Capitolo I: Alle origini di Roma
Roma prima di Roma
Nel V libro dell’opera “Ab Urbe Condita”, Tito Livio offre una descrizione geografica del sito su cui è sorta Roma: a parlare è Camillo, considerato il secondo fondatore di Roma, che incita i Romani a rifondare la città dopo il saccheggio dei Galli, sul sito originale. Nel passo Tito Livio parla di un “paesaggio familiare alla vista” che sembra anticipare la codificazione di una geografia della percezione arricchita di valori psicologici, nata solo nel ’900. Del paesaggio famigliare descritto da Tito Livio è ancora presente l’immagine del Tevere, mentre quasi assente è quella della verticalità dei colli.
Un’altra fonte antica autorevole è l’opera di Cicerone, che spiega (nel “De Re Publica”) in modo dettagliato i fattori che hanno spinto a situare la città nel sito originale. Innanzitutto, la posizione né troppo vicina, né troppo lontana dal mare sembrava ottimale per controllare attacchi marini: il fiume poi, in posizione strategica per gli scambi commerciali, e i colli che consentivano di sfuggire alle esalazioni malariche delle vallate paludose (che richiederanno sempre l’intervento dell’uomo nei secoli successivi).
Un sito plasmato dall'acqua e dal fuoco
L’area in cui sarebbe sorta Roma, nel Pliocene si presentava come un grande bacino depresso e invaso dal mare. Fino a poco meno di un milione di anni fa, tutta l’area era occupata da sedimentazioni marine: tutti i territori più antichi che affiorano nell’area romana, sono costituiti da depositi marini del Pliocene inferiore che, grazie alla microfauna contenuta nelle sabbie e nelle argille, hanno permesso la datazione stratigrafica.
Ancora durante il Pliocene, l’area tra la costa tirrenica e la catena appenninica subisce un sollevamento lento e graduale, grazie alle sedimentazioni deposte dal Paleotevere, ovvero l’antico corso del Tevere. Nel frattempo avvengono una serie di dislocazioni provocate da movimenti tettonici; le faglie in direzione nord-sud fanno ribassare il settore che sarà occupato dal centro storico e isolano la dorsale formata da Monte Mario, Monte Vaticano e Gianicolo.
600.000 anni fa, infatti, ha inizio l’attività dei vulcani laziali (a sud-est il distretto vulcanico dei Colli Albani, a nord-ovest quello dei Colli Sabatini). Le colate piroclastiche riempiono le depressioni più profonde, mentre i prodotti di ricaduta (lapilli, ceneri ecc.) ricoprono di uno spesso strato l’assetto preesistente e, inoltre, compattati dalle acque piovane, formano un vasto tavolato di tufo. Questi avvenimenti modificano anche l’idrografia: le colate del distretto vulcanico dei Colli Albani sbarrano il corso del Paleotevere, costretto così a prendere il corso attuale.
Circa 18.000 anni fa, alla fine del periodo glaciale würmiano, l’abbassamento del livello del mare provoca una forte erosione dei terreni. L’alveo del Tevere e i suoi affluenti scavano fino a creare vallate che scoprono i sedimenti del Pliocene: queste vallate, in seguito all’innalzamento del livello marino, saranno riempite per 60 metri da depositi alluvionali recenti.
La serie di eventi ha contribuito non solo alla morfologia di Roma, ma anche all’applicazione dei prodotti sulle tecniche costruttive, come l’uso del tufo, del travertino (pietra tiburtina) e in seguito dell’argilla. Questi materiali determinano quel “colore di Roma”, caratterizzato prevalentemente dal giallo ocra e da una gamma di bruni, che nel centro storico si deve soprattutto all’utilizzo del mattone e del travertino.
La fondazione leggendaria
Tito Livio ha tramandato, ancora nell’opera “Ab Urbe Condita”, la leggenda legata alla fondazione di Roma. La vicenda si sviluppa tra i pastori latini, discendenti di Enea e suo figlio Iulo fondatore di Albalonga. Sul trono di Albalonga salì Proca, il quale generò Numitore e Amulio. Amulio cacciò Numitore e regnò dopo averne ucciso i discendenti maschi.
Costrinse la figlia femmina, Rea Silvia, a diventare sacerdotessa di Vesta, ma diede alla luce due gemelli attribuendone la paternità al dio Marte. Amulio la fece imprigionare e ordinò di annegare i neonati nel Tevere. Il fiume, però, era straripato e i servi del re lasciarono la cesta coi fanciulli in una pozza. Quando le acque si ritirarono, la leggenda vuole che una lupa scese dai monti e li allattò dopo aver sentito i vagiti.
