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Geografia dell'economia mondiale e dell'unione europea, Conti e Bonavero - sunti, prof. Celata Appunti scolastici Premium

Riassunti riguardante due libri di testo.Geografia dell'economia mondiale di Conti, Dematteis, Lanza, Nano, Utet (dal cap. I al cap. IX)con trattazione argomenti come la regione geografica,economia ed ambiente naturale,la popolazione, spazi agricoli, la produzione agricola e mineraria,l'industria ecc. Geografia dell'Unione Europea... Vedi di più

Esame di Geografia generale docente Prof. F. Celata

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ESTRATTO DOCUMENTO

Opere di urbanizzazione primaria (strade,fognature,acqua) che consentono l’insediamento

• delle imprese

Facilità di scambi di merci

• Formazione di un mercato della forza lavoro a cui le imprese possono attingere

• Presenza di servizi pubblici (case popolari,scuole,trasporti)

• Servizi per le famiglie e per le imprese

• Infrastruttureciò che rende un ambito territoriale idoneo a svolgere funzioni economiche

• Infrastrutture materiali o tecniche (impianti stradali,linee delle

o telecomunicazioni,condotti per l’acqua,gas)

Infrastrutture sociali(ad uso collettivo: scolastici, scambi culturali)

o Infrastrutture economiche(le imprese pubbliche che svolgono funzioni essenziali per

o il funzionamento dell’economia nazionale e non possono essere svolte da imprese

private: l’industria elettrica,le comunicazioni,chimica di base)

Infrastrutture dell’informazione e della ricerca (in parte non possono essere svolte da

o imprese private)

Le infrastrutture sono:

strutture territoriali:la loro distribuzione non è uniforme

• beni non escludibili: ritenuti necessari al funzionamento della società e dell’economia

• indivisibili:producono utilità collettive,i vantaggi per la collettività

• non danno profitti:nessun capitale privato viene investito

Le infrastrutture territoriali sono una condizione necessaria perché i capitali privati producono il

valore,ovvero perché esista il mercato.

I soldi che lo stato spende nelle infrastrutture non danno profitti diretti ma si trasformano in

Economie esterne Valori d’uso che le imprese utilizzano per realizzare i profitti. E’

l’amministrazione pubblica che decide come distribuire sul territorio l’infrastruttura.

Il prezzo del suolo dipende:

dalle caratteristiche tecniche o dalle sue condizioni naturali (fertilità clima etc…) vale

• soprattutto per l’agricoltura

dal valore della posizione, vale per le agglomerazioni

globali fenomeni e insiemi di relazioni orizzontali che si estendono a tutta la superficie

terrestre:la circolazione atmosferica,il trasporto aereo,il mercato del petrolio

localirelazioni che interessano solo una parte della superficie terrestre,clima locale,rete di

trasporto locale,sviluppo locale

negli ultimi decenni le relazioni a scala planetaria si sono estese e intensificate a tal punto da

superare ogni confine fisico, culturale, politico. Non esiste più nessun ambito geografico locale che

sia al riparo da influenze dirette da parte di forme che operano a livello globaleglobalizzazione

tecnologico-economica: si formano reti globali d’imprese che connettono tra loro le migliaia

• di luoghi in cui sono insediate

commerciale: l’organizzazione mondiale per il commerciante WTO che tende alla libera

• circolazione delle merci.

globalizzazione del sapere scientifico-tecnologico: la competizione economica è sempre più

• dipendente dalle innovazioni tecnologiche, si forma così un sapere tecnologico-scientifico

globale

globalizzazione ambientale (global change):l’effetto serra che porte all’innalzamento della

• temperatura media dell’atmosfera e a vari squilibri climatici come conseguenza delle

emissioni di CO2 metano e altro

globalizzazione culturale:fenomeni di omologazione dovuti alla mondializzazione dei media

• e alla scomparsa dei modi di vita locali che porta alla perdita di tradizioni lingue dialetti ecc

globalizzazione geopolitica:interdipendenza delle decisioni e degli avvenimenti politici dei

• diversi paesi e il crescente controllo di alcuni di essi sugli altri, capacità delle grandi potenze

(usa) di intervenire militarmente in qualunque momento in ogni parte del pianeta.

Deboli:globalizzazione delle istituzioni (ONU che ha capacità molto limitate di regolare i

• conflitti e di imporre norme) e globalizzazione del mercato del lavoro

CAPITOLO 2

LA REGIONE GEOGRAFICA

L’insieme di relazioni orizzontali e verticali che costituiscono l’organizzazione territoriale copre

tutta la superficie terrestre, ma non allo stesso modo. Addensamenti, concentrazioni, rarefazioni,

discontinuità dividono lo spazio geo-economico in regioni.

Regione geografica una porzione della superficie terrestre che:

E’ costituita da un insieme di luoghi contigui

• Tali luoghi hanno qualche caratteristica comune tra loro

• Si differenziamo in base a tali caratteristiche rispetto ai luoghi circostanti

Il concetto di regione geografica prescinde da ogni riferimento dimensionale: può essere una

piccola raduna in un bosco. E’ anche una regione geografica quella nord-atlantica (paesi

dell’Europa nord-occidentale e quelli dell’America settentrionale hanno in comune molti caratteri

politico culturali)

Tipi di regione:

Politico amministrativa (confini istituzionalmente riconosciuti) Comune provincia regione

• Regione politica (corrisponde di regola allo stato ma comprende talvolta livelli inferiori

• come i lander tedeschi; che superiori come le associazioni politiche sovranazionali)

Regione naturale (identificata dalle sue caratteristiche fisiche come la pianura padana)

• Regione storica (legata a un tipo di cultura e storia)

• Regioni formaliciò che le identifica e le differenzia dalle regioni circostanti è

• l’omogeneità interna di uno o più attributi caratterizzanti: regioni risicole se l’attributo

considerato è la coltura del riso, regioni industriali e urbane se gli attributi sono l’industria e

la città

Regioni funzionaliindividuate in base a relazioni orizzontali,i luoghi che la compongono

• sono tra loro connesse tra relazioni spaziali fin dove si estende il raggio delle relazioni

orizzontali considerate: l’hinterland di un posto cioè quell’area che è servita e si serve per

ricevere e spedire le sue merci):

- monocentriche (i flussi fanno capo a un unico centro principale)

- policentriche (ogni località è specializzata in funzioni particolari ed è connessa alle altre

attraverso relazioni di complementarietà)

Regione complessa una regione formale unita a una regione funzionale

• Regione programma (o regione piano o regione progetto) non sono presenti specialmente

• all’inizio caratteri unitari che la rendono omogenea e distinguibile dal resto del territorio.

Tuttavia esiste il progetto di crearli per raggiungere scopi predeterminati.

Spazio gerarchizzatoè stato studiato dal geografo tedesco Christallerun modello in cui i singoli

centri (località centrali) servono ciascuno un’area a loro circostante, la cui ampiezza dipende dal

livello del centro. Si parla di strutture regionali gerarchizzate in base ai beni e servizi che le località

offrono.

Il diverso valore che il suolo assume a seconda della sua distanza dal centro determina una

distribuzione delle attività economiche e delle zone abitative.

In uno spazio teorico come questo i centri si disporrebbero a distanze regolari, si formerebbero città

con un determinato numero di abitanti, l’intero territorio assumerebbe uno sviluppo omogeneo ed

equilibrato. Nella realtà ciò non avviene perché lo spazio geografico non è omogeneo ma

differenziato dalla natura e dalla storia.

Le reti urbane presentano degli squilibri:ci sono città che si estendono o crescono enormemente di

importanza rispetto ad altre. I fenomeni di squilibrio sono determinati soprattutto da processi di

agglomerazione dovuti al fatto che le attività economiche hanno dei vantaggi a localizzarsi le une

vicine alle altre. Uno sviluppo regionale di questo tipo si dice:

Polarizzato è la regola nei paesi di sviluppo. La struttura polarizzata crea squilibrio territoriale tra

la regione centrale polarizzante e le regioni periferiche. Il caso dell’UE dove si ha un’area

centraleil pentagono europeoLondra Parigi Milano monaco Amburgo.

L’eccessiva concentrazione di attività in un polo può provocare delle diseconomie di

agglomerazione che:

respingono nuove attività

• influiscono negativamente su quelle già presenti

Si avvertono nei servizi pubblici (ospedali scuole trasporti) che sono sempre meno

efficienti,crescono costi di abitazione e dei servizi. Il costo della vita cresce con la dimensione

umana.

-L’arresto della crescita polarizzata

-Fasi di polarizzata

Queste due strutture rappresentano le forme tipiche della prima parte del XX secolo ->

grande industria manifatturiera con grandi masse di lavoratori.

Paesi di vecchia industrializzazione furono investiti da notevoli trasformazioni economiche. Le

grandi agglomerazioni industriali si frazionarono in più sedi e in più impianti anche molto distanti

tra loro. In un territorio dotato di buone comunicazioni (relazioni orizzontali,autostrade,ferrovie a

grande velocità) le diverse fasi dei cicli di lavorazione potevano distribuirsi su un vasto territorio.

Si è formata una struttura regionale a retenella quale la popolazione e le diverse attività si

distribuivano in vari centri minori che sommati equivalgono al vecchio centro polarizzante. Oggi gli

operatori di borsa di New York, Tokyo, Londra e Parigi in quanto collegati per rete telematica sono

molto più vicini tra loro di quanto non lo siano rispetto a operatori di altri settori presenti nella loro

stessa città.

Rete localesi forma quando i soggetti (pubblici o privati) che la formano si comportano come un

attore collettivo combinando risorse locali e risorse globali.

Il sistema territoriale locale è una regione programma, una costruzione volontaria che esiste solo se

e quando certi soggetti attivano certe relazioni (orizzontali) tra loro e altre (verticali) con il milieu

territoriale in cui operano (una specie di patrimonio comune a cui attinge la rete locale dei soggetti).

Nei tempi della globalizzazione le unità territoriali per conservarsi devono reagire alla

frammentazione cioè creare al loro interno una trama di relazioni cooperative più forte di quelle che

spingono i loro soggetti a collegarsi con l’esterno(reti globali)

I soggetti locali devono collegarsi in rete tra loro e far valere le risorse del milieu locale attivando

così il sistema territoriale locale. Le reti globali hanno bisogno dei sistemi locali. Dal loro punto di

vista i milieu locali sono i simboli potenziali delle esternalità.

I soggetti locali possono:

Fungere da semplici mediatori passivi, limitarsi a favorire l’insediamento di un suolo nel

• proprio territoriogiochi a somma zero, il vantaggio per la società locale si limita

all’eventuale bilancio tra ricadute positive e quelle negative.

Svolgere una funzione attiva tra le condizioni del milieu locale e le reti globali, ciò avviene

• quando i soggetti locali si comportano come l’attore collettivo formando una rete

localegiochi a somma positiva = sviluppo locale,l’investitore esterno non esaurisce i

vantaggi offerti dal milieu, ma al contrario alimenta il processo di sviluppo e di creazione di

nuove esternalità.

I sistemi territoriali che riescono ad attivare processi di sviluppo locale autorganizzato hanno buone

prospettive di mantenere la loro identità nell’interazione con le reti globali, mentre quelli che si

limitano a offrire esternalità e risorse generiche (terreni forza lavoro infrastrutture) sono

maggiormente esposti al rischio di frammentarsi e di perdere così la propria specificità e identità.

Il passaggio da strutture territoriali gerarchizzate a strutture reticolari riguarda le aree più sviluppate

dei paesi industrializzati nelle quali si concentra la maggior parte delle attività economiche e della

popolazione. Accanto ad esse esistono territori che hanno avuto uno sviluppo meno intenso

Regioni periferiche

• Le parti settentrionali della Scozia

• Alcune regioni mediterranee come il nostro mezzogiorno

• I paesi del sud del mondo

Cause: Emigrazione della popolazione più giovane e attiva verso le aree più forti

• Scarsa strutturazione regionale,paesi del sud del mondo,africa

• Capitolo 3

Economia e ambiente naturale

Ambiente sistema di relazioni dirette e indirette che intercorrono tra esseri umani,altri esseri

viventi e mondo inorganico. E’ un sistema in continua evoluzione

Ecosistema terrestresistema degli organismi sulla terra con le loro relazioni reciproche e le

relazioni che li legano all’ambiente fisico del pianeta

I gas come l’ossigeno e l’anidrite carbonica sono regolati in modo che la loro percentuale

nell’atmosfera si mantenga pressoché costante. Se così non fosse crescerebbe la temperatura

terrestre minacciando la continuazione della vita umana sulla terra.

Anche il sistema economico mondiale è un sottosistema dell’ecosistema terrestre, con cui ha intense

relazioni in entrata (produzioni alimentari,materie prime fonti energetiche) e in uscita

(trasformazioni della biosfera, crescita demografica, ecc)

Il sistema economico alimenta una circolazione di materia, energia e informazione che tende a

modificare il resto dell’ecosistema.

Da qui deriva il problema ecologico il più grande che l’umanità ha incontrato nel suo lungo

cammino storico. Ha assunto proporzioni sempre maggiori a partire dalla rivoluzione industriale.

Situazioni fortemente squilibrate

Forte siccità

• Intense precipitazioni

• Fattori catastrofici :frane,terremoti,alluvioni

Per milioni di anni la specie umana è sopravvissuta adattandosi a questi squilibri improvvisi. Oggi

tale adattamento è problematico

Con la densità della popolazione è aumentata enormemente la……………….delle persone

• e delle strutture nei confronti degli………………..naturali

L’umanità ha sempre più trasformato l’ambiente naturale provocando alterazioni ambientali

• negative:desertificazione, erosione del suolo,innalzamento della temperatura media

Alterazioni

Reversibilipossono essere riassorbite da retroazioni riequilibratici dell’ecosistema

• planetario

Irreversibilihanno sull’ecosistema effetti squilibranti di lungo periodo

Tempi Geologicimiliardi di anni

• Dell’evoluzione biologicamilioni di anni

• Economicinon superiori ai 50-60 anni

• Storici migliaia di anni

Oggi stiamo entrando in una delle fasi critiche. Circa il 60% dei servizi naturali presi in esame

appare digradato oppure oggetto di sfruttamento non sostenibile. Si parla oggi di cambiamento

globale: global ch’ange

Fattore terral’insieme di risorse dei servizi naturali e in genere tutto quanto il sistema economico

………………. Dal geosistema

Lavoro umanoun fattore a se stante in quanto erogati dagli stessi soggetti a vantaggio dei quali si

svolge

Gli uomini hanno sempre cercato di aumentare la produttività del proprio lavoro attraverso una

crescente mobilitazione del fattore terra. Di conseguenza hanno progressivamente ridotto la

produttività del fattore tempo. Ogni abitante della terra,pur lavorando mediamente meno dei nostri

antenati in epoca pre-industriale ha in media a sua disposizione una maggior quantità di beni e di

servizi ma dispone anche di sempre minori riserve naturali e ambientali.

