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L’ECOREGIONE è quello spazio in cui le comunità umane interagiscono con l’ecosistema

naturale.

La REGIONE STORICO-CULTURALE è caratterizzata da fatti fisici e naturali e legata ad un tipo

di storia e di cultura.

La REGIONE ECONOMICA si distingue in:

- Regione formale (caratterizzata da determinati attributi, che la differenzia da quelle circostanti);

- Regione funzionale (individuata in base relazioni orizzontali e comprende i luoghi caratterizzati

dalle stesse relazioni orizzontali. Vi sono due tipi i regioni funzionali: quelle monocentriche in

cui i flussi fanno capo ad un unico centro; e quelle policentriche in cui i flussi fanno capo a

diversi centri).

La regione complessa è formata da una regione formale ed una funzionale. Un esempio di regione

complessa è la regione programma che è un ambito territoriale entro cui si svolgono interventi

programmati.

Lo SPAZIO GERARCHIZZATO formulato da Christaller è quello spazio in cui ogni centro ha

diversa importanza in relazione alla quantità e alla qualità dei servizi offerti. Il modello di

Christaller nasce in un territorio isomorfo (ossia un territorio che presenta in ogni sua parte le

medesime caratteristiche, che sia percorribile in ogni direzione allo stesso costo). Secondo

Christaller i singoli centri, detti località centrali, servono ciascuno un’area a loro circostante, la cui

ampiezza dipende dal livello del centro. Tali centri si dispongono a distanze regolari e nei centri

stessi si distribuiscono i servizi. Una volta che un centro è saturo di servizi, questi tendono ad

occupare gli altri centri; così facendo si formano le città. Nella realtà ciò non è possibile poiché lo

spazio geografico è differenziato da diversi fattori come la natura e la storia. Detto squilibrio è

dovuto soprattutto ai processi di agglomerazione che portano le attività economiche a concentrarsi

le une vicino alle altre in determinate aree. Un tale sviluppo regionale detto polarizzato, crea degli

squilibri tra regioni centrali polarizzate e regioni periferiche. Ma l’eccessiva concentrazione di

attività economiche in un determinato luogo può provocare delle diseconomie di agglomerazione, le

quali possono portare all’arresto della crescita polarizzata e a fasi di depolarizzazione.

La STRUTTURA REGIONALE A RETE è un tipo di organizzazione territoriale che ha interessato

le grandi agglomerazioni industriali a partire dalla seconda metà del XX sec. Essa prevede una

divisione di queste agglomerazioni in più sedi e in più impianti decentrati, che vanno a localizzarsi

in nuove aree anche molto distanti tra loro. Le diverse fasi del ciclo di lavorazione, grazie alla

presenza di relazioni orizzontali abbastanza sviluppate, si distribuiscono su di un vasto territorio. Le

funzioni direzionali di rango più elevato permanevano entro i vecchi nodi.

Il MILIEU TERRITORIALE LOCALE comprende tutte quelle caratteristiche che nel corso del

tempo si sono legate stabilmente al territorio. Queste potenziali risorse possono essere valorizzate

mediante l’applicazione di denaro e di conoscenze che circolano nelle reti globali, in modo che i

luoghi in cui sono presenti diventino le sempre più competitivi al livello mondiale. Questo milieu

territoriale locale è una regione-programma ovvero un luogo che viene ad esistenza solo se e

quando determinati soggetti attivano relazioni orizzontali tra loro e relazioni verticali con il

territorio in cui operano.

Il principale effetto della GLOBALIZZAZIONE è che i vari territori non possono essere considerati

come entità distinte, dotate di una propria autonomia. È comunque vero che il rapporto tra reti

globali e sistemi locali non è necessariamente di dominanza-dipendenza. Dal momento che i milieu

locali sono serbatoi potenziali di esternalità, questi sono necessari alle reti globali per poter essere

competitive sul mercato mondiale. Ma questo non significa che i soggetti locali debbano

necessariamente agire come mediatori passivi e quindi limitarsi ad offrire l’insediamento nel

proprio territorio (in questo caso si parla di giochi a somma zero nel senso che ciò di cui

l’investitore esterno si appropria è sottratto all’utilizzo degli altri); suddetti soggetti possono anche

dar vita a processi di sviluppo alimentati dalla valorizzazione delle risorse potenziali del luogo,

esercitando così un’intermediazione attiva (in questo caso si parla di giochi a somma positiva, in 4

quanto l’investitore esterno non esaurisce i vantaggi offerti dal milieu ma contribuisce alla

creazione di nuove esternalità).

ECONOMIA E AMBIENTE NATURALE

L’AMBIENTE è quel sistema di relazioni che intercorrono tra esseri umani, altri esseri viventi e

mondo inorganico.

L’ECOLOGIA studia l’ECOSISTEMA TERRESTRE ossia il sistema degli organismi viventi sulla

terra e delle relazioni che intercorrono tra di loro e che li legano all’ambiente fisico.

