiati politici che vivono all’estero per più di 20 anni). In generale il numero dei

migranti non supera l’1,5% del totale della popolazione mondiale, ma la loro presenza è significativa soprattutto

in alcune zone come l’Europa occidentale, dove la massa di immigrati evidenzia una condizione di malessere

sociale. Direttrici dei principali movimenti di persone

• La direttrice prevalente è quella Sud-Nord, come mostra l’esempio italiano. All’interno di questa direttrice ci

sono soprattutto lavoratori che dai PVS, sovrappopolati e con forte disoccupazione o bassi redditi, emigrano

verso l’Europa occidentale, gli USA e l’Australia. In Europa gli “extra-comunitari” sono molto numerosi

soprattutto in Germania, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Italia, paesi a bassa natalità e dove gli

immigrati stanno diventando insostituibili in molte mansioni sgradite ai lavoratori dei paesi ricchi.

• Altro flusso è quello delle ex colonie francesi e britanniche dell’Africa occidentale che si muove verso i paesi

metropolitani: si tratta di immigrati senegalesi, nigeriani, ghanesi, ecc.. che preferiscono queste destinazioni

per i vecchi legami di natura coloniale e quindi la familiarità con la lingua.

• Altra direttrice importante è quella relativa agli spostamenti dalla Turchia verso i paesi europei di lingue

tedesca, le Fiandre, la Vallonia e la Francia settentrionale; in Germania vivono oltre 2 milioni di turchi, altri

invece negli ultimi tempi si sono indirizzati verso le aree petrolifere del Medio Oriente, ed in particolare in

Arabia Saudita.

• Per quanto riguarda il contesto europeo, attualmente ci sono 3 grandi correnti migratorie: quelle provenienti

dal bacino mediterraneo, quelle provenienti dai paesi dell’Est (Russia compresa) e quelle all’interno

dell’Europa orientale e delle Repubbliche Asiatiche dell’ex URSS.

- Un altro tipo di migrazioni riguarda, infine, i profughi e i rifugiati per motivi politici: negli ultimi 30 anni

l’Europa ha accolto migliaia di persone in fuga dai loro continenti d’origine (America Latina, Asia e Africa)

perché privati delle libertà fondamentali (x es. regimi dittatoriali, lotte interne, ecc..).

La percezione delle migrazioni internazionali

Esistono quindi due gruppi di motivazioni principali che spingono gli uomini a trasferirsi altrove: uno di natura

demografica-economica e uno di natura politico-legale. In entrambi i casi i movimenti migratori vengono

innescati dall’esistenza di notevoli squilibri.

Nella seconda metà del ‘900 questo fenomeno ha conosciuto un’evoluzione molto variegata,dovuta alla facile

mobilità e comunicazione e alla diffusione di dinamiche globalizzanti che hanno reso alcune lunghe distanze più

agevoli rispetto al passato, creando le condizioni per incontri e contatti inaspettati fra persone appartenenti a

culture molto distanti. Per quanto riguarda la storia delle migrazioni si può dire che negli anni 70 ha interessato la

fuga dei cervelli, negli anni 80 c’è stata l’esplosione dell’immigrazione clandestina e gli anni 90 le migrazioni

hanno posto in risalto temi come il diritto d’asilo e la convivenza multi razziale.

Attualmente invece possiamo leggere quest’ondata migratoria:

• In maniera strategica: come la fine del confronto politico militare Est-Ovest

• In maniera geopolitico: come l’emergere di tre poli nell’economia mondiale e nel sistema delle relazioni

internazioni (USA, EU e Giappone)

• In maniera economica: come l’accentuazione delle disparità fra Nord e Sud

• In maniera culturale: come il rinnovato dinamismo delle logiche identitarie

• In maniera demografica: come lo scarto crescente fra Sud e Nord in termini di crescita della popolazione

CAPITOLO 10 - Spazi rurali,mercati globali

Agricoltura e ambiente

Una prima questione concerne le pratiche agricole moderne in relazione con le gestione ambientale. Oggi si parla

infatti di una “rivoluzione verde” attraverso una “rivoluzione genetica”,ovvero attraverso l’applicazione delle

biotecnologie del trasferimento genetico per costruire organismi vegetali transgenici,comunemente detti

Organismi Geneticamente Modificati(OGM),che sarebbero in grado di meglio resistere ai parassiti,alle

siccità,alla salinità dei terreni e di aumentare quindi ancora la produttività,nel frattempo consentendo una

diminuzione degli input agronomici. Vi sono posizioni,a riguardo,fortemente contrastanti:da una lato i sostenitori

di tali nuove possibilità sono convinti che le innovazioni non sono solo dannose per l’ambiente,ma consentiranno

di diminuire alcuni impatti ecologici dell’agricoltura moderna intensiva,dall’altro c’è chi nutre un forte sospetto e

ritieni indispensabile applicare un principio di cautela che di fatto impedisca al momento la coltivazione degli

OGM.

