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1967 - L'Egitto chiude ad Israele l'accesso al golfo e si prepara alla guerra insieme a Siria e Giordania. Israele attua la

tattica dell'attacco preventivo: distrugge gli aerei egiziani ancora a terra, occupa in tre giorni tutta la penisola del Sinai,

le alture del Golan, la Cisgiordania, la città vecchia di Gerusalemme (che sarà successivamente annessa) e Gaza. L'Onu

chiede ad Israele il ritiro da alcuni territori occupati. Un errore di traduzione fa scrivere nella versione francese della

risoluzione la richiesta di ritiro da tutti i territori occupati. L'errore sarà causa di nuove conflittualità tra i due popoli.

1970 - L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), scacciata dalla Giordania dove aveva avuto asilo, si

trasferisce in Libano.

1972 - Olimpiadi di Monaco. Terroristi palestinesi sequestrano un gruppo di atleti israeliani. Nell'incursione delle teste

di cuoio 11 persone rimangono uccise. Il fatto rappresenterà una nuova grave causa di attrito tra Israeliani e Palestinesi

1973 - Durante la festività ebraica dello Yom Kippur, Egitto e Siria seguiti poi dall'Iraq attaccano a sorpresa Israele. Lo

stato ebraico risponde occupando la sponda occidentale del canale di Suez e parte della Siria. L'Onu interviene e blocca

il conflitto. Un nuovo accordo prevede il ritiro di Israele da alcune aeree del Sinai.

1979 - Camp David. Con la mediazione del Presidente Usa Jimmy Carter il Presidente egiziano Sadat e il premier

israeliano Menachem Begin firmano la pace tra i due Paesi.

1982 - Israele attacca il Libano che ospita i guerriglieri filopalestinesi. Dopo oltre due mesi di bombardamenti, l'OLP

lascia Beirut sotto la protezione di una forza multinazionale e trasferisce in Tunisia il proprio quartier generale. Israele

abbandona il Libano ma mantiene per sé una zona cuscinetto.

1987 - Nasce l"intifada", rivolta delle pietre, ne è artefice un movimento di palestinesi che si ribella al controllo

israeliano dei territori occupati. Arafat proclama l'OLP il governo in esilio dello "Stato della Palestina".

1991 - Conferenza di pace a Madrid con la partecipazione di Israele e Siria. L'OLP viene però esclusa dalle trattative di

pace.

1992 - Il governo israeliano di Yitzhak Rabin propone a Damasco la pace in cambio di parte dei territori, ma la Siria

esige la loro restituzione totale.

1993 - Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin firmano a Washington il primo trattato di pace che

apre la strada all'autonomia di Gaza e della Gisgiordania (per questo accordo Arafat, Rabin e Peres riceveranno l'anno

successivo il Nobel per la pace). Israele si ritira da Gerico e da Gaza dove Arafat prende il controllo della politica nei

campi dell'Istruzione, della Cultura, della Sicurezza sociale, del Turismo, della Salute e del Fisco.

1995 - Israele e OLP firmano un accordo per allargare le aree dell'autonomia palestinese, ma la sera del 4 novembre, a

Tel Aviv, Yitzhak Rabin viene ucciso a pistolettate da Yigal Amir, uno studente di 25 anni, estremista di destra . Il

processo di pace ripiomba nel caos.

1996 - Israele sospende le trattative con la Siria dopo una serie di attentati nel Paese.

1996 - Il conservatore Benyamin Netanyahu vince le elezioni in Israele superando di misura Shimon Peres. Prime

elezioni nella storia del popolo palestinese: Yasser Arafat è scelto a stragrande maggioranza come Presidente della

Palestina. Netanyahu annuncia che non restituirà il Golan e dà il via alla costruzione di insediamenti ebraici nei territori

occupati.

1998 - Netanyahu e Arafat sottoscrivono l'accordo di Wye Plantation, che prevede lo scambio "terra contro pace", il

ritiro parziale dell'esercito israeliano, il trasferimento del 14,2 % della Cisgiordania sotto il controllo palestinese e la

liberazione di 750 detenuti palestinesi.

1999 - A maggio in Israele il candidato moderato laburista Ehud Barak, vince con largo margine le elezioni contro

Netanyahu. Il presidente Clinton annuncia che Siria e Israele riprenderanno le trattative. A settembre Barak e Arafat

firmano un accordo per attuare gli accordi di Wye Plantation: Israele libera 200 detenuti palestinesi e inizia a passare il

controllo di una parte della Cisgiordania ai palestinesi.

2000 - I colloqui di pace Barak-Arafat falliscono. A settembre Airel Sharon, il capo del Likud, il partito di estrema

destra, visita la spianata delle Moschee. Il gesto viene visto come una provocazione che scatena la "seconda intifada".

L'escalation di attentati e reazioni dell'esercito Israeliano è drammatica e porterà a centinaia di morti. Nel mese di

dicembre Barak si dimette da capo del governo.

2001 - Sharon, candidato dal partito di destra, diventa primo ministro nelle elezioni del 2001 e forma un governo di

unità nazionale con la partecipazione del partito laburista a cui sono affidati alcuni ministeri.

2003 - Alla fine del 2002 si dimettono tutti i ministri del partito laburista e vengono indette nuove elezioni dalle quali,

nel gennaio del 2003, risulta eletto ancora Sharon; il Likud raddoppia i seggi in Parlamento; il partito laburista arretra

pesantemente; Sharon forma un governo con i partiti dell'estrema destra. Gli osservatori ritengono che il nuovo governo

Sharon avrà vita breve.

Le paure di Israele

Una strategia che non paga

La sicurezza di Israele, così come dell'Occidente, passa insieme a uno strettissimo controllo militare (che non

giustifica però gli attacchi), attraverso l'evoluzione democratica e culturale di coloro che sono i "nemici"

Gli integralisti sono scesi in politica, mossa incente almeno nel breve periodo. La reazione di Israele è stata vaga,

sembra infatti che non se ne sia nemmeno accorta, o meglio si è trincerata ancora di più nella vecchia tattica dello

scontro frontale: nessun contatto con un governo gestito da Hamas. Decisione comprensibile ma non proprio

lungimirante e, forse, fin troppo comoda: tutto perché sia mantenuto lo status quo che tanto conviene allo stato

ebraico. Finché i palestinesi non sapranno esprimere un governo credibile e moderato che respinge l'estremismo,

Israele avrà mano libera nell'accusare i palestinesi di terrorismo e continuare così a gestire l'occupazione dei territori

a proprio piacimento e a ipotecare l'economia e la vita stessa del futuro Stato Palestinese.

Lo "status quo" è però esattamente la causa di instabilità dell'area ormai da decenni, e più esso si protrae più

aumentano le possibilità che non si possa più tornare indietro. Che lo stato di fatto diventi condizione oggettiva e

acquisita - in barba alle risoluzioni Onu che impongono ad Israele di lasciare i territori occupati nel 1967 - è la spada

di Damocle che pende da sempre sulla testa dei palestinesi e del mondo musulmano tutto. Questa strategia che il

governo di Gerusalemme sta perseguendo da sempre è rimasta immutata nonostante l'evoluzione della lotta

palestinese e nel tempo è stata supportata dalle uccisioni mirate di esponenti del terrorismo o, a seconda del punto di

vista, della resistenza palestinese, sia di provenienza integralista (Hamas), sia di provenienza 'laica' (al-Fatah).

Divenuti i supposti terroristi parlamentari democraticamente eletti, Israele non ha più potuto eliminarli fisicamente,

ha quindi proceduto al loro arresto. Sono una decina i ministri palestinesi finiti nelle galere di Gerusalemme e quasi

trenta i semplici parlamentari (Fonte: rainews24.it).

La sicurezza di Israele così come dell'Occidente passa, insieme a uno strettissimo controllo militare (che non

giustifica però gli attacchi), attraverso l'evoluzione culturale e in senso democratico di coloro che sono i "nemici".

Tuttavia, se il fine è chiaro e condiviso quasi unanimemente, non si può dire la stessa cosa dei modi impiegati per

raggiungere il risultato. E infatti, tanto per completare l'opera di maggiore sicurezza sia pure a prezzo della quasi

unanime riprovazione internazionale, Israele ha messo in atto una serie di attacchi di cui quello in Libano è stato il

più "coperto" dai media ma non l'unico.

L'esercito israeliano è entrato pesantemente anche nella Striscia di Gaza dalla quale si era ritirato solo un anno fa

consegnando di fatto il territorio nelle mani degli estremisti. Lo Shin Beth (il servizio di sicurezza interno) ritiene

infatti che dal settembre 2005, approfittando del momento di forte debolezza dell'Autorità Palestinese, sarebbero

entrate a Gaza 15mila armi da fuoco, 4 milioni di munizioni, 15 tonnellate di Tnt e 400 razzi anticarro (Fonte:

rainews24.it). Il capo dei servizi, Yuval Diskin, dice che la Striscia potrebbe diventare come il Libano del sud nel

giro di tre o cinque anni (ibidem). Difficile pensare però a un passo falso, a una sottovalutazione di Israele. Più facile

è credere in una precisa strategia. Militarmente Israele è ancora lo Stato più forte del Medio Oriente. A livello

diplomatico però, soprattutto per la debolezza della nuova classe dirigente, i nuovi avversari non possono essere

facilmente sconfitti. Allora è più facile continuare a "dialogare" sul campo di battaglia piuttosto che sui tavoli della

diplomazia internazionale, dove Gerusalemme si siede con sempre meno frecce al proprio arco.

Inoltre, la scelta di lasciare Gaza piuttosto che la Cisgiordania, dove si trovano le maggiori risorse idriche della

regione, che è ancora saldamente sotto il controllo israeliano, potrebbe svelare un'altra ragione, neanche troppo

nascosta: l'acqua, il bene più prezioso del Medio Oriente (ben oltre il petrolio) è molto probabilmente la chiave di

lettura delle scelte Gerusalemme, che si troverà certamente in difficoltà quando la Cisgiordania sarà restituita ai

palestinesi. Tanto più, quindi, la ricerca di una pace durevole dovrebbe essere l'obiettivo di entrambe le parti.

Senza contare che ormai da lustri le risoluzioni delle Nazioni Unite che impongono il ritiro dai territori occupati sono

disattese, le strategia di "difesa" di Israele continuano a provocare le proteste della comunità internazionale. Esse

riguardano il recente muro di separazione fra i territori che segue un tracciato incurante delle esigenze palestinesi e

ruba una parte del loro territorio. La risposta al lancio dei razzi Hezbollah nel Libano del Sud, quei trentaquattro

giorni di distruzioni, è stata eccessiva e numerose sono state le violazioni della tregua da parte dell'esercito con la

Stella di Davide. Anche l'uso odioso delle "cluster bombs" (ordigni messi al bando per i loro effetti incontrollabili

che colpiscono quasi sempre i civili) non ha giovato a Israele. Fra le tante nazioni hanno reagito la Russia, che ha

chiesto un'inchiesta indipendente; l'Inghilterra che ha aperto le porte ad un governo palestinese di unità nazionale; e

l'Italia che ha chiesto l'invio di truppe ONU nella Striscia di Gaza: un fronte variegato dal quale si distanziano solo

gli Stati Uniti.

Senza un passo indietro da parte di Hamas che deve riconoscere Israele, da parte di Israele che non può pensare alla

sua sicurezza solo in termini di potenza militare, e di tutti, perché si parli il linguaggio della politica e non quello

delle armi, la pace in Medio Oriente sarà ancora molto lontana.

La macro-regione ASIA-PACIFICO:

APEC: associazione per la cooperazione ec. Asia-pacifico e conta 21 paesi tra cui Usa e Canapa; è contrassegnata da

una dinamica economica in continua accelerazione e nel 2005 i paesi che vi fanno parte avranno un PNL pari a quello

del nord america; forse il XXI sec vedrà il sopravvento delle economie di questa area se si conta che nel 1830 la Cina

era il primo produttore di manufatti, questi paesi però la scarsa omogeneità non possono formare un aggregato

economico transnazionale unitario e lo stesso concetto unitario di Asia è stato adottato solo per la resistenza

anticoloniale nella II metà del XX sex. Nel 1966 fu l’economista Kiyoshi Kojima a ipotizzare l’area del pacifico come

regione di libero scambio per competere con la CEE il legame con gli USA e la leadership del Giappone.

PAESI MEMBRI:

1. Giappone: prima potenza asiatica → SOGO SHOSHA: comp. comm. giapponese;

2. Cina: stato centrale determinante x ogni disegno di unità;

3. Grandecina: Taiwan, Hong Kong; Singapore;

4. I paesi Asean: Thailandia, Indonesia, Malesia, Brunei Filippine, Vietnam, Laos, Myanmar, Cambogia

2020: Dichiarazione di Bogor creazione di un libero scambio tra le 2 sponde del Pacifico, integrazione spinta dallo

sviluppo cinese; ADB→ Banca dello sviluppo asiatico con sede a Manila.

ASEAN: 1967 x rafforzare la stabilità politica, prospettiva di crescita + alta nel mondo fino a qualche anno fa vi erano 3

blocchi politici: comunista e non + il Myanmar isolato; con la fine dei blocchi può sperare di essere un ponte tra Asia

occidentale e orientale; i paesi sono molto diversi da un punto di vista economico, etnico e religioso. Il I ministro

salesiano MAHATIR MOHAMAD ha boicottato l’APEC xkè legata agli interessi di paesi forti, opinione condivisa

dagli altri membri Asean che hanno anticipato al 2003 l’AFTA.

Malesia→ stato federale, 330000 kmq, pop. 17 mil, Kuala Lampur; PNL 1870$; divisione etniche tre malesi e cinesi

perseguitati dai giapponesi, 13 sultani cha assumono a turno la guida della federazione, il sistema politico è molto

frammentato ma tiene insieme la società multietnica; la NEP tenta di ridurre gli squilibri economici tra le varie etnie e

sono state create Public companies; i giapponesi sono i maggiori investitori stranieri che hanno creato joint venturea

capitale malese specie x l’elettronica.

Indonesia→ rep, 2mil kmq, Giacarta, PNL: 430$; ex colonia olandese, la classe militare ha prso il controllo del paese,

dal 1966 con Suharto è stata seguita la politica delle istituzioni internazionali come la BM e con il GOLKAR i militari

hanno preso il controllo della politica e della economia del paese, anche in questo caso sono nate joint venture

giapponesi specie nel campo petrolifero; nel 1998 ci sono state le dimissioni di Suharto e riforme x contenere il potere

dei militari specie per le violenze di TIMOR EST → isola di Timor situata nella sezione orientale dell’arcipelago di

NUSSANTEGATA tra l’indiano e il pacifico fu divisa tra portoghesi e olandesi; dopo il controllo giapponese nel IIGM

fu ripresa dal Portogallo abbandonata nel 1975 x l’invasione indonesiana che annetté l’isola e nel 1978 fu riconosciuta

dall’Australia in cambio dello sfruttamento del petrolio; vi sono ben 12 etnie altamente mescolate, l’80% è cattolico; nel

1999 dopo l’annuncio di una possibile indipendenza vi furono aspri scontri e dopo il referendum pro indipendenza vi

furono aspri scontri e dopo il referendum pro-indipendenza scoppiò la guerra civile; venne inviata una forza di pace e

l’Indonesia riconobbe l’indipendenza, dopo un periodo di amministrazione ONU ci sarebbe stata l’indipendenza.

Thailandia: 514000 kmq, 56 mil, Bangkok, pnl $1000, è il paese del THAI, si alleò con il Giappone durante la IIGM

anche se dopo non c’è più stata l’assistenza militare, ma ci sono molti investimenti, il paese agricolo tenta di rivolgersi

ai prodotti di alta tecnologia.

Filippine:300.000 kmq, 60.000 mil; Manila, PNL: 630$, passato coloniale prima spagnolo poi USA che svilupparono le

colture di esportazione in particolare lo zucchero, la presenza Usa è ancora dominante; radicato sentimento

antigiapponese x la brutale occupazione con cui nel 1978 sotto la spinta di Marcos fu firmato un trattato di

amicizia;suddivisione in clan familiare e tra cattolici e mussulmani nell’isola di Mindanao, i giapponesi sono presenti

con joint venture e collegamenti con i gruppi locali nei settori tecnologici e automobilistici.

Cina: 10 mil kmq;2 miliardi; Pechino,PNL 330$;Yukichu → la Cina è come un elefante; nel 1978 quando Deng

Xiaoping ha iniziato delle riforme e la Cina è diventata una delle economie + rapide, ora il settore privato contribuisce

per il 30% e 50%; il passaggio verso i meccanismi democratici è ancora molto cauto e l’estensione dello stato non può

avere uno sviluppo diverso dall’attuale; la Cina entrerà nel WTO aprendo una nuova serie di riforme e si avvicina una

rivincita verso le umiliazioni subite dai giapponesi e occidentali; la Cina ha una grande forza identitaria identificata

anche nel nome Zhongguo, paese di mezzo, con la possibilità di includervi diversi territori e popolazioni; la Cina esce

dal periodo feudale nel 1840 e il 1949 è l’anno decisivo e della sua liberalizzazione, la paura della modernizzazione è la

paura della frantumazione, vi sono dei problemi che richiedono uno sforzo del governo:

Rivalità tra regioni: guerra del riso tra il Guangdong e lo Hunan; la guerra dei bachi tra Anhui e lo Zhejiang.

 Città/campagna: abbandono delle terre da parte dei contadini e problemi di ordine pubblico

 Hong Kong: grande autonomia secondo il principio dei 2 sistemi in 1 paese; è un porto franco centro

 finanziario internazionale;

 Etnie: l’80% etnia han, ma vi sono forti squilibri nella distribuzione della pop.

TIENNAMEN → 1) accelerazione spinte centrifughe e sviluppo aree costiere; 2) pericolo di frantumazione, ma gioco

giapponese x mantenere intatto il mercato; 3) modello giapponese di sviluppo, progetto della diga delle tre gole.