L’efficienza del sistema produttivo dal punto di vista puramente economico è cresciuta, ma si è

ridotta quella del sistema ecologico.

Degli squilibri locali che potevano essere ignorati o sottovalutati si passa a squilibri globali, di

fronte ai quali anche i soggetti in posizione dominante sono costretti a correre ai ripari

Tra i danni ecologici:

Inquinamentii più evidenti rientrano nell’esperienza quotidiana dell’aria e dell’acqua

Con l’avvento delle industrie e della civiltà del consumo aumentò moltissimo la quantità di

rifiuti e molti di essi divennero non riciclabili naturalmente gran parte delle materie plastiche.

Le attività umane riversano nell’atmosfera sostanze sotto forma di particelle o di gas, che possano

determinare nell’ambiente una serie di reazioni a catena, imprevedibili. Particolarmente pericolose

sono:

- particelle solide minute derivate dalla incompleta combustione di carburante

- polveri sottili presenti nell’atmosfera di molte grandi città

Riduzione delle risorse naturali (irreversibile) l’eccessivo sfruttamento delle risorse

• naturali non rinnovabili coinvolge non soltanto i paese industrializzati ma l’intero

geosistema (se il livello dei consumi dei paesi industrializzati dovesse diffondersi a

tutto il mondo, già oggi le risorse esistenti sarebbero insufficienti)

Perdita della biodiversità(irreversibile) è una ricchezza in termini generali per il fatto che

• accresce la probabilità di durata della vita sulla terra a causa delle immissioni

nell’ambiente dei gas serra.

Desertificazione reversibile in tempi geologici, ma irreversibile alla scala dei tempi storici

• ed economici, consiste nella perdita di fertilità e conseguente trasformazione in

deserti di vaste estensioni di terreno situate in zone aride, coinvolge oggi 100 paesi, i

terreni diventano inutilizzabili per l’agricoltura e il pascolo; può anche verificarsi

lontano dai deserti veri e propri, in terre semiaride localizzate nelle parti centrali dei

continenti dove non giungono i venti umidi provenienti dal mare. Con l’intervento

dell’uomo i processi di inaridimento del suolo si sono accelerati enormemente. Le

cause antropiche del fenomeno:

- lo sfruttamento agricolo troppo intenso

- il disboscamento

- il sovrapascolamento

Le zone più colpite della desertificazione sono i paesi del Sud del mondo, es.: Sud del Sahara,

che comprende la regione Sahel, il Sudan e l’Etiopia.

per

Impronta ecologica calcolare l’area del “fattore terra” cioè di terra produttiva e di mare

necessario ad una persona per produrre tutte le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che

produce:

i consumi di un paese - esportazioni + importazioni /numero di abitanti.

L’impronta ecologica media di una popolazione viene poi confrontata con terra produttiva pro-

capite disponibile nel paese stesso. Ogni italiano consuma in media tre volte quello che gli

spetterebbe. Il deficit lo si colma con le importazioni, scegliendo quelle a basso costo dei paesi del

Sud del mondo, come l’Angola: la sua impronta ecologica non supera la sua disponibilità.

Effetto serrasquilibrio ambientale che crea maggiori preoccupazioni a livello globale, deriva

• dall’aumento della temperatura dell’atmosfera a causa della crescita percentuale di alcuni

gas, in particolare dell’anidrite carbonica C02

I raggi solari forniscono calore alla terra: in assenza di atmosfera i raggi, riflessi dalla superficie

terrestre, disperderebbero la loro energia nello spazio e il nostro pianeta sarebbe molto freddo.

Alcuni gas contenuti nell’atmosfera ostacolano la riflessione, funzionano cioè come i vetri che

ricoprono una serra e vi trattengono il calore. Di qui l’espressione “effetto serra” per indicare quel

fenomeno naturale per cui i gas dell’atmosfera fanno salire la temperatura media della terra intorno

al valore di 15°c. Ma un aumento eccessivo di tali gas tende a fare aumentare la temperatura

terrestre in maniera anomala.

I danni: 

-la fusione di ghiacci polari innalzamento del livello dei mari

-La deviazione delle grandi correnti marine alterazioni climatiche per alcune aree continentali

-L’aumento dei fenomeni esterni come siccità

Sviluppo sostenibile L’espressione proposta dal rapporto dell’ONU, noto come rapporto

Brundtland

Per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza

compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri.

E’ un concetto di sviluppo che tiene conto non soltanto del reddito economico e della quantità dei

beni prodotti, ma anche della qualità dell’ambiente e quindi della qualità della vita.

Tre principi fondamentali:

- l’integrità del sistemasi tratta di non alterare la capacità degli ecosistemi di mantenersi in

equilibrio; limitare prelievi ed emissioni inquinanti, evitare ogni alterazione irreversibile.

- Efficienzaeconomicagarantire il massimo della produzione e di consumi compatibili con

gli equilibri ecologici, permettendo di mantenere costanti nel tempo le potenzialità

dell’ambiente.

- L’equità sociale

Intragenerazionale (all’interno di ogni comunità umana in un determinato momento storico)

C Consiste nella possibilità di accedere alle risorse come diritto di ogni persona alla propria

c cultura, religione, idea politica, ecc,

Intergenerazionale (riferita alle generazioni future) consiste nell’operare senza precludere

alle generazioni future la fruizione dell’ecosistema e delle sue risorse, almeno nella stessa

misura e negli stessi termini con cui ne fruiscono le presenti generazioni.

Esistono due interpretazioni:

- sostenibilità forte ritiene che si debba lasciare alle generazioni future l’intero stock di capitale

naturale, che non può essere sostituito da quello prodotto artificialmente

dall’uomo;

- sostenibilità debole ritiene che esisterebbe una possibilità di sostituire tra capitale naturale e

capitale prodotto dall’uomo; ogni generazione potrebbe impoverire gli

ambienti naturali purchè compensi tale degrado accrescendo il valore e la

qualità dell’ambiente prodotto artificialmente (es. la città).

Il degrado ambientale causato dall’eccesso di prelievi e immissioni da e nell’ambiente, ha

dato luogo al nascere di un nuovo mercato e di nuove attività economiche. Si è creato un nuovo

mercato di beni ecologici, come le acque minerali, frutta e verdura di agricoltura biologica, ecc. Le

nuove attività economiche: eco business -> finalizzate a riparare i danni riportati agli ecosistemi:

smaltimento dei rifiuti, disinquinamento dell’aria, la protezione dell’ambiente, ecc.

La prima conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui problemi dell’ambiente si tenne a

Stoccolma nel 1972. I vari paesi si erano resi conto che il degrado ambientale derivante da uno

sviluppo incontrollato stava diventando insostenibile. Il problema più trattato fu quello

dell’inquinamento, che rivelò il contrasto tra i paesi industrializzati e quelli del Sud del mondo. I

primi volevano porre un freno ai danni all’ambiente e chiedevano ai secondi di adottare anch’essi

misure adeguate. Nel complesso prevalse il concetto della riparazione piuttosto che della

prevenzione.

1992 conferenza di Rio de Janeiro. Si approfondì il contrasto tra i paesi del Nord del

mondo, la cui preoccupazione maggiore consisteva nell’evitare squilibri ambientali e inquinamenti,

e quelli del Sud del mondo che non volevano vedersi imporre sacrifici prima ancora di avere

raggiunto livelli economici e di vita soddisfacenti. Ai paesi più ricchi spettava il compito di aiutare

finanziariamente quelli più poveri. Gli stessi paesi industrializzati dovevano accettare di riconvertire

il loro processo produttivo in una prospettiva di rispetto ambientale. La conferenza si concluse con

la stesura dell’Agenda 21 che contiene il programma d’azione del XXI secolo nei riguardi

dell’ambiente..

I principali campi d’azione a livello internazionale:

- i consumi

- la distribuzione del reddito

- la sostenibilità dell’agricoltura

- la protezione delle foreste

- la conservazione del patrimonio genetico

- gli aiuti ai paesi più poveri

- la gestione delle acque

- la regolazione delle emissioni gassose

E’ un documento di grande importanza perché, oltre ad illustrare la situazione generale di

ogni problema, indica anche come affrontarlo e con quali mezzi. Il suo limite sta nel fatto che non

esiste nessun obbligo preciso e nessuna sanzione per i paesi che non lo applicano.

A seguito della conferenza mondiale numerosi sono stati i convegni e i dibattiti a

livello regionale. Tra questi di particolare importanza la conferenza della Convenzione sul clima

tenutasi a Kyoto nel 1997 conclusasi con la stesure del protocollo di Kyoto, con il quale i paesi

firmatari si impegnavano a ridurre l’emissione dei principali gas serra.

E’ entrato in vigore nel 2005. Oggi i paesi firmatari sono 170 e si sono impegnati a

ridurre del 5,2%, nell’arco di 10-12 anni, le emissioni di C02.

L’UE ha stabilito una riduzione dell’8% e i ministeri europei dell’ambiente hanno

distribuito le quote tra i vari paesi: all’Italia tocca una riduzione del 0,5%.

Oggi molti enti locali applicano l’agenda 21 nella pianificazione territoriale locale

Capitolo 4

La popolazione

4.1 L esplosione demografica

TASSO DI CRESCITA è la differenza tra il tasso di natalità e il tasso di mortalità.

Quando il numero delle nascite supera il numero delle morti ,il tasso di crescita è positivo la

popolazione aumenta. La popolazione del pianeta sta superando all’ inizio del XXI secolo i 6

miliardi di abitanti. L umanità è arrivata molto tardi all’attuale livello di

popolamento(epidemie,carestie e guerre).Raggiunto il primo miliardo in seguito alla rivoluzione

industriale nell’ 800,ci volle circa un secolo per raddoppiare tale numero una prima volta(1920)e

poi più di 50 anni per raddoppiarlo una seconda volta negli anni settanta del 900. Questo aumento

fu detto ESPLOSIONE DEMOGRAFICA. Negli ultimi decenni il tasso di crescita della

popolazione mondiale ha cominciato a ridursi. La popolazione mondiale è molto giovane:un terzo

degli abitanti del pianeta ha meno di 15 anni. Tuttavia il declino della fertilità negli ultimi decenni

causato dalla diffusione di epidemie quali quella dell’ ‘Aids,delle guerre tendoni a far crescere il

tasso di mortalità. La crescita non è uniforme in tutta la terra. Da una parte ci sono i paesi sviluppati

con crescita demografica debolissima come l Europa l’unico continente con saldo naturale negativo.

Dall’altro si situano invece i paesi del sud del mondo:i principali protagonisti dell’aumento

demografico.

4.2 La transizione demografica

I tassi di mortalità sono legati al tenore di vita e all’ efficienza del sistema comunitario mentre i

tassi di natalità paiono legati al modo di vita e al sistema sociale:sono infatti più alti tra le

popolazioni con modelli di vita agricoli tradizionali,più bassi in quelle urbanizzate e industriali. Essi

variano nello spazio e anche nel tempo. Per spiegare questa differenza è stata elaborata la teoria

della transizione demografica c è un regime demografico antico e uno moderno ,separati da uno

stadio di transizione.

Il regime demografico antico: il regime demografico moderno :

tipico delle società preindustriali, il tasso di natalità diminuisce ancora

elevati tassi di natalità,alti tassi di fino ad eguagliare quello di mortalità,

mortalità,il tasso naturale è prossimo il livello della crescita è zero per

allo zero,la crescita della popolazione passare poi in alcuni periodi anche a

è lenta e irregolare a causa di un saldo negativo.

epidemie ,guerre e carestie.

Lo stadio di transizione si divide in due fasi:

1°fase 2° fase

Si riduce la mortalità grazie alle migliori una riduzione del tasso di natalità

condizioni di vitae all’introduzione delle come conseguenza della mutata

cure mediche,mentre la natalità rimane situazione sociale(inurbamento,

ancora alta di crescita si accelera a causa maggior costo per l educazione

del saldo fortemente positivo. dei figli),si ha un rallentamento

nella crescita demografica.

Attualmente in Europa lo stadio di transizione è quasi ovunque terminato e i paesi europei sono

entrati nel regime moderno,con saldo che a livello continentale è negativo. Tutti gli altri paesi si

trovano in fasi diverse dello stadio di transizione. La crescita maggiore si ha nei paesi in cui si la

transizione è appena iniziata,quasi tutti i paesi dell‘Africa, dell’Asia meridionale e della

Bolivia.Altri paesi come la Cina stanno invece uscendo dallo stadio di transizione per raggiungere

quello moderno.

4.3 La distribuzione geografica della popolazione.

Oltre che per il ritmo di crescita le popolazioni si differenziano anche per composizione,per classi di

età e per sesso, differenze che vengono presentate attraverso grafici particolari:le piramidi di età. I

grafici a forma di piramide appuntita indicano una popolazione giovane(la situazione dei paesi in

via di sviluppo)invece i grafici a forma di piramide con punta arrotondata indicano popolazioni

vecchie(la situazione più diffusa nei paesi sviluppati)

L a distribuzione dell’umanità sulla superficie terrestre è molto ineguale. Esistono parti della Terra

completamente disabitate come l’Antartide,Groenlandia Siberia ecc. La restante superficie delle

terre stabilmente abitata è detta ecumene presenta densità di popolazione fortemente variabili. Il

continente più densamente popolato è l’Asia seguita dall’Europa. La vasta regione asiatica ospita

quasi metà della popolazione mondiale. La densità in quest’ area si accompagna ad un’ agricoltura

di tipo intensivo. Le grandi aree industriali – urbane sono densamente popolate. In Europa

:Inghilterra,regione parigina,Francia orientale,Italia e Germania. Negli Stati Uniti :l area dei Grandi

Laghi,California. Asia orientale:Giappone,regioni costiere della Cina.Al di fuori di queste regioni il

popolamento è molto discontinuo e concentrato soprattutto nelle aree urbane.

4.4 Le migrazioni

La popolazione di un territorio varia oltre che per movimento naturale anche per movimento

migratorio. La fine del XX secolo e l’ inizio del XXI sono stati caratterizzati da un notevolissimo

incremento dei fenomeni migratori. In ogni parte del mondo si parla della mondializzazione delle

migrazioni.

I fattori generali sono tre:

- la transizione demografica grazie alla quale acanto ai paesi nel regime moderno che crescono

poco ve ne sono altri in fase di transizione e forte crescita si può parlare di transizione migratoria:i

principali flussi migratori si verificano dalle zone più povere(Africa, America latina,parte

dell’Asia)che si trovano nella prima fase di transizione,a quelle ricche(Europa e America

settentrionale) quasi tutte ormai in regime demografico di tipo moderno.

- differenza nel reddito: qualità della vita dei diversi paesi differente e spinge molti cittadini a

trasferirsi in quelle aree nelle quali hanno la speranza di trovare una vita migliore.

