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Geografia dell'economia mondiale e dell'unione europea, Conti e Bonavero - sunti, prof. Celata Appunti scolastici Premium

Riassunti riguardante due libri di testo.Geografia dell'economia mondiale di Conti, Dematteis, Lanza, Nano, Utet (dal cap. I al cap. IX)con trattazione argomenti come la regione geografica,economia ed ambiente naturale,la popolazione, spazi agricoli, la produzione agricola e mineraria,l'industria ecc. Geografia dell'Unione Europea... Vedi di più

Esame di Geografia generale docente Prof. F. Celata

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- le restanti regioni del pianeta producono proporzionalmente alle proprie risorse. Il continente

africano(Libia,Nigeria,Algeria)fornisce complessivamente il 10% della produzione

mondiale,L’America Latina ,L Area del Pacifico 4%,la Cina il 4,4%

L’energia nucleare. Per la sua produzione si utilizzano minerali di uranio e torio,i cui atomi hanno

la caratteristica di emettere energia in un processo naturale definito come decadimento radioattivo.

Quest’ultimo nei reattori viene accelerato con conseguente emissione di energia in notevole

quantità. Il ciclo completo prevede varie operazioni di trasporto i cui costi sono proporzionati al

livello di pericolosità dei materiali e alla distanza da coprire. Nella fase di costruzione ogni

impianto esige un’elevata quota di addetti che scende bruscamente allorché la centrale diventa

operativa. La scelta dei siti:aree isolate,poco popolose,non sismiche e prossime ad un corso d’acqua

per assicurare il raffreddamento. Meno gravi i problemi relativi allo smaltimento delle scorie e al

rischio di fughe radioattive. I tempi eccezionalmente lunghi per l’entrata in funzione delle

centrali(negli USA trascorrono solitamente dai 13 ai 16 anni)unitamente ai rischi ambientali e ai

costi di costruzione hanno indotto molti paesi ala cancellazione di molti progetti e alla chiusura

delle centrali già funzionanti.

6.6 La geografia mineraria

I fattori localizzativi. La massa mineraria,il suo tenore in materiali utili,la posizione geologica dei

giacimenti(come la profondità)e le loro posizione geografica (come la localizzazione rispetto ai

mezzi di trasporto)sono le principali condizioni che influenzano la geografia mineraria. Il valore di

una data riserva dipende dalla misura in cui essa è economicamente sfruttabile e non tanto sul fatto

che sia fisicamente disponibile. Il concetto di economicità dello sfruttamento dipende da:costi di

trasporto,condizioni di mercato,i fattori politici e strategici.

Attività estrattiva e organizzazione territoriale. L’aumento della domanda e la riduzione dei costi di

trasporto hanno avuto l’effetto di allargare l’area di estrazione e accrescere la resa dei giacimenti

minerari marginali e più lontani dalle aree di consumo. Nei primi decenni dopo la rivoluzione

industriale dati gli elevati costi di trasporto e l’insufficienza delle infrastrutture viarie le aree di

estrazione mineraria e di approvvigionamento energetico rappresentarono la naturale sede delle

grandi concentrazioni industriali .Venuti meno questi impedimenti le attività industriali hanno

iniziato a muoversi più liberamente creando spesso una sorta di separazione funzionale fra regioni

industriali e regioni minerarie. I costi di trasporto dal dopoguerra sono diminuiti e la conseguenza di

ciò è stato il generale abbandono di giacimenti localizzati nelle vecchie regioni industriali a

vantaggio di quelli ,a più ricco tenore, siti nei paesi sottosviluppati o comunque in altri continenti.

Attualmente una regione mineraria è un’area di esportazione di minerali utilizzati altrove per cui la

sua organizzazione territoriale poggia su un efficiente sistema di trasporti e di infrastrutture

specializzate per avviare i minerali estratti verso i paesi e le aree industriali. Così le modificazioni

della geografia nel mondo sono in parte tributarie dei flussi di materie prime fra regioni spesso

lontane. Mentre molti poli europei si sono specializzati nello scarico di materie prime minerarie e d

energetiche ,nei paesi esportatori sono stati costruiti nuovi centri portuari specializzati nelle

operazioni di carico e stoccaggio. L’attività mineraria produce specifiche trasformazioni negative

del paesaggio e dell’ambiente sotto forma di impianti e linee ferroviarie dismesse,aree disboscate e

superfici ingombre di detriti. E’ il caso delle regioni carbonifere del Galles,della Rurh e della Slesia.

Altri fenomeni negativi :l’inquinamento d’acqua e aria,la distruzione dell’ecosistema.

6.7 Prezzi,mercati,manovre speculative

Ogni decisione di investimento nel settore minerario deve prevedere una relativa incertezza in

quanto la realizzazione dei profitti è inevitabilmente procrastinata nel tempo e dipende dalla

domanda e dalle fluttuazioni del prezzo future. Negli anni precedenti e durante l’ultimo conflitto

mondiale i prezzi sui mercati internazionali erano relativamente elevati. Il dopoguerra ha invece

inaugurato una fase,protrattasi fino agli anni 60,in cui i prezzi reali delle materie prime ed

energetiche rimasero costantemente basi. cosa che portò a un ‘intensificazione dei flussi di minerali

verso i paesi industrializzati e a un utilizzo estensivo delle risorse stesse. Le variazioni di prezzo

incidono ovviamente sulla scelta di porre a sfruttamento un deposito anziché un altro. Attualmente

,la struttura del commercio e dei mercati mondiali è significativamente differente per i diversi

minerali. Per i materiali ferrosi,la concorrenza tra i paesi esportatori,data la diffusione del materiale

e le abbondanti riserve,è relativamente poco aspra. Alcuni prodotti minerali (uranio, nichel)

possiedono tuttavia una rilevante importanza strategica,sia perché essenziali i alcune

produzioni(industria militare)sia in quanto prodotti da un numero esiguo di paesi,in genere non

appartenenti all’area industrializzata dell’Occidente .Relativamente alle materie prime energetiche

fino agli anni ‘70 poche grandi imprese ,in cui prevaleva il capitale anglosassone ,ne dominavano le

prospezione,l’estrazione e la commercializzazione .Gli elevati costi per la valorizzazione dei

giacimenti i tempi relativamente lunghi per il ritorno dei capitali investiti richiedevano

un’anticipazione finanziaria possibili solo alle imprese maggiori. I l settore petrolifero è quello che

meglio illustra la formazione di un sistema di quasi- monopolio ,dominato nel dopoguerra da 7

grandi imprese altamente integrate verticalmente,chiamate le sette sorelle:Texaco,Exxon,Standard

Oil Of California (meglio nota come Chevron),Gulf.Mobil,Royal Duch-Shell e British Petroleum. Il

ciclo produttivo di queste imprese prevede sia l’estrazione sia la trasformazione e la distribuzione

dei prodotti petroliferi. Fra gli anni 60 e 70 la situazione mutò sensibilmente. Molte imprese di stato

sia dei paesi produttori sia di quelli consumatori(l’Agip in Italia) iniziarono a negoziare accordi di

prospezione e di fornitura. Cominciò ad affermarsi il principio della sovranità degli stati e le priorità

del capitale nazionale sulle proprie riserve e, nel campo petrolifero ,prese vigore l’azione dell’Opec

–l’ organizzazione dei paesi esportatori.

L’OPEC----raggruppa oggi 11 dei maggiori produttori mondiali di greggio cioè

IRAN,IRAQ,ARABIA ESAUDITA,KUWAIT,QATAR,EMIRATI ARABI

UNITI,ALGERIA,LIBIA., NIGERIA,INDONESIA E VENEZUELA. L’ industria petrolifera ,da

settore dominato dal capitale privato,si trasformò in un settore misto in cui il capitale pubblico

controlla una quota dell’industria estrattiva e di prima trasformazione .L’Opec a partire dal 1973

riuscì ad imporre una politica di prezzi alti. Per tutti gli anni ’70 e la prima metà del decennio

successivo gli elevati prezzi del petrolio costrinsero i paesi importatori e gli stessi stati uniti a

ridurre i consumi e a sfruttare fonti di approvvigionamento ad alto costo sia petrolifere(come i

giacimenti del mar del nord)sia di altra natura(nucleare,solare). La strategia delle imprese minerarie

e petrolifere si è modificata consentendo il controllo della tecnologia per la prospezione e

l’estrazione, esse hanno continuato a giocare un ruolo decisivo come prestatori di servizi.

Capitolo 7

L’industria manifatturiera

La nascita della manifattura non fu un evento improvviso ma venne preceduta da altre trasformazioni

economiche, sociali, tecnologiche che la resero possibile. L’attività industriale non si estende

uniformemente sulla superficie del pianeta, ma presenta uno sviluppo squilibrato e discontinuo. Per

via degli stretti legami che instaura con gli altri comparti dell’economia (l’agricoltura, il commercio,

i trasporto ecc.), l’attività manifatturiera è estremamente importante in tutti i sistemi economici

moderni. L’industria è sinonimo di settore secondario, cioè l’insieme delle attività manifatturiere di

trasformazione di prodotti primari (dell’agricoltura, minerari, forestali..) in beni destinati al consumo.

L’attività manifatturiera comprende tre fasi distinte:

1. L’approvvigionamento di una o di svariate materie prime o semilavorati, che vengono riuniti in

un determinato luogo dove si procede alla loro trasformazione

2. La produzione -> la trasformazione delle materie prime e dei componenti nel prodotto finito. Più

lunga e complessa è la trasformazione subita dal materiale originario, più ampia sarà la differenza

fra il valore iniziale del materiale e il valore del prodotto finito. Questa differenza viene indicata

come valore aggiunto (il valore che il prodotto acquisisce nel corso del processo produttivo;

include costi sostenuti dall’impresa: salari, quello dei macchinari acquistati, tasse ecc.)

Industrie o settori produttivi a prevalente intensità di lavoro-> basate sul lavoro della mano d’opera

(industria tessile, dell’abbigliamento) per cui il costo del lavoro copre una quota elevata del valore

aggiunto.

Industrie a prevalente intensità di capitale-> basate sull’utilizzo di macchinari costosi (la

trasformazione primaria dei metalli e degli idrocarburi)

3. La distribuzione del bene prodotto sul mercato dei consumatori finali se l’impresa produce un

prodotto finito (un’automobile) oppure sul mercato delle imprese stesse (un semi-prodotto).

L’industria opera nel sistema economico non isolatamente, bensì instaura un indispensabile fascio di

reazioni funzionali che si fanno più complesse man mano che procede lo sviluppo industriale. Si

distinguono tre tipi di rapporti tecnico – funzionali:

‐ verticali -> quando nella trasformazione della materia prima in prodotto finito una serie di

processi produttivi sono legati l’uno all’altro in successione

Nell’industria siderurgica una prima fase di lavorazione di ferro è seguita dalla sua fusione, quindi

dalla sua trasformazione in acciaio e da successive svariate fasi per la produzione di altri prodotti

(tubi). Quando le successive fasi sono realizzate da differenti imprese o impianti si parlerà di

disintegrazione verticale di un settore industriale; si parlerà invece di integrazione verticale quando

l’intero ciclo produttivo si realizza all’interno di un unico impianto o fra impianti appartenenti a una

stessa impresa.