Panorama mondiale

IL NUOVO RUOLO DELLA CINA

Una grande nazione cerca di uscire dall'isolamento internazionale

Sembra essersi finalmente messo in moto quel processo tanto inevitabile quanto auspicabile che è l'integrazione

mondiale del paese più popolato al mondo, la Cina.

Un miliardo e trecentomilioni di abitanti, una superficie pari a nove milioni e cinquecentomila kmq., una storia e una

tradizione antichissima la Cina in questi ultimi tempi sta completando a grandi passi il suo cammino di integrazione nel

panorama internazionale. Dopo un periodo di negoziati durato oltre quindici anni, il 10 novembre scorso, la Cina è

entrata a fare parte della WTO (World Trade Organization) durante il vertice che si è tenuto a Doha nel Qatar; un

avvenimento che ha dell'incredibile se si pensa all'isolamento in cui essa viveva fino a pochi anni fa e iniziato nel 1949

con l'avvento di Mao Tze Tung al potere. Si tratta certamente di una tappa fondamentale sia per i paesi aderenti al WTO

che per la Cina che per le dimensioni del suo potenziale mercato (1.300.000.000 persone) e un prodotto interno lordo di

oltre 500 miliardi di dollari rischiava di rimanere isolata dal resto dei paesi del mondo. Con la adesione della Cina al

WTO si sono gettate importanti basi di collaborazione - per esempio con l'Europa, oltre che con gli USA. Un primo

importante dato che attesta il mutato regime di rapporti di scambio con l'Unione Europea è la riduzione di circa il 10%

alle limitazioni all'import dall'UE in generale e, in particolare, un abbassamento del dazio sulle automobili dall'80/100%

al 25% entro il 2006.

Ma di gran lunga più importante è il clima nuovo e di maggior fiducia che si è instaurato.

Proprio i fatti dell'11 settembre sembrano aver dato il via ad una rinnovata e più efficace collaborazione tra i paesi

aderenti al WTO sia per combattere il terrorismo che per fronteggiare la crisi economica.

Purtroppo però permangono ancora oggi gravi motivi legati alle violazioni dei diritti umani che rallentano il processo di

integrazione della Cina. Lo Human Right Watch, in un rapporto del 1997, traccia un quadro desolante sulla violazione

sistematica del diritto di libertà di culto perpetrata dal Governo Cinese: "There is no question that the kind of state

control that China exercises over religious activities is a violation of freedom of religion" (trad. "non c'è alcun dubbio

che il controllo che la Cina esercita sulle religioni è una violazione della libertà di religione"). D'altra parte le

dichiarazioni rilasciate nel 1996 dal capo dell'ufficio per gli affari religiosi Ye Xiaowen parlavano chiaro: il sistema di

gestione a cui la Cina si riferiva era quello leninista nel quale la religione, se proprio doveva esistere, doveva perlomeno

servire lo Stato.

Questa violazione della libertà di culto assume sia l'odioso carattere di feroce repressione sulla popolazione tibetana, di

fede buddista, sia quello della più sottile e silenziosa ma sistematica persecuzione nei confronti dei cinesi di fede

cristiana.

Un'altra situazione che solleva molte perplessità è la campagna di lotta contro il crimine condotta dalla Cina con

l'utilizzo esasperato della pena di morte: Amnesty International denuncia infatti, in un suo rapporto del mese di luglio

2001, che sono state giustiziate più persone in tre mesi in Cina (circa 1800) che negli ultimi tre anni nel resto del

mondo.

Restano dunque da risolvere ancora importanti questioni, ma gli ultimi avvenimenti internazionali ci obbligano a

guardare con fiducia verso il futuro, nella speranza che oltre ad una sempre più vasta cooperazione sul piano economico

si possa finalmente assistere ad un importante e quanto mai indispensabile balzo in avanti sul piano dei diritti umani.

Dentro la grande muraglia

Taiwan, una questione internazionale

Votata dal Parlamento cinese una legge che prevede l'intervento militare della Cina in caso di secessione dell'isola

Ufficialmente parte della Cina, in sostanza isola indipendente. Un'eredità pesante che viene da lontano. Dalla guerra

fredda, precisamente. Quando, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, le truppe nazionaliste sconfitte

dai comunisti si rifugiarono nell'isola. Gli autoctoni scomparvero e i nuovi arrivati adottarono sin dall'inizio una

politica lontana da quella della madre patria. Pechino sottolinea la sostanziale uguaglianza di cultura, lingua e

tradizioni. In realtà teme che "donare" una maggiore indipendenza a Taiwan favorirebbe ulteriormente altre spinte

indipendentiste. In particolare quella Tibetana e di Xinjiang, regioni con forti sentimenti secessionisti, a cui si

sommano popolazioni di etnie lontane da quella cinese.

È in questo contesto che a metà marzo la Cina ha fatto uso esplicito di una possibile opzione militare nell'isola di

Taiwan. Un voto entusiastico di 2896 deputati dell'Assemblea Nazionale del Popolo. A referto, nessun contrario e

due soli astenuti. "La Cina persegue l'obiettivo di una riunificazione pacifica", ha esordito il primo Ministro Wen

Jiabao. Qualora non fosse possibile, Pechino potrebbe adottare la forza e altre misure necessarie per proteggere

l'integrità del suo territorio. Non si tratta di una "legge di guerra", ha precisato Jiabao. L'annuncio di Pechino giunge

improvviso ma non inatteso. Taiwan non intende rinunciare all'indipendenza. La Cina si oppone con fermezza. I

negoziati sono da tempo in una fase di stallo.

Il clima si fa quindi infuocato. A Taipei, capitale di Taiwan, i parlamentari hanno bruciato una bandiera cinese per

protesta, chiedendo espressamente ai cittadini di scendere in piazza a manifestare. La verità è che gli abitanti della

"provincia ribelle" si sono trovati nel bel mezzo della geopolitica mondiale.

Passiamo in rassegna le reazioni delle maggiori potenze della Terra e cerchiamo di capirne di più. Washinghton ha

chiesto alla Cina di fare marcia indietro. Condoleeza Rice, Segretario di Stato Americano, ha definito la legge "non

necessaria" e destinata a "far salire la tensione". Il portavoce della Casa Bianca, Scott McClellan, ha definito la legge

"deplorevole" perché "non utile all'obiettivo della pace e della stabilità nello stretto di Taiwan". "Gli Usa - ha

concluso - sono per una sola Cina e non appoggiano l'indipendenza di Taiwan." Che c'è di vero in queste

dichiarazioni? Gli Stati Uniti sono da sempre il miglior alleato di Taipei. Se la Cina si è sentita in grado di varare una

legge anti-secessione, significa che i cinesi tengono in scacco più di quanto si possa pensare l'America. Soprattutto in

termini economici.

Dall'altra parte anche il Giappone si è fatto sentire. Lo stallo delle negoziazioni tra Pechino e Taiwan non poteva che

far bene agli interessi economici giapponesi nella regione. La ricchezza e le esportazioni di Taiwan potrebbero in

futuro muoversi in una sola direzione. Koizumi, premier dell'isola nipponica, ha espresso il timore che la legge possa

avere "un impatto negativo sulla pace e la stabilità dell'intera regione e sulle relazioni tra Cina e Taiwan." In verità

Tokio non riconosce Taiwan come paese indipendente e cerca di mantenere buoni rapporti con la Cina. Un doppio

gioco che Pechino conosce bene. Il Giappone ha sempre avuto particolari interessi rispetto a Taiwan, il che ha creato

spesso tensioni con la Cina stessa.

Infine la Russia. Mosca ha reagito "con comprensione" alla legge approvata dal Parlamento cinese. Nel contempo ha

tuttavia sottolineato l'importanza del rispetto degli impegni assunti da Pechino per una soluzione pacifica del

contenzioso. La Russia sostiene da tempo il principio secondo il quale "esiste una sola Cina al mondo e Taiwan ne è

parte integrante". Secondo un parlamentare russo "è essenziale evitare un'escalation di tensione della regione." La

reazione "soft" di Mosca si traduce in chiave politica con una sempre più stretta vicinanza ideologica, economica e

politica tra le due nazioni. L'opinione degli "addetti ai lavori" è unanime. Se la Cina ha avuto il coraggio di sfidare

apertamente gli Stati Uniti, significa che è in grado di rimpiazzare Bush nel ruolo di leader mondiale.

Giappone: giaà nell’800 era evidente la capacità commerciale nonostante l’impostazione feudale, tanto da colpire gli

occidentali;la rivoluzione Meji portò ad un’autentica rivoluzione moderna per contrastare gli occidentali; YAMAGATA

ARITOMO → ministro della guerra, delineò i confini-linea di sovranità e confini-linea di interesse nazionale

(COREA), di lì a poco il Giappone conquistava il suo impero coloniale e batteva la RUSSIA.

Aggressioni imperialiste degli anni 30

1. mosso dal desiderio di sicurezza nazionale

2. interesse nazionale =linea vitale

3. autodifesa degli asiatici

4. coesistenza tra Giappone e Cina

SOCIETA’ SEGRETE: nasce a Fukuoka separata dalla Corea da un braccio di mare, sede di un acceso nazionalismo e

punto di partenza dell’offensiva verso la Corea; il leader era TOYAMA MITSURO che intratteneva relazioni con i

leader nazionalisti asiatici; creò una fitta rete di spionaggio e un forte legame con la grande industria.

Penisola coreana: oggetto di desiderio di conquista, economicamente è una creatura del Giappone; è un paese

incompiuto a metà tra due giganti; il 38 parallelo è una divisione economica e ideologica, i coreani guardano al passato

piangendo; differenza anche con l’abito femminile il CHOGORI ≠ KIMONO; fino al 1910 era uno stato unitario dalla

tradizione millenaria alla fine dell’800 era governata da una burocrazia agraria miope che non creava investimenti

produttivi, rimanendo immersa nella sua debolezza strutturale e fu facile preda giapponese; il Giappone rivoluzionò la

struttura statale e l’omogeneizzazione con il Giappone con un governo autoritario e venne sfruttata totalmente per le

risorse e la manodopera e si creò una formidabile macchina burocratica e venne creata un’eccezionale rete ferroviaria e

di trasporti con la compagnia della Manciuria che era un vero colosso. 4 elementi:

1. l’opposizione coloniale si divise tra nazionalisti puri e pragmatici e comunisti

folorussi e anarchici;

2. concentrazione della guerriglia nella regione mancese del tungbientao; la

Manciuria era ricca di ferro e carbone ed era un polo di sviluppo economico

3. ingresso degli Usa nel futuro assetto coreano tramite l’amministrazione

fiduciaria;

4. legame USA e burocrazia giapponese; il 1945 fu l’inizio di divisioni e lutti:

l’URSS era interessata all’indipendenza coreana x ragioni economiche e

occuparono il nord del paese mentre gli USA sbarcarono a sud e ostacolarono i

comitati per l’indipendenza comunisti e il 38 parallelo fu il simbolo della

delusione coreana: il nord si chiuse in un socialismo esasperato, mentre il sud si

diresse verso l’industrializzazione globale; tecnicamente le 2 coree sono ancora

in guerra e il 14 giugno 2000 vi è stato uno storico accordo di riconciliazione;

l’unificazione ci potrà essere solo dopo la democratizzazione del nord e l’ost

politik del sud; inoltre vi è una troppo elevata disparità economica e il ritiro delle truppe USA provocherebbe

dei problemi per le altre truppe in Giappone e Taiwan.

Le tigri: la crisi del 1997 ha mutato il panorama economico dell’Estremo oriente; NIC= economie di nuova

industrializzazione: COREA DEL SUD+TAIWAN+SINGAPORE+HONG KONG → diaspora cinese, grande Cina;

identità etnica cinese e culturale con la lingua cinese (ideogrammi) e il confucianesimo (trainante per lo sviluppo

economico per la lealtà è rispetto della legge; anche in Cina è stata sottolineata l’importanza di Confucio; è una

religione immanente, la fiducia è al centro delle relazioni sociali; sincretismo che si manifesta nello shintoismo

giapponese)

SINGAPORE: molto omogeneo, sviluppo economico e democrazia politica ≠ da quella occidentale “LA LEGGE E LA

MORALE SONO LE DUE MANIGLIE DEL POTERE” e i principi liberali non sono applicabili → confucianesimo; la

ricchezza è data dagli investimenti giapponesi e stranieri specie a Singapore dove la SONY ha ottenuto la qualifica di

OHR ovvero imprese che hanno il proprio quartiere generale sull’isola e possono valersi di grandi sgravi fiscali; hanno

inoltre una strategica posizione sullo stretto di Malacca; nei 3 paesi si tenta di creare l’APROC che è un programma di

cooperazione.

Si modificheranno ancora i rapporti tra Taiwan e Cina con l’apertura di relazioni economiche, ovviamente il

 dibattito tra “1 paese e 2 sistemi” e “ 1 nazione e 2 governi” è ancora molto acceso, le nuove relazioni

Honkkong-cina-taiwan influiranno anche sulla posizione di Singapore.

INTERPRETAZIONE: la Cina è preoccupata a mantenere il suo sviluppo interno e la trasformazione del suo mercato e

tornerà a svolgere una politica di grande potenza; il Giappone è diviso tra mondo occidentale e interesse verso il sud-est

asiatico ed è ancora aperto il dibattito sulle sue responsabilità della IIGM; gli Usa si sono interessati all’Asia per motivi

economici e di sicurezza e rientrava in questa prospettiva la costituzione dell’APEC; sugli USA pesano poi le

responsabilità storiche sulla divisione della Corea e non hanno chiari obiettivi strategici, l’APEC si strutturerà come

un’economia mondo + che il sistema simile all’UE.

Capitolo 3: espressioni del potere sul territorio

Le basi territoriali delle organizzazioni politiche: nell’epoca contemporanea serve ancora lo STATO? → dalla fine della

guerra fredda sono aumentate le forze centrifughe e crisi dello stato moderno centralizzato (teoria della turbolenza:

sistema mondiale multicentrico):

1. macroparametro: formazioni sovra e sotto statali

2. microparametro: cittadini + analitici

3. micro/macro. Strutture d’autorità in crisi

Si è rotta l’unità economica (ora internazionale), culturale (livelli locali) e politica, si vive di + in una dimensione

internazionale che nazionale → la sovranità è in crisi sotto le spinte della globalizzazione finanziaria e tecnologica e

sulla spinta delle organizzazioni internazionali, gli stati non sono + pronti a rispondere alle esigenze e richieste di beni e

servizi → lo stato reagisce con il decentramento e il coordinamento nelle politiche economiche.

STATO:

1. oggetto di studio della geopolitica;

2. ≠ polis, res publica, sistema feudale;

3. il numero degli stati cambia continuamente (decolonizzazione, nazionalismi post guerra fredda);

4. stato composito: accoglie le istanze popolari, regionali e locali;

5. la forma giuridicamente + perfetta, evoluta e complessa che agisce sull’org del territorio

6. formato da popolazione, territorio, sovranità (può essere limitata da un punto di vista economico da parte dei

mercati internazionali; può essere condizionata anche attraverso l’embargo, es: Sudafrica; Iraq)

Gourou → 1) profondità: i diversi gradi sovrapposti delle competenze organizzative; 2) ampiezza: un grado superiore

di organizzazione che abbia una competenza + ampia di quella inferiore; 3) pluralità: diversi sistemi in cui sono

organizzati gli stessi individui (più sono numerosi + è efficace l’organizzazione sociale)

Stato indipendente → ministero degli esteri, entrata nelle organizzazioni internazionali come l’ONU

CLASSIFICAZIONE:

1. Van Valkenburg→ ciclo di sviluppo (giovane → vecchio)

2. Goblet → stati intensivi ed estensivi

3. Pearcy → repubbliche, regimi, imperi

STATO/NAZIONE (concetto facile in apparenza, Renan) → palestinesi, armeni, baschi; frammentazione su base

etnica dell’Europa dopo la fine della guerra fredda, stato e nazione non coincidono più.

Shils → il nazionalismo si origina dalla nazionalità più la combattività e l’aggressione, prende corpo in partiti e leader;

ogni gruppo sociale esprime il desiderio di costituire una nazione perché vuole preservare la sua autonomia e identità

(micronazionalismi ) ≠ nazionalismi

NAZIONE (idea dell’identità):

1. lingua → fattore unificante

2. religione → non è un elemento utile anche se in alcuni casi è necessario (Polonia; Irlanda; religione araba o

ebrea): centrale nel conflitto nell’ex Jugoslavia o in India, Filippine con Mindanao centro della Jihad asiatica

(realizzare il TAWHID → unità della UMMA la comunità islamica)

3. storia comune, abitudini, costumi sociali e culturali (si evolvono quando includono le minoranze) →

affermazione di una propria identità (indipendenza Usa e del Messico nel 1821) contro un nemico comune

4. legame con il territorio (ebrei → terra promessa; le nazioni spostate da Stalin sopravvissuti nel folklore come i

tedeschi del Volga)

5. l’identità permane nonostante l’omologazione dei costumi e l’integrazione internazionale e rimane cmq

nell’inconscio portando anche alle guerre civili, alle pulizie etniche, alla xenofobia e alla conflittualità

nazionalista in campo economico (SME, GATT x la Francia; guerra delle banane tra USA e UE o di

leadership politica in Europa)

FORZE CENTRIPETE E CENTRIFUGHE

STATO → adesione dei propri cittadini, è un legame giuridico; sottintende l’esistenza di una nazione che a sua volta ne

ha costituito quanto meno il nucleo centrale (casi in cui la nazionalità si forma dopo lo stato, es. Svizzera e USA) →

forza di coesione: spirito nazionale che contribuisce alla potenza di uno stato ma è anche difficile delimitare lo spirito

nazionale e poiché subisce pressioni degli avvenimenti storici (es: UE); lo stato deve dare primaria importanza alle

popolazioni delle regioni comprese nei suoi territori, esprime le esigenze della sua comunità verso le altre e nel caso vi

siano diversi gruppi si dovrà trovare il minimo comune denominatore → agiscono forze centripete e centrifughe →

spesso la non omogeneità culturale è dovuta alla non omogeneità ( è politicamente stabile e può esprimere potenza, la

dimensione non conta → es: ex Urss, la Russia ha un centro troppo debole, la maggiore estensione può significare

maggiore conflittualità etnica) geografica → lo stato circolare di Rousseau (dimensione ideale: rapporto

estensione/popolazione ≠ Singapore): non vale più con l’intensificarsi delle comunicazioni.