- mondializzazione dei trasporti e delle comunicazioni: riduce le distanze non solo chilometriche

ma culturali;grazie alla televisione ciascuno può conoscere e paragonare i paesi del mondo e

scegliere dove dirigersi.

L’ Europa dopo essere stata per secoli il principale focolaio di emigrazione sta ora ricevendo forti

flussi di immigrazione. L’Europa è diventata,da alcuni decenni,uno dei principali poli di

immigrazione:nel 2000 ospitava un terzo di tutti i migranti del mondo.

4.5 La popolazione come risorsa economica

La popolazione di un paese può essere considerata una risorsa economica indicata come capitale

umano. Il numero di persone che lavorano rappresentano già di per sé una risorsa.

Popolazione attiva:l’insieme delle persone in età lavorativa 14-65 che lavorano o che cercano un

lavoro.

La percentuale degli attivi è legata alla struttura per età :nei paesi giovani è ridotta dall’alto numero

di bambini e in quelli vecchi dai numerosi pensionati. Non tutta la popolazione attiva è realmente

occupata,essa comprende anche quanti,pur essendo in età lavorativa,non hanno lavoro cioè i

disoccupati. La disoccupazione è un fenomeno diffuso sia nei paesi ricchi che in quelli poveri. Nei

paesi industrializzati una percentuale di disoccupati del 3-4% è fisiologica in quanto presenta

periodi di crescita economica.

4.6 La sanità e l’istruzione

Due caratteristiche della popolazione che hanno notevole importanza sono la sanità e l’istruzione.

Oltre il 60% della popolazione del Sud del mondo dispone oggi di assistenza sanitaria,la speranza di

vita media nel sud del mondo è aumentata di un terzo:i tassi di mortalità infantile si sono dimezzati.

Ciò non toglie che esistano ampie zone dove la situazione è ancora precaria. Di fondamentale

importanza per l’economia di un paese è l’istruzione . In una società moderna un certo grado di

istruzione è richiesta a tutti per partecipare alla vita civile politica ,inserirsi nel lavoro. Tuttavia non

sempre l ‘ accesso a questo servizio è possibile per l’intera popolazione:in molti paesi del sud del

mondo l analfabetismo raggiunge l’80% ,nel nord il 2% (Italia1,4%).Il tasso d’ università è solo

l’8%nel sud del mondo contro il 97% dei paesi del nord del mondo.

Capitolo 5

L’organizzazione territoriale degli spazi agricoli

5.1 Premessa

Su almeno il 60%delle terre emerse una o più delle tre condizioni naturali significative per

l’agricoltura –clima,rilievo e qualità del terreno-esercitano un’ influenza decisiva che rende

impossibile non soltanto l’attività agricola ma la stessa sopravvivenza dei gruppi umani. Sul

restante 35-40%della superficie alcune regioni sono maggiormente favorevoli di altre,oppure

permettono la coltivazione di specie vegetali diverse:le condizioni ecologiche per la coltivazione del

riso sono notevolmente diverse da quelle dell’olio. L’intervento dell’ uomo può esercitare forme di

controllo e modificare parzialmente l’ambiente naturale:mediante opere di irrigazione e bonifica

oppure terrazzando le pendici montuose. La dipendenza dell’attività agricola dai fattori naturali non

è mai diretta ma è sempre mediata da scelte e da interventi umani.

5.2 Le condizioni ecologiche – ambientali

Le condizioni di natura fisico-ambientali si dividono in tre gruppi principali:

1)Il clima e le acque. Una temperatura minima di 5-7 °C è condizione essenziale per la

germinazione del seme;il numero medio di giorni/anno con temperature superiori a questa soglia

determinano la durata della stagione agricola,dalla quale dipende la varietà delle specie coltivabili.

E’ possibile individuare diverse grandi aree di coltura specifica:quella del banano,la coltura dell’

ulivo( tipicamente mediterranea).

2)Il rilievo. Modifica localmente le condizioni climatiche,dal momento che all’aumentare

dell’altitudine diminuisce la temperatura,aumentano le precipitazioni e si intensifica l’azione dei

venti. La pendenza del terreno incide significativamente sui tipi e sui metodi di coltura sia per i

rischi di erosione del terreno sia per le difficoltà di impiegare macchine pesanti. Terrazzamento

oggi è utilizzabile soltanto per colture altamente redditizie (il vigneto pregiato dell’area alpina).

3)I suoli. Il suolo è un insieme dei detriti minerali misti a sostanze organiche che riveste la crosta

terrestre sulla quasi totalità delle terre emerse e costituisce il substrato indispensabile per le

coltivazioni. Il suolo agrario e la sua composizione e fertilità possono essere modificati.

- un’agricoltura predatoria che sfrutta i suoli senza curarsi di rinnovarli,li impoverisce fino a

renderli improduttivi .E’ il caso delle monocolture delle piantagioni.

- in un sistema agricolo razionale,i suoli non soltanto vengono reintegrati ma vengono

continuamente migliorati mediante lavorazione profonda,alternanza di colture e correttivi.

Nell’Asia orientale e in Europa i lunghi secoli di agricoltura intensiva hanno favorito la formazione

di suoli particolarmente fertili,in grado di fornire le rese per ettaro più alte del mondo.

I diversi tipi di suolo unite ai diversi tipi di clima permettono di individuare i seguenti tipi di regioni

agricole.

- regioni equatoriali :clima caldo-umido ,fitta vegetazione forestale in parte utilizzata per la

produzione di legname.

- la savana:situata nella zona intertropicale a stagione secca,all’interno dei continenti. temperature

elevate e la stagionalità delle precipitazioni,economia pastorale --sia nomade come la Nigeria –sia

di tipo sedentario estensivo(come l’ Australia).E’ specializzata nella monocoltura di caffè,canna da

zucchero e frutta.

- regioni desertiche calde. L’estrema aridità dei suoli consente a mala pena l’allevamento nomade

come nel Sahara.(capre,pecore,cammelli)Le oasi costituiscono le uniche zone irrigue in cui pratiche

intensive permettono la coltivazione di mais,cotone,canne da zucchero,palma.

- regioni monsoniche. Temperature elevate e forti precipitazioni stagionali,queste regioni dell’Asia

meridionale possiedono una fitta vegetazione naturale .Il manto vegetativo originario è stato

sostituito da un’agricoltura intensiva di riso con forte frammentazione delle colture e delle

proprietà. E’ un’agricoltura di sussistenza.

-regioni mediterranee. Estati calde,inverni miti con precipitazioni concentrate nei mesi invernali.

Sono presenti tutti i tipi di coltura agraria (agrumi,olivo,vite). Ad eccezione delle aree di latifondo

,la proprietà agricola è tendenzialmente piccola e coltivata intensamente. Sono regioni

mediterranee:le regioni dell’Europa meridionale e delle coste settentrionali del’Africa e del Medio

Oriente,quelle del Mar Nero California.

- regioni temperate. Comprendono le principali aree agricole del pianeta:agricoltura commerciale è

realizzata intensivamente su appezzamenti di dimensioni piccole e medie in cui predomina l

‘allevamento intensivo.

-la tundra. Inverni rigidi e le estati brevi consente soltanto un’agricoltura rarefatta condotta con

tecniche di sussistenza. Prevale: pastorizia nomade,caccia e pesca.

5.3 sistemi colturali e società rurali

Storicamente ciascuna delle grandi aree climatiche ha formato un definito sistema colturale basato

sull’associazione di due o più varietà vegetali(riso,piante leguminose nella zona

monsonica,grano,vite e ulivo nella zona mediterranea)---rapporto tra uomo e ambiente. Nel tardo

Medioevo nell’Europa l’aratura profonda la sostituzione del cavallo con il bue determinarono la

rapida produttività. Ciò consentì di alimentare una popolazione sempre più numerosa,fra il XVIII e

il XIX secolo le produzioni agricole trovarono più ampi sbocchi di mercato. A partire dalla prima

metà del XX secolo il diffondersi di fertilizzanti chimici e dei pesticidi,la selezione scientifica delle

piante coltivate e la crescente sostituzione dell’energia umana e animale con quella delle macchine

determinarono un’ultima trasformazione dell’agricoltura. Attualmente l’agricoltura è ancora

l’attività economica più diffusa sulla superficie terrestre ma essa occupa meno del 6% della

popolazione attiva nei paesi sviluppati ed è la principale fonte di sostentamento per più del 60%

della popolazione del Terzo Mondo. Di regola nella sua forma più moderna presuppone la

separazione fisica tra luogo di produzione e luogo di consumo per cui necessita di propri sistemi

commerciali e reti di trasporto dei prodotti.

Le aree maggiormente produttive non corrispondono necessariamente ai più alti livelli di

produttività biologica.

5.4 I fattori sociali,demografici e politico-economici

A partire dall’ultimo dopoguerra in molti paesi del mondo si è assistito a una trasformazione

relativamente profonda del regime di proprietà terriera in risposta a molteplici fenomeni:la

decolonizzazione,l’accresciuta pressione demografica e l’instaurarsi di nuovi regimi politici. Si è

posto il problema di una riforma agraria.

Riforma agraria: è una trasformazione sistematica delle strutture fondiarie di uno stato o di una

regione da realizzarsi tramite la divisione delle terre in piccole e medie proprietà a conduzione

diretta allo scopo di migliorare le tecniche colturali,accrescere la produzione agricola ed eliminare

le cause della conflittualità sociale.(nel terzo mondo soprattutto).

La riforma agraria si realizza attraverso l’ espropriazione,da parte dello stato della grande

proprietà terriera e la sua ripartizione in fondi di minor dimensione. Questi sono poi assegnati alle

famiglie coloniche che poi le coltiveranno in proprio oppure unendosi tra loro in forma cooperativa.

L’espropriazione può avvenire a titolo oneroso al vecchio proprietario viene versato un indennizzo

calcolato sulla base del valore commerciale dei terreni ,oppure attraverso confisca( senza

corrispettivo)come si è verificato in Cina, in Unione Sovietica o in alcuni paesi dell’ Est europeo.

Nell’Europa settentrionale dove l’ emigrazione contadina verso i centri urbani ha portato alla

drastica riduzione della superficie coltivata e della popolazione rurale, le riforme hanno riunito le

piccole proprietà favorendo la formazione della media impresa agricola.

La riforma agraria in Italia:avviata nel 1950 dal ministro dell’agricoltura Giuseppe Medici. La

riforma tenta di risolvere i “sintomi patologici dell’agricoltura contadina”.Gli interventi di riforma

interessarono il 28% circa della superficie terrestre privilegiando il sistema latifondista diffuso

soprattutto nel sud e nelle isole dove prevaleva una delle più elevate concentrazioni di popolazione

rurale dell’Europa occidentale. Le terre furono espropriate dietro indennizzo versato ai proprietari

sotto forma di buoni del tesoro .Il relativo miglioramento delle colture si accompagnò ad u risultato

economico modesto sia perché la crescita della produzione fu inferiore a quella prevista sia perché

la sua incidenza su scala mondiale risultò limitata. Furono spesso trascinati il settore dei servizi

sociali e i programmi di valorizzazione irrigua .Si optò per un eccessivo frazionamento dei fondi in

proprietà che risultarono sovente di dimensione così modeste da non consentire una gestione

competitiva al’azienda familiare. Il successo della riforma venne colto solo in alcune arre costiere

mentre soprattutto le aree interne del mezzogiorno alimentarono ,negli anni successivi,un cospicuo

flusso di esodo rurale verso grandi agglomerazioni urbane costiere e verso i centri industriali

dell’Italia del nord.

Le politiche agrarie. A partire dalla seconda guerra mondiale l’evoluzione dell’agricoltura nei paesi

sviluppati a economia di mercato ha attraversato due distinte fasi di sviluppo:

la prima:produttivistica 1940-1980 caratterizzata da un processo continuativo di modernizzazione.

La seconda:più recente---post produttivistica che ha lo scopo di ridurre i livelli di produzione e

intensificare e relazioni tra economia agricola e altre forme di sviluppo rurale.

Entrambe corrispondono a specifici modalità di intervento degli organismi costituzionali. La fase

produttivistica comprendeva tre processi fra loro connessi:

- l’ intensificazione della produzione(capitale,fertilizzanti e il prodotto stesso)

- la concentrazione della produzione(in Europa cereali,patate,latte in Danimarca,Germania e Regno

Unito,frutta,uova e carne in Francia,Belgio,Olanda e Italia)

- la specializzazione(le imprese producono un numero sempre più ristretto di varietà vegetali.

Scheda 5.1 agricoltura e biotecnologie

Rivoluzione verde---è il processo di ammodernamento agricolo basato sul trasferimento

nell’agricoltura dei paesi in via di sviluppo del modello dei paesi sviluppati.

L’agricoltura si trova oggi dinanzi a nuove sfide e opportunità offerte dalle biotecnologie:una gene

revolution (contrapposta alla green revolution) .Si tratta di modificare il patrimonio genetico delle

specie vegetali allo scopo di ottenere nuove varietà di piante chiamate trans genetiche. Vantaggi:una

maggior resistenza o all’attacco dei parassiti o insetti,aumentare la resa produttiva o nutrizionale.

Per questa ragione nelle opinioni della FAO le biotecnologie possono contribuire drasticamente la

povertà e le condizioni di fame nel mondo. I principali utilizzatori---Stati Uniti 42,8% del totale

mondiale,Argentina,Canada,Brasile,e Cina.In Europa ,al contrario,esse incontrano maggiori

resistenze:poiché costruite in laboratorio sono spesso percepite come non naturali. Inoltre le varietà

transgeniche riducono fortemente la biodiversità rappresentando la sintesi di specie diverse che

vengano sostituite da una sola. Negli ultimi anni in Europa si segnala l’incremento delle cosiddette

agricolture biologiche basate sul rifiuto dell’utilizzo di sostanze chimiche e l’impiego di tecniche

tradizionali.

Scheda 5.2 La Politica Agricola Comunitaria(PAC)

La PAC(politica agricola comunitaria)è stata inaugurata nel 1962 con lo scopo di accrescer la

produttività agricola e del livello di vita della popolazione contadina,la stabilizzazione dei mercati e

la definizione dei prezzi ragionevoli per i prodotti destinati al consumo. Tre sono i principi per

regolare il funzionamento del settore:

1-il principio dell’unicità del mercato europeo(libera e completa circolazione dei prodotti agricoli

fra i paesi membri.

2-il principio delle preferenze comunitarie(la protezione dei mercati europei rispetto alle

importazioni dei mercati mondiali,viene imposto ai paesi membri di acquistare i prodotti agricoli

all’interno dell’Unione ,nonostante i prezzi in Europa fossero generalmente più elevati.

3- il principio della sovvenzione all’esportazione consistente nel pagamento ai consumatori del

prezzo in vigore nell’Unione per le eccedenze produttive esportate sui mercati esterni.