La rapida diffusione delle colture transgeniche,che assicurano un grande vantaggio competitivo a chi le

impiega,porta a dire che la scelta appare ormai compiuta nei fatti. La gran parte della ricerca è condotta da

imprese Multinazionali,che detengono brevetti esclusivi sulle sementi transgeniche. Tali imprese sono

concentrate sui mercati più appetibili:le aziende agricole delle zone temperate. Sono invece trascurate colture

come il sorgo o il miglio,essenziali per l’alimentazione umana ad esempio nell’Africa subsahariana.

L’artificializzazione progressiva dell’agricoltura arriva a concepire il “campo” non diversamente dalla

“fabbrica”:si assiste al tentativo di creare un controllo totale della produzione agricola attraverso la

meccanizzazione sempre più perforante,le biotecnologie,puntando così all’eliminazione o alla riduzione estrema

della “complessità originaria” contenuta nella campagna.

Oggi l’agricoltura è interpretata in positivo,soprattutto nei paesi sviluppati,come strumento di “manutenzione del

territorio” e di “ conservazione del paesaggio”. Le pratiche agricole sono valorizzate anche per le funzionalità

esterne che possono generare,se ben condotte.

Vi è sempre maggiore consapevolezza dei tempi lunghi di formazione del paesaggio agrario e dell’importanza di

costruire “statuti dei luoghi” che permettono di preservare le “invarianti strutturali”,i”caratteri fondativi delle

identità dei luoghi” e tra essi appunto i caratteri del paesaggio agrario.

L’agricoltura strategica:cibo e biocarburi

La seconda grande “questione agraria” concerne l’uso del cibo e delle produzioni agricole come “arma politica”.

La produzione di derrate alimentari riveste un valore strategico notevole,come leva di creazione di consenso

interno nei Paesi in via di sviluppo e come strumento di pressione internazionale da parte dei principali

produttori.

La dipendenza di un Paese dalle importazioni è un fattore di debolezza e di esposizione a pressioni esterne.

L’obiettivo dell’autosufficienza alimentare è stato,ed è considerato importante anche per la valenza strategica che

esso implica:lo è ancora per tutti quei Paesi che aspirano a conquistare una maggiore autonomia o a consolidare il

loro ruolo sullo scacchiere delle relazioni internazionali. Le recenti proposte francesi sulle politiche agricole

comunitarie orientate proprio a tutelare l’indipendenza alimentare dell’Europa,sono significative dell’attualità del

rilievo geopolitica delle produzioni di cibo.

L’aumento del prezzo di petrolio e gas,sta impattando fortemente con il mondo agricolo per l’espansione attuale e

ancor più futura delle colture destinate a produrre biocombustibili.

Questa scelta può avviare un conflitto tra produzione di colture per biocombustibili e per alimenti,scontro

preannunciato dalla crescita tendenziale del prezzo delle commodities alimentari,ad esempio il mais.

Nella categoria dei biocarburanti è necessario distinguere l’etanolo(per cui distillazione si possono usare

mais,barbabietola,grano,canna da zucchero) e il biodiesel(per la cui produzione si utilizzano colza,girasole,olio di

palma). L’emissione di gas ad effetto serra è ridotta del 50% rispetto ai combustibili fossili questo ne giustifica la

patente di “combustibili verdi puliti”. USA e Brasile sono i massimi produttori di etanolo,mentre l’Europa è

piuttosto orientata al biodiesel.

Le alleanze internazionali già riflettono le nuove priorità strategiche:tra Bush e Lula nella primavera del 2007 è

stato stipulato un patto energetico per lo sviluppo della produzione di etanolo.

Il rendimento energetico complessivo dell’etanolo da mas è molto basso e il suo valore ecologico risulta minore

di quanto appaia a prima vista;i biocaruri di seconda generazione dovrebbero consentire un elevato rendimento

energetico,ma serviranno parecchi anni per svilupparli e giungere alla loro produzione su larga scala.