Anche il nostro pianeta funziona come un sistema, e in quanto tale viene chiamato GEOSISTEMA.

Esso è un sistema aperto, che riceve dall’esterno limitati apporti di materia e consistenti flussi di

energia.

Il SISTEMA ECONOMICO MONDIALE è costituito da un insieme di elementi e relazioni dirette

alla produzione e allo scambio di beni. Esso, nonostante sia parte integrante del ecosistema

terrestre, ha un comportamento diverso e contrastante rispetto a quest’ultimo. Da questa

contraddizione deriva il problema ecologico. Gli equilibri dell’ecosistema non comportano mai una

stabilità perfetta, ma sono più che altro il risultato di continue oscillazioni negative e positive.

Seppur per molti anni l’umanità ha cercato di adattarsi a questi squilibri, oggi tale adattamento è

divenuto impossibile per la continua trasformazione dell’ambiente operata dall’uomo che ha portato

ad alterazioni ambientali negative. A tale proposito occorre distinguere tra alterazioni reversibili,

che possono essere riassorbite da retroazioni riequilibratici dell’ecosistema planetario, e alterazioni

irreversibili, quelle che provocano degli squilibri di lungo periodo.

In un sistema economico i risultati dipendono dalla PRODUTTIVITÀ DEI FATTORI, e dunque

dal rapporto tra quantità di beni e servizi prodotti e quantità di fattori impiegati (terra, lavoro,

capitale). I fattori originari sono la terra e il lavoro. Per fattore terra si intendono ‘insieme delle

risorse e dei servizi naturali che il geosistema offre. Gli uomini hanno cercato di aumentare la

produttività del proprio lavoro mobilitando sempre più il fattore terra. Così hanno ottenuto una sua

progressiva riduzione di produttività. Ogni abitante della terra pur lavorando mediamente meno dei

nostri avi ha a disposizione una maggiore quantità di beni e servizi, ma allo stesso tempo dispone di

sempre minori riserve ambientali e naturali. Si può dunque affermare che l’efficienza del sistema

produttivo dal punto di vista economico è cresciuta, ma si è ridotta quella del sistema ecologico

complessivo. A tal punto sarebbe quindi auspicabile una riduzione dei consumi.

Mentre gli squilibri locali possono essere facilmente ignorati, di fronte agli squilibri globali si è

costretti a correre ai ripari. Il PROBLEMA ECOLOGICO è diventato uno degli aspetti più

inquietanti della globalizzazione. Tra i danni più evidenti vi è l’inquinamento. Mentre le principali

alterazioni irreversibili dell’ecosistema sono la riduzione di risorse naturali e della biodiversità.

La DESERTIFICAZIONE è un tipo di alterazione ambientale che consiste nella perdita di fertilità

con la conseguente trasformazione in deserti di vaste aree. Questa può avvenire per cause naturali,

principalmente per cambiamenti climatici; ma in questo caso si tratta di lente trasformazioni, che

producono effetti nell’arco di centinaia di anni. Con ‘intervento dell’uomo i processi di

desertificazione si sono enormemente accelerati a causa dell’eccessivo sfruttamento agricolo del

suolo, del disboscamento e del sovrapascolamento.

L’IMPRONTA ECOLOGICA è un metodo che ci permette di valutare il problema dei consumi

disuguali tra le varie parti del mondo. Si tratta di calcolare l’area del fattore terra (ossia la quantità

di terra produttiva e di mare necessaria ad un individuo per produrre tutte le risorse di cui necessita

e per assorbire i rifiuti che produce). Per valutare i consumi di un paese si aggiungono le

importazioni e si sottraggono le esportazioni; mentre per il bilancio energetico si tiene conto

dell’energia prodotta localmente e di quella consumata. Il risultato viene diviso per il numero di

abitanti in modo da avere l’impronta ecologica media di una data popolazione.

Lo squilibrio ambientale che crea maggiori preoccupazioni a livello globale è l’EFFETTO

SERRA, ossia l’innalzamento della temperatura terrestre a causa dell’eccessiva immissione di CO .

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Con il termine SVILUPPO SOSTEMIBILE si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni delle

generazioni presenti, senza compromettere il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni future.

Tale sviluppo sostenibile si basa su:

 L’integrità dell’ecosistema: consiste nel mantenere il geosistema e gli ecosistemi integri,

occorre quindi limitare le emissioni inquinanti ed evitare alterazioni irreversibili che

provocano squilibri ambientali:

 L’efficienza economica: intesa considerando non solo i costi e i vantaggi immediati

connessi con l’uso delle risorse e dell’ambiente, ma anche quelli a lungo periodo. È

dunque efficiente un sistema economico che garantisce il massimo della produzione e di

consumi compatibili con gli squilibri economici, permettendo di mantenere costanti nel

tempo le potenzialità dell’ambiente.

 L’Equità sociale: - intragenerazionale, cioè all’interno di ogni comunità umana in un

determinato periodo storico. Essa consiste nella possibilità di

accedere alle risorse, come equa distribuzione dei redditi, ma anche

come diritto di ogni persona.