In seguito li ritrovò il pastore Faustolo, che li prese e li allevò insieme alla moglie Acca Larenzia. Una volta cresciuti, Numitore li riconobbe come suoi nipoti e con l’aiuto dei pastori uccisero Amulio. Fondarono una città nello stesso posto in cui furono educati, e prese il nome da Romolo quando Remo morì (l’autore ci dà due possibili cause della sua morte: 1) durante una zuffa sanguinosa 2) ucciso dal fratello). La fondazione di Roma sarebbe avvenuta il 21 aprile del 753 a.C.
Tito Livio afferma che il nome della città deriva da quello del suo primo re, mentre in realtà dovrebbe derivare dall’etrusco Rumon o Ruma, ovvero “città del fiume”. Alcuni scavi della metà del ‘900 confermerebbero il fatto che, come dice la leggenda, Roma sia stata fondata sul colle Palatino: lì, infatti, sono stati ritrovati i resti di tre capanne dell’età del ferro, proprio dove doveva essere situata la casa Romuli.
Il pomerio, prima della città
Tito Livio parla del pomerio, che nella Roma antica era uno spazio di terreno esterno e intorno alle mura della città, considerato sacro e in cui non era lecito costruire e arare. Questo, che potrebbe avere un’origine etrusca, divenne presto un confine giuridico. Negli “Annales”, lo storico latino Tacito ci fornisce una ricca serie d’informazioni sul pomerio. Una di queste riguarda il suo punto d’origine, che doveva situarsi presso il Germalo, ovvero il pendio del colle Palatino verso la vallata acquitrinosa che si estendeva verso il Tevere. È lì che secondo la leggenda sarebbe arenata la cesta con i gemelli Romolo e Remo.
Tacito ricorda anche che, secondo un’antica tradizione, a coloro i quali allargavano i confini dell’impero era concesso allargare anche i confini della città. Il pomerio di Romolo ebbe origine sulle sponde del Tevere nell’area del Foro Boario, vicino all’isola Tiberina, un’area importante a livello economico-commerciale, nella quale s’incrociavano genti e culture diverse (Latini, Sabini, Etruschi, Greci, Fenici e Focei). Proprio questi movimenti commerciali hanno contribuito alla veloce espansione dell’importanza economica e culturale della città.
La Roma dei sette re e dei sette colli
Durante il periodo monarchico, durato due secoli e mezzo dalla fondazione della città, la nuova entità urbana si afferma e comincia il processo d’espansione: le colonie più antiche in un primo momento formano un cerchio intorno al Colle Palatino. I due quartieri della città più antica sono il Palatino e la Subura. Tra questi nasce subito un forte antagonismo, come afferma Teodoro Mommsen in “Storia di Roma”. A questi due quartieri, si unisce l’Esquilino: in seguito Servio Tullio aggiungerà il Viminale ed il Quirinale che andranno a formare il quarto quartiere di Roma. La Roma cinta dalle Mura Serviane di tufo sarà la più grande città dell’epoca.
Il Quirinale, in ogni caso, era già nel VI secolo a.C. centro di una città indipendente che fronteggiava quella palatina. Il toponimo “Quirinale” risale alla presenza di una comunità sabina sul colle che eresse un tempio al dio Quirino (di origine sabina). Nel linguaggio giornalistico moderno si usa l’espressione “salire sul Colle” quando esponenti politici si recano dal presidente nel palazzo del Quirinale; questa espressione, come ci testimonia Teodoro Mommsen, ha una derivazione antichissima.
All’interno delle Mura Serviane, tuttavia, gli elementi delle diverse colonie non si fondono facilmente. Secondo Mommsen, “l’intera Roma sarà stata un insieme di colonie cittadine piuttosto che una città propriamente detta”.
Roma, durante il periodo monarchico, si arricchisce di templi, soprattutto sotto il regno dei Tarquini. Il più importante è quello etrusco-italico sul Campidoglio, dedicato a Giove, Giunone e Minerva. Ai Tarquini si deve anche la bonificazione della palude trasformata in Foro col mercato, mentre a Servio Tullio la costruzione dei templi della Fortuna e della Mater Matuta nel Foro Boario. A Tarquinio il Superbo, infine, si deve il prosciugamento della Valle Murcia e il primo tracciato del Circo Massimo nella stessa.
I colli che connotano il panorama della Roma attuale, sono: Aventino, Campidoglio, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale e Viminale.