La conversione ai biocarburi di terreni dedicati precedentemente alla produzione di cibo alza il prezzo delle

derrate alimentari,in concomitanza con l’aumento progressivo delle richieste di commodities da parte dei giganti

asiatici.

Agricoltura,sicurezza degli alimenti e qualità della vita: dalla monofunzionalità alla

multifunzionalità

Ultima grande “questione agraria” è la transizione tra una concezione dell’agricoltura orientata essenzialmente

alla produzione quantitativa ad una che vede nell’agricoltura i passaggi chiave nella direzione di uno sviluppo

orientato alla qualità della vita. E’ un tema di estrema attualità nei paesi avanzati ,che presenta molte

sfaccettature:produzioni biologiche,certificazioni di qualità,tracciabilità dei prodotti e rintracciabilità dei soggetti

responsabili delle diverse fasi,denominazione di origine controllata,tutela delle produzioni tipiche.

Il segno più evidente di questa nuova sensibilità lo si può osservare nell’evoluzione della PAC(Politica Agricola

Comunitaria):insieme di norme e meccanismi comunitari che governa la produzione,la lavorazione e il

commercio dei prodotti agricoli e che gestisce le iniziative di sviluppo rurale,è tra gli ambiti d’azione più

significativi della UE;le finalità:accrescere la produttività dell’agricoltura,stabilizzare i mercati,tutelare un giusto

tenore di vita per la popolazione rurale,assicurare gli utenti finali l’approvvigionamento alimentare a prezzi equi.

Una nuova concezione d agricoltura si sta così delineando. L’accento non è più sulla produzione,piuttosto sulle

esigenze della domanda,dei consumatori,dei cittadini e del territorio.

La nuova agricoltura è orientata alla multifunzionalità(ovvero valorizzazione delle esternalità

ambientali/territoriali/sociali dell’agricoltura,anche attraverso lo sviluppo di filiere agroalimentari che mirino alla

qualità e territorialità delle produzioni)a differenza della monofunzionalità dell’agricoltura orientata alla

riduzione della maggior quantità possibile di commodities per le grandi compagnie internazionali di produzione e

di distribuzione alimentare. Questo nuovo disegno agrario punta al mantenimento di un tessuto sociale vitale

nelle zone rurali e ad un nuova alleanza tra campagna e società,tra agricoltori e consumatori/cittadini.

In direzione contraria a quella ora descritta sembrano invece andare gli avvenimenti nei PECO( Paesi dell’Europa

Centrale e Orientale),recentemente uniti alla UE;in essi si assiste piuttosto ad un accaparramento di terre,ad un

processo di acquisizione di aziende dall’esterno e allo sviluppo di un gigantismo aziendale,perché da parte di

imprenditori occidentali è facile “mangiare” agricolture deboli e arretrate tecnologicamente.

Si può affermare che passa anche attraverso l’agricoltura e l’alimentazione la ridefinizione della relazione tra

globalizzazione e identità locali.

Molta della popolazione nei PVS vive ancor oggi di agricoltura,la campagne è infatti ancora l’ambito di vita di

una grande moltitudine di persone,la povertà rurale è quindi condizione diffusa e appare purtroppo tutt’altro che

avviata a rapida soluzione.

Oggi la condizione delle masse rurali è una delle maggiori preoccupazioni per il consolidamento dello sviluppo

cinese. Il riequilibrio regionale è essenziale innanzi tutto per evitare lo svuotamento rurale e l’immigrazione nelle

città;ma è strategico anche per la creazione di un forte mercato interno in grado di trainare la crescita

economica;per questo sono previsti notevoli investimenti nello sviluppo rurale.

E’ necessario segnalare i paradossi della “transizione alimentare” che sta portando settori consistenti di

popolazioni dalla denutrizione all’ipernutrizione. Si registra infatti un progressivo “ingrassamento” della

popolazione anche nei PVS a seguito di diete fondate su cibo ad alta densità energetica;l’obesità risulta un

problema sanitario potenzialmente più diffuso della denutrizione ed è legata anch’essa alla povertà.

Certo ai giorno nostri gli esiti delle peggiori carestie sono fortunatamente meglio gestibili grazie alle possibilità

logistiche moderne di trasferire i un tempo relativamente rapido genere alimentari di emergenza:è la differenza

sostanziale con le epoche storiche in cui le difficoltà di trasporto delle merci e di circolazione dell’informazione

rendevano ogni crisi locale potenzialmente drammatica.