Forze storiche e umane → la disomogeneità interne sono dovute alla formazione dello stato, nato intono a un gruppo

nazionale dominante che ha ampliato i propri confini inglobando territori e popolazioni (es: Gran Bretagna)→ studi sul

RISCHIO PAESE (opportunità di investimenti); DISTANZA ETNICA: percezione che ogni gruppo umano ha di sé e

degli altri, importante la localizzazione e la consistenza dei gruppi (Es. Nord e sud Italia; Cechi e slovacchi, Pakistan

con i bakuch, pastun, sindhi e punjabi); LIVELLO CULTURALE: per esempio l’ULSTER dove forte è il livello

religioso (accordo di Pasqua) → 1) assemblea locale, 2) esecutivo per formare un Irlanda binazionale, 3) consiglio

ministeriale Nord- sud, 4) nuovi rapporti tra Irlanda del nord e gran Bretagna; a) controllo dei gruppi parlamentari, b)

rappresentanza nelle forze di polizia, c) Sinn Fein che può diventare il primo partito → vi è un nuovo sviluppo

economico nell’Ulster.

AFRICA → forte spirito tribale e alta conflittualità: Somalia e Nigeria (hansa, Ibo e Ioruba hanno almeno il 60%),

Ruanda e Burundi (hutu e tutzi → ricchi che hanno dominato sulla maggioranza hutu) →coinvolge 7 paesi in una zona

di grandi risorse, spesso i conflitti etnici sono finanziati con il commercio illegale di DIAMANTI.

CENTRI DI POTERE → basi militari, borse finanziarie, il motore della politica è l’economia, la logica non è quella

nazionale ma quella del profitto → paura dell’URSS x un eccessivo afflusso di rubli x l’iperinflazione; negli Usa il

dipartimento del tesoro ha scalzato il predominio del Pentagono, la stessa UE è un’Europa economica, accordo del 1999

tra Italia e Iran x lo sfruttamento delle risorse petrolifere con l’ENI, anche la guerra del Golfo è stata mossa

dall’interesse delle risorse economiche, alla difesa del territorio si aggiunge la difesa x l’economia nazionale; se

l’economia dei paesi Asean diventa la prima al mondo potrebbe ridisegnare la posizione degli Usa nella zona

ridisegnandone gli equilibri.

FORMA DEL TERRITORIO → nella comunità internazionale gli stati si rapportano ancora in relazione alla loro

superficie e posizione, Cecoslovacchia → la forma orizzontale ha favorito i sentimenti nazionalisti e l’Anschluss;

Limburgo → centro europeo con Maastricht.

EXCLAVE/ENCLAVE → stato che ha un territorio al di là dei suoi confini in quelli di un altro stato (campione di

Italia; Businger am Hoerheim in Germania, Cabinda per l’angola: era amministrazione portoghese dal 1885 x tutelarsi

da F e GB, nel 1956 da parte di Salazar viene annessa all’Angola: fonte di ricchezza per il petrolio; Kaliningrad per la

Russia: a nord della Polonia, punto di congiunzione tra mondo baltico, germanico e slavo, è una zona franca, membro

del comitato Baltico, x i tedeschi ci si vorrebbe far tornare i tedeschi del Volga ora in Kazachistan.

STATI POLIMERICI → ivisi in due o più corpi territoriali ben definiti di consistente peso demografico o estesa

superficie territoriale, Usa e Alaska per esempio; in Europa c’erano per motivi dinastici →nel 1700 si delineò la teoria

dei confini naturali da raggiungere, ma non superare (es. Istria:non + problemi territoriali, ma patrimoniali ed

economici) → strumento per accordarsi sulla spartizione di specifici territori x dirimere le dispute sui territori; ora è un

concetto superato perché i confini si possono superare con la tecnologia (Stretto del Messico).

POSIZIONE → si rifiuta il determinismo, ma sicuramente il clima influisce sulla pianificazione economica; importante

non la posizione assoluta ma quella relativa; la posizione geografica rispetto ad altri stati può servire a stringere alleanze

soprattutto in campo economico e delle istituzioni politiche (es: regime democratico in America del SUD); Stati

cuscinetto → distanza fisica e creare un cordone sanitario tra i potenti (Afghanistan; Nepal; Butan; freno all’impero

zarista → Iran, Thailandia, Laos); importanza delle vie di comunicazione → Islanda per il traffico aereo SOSUS; Aden

per Suez e Chagos per l’oceano indiano).

Federalismo e confederazione → tipici del XXI sec, alleanza tra stati sovrani

Riguarda i cittadini, sono entrambi sintomi della crisi dello stato moderno

(Usa, Svizzera,Australia, Canada → caso del Québec)

Mantenere una coesione in uno stato minacciato:

Ex URSS → federazione russa (regione autonoma ebraica del Birobidzan, frutto della politica antisemita di Stalin

UE: si è bloccata x le riserve di potere, problema del cedimento della sovranità nazionale, i paesi membri troppo diversi

x l’unità politica; la crisi economica ha chiesto delle misure protezioniste; esempio negativo della federazione

jugoslavia.

TERRITORIO → paesaggio: complesso delle sembianze di un luogo ed è formato da diverse componenti (rilievi,

acque, vegetazioni, strutture umane)

REGIONE:

1. geografi del re: suddivisioni territoriale legittimata dalla volontà politica del sovrano;

2. geografo borghese: regione come entità naturale

3. luoghi continui, attributi spaziali comuni diversi da quelli circostanti (omogenea, funzionale)

4. ens rationis: definizione flessibile in base ai fenomeni ivi comprese

5. organizzazione non più areale ma a rete della regione (es: Torino e Detroit): è più importante la capacità di

coordinare gli interessi economici.

L’unità di una regione geografica sviluppa organismi politici comuni → LEGGE DI TENDENZA REGIONALE,

all’interno di una regione se è molto ampia si possono creare addirittura micro- regioni; può creare il fenomeno di

regionalismo, che è un processo di decentramento, rientra anche nello sviluppo economico (Claval: la nazione è una

costruzione economica, è un insieme territoriale volontario mentre la regione si forma sotto l’azione di leggi

indipendenti dalla volontà degli individui, dai circuiti economici)

Medio Oriente →la gestione delle crisi è + agevole se si isola l’area del conflitto dall’esterno;

NON VALE: per tutta la guerra fredda si è attribuito alle grandi potenze la responsabilità x l’insolubilità dei conflitti →

ci si è accorti che l’impegno delle potenze stabilizza l’area e nasconde gli squilibri e il pericolo di nuovi conflitti →

dipendenza x sicurezza e sviluppo economico, presenza necessaria.

Militare→ guerra del Golfo, copertura militare internazionale garantiscono i paesi della penisola arabica da Baghdad;

Diplomatico → la risoluzione del conflitto arabo israeliano è affidata agli USA che svolgono una funzione di garante

Economia→ accordi Israele OLP presuppone un consistente afflusso di dollari occidentali x finanziare l’economia

palestinese; gli USA detengono in paesi come l’Egitto il monopolio militare e diplomatico; l’UE ha cercato di svolgere

un ruolo autonomo, il MO è stato il settore esterno di competenza della NATO e hanno attirato l’attenzione della

CEE/UE che ha però sempre fiancheggiato gli USA, in economia i prodotti europei sono molto competitivi e sono

impegnati per la bilancia commerciale per equiparare la richiesta di petrolio ma potrebbe subentrare i paesi del sud est

asiatico e nuovi scenari con la liberalizzazione verso Iran, Libia e Sudan, Nato + UE uniscono i loro obiettivi e

determinano un potenziamento nell’area geo-strategica mediorientale anche se la Nato ha sempre considerato il

bacino del mediterraneo il ventre molle dell’alleanza, situazione cambiata dopo la guerra fredda visto che il nuovo

nemico è ora l’integralismo islamico quindi si è creato un coordinamento militare tra UE e paesi arabi del mediterraneo

+ filo occidentali per contenere l’integralismo ipotizzando un medio oriente verso la Nato; la Russia (aveva favorito i

partiti socialisti del MO) riprende i sogni zaristi verso il MO anche se c’è un certo disimpegno rispetto all’URSS, critica

però le posizioni USA (apertura vero Iraq e Iran x trovare nuovi mercati), la Russia è coinvolta nel sub sistema verso

l’Asia orientale (Kazachstan, Tagikistan; Kurgizistan), teme l’influenza turca e l’Isalm militante (specie in Tagikistan)

→ possibilità di un’unione con le rep. dell’Asia centrale; i ltema dell’integralismo islamico accomuna Mosca con

l’occidente.

RIFORMA POLITICA → tutti i paesi hanno votato riforme in senso democratico; Marocco in cui la democrazia è

congelata dalla figura del re; l’Egitto pur con il multipartitismo è solo formalmente democratico, cmq in nessun caso c’è

stato un cambio di classe politica vi è cmq la richiesta di maggiore partecipazione (Libano fondato su un patto del 1943

x distribuire i seggi tra cristiani e mussulmani, sono cambiati i rapporti e dopo la guerra civile la rappresentanza è 50%

e 50%); anche in Iran la rivoluzione di Komeini si è rivolta un primo momento verso una piena partecipazione dei

liberali →le dittature sono il sintomo di una fragilità delle istituzioni, anche le rivoluzioni (Unità dello Yemen, Nassr,

Komeini) sno il sintomo che una struttura sociali esiste.

FALLIMENTI: mancanza di soggetti politici autorevoli,le forze liberali sono forti sol in Palestina condizione sine qua

non per avere un accordo con Israele.

ARMAMENTI: si è verificato un’escalation agli armamenti a partire dagli anni 70; tendenza alla proliferazione

nucleare, ruolo ambiguo di Israele; ora le tecnologie e le conoscenze si sono diffuse; necessità di un clima di fiducia

CBM (Sadat a Gerusalemme e poi Camp david tra Egitto/ Israele) per ridurre gli armamenti, si possono aprire spazi per

la cooperazione economica e nuova percezione dei leader sociali.

Capitolo 4: dai confini chiusi ai confini aperti

CONFINE→ concetto che muta in base al contesto territoriale in cui è inserito:

1. popolazioni + primitive: era una fascia di isolamento, una terra di nessuno dove creano ostacoli naturali, poi

demarcate con delle fortificazioni per difesa e senso di appartenenza; al di là vi era soprattutto la terra di

nessuno per questioni di sicurezza non era concepita la contiguità fra stato →evoluzione nelle aree neutrali a

sovranità limitata (aree desertiche; la fascia fra Gibilterra e Spagna e Isole Aland tra Finlandia e Svezia);

2. Imperi classici: + attenzione alla demarcazione del territorio per costruire linee difensive contro i nemici

(confini imposti alle Germania dopo la IGM); concetto non riconosciuto dai popoli nomadi o dalle popolazioni

in cui la sovranità era personale (periodo feudale).

1648 TRATTATO DI WESTFALIA: sistemazione europea dei confini; pose fine alla guerra dei 30 anni, fondamento

dell’equilibrio fra potenze, confine tra politica e religione.

I confini con gli stati nazionali sono anche una linea di distinzione etnico-linguistica, principio di autodeterminazione

(dopo la IGM si presero in considerazione le fattezze culturali)

USA → dopo aver definito le direttrici del loro spazio interno hanno dato attenzione allo spazio esterno secondo i

principi della dottrina Monroe prima verso il continente e poi verso l’estremo oriente (principio della porta aperta in

CINA, frontiera economica) e in Giappone; big steak di Roosvelt per controllare l’influenza economica in America del

Sud, la difesa dell’interesse economico prevale sul principio di neutralità.

LOGICA POLITICA E DETERMINANTI ATTUALI

1993 → abbattimento delle barriere nella CEE e divisione della Cecoslovacchia (2 opposti procedimenti)

Il confine e la delimitazione lineare del territorio su cui una popolazione può esercitare la sua sovranità non è più un

concetto areale ma lineare ≠ frontiera che è un concetto militare, una fascia di territorio in movimento (conquista del

West); la valicabilità del confine dipende dai rapporti fra stati confinanti ma anche dallo sviluppo tecnologico,

mutamento rispetto al periodo storico e i rapporti politici; i confini possono essere spesso frutto di compromessi politici

e imposti dall’alto e da un soggetto esterno es. PANAMA: x rafforzare il potere USA in centro america voluta

dall’amministrazione Roosvelt; i confini sono convenzioni che la geografia può preparare ma mai determinare esso è

un’ISOBARA POLITICA che fissa l’equilibrio tra popolazioni e forze.

Dopo la fine della guerra fredda i confini sono influenzati soprattutto da fattori etnici ed economici, in Europa sono

defunzionalizzati sotto le spinte dell’integrazione che pone le premesse per uno spazio transnazionale dove si integrano

gli spazi produttivi, commerciali e finanziari, cooperazione tra le popolazioni confinanti (SISENA tra l’Italia e la

Slovenia che gode dei contributi europei e centro di delocalizzazione degli spazi comunitari italiani).

Diverso è il caso di GIBILTERRA che è ancora causa di attriti tra SP e GB: questa è sotto la sovranità britannica dal

1717, gli attriti sono sorti in riferimento al diritto di pesca spagnoli nei dintorni della rocca, Madrid ha attuato un

immediato controllo sui traffici da questa provenienti;

MANIFESTAZIONE DI CONFLITTI ETNICI: Golan in Siria controllato da Gerusalemme che è ricco di sorgenti, i

siriani vivono a valle con una separazione di fino spinato come la linea Attila a Cipro.

Ecuador e Perù e gli indiani JIVAROS

1831: l’Ecuador rinegozia il suo debito con GB e FR dando alcune

terre che pensava gli fossero dati in virtù di una revisione dei confini

(tra il Bombonora e Pastoza)

-Il Perù rivendicava le stesse terre in virtù delle leggi delle Indie; nel 1858 ci furono i primi scontri poi ripresero nel

1941 e con la mediazione di Usa, Brasile e Argentina si giunse ad un accordo che stabiliva i confini lungo i fiumi

Morona e Santiago; il trattato nel 1960 venne dichiarato inapplicabile dall’Ecuador e nel 1981 un’azione militare del

Perù fu fermata dall’OAS; nel 1998 i presidenti Mutruad e Fujimori firmarono il trattato di Brasilia che ripercorreva le

linee di quello di Rio del 1942; il conflitto è inasprito dalla possibile presenza di giacimenti di oro.

Nel momento in cui si parla di confini tra etnie si parla di una polveriera e il diritto internazionale non riesce ad avere il

giusto peso gli stati nazioni sono da un lato troppo piccoli e da un lato troppo grandi; si può parlare di area di confine

che permette di studiare le relazioni trans confinarie e i possibili conflitti.

LA COMPLESSA MISURAZIONE DEI CONFINI NATURALI→ percezione, delimitazione e demarcazione: confini

con diversa percezione nel tempo anche legata alla morfologia del territorio; si parla di CONFINI NATURALI come di

barriere poste dalla natura tra i gruppi umani, ma ciò che conta di + è come gli uomini percepiscono la loro posizione,

ciò che una volta poteva essere invalicabile ora può non esserlo + (es. Il tunnel della manica) VEDI APPUNTI

SPERANZE E DELUSIONI DEL DOPOGUERRA → i mutamenti confinari come riflesso degli eventi storici: nel

corso di un secolo si è assistito a una moltiplicazione degli stati sovrani per la caduta degli imperi storici dopo la IGM e

degli imperi coloniali dopo la IIGM; dopo la guerra fredda i mutamenti si sono avuti in Germania, Cecoslovacchia, ex

Jugoslavia e il Caucaso: il confine è diventato una barriera fra sé e gli altri per la percezione dell’identità etnica e

religiosa:

1. Caucaso: l’Armenia cristiana è circondata da tre stati musulmani e concentra la sua attenzione sul NAGORNO

KARABACH conteso con l’Azerbeijan : il 75% dei sui

abitanti è armeno nel 1988 milioni di azeri perseguitati in

Armenia si stabilirono a BAKU, nel 1990 nella stessa città vi

fu un provvedimento contro la comunità armena e nel 1991 il

Nagorno fu messo sotto amministrazione russa e proclamò la

sua indipendenza; fu l’inizio della guerra e nel 1994

nonostante la volontà di unirsi all’Armenia il Nagorno è

rimasto indipendente, l’ 11 dicembre 2006 I si' hanno

stravinto al referendum sulla nuova Costituzione che sancisce

la sovranita' del Nagorno-Karabach. Il 98,6 per cento dei

cittadini della provincia autonoma dell'Azerbaigian hanno

votato a favore della carta che di fatto decreta la separazione da Erevan.

Il voto si e' tenuto nel quindicesimo anniversario della consultazione con cui gli abitanti del Nagorno-

Karabach, in maggioranza armeni, rivendicarono l'indipendenza dall'Azerbaigian. Ne' Erevan ne' la comunita'

internazionale hanno mai riconosciuto pero' quel voto; stessi problemi con la Georgia che deve contenere le

spinte secessioniste di osseti a abkazi; in ex Jugoslavia con lo scontro tra serbi, croati e poi gli albanesi del

Kossovo.

2. fiume Ussuri tra Cina / Russia: con i trattati ineguali era stato concesso una gran parte dei territori costieri

alla Russia, poi rivendicate da Pechino, nel 1997 i trattati ZENIN-ELTSIN hanno affidato ad una commissione

di disegnare il confine definitivo.

3. Etiopia e Eritrea: Dopo una guerra trentennale (1962-1991), l’Eritrea ottiene finalmente la propria

indipendenza dall’Etiopia nel 1993.Il fatto però di non aver stabilito fin dall’inizio confini chiari e definitivi ha portato

ad un rapido deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, finché nel 1998 le truppe di Asmara decidono di varcare il

confine, dando inizio a scontri armati che degenereranno presto in una sanguinosa guerra a tutto campo (1998-2000).