L’ agricoltura europea ha vissuto negli ultimi decenni delle profonde trasformazioni e da una

condizione di sottoutilizzazione delle risorse ,il continente si è trasformato in produttore di crescenti

eccedenze(soprattutto per il burro,i cereali gli oleaginosi ,carne bovina).La modesta dimensione

delle aziende,l’elevata tecnologia introdotta e la pratica di un’agricoltura scientifica o intensiva

hanno originato crescenti costi di produzione(gli Stati Uniti hanno lamentato più volte l’eccessiva

protezione del mercato comunitario nei confronti delle loro esportazioni. I prezzi diversi di prodotti

agricoli europei non hanno permesso di smaltire all’estero le eccedenze che avevano raggiunto. Fra

le novità di maggior rilievo introdotte con la riforma del 2003 segnala il passaggio da una struttura

guidata dall’offerta a una basata sulla domanda per rendere i produttori liberi di produrre ciò che

richiede il mercato .

5.5 Consumi e commercializzazione dei prodotti agricoli

I regimi alimentari. Il consumo alimentare,soprattutto nei paesi sviluppati,ha subito nell’ultimo

secolo profondi cambiamenti---riduzione dei sistemi di produzione agricola rivolta

all’autoconsumo,sostituiti da sistemi colturali specializzati. La popolazione dei paesi sviluppati

consuma una quantità di calorie ben superiore al necessario circa il doppio delle proteine richieste

dall’organismo. Le tre principali specie di cereali (grano,riso e granoturco)rappresentano da sole

circa metà della componente energetica alimentare consumata dalla popolazione mondiale.

Gli scambi commerciali. Gli Stati Uniti rappresentano il principale esportatore di cereali pur

costituendo il secondo produttore al mondo dietro la Cina.La trama del commercio mondiale è

caratterizzata da significativi flussi di derrate agricole destinate ai paesi industrializzati europei e

dell’America settentrionale flussi comprendenti sia prodotti tropicali sia che provengono

dall’emisfero sud dove le vaste superfici consentono l’allevamento e la coltivazione di cereali. I

della triade(Nord America,Europa occidentale,Sud-Est Asiatico)assorbono tuttora più dei due terzi

delle esportazioni mondiali di prodotti agricoli .Gli stessi flussi commerciali sono controllati da un

numero limitato di grandi imprese(Carrefour – Francia)

5.6 I grandi sistemi di produzione.

Le numerose forme di produzione agricola possono essere classificate in:

- contadina o tradizionale :diffusa nei paesi sottosviluppati è spesso un’agricoltura attiva nel senso

che occupa una quota consistente della popolazione pur fornendo livelli di produzione modesti:gli

agricoltori sono di regola piccoli proprietari con limitate possibilità di acquistare attrezzature e

fertilizzanti,è rivolta all’autoconsumo familiare,occupa il 2/3 della popolazione agricola del

pianeta,è policolturale in quanto prevede la coltivazione di diverse specie vegetali in una stessa

area,dipende dalle condizioni naturali.

- capitalistica: dipende strettamente dal mercato,consente la realizzazione del profitto :al suo interno

si è affermata la grande impresa agroindustriale:

---la stretta integrazione tra agricoltura e industria alimentare:le imprese del settore controllano il

ciclo produttivo dalla produzione alla trasformazione e alla commercializzazione dei prodotti.

---il dominio crescente del’industria sull’agricoltura:la maggior parte del valore aggiuntivo

contenuto nel prodotto finale on proviene dall’attività agricola bensì dalle attività industriali.

---la realizzazione delle diverse fasi produttive all’interno di un’unica grande impresa la quale fa

proprie le funzioni svolte in precedenza da altri soggetti economici.

Esempio più significativo del ciclo agroindustriale è fornito da Unilever con 275 imprese

controllate realizzate in ben 64 paesi è considerato un vero e proprio colosso industriale, accanto al

settore agricolo, produce otto licenza automobili(Land Rover)e materiali da costruzione possiede

linee di trasporto marittime e proprie imprese di marketing.

Caratteristica dell’agricoltura è la monocoltura cioè la specializzazione in un unico prodotto,grazie

all’impiego di tecniche specialistiche e alla specializzazione del lavoro. Consente una maggiore

efficienza e minori costi di produzione.

Diffusa soprattutto nei Paesi del terzo mondo e nelle aree di coltura estensiva a opera delle grandi

imprese del settore.

Questa specializzazione comporta un più rigido esaurimento della fertilità dei terreni,l’esposizione

ai rischi legati alla domanda dei mercati o alle condizioni climatiche,oltre a porsi alla base dei

rapporti di dipendenza di economie sottosviluppate nei confronti dei mercati internazionali:43 paesi

in via di sviluppo basano più del 20% della loro esportazione in un unico prodotto agricolo.

5.7 Le strutture territoriali dell’agricoltura contemporanea

I sistemi agrari di sussistenza.

a)Agricoltura di sussistenza----sistemi agricole naturali ad alta intensità di lavoro manuale che non

prevedono scambi di prodotti. Sotto questa forma la si ritrova attualmente solamente presso remote

comunità dell’Amazzonia, dell’Africa e della Nuova Guinea dove ristretti gruppi tribali

sopravvivono in un isolamento stabile. Il fenomeno della miseria rurale è qui diffuso e l’agricoltura

di sussistenza è associata spesso a forme di sottoalimentazione. Tre sono i tipi di agricoltura di

sussistenza:

1-l’agricoltura di sussistenza ad alta intensità di lavoro—presente dove le colture predominano

sull’allevamento e il territorio è tuttavia esiguo se rapportato all’elevata densità della popolazione.

Cina meridionale,Sud-est asiatico e lungo le coste indiane—intenso popolamento delle aree rurali e

di regola una fitta rete di villaggi raggruppa la popolazione contadina.

2-l’agricoltura itinerante del ladang : è la tipica forma di agricoltura tropicale umida,è il tipo di

insediamento umano seminomade basato su colture agricole realizzate con il metodo del

disboscamento .La foresta ,una volta bruciata lascerà il posto alle colture;dopo la coltivazione la

foresta si riformerà per essere dopo alcuni anni nuovamente incendiata e coltivata.

Foresta equatoriale e monsonica:l Africa centrale,l’ Indonesia l’Amazzonia.

Sebbene definita itinerante,questa agricoltura non esclude l’insediamento stabile,la popolazione

vive concentrata in villaggi di discreta dimensione e adib9sce di volta in volta i terreni circostanti a

coltivazione. Questa viene fatta ruotare intorno al villaggio trasferendo ogni due o tre anni le

colture(soprattutto mais,manioca,miglio,patata)su nuove porzioni di terreno.

3-l’agricoltura delle oasi:spazialmente ristretta e quantitativamente poco significativa è irrigua dal

momento che tende a sfruttare le zone umide all’interno di regioni dell’aridità stridente.

Asia centrale(Turkmenistan,Kazakhstan)le valli del Nilo,le piccole oasi del deserto del Sahara.

b)Le forme agricole commerciali contadine:è una forma di agricoltura assai complessa per via di

profonde trasformazioni e per gli stretti legami instaurati con l’economia industriale e urbana;ha

progressivamente sostituito le forme di produzione agricola tradizionali;è in gran parte specializzata

e legata alla meccanizzazione e all’adozione di nuove tecniche colturali;carattere scientifico dello

sfruttamento dei terreni,l inseparabilità tra economia agricola ed economia urbana,conduzione in

gran parte familiare e diretta ,il particolare rapporto tra produzione e consumo----i suoi prodotti

sono destinati a mercati urbani,regionali o nazionali relativamente vicini al luogo di produzione.

L’agricoltura contadina della zona temperata---caratteristiche:

-elevato prezzo dei terreni in prossimità dei centri urbani.

-essa è concorrenziale con le altre attività,primo fra tutte l industria. Storicamente i salari più

elevati offerti dall’ industria e dalle altre attività urbane hanno attratto quote cospicue di

popolazione agricola determinando un diffuso esodo rurale.

-crescente specializzazione da permettere rese produttive elevate e rispondere alla domanda di

mercato;la concentrazione produttiva,l’organizzazione razionale delle colture ,un adeguato sistema

di trasporti.

E’ un tipo di agricoltura presente negli in torni di tutti i centri urbani dei paesi

industrializzati:Europa,costa orientale degli Stati Uniti,Giappone.

c)agricoltura speculativa di piantagione: altamente specializzata nella coltivazione di prodotti tipici

delle regioni a clima tropicale umido--- America centrale e insulare,il sud-est del

Brasile,Indonesia.E’ un’agricoltura votata interamente all’esportazione,predilige la localizzazione

lungo le coste e le vie navigabili interne(modello di sfruttamento coloniale del passato).

Prodotti---caffè (america latina,costa d’avorio,brasile) Tè (Sri lanka), cacao (Africa) zucchero di

canna,caucciù e l olio di palma(in malaysia), il cotone. E’ un’agricoltura che fornisce un numero

limitato i prodotti in alcune grandi regioni attualmente specializzate. Se l’agricoltura di piantagione

si era sviluppata già in epoca coloniale,gli anni successivi al secondo conflitto mondiale hanno

alterato profondamente l’organizzazione dello sfruttamento agricolo della regione intertropicale.

Iniziò in questi anni un’ intensa attività di investimento con la costruzione di ponti,opere irrigue---

rivoluzione verde che mirava a intensificare l’utilizzo della terra mediante la meccanizzazione

,nuovi programmi irrigui,la diffusione dei pesticidi e soprattutto l’introduzione di nuove varietà di

cereali ibridi a elevata resa e con un alto contenuto proteico da destinare all’alimentazione della

popolazione locale. Una volta ottenuto il controllo dei terreni la grande impresa straniera poteva

modificare i regimi colturali,introdurre gamme di prodotti più sofisticati---cambiamenti radicali

lungo la costa occidentale dell’India,nel Messico,in Colombia e in America centrale. Trattandosi di

un sistema votato interamente all’esportazione esso necessita di strette connessioni con i mercati di

destinazione dei prodotti. Elementi portanti di queste relazioni sono i centri di commercio

rappresentato solitamente dal grande posto specializzato---Dakar in Senegal specializzata

nell’esportazione di prodotti oleaginosi.

Strategia d’impresa in due diverse forme di intervento:

1)il coinvolgimento della società contadina indigena nel sistema produttivo (particolari legislazioni

nazionali prevengono la grande impresa capitalistica dal diventare proprietaria di terreni);l’impresa

si limita a controllare indirettamente la produzione dei piccoli proprietari locali,i quali diventano la

figura sociale dominante sebbene dipendente dal sistema agroindustriale .L’impresa si trova

comunque in una condizione di quasi monopolio e intere regioni si trasformano in senso

monoproduttivo ---tabacco nella Thainlandia ,arachidi in Africa.

2)presuppone l’appropriazione fondiaria da parte della grande impresa:la più diffusa e che meglio

risponde alla logica dell’agricoltura speculativa di piantagione--- l’ingresso massiccio del capitale

esterno,l’introduzione di tecnologia avanzata.

d)agricoltura capitalistica dei grandi spazi— è un’agricoltura specializzata,altamente speculativa e

caratterizzata dalla grande distanza che separa i luoghi di produzione dai centri di mercato e di

consumo dei prodotti. Al pari dell’agricoltura di piantagione il suo funzionamento se non nel più

ampio contesto internazionale;tuttavia si differenzia dalla precedente per via della localizzazione in

regioni a clima temperato scarsamente abitate—le grandi pianure degli USA e del Canada,la Pampa

argentina ,Australia Nuova Zelanda .Si distingue per il suo carattere estensivo (basso rendimento

per unità di superficie),la scarsa quantità di mano d’opera impiegata e l ‘alta intensità di capitale

investito. Dalle coltivazioni di queste regioni agricole totali provengono enormi quantità di cereali e

prodotti dell’allevamento. La diffusione delle tecniche di trasporto ,i macchinari agricoli,bassi costi

di produzione e dei terreni posero i produttori di queste regioni nelle condizioni di competere con

successo con quelle delle vecchie regioni agrarie europee .La disponibilità quasi illimitata è un

fattore essenziale per il funzionamento di questa agricoltura. Ciò consente di adeguare l’offerta al

variare della domanda:se quest’ultima diminuisce la superficie coltivata viene rapidamente ridotta

per ritornare a estendersi non appena il mercato ritorna ai livelli precedenti .Questo è possibile

dalla mancanza di sussistenza dei paesi sottosviluppati e nei sistemi agrari delle campagne .

e)agricoltura socializzata---non esiste quasi più. Esisteva prima nei paesi dell’unione sovietica,a

cuba e nella corea del nord.

-produzione pianificata(sulla base dei piani pluriennali fissava le quantità di prodotti destinati a

consumo,formazione di riserve,esportazione.

Capitolo 6

La produzione mineraria ed energetica

Le materie prime minerarie ed energetiche sono alla base di gran parte delle attività produttive e il

loro possesso è considerato da millenni un fattore strategico per la potenza economica di un paese.

Il loro sfruttamento su larga scala inizio con la rivoluzione industriale,caratterizzata da un uso

massiccio del ferro come materia prima e del carbone come fonte di energia.

L’origine del primo conflitto mondiale è dovuta alla spartizione ineguale dei domini coloniali e

delle loro risorse che favori Francia e Inghilterra a scapito della Germania. E allo stesso modo

l’offensiva militare giapponese del 1941 trova origine nella strategia di estendere il proprio

controllo sulle fonti minerari per la propria industria.

Lo Sviluppo industriale fu strettamente associato alla capacità e alle forme di utilizzo dell’energia.

Una seconda rivoluzione coincise con la scoperta di nuove fonti di energia,più facilmente

trasportabili,immagazzinabili e convertibili:l’impiego del petrolio e del gas naturale in sostituzione

del carbone,più recentemente la parziale introduzione di una risorsa fossile ,l’uranio,in sostituzione

del petrolio e di altre fonti energetiche ha diffuso in molti paesi dell’utilizzo dell’energia nucleare.

Materie prime minerarie:

-minerali metallici(i minerali di ferro,alcuni metalli preziosi e altri metalli non ferrosi).

-minerali non metallici o industriali(potassio,zolfo,il sale,i fosfati)

Risorsa mineraria

La quantità di minerali scoperti il cui volume è stato stimato e il cui sfruttamento è economicamente

e tecnologicamente possibile.(si tratta di quella parte di stock totale di minerali esistenti sulla crosta

terrestre che è stata individuata e dal cui utilizzo si può trarre un vantaggio economico. Un

materiale entra a far parte delle risorse soltanto quando acquista un utilità economica e sociale,così

sino al 1847 venne introdotta sul mercato la prima modesta quantità di petrolio estratto negli Stati

Uniti,questo faceva parte dello stock di materiali presenti sulla crosta terrestre ma non ancora delle

risorse.)

Riserva

Comprende solo quella parte delle risorse che sono effettivamente disponibili,per le quali esistono

le condizioni tecnologiche,economiche e politiche per il loro immediato sfruttamento.