Terra,agricoltura e progetti

In una “geografia” dello sviluppo la terra,la sua appropriazione e l’uso che ne viene fatto,non può che essere

centrale. Grandi risorse e sforzi sono stati rivolti allo sviluppo rurale del Paesi più poveri,vedendo giustamente in

esso un canale essenziale di crescita economica e umana. Ma come sono state spese queste risorse,quali siti ne

sono sorti,che implicazioni possiamo ricavarne per il futuro? Le strategie e i sistemi di azione dei progetti di

sviluppo rurale hanno previsto interventi a prevalente materialità(costruzioni di rete irrigue,stazioni di

pompaggio,magazzini…).

Tali conoscenze e competenze però sono rimaste,nel loro contenuto strategico,patrimonio degli attori

territorializzanti esogeni. Le strategie forti non possono prescindere completamente dall’adeguatezza tra i loro

obiettivi e gli interessi degli altri attori coinvolti nel progetto in atto.

Non vi è infatti un’ipotetica ed unica “risposta valida” poiché questa è sempre condizionata da problematiche e

interventi che si intersecano nel territorio o lo dominano,orientando gli attori e le loro pratiche particolari.

Il destino di ogni strategia e sistema di azione che intendano costruire territorio si compie nelle mani dei

destinatari. Se essi credono nel progetto territoriale proposto,questo si rafforza;il non credere in una strategia

territoriale significa indebolirne la causa,anche se non necessariamente gli attori che vi si oppongono sono in

grado di interromperne la realizzazione.

Aspettative e bisogni sono stati invece individuati a priori,imponendo agli attori destinatari dei progetti solo

l’adattamento rispetto alle strategie elaborate in loro “assenza”.

Progetti e contadini sembrano avere gli stessi obiettivi:disponibilità di terra “utile”,agricoltura produttiva e

ridefinizione della proprietà. Ma ogni attore pensa alla posta in gioco secondo il proprio punto di vista e interesse.

E gli obiettivi non diventano comuni.

La prospettiva a partire degli anni 90 è stata quella di un “aiuto” al territorio e non più di un’assistenza

onnicomprensiva. Le condizioni dello sviluppo dei territori locali sono impartite ancora una volta dall’esterno.

Le comunità locali intanto sono diventate sempre più dichiaratamente critiche e sospettose nei confronti dei

progetti. Ma le opposizioni espresse in modi poco formalizzati non hanno scosso in maniera efficace le strutture

forti presenti sul territorio che hanno continuato a decidere per il territorio stesso.

Se le strategie sociali cambiano a fatica lo stesso vale per quelle territoriali. Il passaggio dal disagio come

incapacità di reazione,al disagio come opposizione è tutt’altro che rapido e facile soprattutto per gli attori locali ai

quali mancano sempre le risorse economiche,il riconoscimento di uno status sociale accettabile e sono molto

frammentati fra loro. Mercato globale e indebitamento contadino

Di fronte alla crisi dei grandi progetti di modernizzazione agricola e alla riduzione degli aiuti internazionale per i

PVS,si punta alla privatizzazione e alla crescita delle esportazioni agricole.

La spinta di questa prospettiva viene dalle politiche di abbattimento delle barriere doganali imposte dalle grandi

agenzie coma la WTO,la Banca Mondiale e il FMI.

La tenaglia che si stringe sui piccoli coltivatori dei PVS è rappresentata da un lato dalla liberalizzazione di input

agronomici e di servizi,dall’altro dalla contrazione dei redditi per effetto delle concorrenza globale.

La terra non appartiene generalmente a chi lavora ma alla borghesia rurale;la mezzadria comporta il pagamento

della metà del raccolto al proprietario,per la sola concessione del nudo terreno,senza costruzioni o investimenti di

capitale.

Le banche sono sempre meno disponibili a praticare crediti agli agricoltori. E se lo fanno impongono interessi

ben più alti rispetto ai crediti concessi alla classe media urbana. Il vuoto lasciato prima di tutto dallo stato e poi

dalle banche,per il rifiuto di concedere finanziamenti ai contadini poveri,è colmato dall’emergere di nuove figure

di prestatori di denaro,ad esempio i commercianti di fertilizzanti e di prodotti per l’agricoltura,o dal riproporsi di

figure tradizionali,i notai locali.

