La regione geografica
Ci sono diversi tipi di regione, a seconda dei criteri utilizzati per individuarla, esse si dividono in:
- Politico-amministrativa: ha confini istituzionali riconosciuti.
- Politica: generalmente corrisponde allo Stato.
- Naturale: si distingue dalle altre per le sue caratteristiche fisiche (es. Pianura Padana).
- Storica: si distingue per determinate peculiarità storico-culturali, spesso definita anche culturale perché omogenea per quanto riguarda l’etnia e la cultura della popolazione che vi abita.
- Geografica: costituita da un insieme di luoghi contigui, con caratteristiche comuni tra loro.
Quelle di cui ci occuperemo sono definite regioni economiche e si dividono in formali e funzionali.
Le regioni economiche formali e funzionali
Le regioni formali sono definite anche omogenee, in quanto vengono determinate tramite l’omogeneità interna di uno o più attributi considerati. Un esempio sono le regioni risicole (coltivazioni di riso). Le regioni funzionali si individuano in base alla connessione spaziale degli attributi e la loro estensione orizzontale (hinterland di un porto). Esistono due tipi di forme semplici funzionali:
- Monocentriche: i flussi si rifanno ad un unico centro principale, in una gerarchizzazione delle località.
- Policentriche: ogni località ha una funzione specifica, c’è una complementarietà tra di esse.
Quando ci si trova davanti ad un collegamento tra regioni formali e funzionali, si ha una forma di regione complessa.
Strutture regionali polarizzate
I fenomeni di squilibrio sono dovuti al fatto che le attività economiche tendono a localizzarsi vicino ad altre, accelerando la crescita della città a discapito delle località dove non ci sono economie di agglomerazione: uno sviluppo di questo tipo viene definito polarizzato. Le strutture regionali polarizzate creano forti squilibri tra la regione centrale e quelle periferiche, inoltre questo processo può provocare delle diseconomie di agglomerazione, le quali vanno a colpire in primis i servizi pubblici, i quali diventano sempre meno efficienti e sempre più cari.
Le strutture polarizzate e quelle gerarchizzate (vedi: modello di W. Christaller) erano forme tipiche presenti agli inizi del XX secolo, cioè quella parte di storia economica caratterizzata dalla grande industria manifatturiera. Verso gli anni ’70 i Paesi caratterizzati dalla vecchia industrializzazione, furono investiti da cambiamenti: le industrie non erano tutte vicine l’una con l’altra, ma si collocavano anche a grande distanza l’una con l’altra e la popolazione si insediava nei centri minori, dando forma ad una struttura regionale detta “a rete”.
Questo passaggio riguarda più che altro le aree più sviluppate dei Paesi industrializzati. Gli altri Paesi rimangono in una posizione di dipendenza da queste, tali da verificarsi un’emigrazione della popolazione (quasi sempre giovani), verso le aree più stabili.
Economia e ambienti naturali
Il termine ambiente ha molteplici significati: indica ciò che ci circonda, il rapporto tra le cose o le caratteristiche delle cose stesse. In geografia, il termine ambiente, designa le condizioni di esistenza degli esseri umani in un determinato spazio. Dall’ambiente l’uomo riceve servizi naturali, quali:
- Energia solare
- Regolazione dei gas che regolano l’atmosfera
- Regolazione del ciclo dell’acqua
- Controllo biologico di malattie e infestazioni di parassiti
- Regolazione del clima
L’ecologia è lo studio degli ecosistemi terrestri, cioè le relazioni che ha la biosfera con l’ambiente terrestre. Le relazioni dei flussi di materia ed energia del pianeta sono definiti geosistemi: esso è mantenuto in condizioni di equilibrio tramite trasformazioni a catena, denominati cicli (ciclo dell’acqua, delle rocce, del carbonio…).
Il problema ecologico
Il problema ecologico deriva da controversie col sistema economico: già dal Neolitico l’uomo interveniva sull’ambiente, modificandolo secondo le sue esigenze, con l’avvento delle rivoluzioni industriali, la questione peggiorò. L’impiego delle nuove tecnologie industriali ha prodotto un aumento notevole dell’anidride carbonica con conseguenti cambiamenti gravi all’ecosistema.