- intergenerazionale, cioè riferita alle generazione future. Consiste

nell’operare senza impedire alle generazioni future di servirsi

dell’ecosistema e delle sue risorse almeno nella stessa misura e negli

stessi termini con cui ne fruiscono le presenti generazioni.

Secondo i Paesi sviluppati (sostenibilità debole), che hanno pieno accesso alle risorse e tendono a

mantenere alti i consumi, esiste una possibilità di sostituzione tra capitale naturale e capitale

prodotto dall’uomo; e quindi ogni generazione potrebbe impoverire gli ambienti naturali purché

accresca il valore e la qualità dell’ambiente prodotto artificialmente. Secondo invece i Paesi più

arretrati (sostenibilità forte), che non sono in grado di fruire delle risorse in maniera soddisfacente,

si deve lasciare alle generazioni future l’intero stock di capitale naturale, il quale non è sostituibile

da quello artificialmente prodotto dall’uomo.

La SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE prevede che la qualità dell’ambiente sia difesa dagli

inquinamenti e dalle emissioni di rifiuti.

La SOSTENIBILITÀ ECONOMICA consiste nel perseguire l’efficienza economica attraverso

un’attenta gestione delle risorse in modo da non giungere ad un loro esaurimento.

La SOSTENIBILITÀ DEMOGRAFICA prende in considerazione il numero di abitanti a cui un

determinato territorio riesce ad offrire un livello di vita equo.

La SOSTENIBILITÀ SOCIALE riguarda la presenza di disuguaglianze nella distribuzione del

reddito e nelle condizioni di vita.

La SOSTENIBILITÀ GEOGRAFICA consiste nell’evitare gli squilibri territoriali nella

distribuzione della popolazione, delle attività economiche, nello sfruttamento del suolo e delle

risorse.

La SOSTENIBILITÀ CULTURALE tende a preservare le peculiarità delle singole culture.

Il degrado ambientale causato dagli eccessivi prelievi ed immissioni da e nell’ambiente ha dato

luogo al nascere del MERCATO DELLE RISORSE NATURALI.

Nella CONFERENZA DELL’ONU A STOCCOLMA (1972) il problema più trattato fu quello

dell’inquinamento, che rivelò il contrasto tra i paesi industrializzati ( i quali volevano porre un freno

ai danni causati all’ambiente e chiedevano ai paesi del Sud del mondo di adottare anch’essi misure

adeguate, senza rendersi conto che i principali colpevoli di tali danni erano essi stessi, con il loro

tipo di sviluppo) e paesi del Sud del mondo (che si vedevano chiedere sacrifici avendo contribuito

in minima parte agli squilibri e senza averne avuto particolari vantaggi).

Il principale scopo della CONFERENZA DI RIO DE JANEIRO (1992) era di definire uno

sviluppo sostenibile a livello planetario evidenziando i tipi di comportamento e i compiti dei vari

paesi nel perseguirlo. I paesi più ricchi avrebbero dovuto aiutare finanziariamente quelli più poveri

(purché questi ultimi avessero adottato misure di protezione ambientale), e inoltre avrebbero dovuto

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accettare di riconvertire il processo produttivo in una prospettiva di rispetto ambientale. Anche se

non vi erano precisi obblighi circa il rispetto di tali condizioni.

Con il PROTOCOLLO DI KYOTO (1997) i paesi firmatari si impegnavano a ridurre l’emissione

dei principali gas serra.

LA POPOLAZIONE

Il TASSO DI CRESCITA è dato dalla differenza tra tasso di natalità (numero di nati ogni 1.000

persone) e tasso di mortalità (numero di morti ogni 1.000 persone). Se il numero delle nascite

supera quello delle morti il tasso di crescita è positivo e la popolazione aumenta.

L’ESPLOSIONE DEMOGRAFICA consiste nel rapido aumento del tasso di crescita della

popolazione. La crescita della popolazione (ottenuta grazie ai miglioramenti delle condizioni di vita

e ai progressi della medicina) non segue un andamento uniforme su tutte le parti del globo, ma è

anzi molto squilibrata con paesi i cui la popolazione aumenta a ritmi elevati e altri in cui

diminuisce. Vi sono inoltre paesi in cui l’aumento delle risorse è più che proporzionale all’aumento

demografico, e quelli in cui la popolazione già povera cresce più rapidamente delle risorse

disponibili. Dal punto di vista demografico il mondo risulta diviso in due parti: da una parte vi sono

i paesi sviluppati con crescita demografica debolissima; dall’altra invece vi sono i paesi del Sud del

mondo che sono i principali protagonisti dell’aumento demografico.

Secondo la TEORIA DELLA TRANSIZIONE DEMORAFICA vi è un regime demografico antico

e uno moderno separati da una fase di transizione.