L’indebitamento di contadini può avere risvolti drammatici,come si verifica in India con la diffusione del suicidio

in ambito rurale, ultima “soluzione” rispetto all’impossibilità di corrispondere il denaro. La gestione del rischio

finanziario è un elemento essenziale per sfuggire alla povertà estrema.

La lenta e declinata costruzione di iniziative di credito rurale,attivata da ONG esterne e affidata progressivamente

alla responsabilità degli attori locali,è però insidiata,in alcune situazioni,dai piani di grandi agenzie internazionali

di sviluppo. Esse,su programmi specifici relativi ad esempio al rafforzamento della piccola imprenditoria

privata,rilasciano crediti senza interessi o addirittura senza obbligo di rimborso di capitale nella sua interezza.

Esistono in alcuni paesi programmi di sostegno del credito rurale:il governo Indiano di centro sinistra ha previsto

l’aumento del 47% delle dotazioni per lo sviluppo rurale. In particolare le forze di governo hanno sottoscritto

l’impegno a garantire almeno 100 giorni di lavoro per famiglia rurale. La sua formulazione finale avrebbe

previsto un salario minimo di almeno 60 rupie al giorno per ciascun nucleo familiare contadino e obbligherebbe il

governo ad estendere il programma insieme all’India rurale in 5 anni.

Forme di autorganizzazione rurale e prospettive future

Assume particolare rilievo la crescita dell’associazionismo contadino,sia esso formale,spesso su stimolo o quanto

meno con il supporto di ONG esterne,o informale,con l’irrobustirsi delle relazioni endogene favorite anche dalla

diffusione della telefonia cellulare,delle radio rurali,come dai collegamenti con i migranti e dall’aiuto che le loro

rimesse garantiscono.

Le associazioni/cooperative sorgono come raggruppamenti di contadini,di donne,di giovani che si uniscono per

poter accedere al credito agrario o per poter chiedere finanziamenti ai donatori;in alcune situazione riescono a

compiere un salto di scala,alleandosi tra loro a scala regionale o nazionale e persino costituendo reti

internazionali.

L’espansione di questo associazionismo ha favorito tra l’altro il protagonismo degli attori rurali deboli nel

dibattito sui temi dello sviluppo,alle diverse scale,da quella nazionale a quella globale.

La dipendenza dall’estero genera insicurezza alimentare,rende fragile la produzione alimentare

interna,provocando un alto tasso di disoccupazione rurale,e comporta lo schiacciamento su cibi “globali” :per

tutti questi motivi uno tra i primi obiettivi della “sovranità alimentare” è la tutela dei mercati interni,degli attori

locali e delle reti corte di commercializzazione.

Diventa essenziale la capacità di contrazione dei PVS nei confronti dei paesi che dominano i mercati

internazionali,in particolare USA ed UE.

La “sovranità alimentare” non potrà consolidarsi senza accesso dei contadini alla terra,alle tecnologie e ai mezzi

di produzione e in particolare al credito,così come può risultare essenziale l’affermarsi dei diritti di proprietà sugli

organismi vegetali attraverso brevetti biotecnologici.

La telefonia cellulare in molte situazione permette di rompere la condizione di chiusura del mondo rurale e

consente quindi l’uscita di tanta parte delle immense campagne terzomondiali dell’isolamento;permette di

connettersi direttamente con i mercati e di gestire in prima persona la commercializzazione.

Anche le radio rurali svolgono un importante ruolo di comunicazione,ma anche di formazione del mondo

rurale:le trasmissioni di divulgazione negli idiomi locali consentono l’accesso diffuso ad informazioni anche di

natura tecnica che prima erano nella disponibilità solo dell’èlite secolarizzate.

CAPITOLO 11 - Industrie e globalizzazione delle filiere produttive

Il concetto di sviluppo è stato spesso associato all’idea di industrializzazione,perché la crescita di quegli anni

corrispondeva all’affermazione e al consolidamento dell’industria meccanica,chimica, elettronica. Non a caso nel

processo di “decolonizzazione” molti stati hanno puntato sull’industria per fare una strategia di “sostituzione

delle importazioni”,ovvero per promuovere l’autosufficienza per quei paesi che hanno sempre importato

prodotti manifatturieri ed esportavano beni semplici a basso valore(zucchero,banane,caffè,te o cotone).Tranne

alcune eccezioni come Taiwan e India,questo progetto ha miseramente fallito,in quanto lo sviluppo industriale,in