Le riserve costituiscono solo una parte delle risorse.

Giacimenti:accumuli di minerali utili di dimensioni e forme diverse di facile sfruttamento la cui

estrazione denominata a cielo aperto

Depositi di profondità:il metodo più economico di estrazione,consiste nelle costruzioni di tunnel

sotterranei,i minerali si ritrovano raramente allo stato puro ma quasi sempre frammisti a ganga priva

di valore economico.

Fonti energetiche:

- fonti usate come combustibili,fanno parte i combustibili minerali fossili(produzione

termoelettrica).carbone idrocarburi.

- Fonti di energia naturali:acque correnti,irradiamento solare venti maree

- Fonti non rinnovabili:usano risorse minerarie e producono scorie e inquinamento

- Fonti rinnovabili:usano la biomassa e le fonti energetiche naturali senza inquinare.

La maggior parte dell’energia proviene da fonti non rinnovabili(il petrolio,che fra tutte le altri fonti

energetiche si caratterizza per superiore flessibilità di fronte alla variazione di domanda dei

mercati,minore mano d’opera richiesta nella produzione,l’entità degli investimenti e più brevi tempi

di redditività. Il petrolio è facilmente trasportabile,le altre fonti sono presentano vincoli di locazioni.

L’energia nucleare è altamente costosa,sia per il problema sicurezza sia per la limitatezza delle

risorse di uranio.

Il gas naturale,fonte naturale necessita di complesse infrastrutture di

trasporto(metanodotti,gasdotti)che raddoppiano i costi.

Le forme di produzioni energetica basate su fonti rinnovabili hanno registrato uno sviluppo a livello

di popolarità ma non di utilizzo,solo lo 0,5% della produzione globale.

Fonti energetiche alternative

A secondo del tipo di risorsa utilizzata si dividono in :

-energia ottenuta dal calore:a)solare:radiazione solare accumulata o da pannelli o da un recettore

piano. b)geotermica:utilizzo del calore interno alla terra emesso in superficie tramite acqua o vapore

a temperatura elevata.

-energia ottenuta da movimenti naturali: a)eolica: utilizzo dei venti. b)marina:utilizza l’ alternanza

delle maree.

-energia contenuta nella biomassa vegetale e animale.

La biomassa cioè la materia organica che ha la sua origine nella fotosintesi vegetale trasformata in

energia mediante due processi:il primo consiste nel recuperare i residui vegetali non utilizzati e il

biogas dei liquami animali e il secondo nel coltivare le piante destinate alla produzione

energetica((canna da zucchero:ricavare alcool per motore o come combustibile).

Fino al 1973 anno in cui aumentarono notevolmente il prezzo delle materie prime,le società

industrializzate non avevano alcuna misura che potesse in qualche modo limitare l’utilizzo

massiccio e indiscriminato dei materiali esistenti. Si è imposto il concetto di esauribilità cioè la

quantità di tempo necessario a consumare una quota notevole di un prodotto,di solito 80%.

Questo incentiva politiche di risparmio riciclaggio e sostituzione di risorse minerarie.

In realtà la strategia delle imprese minerarie ha continuato a indirizzarsi verso l’attività estrattiva

che ha preso forma nella ricerca e nello sfruttamento di risorse localizzate in zone inesplorate e

difficilmente raggiungibili.

Lo sviluppo tecnologico determina da un lato la capacità di utilizzo di un determinato materiale(fino

a pochi anni fa l’uso del plutonio era impensabile) e la capacità di sfruttamento di un materiale

raggiungibile in qualsiasi posizione si trovi.

Negli ultimi anni è cresciuta la capacità di rinvenimenti di nuovi depositi ad esempio con il satellite.

Il carbone che nei primi decenni del secolo prima copriva il 60% del consumo totale,è stato

sostituito dal petrolio e dal gas naturale e in alcuni casi dall’energia nucleare. La crescita del prezzo

del petrolio e la riduzione delle riserve negli ultimi trent’anni hanno portato un calo della

percentuale di petrolio utilizzato sul totale delle fonti di energia(quota sostituita per metà

dall’energia nucleare da metà dal gas naturale).

La rapida evoluzione dei consumi ha determinato un modello di sviluppo economico a consumo

energetico esclusivo caratterizzato da:

-un espansione industriale basata su settori a elevato consumo energetico.(siderurgia e

petrolchimica).

-una rapida diffusione di beni di consumo altamente consumatori di energia (automobili,

elettrodomestici)

-un sistema di trasporti in cui il mezzo privato si è sviluppato più rapidamente di quello pubblico e

quello su strada più intensamente di quello su rotaia.

-un modello residenziale basato sulla casa unifamiliare e sulla diffusione suburbana delle residenze

che ha prodotto crescite esponenziali dei consumi energetici per spostamenti e riscaldamento.

Si prevede che i paese sottosviluppati,con una crescita demografica spettacolare,aumenteranno nei

prossimi decenni la quota di consumi totali. Nei paese sviluppati si assisterà a un rallentamento

delle crescita dei consumi di energia(grazie a nuove tecnologie nell’industria e nei trasporti e alla

diffusione dei trasporti pubblici).

6.4 Regioni di produzione e di consumo minerario

Accanto alle disuguaglianze nella distribuzione delle riserve (deserto minerario del terzo mondo

contro 85% delle risorse accertate nei quattro soli paesi:USA Canada Australia e Sud Africa)

esistono nel mondo profondi squilibri nei livelli di consumo.

L’economia statunitense consuma attualmente circa un quarto dei minerali(e delle fonti energia)

mondiali,una quota analoga a quella dell’ Europa accidentale nel suo complesso. Il Giappone

utilizza oltre il 10% della produzione mondiale.

La Russia è autosufficiente e fortemente esportatrice(costituisce la voce più importante delle

correnti di esportazioni).

La geografia mineraria può essere sintetizzata in quattro situazioni regionali:

1)Europa occidentale e il Giappone cioè due grandi regioni altamente consumatrici ma scarsamente

dotate di materie prime,le cui principali aree di approvvigionamento sono l’Africa e l’area del

pacifico

2)America settentrionale cioè un area altamente consumatrice ed esportatrice di minerali.

3)sino ad epoca recente la Russia e l’Est Europeo costituivano un area quasi chiusa,dove i reciproci

interscambi,poco rilevanti prevalevano nettamente sugli scambi con gli altri paesi,ma attualmente le

esportazioni russe sono rappresentate per il 70% da materie prime.

4) I paesi sottosviluppati visti come esportatori devono essere suddivisi al loro interno poiché le

riserve sono concentrate in alcuni paesi(stagno in Bolivia,fosfati in Marocco).

6.5 Gli spazi energetici

L’energia idroelettrica —caratterizza i paesi e le regioni maggiormente ricche di fonti

idriche:Austria,Svezia dove questo tipo di energia è prioritario rispetto ad altre fonti.

Gioca un ruolo decisivo soprattutto in regioni scarsamente popolose—il Quebec e l’Ontario

canadesi sono le aree di maggiore produzione mondiale il 70% della produzione energetica del

Canada.

L’energia da carbone —nonostante i vantaggi dati dal costo relativamente basso del materiale

,diversi fattori hanno impedito di fare del carbone la fonte energetica principale:

-i tempi lunghi di attivazione dei giacimenti ed adeguamento dei sistemi di trasporto.

-l’elevato inquinamento ambientale

-il minor contenuto calorico rispetto ad altre fonti.

Per questi motivi l’utilizzo del carbone ad uso energetico dipende dalla localizzazione dei

giacimenti,questa è una forma d’uso regionale. E’ possibile individuare alcune regioni tipiche:

-vecchie aree carbonifere dell’Europa occidentale dove il parziale esaurimento dei depositi di

superficie e l’alto costo di estrazione nei piccoli giacimenti di profondità limita l’impiego del

carbone come fonte energetica sostitutiva.

-negli Stati Uniti,che pur detengono l’8°% delle riserve del mondo occidentale,il carbone copre a

mala pena il 20%della produzione energetica.

-in Russia,la Siberia centrale fornisce oltre il 40% del carbone prodotto in tutte le repubbliche

dell’ex Unione Sovietica.

-il Giappone importa in misura crescente:ciò spiega l’aumento della produzione sudcoreana e

australiana.

-altre regioni a elevata produzione sono la Cina,l’India e la Nuova Zelanda.

L’energia da idrocarburi---- le aree di astrazione degli idrocarburi si sono notevolmente diffuse

sulla superficie del globo in seguito al perfezionamento delle tecniche di prospezione e perforazione

che hanno consentito lo sfruttamento dei giacimenti sempre più profondi. Presenti in rocce

porose(sabbie,rocce salifere) o in scisti( dette,rocce magazzino)il petrolio e il gas naturale sono

spesso estratti congiuntamente. Mentre il primo è già facilmente immagazzinabile già sul luogo di

estrazione e trasportabile con una pluralità di mezzi,il gas naturale presenta notevoli difficoltà di

immagazzinamento ed è trasportabile soprattutto mediante tubazioni. la rete di gasdotti(la metà

localizzata negli Stati Uniti e nel Canada e un quarto fra Russia e Ucraina)è economicamente

utilizzato in aree relativamente vicine ai luoghi di estrazione. Per questi motivi,la quota di gas sul

totale dei consumi mondiali di energia primaria non è molto elevata(il 21%).In Europa occidentale

la scoperta di giacimenti consistenti(nei Paesi Bassi nei Pirenei francesi) hanno fatto sì che il

consumo di gas naturale sia molto cresciuto negli ultimi trent’anni diventando parzialmente

sostituito dal petrolio. Diversa è la geografia del petrolio. Nonostante la crescita suscettibile dei

prezzi energetici,nel complesso il consumo mondiale a non è sostanzialmente diminuito .La grande

distanza che separa i centri di estrazione dalle principali aree di consumo alimenta flussi di scambio

internazionali di ampio raggio. Alcune grandi regioni geografiche:

-il Medio Oriente fornisce quasi il 30%del petrolio e possiede 2/3 delle riserve (di cui il

23%l’Arabia Esaudita ). Soprattutto dopo il 1973,l’afflusso finanziario seguito all’esportazione

petrolifera ha prodotto l trasformazione dell’economia di questi paesi:la crescente immigrazione e

l’esplosione dell’urbanizzazione ha qui portato alla crescita di un settore terziario abnorme.

-I paesi costieri del Mediterraneo costituiscono un’importante area di importazione e

trasformazione del greggio di provenienza mediorientale .La capacità di raffinazione in particolar

modo dell’Italia è superiore rispetto alle esigenze dei mercati nazionali---esportazione di prodotti

verso le aree industrializzate dell’Europa centrale.

-Gli Stati Uniti,con il 4% delle riserve denunciando una costante riduzione del loro ruolo di

produttori.

- la Russia il secondo produttore mondiale .I giacimenti in Siberia occidentale costituiscono la

maggior riserva del pianeta, mentre i giacimenti della Yakutia rimangono da sfruttare internamente.

-In Europa:l’estrazione è rilevante soltanto nel Mar del Nord. Sono i giacimenti sfruttati da Gran

Bretagna e Norvegia e pongono entrambi questi paesi nella posizione di esportatori. Si stima

l’esaurimento di questi giacimenti nell’arco di vent’anni.

- le restanti regioni del pianeta producono proporzionalmente alle proprie risorse. Il continente

africano(Libia,Nigeria,Algeria)fornisce complessivamente il 10% della produzione

mondiale,L’America Latina ,L Area del Pacifico 4%,la Cina il 4,4%

L’energia nucleare. Per la sua produzione si utilizzano minerali di uranio e torio,i cui atomi hanno

la caratteristica di emettere energia in un processo naturale definito come decadimento radioattivo.

Quest’ultimo nei reattori viene accelerato con conseguente emissione di energia in notevole

quantità. Il ciclo completo prevede varie operazioni di trasporto i cui costi sono proporzionati al

livello di pericolosità dei materiali e alla distanza da coprire. Nella fase di costruzione ogni

impianto esige un’elevata quota di addetti che scende bruscamente allorché la centrale diventa

operativa. La scelta dei siti:aree isolate,poco popolose,non sismiche e prossime ad un corso d’acqua

per assicurare il raffreddamento. Meno gravi i problemi relativi allo smaltimento delle scorie e al

rischio di fughe radioattive. I tempi eccezionalmente lunghi per l’entrata in funzione delle

centrali(negli USA trascorrono solitamente dai 13 ai 16 anni)unitamente ai rischi ambientali e ai

costi di costruzione hanno indotto molti paesi ala cancellazione di molti progetti e alla chiusura

delle centrali già funzionanti.

6.6 La geografia mineraria

I fattori localizzativi. La massa mineraria,il suo tenore in materiali utili,la posizione geologica dei

giacimenti(come la profondità)e le loro posizione geografica (come la localizzazione rispetto ai

mezzi di trasporto)sono le principali condizioni che influenzano la geografia mineraria. Il valore di

una data riserva dipende dalla misura in cui essa è economicamente sfruttabile e non tanto sul fatto

che sia fisicamente disponibile. Il concetto di economicità dello sfruttamento dipende da:costi di

trasporto,condizioni di mercato,i fattori politici e strategici.

Attività estrattiva e organizzazione territoriale. L’aumento della domanda e la riduzione dei costi di

trasporto hanno avuto l’effetto di allargare l’area di estrazione e accrescere la resa dei giacimenti

minerari marginali e più lontani dalle aree di consumo. Nei primi decenni dopo la rivoluzione

industriale dati gli elevati costi di trasporto e l’insufficienza delle infrastrutture viarie le aree di

estrazione mineraria e di approvvigionamento energetico rappresentarono la naturale sede delle

grandi concentrazioni industriali .Venuti meno questi impedimenti le attività industriali hanno

iniziato a muoversi più liberamente creando spesso una sorta di separazione funzionale fra regioni

industriali e regioni minerarie. I costi di trasporto dal dopoguerra sono diminuiti e la conseguenza di

ciò è stato il generale abbandono di giacimenti localizzati nelle vecchie regioni industriali a

vantaggio di quelli ,a più ricco tenore, siti nei paesi sottosviluppati o comunque in altri continenti.

Attualmente una regione mineraria è un’area di esportazione di minerali utilizzati altrove per cui la

sua organizzazione territoriale poggia su un efficiente sistema di trasporti e di infrastrutture

specializzate per avviare i minerali estratti verso i paesi e le aree industriali. Così le modificazioni

della geografia nel mondo sono in parte tributarie dei flussi di materie prime fra regioni spesso

lontane. Mentre molti poli europei si sono specializzati nello scarico di materie prime minerarie e d

energetiche ,nei paesi esportatori sono stati costruiti nuovi centri portuari specializzati nelle

operazioni di carico e stoccaggio. L’attività mineraria produce specifiche trasformazioni negative

del paesaggio e dell’ambiente sotto forma di impianti e linee ferroviarie dismesse,aree disboscate e

superfici ingombre di detriti. E’ il caso delle regioni carbonifere del Galles,della Rurh e della Slesia.