Il regime demografico antico è caratterizzato da elevati tassi di natalità a cui corrispondono altri

elevati assi di mortalità. Il saldo naturale infatti è prossimo allo zero.

Lo stadio di transizione si divide a sua volta in due fasi: l’una caratterizzata da una riduzione della

mortalità (per effetto delle migliori condizioni di vita e dell’introduzione delle cure mediche), che fa

registrare un saldo naturale fortemente positivo; e l’altra caratterizzata dalla riduzione del tasso di

natalità (come conseguenza della mutata situazione sociale), che fa registrare un rallentamento nella

crescita demografica.

Infine vi è il regime demografico moderno in cui il tasso di natalità continua a diminuire, fino ad

eguagliare quello di mortalità; si raggiunge così un livello di crescita zero, per poi passare i alcuni

periodi ad un saldo addirittura negativo.

La superficie delle terre emerse detta ECUMENE presenta densità di popolazione fortemente

variabili. Il continente più popolato è l’Asia, seguita dall’Europa, mentre i valori più bassi si

registrano in Oceania e America meridionale.

La popolazione di un territorio varia oltre che per movimento naturale anche per MOVIMENTO

MIGRATORIO. I principali fattori che generano questi flussi migratori sono:

- la transizione demografica, che determina migrazioni dalle zone più povere a quelle ricche;

- la forte differenza nel reddito e nella qualità della vita dei diversi paesi, che spinge molti

individui a trasferirsi nelle aree che possono offrirgli una vita migliore;

- la mondializzazione dei trasporti e delle comunicazioni, che tende a ridurre non solo le distanze

fisiche, ma anche quelle culturali.

Tra gli immigrati abbiamo i migranti per lavoro e i rifugiati politici. Per quanto riguarda la

categoria dei migranti per lavoro, quelli derivanti dal Sud del mondo rappresentano, per i paesi

sviluppati, una manodopera poco costosa, che si adatta a lavori spiacevoli e pericolosi, spesso

rifiutati dai lavoratori locali.

Mentre i rifugiati politici sono immigrati che hanno scelto di abbandonare il loro paese o ne sono

stati espulsi con la forza; essi vengono essenzialmente da paesi con conflitti interni.

La POPOLAZIONE ATTIVA è data dall’insieme delle persone in età lavorativa, che lavorano o

che sono in carca di un lavoro. La percentuale degli attivi sul totale della popolazione dipende

molto dalla struttura per età della popolazione stessa. La popolazione attiva comprende anche i

disoccupati, ossia coloro che, pur essendo in età lavorativa, non hanno un lavoro. 7

La DISOCCUPAZIONE NEI PAESI INDUSTRIALIZZATI è legata alle politiche per il lavoro:

infatti una deregolamentazione del lavoro determina maggiori assunzioni, ma non garantisce i

lavoratori da forme di precariato. In tali paesi una disoccupazione del 3-4% è fisiologica.

La DISOCCUPAZIONE NEI PAESI DEL SUD DEL MONDO registra tassi più elevati di quella

dei paesi industrializzati soprattutto per quanto riguarda le donne.

La SANITÀ è una caratteristica della popolazione che riveste notevole importanza sia dal punto di

vista sociale, che della produttività del capitale. Sotto questo aspetto esistono ancora forti squilibri

tra i paesi ricchi e quelli poveri.

L’ISTRUZIONE in una società moderna o che aspiri a diventarlo è necessaria per poter partecipare

alla vita civile e politica, ma soprattutto per inserirsi nel mondo del lavoro.

L’ORANIZZAZIOE TERRITORIALE DEGLI SPAZI AGRICOLI

I fattori fisici (clima, rilievo e qualità del terreno) impediscono l’agricoltura su una parte cospicua

della superficie emersa del pianeta. Per quanto riguarda il CLIMA una temperatura minima di 5-

7°C è necessaria per la germinazione del seme. Il numero medio di giorni con temperature superiori

a questa soglia determina la durata della stagione agricola.

Per quanto concerne il fattore ACQUA invece, tutti i vegetali hanno bisogno di quantità variabili di

acqua soprattutto all’inizio del periodo vegetativo, mentre piogge eccessive sul finire di tale periodo

possono provocare seri danni al raccolto.

Con riguardo al RILIEVO all’aumentare dell’altitudine, diminuisce la temperatura, aumentano le

precipitazioni e si intensificano i venti. La pendenza del terreno incide significativamente sui tipi e

sui metodi di coltura; infatti nelle regione montuose è stato possibile porre a coltura pendici anche

molto scoscese, solo grazie a complesse opere di terrazzamento. Ma questi tipi di sistemazioni sono

possibili solo per quelle colture altamente redditizie e solo in quei paesi con eccesso di manodopera

agricola.