Roma nel periodo repubblicano
Nel primo periodo repubblicano, anche il colle Aventino diventa oggetto di edilizia, grazie ad una legge che lo assegna alla plebe. Nel frattempo il Campo Marzio comincia ad urbanizzarsi: poiché particolarmente adatto ad un’edilizia di rappresentanza, vi vengono collocati, oltre ad un tempio di Apollo, i Saepta, ovvero recinti di legno installati durante le elezioni dei consoli per accogliere il gran numero di elettori, e la Villa Publica, ovvero un parco con al centro un edificio destinato alle operazioni dei censori.
In seguito al saccheggio dei Galli intorno al 390 a.C., Roma ha bisogno di una quasi totale riedificazione, che però avvenne in modo molto caotico e disordinato. È così che viene innalzata, tuttavia, una nuova cinta muraria che include anche il colle Aventino. In questi anni viene anche costruito il primo acquedotto, Aqua Appia, ad opera di Appio Claudio, il quale inaugura anche il primo tratto consolare della via Appia. I Romani, facendo arrivare l’acqua in città attraversando monti e vallate attraverso un sistema di arcate, ci danno un grandissimo esempio di ingegneria idraulica.
Nel III secolo a.C. viene costruito il secondo acquedotto, ovvero l’Anio Vetus, ad opera di Curio Dentato e Fulvio Flacco. Ancora nel III secolo a.C. viene edificato il Circo Flaminio, nella zona sud del Campo Marzio, ad opera di Flaminio Nepote. Era utilizzato dalla plebe che vi svolgeva i concilia plebis, giochi simili a quelli del Circo Massimo.
Nel II secolo a.C., in particolare grazie alla vittoria di Roma su Cartagine e alla sua potenza affermatasi nel Mediterraneo, la città si sviluppa anche al suo interno. S’introduce così il “Quadriportico”, una specie di piazza porticata. Quello più famoso giunto a noi, anche se solo in parte, è il Portico di Ottavia: fu Augusto a ricostruire, dedicandolo alla sorella Ottavia, quello che un tempo era il Portico di Metello Macedonico, un grandissimo portico quadrato contenente al suo interno due templi e una biblioteca. Il tempio di Giove del Portico di Ottavia è il primo ad essere costruito interamente in marmo.
Intanto si comincia ad utilizzare un nuovo ed importante materiale da costruzione: il calcestruzzo. Un’altra novità architettonica è la basilica, ovvero un grande spazio coperto che aveva le funzioni del foro durante la cattiva stagione. L’unica del periodo repubblicano di cui ci pervengono i resti è la basilica Emilia. Intanto nella pianura prospiciente al Tevere si sviluppava una zona commerciale e un quartiere collegato al porto fluviale di Ripagrande.
Nel I secolo a.C., in età Sillana, la popolazione di Roma si era fortemente incrementata e si avvertiva l’esigenza di edilizia abitativa popolare. Allo stesso modo acquista sempre più importanza l’opera pubblica, come ci testimonia il Tabularium, che fa ancora oggi da sfondo al Foro Romano, l’archivio più antico dello stato romano dove venivano conservate le tavole bronzee dei trattati con altri stati. Il Tabularium introduce la novità degli archi inquadrati da semicolonne in un ordine architettonico, caratteristica che sarà ripresa nel Colosseo.
Capitolo II: Da caput mundi a civitas dei
Gli spazi della Roma augustea
Durante il periodo monarchico e quello repubblicano, Roma si è imposta come potenza su tutta la penisola e nel mediterraneo. Durante gli anni di potere di Ottaviano Augusto la città attraversa un’importantissima fase di svolta; questi, infatti, fece di Roma la capitale dell’impero nascente, e di conseguenza provvide a darle un assetto adeguato al suo nuovo ruolo. Ed è così che nel 7 a.C. Augusto organizza il territorio, suddividendolo in quattordici “regiones”. Da regiones deriva la denominazione “rioni” data alle 22 suddivisioni del centro storico.
Augusto interviene partendo dal centro cittadino con opere pubbliche, come il miglioramento dei servizi e della rete viaria. Dopo aver dato l’assetto definitivo al Foro Romano e al Foro di Cesare innalzando il tempio del divo Giulio, Augusto comincia a realizzare nel cuore del centro antico il sistema dei Fori Imperiali, ovvero piazze rettangolari porticate con il tempio più imponente su uno dei lati corti. Per decongestionare l’area centrale della città, Augusto acquista le aree edificabili contingenti al Foro di Cesare e vi edifica il Foro di Augusto; nella stessa area saranno costruiti successivamente i Fori di Traiano, di Nerva e della Pace di Vespasiano, caratterizzando così il volto monumentale della Roma imperiale.