‐ laterali -> quando le imprese producono certi componenti o servizi destinati a convergere verso

un’unica impresa di assemblaggio ( rapporti tra le imprese automobilistiche e imprese fornitrici di

parti e componenti)

‐ di servizio -> quando le imprese utilizzano un processo o servizio comune fornito in una

determinata area

Le relazioni funzionali, fattori essenziali di localizzazione e di organizzazione del territorio, sono più

complesse e numerose al crescere della dimensione e del livello tecnologico dell’impresa. Il processo

produttivo comprende una pluralità di imprese e di settori fra loro complementari. In un dato

territorio si realizza la rete, più o meno fitta, di interscambi necessari sia per il reperimento dei diversi

fattori di produzione sia per la distribuzione e la vendita dei prodotti. Le diverse fasi non si svolgono

necessariamente nella stessa località: la localizzazione dei giacimenti di materiali è spesso separata

dagli impianti destinati alla loro lavorazione, così come questi ultimi non operano necessariamente

presso il mercato verso il quale sarà poi distribuito il prodotto. Una razionale catena di relazioni

rende maggiormente efficiente la produzione: consente la riduzione dei costi e il miglioramento delle

condizioni di funzionamento.

Al contrario dello spazio agricolo, dove le colture si distribuiscono in modo relativamente continuo

sul territorio, lo spazio industriale è uno spazio discontinuo, uno spazio di relazioni tra molteplici

elementi variamente localizzati. I primi addensamenti industriali, che si formano nel XVIII secolo,

consistevano soprattutto in manifatture tessili e impianti per la lavorazione dei metalli. La

localizzazione di quei primi distretti industriali era orientata verso i giacimenti minerari e le fonti di

energia. Il carbone fossile rappresentò la principale fonte di energia, per cui favorì la concentrazione

delle manifatture ne pressi dei centri di estrazione. La formazione dei primi distretti industriali fu

quindi di un rapporto diretto con le risorse naturali locali. Il problema era quello di ridurre il costo del

trasporto.

Ben presto i primi distretti industriali attirarono consistenti flussi migratori provenienti dalle

campagne, favorendo la concentrazione della popolazione, in gran parte scarsamente qualificata.

Presenza di materie prime ed energetiche, bacini di forza lavoro e mercati sui quali commercializzare

i prodotti, costituivano le tre condizioni generali di localizzazione delle imprese nei primi due secoli

di sviluppi industriale. Quella prima fase di industrializzazione favorì l’affermazione delle prime

potenze industriali : Gran Bretagna, Francia, Germani, Stati Uniti. Con l’ultimo secolo, e soprattutto

a partire dal secondo dopoguerra, lo sviluppo industriale si diffuse in altre regioni e paesi. Il processo

di localizzazione industriale opera con un certo grado di inerzia, nel senso che le aree nelle quali si

erano concentrati i primi fenomeni industriali hanno sovente continuato ad attrarre successivi

investimenti.

All’interno della singola impresa, la riduzione dei costi di produzione avviene aumentando la

dimensione degli impianti (standardizzazione e produzione di massa). La produzione di uno o pochi

prodotti da parte di un’impresa industriale consente un notevole risparmio in termini di costo

(investimento in attrezzature e macchinari specializzati e una divisione del lavoro fra i diversi reparti

e fra gruppi di lavoratori). I vantaggi derivanti, o economie interne: crescente specializzazione,

interdipendenza fra i reparti, concentrazione di capitali e di popolazione verso le aree in via di

industrializzazione, formazione nei pressi delle imprese di un ampio mercato del lavoro.

All’esterno dell’impresa, l’intensificarsi delle relazioni tra più imprese localizzate in una stessa area

produce vantaggi collettivi, o economie di agglomerazione: entrando a far parte di

un’agglomerazione industriale la singola impresa usufruisce di condizioni favorevoli che non

potrebbe trovare se operasse isolatamente. Agglomerandosi, le imprese possono realizzare risparmi

di costo, o economie esterne, riconducibili alle seguenti tipologie:

‐ L’instaurarsi di relazioni di scambio fra imprese in uno stesso ciclo produttivo consente di

realizzare una divisione del lavoro fra le diverse unità produttive (si creano rapporti di fornitura di

semilavorati e parti di prodotto). Definito come decentramento produttivo, quando viene praticato

sistematicamente su larga scala questo processo porta alla disintegrazione verticale del ciclo

produttivo, il quale viene così suddiviso tra i produttori autonomi.

‐ La possibilità di utilizzare, da parte di più imprese, un unico sistema di infrastrutture e di servizi

(reti stradali, ferroviarie ecc.)

‐ La particolare atmosfera industriale presente in una determinata area (la rivalità fra le imprese

stesse stimola il processo innovativo).

‐ La reputazione acquisita dai prodotti provenienti da una determinata località.

Quando l’agglomerazione industriale si sviluppa entro un’area urbana di medie o grandi dimensioni,

le imprese insediate ricevono a loro volta alcuni vantaggi aggiuntivi, o economie di urbanizzazione:

‐ un mercato del lavoro differenziato per età, sesso, specializzazioni

‐ un più vasto mercato di sbocco per i prodotti

‐ una dotazione di infrastrutture e servizi collettivi di livello superiore

‐ un’ampia gamma di servizi per la produzione; ricerca e consulenza tecnico – scientifica

Sullo spazio terrestre, le più estese, più grandi, più significative regioni industriali sono concentrate

in un numero ristretto di paesi e, all’interno di questi, in aree piuttosto limitate che corrispondono

spesso ai vecchi bacini carboniferi (quello della Ruhr, della Pennsylvania) e alle grandi aree

metropolitane e portuali (Parigi, Londra, New York).

Esistono profonde differenze fra le diverse forme di sviluppo industriale del mondo contemporaneo.

L’industria è un settore notevolmente dinamico, che si trasforma continuamente al suo interno e al

tempo stesso si diffonde nello spazio. Ma i processi di concentrazione delle strutture industriali non si

riproducono all’infinito. La continua addizione di unità produttive in uno spazio ristretto può tradursi

infatti in una serie di costi che annullano i vantaggi iniziali ( traffico, inquinamento, perdita di

efficienza dei servizi, la competizione fra imprese fa crescere il prezzo del suolo). Questo può far sì

che i vantaggi derivati dalla concentrazione si traducono in diseconomie che danno origine a processi

di deglomerazione (certe imprese sono spinte a ricercare altre localizzazione esterne ai centri urbani).

Questi processi possono assumere forme diverse:

‐ rilocalizzazione (o decentramento territoriale) -> le imprese, di fronte all’aumento dei costi nelle

aree urbane, spostano la sede della propria attività produttiva nelle aree suburbane oppure in

regioni più lontane (verso centri di modesta dimensione o aree periferiche non ancora

urbanizzate; in alcuni paesi sottosviluppati a basso costo del lavoro). Se il decentramento avviene

nelle aree periferiche delle grandi agglomerazioni si parla di suburbanizzazione -> un fenomeno

tipico di tutte le economie industriali; la ricerca di costi di insediamento meno elevati, e nel

contempo la conservazione dei vantaggi derivanti dalla prossimità al vecchio centro urbano, dove

rimangono localizzate altre funzioni, meno consumatrici di spazio, ma indispensabili (istituti

finanziari, centri di ricerca)

‐ decentramento produttivo -> si ha quando le imprese non trovano più governabile o

conveniente la grande dimensione degli impianti: può verificarsi ad esempio quando un rapido

progresso tecnologico rende obsolete le strutture produttive dell’impresa. Il ciclo produttivo viene

così scomposto in segmenti, assegnati ad altre imprese di più modesta dimensione, non

necessariamente presenti nella stessa area geografica, che poi inviano parti e componenti

all’impresa principale, la quale provvede all’assemblaggio. Il decentramento produttivo porta alla

formazione di imprese di piccola e media dimensione, che forniscono una maggiore flessibilità

rispetto alla grande impresa.

‐ Formazione di sistemi industriali periferici -> si sviluppano in parte come conseguenza di

processi di decentramento, ma anche seguendo logiche proprie, dettate dalle condizioni della

società, dell’economia e del organizzazione territoriale periferica -> regioni dell’Italia centrale e

nord-orientale come esempi di crescita industriale autonoma

L’impresa volta al perseguimento della riduzione dei costi e alla generazione del profitto coordina

attività e funzioni che acquisisce all’esterno (manodopera, materiali, servizi e semilavorati) e che, al

termine del ciclo di produzione, riconsegna al mercato sotto forma di prodotti. Grandi e piccole

imprese hanno diverse le capacità di organizzare il proprio ciclo di produzione.

La grande impresa -> potendo acquisire consistenti vantaggi sui mercati, nell’accesso

all’informazione e nella capacità di elaborare le proprie decisioni (decide un gruppo di individui), è

in grado di instaurare rapporti di dominanza con altri soggetti e imprese

Un’impresa di piccole dimensioni -> possiede modeste potenzialità tecnologiche e finanziare e ha

una più limitata capacità di azione strategica nei confronti del mercato e di altri soggetti; le decisioni

vengono assunte da un unico soggetto, il proprietario imprenditore

Entrambi questi gruppi di imprese sono sempre presenti nel mondo industriale contemporaneo.

Secondo la classificazione adottata dall’OCSE (L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo

economico) si individuano:

‐ Imprese grandi -> con oltre 500 addetti

‐ Imprese medie -> fra i 50 e i 500 addetti

‐ Imprese piccole -> con meno di 50 occupati

Il sistema industriale ha teso a essere sempre più dominato dall’impresa di grandi dimensioni, la

quale ha finito spesso per assumere un’organizzazione nazionale o multinazionale. Questo tipo di

impresa, con rilevanti capacità manageriali e competitive, è un fenomeno abbastanza recente.

Comparsa sul finire dell’Ottocento, con la Prima guerra mondiale si era già imposta in tutti i paesi

industrializzati. Volte al controllo di crescenti segmenti dell’economia, queste imprese hanno teso a

concentrare al loro interno, cioè internalizzare, il maggior numero possibile di funzioni, allo scopo

di accrescere la loro capacità di coordinamento e controllo sui mercati, risorse, tecnologie ecc. La

grande impresa ha un’organizzazione gerarchica, scindibile in tre livelli funzionali e spaziali:

1. Le funzioni di decisione, pianificazione strategica, ricerca e sviluppo sono concentrate in un

numero ristretto di grandi centri metropolitani dei paesi industriali avanzati -> la sede centrale

2. Altre funzioni produttive che richiedono lavoro qualificato e la presenza di infrastrutture

specifiche (trasporti,energia) sono localizzate in aree già dotate di una base industriale

consolidata; centri di media ma anche di grande dimensione -> impianto semiperiferico

3. Le produzioni standardizzate e a basso contenuto tecnologico necessitano di mano d’opera

abbondante ma di qualificazione inferiore -> impianto periferico

Nelle condizioni tecnologiche del dopoguerra, il trasferimento di capitale (oltre che di prodotti

manifatturieri) a lunga distanza pose le basi per la formazione di sistemi d’impresa fortemente

internazionalizzati. IED Investimenti Esteri Diretti (destinati a impiantare nuove unità produttive

all’estero o ad acquistare impianti già operanti) furono possibili dalla venuta a maturazione di alcune

fondamentali innovazioni tecnologiche; la possibilità di scomporre il ciclo produttivo, lo sviluppo

delle infrastrutture di trasporto e di comunicazione, l’omogeneizzazione dei mercati, la progressiva

eliminazione delle barriere commerciali. Il basso livello salariale di molti paesi dell’area

sottosviluppata (Asia sud-orientale e America Latina in particolare) rappresentò, a partire dagli anni

Settanta, un formidabile fattore di attrazione dei flussi internazionali di capitale.