Il SUOLO è il substrato indispensabile per le coltivazioni. Esso si genera dalla degradazione della

superficie terrestre ad opera degli agenti atmosferici. Su di esso a seconda del tipo di clima si

sviluppa un determinato tipo di flora. I suoli naturali sono quelli su cui non si è ancora esercitata

l’azione dell’uomo. Quando un suolo viene utilizzato per l’agricoltura, da naturale diviene suolo

agrario, e la sua composizione e fertilità possono subire delle modifiche. Un tipo di agricoltura che

sfrutta i suoli senza curarsi di rinnovarli, li impoverisce, fino a renderli improduttivi. In un sistema

agricolo razionale invece i suoli non solo vengono reintegrati, mediante concimazione, delle

sostanze prelevate dalle coltivazioni, ma vengono continuamente migliorati mediante lavorazione

profonda, alternanza di colture e correttivi.

La REGIONE EQUATORIALE è caratterizzata da un clima caldo-umido; possiede una fitta

vegetazione forestale, che in alcune zone è sostituita da un’agricoltura commerciale e speculativa

(cacao e caucciù) o dalla rudimentale agricoltura di sussistenza.

La SAVANA è situata nella zona intertropicale; presenta clima secco con precipitazioni stagionali e

temperature elevate; è praticata la pastorizia e la monocultura di caffé, zucchero e frutta.

Le REGIONI DESERTICHE CALDE presentano un suolo estremamente arido; viene praticato a

mala pena l‘allevamento; le oasi costituiscono le uniche zone dove è possibile la coltivazione di

mais, cotone, canna da zucchero e palma.

Le REGIONI MONSONICHE sono caratterizzate da temperature elevate e forti precipitazioni

stagionali;possiedono una fitta vegetazione naturale in parte sostituita da un’agricoltura di

sussistenza intensiva (riso).

Le REGIONI MEDITERRANEE presentano estati calde e inverni miti con precipitazioni

prevalentemente concentrate nei mesi invernali; è praticata sia la pastorizia che l’agricoltura

(agrumi, olio,vite); nei latifondi la proprietà agricola tende ad essere coltivata intensivamente.

Le REGIONI TEMPERATE presentano estati fresche e inverni miti; comprendono le principali

aree agricole del pianeta; predominano la pastorizia, l’allevamento intensivo, gli ortaggi e i cereali. 8

La TUNDRA è caratterizzata da inverni rigidi ed estati brevi; presenta un’agricoltura rarefatta

interamente di sussistenza; sono praticate la pastorizia, la caccia e la pesca.

L’AGRICOLTURA nella sua forma moderna presuppone la separazione fisica tra luogo di

produzione e luogo di consumo, per cui necessita di propri sistemi commerciali e reti di trasporto

dei prodotti. Il progresso tecnico in agricoltura si manifesta nella crescente capacità di controllo e

trasformazione delle condizioni naturali. Nel campo dell’agricoltura le aree maggiormente

produttive non corrispondono necessariamente ai più alti livelli di produttività biologica, infatti

l’intervento umano risulta decisivo nell’attenuare quei condizionamenti posti dall’ambiente fisico.

Gli effetti della tecnologia sull’agricoltura possono essere valutati mediante il rapporto tra

estensione della superficie coltivata e quella potenzialmente arabile (che rappresenta circa il doppio

di quella attualmente utilizzata).

Le DEFORESTAZIONI attuate nella zona intertropicale per far posto ad un’agricoltura e ad un

allevamento speculativi, hanno spezzato il particolare equilibrio ecologico esistente a favore di

un’agricoltura instabile e poco redditizia.

Nei PAESI SOTTOSVILUPPATI la grande proprietà indica il persistere di rapporti sociali

squilibrati ed è all’origine di profonde disuguaglianze nella distribuzione del benessere.

La RIFORMA AGRARIA (cominciata nel secondo dopoguerra) prevede la divisione delle terre in

piccole e medie proprietà per migliorare le tecniche colturali, per accrescere la produzione agricola

ed eliminare le disuguaglianze alla base delle conflittualità sociali. Essa si realizza mediante

espropriazione, che può essere a titolo oneroso, se prevede il versamento di un indennizzo nei

confronti del proprietario calcolato sulla base del valore commerciale del suolo stesso; o può

avvenire mediante confisca e dunque senza il corrispettivo.

Dopo la seconda guerra mondiale l’evoluzione agricola è stata segnata da due distinte fasi:

- La FASE PRODUTTIVISTICA caratterizzata da un processo di modernizzazione, che

comprende al suo interno l’intensificazione, la concentrazione e la specializzazione della

produzione;

- La FASE POST-PRODUTTIVISTICA caratterizzata dalla riduzione dei volumi produttivi (per

limitare le eccedenze prodotte), dall’introduzione di varietà maggiormente concorrenziali sui

mercati mondiali e di più severi regolamenti sulla salvaguardia ambientale.

La RIVOLUZIONE VERDE (che indica il processo di ammodernamento agricolo), si basa sul

trasferimento del modello agricolo dei paesi sviluppati nell’agricoltura dei paesi in via di sviluppo.