Dopo 2 anni di conflitto e decine di migliaia di vittime (più di 70.000), Etiopia ed Eritrea cessano le ostilità e si

affidano all’Onu per decidere definitivamente dei propri confini. Nonostante la proposta venga formalizzata già nel

2002, i due Paesi sono ancora ben lontani dall’aver trovato un accordo, ma è stata creata una soluzione provvisoria

chiamata Transitional Security Zone;

L'Eritrea tra il sogno dell'indipendenza e la realtà di un popolo devastato

Tra il sogno dell'indipendenza del 1993 e la realtà di un potere non legittimato che viola i diritti umani giorno dopo

giorno, c'è un popolo dimenticato e un enorme spreco di risorse umane

"Siamo nelle mani di un governo dispotico che viola i diritti umani giorno dopo giorno...e il mondo pare non

accorgersi di nulla" così dice a "politicadomani" il Presidente di una delle sei ONG espulse dall'Eritrea il 9 febbraio

scorso, che ha chiesto l'anonimato per la delicatezza delle sue dichiarazioni. "Tutto è bloccato - prosegue - scuola,

università, informazione... tutto è sotto il controllo del governo e la gente non sa, è all'oscuro di tutto, non è al

corrente di nulla... Molti, circa la metà degli eritrei, non sanno neanche in quale angolo di mondo si trovano". La

denuncia esplicita e diretta dell'anonimo Presidente aiuta a far capire la situazione in cui si trova l'Eritrea (terra che si

distende nella parte centro-orientale del continente nero, nel cosiddetto corno d'Africa affacciato sul Mar Rosso): un

paese allo sbando che gioca a far guerra all'ONU e "rifiuta lo straniero, anche quello pieno di buone intenzioni...

perché, forse, di fatto il governo ha paura del confronto e teme che le magagne della sua finta democrazia balzino

troppo agli occhi... Una paura che le forze governative chiamano "autosufficienza" e nascondono dietro dichiarazioni

del tipo "ce la caviamo da soli", un'efficienza solo di facciata" conclude il nostro leader della ONG in incognito.

Le ostilità Eritrea-Etiopia

E intanto le agenzie continuano a battere notizie di un'ostilità che sa di rivalsa: il governo di Asmara (capitale

dell'Eritrea) guidato da Isaias Afewerki respinge gli appelli del Consiglio di Sicurezza dell'ONU (l'organo che ha la

responsabilità principale del mantenimento della pace e dalla sicurezza internazionale) di "immediato ritiro" dei circa

1500 soldati eritrei e dei 14 carri armati schierati dall'Eritrea nella fascia smilitarizzata al confine con l'Etiopia.

Secondo Asmara il dispiegamento delle forze rientra nell'ambito di regolari "attività di sviluppo", ossia i militari

starebbero "partecipando alla raccolta di prodotti agricoli". Il Consiglio, da parte sua, esprime "profonda

preoccupazione", e chiede sia all'Eritrea che all'Etiopia di "astenersi dall'utilizzo della forza", confermando la

presenza militare dell'ONU in territorio eritreo.

Per il segretario generale dell'ONU Kofi Annan la provocazione di Asmara è una "grave violazione" degli accordi di

Algeri (12 dicembre 2000) che posero fine alla sanguinosa guerra tra Etiopia ed Eritrea durata due anni che è costata

la vita di 100mila persone (di cui 19mila eritrei) per lo più militari, e che ha causato circa 1 milione di profughi

eritrei, un quarto dell'attuale popolazione censita. Oggetto del contenzioso il triangolo di Bademmè, nella regione

etiope del Tigrè, un fazzoletto di terra di 400 chilometri quadrati al confine tra i due paesi. Il conflitto si risolse poi

con l'intervento dell'ONU (Unmee, Missione dell'ONU in Eritrea ed Etiopia) definita dal governo eritreo "senza

senso, patetica ed estremamente fastidiosa", e con la designazione di una "Zona di sicurezza temporanea" (Tzs):

un'area smilitarizzata presidiata da 4mila caschi blu dell'ONU rispetto alla quale l'Eritrea deve sistemare le sue truppe

a venticinque chilometri di distanza mentre l'Etiopia deve attestare il suo esercito sulle posizioni di prima della

guerra.

Una finta repubblica presidenziale

Ad oggi l'Eritrea (colonia italiana fino al novembre 1941 e poi, dopo il protettorato inglese, nel 1952, dichiarata dalle

Nazioni Unite federata all'Etiopia) è diventata una finta Repubblica presidenziale, con un Presidente, Isaias

Afewerki, che non è mai stato legittimato democraticamente: le votazioni, previste sia nel 1997 sia nel 2001, non

sono mai state realizzate. È stata l'Assemblea nazionale che nel 1993 - dopo 30 anni di guerra civile (1961-1991)

condotta dal Fronte di liberazione popolare che consentì al paese di conquistare l'indipendenza dalla "cugina" Etiopia

- che ha consentito all'attuale Presidente di rappresentare l'intera nazione accentrando in sé tutti i poteri: di capo dello

stato e capo dell'esecutivo. Ne risulta un'autorità di fatto e non di diritto, un governo che non è né sintesi e né

proiezione dei quattro milioni di persone che popolano l'Eritrea.

La guerra all'ONU

Intanto è dal 15 settembre scorso che le Nazioni Unite non riescono ancora a comunicare con un dipendente della

Unmee, la missione ONU in Etiopia ed Eritrea, arrestato il 28 agosto dalle autorità di Asmara mentre tentava di far

fuggire illegalmente dal territorio eritreo alcuni civili. Fatto, questo, che segue l'espulsione del 6 settembre scorso di

cinque caschi blu (originari di Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Sudafrica, Liberia e Trinidad e Tobago). "Sono stati

fermati mentre, fuori dai loro compiti di missione, erano impegnati e costituire reti di spionaggio, reclutare mercenari

e fornire strutture per la comunicazione", recita la nota ufficiale del governo eritreo in cui si notifica il

provvedimento di espulsione. Ad oggi sono circa venti i collaboratori locali della Missione Onu arrestati dal governo

di Asmara per ragioni ancora tutte da comprendere o, peggio, non ancora rese note.

Una leva permanente

Gli eventi sono indicativi di una tensione che attraversa il paese. Un paese in cui è obbligatorio il servizio militare

permanente dai 18 ai 40 anni. Molti eritrei rifiutano e spesso disertano, perché temono di essere trattenuti per lunghi

periodi, a volte anche per anni. Di solito, i primi sei mesi sono per l'addestramento, seguono poi altri 18 mesi con

incarichi in vari dipartimenti dell'amministrazione locale che è gestita in gran parte da personale militare. Donne e

uomini tra i 18 e i 40 anni sono costretti ad abbandonare la famiglia e a rinunciare ai loro progetti di vita, e sono

obbligati a servire a tempo indeterminato l'esercito in attività tanto estenuanti quanto inutili. "Fino alla metà degli

anni '90 i giovani venivano arruolati per un periodo di addestramento di 18 mesi e poi trattenuti in servizio per un

altro anno: un servizio che la gente era felice di dare la proprio Paese" spiega alla MISNA un importante esponente

della società civile dell'Eritrea, in esilio volontario negli Stati Uniti, e continua "ma poi il governo ha cominciato a

prolungare senza fine il tempo della ferma, ed ora tre intere generazioni sono trattenute dall'esercito e nessuno viene

più congedato". L'intervistato riferisce che la popolazione così "sequestrata" è impiegata in attività faticose e senza

una vera e utile pianificazione: costruiscono prigioni, zappano campi arsi dalla siccità, piantano alberi nella stagione

sbagliata. "Lo fanno senza alcuna retribuzione subendo continui abusi e violenze; i più fortunati hanno un 'rimborso'

irrisorio di pochi dollari al mese" aggiunge l'interlocutore. "I giovani, e non solo loro, presto scelgono la via della

diserzione e raccontano di essere stati sistematicamente picchiati e costretti a lavorare. Ma tornando a casa,

involontariamente mettono in pericolo la loro famiglia: se la polizia non trova i disertori, vengono arrestati i

genitori". La situazione è ormai diventata insopportabile per la popolazione eritrea, così orgogliosa della

indipendenza dall'Etiopia ottenuta nel 1993 e ora, invece, intrappolata in una morsa dagli stessi combattenti che

l'avevano liberata.

Le conseguenze sociali

"C'è una terribile frattura generazionale che spezza il Paese" spiega l'esule negli Stati Uniti, "quelli che si batterono

nella più che trentennale guerra di liberazione, ed ora servono stabilmente nell'esercito e nella polizia, puntano il dito

contro le nuove generazioni accusandoli di non aver fatto nulla per la nazione. La frustrazione che provano nel

vedere l'Eritrea incapace di emanciparsi dalla crisi economica e politica li fa sfogare contro i giovani". Solo pochi

riescono a sfuggire al servizio militare obbligatorio: quelli che superano l'esame di ammissione all'università e i

malati. "Per le ragazze la situazione è anche più grave. Anche loro devono servire nell'esercito ma spesso vengono

violentate e accade di frequente che tornano a casa in stato di gravidanza ad affrontare l'emarginazione della propria

comunità. Inoltre, aver passato tanto tempo in promiscuità con gli uomini nelle caserme, lascia sulle donne un

perenne marchio di vergogna".

Ma non si devono immaginare le vie di Asmara e delle altre città eritree piene di soldati in divisa e camionette

militari. "Nulla di così lampante, a prima vista. Le persone reclutate, infatti, non indossano la divisa e restano in abiti

civili sebbene siano assoggettate all'esercito. Svolgono i compiti loro assegnati, inutili e frustranti, e dormono nelle

caserme".

"Un tragico, colossale spreco di energie umane", afferma l'intervistato.

Perché?

Come ha potuto questa nazione dieci anni fa così entusiasta e piena di speranze scivolare in una sorta di società

militarista che gira inutilmente su se stessa?

"Il presidente Isayas Afwerki continua a ripetere che tutto questo è necessario per fronteggiare il nemico etiope

fintanto che la frontiera tra i due Paesi non venga definitivamente demarcata. Ma tutto questo suona come una scusa.

La militarizzazione della società è iniziata molto prima, quando il presidente aveva in mente la seconda guerra con

l'Etiopia del 1998" continua l'intervistato. "Gli eritrei chiedono il pluralismo e la crescita di una vera opposizione

politica, ma il presidente non lo permette sostenendo che ciò impedirebbe al Paese di concentrarsi sull'emergenza alla

frontiera". Intanto l'Eritrea sta perdendo le sue forze migliori. "I giovani non hanno alcuna prospettiva per il futuro,

gli adulti sono sfruttati in lavori inutili e non retribuiti, mentre le famiglie e gli anziani sono lasciati senza nessuno

che si prenda cura di loro. La gente è depressa, piena di rabbia e frustrazione: aveva lottato per un sogno e si è

svegliata in un incubo".

In questa nazione, inoltre, è il clima di sospetto e di omertà il sentimento che prevale: dal primo giugno 2006 "è

necessario che tutti i cittadini stranieri, compresi i diplomatici, residenti ad Asmara, abbiano un permesso di viaggio

per muoversi fuori della capitale" si legge in un comunicato diffuso dal ministero degli Esteri, che prosegue:

"similmente, gli stranieri che lavorano fuori Asmara dovranno richiedere un permesso di viaggio ogni volta che

dovranno muoversi fuori dalle città dove lavorano".

La "malacooperazione" italiana

È interessante sapere - e alquanto doloroso - il ruolo che l'Italia giocò nel 1998. "Una missione militare italiana sarà

operativa quanto prima in Eritrea, fornendo equipaggiamenti e addestrando soldati e ufficiali della marina e

dell'aeronautica" stabiliva un accordo di cooperazione militare firmato il 30 gennaio 1998 a Roma dall'ex ministro

della difesa Beniamino Andreatta e dal presidente eritreo Isaias Afeworki. Non si conoscono altri particolari.

Archiviata la stagione coloniale e quella neocoloniale (a buona ragione chiamata di "malacooperazione"), ci si

aspettava che l'amicizia tra Italia ed Eritrea si rinsaldasse sulla base di ben altre forme di cooperazione che non quelle

firmate dal governo italiano. Invece, quando l'Eritrea era un paese sul piede di guerra, è stata proprio l'Italia un

fornitore privilegiato di armi.

Nel 1996 l'italiana Aermacchi siglò un contratto con il governo di Asmara per la fornitura di sei aerei da

addestramento Mb-339C. Costo: 78,5 miliardi di lire. Come fece notare un rapporto di Oscar (l'Osservatorio sul

commercio e sull'applicazione della legge 185 del 1990), malgrado la legge 185/90 vietasse d'esportare armi verso

nazioni che hanno conflitti in corso o violano i diritti umani, questi commerci furono avviati e portati a termine

comunque. Evidentemente la commissione che verifica la legittimità di tali esportazioni interpretò la legge in

maniera assai permissiva. Nel giugno del 1998, infatti, l'Eritrea era protagonista di un conflitto con l'opposizione

armata islamista; era coinvolta in una disputa territoriale con lo Yemen per le isole Hanish nel mar Rosso; tratteneva

in carcere (e lo fa ancora) decine di prigionieri politici senza accuse né processo.

Un paese, quindi, che ha accarezzato il sogno della libertà per poi vedersela sottrarre nuovamente da un governo

dispotico che ha intensificato anche la persecuzione religiosa ai danni delle minoranze cristiane in particolar modo

contro i Testimoni di Geova e alcuni gruppi musulmani accusati di essere collegati a gruppi armati islamisti con base

in Sudan. Nel 1995 i Testimoni di Geova sono stati privati dei diritti civili e tre di essi sono stati condannati a dieci

anni di detenzione, da scontare nella base militare di Sawa, in quanto obiettori di coscienza per motivi religiosi. Nel

2002 sono stati messi al bando tutti i culti al di fuori di quelli ortodossi, cattolici, luterani e islamici. Lo scorso anno

centinaia di fedeli, bambini compresi, appartenenti alle comunità cristiane evangeliche e pentecostali, sono stati

arrestati, picchiati e torturati perché abiurassero la propria religione.

Sanno di beffa le parole dette dall'attuale Capo di Stato all'indomani del referendum dell'aprile del 1993 con il quale

la popolazione optò per la liberazione dall'Etiopia: ammettendo l'interdipendenza delle economie etiope ed eritrea

disse "dobbiamo lavorare insieme per favorire una vera e propria integrazione nelle aree chiave del nostro sviluppo.

Non nascondo - però aggiunse - che sarà un cammino molto lungo".

Vero, aggiungiamo noi, e speriamo che lo percorra ...

Africa

Etiopia storia recente

Dalla prima conquista italiana all'attuale Repubblica Democratica Federale

"Faccetta nera, bella abissina ...". I nonni lo ricordano ancora. Si cantava a scuola e per le strade, nei cortei e nei

raduni della gioventù fascista. Era il 1935 e l'Italia di Benito Mussolini aveva inaso l'Etiopia, nonostante le proteste

della società delle nazioni, portandosi a casa come trofeo l'obelisco di Aksum (1937).

Non era la prima volta. L'Italia aveva già provato ad allungare le mani sull'Etiopia. Il paese, dopo l'apertura del

Canale di Suez nel 1869, era diventato strategico. Dopo aver occupato Assab e Massaua, l'Italia aveva firmato un

trattato di pace con Menelik II (Uccialli 1889), che le concedeva il possesso dell'Eritrea ma non il protettorato

sull'Etiopia. Tutto inutile. Dopo la grave sconfitta di Adua l'Italia fu costretta a riconoscere l'indipendenza

dell'Eritrea.

Nel '35 il governo di Mussolini aveva approfittato della situazione del paese - un governo instabile e una popolazione

frantumata in tante piccole comunità ed etnìe che per quasi 300 anni erano state dominate, in piccoli feudi, dai "ras"

locali -, e del vantaggio della propria precedente esperienza.

In seguito al fallimento del Trattato di Parigi nel quale si sarebbero dovute decidere le sorti delle colonie italiane,

Eritrea, Somalia e Libia, le Nazioni Unite decidonpo per una federazione fra Etiopia ed Eritrea. È l'inizio di una

guerra durata almeno trent'anni. Hailé Selassié, tornato dall'esilio per prendere in consegna la Federazione, inizia

subito a smantellare l'autonomia dell'Eritrea. Nasce da lì il movimento di resistenza che portò al conflitto permanente

con l'Eritrea, e che è terminato solo con l'indipendenza di quel paese.

Altri conflitti hanno segnato l'Etiopia. Prima con l'Egitto (1875), poi con la Somalia (1963) e il Sudan (1965). Sullo

sfondo c'era sempre la lotta fra il Governo etiope e il Fronte Popolare per la Liberazione dell'Eritrea (FPLE), alla

quale hanno partecipato anche l'URSS e Cuba. Le due nazioni erano intervenute dopo che, nel 1974, Selassié era

stato deposto con un colpo di stato militare, era stata proclamata la Repubblica (1975) ed instaurata una sorta di

economia di tipo collettivista controllata dallo Stato. L'occasione della richiesta di intervento da parte dell'Etiopia era

stato il conflitto con la Somalia la quale, con il pretesto dell'appoggio ai secessionisti della regione dell'Ogaden,

aveva tentato di invadere il paese.

Dal 1990 al 1995 l'alleanza fra il FPLE e il FRDPE (Fronte Rivoluzionario Democratico del Popolo Etiopico, nel

quale era confluito il FPLT) provocano la caduta del regime militare e la nascita, in seguito alle elezioni del 1995

vinte dal FRDPE, di una Repubblica Democratica Federale.

Eritrea terra promessa ancora lontana

Condannata a non crescere

Panorami mozzafiato e disponibilità a investire nel turismo non bastano a cambiare lo stato di miseria e dolore a cui

sembra destinata l'Eritrea

Per gli imprenditori italiani addetti al settore l'Eritrea ha tutte le carte in regola per diventare in breve tempo la nuova

mecca del turismo internazionale, ricoprendo il ruolo appartenuto in questi ultimi anni alla paradisiaca Sharm el-

Sheik. Gli ingredienti ci sono tutti, a partire dalla stupefacente bellezza offerta dagli scenari africani, fino alla non

trascurabile accessibilità economica. Eppure quando l'imprenditore italiano che ha realizzato Sharm el-Sheik

presentò al governo locale il progetto per la realizzazione di un centro turistico ubicato nello splendido arcipelago di

Dahlak, fu costretto a tornare indietro senza aver raggiunto alcun accordo.