Il modello del ciclo di vita del prodotto, introdotto da Raymond Vernon nel 1966, descrive come la

produzione di un bene (nelle grandi imprese) attraversa tre successive fasi in presenza di certe

condizioni territoriali in determinate aree geografiche:

1. Fase dell’innovazione -> sperimentazione di nuovi prodotti da introdurre sul mercato;

fondamentali le attività di ricerca, il capitale di rischio, i servizi finanziari, lavoratori altamente

qualificati -> condizioni soddisfatte nei paesi e nelle aree a capitalismo più avanzato (Stati Uniti,

Giappone, Germania, Gran Bretagna e Francia); il prodotto sarà costoso e accessibile a pochi

consumatori.

2. Fase della maturità -> progressiva messa a punto del prodotto e del processo produttivo, che

permette la riduzione dei costi di produzione; aumenta l’incidenza del lavoro meno qualificato ->

gli impianti di produzione possono essere decentrati al di fuori delle tradizionali aree

metropolitane, in quei paesi che, pur non disponendo di una capacità tecnologica particolarmente

levata, possiedono tuttavia una struttura industriale relativamente solida e sono quindi in grado di

accogliere le innovazioni prodotte altrove (Italia)

3. Fase della standardizzazione -> il prodotto e le tecniche produttive sono ormai note e diffuse; il

decentramento della produzione verso i paesi a basso costo del lavoro e con una mano d’opera

abbondante, anche se scarsamente qualificata (Asia su-orientale, America Latina) -> in questa

fase, il paese in cui il bene era stato originariamente introdotto diventa, da esportatore,

importatore dello stesso bene prodotto altrove

Con gli anni Ottanta, nelle nuove condizioni competitiva e tecnologiche, sono andate affermandosi

nuove forme di comportamento d’impresa:

‐ acquisizioni -> le unità acquisite conservano la propria autonomia giuridica e funzionale, ma,

rientrando a far parte di una più ampia rete d’impresa, consentono al sistema di raggiungere un

miglior posizionamento sul mercato

‐ joint ventures e accordi di cooperazione fra imprese autonome in specifici progetti e iniziative

produttive -> gli obiettivi: la distribuzione dei rischi, la ricerca di sinergie nella produzione di

conoscenza tecnologica

‐ alleanze strategiche -> la novità più diffusa; questi accordi tendono a favorire la ricerca di

complementarietà strategiche fra imprese in aree diverse

L’impresa multinazionale dell’ultima generazione appare di conseguenza più flessibile e libera di

muoversi sui diversi continenti; realizza una scomposizione del ciclo produttivo fra molteplici regioni

e paesi -> si parla in questo caso di impresa globale, che rappresenta l’ultimo stadio dell’evoluzione

del sistema industriale: le attività all’estero di queste nuove forme di impresa non sono più limitate a

poche affiliate operanti nello stesso settore di attività, ma si estendono a rete u tutti i continenti,

coprendo un ventaglio molto ampio di settori produttivi. L’impresa è impegnata nella produzione di

beni altamente specializzati e prodotti standardizzati a consumo di massa.

L’organizzazione produttiva dominante il XX secolo è tradizionalmente definita come ford-

taylorista:

il termine fordismo -> fa riferimento alle modalità organizzative introdotte per la prima volta da

Henry Ford nei suoi impianto automobilistici presso Detroit; esse si fondavano sulla grande

dimensione degli impianti, l’integrazione verticale del ciclo produttivo, elevati livelli di occupazione

e di produzione di beni standardizzati

il termine taylorismo -> con questo termine si intende l’organizzazione del lavoro e dei cicli di

produzione che consentiva a quel tipo di impresa di espandersi e di diventare il soggetto dominante

dell’economia; sono i principi introdotti da Frederick Taylor, un sociologo industriale americano, che

prevedevano la scomposizione in segmenti separati del processo produttivo all’interno dell’impresa e

la parcellizzazione delle mansioni fra gruppi di lavoratori.

Le grandi imprese iniziarono a concentrare in misura crescente le proprie funzioni nei pressi delle

grandi agglomerazioni e a instaurare rapporti con gli altri produttori -> l’espansione delle grandi

imprese automobilistiche americane (General Motors, Ford, Chrysler) si accompagnò alla drastica

riduzione del numero degli altri produttori di automobili e all’affermazione della più grande

metropoli industriale del mondo; Detroit. L’impresa era spinta a internalizzare funzioni crescenti al

proprio interno allo scopo di realizzare sia economie di scala (la produzione di massa e standardizzata

che riduce i costi di produzione), sia economia di varietà (imprese impegnate su più prodotti; i costi

diminuiscono).

A partire dagli anni Settanta, si è realizzata, soprattutto nei paesi sviluppati, una nuova rivoluzione

tecnologica. Essa si realizza sul potenziale offerto dalle nuove tecnologie elettroniche.

Innovazione ->la prima utilizzazione commerciale, coronata dal successo, di una conoscenza

tecnico-scientifica (invenzione) da parte di un’impresa; è l’utilizzo delle conoscenze scientifiche ai

fini produttivi. Non tutte le invenzioni portano all’innovazione. Innovazione può essere:

‐ di prodotto (introduzione o miglioramento di un prodotto)

‐ di processo (destinata a modificare l’organizzazione della produzione)

‐ radicale (riguarda un prodotto o una tecnica produttiva interamente nuova, la cui introduzione

modifica le precedenti condizioni di mercato -> la macchina al vapore)

‐ incrementale (continuo e successivo miglioramento di una innovazione radicale già introdotta

con successo)

Il processo innovativo è composto di tre distinte e successive fasi: l’invenzione (sfera della ricerca

scientifica), l’innovazione cioè l’applicazione industriale e commerciale dell’invenzione e infine la

sua diffusione ad altre imprese. L’impresa innovativa è quella che destina un’ampia quota dei propri

investimenti alla ricerca e allo sviluppi (R&S) di prodotti e tecnologie produttive nuove. Lo sviluppo

di una nuova tecnologia dipende da specifiche condizioni economiche, culturali e politiche, le quali si

ritrovano di regola soltanto in determinate località.

Secondo la teoria delle onde lunghe dello sviluppo, derivata dalle intuizioni di uno storico sovietico

degli anni Venti; Kondtratiev -> la storia dell’economia capitalistica degli ultimi secoli sarebbe

disponibile in cicli comprendenti ognuno quattro fasi: prosperità, recessione, depressione e

ripresa.

Innovazione -> fase di prosperità; il sistema economico entra in una fase espansiva e utilizza

commercialmente i nuovi prodotti; ottiene profitti e si può permettere nuovi investimenti -> il suo

comportamento è seguito da altre imprese imitatrici -> nascono i fattori di disturbo (investimenti

errati)-> si avvia una fase di recessione; il declino procede sino a quando non si eliminano i fattori di

disturbo -> si arriva alla fase di depressione -> l’espulsione dal mercato delle imprese non innovatrici

e infine arriva la fase della ripresa.

Oltre che sul piano dei comportamenti strategici (joint ventures, alleanze strategiche ecc.) nelle nuove

condizioni tecnologiche le imprese tendono a modificare e rendere più complessi i propri

comportamenti localizzativi. Tendono, da un lato, ad approfondire le precedenti strategie di

decentramento delle proprie funzioni produttive e dall’altro lato perseguono comportamenti volti a

riconcentrare (riagglomerare) le proprie attività. Le funzioni di livello più elevato (tecnologiche,

strategiche, direzionali) -> si concentrano nelle città globali; nei nodi delle reti di informazione,

comunicazione, commerciali e finanziarie mondiali. Le funzioni manifatturiere -> nelle nuove forme

di agglomerazione con l’adozione di tecniche come just-in-time; che prevedono la minimizzazione

delle scorte di magazzino sia di prodotti che di componenti -> le imprese, anziché produrre grandi

volumi di manufatti in anticipo rispetto alla domanda, procedono alla produzione solo su richiesta del

mercato.

Internazionalizzazione -> l’evoluzione delle grandi imprese industriali, nel corso del Novecento,

con delle scelte strategiche volte a controllare e coordinare un insieme di attività distribuite fra

impianti e unità diverse in differenti parti del globo.

L’introduzione di nuove tecnologie flessibili è la risposta da parte dei soggetti economici alla

crescente globalizzazione e alla differenziazione della domanda di mercato. La perdurante

internazionalizzazione e la crescente globalizzazione della vita economica fanno sì che i cambiamenti

che hanno origine in una parte del mondo si diffondano rapidamente nelle altre. Nel corso degli anni

Ottanta, la globalizzazione si è manifestata, anzitutto, nella crescita dei movimenti internazionali di

capitale. Una parte degli scambi ha per oggetto il trasferimento di brevetti o diritti per nuovi prodotti

e nuovi processi produttivi. Ciò ha accelerato l’adozione da parte delle imprese, di tecnologie di

provenienza plurinazionale, oltre che il rapido incremento dei flussi internazionali di informazione

economica, tecnologica, politica e culturale -> sulla base di questo fattori già negli anni Settanta

venne coniato il termine di villaggio globale.

A differenza della internazionalizzazione che ha cadenzato i primi tre decenni del dopoguerra, le

nuove forme di relazione non si esprimono, nella mera espansione internazionale della singola

impresa, bensì nello sviluppo di una divisione del lavoro fra imprese fondata sugli accordi e la

cooperazione fra soggetti diversi. L’organizzazione spaziale del sistema globale è caratterizzata da

una struttura gerarchizzata che si articola su tre livelli principali:

1. al livello superiore si trovano alcune aree metropolitane dove operano i centri decisionali,

responsabili delle grandi scelte strategiche delle imprese (New York, San Francisco, Tokyo,

Londra, Parigi)

2. a un secondo livello gerarchico -> i grandi centri industriali, che in passato svolgevano una

funzione trainante nelle rispettive economie nazionali ma che attualmente stanno perdendo

relativa importanza ( Detroit, Francoforte e l’agglomerazione della Ruhr) -> ognuna di queste

agglomerazioni possiede ovviamente una propria area di influenza, regionale o anche nazionale,

su cui esercita dominio economico

3. al livello inferiore si trovano le aree di decentramento delle funzioni produttive più standardizzate

-> nuovi paesi industrializzati che si sono dotati di infrastrutture e possono offrire altri requisiti

che incentivano le imprese a localizzarsi (aree urbane, concentrazioni di mano d’opera)

Il decentramento internazionale di molte funzioni produttive si è intensificato negli ultimi decenni del

XX secolo, coinvolgendo numerose economie in via di sviluppo e rendendo geografia del mondo

industriale contemporaneo ben più complessa.