La GENE REVOLUTION (per molti versi contrapposta alla precedente) ha come obiettivo

principale, la modifica del patrimonio genetico delle specie vegetali, ottenuta tramite l’inserimento

in laboratorio di caratteri derivanti da altre specie, in modo da ottenere nuove varietà di piante,

chiamate transgeniche. Queste presentano una maggiore resistenza climatica o all’attacco dei

parassiti, una maggiore resa produttiva o nutrizionale. Le biotecnologie possono dunque contribuire

a ridurre la povertà e la fame nel mondo, ma in alcuni stati incontrano elle resistenze poiché

vengono percepite dall’opinione pubblica come non naturali.

La POLITICA AGRICOLA COMUNITARA (PAC) si ispira a tre principi fondamentali:

- L’unicità del mercato europeo, che implica la libera e completa circolazione dei prodotti

agricoli fra i paesi membri;

- Le preferenze comunitarie, che assicurano la protezione dei mercati europei rispetto alle

importazioni, infatti viene imposto ai paesi membri di acquistare i prodotti agricoli all’interno

dell’Unione;

- La sovvenzione all’esportazione, che consiste nel pagamento, ai produttori che esportano sui

mercati esterni le eccedenze produttive, del prezzo in vigore nell’Unione (dal momento che i

prezzi in Europa sono generalmente più elevati di quelli praticati sui mercati esterni).

I grandi sistemi di produzione comprendono l’agricoltura contadina o tradizionale e l’agricoltura

capitalistica.

L’AGRICOLTURA CONTADINA TRADIZIONALE è diffusa prevalentemente nei paesi

sottosviluppati, occupa una consistente quota di lavoratori, ma i livelli di produzione sono modesti. 9

Gi agricoltori sono piccoli proprietari con limitate capacità di acquistare attrezzature e fertilizzanti,

perciò essa è essenzialmente rivolta all’autoconsumo. È inoltre un’agricoltura policolturale, dal

momento che prevede la coltivazione di più specie vegetali in una stessa area.

L’AGRICOLTURA CAPITALISICA dipende dal mercato e assume le forme produttive che

consentono di massimizzare i profitti. Caratteristica molto importante di questo tipo di agricoltura è

la grande impresa agroindustriale, che prevede:

- la stretta relazione tra agricoltura e industria alimentare (tali imprese controllano l’intero ciclo

produttivo, dalla produzione, alla trasformazione e alla commercializzazione dei prodotti);

- il dominio crescente dell’industria sull’agricoltura (la maggior parte del valore aggiunto deriva

dal processo industriale);

- la realizzazione delle diverse fasi della produzione in un’unica grande impresa.

Un'altra caratteristica di questo tipo di agricoltura è la monocoltura, ovvero la specializzazione in un

unico prodotto; essa permette una maggiore efficienza e dei minori costi di produzione, grazie

all’impiego di tecniche specifiche e alla specializzazione del lavoro, ma provoca tuttavia un più

rapido esaurimento della fertilità dei terreni, l’esposizione ai rischi derivanti dalle variazioni della

domanda o dalle variazioni climatiche.

L’agricoltura contemporanea si suddivide i 5 grandi tipologie:

- L’AGRICOLTURA DI SUSSISTENZA comprende i sistemi agricoli ad elevata intensità di

lavoro manuale che prevedono limitati scambi di prodotti con i gruppi vicini; tali scambi

possono avvenire sia in moneta che in natura, sebbene questo tipo di agricoltura, esercitata

mediante tecniche tradizionali, sia destinata prevalentemente al consumo diretto.

Nell’agricoltura di sussistenza vi è la sottoutilizzazione del potenziale agricolo, infatti è molto

diffuso il fenomeno della miseria rurale, che sfocia in alcuni casi in situazioni di

sottoalimentazione. Vi sono tre tipologie di agricoltura di sussistenza: l’agricoltura di

sussistenza ad alta intensità di lavoro (presente dove le colture predominano sull’allevamento

ed il territorio è esiguo se rapportato alla elevata densità della popolazione); l’agricoltura

itinerante del ladang (tipica della zona tropicale umida; essa viene praticata in seguito

all’abbattimento della foresta; la popolazioni vive in piccoli villaggi e adibisce di volta in volta,

secondo un preciso schema, i terreni circostanti a coltivazione); l’agricoltura delle oasi (tende a

sfruttare al massimo le poche zone umide presenti in regioni fortemente aride).

- L’AGRICOLTURA COMMERCIALE CONTADINA è un tipo di agricoltura specializzata e

legata alla meccanizzazione e all’adozione di nuove tecniche colturali. I suoi prodotti sono

destinati a mercati relativamente vicini al luogo di produzione. L’agricoltura commerciale

contadina è caratterizzata da un elevato prezzo dei terreni adibiti a coltivazione, soprattutto in

prossimità dei centri urbani e nelle regioni a coltura altamente specializzata; è concorrenziale

con le altre attività per quanto riguarda il costo del lavoro e l’occupazione del suolo; ed infine

ha teso sempre verso una crescente specializzazione, tale da permettere rese produttive elevate.