Di sicuro gli imprenditori italiani non possono essere rimproverati di mancanza di determinazione, al contrario, erano

persino disposti a chiudere un occhio sul carcere-lager che sorge proprio sulle Dahlak (nell'isola di Nokra) pur di

realizzare il loro progetto. Neanche tutta la loro buona volontà però, o se si preferisce tutta la loro brama di

guadagno, è riuscita a superare gli ostacoli di un Paese allo sbando, segnato da vicissitudini storiche. Quanto

all'attuale governo, ecco quello che dice il sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica in un'intervista: "Conosciamo

le scelte del presidente Issaias Afewerki, che rendono metà Paese povero quasi al limite della sopravvivenza.

Obiettivamente dal 1998 la situazione è peggiorata dal punto di vista delle istituzioni, dei diritti umani, delle libertà

democratiche e religiose". Già Amnesty international in un dossier del 2004 parlava di torture, detenzioni arbitrarie e

sparizioni di dissidenti politici. Reporter Senza Frontiere aveva denunciato numerosi soprusi, come quello subito da

18 giornalisti incarcerati più di tre anni fa senza alcun regolare processo, o dal patriarca Ortodosso Antonios,

costretto agli arresti domiciliari per aver criticato il regime. A queste storie denunciate dalle organizzazioni

internazionali si aggiungono le migliaia di voci dei profughi eritrei che hanno chiesto asilo in Italia denunciando le

ingiustizie di cui ogni giorno sono vittime i loro compatrioti. È il caso di Michael Kidane, residente in Italia e tra i

fondatori della "Associazione degli eritrei in Italia", che racconta di studenti che, superato il quarto anno di istituto

superiore, vengono trasferiti in massa a oltre 200 km di distanza, verso il confine con il Sudan e sono costretti a

lavorare senza retribuzione alla raccolta nelle grandi piantagioni. Kidane parla di un altro grave problema che frena

la rinascita del Paese: in Eritrea la leva è obbligatoria fino ai 40 anni e attualmente ci sono oltre 270 mila uomini

impegnati nel servizio militare.

L'Italia è uno dei Paesi più impegnati ad evitare all'Eritrea l'isolamento internazionale. Tuttavia il governo di Issaias

Afewerki ha preso decisioni che hanno influenzato negativamente anche la nostra politica estera. Alcune

organizzazioni non governative italiane che da anni operavano con successo sul suolo africano sono state escluse

dalla cooperazione con l'Eritrea perché considerate poco efficienti e, quindi, secondo il governo, sostituibili dalle

autorità locali, non sempre però disinteressate. Nella lista nera non ci sono solo ONG, ma anche missionari. Fratel

Amilcare Boccuccia, che è in Eritrea dal 1968, è stato costretto ad abbandonare i suoi progetti, tra cui la costruzione

di una scuola agraria, a seguito del ritiro del permesso di soggiorno da parte delle autorità di Asmara.

I rapporti con l'Italia però non si sono interrotti del tutto. "Il presidente si è recato più volte a Brescia per comprare

mine antiuomo, almeno fino al 2000" dice Michael Kidane. Un'affermazione che non sorprende se si considera che

Afewerki investe il 20% del PIL del suo paese in spese militari: nell'acquisto cioè di armi destinate a mantenere e

rafforzare il suo regime violento e repressivo.

4. Turchia e Siria: Alessandretta ceduta alla prima dalla Francia nel 1939 x unire la costa del Levante con quella

anatomica; le rivendicazioni siriane traggono origine per la posizione strategica dell’area perché consente il

controllo del bacino superiore dell’Eufrate.

5. Sahara occidentale: 1975 quando la Spagna suddivise la colonia tra il Marocco e Mauritania (centrale e

settentrionale; meridionale) → ci fu la resistenza del popolo Sarai e il fronte di Liberazione Polisario proclamò

la Rep. del Sarai tenendo in scacco il Marocco, la Rep. non ha ottenuto il riconoscimento dell’UE per

l’opposizione della Francia (Algeria) e Spagna (Ceuta e Melilla); il fronte Polisario + Algeria chiedono il

rispetto dei confini coloniali per il principio dell’uti possidetis e lo sfruttamento delle miniere di ferro che si

trovano a confine con la Mauritania; l’eventuale referendum è chiesto per la sola popolazioni sarawi mentre il

Marocco tende ad allargare l’elettorato.

6. Iran e Iraq: pressione curda, x evitare l’appoggio iraniano ai curdi l’Iraq concedette privilegi sullo Shatt-al-

Arab, qualche anno + tardi l’Iraq invase l’Iran per cancellare queste concessioni, la guerra si risolse in un nulla

di fatto.

7. India e Pakistan: Kashmir (2/3 e 1/3), la popolazione non è

omogenea, problema sulla sovranità della valle del Kashmir,

rivendicata dal Pakistan per motivi strategici (fiumi Indo, Chenab,

Jhelum per la difesa) e religiosi (mussulmani), x l’India invece è un

problema interno; il Kashmir sogna l’indipendenza, ma è osteggiata dal

Pakistan e India; gli intellettuali hanno ipotizzato una terza ipotesi: il

Kashmir avrebbe una posizione giuridica indefinita, si creerebbe una

sorta di confederazione, la frontiera sarebbe elastica e smilitarizzata, il

Kashmir sarebbe un ponte e non una barriera tra 2 civiltà; ovviamente

con la fine della guerra fredda le potenze locali giocheranno un ruolo

centrale.

8. Tibet: la Cina cerca di snaturare la tipica cultura buddista di questa

area, nell’area del sud est asiatico sono da ricordare la guerra civile in Cambogia e in Corea.

9. Cipro: fino al 1970 vi era una collaborazione tra le due comunità,

dopo un colpo di stato verso l’arcivescovo Makarios e la Turchia

invase la parte settentrionale e proclamò la Rep turca di Cipro del

Nord, l’ingresso di Cipro nell’UE ha ulteriormente irrigidito i

rapporti tra le 2 comunità.

10. Nel CSI il ruolo della Russia è determinante per mantenere l’equilibrio nella zona intanto il Tagikistan sta

vivendo una cruenta guerra civile anche a scopo religioso.

Al confine fra India e Cina

Dossier Nepal

L a situaz io ne so ciale

Una condizione di povertà diffusa aggravata da violenze e abusi

In Nepal la violazione dei diritti umani è cosa all'ordine del giorno. Amnesty International ha denunciato più volte la

situazione al governo nepalese: centinaia di persone sospettate di far parte del CNP (partito comunista nepalese,

maoista) sarebbero scomparse, imprigionate, torturate e uccise. Gli abusi verrebbero perpetrati anche nei confronti di

donne e bambini. Il Nepal è uno dei paesi dove le sparizioni delle persone e i processi sommari sono tra i più elevati nel

mondo. La stragrande maggioranza dell'elite politica è accusata di corruzione. La corruzione ha dimensioni enormi nel

paese. Sia a livello economico, sia a livello amministrativo. La strutturazione sociale, ancora basata sulle caste, assieme

ad una organizzazione rigidamente feudale, sono fonte di ostacoli in tutto il paese. Tutto questo frena irrimediabilmente

lo sviluppo di una nazione ancora poverissima.

Si possono individuare in Nepal due diverse etnie: quella indoaria e quella tibetoburmese. I primi sono prevalentemente

di religione indù ed abitano le pre-colline Himalayane. I secondi popolano l'alto Himalaya, oltre i 4400 metri di

altitudine. Qui pascolano e commerciano con il Tibet. I "nepalesi veri", invece, si suddividono in numerose etnie

diverse (oltre settanta).

Impegnati per lo più nell'agricoltura, i popoli nepalesi producono verdure, riso, miglio, grano e patate. Pochi i

macchinari usati, il lavoro si svolge prevalentemente a mano.

L'Induismo è la religione più praticata. Abbastanza diffuso anche il Lamaismo Nepalese e il Buddismo. Quest'ultimo

riceve legittimazione dal vicino Tibet, patria spirituale della filosofia buddista.

Nelle grandi città si sono sviluppati centri commerciali soprattutto per il commercio tra il sub-continente indiano e

quello asiatico. L'industria ha poca influenza sull'economia globale del paese. Produce tabacco, cemento, tè raffinato,

saponi e vestiario. Gli operai e i dipendenti sono poco organizzati e i sindacati sono solo un'appendice dei partiti

politici.

Solo il 15% della popolazioni nepalese accede ad elettricità, il 40% usufruisce delle strade, l'8% all'acqua potabile e

meno del 15% ha accesso ai mezzi di comunicazione di massa. Nella regione asiatica, solo il Bangladesh si trova in una

situazione peggiore. Il Nepal vive degli aiuti umanitari, ma i risultati sono comunque scadenti. I soldi sembrano essere

preda dei partiti politici che governano il paese. Unica vera risorsa è il turismo. Le ultime statistiche però si fanno

negative anche in questo campo. Negli ultimi anni si è registrato un calo netto di presenze a causa della guerra civile.

L a situaz io ne po litica

Contrasti interni e interessi internazionali

L'unica vera colpa del Nepal è di trovarsi al centro dell'Asia. Dove convergono gli interessi dell'Occidente e quelli delle

regioni ricche del continente più popoloso al mondo. Impossibile rinunciare ad uno "staterello" confinante con la Cina

dal quale controllare, ad esempio, da vicino la nazione con la più alta percentuale di crescita economica. È proprio

quello che hanno in programma di fare gli Stati Uniti.

L'amministrazione Bush, nel corso del tempo, ha rinnovato la fiducia al Re Gyanendra. Una fiducia che si è espressa

nell'aver rifornito di armi moderne l'esercito nepalese. E nell'avere tenuto corsi di addestramento. È noto che il

comunismo viene visto da Bush, moderno dittatore occidentale "di pace", come fumo negli occhi e considerato alla

stregua del terrorismo. Sono circa 20 i milioni di dollari che si dice siano stati versati alla monarchia di Gyanendra sotto

forma di sovvenzioni militari. Quest'anno, poi, gli aiuti economici provenienti dagli Stati Uniti sono arrivati a ben 40

milioni di dollari. Eppure, tempo fa nella capitale, nell'American Center di Kathmandu, furono proprio gli States a

subire un attentato, non rivendicato da nessun gruppo di resistenza.

Il governo al potere è accusato di corruzione e violenze di ogni genere contro chiunque sia sospettato di apartenere al

CNP, il partito comunista nepalese, di ispirazione maoista. Questa svolta di irrigidimento e di repressione da parte del

governo nei confronti dei maoisti, è stata però accolta con scetticismo da Bush. La ragione è semplice. Kathmandu ha

lasciato la strada filo-indiana che da sempre la contraddistingueva. Il governo indiano, in contatto costante con Bush, è

stato sempre un forte sostenitore della monarchia nepalese, che ha appoggiato militarmente ed economicamente,

osteggiando nello stesso tempo le relazioni fra Cina e Nepal. Gyanendra, rompendo con il passato, ha imboccato ora la

via dei rapporti con la Cina e il Pakistan. E con essa ha abbandonato le sirene provenienti dall'Occidente. Il Nepal si è

aperto, quindi, alle infiltrazioni economiche e militari della nazione cinese. Unica difficoltà per il governo cinese è la

lotta avviata in terreno nepalese al movimento maoista. Ma la Cina ha mostrato di essere più che disposta a chiudere un

occhio. Per i soldi si fa proprio di tutto…

Nepal, una scheda

Stretto fra la Cina e l'India, il Nepal si estende per una lunghezza di circa 1000 km (e solo 140 km di larghezza). Su suo

territorio ci sono dieci fra le più alte vette montuose del mondo, compreso l'Everest che si innalza per un'altezza di

8.850 metri al confine con la Cina.

Ci sono 27 milioni di abitanti, poverissimi. Il paese è uno dei più poveri del pianeta e fra i meno sviluppati, con un alto

tasso di mortalità infantile (67 morti ogni 100 nati vivi). Sono sotto il livello di povertà il 40% dei suoi abitanti. L'80%

vive di agricoltura. L'aspettativa di vita è di circa 60 anni e l'età media è di 20 anni.

Non ci sono particolari ricchezze minerarie e l'ambiente è spesso devastato da tempeste violente, allagamenti, siccità,

carestie che dipendono dalla durata, dalla intensità e dal tempo di arrivo della stagione monsonica.

I paesaggi di una bellezza mozzafiato sono la vera ricchezza del paese. Grava sul turismo però la situazione di

instabilità politica e di violenza che si è abbattuta sul paese da quando l'opposizione Maoista si è diffusa nel paese

conquistando consensi che minacciano la giovane monarchia parlamentare. La monarchia è segnata da una crisi

profonda a causa di una tragedia familiare che si è risolta in una strage orrenda e dai contorni ancora oscuri: nel 2001 il

principe ereditario ha ucciso dieci membri della famiglia reale, inclusi il re e la regina e si è poi tolto la vita. Il nuovo re

Gyanendra ha sciolto più volte il parlamento per "incompetenza", non riuscendo questo a domare la rivolta maoista.

Finchè nel febbraio 2005 ha assunto il pieno controllo.

Il turismo e lo sfruttamento di energia eolica stanno richiamando verso il paese i capitali degli investitori esteri. Lo

sviluppo industriale rimane però sacrificato a causa della posizione geografica del Nepal, stretto fra due giganti come

l'India e la Cina, della sua economia molto poco sviluppata e perché sono molto arretrate anche le sue risorse

tecnologiche.

SITUAZIONE DEL MEDIOORIENTE: i confini del colonialismo sono stati ereditati, gli stati arabi credevano che

appoggiando FR e GB avrebbero ottenuto l’indipendenza invece si erano divise le zone di influenza con il trattato di

Sykes-Picot; il confine in MO non ha un’idea territoriale, il mondo mussulmano non ha confini geografici, si identifica

con la UMMA; alcuni stati hanno tracciato dei confini, il + antico è quello del 1639 tra impero ottomano e Iran;

attualmente le divisioni amministrative servono solamente x razionalizzare la gestione del territorio e soprattutto per le

ricchezze petrolifere era importante il possesso del territorio.

1. Yemen: l’attuale repubblica è uno stato giovane sorto nel 1990, ha una costituzione democratica con un

parlamento e una stampa + libera, non ha appoggiato la coalizione anti irachena e l’Arabia Saudita ha

rimpatriato circa 1 milione di Yemeniti e ha appoggiato i separatisti del Sud.

2. Iran / Kuwait: L’iran non ha mai accettato l’esistenza del Kuwait considerato un antico stato vassallo, non

sono stati accettati i confini stabiliti dall’ONU nel 1993 per i limitati sbocchi sul mare concessi all’Iran.

3. Turchia: con l’Iran per il controllo delle attività sovversive curde che crea delle crisi episodiche.

4. Teherane e Emirati: controllo degli isolotti di Amu Masa, Piccola e grande Tomba che permettono la libera

navigazione nello stretto di Holmuz.

5. Israele/ Egitto: sovranità nel Sinai restituito nel 1982, nel 89 è la volta di Taba, la Giordania ha abbandonato

ogni rivendicazione sulla Cis giordania; con la Siria è aperta la questione del Golan, importanza politica perché

conquistate da Israele con la guerra dei 6 giorni e si possono controllare le comunicazioni con la Siria e il

giordano e sono state fatte installare colonie israeliane; la fascia di sicurezza nel Libano del sud per

controllaremla guerriglia è tornata al Libano nel 2000; problemi sorgono x l’accettazione dell’esistenza di uno

stato palestinese in Cis giordania e sullo status di Gerusalemme.

ALTRI CONFINI CONTESI:

1. Isole Kurili: arcipelago tra Okkado (Giappone) e la penisola di Kaniciatka (Russia), non c’è soluzione: la

Russia pretende l’apertura di una cooperazione economica, il Giappone chiede la sovranità.

2. Mar cinese meridionale: isolotti contesi da 6 paesi → Cina, Vietnam, Taiwan, Malesia, Brunei, Filippine;

interessi economici per i giacimenti petroliferi (Pratas, Paracel, Zhongsha, Scarborough, Spratly, Luconia,

james). Per chiarire l’entitità dei giacimenti sarebbe necessaria la ricerca, non possibile se non viene stabilita la

sovranità, la Cia in cambio della sovranità potrebbe dare libero accesso allo sfruttamento.

3. arcipelago Senkaku: tra Giappone e Cina e l’isola di Tsushima tra Giappone e Corea del Sud, la prima

posizione è congelata, la seconda è stretegica per la circolazione della flotta Usa.

ANTARTIDE: continente grande 1+ ½ l’Europa;nel 1902 la GB si proclamò sovrano di parte dell’Antartide (meridiano

20 e 80, parallelo 50); ben presto anche FR, Cile, Argentina e Giappone rivendicarono i loro diritti di sovranità; trattato

di Washington del 1959 riguarda la libertà di ricerca e il divieto di usi militari e congela e sospende le pretese di

sovranità; all’epoca del trattato Usa e Urss rivendicarono pretese sovrane per poi garantirisi lo sfrutamento del canale,

creando pretese anche per GB, Cile e Argentina; il futuro politico è dato dalla capacità di organizzare un organo che

rappresenti l’intera comunità mondiale.

CONFINE → entità substatali (hanno ripreso forza con il crollo del comunismo, micro nazionalismo); tendenze

contrapposte: integrazione e federalismo.