Altri fenomeni negativi :l’inquinamento d’acqua e aria,la distruzione dell’ecosistema.

6.7 Prezzi,mercati,manovre speculative

Ogni decisione di investimento nel settore minerario deve prevedere una relativa incertezza in

quanto la realizzazione dei profitti è inevitabilmente procrastinata nel tempo e dipende dalla

domanda e dalle fluttuazioni del prezzo future. Negli anni precedenti e durante l’ultimo conflitto

mondiale i prezzi sui mercati internazionali erano relativamente elevati. Il dopoguerra ha invece

inaugurato una fase,protrattasi fino agli anni 60,in cui i prezzi reali delle materie prime ed

energetiche rimasero costantemente basi. cosa che portò a un ‘intensificazione dei flussi di minerali

verso i paesi industrializzati e a un utilizzo estensivo delle risorse stesse. Le variazioni di prezzo

incidono ovviamente sulla scelta di porre a sfruttamento un deposito anziché un altro. Attualmente

,la struttura del commercio e dei mercati mondiali è significativamente differente per i diversi

minerali. Per i materiali ferrosi,la concorrenza tra i paesi esportatori,data la diffusione del materiale

e le abbondanti riserve,è relativamente poco aspra. Alcuni prodotti minerali (uranio, nichel)

possiedono tuttavia una rilevante importanza strategica,sia perché essenziali i alcune

produzioni(industria militare)sia in quanto prodotti da un numero esiguo di paesi,in genere non

appartenenti all’area industrializzata dell’Occidente .Relativamente alle materie prime energetiche

fino agli anni ‘70 poche grandi imprese ,in cui prevaleva il capitale anglosassone ,ne dominavano le

prospezione,l’estrazione e la commercializzazione .Gli elevati costi per la valorizzazione dei

giacimenti i tempi relativamente lunghi per il ritorno dei capitali investiti richiedevano

un’anticipazione finanziaria possibili solo alle imprese maggiori. I l settore petrolifero è quello che

meglio illustra la formazione di un sistema di quasi- monopolio ,dominato nel dopoguerra da 7

grandi imprese altamente integrate verticalmente,chiamate le sette sorelle:Texaco,Exxon,Standard

Oil Of California (meglio nota come Chevron),Gulf.Mobil,Royal Duch-Shell e British Petroleum. Il

ciclo produttivo di queste imprese prevede sia l’estrazione sia la trasformazione e la distribuzione

dei prodotti petroliferi. Fra gli anni 60 e 70 la situazione mutò sensibilmente. Molte imprese di stato

sia dei paesi produttori sia di quelli consumatori(l’Agip in Italia) iniziarono a negoziare accordi di

prospezione e di fornitura. Cominciò ad affermarsi il principio della sovranità degli stati e le priorità

del capitale nazionale sulle proprie riserve e, nel campo petrolifero ,prese vigore l’azione dell’Opec

–l’ organizzazione dei paesi esportatori.

L’OPEC----raggruppa oggi 11 dei maggiori produttori mondiali di greggio cioè

IRAN,IRAQ,ARABIA ESAUDITA,KUWAIT,QATAR,EMIRATI ARABI

UNITI,ALGERIA,LIBIA., NIGERIA,INDONESIA E VENEZUELA. L’ industria petrolifera ,da

settore dominato dal capitale privato,si trasformò in un settore misto in cui il capitale pubblico

controlla una quota dell’industria estrattiva e di prima trasformazione .L’Opec a partire dal 1973

riuscì ad imporre una politica di prezzi alti. Per tutti gli anni ’70 e la prima metà del decennio

successivo gli elevati prezzi del petrolio costrinsero i paesi importatori e gli stessi stati uniti a

ridurre i consumi e a sfruttare fonti di approvvigionamento ad alto costo sia petrolifere(come i

giacimenti del mar del nord)sia di altra natura(nucleare,solare). La strategia delle imprese minerarie

e petrolifere si è modificata consentendo il controllo della tecnologia per la prospezione e

l’estrazione, esse hanno continuato a giocare un ruolo decisivo come prestatori di servizi.

Capitolo 7

L’industria manifatturiera

La nascita della manifattura non fu un evento improvviso ma venne preceduta da altre trasformazioni

economiche, sociali, tecnologiche che la resero possibile. L’attività industriale non si estende

uniformemente sulla superficie del pianeta, ma presenta uno sviluppo squilibrato e discontinuo. Per

via degli stretti legami che instaura con gli altri comparti dell’economia (l’agricoltura, il commercio,

i trasporto ecc.), l’attività manifatturiera è estremamente importante in tutti i sistemi economici

moderni. L’industria è sinonimo di settore secondario, cioè l’insieme delle attività manifatturiere di

trasformazione di prodotti primari (dell’agricoltura, minerari, forestali..) in beni destinati al consumo.

L’attività manifatturiera comprende tre fasi distinte:

1. L’approvvigionamento di una o di svariate materie prime o semilavorati, che vengono riuniti in

un determinato luogo dove si procede alla loro trasformazione

2. La produzione -> la trasformazione delle materie prime e dei componenti nel prodotto finito. Più

lunga e complessa è la trasformazione subita dal materiale originario, più ampia sarà la differenza

fra il valore iniziale del materiale e il valore del prodotto finito. Questa differenza viene indicata

come valore aggiunto (il valore che il prodotto acquisisce nel corso del processo produttivo;

include costi sostenuti dall’impresa: salari, quello dei macchinari acquistati, tasse ecc.)

Industrie o settori produttivi a prevalente intensità di lavoro-> basate sul lavoro della mano d’opera

(industria tessile, dell’abbigliamento) per cui il costo del lavoro copre una quota elevata del valore

aggiunto.

Industrie a prevalente intensità di capitale-> basate sull’utilizzo di macchinari costosi (la

trasformazione primaria dei metalli e degli idrocarburi)

3. La distribuzione del bene prodotto sul mercato dei consumatori finali se l’impresa produce un

prodotto finito (un’automobile) oppure sul mercato delle imprese stesse (un semi-prodotto).

L’industria opera nel sistema economico non isolatamente, bensì instaura un indispensabile fascio di

reazioni funzionali che si fanno più complesse man mano che procede lo sviluppo industriale. Si

distinguono tre tipi di rapporti tecnico – funzionali:

‐ verticali -> quando nella trasformazione della materia prima in prodotto finito una serie di

processi produttivi sono legati l’uno all’altro in successione

Nell’industria siderurgica una prima fase di lavorazione di ferro è seguita dalla sua fusione, quindi

dalla sua trasformazione in acciaio e da successive svariate fasi per la produzione di altri prodotti

(tubi). Quando le successive fasi sono realizzate da differenti imprese o impianti si parlerà di

disintegrazione verticale di un settore industriale; si parlerà invece di integrazione verticale quando

l’intero ciclo produttivo si realizza all’interno di un unico impianto o fra impianti appartenenti a una

stessa impresa.

‐ laterali -> quando le imprese producono certi componenti o servizi destinati a convergere verso

un’unica impresa di assemblaggio ( rapporti tra le imprese automobilistiche e imprese fornitrici di

parti e componenti)

‐ di servizio -> quando le imprese utilizzano un processo o servizio comune fornito in una

determinata area

Le relazioni funzionali, fattori essenziali di localizzazione e di organizzazione del territorio, sono più

complesse e numerose al crescere della dimensione e del livello tecnologico dell’impresa. Il processo

produttivo comprende una pluralità di imprese e di settori fra loro complementari. In un dato

territorio si realizza la rete, più o meno fitta, di interscambi necessari sia per il reperimento dei diversi

fattori di produzione sia per la distribuzione e la vendita dei prodotti. Le diverse fasi non si svolgono

necessariamente nella stessa località: la localizzazione dei giacimenti di materiali è spesso separata

dagli impianti destinati alla loro lavorazione, così come questi ultimi non operano necessariamente

presso il mercato verso il quale sarà poi distribuito il prodotto. Una razionale catena di relazioni

rende maggiormente efficiente la produzione: consente la riduzione dei costi e il miglioramento delle

condizioni di funzionamento.

Al contrario dello spazio agricolo, dove le colture si distribuiscono in modo relativamente continuo

sul territorio, lo spazio industriale è uno spazio discontinuo, uno spazio di relazioni tra molteplici

elementi variamente localizzati. I primi addensamenti industriali, che si formano nel XVIII secolo,

consistevano soprattutto in manifatture tessili e impianti per la lavorazione dei metalli. La

localizzazione di quei primi distretti industriali era orientata verso i giacimenti minerari e le fonti di

energia. Il carbone fossile rappresentò la principale fonte di energia, per cui favorì la concentrazione

delle manifatture ne pressi dei centri di estrazione. La formazione dei primi distretti industriali fu

quindi di un rapporto diretto con le risorse naturali locali. Il problema era quello di ridurre il costo del

trasporto.

Ben presto i primi distretti industriali attirarono consistenti flussi migratori provenienti dalle

campagne, favorendo la concentrazione della popolazione, in gran parte scarsamente qualificata.

Presenza di materie prime ed energetiche, bacini di forza lavoro e mercati sui quali commercializzare

i prodotti, costituivano le tre condizioni generali di localizzazione delle imprese nei primi due secoli

di sviluppi industriale. Quella prima fase di industrializzazione favorì l’affermazione delle prime

potenze industriali : Gran Bretagna, Francia, Germani, Stati Uniti. Con l’ultimo secolo, e soprattutto

a partire dal secondo dopoguerra, lo sviluppo industriale si diffuse in altre regioni e paesi. Il processo

di localizzazione industriale opera con un certo grado di inerzia, nel senso che le aree nelle quali si

erano concentrati i primi fenomeni industriali hanno sovente continuato ad attrarre successivi

investimenti.

All’interno della singola impresa, la riduzione dei costi di produzione avviene aumentando la

dimensione degli impianti (standardizzazione e produzione di massa). La produzione di uno o pochi

prodotti da parte di un’impresa industriale consente un notevole risparmio in termini di costo

(investimento in attrezzature e macchinari specializzati e una divisione del lavoro fra i diversi reparti

e fra gruppi di lavoratori). I vantaggi derivanti, o economie interne: crescente specializzazione,

interdipendenza fra i reparti, concentrazione di capitali e di popolazione verso le aree in via di

industrializzazione, formazione nei pressi delle imprese di un ampio mercato del lavoro.

All’esterno dell’impresa, l’intensificarsi delle relazioni tra più imprese localizzate in una stessa area

produce vantaggi collettivi, o economie di agglomerazione: entrando a far parte di

un’agglomerazione industriale la singola impresa usufruisce di condizioni favorevoli che non

potrebbe trovare se operasse isolatamente. Agglomerandosi, le imprese possono realizzare risparmi

di costo, o economie esterne, riconducibili alle seguenti tipologie:

‐ L’instaurarsi di relazioni di scambio fra imprese in uno stesso ciclo produttivo consente di

realizzare una divisione del lavoro fra le diverse unità produttive (si creano rapporti di fornitura di

semilavorati e parti di prodotto). Definito come decentramento produttivo, quando viene praticato

sistematicamente su larga scala questo processo porta alla disintegrazione verticale del ciclo

produttivo, il quale viene così suddiviso tra i produttori autonomi.

‐ La possibilità di utilizzare, da parte di più imprese, un unico sistema di infrastrutture e di servizi

(reti stradali, ferroviarie ecc.)

‐ La particolare atmosfera industriale presente in una determinata area (la rivalità fra le imprese

stesse stimola il processo innovativo).

‐ La reputazione acquisita dai prodotti provenienti da una determinata località.

Quando l’agglomerazione industriale si sviluppa entro un’area urbana di medie o grandi dimensioni,

le imprese insediate ricevono a loro volta alcuni vantaggi aggiuntivi, o economie di urbanizzazione:

‐ un mercato del lavoro differenziato per età, sesso, specializzazioni

‐ un più vasto mercato di sbocco per i prodotti

‐ una dotazione di infrastrutture e servizi collettivi di livello superiore

‐ un’ampia gamma di servizi per la produzione; ricerca e consulenza tecnico – scientifica

Sullo spazio terrestre, le più estese, più grandi, più significative regioni industriali sono concentrate

in un numero ristretto di paesi e, all’interno di questi, in aree piuttosto limitate che corrispondono

spesso ai vecchi bacini carboniferi (quello della Ruhr, della Pennsylvania) e alle grandi aree

metropolitane e portuali (Parigi, Londra, New York).

Esistono profonde differenze fra le diverse forme di sviluppo industriale del mondo contemporaneo.

L’industria è un settore notevolmente dinamico, che si trasforma continuamente al suo interno e al

tempo stesso si diffonde nello spazio. Ma i processi di concentrazione delle strutture industriali non si

riproducono all’infinito. La continua addizione di unità produttive in uno spazio ristretto può tradursi

infatti in una serie di costi che annullano i vantaggi iniziali ( traffico, inquinamento, perdita di

efficienza dei servizi, la competizione fra imprese fa crescere il prezzo del suolo). Questo può far sì

che i vantaggi derivati dalla concentrazione si traducono in diseconomie che danno origine a processi

di deglomerazione (certe imprese sono spinte a ricercare altre localizzazione esterne ai centri urbani).

Questi processi possono assumere forme diverse:

‐ rilocalizzazione (o decentramento territoriale) -> le imprese, di fronte all’aumento dei costi nelle

aree urbane, spostano la sede della propria attività produttiva nelle aree suburbane oppure in

regioni più lontane (verso centri di modesta dimensione o aree periferiche non ancora

urbanizzate; in alcuni paesi sottosviluppati a basso costo del lavoro). Se il decentramento avviene

nelle aree periferiche delle grandi agglomerazioni si parla di suburbanizzazione -> un fenomeno

tipico di tutte le economie industriali; la ricerca di costi di insediamento meno elevati, e nel

contempo la conservazione dei vantaggi derivanti dalla prossimità al vecchio centro urbano, dove

rimangono localizzate altre funzioni, meno consumatrici di spazio, ma indispensabili (istituti

finanziari, centri di ricerca)

‐ decentramento produttivo -> si ha quando le imprese non trovano più governabile o

conveniente la grande dimensione degli impianti: può verificarsi ad esempio quando un rapido

progresso tecnologico rende obsolete le strutture produttive dell’impresa. Il ciclo produttivo viene

così scomposto in segmenti, assegnati ad altre imprese di più modesta dimensione, non

necessariamente presenti nella stessa area geografica, che poi inviano parti e componenti

all’impresa principale, la quale provvede all’assemblaggio. Il decentramento produttivo porta alla

formazione di imprese di piccola e media dimensione, che forniscono una maggiore flessibilità

rispetto alla grande impresa.