Fatta eccezione di ambiti come il Giappone (forte investitore) e la Cina (destinataria) tutti i paesi

inseriti nei circuiti economici mondiali sono ora a un tempo fonte e destinazione dei grandi flussi di

investimenti esteri diretti. I paesi sottosviluppati continuano ad attrarre quote piuttosto modeste di

investimenti.

Triade globale -> il mondo economico è ora organizzato essenzialmente attorno a una

macrostruttura tripolare, i cui vertici – Nord America, Europa e Asia orientale e sudorientale –

raccolgono gran parte della produzione, del commercio e degli investimenti diretti. Le tre potenze

economiche, insieme, dominano tutta l’economia del pianeta. Nel caso asiatico, alcuni ambiti

geografici tradizionalmente periferici, e in particolare la Cina, hanno conosciuto negli ultimi anni

un’espansione economica senza precedenti. Alla base dell’attrattività cinese per i flussi di

investimenti stranieri gioca un ruolo importante: il basso costo della mano d’opera locale, il personale

di buona qualità (livelli di alfabetizzazione relativamente elevati), buona disponibilità i materie prime

e risorse naturali, discreta dotazione di infrastrutture di trasporto. L’India si propone sul mercato

internazionale come un competitore diretto della Cina in materia di attrazione di investimenti esteri.

Ma mentre l’attività manifatturiera cinese è fortemente orientata alle esportazioni, l’India persegue

una politica industriale rivolta al consumo sul mercato interno. La normativa in materia di lavoro e di

investimenti rende più attrattiva la scelta della Cina, che segnala livelli di alfabetizzazione e di

reddito pro capite superiori a quelli indiani.

Nei primi decenni del XX secolo l’affermazione della produzione di massa decretò la crisi di un

modello di organizzazione produttiva fondato sulla piccola impresa. Ma negli ultimi decenni in tutti i

paesi industrializzati il numero delle piccole imprese iniziò, a partire dagli anni Settanta, a crescere

rapidamente. In Italia le piccole imprese detengono tuttora una quota molto elevata di occupazione

rispetto a quelle di grande dimensione. L’affermazione della piccola impresa si è fondata spesso sulla

valorizzazione di condizioni imprenditoriali, infrastrutturali e tecnologiche locali. La piccola impresa

non è soltanto l’attore principale di diffusi processi di sviluppo coinvolgenti regioni in precedenza

non industrializzate. Essa è coinvolta, unitamente alle grandi imprese, nella ricerca e nello sviluppo

di produzioni tecnologicamente avanzate. Sempre più spesso, la ricerca e lo sviluppo non vengono

realizzati all’interno delle grandi strutture d’impresa, ma coinvolgono reti di imprese di più piccola

dimensione, fra le quali si svolge un’intesa e reciproca interazione, riguardante lo scambio di

informazioni e di personale tecnico. Per queste imprese, le condizioni tradizionali (i mercati, i

trasporti, le fonti di materie prime ed energetiche) sono di importanza limitata, mentre giocano un

ruolo centrale altri fattori: la vicinanza ai centri di ricerca universitari e altri, un efficiente sistema di

infrastrutture, favorevoli condizioni climatico -ambientali ed eccellenti livelli di qualità della vita. Da

qui deriva la diffusione e il consolidamento di nuovi spazi industriali specializzati nelle funzioni di

ricerca e produzione di beni a elevato contenuto tecnologico (tecnopoli, parchi scientifici, poli e

distretti scientifici. In questi villaggi della ricerca sono localizzati istituti di sperimentazione, sia

universitari che privati, finanziati spesso dagli enti pubblici.

CAPITOLO 8

SERVIZI E TERRITORIO

Fino a pochi decenni fa nel settore terziario venivano inserite tutte le attività che non facevano parte

dell’agricoltura e dell’industria. Più recentemente il terziario è stato suddiviso in modo più

articolato secondo la funzione economica e la posizione gerarchico – territoriale.

Oltre alla circolazione delle merci (trasporti, logistica e commercio), del denaro (banche e

assicurazioni), a alla Pubblica Amministrazione, ha acquisito maggiore importanza la circolazione

delle persone (turismo e affari ), servizi finalizzati alla elaborazione, scambio e controllo dell’

informazione, quali ricerca e sviluppo, informazioni di mercato, formazione del personale.

Il terziario è un potente indicatore dello sviluppo economico e sociale. Nei paesi sotto-sviluppati,

l’aumento di occupati nel terziario non indica reale sviluppo ma sotto-occupazione, poiché trattasi

di forza lavoro espulsa dal settore agricolo e praticante nel terziario lavori a scarsissima

produttività, come il piccolo commercio o servizi personali.

Mentre invece nei paesi sviluppati, caratterizzati da una terziarizzazione dell’economia, è

aumentata la quota del lavoro terziario dedicato all’industria, (logistica, pubblicità, marketing,

attività finanziarie e gestionali), quindi non si è ridotta la produzione industriale. E’ solo mutata

l’organizzazione del processo produttivo. Lo sviluppo dell’automazione industriale ha infatti

richiesto maggiori esigenze a livello di formazione, elevati livelli di scolarizzazione. La stessa

finanziarizzazione dell’economia ha contribuito alla centralità economica del terziario.

Classificazione delle attività terziarie

Si opera una distinzione di tipo funzionale, che identifica cioè l’utenza di ogni tipo di servizio.

Avremo dunque:

1) Servizi per le famiglie: destinati alla vendita e rivolti al consumo finale, ad esempio il

commercio al minuto ( negozi, grandi magazzini), servizi paracommerciali (bar, ristoranti,

alberghi, pubblici servizi), servizi turistici, servizi per la cura della persona, servizi di

riparazione e manutenzione. Il commercio è comunque il più importante dal punto di vista

occupazionale (10% della popolazione attiva). Disparità e dualismo rete dei servizi nei paesi

sviluppati vs paesi sottosviluppati.

2) Servizi per la collettività, di uso collettivo. Suddivisi in:

Infrastrutture sociali ( pubblica amministrazione cioè uffici pubblici dipendenti dal

• governo centrale e dagli enti locali, giustizia, difesa, sicurezza sociale, ospedali e

assistenza medica, istruzione, servizi sociali sportivi e culturali); sono gestiti in

prevalenza dallo stato (che può fornirli a prezzi politici o gratuitamente) e dalle

amministrazioni locali, o dati in gestione ad imprese private, o affidate al terzo settore.

Infrastrutture di trasporto e comunicazione che assicurano la circolazione delle merci,

• delle persone, delle informazioni e del denaro.

3) Servizi per le imprese: ricerca applicata ,ricerca e sviluppo,marketing

strategico,consulenza finanziaria e gestionale, logistica. Presenti prevalentemente nei paesi

avanzati. Si distinguono in tradizionali (ad es. contabilità)e innovativi (ad es. logistica)e in

servizi espliciti (prodotti da unità esterne all’impresa)e servizi impliciti(prodotti

internamente).

4) Attività quaternarie: non si tratta propriamente di servizi , ma attività di

comando,decisione, pianificazione, orientamento politico. È il cervello del sistema,

comprende quindi le sedi decisionali superiori della Pubblica Amministrazione, del governo

politico, le principali istituzioni finanziarie come le banche centrali e le Borse, le principali

università, la direzione dei mass media, i grandi centri della cultura religiosa. Non sono

comunque esclusi, nonostante il conflitto di interessi, rapporti di collaborazione tra

organismi del potere pubblico e quelli dell’economia privata, ad esempio tra grandi gruppi

bancari privati che premono sul potere politico per scelte finanziarie quali tassi di sconto,

regolamentazione delle esportazione di capitale. Le città sedi di più attività che influenzano

l’intera economia mondiale sono i nodi centrali delle relazioni globali, dette quindi città

globali. Le attività quaternarie e terziario-superiori non sono oggetto di depolarizzazione e

restano localizzate nel centro principale determinando un processo di accentramento

selettivo di livello elevato.

Il terzo settore non va confuso con il settore terziario, di cui tuttavia è una parte. Si tratta di un

insieme di attività di servizio svolte da privati in campo assistenziale, culturale, sportivo, ecc. che

sostituiscono l’intervento dello stato dove esso è carente (sanità, assistenza agli emarginati, ecc.). E’

detto Non profit, poiché obiettivo di queste attività non è per come per le imprese, il profitto. In

alcuni casi, comunque, gli addetti al terzo settore percepiscono una remunerazione per il proprio

lavoro, in altri casi trattasi di volontariato. E’ finanziato dal governo (30%), da donazioni di privati,

da impresi ed enti (20%), da chi usufruisce di questi servizi (50%).

La distribuzione delle attività terziarie sul territorio non è uniforme: vi sono grandi centri che

hanno un numero molto elevato e diversificato di servizi, e piccole città che si limitano a fornirne

un numero ridotto. Per interpretare la distribuzione geografica dei servizi occorre tener conto del

raggio geografico dell’utenza, distinguiamo quindi tre categorie di servizi, che vanno a disporsi sul

territorio secondo un ordine gerarchico:

1. I servizi comuni (o diffusi). Ad esempio il supermercato alimentare (per le famiglie),

trasporti per conto di terzi (per le imprese) e la scuola dell’obbligo (per la collettività);

2. I servizi di livello medio. Ad esempio il negozio di dischi (per le famiglie), la consulenza

fiscale (per le imprese), la scuola media superiore (per la collettività);

3. I servizi rari (o terziari superiori). Ad esempio i negozi d’alta moda (per le famiglie), il

marketing finanziario (per le imprese), l’università (per la collettività).

CAPTOLO 9

Trasporti e organizzazione territoriale

i miglioramenti tecnologici nelle telecomunicazioni hanno ridotto la frizione della distanza,

misurabile sulla base dei tempi e sui costi di percorrenza. Per rappresentare la distribuzione delle

strutture di trasporto sul territorio si usano carte multidimensionali analizzando una vera e propria

localizzazione a rete in cui si inseriscono dei nodi la cui importanza dipende dai flussi di traffico.

-fattori e modi di evoluzione dei trasporti

sfruttamento di nuovi territori, controllo strategico e politico di zone sottomesse, apertura di mercati

lontani e reperimento di materie prima a costi bassi (come avvenne con lo sviluppo dell’economia

mercantile nel 1700). La macchina a vapore sancisce la nascita della ferrovia che permette forme di

colonizzazione interna soprattutto quando diventa strategico la possibilità di localizzarsi nei pressi

delle miniere non toccate da fiumi navigabili. Con la seconda riv. Industriale (inizi ‘900), si

sviluppano nuovi mezzi di trasporto, quali gli autoveicoli, l’aereo e i condotti.

L’intento è quello di superare i condizionamenti naturali (costruzione canale di Suez per evitare

circumnavigazione dell’Africa (1859), costruzione trafori alpini ferroviari)

La terza riv. industriale si basa sull’informatica e sul trasporto delle informazioni.

-Hoover e la scelta del mezzo e del modo di trasporto.