Capitolo 5: i popoli si confrontano

Il geografo politico deve studiare le situazini complesse (ruanda, Burundi; Curdi, Armeni e azeri, gli indios del Chapas

che vivono e sono per lo + un elemento flokloristico); con la mondializzazione economica è nato una sorta di

individualismo di massa, spesso i gruppi sociali + che all’integrazione e al dialogo tendono all’esclusione →

Frammentazione sociale: problema delle minoranze etniche i cui vincoli si sono rafforzati nel processo di

globalizzazione che ha visto l’indebbitamento dei governi centrali; non ci sono stati che non abbiano una o + minoranze

etniche (capotorti → solo in UE ve ne sono 28), nell’Urss oltre alle 3 slave (russa, ucraini, biellorusse) ve n’erano oltre

98 che mantengono la loro individualità linguistica, il punto di rottura tra le diverse componenti è invesamente

proporzianale all’indice di coesione (cecoslovacchia 50, Jugoslavia 25).

CONFERENZA DI TRIESTE 1974: relazioni anche sulle minoranze emergenti, le minoranze sono storiche (per

motivazioni di confine), involontarie (schiavismo); il problema non si risolve + con la sola autodeterminazione (es. Usa

che impedirono la secessione del Sud per mantenere lo stato unito); la rinata importanza dei diritti dell’uomo ha

riacceso l’attenzione verso antiche culture che rischiano l’assimilazione, negare l’identità politica crea crisi e focolai di

guerra, il 1993 è stato l’anno ONU delle popolazioni etniche, le + povere e svantaggiate, sono parte del futuro e del

presente e vanno salvaguardate, bisogna favorire l’integrazione di questi gruppi minoritari ma non l’assimilazione e la

segregazione; l’integrazione è la fase migliore x uno stato multietnico; attualmente le lotte delle minoranze sono lotte di

classe; in Africa vi sono miriadi di minoranze etrusche alcune si espandono altre si restringono; in Europa tendono

generalmente ad estinguersi, come le minoranze di ceppo etnico germanico in Italia (cimbri, Walzer, mochesi,

carinziani); la molteplicità etnica deve essere considerata una ricchezza.

ESSERE MINORANZA OGGI: per definire una minoranza etnica non è attendibile il criterio numerico (Es. minoranza

bianca che per anni ha sottomesso la maggioranza nera), non è attendibile nemmeno la fedeltà alla propria lingua,

potrebbe essere usato il criterio geodemografico, della stabilità di una comunità su un territorio, un criterio che non

considerebbe le comunità ebraiche e tuareg.

Capotorti → gruppo numericamente inferiore, in posizione non dominante con caratteristiche diverse dal resto,

sentimento di conservare la propria cultura → definizione equilibrata

→ posizione dominante in quale senso?

Difficoltà di definire una minoranza etnica perché si percepisce la propria appartenenza etnica come un continuum

(Europa → città); elementi di complessità: fenomeno dell’immigrazione europea; integrazione come la silicon valley.

MINORANZE ETNICHE: preparano il terreno alla prima guerra mondiale (Alsazia e Lorena francesi, la Posnania

polacca, Nizza e corsica italiane), anche se erano stati sitpulati degli accordi di garanzia da parte delle grandi potenze

(congresso di Vienna per la protezione dei polacchi; accordi per la libertà religiosa nei balcani e per la tutela dei

musulmani in Siberia con la Turchia); dopo la IIGM nella dichiarazione universale de diritti dell’uomo si fa esplicito

riferimento nell’art 27 alla tutela delle minoranze; altrettanta atenzione c’è nella convenzione europea per la protezione

dei diritti umani (es. rep federale tedesca e Danimarca per le minoranze nello Schleswig a cui si dava la possibilità di

esprimersi nella loro lingua, istruzione, giornale, commissioni municipali; identico trattamento per tutti i cittadini);

stesse raccomandazioni si trovano nella convenzione di Ginevra, nel patto ONU sui diritti civili¸nel 1981 una

risoluzione del Parlamento europeo ha delineato una dinamica tra autonomia e integrazione e il diritto al plurilinguismo,

x unificare l’Europa bisogna favorire il plurilinguismo e non il monolinguismo.

Guy Héraud → autodeterminazione in 5 fasi:

1. autoaffermazione: dichiararsi esistente e accedere alle procedure di autodeterminazione (CORSI)

2. autodefinizione: definire la propria sostanza come i confini (PALESTINESI)

3. secessione: separarsi dallo stato (SIKH; Nord irlandesi)

4. autoorganizzazione: statuti e leggi autonomi (GALLES)

5. autogestione: amministrarsi liberamente nello statuto della comunità (altoatesini)

Spesso l’autodeterminazione si scontra con quello che gli altri consierano l’interesse nazionale; le concessioni vengono

fatte se non quando si arriva ad un punto di rottura; è un segno di debolezza per lo stato

CECENIA: confina a NE con il Dagestan, a N con la regione russa si

Stavropol, a O con Inguscezia e Ossezia settentrionale e a S con la

Georgia, venne accusata di collaborazione con i nazisti e inglobata nella

regione di Stavropol da Stalin e i ceceni iniziarono a essere deportati nel

Kazachstan e Kirgizistan → ranocri verso la Russia e rifiuta con metodi

violenti la sovranità di Mosca; i motivi di scontro si basano anche sulle

ricchezze petrolifere e la diversità religiosa (mussulmani sunniti).

GEORGIA: deve fronteggiare le spinte separatiste di Abkazia e Ossezia; i

separatisti chiedono 3 possibilità, una federazione paritaria con la

Georgia, il ricongiungimento con la Russia o la piena sovranità → nessuna accettata. A partire dal 1774 l’Ossetia

settentrionale poi quella meridionale furono russificate e fu sempre un fedele alleato di Mosca, la divisione fra Nord

(Russia) e sud (Georgia) non fu + accettata al momento del crollo dell’URSS.

ARMENIA: L’Armenia oggi

Stretta fra Turchia, Iran, Azerbaijan e Georgia, l'Armenia è ancora oggi il passaggio obbligato da oriente a occidente

attraverso il Caucaso. L'Armenia si presenta come una grande pietraia. Meno del 20% è terra arabile: campi coltivati a

frumento, vigneti e orti; il resto sono distese per i pascoli.

Il 50% della popolazione vive sotto il livello di povertà. I senza lavoro raggiungono il 30%.

L'economia dell'Armenia, così saldamente legata al sistema di produzione industriale dell'ex Unione Sovietica, dal

dissolvimento di questa ha ricevuto un duro colpo. Le fabbriche avrebbero bisogno di una costosa e difficile

modernizzazione. L'Armenia importa soprattutto prodotti agroalimentari ed esporta l'energia che produce con le sue

centrali nucleari di Metsamor. Una risorsa per non morire. Una risorsa però che è un reale pericolo. Metsamor è in

zona altamente sismica, le centrali sono obsolete e il problema della sicurezza è diventato un caso internazionale.

Grandi sono le pressioni internazionali sul Governo perché le centrali vengano chiuse, ma quell'energia serve a tenere

in vita ciò che è rimasto dell'industria ed è venduta nelle regioni vicine. L'Armenia per ora resiste e il mondo sta con il

fiato sospeso.

Appartenenze

La prima e più grande comunità di cristiani è nata qui, in Armenia, fra i luoghi testimoni del grande patto di Alleanza fa

Dio e l'Umanità, ai piedi del monte Ararat. Sono stati gli apostoli Bartolomeo e Taddeo ad evangelizzare per primi

l'Armenia e sono bastati meno di trecento anni per trasformare un popolo millenario in un popolo di cristiani. La cultura

cristiana si è attaccata agli Armeni come una seconda pelle. È diventata per loro una scelta e una strategia di

sopravvivenza come nazione. Ma già prima, in quei trecento anni, molti dei simboli della religiosità armena si erano

trasformati in simboli cristiani. La dea Anahid - nome che significa "la pura" - protettrice della fertilità e simbolo

dell'Armenia, la terra natale chiamata "Madre Armenia", scolpita nell'oro, darà il suo volto alla Vergine Maria, il cui

colore nella simbologia mediorientale e in Russia sarà appunto l'oro. Il dio Vahagn, il guerriero uccisore dei draghi,

diventerà San Giorgio. Il dio Aramazd del culto del sole - "Arevordì", figli del sole sono chiamati gli Armeni - trasferirà

il suo disco luminoso nell'aureola dei santi.

Una conversione strategica che è servita agli Armeni a non perdere la loro identità nelle persecuzioni e nella diaspora.

La conversione risale al 301: fu il re Tiridate III che trasformò i figli del sole in seguaci di Cristo. Artefice del miracolo

fu San Gregorio Illuminatore. Dopo avere sofferto la persecuzione del re - abbandonato per anni in un pozzo profondo

dove venne tenuto in vita dalla bontà di una vedova che gli calava del cibo -, con i suoi miracoli riuscì a convertire il re

e la sua famiglia e l'intera nazione. Gli oggetti del culto pagano vennero trasformati in simbolismo cristiano. Sui templi

si costruirono le chiese. Gli antichi sacerdoti divennero sacerdoti del nuovo culto. Una trasformazione avvenuta senza

strappi che avrebbe resistito ad ogni difficoltà.

Da allora la storia del popolo e della nazione si intreccia con la storia della sua viva fede. Croci di pietra, "khatchkar",

sono il segno visibile di questa fede diffusa e vissuta con intensità. Segno della sofferenza di Colui nel quale un intero

.

popolo identifica le proprie sofferenze di popolo oppresso, bandito, scacciato dalla sua terra, perseguitato e ucciso

Armenia

Il paese ai piedi del monte Ararat

un popolo e una nazione dalle tradizioni millenarie

C'è una piccola terra ai piedi del monte Ararat, massiccio perennemente innevato che svetta in un cielo color indaco

sulla regione dove si posò, secondo la tradizione biblica, l'Arca di Noè dopo il diluvio universale. L'Armenia è oggi

un fazzoletto di terra che, come altre nazioni, è ritornata indipendente solo in seguito alla dissoluzione dell'ex impero

sovietico. Ma una volta esisteva la grande Armenia - la cui storia è un alternarsi di conquiste, invasioni, distruzioni,

deportazioni di massa, eccidi -, arrivata a comprendere, all'epoca di Tigrane il grande (I sec. a.C.), l'odierna Turchia,

tutto il Caucaso meridionale e parte della Siria fino ai confini con la Persia e la Mesopotamia, vale a dire gli odierni

Georgia, Azerbaijan, Iran, Kurdistan e Iraq. Un impero di dimensioni vastissime.

Al centro della più importante via di passaggio fra l'Europa, l'Asia e il nord Africa, in posizione strategica ai piedi del

Caucaso, fra il Mediterraneo, il mar Nero e il mar Caspio, l'Armenia è sempre stata terra di conquista. I cimmeri, gli

sciti, i medi, gli assiri, i chaldi (1000 a.C.); poi i persiani di Dario (520 a.C.), i macedoni di Alessandro Magno (330

a.C.), i parti.

Complici i romani, i popoli armeni godettero di un breve periodo di indipendenza durante il quale l'armeno divenne

la lingua ufficiale, per poi cadere però sotto il dominio degli stessi romani: Pompeo invase la regione e Traiano

l'annesse all'impero (114). Nel 642 l'Armenia fu invasa dagli arabi e da allora inizia la diaspora del suo popolo. La

presenza degli armeni è segnalata in Francia, Germania e Inghilterra. Ma gli armeni si spingono ancora più lontano

tanto da raggiungere l'Irlanda e l'Islanda e anche Gerusalemme, dove ancora oggi vive una comunità molto

numerosa.

Nel 1080 nasce la "piccola Armenia": la fonda il principe Ruben sottraendo la Cilicia al dominio dell'impero

bizantino. Sarà lì, in Cilicia, che si riverseranno in massa gli armeni proprio quando - siamo nell'XI secolo -, la

"grande Armenia" sarà occupata dai turchi selgiuchidi. Il paese prospera grazie ai buoni rapporti e agli scambi

commerciali con l'occidente, in particolare con la ricca Venezia. Non durerà a lungo. Nel 1375 i mamelucchi di

Egitto occupano la Cilicia. Finisce il regno ma la pace dura tre secoli, fino al XVI secolo quando i turchi ottomani

invadono l'Armenia occidentale separandola da quella orientale che rimane dominio dei persiani.

L'impero ottomano esercita un dominio illuminato nei confronti delle minoranze etniche interne. Impone però su

tutto il territorio la legge coranica - la sharià - come unica fonte del diritto. Gli armeni sono cristiani, la

discriminazione è durissima: tasse speciali, pesanti prelievi sui raccolti, esclusione dall'esercito e pagamento di un

tributo per questa esenzione.

Al declino dell'impero ottomano si accompagna, nel XX secolo, la rinascita del sentimento nazionale armeno. La

situazione politica in Europa e nella regione è in fermento: le potenze occidentali sono pronte ad allungare, a cavallo

delle due guerre mondiali, gli artigli rapaci sul gigante in agonia. Gli armeni cercano di muoversi su due fronti:

quello diplomatico e quello interno. A Costantinopoli viene sollevata la questione del riconoscimento della

specificità armena, all'interno, in Armenia, nascono i primi partiti rivoluzionari clandestini: iniziano gli anni del Metz

Yeghern.

Per non dimenticare un genocidio

L'eliminazione e la diaspora degli armeni

Uno dei nodi insoluti (e poco conosciuti) della storia contemporanea

Croci di pietra. Tante. Disseminate su tutto il territorio rupestre, sono un elemento tipico del panorama culturale e

artistico dell'Armenia. Talmente belle e intrise di storia divengono il simbolo del popolo e del destino stesso di

questa nazione. Gli anni fra il 1915 e il 1918 sono incisi come un taglio profondo nella storia degli orrori che

segnano la storia recente. La memoria però è corta e spesso selettiva. Sono gli anni del Metz Yeghern, il "Grande

Male". È così che gli armeni chiamano il genocidio che ha segnato la fine della presenza delle genti armene nella

loro terra d'origine, l'Anatolia, nella quale erano vissute per millenni.

La loro esistenza non era mai stata facile, ma almeno fino all'ottocento erano vissuti in relativa tranquillità e,

soprattutto, avevano conservato la loro identità religiosa e culturale. La situazione precipitò nella seconda metà del

secolo, al decadere economico, politico e militare dell'impero ottomano, proprio quando si apriva per gli armeni la

possibilità di rientrare in possesso della loro identità nazionale. Già i greci si erano liberati del giogo dell'impero e gli

armeni cristiani si stavano preparando a seguirne l'esempio. Sorsero ben presto fra gli armeni partiti clandestini che

avevano come scopo la conquista dell'indipendenza dall'impero ottomano. Le potenze occidentali assistono con

interesse alle vicende dell'impero e non esitano ad inserirsi nei suoi affari interni sostenendo i movimenti

rivoluzionari e pretendendo riforme interne economiche e costituzionali. Il regime feudale turco è al collasso e le

pressioni dei paesi occidentali sul governo della Porta sono proporzionali all'interesse dei medesimi a strappare al

gigante in agonia ricchezze e territori. In realtà l'economia dell'impero è quasi tutta in mani straniere occidentali e

nelle mani degli armeni che con gli occidentali hanno ottimi rapporti commerciali. Sono loro i grandi artefici dello

sviluppo economico dell'impero ottomano di cui detengono ingenti ricchezze. Forti del loro potere economico e

spinti dai movimenti nazionalistici nascenti, gli armeni premono per ottenere riforme volte a riconoscere i loro diritti

e a tutelare le proprie esistenze, la loro vita e i loro beni.

Le richieste degli armeni sono soffocate nel sangue: il sultano Abd al-Haziz risponde con massacri di massa. Il

movimento rivoluzionario dilaga, specialmente fra i giovani, e non può essere fermato. Nel 1876, in seguito ad una

grande manifestazione - 40.000 persone a Istanbul erano scese in piazza per chiedere una monarchia costituzionale e

la fine del sistema feudale -, il nuovo sultano Abdul-Hamid II (1876-1909) è costretto a concedere la costituzione.

Alla manifestazione aveva partecipato anche una nuova organizzazione politica segreta, i "Giovani Turchi". Due anni

dopo il sultano dichiara nulla la costituzione concessa e respinge un tentativo della Russia di penetrare il territorio

turco con il pretesto di difendere gli armeni. La reazione di Abdul Hamid è violentissima. Nei massacri degli anni dal

1895 al 1897 muoiono dai 100.000 ai 300.000 armeni, 2.500 villaggi sono dati alle fiamme, la popolazione dispersa.

Eppure queste uccisioni non sono del tutto indiscriminate; il sultano vuole difendere dal nazionalismo dirompente

l'unità dell'impero e cerca, inoltre, di attribuire all'attivismo commerciale degli armeni, che mantengono relazioni con

tutti i paesi occidentali, la causa della sua decadenza economica. Non è ancora genocidio ovvero sterminio

programmato e pianificato di un intero popolo al fine di cancellarne completamente e definitivamente l'esistenza.

Il genocidio avverrà negli anni della guerra mondiale ad opera del governo dominato dai Giovani Turchi, il partito

rivoluzionario e ultranazionalista che nel 1908 si era impadronito del potere. Organizzati formalmente nel Comitato

Unione e Progresso, "Ittihad ve Terakki" (sostenuto inizialmente dagli stessi armeni, che dalla sua ascesa al potere

speravano in migliori condizioni per se stessi), i Giovani Turchi decidono di trasformare l'impero ottomano -

tradizionalmente caratterizzato da componenti multietniche e multiculturali - in una realtà nazionale fortemente

unitaria: la nazione turca. Lo scopo era lo stesso che aveva guidato i massacri degli ultimi sultani: sopprimere le

istanze indipendentiste delle minoranze interne per evitare il totale dissolvimento dell'impero.

"L'Europa inorridì ma la mancata unione tra diplomazia inglese (misure coercitive verso la Turchia) e quella russa

(diffidenza verso un'Armenia autonoma) permise la prosecuzione della carneficina… La situazione si aggravò per

l'inserirsi del nazionalismo dei Giovani Turchi: si ebbero così il massacro di Adanà del 1909 e, durante la prima

guerra mondiale […], lo sterminio in massa del popolo armeno […] La questione armena è stata così risolta

distruggendo gli armeni in quanto tali. L'attuale repubblica di Turchia disconosce anche il nome di Armenia, ha

turchizzato le regioni orientali e agguagliato nominalmente i superstiti agli altri cittadini, cercando ad un tempo di

eliminarli dalla vita dello Stato". (Dizionario Enciclopedico Italiano TRECCANI - voce "Armenia").