- L’AGRICOLTURA SPECULATIVA DI PIANTAGIONE è volta principalmente

all’esportazione, per questo tende a localizzarsi lungo le coste e le vie navigabili interne. Essa

fornisce un limitato numero di prodotti, ognuno dei quali proviene da una zona specializzata

esclusivamente in quella produzione. Questo tipo di agricoltura costituisce uno dei fattori

responsabili dei consistenti flussi di migrazione dalle campagne alle città.

- L’AGRICOLTURA CAPITALISTICA DEI GRANDI SPAZI è un’agricoltura specializzata,

altamente speculativa e caratterizzata dalla grande distanza che intercorre tra aree di produzione

e luoghi di consumo. Si localizza in regioni temperate, scarsamente popolose, comprese in

territori di paesi industrializzati. È caratterizzata da un basso rendimento circa la produzione, da

una scarsa quantità di manodopera e da alti investimenti.

- L’AGRICOLTURA SOCIALIZZATA.

LA PRODUZIONE MINERARIA ED ENERGETICA 10

Tra le materie prime minerarie si distinguono i minerali metallici e i minerali non metallici. I

metalli preziosi (oro, argento, tugstenio) si caratterizzano per la oro elevata resistenza al calore e

all’azione degli agenti chimici e per la loro compattezza.

Le RISORSE MINERARIE sono costituite dalla quantità dei minerali scoperti, il cui volume è

stato stimato e il cui sfruttamento è economicamente e tecnologicamente possibile.

Le RISERVE sono quella parte delle risorse effettivamente disponibili e immediatamente

sfruttabili.

Sotto il profili merceologico si distinguono le FONTI USATE COME COMBUSTIBILE nella

produzione termoelettrica, dalle FONTI DI ENERGIA NATURALE (come le acque correnti

l’irradiamento solare, il calore interno della crosta terrestre).

Le FONTI ENERGETICHE NON RINNOVABILI sono quelle che utilizzano risorse minerarie e

producono scorie ed inquinamento, mentre le FONTI ENERGETICHE RINNOVABILI utilizzano

la biomassa e le fonti energetiche maturali, senza produrre inquinamento.

La maggior parte dell’energia di cui usufruiamo proviene da fonti energetiche non rinnovabili,

come il PETROLIO (si caratterizza per la sua flessibilità di fronte alle variazioni della domanda e

per la sua facile trasportabilità), l’ENERGIA NUCLEARE (altamente costosa e difficilmente

trasportabile) e il CARBONE (richiede ingenti investimenti per l’estrazione e per il trasporto).

Le ENERGIE ALTERNATIVE (forme di produzione energetica basate su fonti rinnovabili, che

dunque non alterano l’equilibrio naturale) hanno registrato uno sviluppo al livello di popolarità, ma

non di utilizzo. Tra queste abbiamo:

- ENERGIA OTTENUTA DAL CALORE, che a sua volta può essere solare (la radiazione

solare viene catturata e utilizzata direttamente sotto forma di calore o trasformata in energia

elettrica), geotermica (utilizza il calore interno della terra emesso in superficie tramite acqua o

vapore a temperatura elevata; l’acqua può essere utilizzata per il riscaldamento domestico o per

produrre elettricità) o derivante dal gradiente termico degli oceani (ossia le differenze di

temperatura tra acque superficiali e acque profonde);

- ENERGIA OTTENUTA DAI MOVIMENTI NATURALI, che a sua volta può essere eolica

(data dall’utilizzo dei venti) o marina (utilizza l’alternanza delle maree);

- ENERGIA CONTENUTA NELLA BIOMASSA VEGETALE E ANIMALE, che sfrutta la

trasformazione della materia organica in fonte energetica.

Le FONTI ENERGETICHE ALTERNATIVE non prevedono nei fatti fenomeni di esaurimento,

creano maggiore occupazione e non producono inquinamento, ma occupano molto spazio e

necessitano di grandi quantità di energia per fabbricare i componenti necessari al loro utilizzo.

Lo SVILUPPO INDUSTRIALE si è realizzato fin ora con la consapevolezza che le risorse

terrestri fossero illimitate, o comunque non pienamente sfruttate, e che comunque fosse sempre

possibile rinvenire a delle fonti sostitutive. Ma, trattandosi di risorse non rinnovabili, con il passare

del tempo si è venuto ad imporre quel concetto di esauribilità, che ha incentivato nuove attività di

prospezione e, allo stesso tempo, politiche di risparmio, sostituzione e riciclaggio delle risorse

minerarie. Le imprese di fronte al costo derivante dal riciclaggio dei minerali, trovano più

conveniente l’utilizzo di nuovi materiali.

È possibile sintetizzare la GEOGRAFIA MINERARIA individuando 4 grandi situazioni regionali:

- L’Europa occidentale e il Giappone (aree altamente consumatrici ma scarsamente dotate di

materie prime);

- L’America settentrionale (area altamente consumatrice ed esportatrice di taluni minerali);

- La Russia e l’Est europeo (area esportatrice);

- I paesi sottosviluppati (area prevalentemente esportatrice).