1948, Hoover analizza la struttura dei costi di trasporto, distinguendo in questi la componente fissa,

cioè i costi fissi di investimento e di funzionamento (costruzione infrastrutture fisse, acquisto mezzo

di trasporto, spese per il personale fisso) dalla componente variabile, ad es. i costi per il carburante

o le tariffe. Questi ultimi sono condizionati dalla distanza da coprire, mentre i costi fissi

diminuiscono con l’aumentare della distanza, poiché aumentando il tratto percorso vengono

distribuiti su un maggior numero di Km.

Per quanto riguarda il mezzo impiegato, la convenienza varia in base alla distanza da percorrere. Il

trasporto stradale ha costi fissi bassi (e permette l’accessibilità porta a porta), ma costi variabili

elevati quindi meglio su brevi distanze. Anche se chi si occupa del mezzo stradale non deve curarsi

della manutenzione delle infrastrutture stradali, in quanto unico costo fisso è l’acquisto del mezzo.

Le ferrovie e le vie d’acqua hanno costi fissi elevati ma costi variabili inferiori. Meglio su lunghi

percorsi.

Innovazioni nei trasporti

Trasporto intermodale, ovvero utilizzazione dei carichi, ovvero imballaggi standardizzati come il

container, che permette l’integrazione tra i mezzi di trasporto, poiché trasferibile su più mezzi con

tempi di carico e scarico alquanto ridotti e impiego minore di manodopera.

Trasporto combinato, il più noto è il roll-on/roll-off, trasferimento di un mezzo di trasporto, con o

senza motrice (ad es. tutto l’autoarticolato), su un altro per poi scaricarlo a destinazione.

Plurimodalità: privilegia un numero limitato di assi di trasporto, detti corridoi plurimondali (asse

Parigi-Lione-Marsiglia in Francia). Nodi di questa rete sono le piattaforme logistiche intermodali,

(le hub sono quelle aeroportuali o i distretti logistici) aree in grado di ricevere, immagazzinare,

eseguire alcune lavorazioni e smistare merci di tutti i tipi. In pratica la piattaforma logistica tratta le

merci, creando valore aggiunto e occupazione mentre i nodi di traffico smistano solo i container.

Le piattaforme di interconnessione presentano terminal aerei, stradali e ferroviari e consentono

rapido spostamento da un mezzo all’altro.

I porti

sono gateway, punto di entrata e uscita, di regioni più o meno vaste.

Porti polifunzionali: adibiti al traffico di svariati tipi di merce, per ognuna delle quali hanno

banchine specifiche.

Gli altri porti sono specializzati, poiché concentrati in uno o pochi prodotti.

Sistemi portuali: integrazione tra più porti di una stessa fascia litoranea.

Porti off-shore: strutture portuali che si espandono in mare.

Porti paesi sviluppati: 65% traffico mondiale; porti paesi sud del mondo: 35% specializzati

nell’imbarco di uno solo o di pochi tipi di merce.

Telecomunicazioni e reti telematiche

1948, transistor, nascita dell’elettronica, rende numeriche le informazioni via cavo (anni ’70). 3

modi di trasferimento delle informazioni:

1)via cavo. Possibilità di cavi a fibra ottica, che canalizzano la luce

2)via onde radio, ad es: telefonia mobile

3)via onde radio attraverso satellite.

Telematica di base: l’informazione viene trasmessa integra

Telematica evoluta: l’informazione viene modificata (es. videoconferenza).

Differenze regionali nelle telecomunicazioni: Più del 70% degli apparecchi telefonici è localizzato

nell’America settentrionale, in Giappone e in Europa. I flussi del traffico telefonico mondiale sono

generati per l’80% dal mondo degli affari. Quindi anche le autostrade telematiche presentano dei

nodi.

Teleporti: piattaforme di servizi integrati che forniscono accessi ottimizzati alle reti di

telecomunicazioni, utilizzati soprattutto da imprese multinazionali.

Logistica

le reti telematiche collegano gli stabilimenti di produzione con i centri decisionali e i centri

decisionali con i punti di distribuzione, permettendo quindi di legare la produzione alle reali

esigenze di mercato, e quindi riduzione dei tempi di giacenza e consegne just in time. La necessità

di consegne tempestive e porta a porta ha incentivato l’intermodalità. I principali nodi delle reti

intermodali (piattaforme logistiche e di interconnessione, porti, aeroporti). Garantiscono

un’assistenza continua di <> al trasporto, grazie alla quale i clienti sono in grado di conoscere,

istantaneamente, la localizzazione della loro merce.

La logistica quindi controlla l’intero arco di movimentazione delle merci.

a)Logistic service providers, imprese logistiche (TNT).

b)Messaggeria espresso, assicura la consegna in meno di 24 ore in tutte le aree della triade con

tariffa standard (TNT, FEDERAL EXPRESS).

-politiche dei trasporti e delle telecomunicazioni

Fino alla seconda metà dell’800 i trasporti erano gestiti da privati, per motivi militari. Allorché il

trasporto divenne servizio collettivo, l’intervento dello Stato si intensificò, nazionalizzando le

compagnie private, specialmente quelle ferroviarie.

Nel campo delle telecomunicazioni, gli anni ’90 hanno visto la liberalizzazione del settore e la fine

dei monopoli nella gestione delle reti via cavo.

Nel settore trasporti, grossa importanza hanno anche gli aspetti militari. Fondamentale il controllo

del canale di Suez, controllato dall’Egitto che assicura libero transito e il canale di Panama, sotto il

controllo centroamericano dal 1982 ma difeso dagli USA.

Analisi delle reti

l’analisi dell’evoluzione delle reti segue vari indicatori: densità della rete, uniformità cioè come

questa rete è distribuita sul territorio, complementarità tra le diverse reti di trasporti, velocità di

percorrenza, continuità della rete e forma della rete. Analizzando questi indicatori si ottengono

informazioni sulle funzioni e sul livello di sviluppo economico del territorio.

Oltre agli indicatori un altro modo di analizzare le reti sono i grafi, configurazione formata da un

insieme di punti, detti vertici e di segmenti detti lati aventi per estremi due vertici. La rete è così

analizzata attraverso due indicatori: connettività e accessibilità. I grafi servono ad esempio per la

costruzione di un nuovo segmento all’interno della rete.

Evoluzione delle reti: modelli esplicativi

L’evoluzione delle reti di trasporto nei paesi sottosviluppati è descritta attraverso un modello che

osserva i paesi del Golfo di Guinea. 4 fasi. Le prime 2 evidenziano la dipendenza dall’esterno. Le

fasi 3 e 4 testimoniano attenzione alla crescita interna del paese.

Nei paesi sviluppati, il condizionamento esterno è stato temporaneo, il modello fa capo a Chapman

e si riferisce alla ferrovia inglese. Solo nella fase primaria, il collegamento è scarso, la fase 2 vede

crescenti interconnessioni. Il terzo stadio è di intensificazione e l’ultima fase la rete è sfoltita e il

traffico è concentrato sulle maggiori arterie.

-direttrici del traffico mondiale

il principale flusso di traffico mondiale si svolge tra Europa Occidentale e America Settentrionale, e

vede una forte integrazione e intermodalità tra mezzi e tramiti (aria, acqua e terra). Altra direttrice

di traffico recentemente affermatasi collega i paesi asiatici che si affacciano sul Pacifico (Giappone,

Cina e NIC) e America Settentrionale.

Terza direttrice è quella che dall’Europa Occidentale attraverso il Medio Oriente (raggiungibile via

mare attraverso Suez oppure circumnavigando l’Africa) e l’Asia Meridionale, arriva in Giappone.

Prevale il trasporto marittimo caratterizzato dalle rotte del petrolio.

Quarta direttrice: dal Giappone, attraverso la Russia e l’Europa Orientale giunge in Europa

occidentale.

Capitolo 1

Uno spazio europeo?

1.1 L’evoluzione del sistema Europa

L’Europa è uno spazio complesso da descrivere a causa dei suoi confini deboli; la catena montuosa

degli Urali è poco elevata e facilmente attraversabile, tanto che la Russia rappresenta essa stessa una

Nazione in bilico tra due continenti. Per questo motivo risulta più semplice parlare di “sistema

Europa” per definire la realtà economica e sociale che accomuna i 25 stati che dal 2004 si sono uniti

in essa. L’idea era antica, ma fu solo nel periodo della ricostruzione post-bellica che si ebbe

l’occasione per promuovere la cooperazione tra gli stati del vecchio continente. Indubbiamente il

primo stimolo fu la costituzione dell’Organizzazione europea per la cooperazione economica

(1948). Le posizioni ai tempi erano due: quelle federaliste e quelle funzionaliste; la loro mediazione

portò alla nascita della Comunità del carbone e dell’acciaio (CECA) alla quale aderirono

Francia,Germania, Belgio, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Successivamente i sei paesi

ampliarono le basi della cooperazione creando la Comunità economica europea (Cee).

Essa presupponeva la progressiva liberalizzazione degli scambi tra i paesi membri e la promozione

di una politica commerciale e agricola comune.

Nel 1967 gli accordi tra Cee, Ceca e Eratom confluirono nella costituzione della Comunità europea

(Ce) e due anni dopo iniziarono gli accordi per l’integrazione di Regno unito, Irlanda, Danimarca e

Norvegia, a cui seguiranno la Grecia la Spagna e il Portogallo.

Nel 1979 ci si avvia all’integrazione economica, con la costituzione del Sistema monetario europeo

(Sme), che aveva la finalità di creare un’area di stabilità monetaria in Europa in seguito alle

fluttuazioni petrolifere a causa della crisi.

Dal punto di vista politico invece l’evento principale è rappresentato dall’Atto unico europeo del

1986, che amplificò i poteri della Comunità introducendo linee politiche comuni in settore fiscale,

occupazionale, sanitario e ambientale.

Nel 1987 quindi nacque l’Unione Europea e nel 1994 la costituzione dello Spazio economico

europeo (See).

Per quanto riguarda la moneta unica, essa sostituì la precedente ecu a partire dal 1999. L’eccezione

è rappresentata da regno Unito, Svezia e Danimarca, che per scelta politica ancora non l’hanno

adottata.

Per ciò che concerne il processo di allargamento verso i paesi dell’Est, esso fu suddiviso in due fasi:

la prima riguardante l’allargamento a Rep.Ceca, Estonia, Ungheria, Lituania, Polonia, Slovacchia e

Slovenia, Malta e Cipro; l’altra fase invece riguarderà la futura estensione verso altri paesi (come la

Turchia), che saranno ammessi a patto che rispettino entro un certo lasso di tempo dei requisiti

prestabiliti.

Un a puntualizzazione importante dev’essere fatta per quanto riguarda il fatto che non tutti i Paesi

membri siano stati integrati nello Spazio Shengen. Il patto di Shengen è un accordo che abolisce le

frontiere “interne” permettendo la libera circolazione dei cittadini degli stati che vi aderiscono; per

gli stati che invece sono stati ammessi nel 2004 è stato previsto un regime di transizione: ciò

significa che i 15 paesi aderenti all’Ue hanno la possibilità di limitare l’accesso ai cittadini dei paesi

di nuova adesione, a patto che nel 2011 la circolazione allargata dovrà essere comunque completa.