La prima guerra mondiale si rivelò ben presto un disastro di proporzioni colossali per l'impero ottomano. La

decisione di eliminare completamente il popolo armeno venne presa nei primi mesi del 1915, mentre la Russia

avanzava in Anatolia e la stessa Costantinopoli era minacciata dallo sbarco alleato nei Dardanelli. Il compito fu

affidato al Teshkilat i-Mahsusa, un'organizzazione legata al Ministero dell'Interno.

L'eliminazione fu pianificata e razionale. Il via all'operazione venne data il 24 aprile 1915 a Costantinopoli, dove

vennero arrestati, deportati e uccisi intellettuali e uomini politici. Poi, nell'Anatolia orientale, ebbe inizio

un'operazione di trasferimento che avrebbe dovuto portare le popolazioni - si disse - lontano dal fronte. Invece, le

autorità dei villaggi furono subito arrestate e uccise.

"[…] Senza ascoltare nessuna delle loro ragioni, rimuoverli immediatamente, donne, bambini, chiunque essi siano,

anche se sono incapaci di muoversi; e non lasciate che la gente li protegga, perché con la loro ignoranza mettono al

primo posto guadagni materiali piuttosto che sentimenti patriottici e non riescono ad apprezzare la grande politica del

governo. Perché, invece di misure indirette di sterminio usate in altri luoghi, come severità, furia (per portare avanti

le deportazioni), difficoltà di viaggio, miseria, possono essere usate misure più dirette da voi, perciò lavorate con

entusiasmo [...]" ( Ministro dell'Interno Talaat, 9 marzo 1915).

Gli uomini adulti vennero separati dalle famiglie e uccisi. I vecchi, le donne e i bambini vennero costretti a partire

per la deportazione a piedi. Morirono quasi tutti per strada di fame, fatica e stenti. La stessa cosa si ripeté

nell'Anatolia occidentale e nella Cilicia, che erano lontane dal fronte di guerra. Nel luglio del 1915 nell'Anatolia

orientale sotto il dominio turco non rimanevano più armeni. Solo quelli che si trovavano nelle zone russe riuscirono a

salvarsi (circa 300.000).

Non è possibile conoscere le cifre del genocidio. C'è incertezza sulla consistenza della popolazione armena prima del

genocidio: 2.100.000 abitanti secondo il patriarcato armeno (1912); 1.170.000 secondo il censimento ottomano

(1914). Le vittime sono probabilmente oltre un milione.

Con il trattato di pace di Sèvres (1920), la Turchia di Kemal Atatürk - nata sulle ceneri dell'impero ottomano -

avrebbe dovuto riconoscere l'esistenza di uno stato indipendente armeno nell'Anatolia orientale. Non è mai successo.

Né la Turchia ha finora riconosciuto che sia stato perpetrato alcun genocidio nei confronti degli armeni.

Per capire il principio di minoranza etnica è importante anche la collocazione geografica, infatti spesso è maggioranza

nello stato confinante.

TIBET: occupato dai cinesi nel 1950 è l’unica regione in cui l’etnia HAN è minoritaria; vi è un’identità culturale e

religiosa molto diversa, chiedono l’indipendenza o l’autonomia, il DALAI LAMA è costretto all’esilio in India in cui

conduce una lotta pacifica non violenta contro la Cina; Pechino ne ha fortemente ridotto i confini amministrativi, non le

ricchezze economiche ma permette il controllo di una vasta area per la posizione centrale.

Una minoranza etnica è maggiormente tutelata se c’è una nazione madre pronta a proteggerla; nel 1995 in Croazia è

stato bocciato il bilinguismo in Istria, con un passo indietro rispetto agli accordi di tutela bilaterali del 1992, visto che

nella regione sono già forti i partiti indipendentisti come la Vietra istrina: ovviamente i problemi dell’area potranno

esser risolti solo con l’avvio di una cooperazione trans frontaliera, inoltre l’italia ha approvato nel 2001 una legge in

tutela delle minoranze slovene.

SALVI→ 4 livelli di appartenenza ad una minoranza:

0. debole percezione della specificità culturale (Bretoni) → configura una comunità nazionale omogenea

1. percezione di un sentimento di diversità (Sardi)

2. diversità e opposizione (Baschi in Spagna) → piena consapevolezza della propria specificità;

3. diversità e opposizione + misure di ostilità, le specificità incontrano spesso una negazione da parte del governo

(atteggimento di lasser faire, mancato riconoscimento giuridico)

Spesso il sentimento di inferiorità è rafforzato dalla diversità economica e dalla loro inferiorità e disoccupazione → si

deve tener conto il welfare state, non è solo la tutela della propria identità culturale, ma anche il miglioramento delle

condizioni di vita (forte associazionismo); le politiche di assimilazione che hanno avuto + successo sono quelle a

sfondo economico (es: di minoranze emarginate economicamente: Ulster; Québec; popolazione INUIT →

riconoscimento del governo canadese dello stato del NUHAVUT, coincide in cambio della rinuncia all’indipendenza

l’autogoverno e i diritti esclusivi → realizzare con strumenti autonomi uno sviluppo negato)

LINGUA → sta perdendo il suo peso distintivo per via della globalizzazione che preferisce e diffonde l’inglese

(economia, politica, informatica); di certo permette di superare le barriere comunicative x es. in Africa; in alcuni casi

l’utilizzo della lingua nazionale è una reazione contro il colonialismo (india, ex URSS), ma una minoranza può

sopravvivere di + se per caso ha la possibilità di divulgare il + possibile la sua lingua (istruzione, letteratura →

minoranze altoatesine ≠ minoranze croate in Molise).

Le capacità difensive delle culture minoritarie si dividono in:

1. arcipelaghi linguistici : nel XX sec comunità di lingua tedesca nell’Europa centro-orientale, scambi con

germania, austria e svizzera;

2. isola linguistica: Occitania lingua di origine provenzale diffusa dalla Catalogna alla Liguria; nell’Europa

orientale si trovano isole linguistiche per es nel Banato di lingua ungherese;

3. atolli linguistici: nuclei lingustici rimasti isolati in una comunità alloglotta (cimbri, walzer, Celle e Faeto in

Puglia dove si parla provenzale, le minoranze linguistiche albanesi; i mocheni che hanno origine da una

migrazione di minatori germanici nel XV sec; ora la valle del Fersina si divide in 3 zone (inn/mit/ aus berg):

una vicino al torrente, una coltivata a valle, l’altra di pascoli; a valle si vive in HOF, i matrimoni sono solo tra

mochenie e le proprietà sono trasmesse solo ai figli maschi).

Le ragioni del dissenso.

Conflitti:

1. politici → poteri dello stato, lotta tra etnie

2. politico-culturali → la storia e i miti spesso manipolata

3. socio- economiche → ripartizione economica del territorio

4. geo-sociali → relazione tra contadini e ceti urbanizzati

5. religiosi → interessa anche le etnie al loro interno

GUERRA DEL BIAFRA:

1964 → l’etnia degli IBO prende il potere con un colpo di stato (cattolici); gli ex uomini del potere mussulmani e di

etnia Yoruba costrinsero gli IBO del nord a emigrare e rifugiarsi nel SE dove vi erano giacimenti petroliferi e dopo il

fallimento di costituire uno stato federale nel 1967 dichiararono l’indipendeza dello stato del Biafra; il conflitto durerà

tre anni e porterà il paese al tracollo anche per un embargo alimentare → residui del colonialismo che ha accorpato i

musulmani Hausa con gli youruba e le comunità cattoliche IBO, non sono mai state favorite forme di

democratizzazione e per equiparare il nord povero al sud ricco. Incapacità della comunità internazionale di agire

tempestivamente come il conflitto ruanda-burundi

Nigeria → GB, USA, URSS e paesi mussulmani e africani

Biafra → Francia, Vaticano, Portogallo, associazioni umanitarie e religiose

OGONI: vivono nel sud della Nigeria ricchissima di petrolio, ma non ne ricavano benefici, giungono alla ribalta con

l’uccisione di Sarowiwa intellettuale che si bateva per l’autodeterminazione degli ogoni (l’ONU chiese l’espulsione

della Nigeria dal Commonwealth); è ovvia in questo caso la pressione della Shell che ha espropriato i terreni degli

ognoi ed estrae il 20% della produzione mondiale di greggio, il MOSOP ha chiesto risarcimenti alla Shell che ha

favorito a sua volta la repressione del governo centrale contro gli ogoni.

MONTI NUBA (Sudan): 52 tribù di ex shciavi sfuggiti alle deportazioni arabe hanno creato un serie di comunità legate

da tolleranza e spirito di aggregazione tra diverse culture → oggetto di pulizia etnica da parte del governo centrale.

SAHARAWI: repressi dal governo di Rabat dopo che l’Onu ne ha sancito il diritto all’autodeterminazione, è una terra

ricca di fosfati contesa dal saharawi fin dall’ 800; migliaia di famiglie sono state costrette a emigrare al confine algerino

con una sedentarizzazione forzata in attesa del referendum per l’autodeterminazione falsato dallo stanziamento

organizzato dal governo di marocchini per alterare il risultato (missione ONU Minusso)

In tutta l’Africa si moltiplicano gli scontri interetnici specie nella regione dei Grandi Laghi (guerre civili).

DARFUR: Sudan

Dove comincia la crisi del Darfur:Interessi internazionali su una zona fra le più ricche di petrolio del continente

africano e ataviche rivalità fra etnie africane e popolazioni nomadi arabe sono alla base di un conflitto che dopo aver

riempito le pagine dei giornali è stato subito dimenticato

Il Sudan ,oltre a essere il più grande paese del continente africano, con un'area di oltre 2,5 milioni di kilometri

quadrati, fa anche da frontiera tra il mondo arabo e l'Africa nera.

Dal giorno dell'indipendenza, nel 1957, sono solamente dieci gli anni in cui la popolazione sudanese ha vissuto in

pace: per il resto del tempo il paese è stato sempre attraversato da conflitti più o meno gravi ed estesi. Il Sudan

sembra affetto da una situazione cronica di conflitto: sulla distanza a volte incolmabile tra il governo centrale arabo e

islamico di Khartoum e le periferie sudanesi popolate da numerose etnie nere africane, hanno potuto così attecchire

motivi di conflitto innescati da variabili economiche, politiche e anche religiose.

Secondo le stime dell'ONU più di un milione di sfollati interni, quasi 200mila profughi, e migliaia di morti, dai 5mila

denunciati dal governo sudanese ai 30/50mila indicati dall'Onu stessa: sarebbero questi i numeri della crisi del

Darfur, ultima in ordine temporale, una crisi, che ha assunto proporzioni talmente ampie da imporsi nelle cronache di

mezzo mondo. In meno di due anni, tra il 2003 e il 2005, gli scontri tra ribelli e governativi e le violenze dei

Janjaweed (bande armate di predoni arabi) hanno causato una crisi umanitaria di proporzioni sconcertanti su cui si

rincorrono i numeri, più o meno gonfiati a seconda della fonte e degli interessi mediatici: per ora le stime dell'ONU

sembrano le meno condizionate.

La lotta per le aree verdi, che col passare degli anni e l'avanzare della desertificazione sono andate sempre più

restringendosi; le differenze, che restano forti, tra arabi e non arabi (come molti studiosi e antropologi di solito

classificano le popolazioni sudanesi), differenze che passano anche per le attività pastorizia e di agricoltura a cui

questi due gruppi si dedicano: sembrano queste le ragioni di un conflitto permanente che valgono per il resto del

Sudan e si sommano per il caso del Darfur. Gli arabi, nomadi e prevalentemente dediti alla pastorizia, si spostano per

la regione in cerca di pascoli secondo la stagione delle piogge, o comunque il susseguirsi delle stagioni; i neri

africani vivono di agricoltura, sono stanziali e le loro rivendicazioni di proprietà su quelle terre affondano le radici

nella storia e nei sultanati indipendenti che per secoli si sono avvicendati al potere, ultimo proprio quello dei Fur

(Dar-fur vuol dire "proprietà tribale" o "territorio" dei Fur), l'etnia nera principale dell'area insieme agli Zaghawa, ai

Masalit e a un'altra decina di gruppi minori. Tuttavia è stato sempre il codice tribale a mantenere gli equilibri tra i

due gruppi e a risolvere le dispute per il controllo e l'utilizzo della terra: per quanto le ragioni dei conflitti possano

sembrare ataviche e istintive, grazie al rispetto di questo codice gli scontri per la terra non risultano essere la costante

della storia del Darfur. Col passare del tempo però le due anime del Sudan, quella araba e quella non araba, sono

andate sempre più allontanandosi, e all'abbandono politico economico in cui Khartoum ha condannato le periferie del

Paese si è sommata una nuova presa di coscienza delle popolazioni nere. La guerra combattuta dall'Esercito popolare

di liberazione del Sudan (Spla) contro Khartoum per l'indipendenza, l'autonomia o anche la secessione del Sud Sudan

ha approfondito - aggiungendo motivazioni politiche e soprattutto economiche - un solco già netto tra i due Sudan; la

presenza del petrolio e di importanti interessi internazionali ha fatto il resto.

La crisi del Darfur e l'esasperazione delle tensioni e differenze di cui la sua storia è intrisa mostrano un evidente

legame con le tormentate vicende del Sud del Paese. Khartoum è stata praticamente costretta dalla comunità

internazionale a trovare un accordo con i ribelli dello Spla e del Sud Sudan a causa del petrolio che si trova nelle

zone contese e in cui da anni operano aziende americane, indonesiane, cinesi e di varie altre nazionalità. Gli accordi

siglati prevedono che a sei anni dalla firma della pace definitiva, il Sud Sudan tenga un referendum per decidere se

diventare indipendente o meno. Il governo sudanese rischia così di perdere il controllo diretto di una vasta fetta di

territorio, ma soprattutto crea un precedente preoccupante rispetto alle altre popolazioni nere dell'Ovest e dell'Est del

Paese.

Gli interessi petroliferi hanno consentito ai ribelli del Sud di fare il salto di qualità ottenendo fondi, armi e appoggi

logistici e politici, e niente vieta che chiunque possa strumentalizzare il malcontento dei neri africani del resto del

Sudan per lottare contro Khartoum. Infatti, mentre il governo centrale faceva la pace col Sud, ad ovest si apriva un

nuovo focolaio. In fondo, non è sorprendente. C'è una parte delle istituzioni sudanesi che non vedono di cattivo

occhio il fatto che i predoni arabi (a quanto pare maggiormente legati al governo centrale) si espandano in Darfur ai

danni degli agricoltori neri, bilanciando così le proporzioni fra la popolazione nera ora prevalente e l'etnia araba

minoritaria in quella zona ma maggioritaria nel governo, sottolinea una fonte diplomatica occidentale. Arabizzazione

o meno, in Darfur, così come accadde per il Sud Sudan, sembrano pronti a entrare in gioco anche importanti interessi

internazionali. "È un caso l'improvvisa e martellante copertura mediatica internazionale? È comunque evidente che

va di pari passo con la recente attenzione internazionale per il Darfur, inclusa quella di capitali potenti e lontane che

d'improvviso scoprono e gridano allo scandalo per una crisi che era già in corso da più di un anno e che fino a poco

fa, per esempio prima della visita del segretario di Stato americano Colin Powell, sembrava destinata ad entrare nel

folto club delle guerre dimenticate. Anche in Darfur, come per il Sud Sudan, qualcuno spiega l'attenzione mondiale

con la chiave del petrolio: secondo alcuni questa regione semidesertica sarebbe ricca di giacimenti, secondo altri

invece rivestirebbe un'importanza chiave per l'utilizzo dei giacimenti presenti a sud. Una delle ipotesi maggiormente

accreditate è quella che vede alcuni gruppi di potere e di pressione interessati a creare un oleodotto che colleghi

direttamente i pozzi del sud e centro Sudan (quelli contesi per vent'anni da Khartoum e Spla) con il gigantesco

oleodotto, costruito dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale, che porta il greggio dai giacimenti

del Ciad meridionale fino al porto di Kribi sulle coste atlantiche del Camerun per un totale di oltre 1100 chilometri di

tubazioni. Questo collegamento dovrebbe avvenire proprio passando attraverso la regione del Darfur, che potrebbe,

dovrebbe, i condizionali in questo caso si sprecano, ospitare il raccordo. Per il momento il petrolio sudanese

prenderebbe la strada opposta dirigendosi verso oriente e la costa sudanese sul Mar Rosso e quindi l'Oceano indiano

dove il 40% del greggio sudanese partirebbe per la Cina, presente in loco con le sue due imprese nazionali di

idrocarburi da anni", così l'agenzia di stampa MISNA esamina il caso Darfur.

Ad oggi in Darfur non sono presenti i "peace keepers", i soldati di pace dell'ONU: sono invece presenti circa 7200

soldati dell'Unione Africana (l'Africa inizia a curarsi i propri mali ma con pochi strumenti). Per qualche ragione non

proprio evidente il governo del Sudan non accetta l'intervento dell'Onu a differenza di quanto è accaduto per l'altra

parte del paese: al termine del conflitto tra il nord e il sud del Sudan infatti, nel 2005, era stata approvata una

missione di pace delle Nazioni Unite. Sembra quindi che il governo apra le porte all'ONU e alla comunità

internazionale solo a una parte del paese, quella dell'est, precludendone invece l'accesso al nord, nella regione del

Darfur.

Il Sudan resta uno dei principali produttori potenziali di greggio: a oggi il Sudan produce circa 500mila barili di

greggio al giorno. La Nigeria, che è il principale produttore dell'Africa subsahariana, collocandosi al 7°/8° posto fra i

principali produttori al mondo, esporta ogni giorno dai 2,3 ai 4 milioni di barili, nonostante i 2/3 della sua

popolazione vivano con meno di due dollari al giorno.