‐ Formazione di sistemi industriali periferici -> si sviluppano in parte come conseguenza di

processi di decentramento, ma anche seguendo logiche proprie, dettate dalle condizioni della

società, dell’economia e del organizzazione territoriale periferica -> regioni dell’Italia centrale e

nord-orientale come esempi di crescita industriale autonoma

L’impresa volta al perseguimento della riduzione dei costi e alla generazione del profitto coordina

attività e funzioni che acquisisce all’esterno (manodopera, materiali, servizi e semilavorati) e che, al

termine del ciclo di produzione, riconsegna al mercato sotto forma di prodotti. Grandi e piccole

imprese hanno diverse le capacità di organizzare il proprio ciclo di produzione.

La grande impresa -> potendo acquisire consistenti vantaggi sui mercati, nell’accesso

all’informazione e nella capacità di elaborare le proprie decisioni (decide un gruppo di individui), è

in grado di instaurare rapporti di dominanza con altri soggetti e imprese

Un’impresa di piccole dimensioni -> possiede modeste potenzialità tecnologiche e finanziare e ha

una più limitata capacità di azione strategica nei confronti del mercato e di altri soggetti; le decisioni

vengono assunte da un unico soggetto, il proprietario imprenditore

Entrambi questi gruppi di imprese sono sempre presenti nel mondo industriale contemporaneo.

Secondo la classificazione adottata dall’OCSE (L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo

economico) si individuano:

‐ Imprese grandi -> con oltre 500 addetti

‐ Imprese medie -> fra i 50 e i 500 addetti

‐ Imprese piccole -> con meno di 50 occupati

Il sistema industriale ha teso a essere sempre più dominato dall’impresa di grandi dimensioni, la

quale ha finito spesso per assumere un’organizzazione nazionale o multinazionale. Questo tipo di

impresa, con rilevanti capacità manageriali e competitive, è un fenomeno abbastanza recente.

Comparsa sul finire dell’Ottocento, con la Prima guerra mondiale si era già imposta in tutti i paesi

industrializzati. Volte al controllo di crescenti segmenti dell’economia, queste imprese hanno teso a

concentrare al loro interno, cioè internalizzare, il maggior numero possibile di funzioni, allo scopo

di accrescere la loro capacità di coordinamento e controllo sui mercati, risorse, tecnologie ecc. La

grande impresa ha un’organizzazione gerarchica, scindibile in tre livelli funzionali e spaziali:

1. Le funzioni di decisione, pianificazione strategica, ricerca e sviluppo sono concentrate in un

numero ristretto di grandi centri metropolitani dei paesi industriali avanzati -> la sede centrale

2. Altre funzioni produttive che richiedono lavoro qualificato e la presenza di infrastrutture

specifiche (trasporti,energia) sono localizzate in aree già dotate di una base industriale

consolidata; centri di media ma anche di grande dimensione -> impianto semiperiferico

3. Le produzioni standardizzate e a basso contenuto tecnologico necessitano di mano d’opera

abbondante ma di qualificazione inferiore -> impianto periferico

Nelle condizioni tecnologiche del dopoguerra, il trasferimento di capitale (oltre che di prodotti

manifatturieri) a lunga distanza pose le basi per la formazione di sistemi d’impresa fortemente

internazionalizzati. IED Investimenti Esteri Diretti (destinati a impiantare nuove unità produttive

all’estero o ad acquistare impianti già operanti) furono possibili dalla venuta a maturazione di alcune

fondamentali innovazioni tecnologiche; la possibilità di scomporre il ciclo produttivo, lo sviluppo

delle infrastrutture di trasporto e di comunicazione, l’omogeneizzazione dei mercati, la progressiva

eliminazione delle barriere commerciali. Il basso livello salariale di molti paesi dell’area

sottosviluppata (Asia sud-orientale e America Latina in particolare) rappresentò, a partire dagli anni

Settanta, un formidabile fattore di attrazione dei flussi internazionali di capitale.

Il modello del ciclo di vita del prodotto, introdotto da Raymond Vernon nel 1966, descrive come la

produzione di un bene (nelle grandi imprese) attraversa tre successive fasi in presenza di certe

condizioni territoriali in determinate aree geografiche:

1. Fase dell’innovazione -> sperimentazione di nuovi prodotti da introdurre sul mercato;

fondamentali le attività di ricerca, il capitale di rischio, i servizi finanziari, lavoratori altamente

qualificati -> condizioni soddisfatte nei paesi e nelle aree a capitalismo più avanzato (Stati Uniti,

Giappone, Germania, Gran Bretagna e Francia); il prodotto sarà costoso e accessibile a pochi

consumatori.

2. Fase della maturità -> progressiva messa a punto del prodotto e del processo produttivo, che

permette la riduzione dei costi di produzione; aumenta l’incidenza del lavoro meno qualificato ->

gli impianti di produzione possono essere decentrati al di fuori delle tradizionali aree

metropolitane, in quei paesi che, pur non disponendo di una capacità tecnologica particolarmente

levata, possiedono tuttavia una struttura industriale relativamente solida e sono quindi in grado di

accogliere le innovazioni prodotte altrove (Italia)

3. Fase della standardizzazione -> il prodotto e le tecniche produttive sono ormai note e diffuse; il

decentramento della produzione verso i paesi a basso costo del lavoro e con una mano d’opera

abbondante, anche se scarsamente qualificata (Asia su-orientale, America Latina) -> in questa

fase, il paese in cui il bene era stato originariamente introdotto diventa, da esportatore,

importatore dello stesso bene prodotto altrove

Con gli anni Ottanta, nelle nuove condizioni competitiva e tecnologiche, sono andate affermandosi

nuove forme di comportamento d’impresa:

‐ acquisizioni -> le unità acquisite conservano la propria autonomia giuridica e funzionale, ma,

rientrando a far parte di una più ampia rete d’impresa, consentono al sistema di raggiungere un

miglior posizionamento sul mercato

‐ joint ventures e accordi di cooperazione fra imprese autonome in specifici progetti e iniziative

produttive -> gli obiettivi: la distribuzione dei rischi, la ricerca di sinergie nella produzione di

conoscenza tecnologica

‐ alleanze strategiche -> la novità più diffusa; questi accordi tendono a favorire la ricerca di

complementarietà strategiche fra imprese in aree diverse

L’impresa multinazionale dell’ultima generazione appare di conseguenza più flessibile e libera di

muoversi sui diversi continenti; realizza una scomposizione del ciclo produttivo fra molteplici regioni

e paesi -> si parla in questo caso di impresa globale, che rappresenta l’ultimo stadio dell’evoluzione

del sistema industriale: le attività all’estero di queste nuove forme di impresa non sono più limitate a

poche affiliate operanti nello stesso settore di attività, ma si estendono a rete u tutti i continenti,

coprendo un ventaglio molto ampio di settori produttivi. L’impresa è impegnata nella produzione di

beni altamente specializzati e prodotti standardizzati a consumo di massa.

L’organizzazione produttiva dominante il XX secolo è tradizionalmente definita come ford-

taylorista:

il termine fordismo -> fa riferimento alle modalità organizzative introdotte per la prima volta da

Henry Ford nei suoi impianto automobilistici presso Detroit; esse si fondavano sulla grande

dimensione degli impianti, l’integrazione verticale del ciclo produttivo, elevati livelli di occupazione

e di produzione di beni standardizzati

il termine taylorismo -> con questo termine si intende l’organizzazione del lavoro e dei cicli di

produzione che consentiva a quel tipo di impresa di espandersi e di diventare il soggetto dominante

dell’economia; sono i principi introdotti da Frederick Taylor, un sociologo industriale americano, che

prevedevano la scomposizione in segmenti separati del processo produttivo all’interno dell’impresa e

la parcellizzazione delle mansioni fra gruppi di lavoratori.

Le grandi imprese iniziarono a concentrare in misura crescente le proprie funzioni nei pressi delle

grandi agglomerazioni e a instaurare rapporti con gli altri produttori -> l’espansione delle grandi

imprese automobilistiche americane (General Motors, Ford, Chrysler) si accompagnò alla drastica

riduzione del numero degli altri produttori di automobili e all’affermazione della più grande

metropoli industriale del mondo; Detroit. L’impresa era spinta a internalizzare funzioni crescenti al

proprio interno allo scopo di realizzare sia economie di scala (la produzione di massa e standardizzata

che riduce i costi di produzione), sia economia di varietà (imprese impegnate su più prodotti; i costi

diminuiscono).

A partire dagli anni Settanta, si è realizzata, soprattutto nei paesi sviluppati, una nuova rivoluzione

tecnologica. Essa si realizza sul potenziale offerto dalle nuove tecnologie elettroniche.

Innovazione ->la prima utilizzazione commerciale, coronata dal successo, di una conoscenza

tecnico-scientifica (invenzione) da parte di un’impresa; è l’utilizzo delle conoscenze scientifiche ai

fini produttivi. Non tutte le invenzioni portano all’innovazione. Innovazione può essere:

‐ di prodotto (introduzione o miglioramento di un prodotto)

‐ di processo (destinata a modificare l’organizzazione della produzione)

‐ radicale (riguarda un prodotto o una tecnica produttiva interamente nuova, la cui introduzione

modifica le precedenti condizioni di mercato -> la macchina al vapore)

‐ incrementale (continuo e successivo miglioramento di una innovazione radicale già introdotta

con successo)

Il processo innovativo è composto di tre distinte e successive fasi: l’invenzione (sfera della ricerca

scientifica), l’innovazione cioè l’applicazione industriale e commerciale dell’invenzione e infine la

sua diffusione ad altre imprese. L’impresa innovativa è quella che destina un’ampia quota dei propri

investimenti alla ricerca e allo sviluppi (R&S) di prodotti e tecnologie produttive nuove. Lo sviluppo

di una nuova tecnologia dipende da specifiche condizioni economiche, culturali e politiche, le quali si

ritrovano di regola soltanto in determinate località.

Secondo la teoria delle onde lunghe dello sviluppo, derivata dalle intuizioni di uno storico sovietico

degli anni Venti; Kondtratiev -> la storia dell’economia capitalistica degli ultimi secoli sarebbe

disponibile in cicli comprendenti ognuno quattro fasi: prosperità, recessione, depressione e

ripresa.

Innovazione -> fase di prosperità; il sistema economico entra in una fase espansiva e utilizza

commercialmente i nuovi prodotti; ottiene profitti e si può permettere nuovi investimenti -> il suo

comportamento è seguito da altre imprese imitatrici -> nascono i fattori di disturbo (investimenti

errati)-> si avvia una fase di recessione; il declino procede sino a quando non si eliminano i fattori di

disturbo -> si arriva alla fase di depressione -> l’espulsione dal mercato delle imprese non innovatrici

e infine arriva la fase della ripresa.

Oltre che sul piano dei comportamenti strategici (joint ventures, alleanze strategiche ecc.) nelle nuove

condizioni tecnologiche le imprese tendono a modificare e rendere più complessi i propri

comportamenti localizzativi. Tendono, da un lato, ad approfondire le precedenti strategie di

decentramento delle proprie funzioni produttive e dall’altro lato perseguono comportamenti volti a

riconcentrare (riagglomerare) le proprie attività. Le funzioni di livello più elevato (tecnologiche,

strategiche, direzionali) -> si concentrano nelle città globali; nei nodi delle reti di informazione,

comunicazione, commerciali e finanziarie mondiali. Le funzioni manifatturiere -> nelle nuove forme

di agglomerazione con l’adozione di tecniche come just-in-time; che prevedono la minimizzazione

delle scorte di magazzino sia di prodotti che di componenti -> le imprese, anziché produrre grandi

volumi di manufatti in anticipo rispetto alla domanda, procedono alla produzione solo su richiesta del

mercato.

Internazionalizzazione -> l’evoluzione delle grandi imprese industriali, nel corso del Novecento,

con delle scelte strategiche volte a controllare e coordinare un insieme di attività distribuite fra

impianti e unità diverse in differenti parti del globo.

L’introduzione di nuove tecnologie flessibili è la risposta da parte dei soggetti economici alla

crescente globalizzazione e alla differenziazione della domanda di mercato. La perdurante

internazionalizzazione e la crescente globalizzazione della vita economica fanno sì che i cambiamenti

che hanno origine in una parte del mondo si diffondano rapidamente nelle altre. Nel corso degli anni

Ottanta, la globalizzazione si è manifestata, anzitutto, nella crescita dei movimenti internazionali di

capitale. Una parte degli scambi ha per oggetto il trasferimento di brevetti o diritti per nuovi prodotti

e nuovi processi produttivi. Ciò ha accelerato l’adozione da parte delle imprese, di tecnologie di

provenienza plurinazionale, oltre che il rapido incremento dei flussi internazionali di informazione

economica, tecnologica, politica e culturale -> sulla base di questo fattori già negli anni Settanta

venne coniato il termine di villaggio globale.

A differenza della internazionalizzazione che ha cadenzato i primi tre decenni del dopoguerra, le

nuove forme di relazione non si esprimono, nella mera espansione internazionale della singola

impresa, bensì nello sviluppo di una divisione del lavoro fra imprese fondata sugli accordi e la

cooperazione fra soggetti diversi. L’organizzazione spaziale del sistema globale è caratterizzata da

una struttura gerarchizzata che si articola su tre livelli principali:

1. al livello superiore si trovano alcune aree metropolitane dove operano i centri decisionali,

responsabili delle grandi scelte strategiche delle imprese (New York, San Francisco, Tokyo,

Londra, Parigi)

2. a un secondo livello gerarchico -> i grandi centri industriali, che in passato svolgevano una

funzione trainante nelle rispettive economie nazionali ma che attualmente stanno perdendo

relativa importanza ( Detroit, Francoforte e l’agglomerazione della Ruhr) -> ognuna di queste

agglomerazioni possiede ovviamente una propria area di influenza, regionale o anche nazionale,

su cui esercita dominio economico

3. al livello inferiore si trovano le aree di decentramento delle funzioni produttive più standardizzate

-> nuovi paesi industrializzati che si sono dotati di infrastrutture e possono offrire altri requisiti

che incentivano le imprese a localizzarsi (aree urbane, concentrazioni di mano d’opera)

Il decentramento internazionale di molte funzioni produttive si è intensificato negli ultimi decenni del

XX secolo, coinvolgendo numerose economie in via di sviluppo e rendendo geografia del mondo

industriale contemporaneo ben più complessa.

Fatta eccezione di ambiti come il Giappone (forte investitore) e la Cina (destinataria) tutti i paesi

inseriti nei circuiti economici mondiali sono ora a un tempo fonte e destinazione dei grandi flussi di

investimenti esteri diretti. I paesi sottosviluppati continuano ad attrarre quote piuttosto modeste di

investimenti.