1.2 L’Europa come nodo geo-economico mondiale

La TRIADE GLOBALE è costituita dagli Stati Uniti, dall’Europa e il Sud-Est asiatico.

E’ fuori da ogni dubbio che siano queste tre aree economiche a dominare l’economia del pianeta.

Esse sono caratterizzate dallo stesso allineamento ai principi del capitalismo, della democrazia

liberale e dal rifiuto del modello economico sovietico.

1.2.1 Lo spazio delle imprese multinazionali e della divisione internazionale del lavoro

Ciò che rappresenta meglio l’immagine della globalizzazione economica sono le multinazionali

(grandi imperi industriali che si estendono sul globo). Esse hanno la capacità di scomporre i cicli

produttivi, riuscendo così a decentrare funzioni industriali verso i Paesi in via di sviluppo (nello

specifico quelle che sono attività standardizzate, di routine e ad alta densità di lavoro). Per quanto

riguarda invece le sedi, esse sono localizzate nei paesi fortemente sviluppati e l’Europa,nello

specifico, ne possiede il 62.2% del totale mondiale.

Per ciò che riguarda la distribuzione delle filiali invece, è il Sud-est asiatico a battere tutti con

445.000 affiliate

1.2.2 La rete degli investimenti esteri

Gli Ide (investimenti diretti esteri) sono una misura del processo di internazionalizzazione; essi

sono degli investimenti internazionali effettuati da un investitore che ha intenzione di stabilire

“interessi durevoli” in un’impresa che si trova in un Paese differente. Esistono gli Ide orizzontali e

quelli verticali.

Gli Ide orizzontali sono investimenti indirizzati a nuovi mercati di sbocco per prodotti e servizi;

nello specifico si duplicano parti del processo produttivo costruendo o acquistando nuovi impianti

industriali con lo scopo di servire differenti aree geografiche, riducendo alcune tipologie di costi e

riuscendo perseguire obiettivi strategici.

Gli Ide verticali invece sono finalizzati alla ricerca di input meno costosi; in poche parole si

suddivide la catena produttiva in aree geografiche specifiche allo scopo di diminuirne dei costi

(della mano d’opera, delle materie prime o di beni intermedi).

La differenza con quelli orizzontali sta nel fatto che i verticali tendono a espandere il commercio

internazionale, perché muovono i prodotti intermedi da un’area all’altra.

Gli Ide provengono principalmente dai paesi in via di sviluppo, in particolare dall’Europa.

In generale il nostro continente rivela possedere equilibrio tra investimenti in entrata e in uscita, a

differenza di altri come Stati Uniti e Giappone che sono principalmente investitori.

Inoltre è naturale riflettere su come gli Ide verticali e orizzontali corrispondano a reti verticali e

orizzontali.

Gli Ide verticali sono “asimmetrici”, cioè coinvolgono economie in grado di investire all’estero ed

economie deboli che sono caratterizzate dal basso costo degli input.

Le reti verticali si ramificano su tutto il pianeta, però è intuitiva la presenza di un criterio di

prossimità geografica che guidi gli investimenti (es. l’Unione europea investe nell’est Europeo).

Gli Ide orizzontali invece sono “simmetrici”: mantengono cioè relazioni simmetriche con Paesi

caratterizzati da livelli di ricchezza e di sviluppo comparabili.

1.2.3 I flussi del commercio mondiale

I flussi commerciali sono estremamente intensi fra i tre poli della Triade; bisogna però evidenziare

che l’Europa orientale e i paesi della comunità degli Stati Indipendenti sono molto integrati nei

flussi grazie ai rapporti con l’Europa occidentale.

La regione Africana invece è la vera e propria esclusa dai fenomeni di globalizzazione economica,

possedendo solo scambi limitati ed esclusivi con l’Europa occidentale.

1.2.4 L’Europa come elemento strutturante dell’economia mondiale

Nonostante quello che si possa credere, l’Europa (occidentale) rappresenta il principale elemento

strutturante della globalizzazione economica; questo perché possiede il maggiore ambito per quanto

riguarda le sedi di imprese multinazionali e perché è il principale motore degli investimenti globali.

1.3 Uno sguardo geografico sull’Unione europea

1.3.1 Alcune chiavi interpretative

Per chiavi interpretative intendiamo le categorie interpretative attraverso cui si prende in

considerazione il divenire dello spazio europeo e delle politiche che ne orientano le trasformazioni

territoriali.

La prima chiave interpretativa si riferisce alla nozione di “SCALA”, la quale implica il fatto che si

debbano considerare problematiche del territorio comunitario a una pluralità di scale territoriali

(locale, regionale, macroregionale, nazionale e sovranazionale). Ciò significa non soltanto utilizzare

un approccio multi scalare ma anche transcalare.

La seconda chiave interpretativa prende in considerazione i concetti di spazio interno ed esterno.

Lo spazio interno considera i diversi aspetti dell’organizzazione del territorio comunitario, quello

esterno invece l’insieme delle forme di relazione e di interazione dell’Unione con i territori esterni.

La terza chiave interpretativa tratta la prospettiva analitica da adottare: essa deve considerare

contemporaneamente due principi organizzativi che combinandosi tra loro definiscono le

caratteristiche degli assetti dei vari territori. Parliamo del principio areale (relazioni fondate sulla

contiguità fisica) e di quello reticolare (relazioni a distanza in uno spazio discreto). Anche qui

applichiamo il principio della transcalarità.

La quarta chiave interpretativa si riferisce al grado di polarizzazione della struttura spaziale dei

territori. Esso tratta la distribuzione delle diverse tipologie di funzioni nello spazio geografico.

Naturalmente vi sono due modelli: uno in cui vi è la polarizzazione delle funzioni in corrispondenza

dei centri (con relazioni di tipo gerarchico, fondata sul modello Centro-periferia) e un modello

invece in cui le funzioni sono diffuse fra i centri di diverse dimensioni (con relazioni di tipo

interdipendente e complementare, fondata sul modello <policentrico o multicentrale>).

La quinta chiave interpretativa tratta il rapporto tra la città e la campagna. Il loro rapporto può

essere di tipo “duale” (nel quale il loro sviluppo segue percorsi separati), oppure a sviluppo

integrato, in cui vi è una sorta di rapporto di partnership. Naturalmente sarebbe ovvio auspicare

sempre ad uno sviluppo equilibrato, ma ciò in genere dipende dall’esistenza di sistemi

infrastrutturali che non separi le reti primarie da quelle secondarie.

Scheda 1.2 La nozione di transcalarità

Caratteristica delle discipline geografiche.

Esso può essere inteso in due accezioni:

- quello di multiscalarità, che esprime la capacità della disciplina utilizzare strumenti analitici

in grado di essere applicati a diverse scale.

- Quello che fa riferimento alla capacità di tenere insieme diverse scale territoriali (dibattito

locale/globale).

1.3.2 Le politiche comunitarie

L’Unione europea è un organismo particolare nel contesto mondiale in quanto mete in atto un

ampio ventaglio di politiche di portata sovranazionale. Tra queste politiche vi sono quelle che

hanno natura settoriale e quelle di natura “orizzontale”

Tra le politiche di natura settoriale vi sono:

- la politica Agricola ( che può fornire un contributo per promuovere la crescita delle aree

rurali, è di tipo areale e orientata verso l’interno del territorio comunitario);

- la politica dei trasporti e delle infrastrutture (è di tipo reticolare, di orientamento esterno con

scala di riferimento di tipo sovranazionale);

- la politica per la ricerca e lo sviluppo tecnologico (è di tipo reticolare. Negli ultimi anni si è

aperta al coinvolgimento di soggetti appartenenti a Paesi terzi ed è orientata ad una

prospettiva sovranazionale).

Tra le politiche orizzontali (che producono effetti in una pluralità di ambiti dell’organizzazione

economica e sociale) abbiamo invece:

- le politiche di coesione (che si collocano in una prospettiva prettamente areale e rivolte

verso l’interno);

- la politica ambientale (che può agire come fattore di sviluppo dei diversi territori, è marcata

da una forte transcalarità ed è di tipo areale per quanto riguarda l’adozione delle normative;

inoltre ha un approccio di tipo reticolare);

- le politiche di cooperazione con i Paesi terzi (che coniuga il suo obiettivo primario con la

capacità di fornire impulso ad alcune parti del territorio comunitario ed è rivolta verso

“l’esterno”del territorio comunitario: alla scala di prossimità, a quella mediterranea e a

quella mondiale. Anch’essa si caratterizza per una logica di tipo areale ed una dimensione

reticolare). CAPITOLO 2

Gli squilibri territoriali nell’Unione europea

2.1 Introduzione

Il 29 ottobre 2004, i rappresentanti dei 25 paesi membri dell’Unione europea e di 3 candidati

all’adesione hanno sottoscritto il Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa, con il quale

si dichiara l’impegno per la promozione della <<coesione economica, sociale e territoriale e la

solidarietà tra gli Stati membri>>.

Per la realizzazione di questo obiettivo sarà determinante la riduzione del divario tra Paesi e regioni

più sviluppati e aree in condizioni di relativa arretratezza.

La realizzazione di un modello di sviluppo equilibrato è questione cruciale nelle politiche

dell’Unione europea.

Dopo l’allargamento da 15 a 25 paesi realizzato nel maggio 2004, la geografia dell’ unione europea

ha subito importanti trasformazioni, nelle sue dimensioni ( economiche, demografiche, sociali), nel

quadro delle differenze tra Paesi e regioni in termini di sviluppo economico e non ultimo nella

definizione di interventi prioritari per la realizzazione degli obiettivi di coesione.

2.2 I divari economici nazionali nell’Unione europea allargata

L’allargamento realizzato nel maggio del 2004 ha visto l’ingresso di dieci nuovi Paesi ( Repubblica

Ceca, Cipro, Estonia, Malta, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Ungheria), previsto

per il 2007 l’ingresso di Bulgaria e Romania.

L’ingresso dei nuovi membri ha sollevato problemi inediti sia per il numero di nuovi Paesi, sia per

aver modificato le dimensioni dell’Unione europea in termini di ricchezza, composizione settoriale

dell’economia, elementi distintivi del mercato del lavoro.

Scheda 2.1 - Allargamento e integrazione dei nuovi Stati membri

L’impegno delle istituzioni comunitarie verso i nuovi Stati membri riguarda in particolare la loro

interazione nel sistema economico dell’Unione: si deve ricordare infatti come nel 2004 i 15 vecchi

membri avessero già realizzato un notevole livello di integrazione, costruito in modo graduale su

tre temi istituzionali: -integrazione commerciale, in cui i paesi membri istituivano il mercato unico

che garantisce la libera circolazione delle merci e dei fattori produttivi; - integrazione monetaria,

undici paesi si dotavano in seguito di un’unione monetaria e del patto di stabilità che hanno

consentito la circolazione dell’euro come moneta unica in tutti i Paesi; -integrazione istituzionale,

gli Stati membri partecipano con i loro rappresentanti agli organi di governo comunitari.

Se i nuovi Paesi si inseriscono nel quadro economico della Ue attuando fin da subito la libera

circolazione delle merci e dei capitali, per quanto riguarda invece l’integrazione monetaria, non

hanno aderito automaticamente alla moneta unica e al patto di stabilità, poiché dovranno prima

soddisfare i criteri di convergenza necessari per entrare nell’area dell’euro.