Darfur cronaca di un conflitto: Febbraio 2003 - Dicembre 2006: quattro anni di guerra che hanno ridotto allo

stremo la popolazione del Darfur, la regione del Sudan al confine con il Chad

Sembra essere il cuore del mondo il Darfur. Questo lembo di terra di quasi 200mila chilometri quadrati nel nord

ovest del Sudan al confine col Chad; una regione semidesertica e vasta come la Francia, suddivisa in tre zone: Gharb,

Janub e Shamal. Pare il cuore pulsante del pianeta che urla di rabbia e dolore e sogni infranti. Sembra una ferita

sanguinante al centro della terra, una lacerazione infetta. E sembrava che il recente interesse dei media (inusuale per

una realtà "nera" come questa) potesse venire incontro alle tribolazioni di un popolo trafitto, aiutandolo a risollevarsi

dalla sua tragedia. Sembrava...Dal febbraio 2003 un violento conflitto interno tra l'esercito di Khartoum e i ribelli

dell'esercito di liberazione del Sudan (Sla-m) ha provocato nel Darfur una grave crisi umanitaria, il cui segno più

evidente continua a essere i quasi due milioni di sfollati interni.

Il conflitto del Darfur è complesso: il nord è deserto, attraversato da tribù di allevatori di cammelli; nel centro-sud

convivono tribù di agricoltori e pastori che si contendono l'acqua e lo spazio. La regolazione tradizionale dei conflitti

prevedeva il rispetto di "corridoi di transumanza" da parte degli allevatori. Tutte le tribù del Darfur, sia quelle

"africane" che quelle cosiddette "arabe", sono di religione musulmana ma sono ritenute marginali e disprezzate dal

governo centrale di Karthoum, che ha sempre considerato questa provincia con la logica coloniale della "frontiera da

conquistare". Si tratta di un conflitto di vecchia data tra le popolazioni della regione (fur, masaliti e zaghawas, dajo,

tunjur e tama) e il potere centrale di Khartoum. Stanco delle troppe ingiustizie, del lungo e più totale abbandono, e

dei ripetuti assalti delle forze governative, in particolare degli Janjaweed ("uomini a cavallo", miliziani al soldo del

governo centrale), lo Sla-m è sorto da qualche anno in Darfur come formazione ribelle organizzata. Dal 1999 sono

emerse e sono attive bande armate che, al 2003, hanno provocato qualcosa come duemila morti, tra civili e soldati.

Alla base delle rivendicazioni: l'accusa alle autorità del governo sudanese di Khartoum di non offrire sufficiente

protezione alla popolazione, esposta alle scorrerie delle bande di predoni (nomadi di origine araba, note col nome di

Janjaweed) e bande armate finanziate dal governo sudanese che infestano la zona. Una prima tregua firmata tra

governo e ribelli il 3 settembre 2003 non è mai stata formalmente rispettata.

Intanto emerge un dato interessante: al gennaio 2004, in pieno conflitto, studi stimavano che la produzione

petrolifera del Sudan si aggirasse intorno ai 300mila barili al giorno, per un corrispettivo di oltre due miliardi di

dollari l'anno. A pace fatta i barili sarebbero potuti salire a quasi 500mila barili al giorno entro il 2005 e a oltre

800mila fino al 2010.

Intanto, sul fronte del conflitto, nei primi del 2004 si aggiungono al movimento ribelle altri due gruppi: il Movimento

per la giustizia e l'uguaglianza (Jem), e l'Alleanza democratica federale del Sudan. Come accade sempre nei conflitti

non è dato di distinguere nei gruppi che proliferano, quelli che operano a fini politici e quelli dediti ad azioni

puramente criminali.

Nel marzo 2004 secondo l'ONU erano 130mila i profughi, 700mila gli sfollati interni (un milione, secondo altre

fonti) e oltre 10mila le vittime. Le stime anticipano all'8 aprile 2004 il giorno in cui viene firmato il "cessate il fuoco"

di 45 giorni tra il governo di Khartoum e i ribelli per far accedere gli aiuti umanitari.

Nonostante tutto lo scenario sarebbe ancora troppo semplice se tra i ribelli della regione e il governo centrale non ci

si infilasse pure la guerra tra il governo e lo Spla (l'esercito di liberazione popolare del Sudan), i ribelli del Sudan del

sud che da vent'anni (1982/2002) combattono per l'indipendenza del Sud Sudan popolato da neri cristiani e animisti).

Una guerra allora, quella del Darfur tra ribelli e Khartoum, in un'altra guerra più grande.

Va ricordato a questo proposito che il governo e lo SPLA hanno firmato a luglio del 2002 il Protocollo di Machakos

nel quale Kartoum riconosce il diritto del Sud all'autodeterminazione, concedendo un referendum dopo un periodo di

interim della durata di sei anni, in cambio dell'accettazione da parte dei ribelli del Sud dell'applicazione della legge

islamica al Nord del Paese. Uno scambio che, considerate le caratteristiche e l'appartenenza religiosa delle

popolazioni del nord, pone le premesse di ulteriori duri conflitti. Così, mentre i mediatori keniani annunciano che il

ventennale conflitto del Sud Sudan è entrato nella sua fase finale, i protagonisti della guerra del Darfur minacciano di

estendere i combattimenti ad altre zone del Paese se verranno esclusi dall'accordo di pace: "Qualsiasi accordo che ci

escluda non potrà mai portare a una vera pace", dichiara Abdel Wahed Mohammad Ahmad Nour, capo dell'Esercito-

movimento di liberazione del Sudan (Sla-m) al quotidiano sudanese 'al-Hayat', riferendosi al possibile accordo tra il

governo islamico di Khartoum e lo Spla.

La grande siccità del 1985-88 che ha sconvolto profondamente l'equilibrio eco-sociale sembrava essere la causa

contingente del conflitto. In realtà in seguito alle numerose vittorie militari riportate fino al 2003 dai due movimenti

di rivolta armata (Sla-m e Jem), il presidente sudanese Bechir ha ritenuto di rispondere intensificando i raid

dell'esercito nei "villaggi ribelli" e finanziando la milizia degli janjaweed: mercenari arabi con licenza di uccidere.

Dall'aprile 2003

è la solita guerra sporca (e tenuta nascosta): attacchi alle guarnigioni, fughe sulla montagna, rappresaglie contro i

civili - "quando non si ha tra le mani coloro che hanno agito, ci si vendica sugli innocenti", dice un testimone oculare

- deportazioni di donne e bambini in campi di concentramento, militari e convogli umanitari selettivi, la tattica della

terra bruciata, profughi senza meta. La vendetta è un lavoro a tempo pieno. Sul conflitto originario per l'uso delle

risorse tra popolazioni locali - acqua e spazio da condividere tra agricoltori e pastori - si è innestato lo scontro

politico tra governo centrale e guerriglia, per una maggior autonomia e investimenti per lo sviluppo socio-

economico, aggravato dalle violenze e dal saccheggio delle milizie contro i civili. Questa guerra 'a tre livelli', che ha

prodotto uno sradicamento (dentro e fuori le frontiere nazionali) di un milione di persone in un territorio abitato da

sette milioni, indica con chiarezza le radici profonde delle migrazioni forzate, degli esodi di profughi, in massa o

goccia-a-goccia - emorragie invisibili, poco telegeniche ma costanti -, le lotte per il potere e l'identità,

l'impoverimento sociale per un'economia di rapina e saccheggio, l'uso perverso e irresponsabile dell'ambiente e del

territorio.

“Le conseguenze umane e geo-politiche sono gravide di rischi: la pace in Sudan è tutta da costruire, mentre il Ciad è

destabilizzato da una presenza così massiccia di profughi in un territorio fragile, dove presto gli allevatori

cominceranno a scendere a sud per le piogge e incontreranno sulla strada i rifugiati e i loro armenti. Nel Darfur, oggi,

ci può essere pace solo affrontando contemporaneamente i tre livelli del conflitto, dentro un quadro di dialogo per la

costruzione di un Sudan che sia terra, acqua e vita per tutti i suoi figli". Così Mondo e Missione fotografava la realtà

del Darfur nel giugno 2004.

La recente cronaca delle iniziative negoziali messe a punto per porre fine al conflitto che insanguina la remota terra

sudanese al confine col Ciad evidenzia a tutti gli effetti una diplomazia a doppio binario. Da una parte vi è l'Unione

Africana (Ua) che ha recentemente demolito, a sorpresa, uno dei cardini su cui si reggeva la vecchia Organizzazione

per l'Unità Africana (Oua), vale a dire il principio di non ingerenza negli affari interni di un Stato membro. La

decisione d'inviare una task-force sotto l'egida dell'Ua è stata infatti praticamente imposta al governo di Khartoum, di

fronte alle pressioni internazionali, soprattutto di Washington. Messo alle strette, il ministro degli esteri sudanese,

Mustafa Osman Ismail ha saputo esprimere un estro politico che va ben al di là di ogni machiavellica congettura.

Non solo ha coinvolto e incoraggiato la Lega Araba nel processo negoziale con l'intento di salvaguardare gli interessi

islamici nel Sudan, ma ha anche teso la mano al presidente libico Muammar Gheddafi che ha spiazzato tutti

promuovendo un "incontro di riconciliazione sul Darfur" a Sirte.

Nel novembre 2004 sono stati firmati i primi accordi di pace a Abuja, in Nigeria, con l'istituzione di una "no-fly

zone" sul Darfur, a stento tollerata dal governo di Khartoum, e, in effetti, spesso violata. Dopo pochi mesi, in Kenia,

è stato firmato l'accordo che conclude un estenuante negoziato avviato due anni prima, sotto la forte pressione della

comunità internazionale, per comporre il conflitto tra i ribelli del Sudan del sud e il governo, nel quale si pongono le

regole per la spartizione del potere e dei proventi petroliferi.

Il resto è storia di questi giorni tra un batti e ribatti e tentativi di siglare un accordo di pace tra i ribelli e il governo

andato in porto solo con l'Esercito di Liberazione del Sudan (SLA) uno dei tre gruppi ribelli. Ma la pace è ancora

lontana.

"Una violenta offensiva dell'esercito governativo è in corso dall'inizio della settimana nel Darfur occidentale, uno dei

tre stati che compone l'omonima regione nell'ovest del Sudan. Lo riferiscono fonti Onu sul posto, precisando che i

combattimenti starebbero interessando soprattutto la zona di Kulbus, nell'area di Jabel Moon, 80 chilometri a nord di

El Geneina, capoluogo dello stato. Gli osservatori dell'Onu fanno sapere che il corridoio nord diretto verso Kulbus è

stato interdetto alle attività delle Nazioni Unite. In base alle informazioni raccolte l'offensiva sarebbe stata lanciata a

partire dal 29 ottobre contro alcune presunte postazioni del Fronte di salvezza nazionale (Nrf, Nation redemption

front), la coalizione che raccoglie i gruppi ribelli ancora attivi in Darfur. Secondo le testimonianze giunte all'Onu,

numerosi villaggi nella zona di Jabel Moon (Hashaba, Habesh, Hajiliji, Hila Awin e Damara) e alcuni oltre il confine

ciadiano sarebbero stati attaccati da oltre un migliaio di Janjaweed e da milizie armate delle tribù dei Gimir. Alcuni

rapporti riferiscono di 13 persone uccise e altre 7 ferite, mentre bilanci non ancora confermati parlano di 52 vittime",

si legge nel bollettino quotidiano del 1 novembre scorso pubblicato dall'ufficio delle Nazioni Unite in Sudan, nel

quale si precisa che molte abitazioni sarebbero state date alle fiamme e migliaia di capi di bestiame sottratti. Cifre in

parte confermate da un portavoce dell'Onu a New York, secondo cui tra le decine di vittime degli attacchi condotti da

miliziani contro 8 villaggi e un campo per sfollati che ospitava 3500 persone vi sarebbero anche 27 bambini sotto i

12 anni.

Le violenze sono state condannate dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, il quale ha chiesto a

tutte le parti coinvolte nel conflitto di rispettare il diritto umanitario e ha lanciato un appello al governo sudanese

perché prevenga tali violenze.

Tutto ciò mentre da Pechino, dove si trovava in visita ufficiale in vista del vertice sino-africano, il presidente

sudanese Omar Hassan el Beshir ha ribadito ancora una volta la sua contrarietà all'invio di una missione Onu in

Darfur ringraziando la Cina per "il sostegno fornito in sede di Consiglio di Sicurezza", così un'agenzia MISNA di

questi giorni…Resta l'amaro per una pace appena sfiorata poi subito abbattuta.

L’Europa ha conosciuto:

 gli attentati dell’ETA basca (con motivazioni linguistiche si sentono completamente estranei al mondo

spagnolo; il sogno è quello di una repubblica che va dai pirenei alla cordigliera cantabrica; le rivendicazioni si

basano sul’autonomia fiscale ed economica → la Catalogna si definisce una nazione nel suo statuto approvato

nel 2005, regione ricca 1/5 delle entrate fiscali + fondo per la solidarietà);

Penisola iberica

EUSKADI SENZA PACE

Radici e genesi dell'indipendentismo basco

Sconfitto dai mori, Carlo Magno attraversava i Pirenei per far ritorno in patria. Al valico di Roncisvalle la

retroguardia del suo esercito fu attaccata e massacrata in una battaglia resa poi celebre dalla Chanson de Roland. Ma

non furono i mussulmani di Marsilio ad umiliare i paladini del Re bensì i Baschi, cristiani, guidati da Bernardo del

Carpio. Era il 778 ed il popolo basco già abitava Euskadi - regione a cavallo dei Pirenei - da oltre quattromila anni.

Questo è l'episodio più celebre legato alla storia d'Euskal Herria (paese basco) ma non è certo stata l'unica occasione

in cui i baschi hanno manifestato con le armi l'insofferenza per i dominatori stranieri, Romani, Visigoti, Arabi o

Francesi che fossero. Così Euskadi ha conservato nei millenni una cultura autonoma ed in particolare la lingua

Euskara - la più antica d'Europa -, tutt'oggi parlata.

Malgrado ciò, solo sul finire del XIX secolo la questione basca prese forma di rivendicazione politica. L'ultimo

trentennio del secolo vide sorgere nelle provincie basche quelle industrie siderurgiche che hanno rappresentato per

tutto il novecento (e in parte rappresentano ancora) un fattore primario dell'economia spagnola. Lo sviluppo

industriale da un lato permise, grazie alla ricchezza prodotta, di pensare ad un paese basco economicamente

indipendente dall'altro consentì la nascita di un proletariato di fabbrica e, di conseguenza, l'intrecciarsi della lotta di

classe con la questione nazionalista. Da questo humus nel 1895 nacque il PNV (Partito Nazionalista Basco).

Ben presto l'ala sinistra del PNV entrò in conflitto con quella moderata. Euskadi era divenuta meta d'immigrati

spagnoli in cerca d'occupazione nell'industria. Per la componente marxista i diritti dei lavoratori d'ogni nazionalità e

l'autonomia del paese basco erano scopi complementari ed inscindibili. Questa posizione naturalmente non era

condivisa da quanti nel PNV erano legati agli interessi della borghesia. Così nel 1931 dalla sinistra del partito si

staccò una costola che fondò l'ANV (Azione Nazionalista Basca). Da allora il PNV intraprese la strada del dialogo

con lo stato, tentando di guadagnare per Euskadi una certa autonomia. L'ANV al contrario andò radicalizzando la

propria posizione, optando per l'indipendenza e per una prospettiva collettivista. Nel febbraio del 1936 il fronte

popolare vinse le elezioni, le truppe stanziate in Marocco si rivoltarono ed, alla guida di Francisco Franco, iniziarono

la riconquista del paese. La guerra civile -che vide i nazisti tedeschi ed i fascisti italiani al fianco dei franchisti e le

brigate internazionali (formate da volontari) al fianco dei repubblicani - portò nel volgere di tre anni alla definitiva

vittoria di Franco. Nell'ottobre del '36 il popolo basco costituì un governo autonomo. PNV e ANV cominciarono una

campagna repubblicana, contro la dittatura. Franco rispose con una sanguinosa repressione il cui culmine si ebbe con

il bombardamento di Guernica. Gli anni del regime franchista (1939-1975) videro l'utilizzo dell'Euskara vietato ed il

sentimento nazionale basco condannato. Nel 1952 si tenne il "Primo Congresso Basco" durante il quale Frederico

Krutwig enunciò i principi di un nuovo nazionalismo antimperialista che si sarebbe avvalso della lotta armata. La

concretizzazione di quella linea si ebbe solo nel 1958 con la nascita di ETA, Euskadi Ta Askatasuna (Patria Basca e

Libertà). L'ETA fu parte integrante della resistenza antifascista con azioni che contribuirono alla caduta del regime

(sino all'attentato nel quale fu ucciso Carrero Blanco, braccio destro di Franco destinato a succedergli alla guida del

paese).

Nel 1978 la Spagna si dotò di una nuova costituzione che fu però respinta in un referendum dalla maggioranza dei

baschi. Essa, infatti, pur garantendo ampia autonomia alle diverse nazionalità che costituiscono lo stato, non

garantiva loro il diritto all'autodeterminazione e all'unità territoriale. Sempre nel 1978 vide la luce, dalla fusione dei

partiti ANV ed HASI, Herri Batasuna.

Da allora ETA ha compiuto attentati sempre più efferati, la cui logica appare sfuggente. Lo stato (a prescindere dal

colore dei partiti di governo) ha attuato una dura repressione - anche con violazioni dei diritti umani -, ignorando le

possibilità di dialogo e talvolta arrivando al terrorismo di stato (la cosiddetta "Guerra sporca"). Si tratta di una pagina

di storia difficile da leggere poiché scritta di fresco. Una pagina che in troppi non sanno o non vogliono voltare.


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Geografia Economica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Geopolitica, Lizza. Sono trattati i seguenti argomenti: politica dei popoli, caratteri geografici dei territori, Tommaso D'Aquino, Giovanni Botero, età moderna, nuovo concetto di Stato, Montesquieu, Voltaire, etnicarchia, trinomio spazio-posizione-dinamica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Storiche Prof.

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