Triade globale -> il mondo economico è ora organizzato essenzialmente attorno a una

macrostruttura tripolare, i cui vertici – Nord America, Europa e Asia orientale e sudorientale –

raccolgono gran parte della produzione, del commercio e degli investimenti diretti. Le tre potenze

economiche, insieme, dominano tutta l’economia del pianeta. Nel caso asiatico, alcuni ambiti

geografici tradizionalmente periferici, e in particolare la Cina, hanno conosciuto negli ultimi anni

un’espansione economica senza precedenti. Alla base dell’attrattività cinese per i flussi di

investimenti stranieri gioca un ruolo importante: il basso costo della mano d’opera locale, il personale

di buona qualità (livelli di alfabetizzazione relativamente elevati), buona disponibilità i materie prime

e risorse naturali, discreta dotazione di infrastrutture di trasporto. L’India si propone sul mercato

internazionale come un competitore diretto della Cina in materia di attrazione di investimenti esteri.

Ma mentre l’attività manifatturiera cinese è fortemente orientata alle esportazioni, l’India persegue

una politica industriale rivolta al consumo sul mercato interno. La normativa in materia di lavoro e di

investimenti rende più attrattiva la scelta della Cina, che segnala livelli di alfabetizzazione e di

reddito pro capite superiori a quelli indiani.

Nei primi decenni del XX secolo l’affermazione della produzione di massa decretò la crisi di un

modello di organizzazione produttiva fondato sulla piccola impresa. Ma negli ultimi decenni in tutti i

paesi industrializzati il numero delle piccole imprese iniziò, a partire dagli anni Settanta, a crescere

rapidamente. In Italia le piccole imprese detengono tuttora una quota molto elevata di occupazione

rispetto a quelle di grande dimensione. L’affermazione della piccola impresa si è fondata spesso sulla

valorizzazione di condizioni imprenditoriali, infrastrutturali e tecnologiche locali. La piccola impresa

non è soltanto l’attore principale di diffusi processi di sviluppo coinvolgenti regioni in precedenza

non industrializzate. Essa è coinvolta, unitamente alle grandi imprese, nella ricerca e nello sviluppo

di produzioni tecnologicamente avanzate. Sempre più spesso, la ricerca e lo sviluppo non vengono

realizzati all’interno delle grandi strutture d’impresa, ma coinvolgono reti di imprese di più piccola

dimensione, fra le quali si svolge un’intesa e reciproca interazione, riguardante lo scambio di

informazioni e di personale tecnico. Per queste imprese, le condizioni tradizionali (i mercati, i

trasporti, le fonti di materie prime ed energetiche) sono di importanza limitata, mentre giocano un

ruolo centrale altri fattori: la vicinanza ai centri di ricerca universitari e altri, un efficiente sistema di

infrastrutture, favorevoli condizioni climatico -ambientali ed eccellenti livelli di qualità della vita. Da

qui deriva la diffusione e il consolidamento di nuovi spazi industriali specializzati nelle funzioni di

ricerca e produzione di beni a elevato contenuto tecnologico (tecnopoli, parchi scientifici, poli e

distretti scientifici. In questi villaggi della ricerca sono localizzati istituti di sperimentazione, sia

universitari che privati, finanziati spesso dagli enti pubblici.

CAPITOLO 8

SERVIZI E TERRITORIO

Fino a pochi decenni fa nel settore terziario venivano inserite tutte le attività che non facevano parte

dell’agricoltura e dell’industria. Più recentemente il terziario è stato suddiviso in modo più

articolato secondo la funzione economica e la posizione gerarchico – territoriale.

Oltre alla circolazione delle merci (trasporti, logistica e commercio), del denaro (banche e

assicurazioni), a alla Pubblica Amministrazione, ha acquisito maggiore importanza la circolazione

delle persone (turismo e affari ), servizi finalizzati alla elaborazione, scambio e controllo dell’

informazione, quali ricerca e sviluppo, informazioni di mercato, formazione del personale.

Il terziario è un potente indicatore dello sviluppo economico e sociale. Nei paesi sotto-sviluppati,

l’aumento di occupati nel terziario non indica reale sviluppo ma sotto-occupazione, poiché trattasi

di forza lavoro espulsa dal settore agricolo e praticante nel terziario lavori a scarsissima

produttività, come il piccolo commercio o servizi personali.

Mentre invece nei paesi sviluppati, caratterizzati da una terziarizzazione dell’economia, è

aumentata la quota del lavoro terziario dedicato all’industria, (logistica, pubblicità, marketing,

attività finanziarie e gestionali), quindi non si è ridotta la produzione industriale. E’ solo mutata

l’organizzazione del processo produttivo. Lo sviluppo dell’automazione industriale ha infatti

richiesto maggiori esigenze a livello di formazione, elevati livelli di scolarizzazione. La stessa

finanziarizzazione dell’economia ha contribuito alla centralità economica del terziario.

Classificazione delle attività terziarie

Si opera una distinzione di tipo funzionale, che identifica cioè l’utenza di ogni tipo di servizio.

Avremo dunque:

1) Servizi per le famiglie: destinati alla vendita e rivolti al consumo finale, ad esempio il

commercio al minuto ( negozi, grandi magazzini), servizi paracommerciali (bar, ristoranti,

alberghi, pubblici servizi), servizi turistici, servizi per la cura della persona, servizi di

riparazione e manutenzione. Il commercio è comunque il più importante dal punto di vista

occupazionale (10% della popolazione attiva). Disparità e dualismo rete dei servizi nei paesi

sviluppati vs paesi sottosviluppati.

2) Servizi per la collettività, di uso collettivo. Suddivisi in:

Infrastrutture sociali ( pubblica amministrazione cioè uffici pubblici dipendenti dal

• governo centrale e dagli enti locali, giustizia, difesa, sicurezza sociale, ospedali e

assistenza medica, istruzione, servizi sociali sportivi e culturali); sono gestiti in

prevalenza dallo stato (che può fornirli a prezzi politici o gratuitamente) e dalle

amministrazioni locali, o dati in gestione ad imprese private, o affidate al terzo settore.

Infrastrutture di trasporto e comunicazione che assicurano la circolazione delle merci,

• delle persone, delle informazioni e del denaro.

3) Servizi per le imprese: ricerca applicata ,ricerca e sviluppo,marketing

strategico,consulenza finanziaria e gestionale, logistica. Presenti prevalentemente nei paesi

avanzati. Si distinguono in tradizionali (ad es. contabilità)e innovativi (ad es. logistica)e in

servizi espliciti (prodotti da unità esterne all’impresa)e servizi impliciti(prodotti

internamente).

4) Attività quaternarie: non si tratta propriamente di servizi , ma attività di

comando,decisione, pianificazione, orientamento politico. È il cervello del sistema,

comprende quindi le sedi decisionali superiori della Pubblica Amministrazione, del governo

politico, le principali istituzioni finanziarie come le banche centrali e le Borse, le principali

università, la direzione dei mass media, i grandi centri della cultura religiosa. Non sono

comunque esclusi, nonostante il conflitto di interessi, rapporti di collaborazione tra

organismi del potere pubblico e quelli dell’economia privata, ad esempio tra grandi gruppi

bancari privati che premono sul potere politico per scelte finanziarie quali tassi di sconto,

regolamentazione delle esportazione di capitale. Le città sedi di più attività che influenzano

l’intera economia mondiale sono i nodi centrali delle relazioni globali, dette quindi città

globali. Le attività quaternarie e terziario-superiori non sono oggetto di depolarizzazione e

restano localizzate nel centro principale determinando un processo di accentramento

selettivo di livello elevato.

Il terzo settore non va confuso con il settore terziario, di cui tuttavia è una parte. Si tratta di un

insieme di attività di servizio svolte da privati in campo assistenziale, culturale, sportivo, ecc. che

sostituiscono l’intervento dello stato dove esso è carente (sanità, assistenza agli emarginati, ecc.). E’

detto Non profit, poiché obiettivo di queste attività non è per come per le imprese, il profitto. In

alcuni casi, comunque, gli addetti al terzo settore percepiscono una remunerazione per il proprio

lavoro, in altri casi trattasi di volontariato. E’ finanziato dal governo (30%), da donazioni di privati,

da impresi ed enti (20%), da chi usufruisce di questi servizi (50%).

La distribuzione delle attività terziarie sul territorio non è uniforme: vi sono grandi centri che

hanno un numero molto elevato e diversificato di servizi, e piccole città che si limitano a fornirne

un numero ridotto. Per interpretare la distribuzione geografica dei servizi occorre tener conto del

raggio geografico dell’utenza, distinguiamo quindi tre categorie di servizi, che vanno a disporsi sul

territorio secondo un ordine gerarchico:

1. I servizi comuni (o diffusi). Ad esempio il supermercato alimentare (per le famiglie),

trasporti per conto di terzi (per le imprese) e la scuola dell’obbligo (per la collettività);

2. I servizi di livello medio. Ad esempio il negozio di dischi (per le famiglie), la consulenza

fiscale (per le imprese), la scuola media superiore (per la collettività);

3. I servizi rari (o terziari superiori). Ad esempio i negozi d’alta moda (per le famiglie), il

marketing finanziario (per le imprese), l’università (per la collettività).

CAPTOLO 9

Trasporti e organizzazione territoriale

i miglioramenti tecnologici nelle telecomunicazioni hanno ridotto la frizione della distanza,

misurabile sulla base dei tempi e sui costi di percorrenza. Per rappresentare la distribuzione delle

strutture di trasporto sul territorio si usano carte multidimensionali analizzando una vera e propria

localizzazione a rete in cui si inseriscono dei nodi la cui importanza dipende dai flussi di traffico.

-fattori e modi di evoluzione dei trasporti

sfruttamento di nuovi territori, controllo strategico e politico di zone sottomesse, apertura di mercati

lontani e reperimento di materie prima a costi bassi (come avvenne con lo sviluppo dell’economia

mercantile nel 1700). La macchina a vapore sancisce la nascita della ferrovia che permette forme di

colonizzazione interna soprattutto quando diventa strategico la possibilità di localizzarsi nei pressi

delle miniere non toccate da fiumi navigabili. Con la seconda riv. Industriale (inizi ‘900), si

sviluppano nuovi mezzi di trasporto, quali gli autoveicoli, l’aereo e i condotti.

L’intento è quello di superare i condizionamenti naturali (costruzione canale di Suez per evitare

circumnavigazione dell’Africa (1859), costruzione trafori alpini ferroviari)

La terza riv. industriale si basa sull’informatica e sul trasporto delle informazioni.

-Hoover e la scelta del mezzo e del modo di trasporto.

1948, Hoover analizza la struttura dei costi di trasporto, distinguendo in questi la componente fissa,

cioè i costi fissi di investimento e di funzionamento (costruzione infrastrutture fisse, acquisto mezzo

di trasporto, spese per il personale fisso) dalla componente variabile, ad es. i costi per il carburante

o le tariffe. Questi ultimi sono condizionati dalla distanza da coprire, mentre i costi fissi

diminuiscono con l’aumentare della distanza, poiché aumentando il tratto percorso vengono

distribuiti su un maggior numero di Km.

Per quanto riguarda il mezzo impiegato, la convenienza varia in base alla distanza da percorrere. Il

trasporto stradale ha costi fissi bassi (e permette l’accessibilità porta a porta), ma costi variabili

elevati quindi meglio su brevi distanze. Anche se chi si occupa del mezzo stradale non deve curarsi

della manutenzione delle infrastrutture stradali, in quanto unico costo fisso è l’acquisto del mezzo.

Le ferrovie e le vie d’acqua hanno costi fissi elevati ma costi variabili inferiori. Meglio su lunghi

percorsi.

Innovazioni nei trasporti

Trasporto intermodale, ovvero utilizzazione dei carichi, ovvero imballaggi standardizzati come il

container, che permette l’integrazione tra i mezzi di trasporto, poiché trasferibile su più mezzi con

tempi di carico e scarico alquanto ridotti e impiego minore di manodopera.

Trasporto combinato, il più noto è il roll-on/roll-off, trasferimento di un mezzo di trasporto, con o

senza motrice (ad es. tutto l’autoarticolato), su un altro per poi scaricarlo a destinazione.

Plurimodalità: privilegia un numero limitato di assi di trasporto, detti corridoi plurimondali (asse

Parigi-Lione-Marsiglia in Francia). Nodi di questa rete sono le piattaforme logistiche intermodali,

(le hub sono quelle aeroportuali o i distretti logistici) aree in grado di ricevere, immagazzinare,

eseguire alcune lavorazioni e smistare merci di tutti i tipi. In pratica la piattaforma logistica tratta le

merci, creando valore aggiunto e occupazione mentre i nodi di traffico smistano solo i container.

Le piattaforme di interconnessione presentano terminal aerei, stradali e ferroviari e consentono

rapido spostamento da un mezzo all’altro.

I porti

sono gateway, punto di entrata e uscita, di regioni più o meno vaste.

Porti polifunzionali: adibiti al traffico di svariati tipi di merce, per ognuna delle quali hanno

banchine specifiche.

Gli altri porti sono specializzati, poiché concentrati in uno o pochi prodotti.

Sistemi portuali: integrazione tra più porti di una stessa fascia litoranea.

Porti off-shore: strutture portuali che si espandono in mare.

Porti paesi sviluppati: 65% traffico mondiale; porti paesi sud del mondo: 35% specializzati

nell’imbarco di uno solo o di pochi tipi di merce.

Telecomunicazioni e reti telematiche

1948, transistor, nascita dell’elettronica, rende numeriche le informazioni via cavo (anni ’70). 3

modi di trasferimento delle informazioni:

1)via cavo. Possibilità di cavi a fibra ottica, che canalizzano la luce

2)via onde radio, ad es: telefonia mobile

3)via onde radio attraverso satellite.

Telematica di base: l’informazione viene trasmessa integra

Telematica evoluta: l’informazione viene modificata (es. videoconferenza).

Differenze regionali nelle telecomunicazioni: Più del 70% degli apparecchi telefonici è localizzato

nell’America settentrionale, in Giappone e in Europa. I flussi del traffico telefonico mondiale sono

generati per l’80% dal mondo degli affari. Quindi anche le autostrade telematiche presentano dei

nodi.

Teleporti: piattaforme di servizi integrati che forniscono accessi ottimizzati alle reti di

telecomunicazioni, utilizzati soprattutto da imprese multinazionali.

Logistica

le reti telematiche collegano gli stabilimenti di produzione con i centri decisionali e i centri


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunti riguardante due libri di testo.Geografia dell'economia mondiale di Conti, Dematteis, Lanza, Nano, Utet (dal cap. I al cap. IX)con trattazione argomenti come la regione geografica,economia ed ambiente naturale,la popolazione, spazi agricoli, la produzione agricola e mineraria,l'industria ecc. Geografia dell'Unione Europea di Bonavero, Dansero, Vanolo, Utet(cap. 1 (pp.3-31), cap. 2 (pp. 32-59), cap. 3 (pp. 60-74), cap. 4 (pp. 75-104), cap. 7 (pp. 143-165), cap. 8 (pp. 166-198), cap. 9 (pp. 199-222), cap. 10 (pp. 223-248).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea triennale in Scienze geografiche
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Homerigho di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Celata Filippo.

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