Esistono alterazioni reversibili e irreversibili nell’ecosistema: i riequilibri non sono immediati, questo perché i cicli hanno tempi diversi l’uno dall’altro. Dal punto di vista ecologico, si dovrebbero porre dei limiti a queste alterazioni, ma laddove c’è un profitto da parte di un singolo o di una collettività, poco importa se i danni che si causano all’ambiente sono irreversibili: negli ultimi vent’anni, questo procedimento ci ha portato da un iniziale squilibrio locale, e quindi ignorabile o facilmente rimediabile, ad uno squilibrio di dimensione globale.
Costi ambientali
Produttività del fattore terra. L’uomo ha da sempre cercato di aumentare la produttività, arrivando ad una esagerazione dello sfruttamento del fattore terra con conseguente riduzione progressiva della produttività. Ad oggi la produzione è cresciuta, ma la produzione ecologica si è ridotta: il sistema economico mondiale attuale non è del tutto in grado di riparare efficacemente alla perdita produttiva.
Inquinamenti. Con l’avvento dell’industria si è iniziato a produrre un’enorme quantità di rifiuti, in gran parte non riciclabili. Le immissioni inquinanti vengono diffuse o tramite l’acqua o tramite vie aeree.
Risorse non rinnovabili. Materie come ad esempio il petrolio, non sono rinnovabili, quindi l’eccesso di sfruttamento di queste risorse causerebbe danni irreversibili.
Riduzione della biodiversità. La possibilità di utilizzo delle diverse risorse animali e vegetali accresce le aspettative di vita sulla Terra.
Desertificazione. È un avanzamento dei deserti, un cambiamento che avviene per cambiamenti climatici, ma che “grazie” all’aiuto dell’uomo, negli ultimi anni è accelerato molto. Interventi per fermare la desertificazione sono possibili: un caso riuscito fu in Sardegna, a nord del golfo di Oristano.
L’effetto serra
La maggiore preoccupazione a livello globale è l’effetto serra. L’aumento dei gas presenti nell’atmosfera porterà ad un riscaldamento globale, con ingenti danni al sistema terrestre: scioglimento dei ghiacci polari con conseguente innalzamento dei mari, alterazioni climatiche, aumento di fenomeni estremi come siccità, cicloni, inondazioni. L’attività umana è la causa principale con l’aumento dei gas serra e, di conseguenza con l’aumento delle temperature terrestri.
L’impronta ecologica
L’impronta ecologica è un indicatore utilizzato per la valutazione del consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della terra di rigenerarle. È possibile stimare di quante risorse dovremmo disporre se conducessimo tutti lo stesso stile di vita. Per calcolarla, si mette in relazione una costante di rendimento e la quantità di ogni bene consumato.
Lo sviluppo sostenibile
Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che riguarda il soddisfacimento dei bisogni presenti di tutti gli abitanti della Terra, senza procurare danni alle generazioni future, mantenendo gli ecosistemi integri, garantendo la massima produzione con consumi proporzionali alle materie disponibili, senza produrre danni in maniera irreversibile.
Esistono diversi tipi di sostenibilità:
- Ambientale: difesa e tutela dell’ambiente, perché aiuta a migliorare la vita e lo sviluppo.
- Economica: attenzione nella gestione delle materie prime, per non arrivare ad un loro esaurimento.
- Demografica: si lega alla sostenibilità economica e prende in considerazione il numero di abitanti cui è in grado di fornire un livello di vita giusto.
- Sociale: ha in oggetto l’equità sociale sia in campo etico che economico.
- Geografica: evita il formarsi di squilibri territoriali, sia come localizzazione degli insediamenti umani e delle attività economiche, sia dello sfruttamento del suolo.
- Culturale: si deve tener conto delle necessità e dei mezzi delle singole culture e tutelarne le caratteristiche.
Per tentare di riparare ai danni, si è aperto un nuovo mercato di beni ecologici, ma fanno ricorso alle attività economiche “inquinatrici” dell’ambiente, per creare tecnologie in grado di depurare l’ambiente.