Per favorire l’assetto policentrico, Augusto inizia ad ampliare la città, puntando verso il nord-ovest dell’area paludosa del Campo Marzio, che subirà interventi di bonifica. Quest’area, ritenuta sacra, sorge sulla via Lata, proseguimento dell’odierna via del Corso. In questo asse rettilineo vengono situati i sepolcri di personaggi illustri, ed è qui che l’imperatore vorrà il suo Mausoleo. Nei secoli il mausoleo sarà sottoposto a numerosi riusi, fino a diventare un auditorium. Durante il Ventennio Fascista l’auditorium sarà demolito per riportare alla luce il mausoleo. Accanto, sempre durante il Ventennio, viene costruito un padiglione per accogliere l’Ara Pacis Augustae, una delle più pregevoli opere della scultura augustea.
Augusto continua l’opera cominciata da Cesare nella costruzione dei Saepta Iulia, aggiungendoci i portici di Meleagro e degli Argonauti. È sempre Agrippa ad arricchire l’area monumentale con l’edificazione della Basilika di Nettuno e delle Terme, alimentate dal nuovo acquedotto dell’Acqua Vergine. Dopo il Campo Marzio, Augusto comincia ad intervenire sulla parte orientale del colle Esquilino. Quest’area doveva presentarsi particolarmente orrida, giacché all’interno vi erano le fosse comuni dei poveri e degli schiavi, i cui corpi lasciati quasi a cielo aperto erano preda di animali. Sappiamo grazie ad Orazio dell’intervento di Augusto, il quale istituisce la quinta regione e la trasforma addirittura in un’aristocratica zona residenziale: vi costruisce la Porticus Liviae.
Per rendere omaggio al leggendario colle Palatino, fa costruire la sua dimora proprio accanto ai resti della Casa Romuli, e così faranno anche i suoi successori. Con Domiziano, la Domus Augustana raggiunge il massimo della monumentalità, dando vita al modello architettonico del palazzo dinastico. Infine Augusto opera al di là del Tevere, nel Trans Tiberium che vuole come quattordicesima regione: qui fa realizzare la Naumachia Augusti, destinata alle battaglie navali.
Gli imperatori e l’Urbe
Dopo la morte di Augusto, l’espansione di Roma continua con la dinastia Giulio-claudia. Con Tiberio l’espansione mira verso nord-est, con la costruzione dei Castra Pretoria (caserma dei pretoriani). È proprio lì che si comincia ad utilizzare un nuovo sistema di costruzione in mattoni cotti, l’opus latericium. Alla metà del I secolo d.C. cominciano i cambiamenti che interesseranno la zona dell’oltretevere, attualmente zona della Città del Vaticano e del rione Borgo.
Caligola, Agrippina e Nerone costruirono le loro dimore nell’ager Vaticanus, la piana che degradava impaludandosi verso il Tevere dai Monti Vaticani, dopo averla bonificata. Caligola e Nerone fecero costruire anche un circo, i cui secondo tradizione fu martirizzato San Pietro, nel quale venne eretto l’obelisco, che più tardi sarà spostato in piazza S. Pietro da papa Sisto V. Ancora nell’area vaticana, viene eretta la Meta Romuli, ovvero la tomba di Romolo, una piramide di travertino.
Successivamente, Claudio fa rientrare l’Aventino nel pomerio e inaugura due nuovi acquedotti, l’Aqua Claudia e l’Anio Novus. Con Nerone assistiamo a grandi interventi urbanistici. Inizia edificando il Macellum Magnum, un grande mercato coperto sul Celio e completando le Terme nel Campo Marzio. Valorizza la zona paludosa tra il Palatino e il Celio rendendola un’area privata. Espande la sua residenza sul Palatino e i suoi possedimenti sull’Esquilino, dove realizza la Domus Transitoria, dall’atrio monumentale che si affaccia su una palude trasformata in lago. Le strutture abitative crescono, nel frattempo, in modo disordinato: sono fatte perlopiù di legno, molto soggette ad incendi.
Quello del 64, nell’epoca di Nerone, interessa ben dieci regiones. Dopo questi incendi, gli imperatori della dinastia dei Flavi punteranno alla costruzione di una nova urbs sui principi della sicurezza. Vespasiano e Tito ridimensionano la Domus Aurea di Nerone, limitando la residenza imperiale al colle Palatino. Prosciugano il Laco Neronis e fanno costruire il Colosseo, la cui mole domina il paesaggio circostante e fa da sfondo ai...