particolare dell’industria “pesante”,richiedeva il sostenimento di una domanda di mercato che era assente nella

maggior parte delle economie del Sud del mondo. Inoltre,problemi legati a carenze infrastrutturali,tecnologiche e

manageriali,unite ad una forte concorrenza dai paesi sviluppati e con consolidata tradizione industriale. Dal 1960

si è provato un’altro progetto per unire industria e sviluppo:”industrializzazione su invito”,ovvero l’attrazione di

imprese straniere con incentivi fiscali in particolari zone d’affari dette “export-processing zones”;ha

rappresentato il primo consapevole tentativo di utilizzare la crescente internazionalizzazione delle filiere

produttive come strumento di sviluppo.

L’industria fra internazionalizzazione e globalizzazione

Il processo di globalizzazione dell’economia può essere inteso come la progressiva estensione delle prospettive e

degli orizzonti geografici delle imprese,sia manifatturiere,che finanziarie e di servizio. Quindi possiamo dire che

nel corso degli anni 70 c’è stato un passaggio da un “economia internazionalizzata” ad un “economia globale”.

Occorre quindi introdurre una distinzione fra aspetti quantitativi e qualitativi.

• Aspetti Quantitativi: riferiti alla crescente estensione geografica e intensificazione dei flussi

economici,definiscono sostanzialmente il concetto di internazionalizzazione.

• Aspetti Qualitativi: l’integrazione funzionali di attività economiche distribuite a livello internazionale (un

processi di produzione può coinvolgere numerosi paesi) e l’emergere di nuovi attori politici e di regolamenti

internazionale di portata tendenzialmente planetaria (Organizzazione Mondiale per il Commercio).

Negli anni 80 questi elementi hanno portato l’affermazione di “filiere” internazionali e ad una formidabile

intensificazione degli scambi di beni e servizi (terziaria),e della “produzione de localizzata” .La crescita

degli investimenti esteri nel settore terziario spiega la formazione di grandi imprese multinazionali nei settori

della finanza e dei trasporti. Ragion per cui possiamo parlare ora della globalizzazione economica come una

forma di produzione internazionalizzata, in cui le attività generatrice del valore,possedute,controllate e gestite

dall’impresa si distribuiscono su una pluralità di mercati,per cui una quota crescente del valore e della ricchezza è

prodotta e distribuita tramite un complesso ventaglio di processi e di relazioni che integrano le diverse economie

nazionali. L’economia globale non più come fenomeno omogeneo,ma comporta spesso l’affermazione di modelli

di produzione e di consumo specifici,caratterizzati da diverse forme di complessità. Accompagnandosi alla

destandardizzazione della produzione,la globalizzazione rende infatti le specificità nazionali (regionali,locali) il

fondamento di una concorrenza fra diversi,dove le differenze sono all’origine della produzione di ricchezza e dei

vantaggi competitivi. L’impresa Multinazionale:linee evolutive

In generale la globalizzazione con la sue dinamiche ha portato 3 effetti:

- la diminuzione del potere economico

- la rapida crescita d’importanza dei mercati finanziari

- diffusa sensibilità ecologico-ambientale

Per capire bene queste dinamiche bisogna vedere i comportamenti e le strategie delle grandi imprese

multinazionali,soggetti chiave nel funzionamento del sistema economico mondiale. Non c’è oggi una definizione

di impresa multinazionale,ma in generale si tratta di una società che ha il potere di coordinare e controllare

operazioni in più di un paese e che ha sostanzialmente queste tre caratteristiche:

1. il coordinamento e il controllo di varie fasi della catena di produzione localizzate in diversi paesi

(multinazionale);

2. capacità di trarre vantaggio dalle differenze geografiche nella distribuzione dei fattori di produzioni

(risorse naturali,costo del lavoro) e nelle politiche nazionali (tasse,barriere doganali);

3. potenziale flessibilità,cioè capacita di mutare o intercambiare forniture e operazioni fra le varie località

geografiche.

La loro storia è così articolata:

• Fine 1800: Appaiono,e alla fine della prima guerra mondiale erano già le istituzione di governo

dell’economia più influenti in Europa e negli USA,impegnate in settori che permettevano di lavorare in ampi

settori geografici.

• Primi sviluppi portano le imprese nazionali alla scelta strategica di mirare al reperimento e al controllo delle

fonti primarie,e così le principali imprese europee investono in quei paesi dove c’erano relazioni coloniali

pre-esistenti.