Popolazione, superficie e densità nell’Unione europea

I cittadini dei 15 vecchi Paesi membri sono circa 380milioni su una superficie di quasi 3,2milioni di

km². Dopo l’allargamento, la popolazione dell’Ue ha superato i 455milioni, mentre la densità è

passata da 121 a 116 abitanti per km². L’ingresso di Bulgaria e Romania aumenterà la superficie

dell’Ue di quasi 350.000 km² e la popolazione di circa 30milioni di abitanti, diminuendo la densità

media.

È possibile approfondire la composizione per età della popolazione, valutando la dipendenza per

età, la quota di cittadini con più di 60 anni rispetto a quelli con età comprese tra 20 e 59,

considerando questi ultimi come popolazione attiva dal punto di vista lavorativo e i primi soggetti

in pensione. Inoltre la presenza di una popolazione attiva può garantire, se associata ad un buon

livello di istruzione, una certa vitalità del mercato del lavoro e la sostenibilità nel medio periodo del

welfare.

Le statistiche demografiche sono utilizzate anche nella valutazione della ricchezza prodotta dalle

economie nazionali: il prodotto interno lordo (PIL) è infatti proposto in termini di Pil per abitante

(pro capite) al fine di stimare la ricchezza media dei cittadini.

Considerando i soli 15 Paesi membri Ue fino al maggio 2004, il reddito medio annuo per abitante

superava i 20.000 euro, con eccezione di Spagna, Grecia e Portogallo. Con l’ingresso dei nuovi

Paesi membri si è avuta una riduzione di circa il 9% del reddito medio.

È possibile identificare 3 gruppi di Paesi:

-economie con un livello di reddito pro capite superiore alla media Ue (Europa settentrionale e

continentale, oltre l’Italia);

-Paesi che presentano un Pil pro capite compreso tra il valore medio (100) e il 60% (Repubblica

Ceca e Stati che si affacciano sul Mediterraneo, comprese Malta e Cipro, ma con eccezione

dell’Italia);

-Paesi con livelli medi di reddito tra il 60 e il 25% della media ( i più sfavorevoli Bulgaria e

Romania).

A partire dalla metà degli anni Novanta , i nuovi Paesi membri sono cresciuti rispetto alla media

europea, e a questo hanno contribuito sia i cambiamenti strutturali dovuti alla transizione

all’economia di mercato, sia i programmi di aiuto dell’Ue.

2.3 Gli squilibri regionali

Le statistiche nazionali presentano una prima immagine degli squilibri tra i Paesi dell’Ue; tuttavia i

divari si manifestano anche all’interno degli Stati membri mostrando una distribuzione sul territorio

che va al di là dei confini nazionali. Individuare queste e altre caratteristiche è possibile grazie alla

disponibilità di dati organizzati secondo la Nomenclatura delle Unità Territoriali per la Statistica

(Nuts), predisposta da Eurostat, l’istituto statistico dell’Ue.

Si possono approfondire le differenza regionali in Europa a partire dalle statistiche demografiche. È

evidente che l’area dell’Europa centro-occidentale dimostri un tasso di densità superiore rispetto

alle regioni settentrionali e ai Paesi dell’Europa centro-orientale. Emerge dunque un’area centrale e

in tutti i Paesi spiccano come più densamente popolate le regioni delle capitali nazionali. Per quanto

riguarda la distribuzione della ricchezza, la geografia dei divari in Europa si dimostra molto

articolata. Le aree con i più elevati livelli di Pil pro capite si estendono dall’Italia del nord alla parte

meridionale del Regno Unito, comprendendo gran parte dell’Austria, della Germania, del Belgio,

del Lussemburgo, dei Paesi Bassi e della Francia.

In una posizione intermedia si collocano le regioni della Germania orientale, la Francia continentale

e le regioni spagnole, francesi e italiane del Mediterraneo centro-occidentale, dall’Andalusia al

Lazio.

Le attività economiche possono essere aggregate in 3 macrosettori:

-il primario, che comprende l’agricoltura, la pesca e l’allevamento; particolarmente elevato nelle

regioni più periferiche dell’Ue: penisola iberica, Italia meridionale, Grecia, Polonia, Slovacchia,

Bulgaria e Romania.

-il secondario, che corrisponde all’industria manifatturiera; si riferisce alle aree più ricche dei

nuovi membri, in particolare Slovenia, Ungheria, Repubblica Ceca, Catalogna, Italia settentrionali e

länder meridionali della Germania.

-il terziario, a cui si possono ascrivere i servizi, compresi commercio, turismo e attività della

pubblica amministrazione; si riferisce ad alcune regioni della Francia mediterranea e del Regno

Unito, alcune aree del Belgio, dei Paesi Bassi e della Germania.

Nei Paesi più sviluppati, negli ultimi decenni, si è assistito a una progressiva <<terziarizzazione>>

dell’economia, cioè a uno spostamento in termini di addetti verso il settore terziario e una

significativa ristrutturazione dei settori agricolo e manifatturiero.

Una variabile macroeconomica fondamentale è il tasso di disoccupazione. Il tasso medio

nell’Europa a 15 per il 2002 è al 7,8%. Le regioni centrali dell’Ue, assieme alle regioni dell’Austria

e a gran parte di Svezia e Irlanda, Polonia e Bulgaria dimostrano un minor tasso di disoccupazione.

In altri casi, invece, le disparità sono profonde all’interno dei singoli Paesi, come nel caso della

Germania che mostra tassi di disoccupazione modesti nelle regioni meridionali e invece molto alti

nelle regioni dell’ex Germania orientale. In Italia, si passa da tassi di disoccupazione contenuti delle

regioni settentrionali ai problemi strutturali di disoccupazione del Mezzogiorno.

Tra i fattori caratteristici del mercato del lavoro di una regione è annoverato il livello di

scolarizzazione dei suoi abitanti. Anche qui possiamo notare che la quota di popolazione con alti

livelli di istruzione è significativa in quasi tutte le regioni delle capitali, nei Paesi scandinavi, nelle

isole britanniche e in alcune regioni di Francia e Spagna. Negativo il dato per il Portogallo, Italia,

Grecia e nuovi Paesi membri.

Emerge dunque l’esistenza tra i vecchi membri di sistemi-Paese scarsamente efficienti per

l’istituzione superiore e al contempo la discreta preparazione scolastica dei nuovi cittadini

dell’Unione.

Il summit di Lisbona del 2000 ha fissato per l’Unione l’obiettivo di diventare l’economia basata

sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita

economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro ed una maggiore coesione sociale entro il

2010. Sono state individuate alcune linee prioritarie:

-innovazione e impresa;

-capitale umano e riqualificazione del lavoro;

-riforma del welfare e inclusione sociale;

-pari opportunità per il lavoro femminile;

-liberalizzazione del mercato del lavoro e dei prodotti;

-sviluppo sostenibile.

Inoltre si considerano cinque diversi indicatori per valutare le performance delle regioni al fine di

raggiungere gli obiettivi di Lisbona:

-produttività (PIL);

-tasso di occupazione;

-spesa in Ricerca e Sviluppo;

-Ricerca e Sviluppo imprese;

-popolazione con alti livelli di educazione.

2.4 Le immagini di sintesi del territorio europeo

2.4.1 Centri e periferie

Dalle cartografie finora viste, si è rilevata l’esistenza di un CENTRO, contrapposto a una

PERIFERIA: spesso, infatti, si è dimostrata una buona performance delle regioni centrali del

continente europeo, e un ritardo economico e strutturale delle aree periferiche.

Gli squilibri territoriali si manifestano:

-su scala nazionale, alla quale si manifestano divari tra gruppi di regioni o tra le aree metropolitane

principali e le regioni circostanti;

-a livello europeo, al quale si osserva una concentrazione di popolazione e attività economiche

nell’area compresa tra Londra, Parigi, Paesi Bassi, Belgio e Germania nord-occidentale.

Il sistema delle città europee è stato oggetto di un certo numero di studi comparativi, volti a definire

diverse tipologie di realtà urbane. Da alcune di queste analisi sono state derivate in modo diretto

delle rappresentazioni di sintesi del sistema urbano europeo.

Fra queste immagini ne vanno annoverate due in modo particolare, quella che individua un

pentagono e l’immagine della banana blu.

L’esistenza di un’area centrale è stata riconosciuta ed evidenziata dallo Schema di Sviluppo dello

Spazio Europeo (SSSE-1999), nel quale è stato individuato un PENTAGONO delimitato dalle città

di Londra, Parigi, Milano, Monaco e Amburgo, avente i seguenti obiettivi:

-coesione economica e sociale;

-sviluppo sostenibile;

-competitività equilibrata per il territorio europeo.

Banana blu è un termine usato per indicare una dorsale economica e demografica dell’Europa

occidentale, che si estende a Sud verso le regioni settentrionali dell’Italia. Nelle aree periferiche si

riconoscono importanti regioni e centri urbani con livelli elevati di sviluppo, in particolare nei

territori mediterranei di Spagna e Francia e nella pianura padana.

2.4.2 Verso le aree periferiche

L’esigenza di approfondire il ruolo delle aree periferiche del continente è stata colta da uno studio

della Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime (CRPM, 2002), che evidenzia le potenzialità

della struttura policentrica delle regioni periferiche, a nord e a sud del cuore europeo. Viene

elaborata una classificazione dei sistemi urbani europei periferici, esterni all’area centrale del

Pentagono: sono individuate le aree europee di sviluppo metropolitano (MEGA), nodi strategici per

il rafforzamento di corridoi di sviluppo periferici e zone di integrazioni globali (GIZ).

Alcune aree metropolitane dimostrano di poter giocare una funzione di gateway tra i sistemi urbani

locali e la scala globale: sono le città capitali, oltre a Barcellona, Manchester e Liverpool. In

relazione con le città principali, si manifesta un reticolo urbano di centri di rango inferiore che si

configurano da un lato quali sistemi di interconnessione tra i gateway e la scala globale, e dall’altro

identificano corridoi di sviluppo per le aree più periferiche del continente.

L’immagine del boomerang centroeuropeo, proposta da Gorzelak, ipotizza un asse di sviluppo che

comprende territori che hanno avuto un ruolo di leadership nel processo di trasformazione della

struttura territoriale dell’Europa centrale.

Tra le rare immagini di sintesi riguardanti i Paesi dell’Europa a 25, quella di Sokol riprende l’idea

di un dualismo tra un centro e una periferia. All’area centrale si contrappone una periferia e due

super-periferie. La prima super-periferia comprende i nuovi membri Ue dell’area centro-europea, i

candidati e l’area balcanica. La seconda invece si estende in tutta l’area dell’ex unione Sovietica.

Questa carta ha il pregio di mostrare nuovamente come dopo l’allargamento del 2004, oltre al

confine istituzionale, anche quello economico si sia spostato verso Est.