Interventi a livello globale
La prima conferenza mondiale per la sostenibilità, tenutasi a Stoccolma nel 1972, non portò a grandi risultati, in quanto ci furono grandi pareri contrastanti tra i Paesi a Nord e a Sud del mondo. Nel 1992 a Rio de Janeiro, si rese evidente il fatto di riuscire a rendere accessibili le risorse da parte di tutti gli abitanti del mondo. Dopo vari contrasti, come nella conferenza precedente, si arrivò ad una conclusione: stesero “l’Agenda 21” la quale elencava i principali problemi e come affrontarli:
- Aiuti ai Paesi più poveri
- Sostenibilità dell’agricoltura nei Paesi ad economia commerciale e nel Sud del mondo
- Distribuzione del reddito
- Protezione delle foreste
- Gestione delle acque
- Regolazione delle emissioni di gas serra (protocollo di Kyoto, 1997)
- Conservazione del patrimonio genetico
Gli spazi agricoli
Clima e qualità del terreno hanno una grande influenza sull’attività agricola: esse possono determinare la sopravvivenza stessa dell’uomo. L’uomo può intervenire cambiando in modo parziale l’ambiente naturale tramite, ad esempio, bonifiche o impianti di irrigazione.
Condizioni ecologico-ambientali e sistemi di produzione
Le condizioni fisico-ambientale si dividono in 3 gruppi:
- Il clima e le acque. La coltivazione, per avvenire in modo ottimale, deve disporre di condizioni ottimali, ad esempio, la temperatura dell’acqua deve essere sui 5-7°C, condizione che varia da seme a seme, la quantità di acqua necessaria per la germogliazione varia a seconda dei vegetali; inoltre, alcune colture possono essere coltivate solo in determinate condizioni climatiche.
- Il rilievo. Incide molto sui tipi e sulle possibilità di coltivazione: all’aumentare delle altitudini aumenta l’impossibilità di coltivazione a causa della temperatura e dai fenomeni atmosferici.
- Il suolo. I suoli dove non c’è stato intervento umano hanno una fertilità che varia secondo le caratteristiche naturali di questo. Quando un terreno è sfruttato per la coltura, esso diviene agricolo e può essere sfruttato secondo diversi sistemi: un sistema predatorio impoverisce i terreni, un sistema razionale, il terreno è migliorato grazie all’alternanza delle colture. Secondo le caratteristiche del suolo si possono classificare sette tipologie:
- Regioni equatoriali: clima caldo e umido; la fitta presenza di vegetazione forestale fa si che questi terreni siano utilizzati perlopiù per produrre legname.
- Savana: temperature elevate e piogge stagionali; presenza di allevamenti pastorali e di monocultura.
- Regioni desertiche calde: suoli aridi; le oasi sono gli unici terreni coltivabili.
- Regioni monsoniche: temperature elevate e forti precipitazioni annuali; si pratica l’agricoltura intensiva.
- Regioni mediterranee: estati calde e inverni miti. Presenti tutti i tipi di struttura agraria.
- Regioni temperate: clima temperato; agricoltura di tipo intensivo.
- Tundra: inverni lunghi e rigidi, estati brevi; presenta un’agricoltura condotta con tecniche di sussistenza.
Il progresso tecnico, iniziato nel tardo Medioevo e in continuo sviluppo sino ad oggi, si manifesta tramite la capacità di controllo e di cambiamento della natura: a seconda del progresso tecnologico e delle possibilità economiche di uno Stato, è possibile coltivare una regione desertica (tramite sistemi artificiali di irrigazione), di lavorare terreni compatti, rimasti incolti per anni. Le capacità tecniche svolgono, inoltre, un ruolo importante nella coltivazione: più si conosce e si sa come sfruttare un territorio, più questo sarà produttivo.
Al mondo esistono due tipologie di agricoltura:
- Agricoltura tradizionale. Diffusa nei Paesi sottosviluppati, rivolta per la maggior parte dei casi all’autoconsumo. È policolturale, in quanto si coltivano specie vegetali diverse in una stessa area. Non ha nessuno scopo commerciale.
- Agricoltura capitalistica. L’azienda familiare cambia, man mano forma l’impresa agroindustriale (prevede un’integrazione tra agricoltura e industria alimentare, diverse fasi produttive all’interno di un’unica impresa e l’importanza dell’industria sull’agricoltura). Contrariamente a quella di tipo tradizionale, la forma adottata da quella capitalistica è volta alla commercializzazione e quindi al profitto. È basata sulla monocultura.
Le riforme e le politiche agrarie
Dopo la Seconda guerra mondiale si sentì l’esigenza di attuare delle riforme che redistribuissero i terreni alla popolazione e sciogliere le tensioni sociali. Le riforme agrarie non solo erano state attuate per la redistribuzione dei terreni, ma erano volte anche alla modifica delle regole di conduzione del terreno, con migliorie nell’organizzazione e nelle tecniche.
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