L’ENERGIA IDROELETTRICA caratterizza i paesi e le regioni maggiormente ricchi di fonti

idriche.

L’ENERGIA DA CARBONE è facilmente trasportabile e dunque presenta una localizzazione non

rigida. Questa può essere considerata una fonte energetica alternativa data l’ingente quantità di

giacimenti accertati, nei confronti del petrolio e dell’energia nucleare. Il carbone non è diventato la

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principale fonte energetica a causa dei lunghi tempi di attivazione di giacimenti e di adeguamento

dei sistemi di trasporto, l‘elevato inquinamento ambientale prodotto dalla sua combustione e il

minor contenuto calorico rispetto alle altre fonti.

L’ENERGIA DA IDROCARBURI presenta una notevole diffusione sulla superficie terrestre. Il

petrolio e il gas naturale sono spesso estratti congiuntamente, ma mentre il petrolio è facilmente

immagazzinabile gia sul luogo di estrazione e trasportabile con una pluralità di mezzi, il gas

naturale è difficile da immagazzinare ed è trasportabile solo tramite gasdotti. Inoltre mentre per il

petrolio vi è una grande distanza tra centri di estrazione e principali aree di consumo, il gas

naturale può essere utilizzato in aree vicine ai luoghi di estrazione.

La produzione di ENRGIA NUCLEARE è scindibile in due fasi. La prima consiste

nell’approvvigionamento dell’uranio e nell’esecuzione di una serie di operazioni per renderlo

utilizzabile; la seconda fase comprende l’immagazzinamento del combustibile, la sua fissione nelle

centrali, il ritrattamento delle scorie ancora utilizzabili e l’accumulazione delle scorie finali. L‘uso

dell’energia nucleare richiede elevati costi di trasporto e impianti che necessitano di ingenti

investimenti e lunghi tempi di costruzione. Le fasi di produzione dell’energia nucleare sono

soggette a rigidi regolamenti nazionali e internazionali, proprio a causa dell’alta pericolosità del

ciclo di produzione. Molti paesi si sono dotati di centrali nucleari anche per accrescere la loro

potenza a livello militare. L’impatto ambientale delle centrali nucleari comporta problemi come

l’emissione di acqua a temperature elevate che altera gli ecosistemi, lo smaltimento delle scorie e il

rischio di fughe radioattive.

Nella GEOGRAFIA MINERARIA il valore di una determinata riserva di materiale dipende dalla

misura in cui essa è economicamente sfruttabile. Dal momento che il costo dei trasporti ha subito

una notevole riduzione, i giacimenti situati nelle vecchie regioni industriali sono stati abbandonati a

favore di altri, a più ricco tenore, siti in paesi sottosviluppati. Tale riduzione del costo dei trasporti

insieme all’aumento della domanda ha provocato l’allargamento dell’area di estrazione ed ha

accresciuto la resa dei giacimenti minerari marginali. L’attività mineraria produce delle

trasformazioni negative del paesaggio e dell’ambiente, come la presenza di impianti, linee

ferroviarie, aree disboscate, superfici ingombre di detriti, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria e la

distruzione dell’ecosistema. La realizzazione dei profitti nel settore minerario è procrastinata nel

tempo e dipende dalla domanda e dalle fluttuazioni di prezzo future. Le variazioni di prezzo

incidono sulla scelta del deposito da porre a sfruttamento.

L’INDUSTRIA MANIFATTURIERA

L’ATTIVITÀ INDUSTRIALE è costituita da tre fasi:

Approvvigionamento di materie prime o semilavorati che vengono riuniti in un determinato

- luogo dove si procede alla loro trasformazione.

Trasformazione (o produzione) delle materie prime e dei componenti nel prodotto finito. Più

- lunga e complessa è la trasformazione subita dai materiali, più ampio sarà il valore aggiunto,

ossia il valore che il bene prodotto acquisisce nel corso del processo produttivo (differenza tra

valore iniziale del materiale e valore del prodotto finito).

Distribuzione e collocazione dei beni sul mercato

-

L’ATTIVITÀ MANIFATTURIERA consiste nella trasformazione delle materie prime o

nell’assemblaggio di semilavorati da cui si ottiene un prodotto nuovo. Nel sistema economico

l’industria instaura una serie di relazioni che diventano sempre più complesse, man mano che si

procede con lo sviluppo industriale. È dunque possibile distinguere tre tipi di rapporti tecnico-

funzionali:

- Verticali (si hanno quando una serie di processi produttivi sono legati l’uno all’altro in

successione e contribuiscono alla graduale trasformazione della materia prima in prodotto

finito; se le varie fasi sono realizzate da imprese diverse si avrà disintegrazione verticale, se

invece queste sono realizzate all’interno di una singola impresa si avrà integrazione verticale);


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Celant Attilio.

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