• 1945-1973: forti investimenti sull’economie industrializzate e quindi crescita senza precedenti negli anni 50-

Anni 60 per diversi motivi:

a) Condizioni Istituzionali: (es. accordo di Bretton consente agli USA di entrare dal 1944 nel mercato

europeo).

b) Innovazioni tecnologiche per standardizzare il processo e rendere inferiori i costi della mano d’opera.

c) Sviluppo delle infrastrutture di trasporto e di comunicazioni

d) Omogeneizzazione dei mercati.

e) Eliminazioni delle barriere commerciali,politiche di promozione dell’esportazione e fallimento elle

strage di importazioni.

Attualmente c’è una differenza fra vecchie imprese multinazionali e quelle nate successivamente alla forte

crescita (intorno agli anni 80).

- Le vecchie imprese presentano una struttura estremamente gerarchica,con stabilimenti esteri con funzioni

limitate e poco qualificate.

- Le nuove imprese presentano invece una flessibilità organizzativa che rimette in discussione le gerarchie

verticali di comando e di organizzazione della produzione. Le sue attività non sono più limitate ma si

estendono “a rete” in tutti i continenti e coprono tanti settori produttivi,con giri d’affari talvolta superiori al

prodotto lordo di intere economie nazionali. Tutto questo perché hanno usufruito di tutte le trasformazioni

tecnologiche che hanno consentito:

ampliamento dei settori dell’attività

o ulteriore differenziazione del prodotto (per accedere a nuovi mercati)

o accordi di cooperazione con altre imprese per specifici progetti di ricerca.

o

Ne consegue una nuova forma di comportamento d’impresa,fondata sulla ricerca di alleanze e la stipulazione di

accordi per favorire la circolarizzazione dei prodotti. L’impresa è impegnata contestualmente nella produzione di

beni altamente specializzati e prodotti standardizzati a consumo di massa,per cui le diverse unità perseguono

strategie localizzative differenti.

La geografia delle sedi continua a rivelare come le strutture centrali rimangano essenzialmente radicate nei paesi

a economia avanzata. Divari e Dinamiche del sistema economico mondiale

Il Boom senza precedenti degli anni 50 e 60 ha fatto si che l’economia mondiale si sviluppasse a tassi

spettacolari e senza precedenti,sia dal punto di vista della produzione sia dal punto di vista del commercio. Dal

1973 ci fu una brusca interruzione perché l’OPEC decise di quadruplicare il prezzo del greggio,che fu la prima di

una serie di decisioni che rallentarono l’economia. Seguirono infatti il costante aumento del prezzo dei

manufatti,la crescita del costo del lavoro,e l’instabilità del settore monetario. Negli ultimi decenni infatti ci sono

stati alcuni profondi cambiamenti:

• USA,Regno Unito e Germania (dopo unificazione),ovvero paesi con vocazione manifatturiera hanno avuto

una riduzione della base industriale. La crescente perdita di centralità statunitense ed europea nel panorama

industriale mondiale si è sovrapposta al crescente peso di altre economie.

• Giappone: cresciuto molto negli anni 90,arrivando ad essere oggi,al terzo posto fra i paesi industrializzati.

• Crescita Malaysia,Indonesia,Tailandia e quattro tigri asiatiche(Corea del Sud,Taiwan,Singapore e Hong

Kong);affermando la centralità del Sud-Est asiatico nella geografia della produzione industriale.

• Fortissima Crescita di Cina e India,che hanno assunto un ruolo centrale nell’economia mondiale nelle

prospettive delle imprese multinazionali. Tutto questo per diversi motivi:

Crescita del 10% del PIL negli ultimi anni.

o Espansione della classe media,ovvero quella che compra i beni durevoli.

o Attrazione numerose imprese multi nazionalità.

o Elevata dimensione demografica.

o Basso costo mano d’opera.

o Disponibilità di personale qualificato.

o Legislazione favorevole.

o


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Geografia Economica,basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Geografia dello Sviluppo: Spazi, Economie e Culture fra XX secolo e III millennio, Boggio. Gli argomenti trattati sono: il paradigma della globalizzazione, geografie della globalizzazione, l'ascesa delle città globali asiatiche, la teoria dello sviluppo e della crescita, valore aggiunto e PIL.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature straniere moderne
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Ghisalberti Alessandra.

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