Scheda 2.2 La suddivisione statistica del territorio dell’Unione europea

La classificazione delle unità territoriali utilizzate da Eurostat è denominata Nuts, ovvero

Nomenclatura unificata delle unità territoriali a fini statistici. La Nunts suddivide ogni Stato

membro in un numero intero di regioni Nuts1, ognuna delle quali è a sua volta suddivisa in un

numero intero di regioni Nuts2 e così via. Il territorio dei Paesi membri è stato suddiviso in una

struttura gerarchica di zone statistiche. Essa fu inizialmente concepita in 5 livelli che, partendo da

quello subnazionale Nuts1, corrispondente alle macro-regioni, arrivavano fino al livello Nuts5,

relativo alle municipalità.

Il progetto di una suddivisione statistica del territorio comunitario deriva dalla necessità di: -

garantire una corretta gestione dei fondi disponibili;

-indirizzare le politiche per la coesione economica e sociale;

-assicurare il funzionamento dei meccanismi di concorrenza all’interno del mercato comune.

Un obiettivo particolarmente importante è la gestione del processo di mutamento delle strutture

amministrative degli Stati membri, in moda da minimizzare l’impatto sulla disponibilità delle

statistiche regionali.

La classificazione Nuts è stata utilizzata nella legislazione comunitaria dal 1988 e da oltre 10 anni

costituisce la base di assegnazione dei Fondi Strutturali.

Il regolamento Nuts favorisce l’utilizzo di suddivisioni istituzionali, le cosiddette regioni normative

di carattere generale a scapito delle regioni funzionali di tipo settoriale.

Il livello Nuts1 corrisponde a macro-regioni, e con esso ci si proponeva di suddividere l’Ue a 15 in

un centinaio di unità.

Il livello Nuts2 è da decenni il livello più importante. In diversi Paesi questo livello identifica delle

reali entità amministrative. Questo livello corrisponde principalmente al livello della regione, ma

con forti differenziazioni interne.

Il livello Nuts3 viene privilegiato per le analisi più particolareggiate che vogliono cogliere una più

specifica differenziazione locale.

3. CITTA’ E RETI DI CITTA’ IN EUROPA

L’Europa , un continente di città

Negli ultimi 50 anni la popolazione è cresciuta notevolmente grazie all’urbanizzazione. Nel 1950,

infatti, il 30% della popolazione viveva già nella città, mentre oggi la popolazione urbana mondiale

ha già superato il 50 %. Ad accentuare l’urbanizzazione sono stati i grandi movimenti migratori

internazionali del ‘900 che hanno fatto si che l’Europa diventasse uno dei paesi più urbanizzati del

mondo.

Negli ultimi quarant’anni però anche Asia e Africa si sono distinti per un forte incremento della

popolazione.

La dipendenza dalle città per lavoro e per servizi è molto elevata e si può anche affermare che

l’economia è legata alle sorti delle città. Esse sono i luoghi in cui possiamo trovare elevati valori

riguardanti lo sviluppo economico, l’innovazione tecnologica e i servizi collettivi.

Possiamo quindi affermare che tutte le città hanno delle funzioni di direzione, servizio, innovazione

e sviluppo; ci sono però delle città nelle quali la distribuzione di queste funzioni è superiore o

inferiore e si crea quindi una gerarchia al cui vertice si situano le “città globali” (New York, Parigi,

Tokio, Londra ecc..), mentre alla base ci sono i centri minori che hanno limitate funzioni di

servizio.

L’affermarsi della globalizzazione e dell’economia dell’informazione ha portato a favorire sempre

più le metropoli, mentre le città che avevano un ruolo produttivo entro i confini (nazionali o

regionali) devono competere tra loro per trovare una collocazione nella nuova divisione del lavoro a

scala continentale e mondiale. Al modello areale di organizzazione del territorio, che vede una città

dominare il suo hinterland, si affianca un modello di città in rete, attraverso collegamenti su lunga

distanza con il resto del mondo.

LA CLASSIFICAZIONE DELLE CITTA’ EUROPEE

Gli studi volti a definire la struttura gerarchico-funzionale delle città europee sono riconducibili a

due tipi di classificazioni:

1. basata su un criterio gerarchico-dimensionale fondato sulla dotazione complessiva di

componenti demografiche, economiche e funzionali.

2. basata su un criterio funzionale, che esprime il grado di specializzazione delle città in una

o più categorie di funzioni.

Nel 2002 la Conferenza delle Regioni periferiche marittime europee (CRPM) ha proposto uno

studio sulle città europee, individuando zone di “integrazione economica mondiale” all’interno di

aree periferiche di vari Paesi( U.K.; Portogallo, Italia, Francia ecc..), come alternativa all’eccessiva

concentrazione di funzioni metropolitane di massimo livello nel pentagono centrale europeo. Nel

2003 invece sono usciti i primi risultati di EPSON che hanno portato ad individuare una prima

classificazione dei sistemi urbani europei per importanza funzionale basata u 7 indicatori. Una

seconda classificazione propone 76 aree urbanizzate che possono, in futuro, rappresentare un

contrappeso al Pentagono secondo 4 gruppi indicatori: la massa, la competitività, la connettività, la

conoscenza.

IL SISTEMA DELLE CITTA’ EUROPEE: MODELLI DESCRITTIVI

Per descrivere il sistema urbano europeo si fa riferimento tre modelli spaziali astratti:

1. resti christalleriane:la rete urbana è un sistema gerarchico a più livelli definiti da rapporti

1

gravitazionali nel quale i nodi sono equi distribuiti.

2. reti interconnesse a più livelli: sistemi spazialmente distribuiti in cui le relazioni tra i nodi

dipendono da complementarità funzionali sia “orizzontali” che “verticali”. Un nodo di un

certo ordine può x ES avere connessioni orizzontali con più nodi delle stesso ordine e

connessioni verticali con più nodi di ordine superiore e/o inferiore, indipendentemente dalla

distanza che lo separa da essi.

3. gerarchia centro-periferia:descrive un sistema urbano a più livelli gerarchici di centralità,

spazialmente polarizzato. I nodi di livello superiore quindi tendono a concentrarsi in un’area

centrale mentre quelli di livello inferiore si distribuiscono in corone sempre più periferiche.

Il primo modello rappresenta situazioni tipiche di un mercato preindustriale. Il secondo situazioni

tipiche dell’economia dell’informazione. Il terzo si riferisce all’economia industriale prima della

fase odierna, con riguardo alla fase fordista caratterizzata dall’importanza delle economie di scala e

agglomerazione.

1 Località centrali

Mille anni di policentrismo

La storia, lo sviluppo e l’identità dell’Europa sono legate alle sue città. Le città del vecchio

continente si sono distribuite in tutte le direzioni e, almeno in origine, con prevalenza delle membra

sul corpo, concentrandosi lungo le coste del Mediterraneo, del Mare del Nord e del Baltico e lungo

l’istmo solcato dal Reno che unisce le strutture costiere settentrionali a quelle meridionali. Se ne

deriva un’immagine a “X” (imm. pag 67). Ancor oggi, le città europee più rilevanti sono disposte su

questa X (modello marittimo-reticolare) , soprattutto sull’asse che collega le isole britanniche

all’Italia.

Dal Cinquecento si assiste alla decadenza del modello marittimo-reticolare medievale a favore di un

modello di urbanizzazione centralizzato e gerarchico. Crescono le capitali politiche, Madrid, Parigi,

Mosca, Vienna e Berlino che diventano i luoghi centrali di una gerarchia regionale secondo la quale

si articolano poi le relazioni esterne di ogni città. Nell’800 sarà la crescita industriale a favorire

alcuni sistemi urbani interni al continente come Parigi, meglio collegati ai porti grazie ai canali, ai

fiumi navigabili e dopo alle ferrovie e alle autostrade.

L’urbanizzazione europea ha portato al rafforzamento del tronco della “X” . La maggior parte

delle città di livello superiore sono concentrate nel cerchio più interno, corrispondente al “cuore”

centrale . Nello Schema di sviluppo dello spazio europeo (1999) il cuore viene proposto sotto

forma di un pentagono , nucleo centrale di integrazione globale dell’Ue, delimitato dalle metropoli

di Londra, Parigi, Milano, Monaco e Amburgo. E’ una zona che offre funzioni economiche globali

e di elevata qualità che consentono un alto livello di reddito e un’infrastruttura avanzata. In questo

cuore si ha una rete urbana policentrica con i più alti valori di accessibilità e connettività tra i nodi.

Nel pentagono vi è una grande concentrazione di città globali mentre nella periferia europea si

afferma il permanere di reti del tipo christalleriano. Sono reti gerarchiche in cui i centri di livello

inferiore sono collegati in modo indiretto con i centri metropolitani internazionali.

Verso la costruzione di una rete urbana europea

Il sistema urbano europeo è l’insieme di diversi “subsistemi” o “reti” urbane, che hanno una

dimensione di tipo transazionale e interregionale.

La rete urbana europea non è solo l’insieme delle grandi metropoli, ma ne fanno parte anche le

città medie che hanno sviluppato alcune delle funzioni specializzate delle grandi metropoli(Lione,

Rotterdam, Milano, Zurigo, Ginevra ecc…). Assumono importanza, inoltre, anche le città di

dimensioni ancora minori che pur non essendo di rango superiore, si sono specializzate in

particolari settori e dimostrano alte capacità di innovazione, integrazione e cooperazione (filiera

della seta a Como ecc..). Lo spazio europeo si struttura quindi in un sistema di interdipendenze ,

soprattutto nella parte centrale. Negli ultimi 10 anni le politiche regionali e territoriali comunitarie

hanno cercato di riequilibrare la centralità, rispetto alla dimensione spaziale ed economica.

Recentemente L’Ue allargata a 25 paesi ha avviato una politica per il superamento delle disparità e

degli squilibri territoriali dovuti alla contrapposizione fra leggerezza economica dei nuovi membri

e delle regioni periferiche e forza del cuore.

Per la programmazione 2007/2010 si stanno concentrando le azioni di riequilibrio in un cerchio

esterno che comprende i nuovi Lander tedeschi, gli Stati dell’allargamento, Il Mezzogiorno italiano,

buona parte della penisola iberica. Queste mirano a realizzare a scala europea un modello

policentrico che contrasti la concentrazione eccessiva nel “Pentagono” valorizzando il potenziale

urbano di tutte le aree europee allo scopo di ridurre le disparità di sviluppo. Questo sviluppo

policentrico deve essere pensato come una rete di reti dove:

a livello europeo, il policentrismo è visto come modello di riequilibrio regionale del

• territorio comunitario

a livello interregionale sono fondamentali le complementarietà urbane e la promozione di

• un sistema equilibrato con la messa a sistema di più aree urbane

a livello intraregionale vengono enfatizzate le complementarietà urbane economiche e

• funzionali tra sistemi territoriali rappresentati da reti di piccole città.

Un’efficace attivazione delle reti di piccole città va considerata come una condizione necessaria per

la coesione territoriale e per lo sviluppo competitivo dell’Unione Europea.

CAPITOLO :4

LE ATTIVITÀ INDUSTRIALI:

UN ‘ANALISI PER SISTEMI PRODUTTIVI LOCALI

Premessa: questo capitolo tenterà di fornire un quadro generale sulle attività industriali europee e

politiche correlate dando particolare attenzione alla presenza delle piccole medio imprese, e

puntando molto sulla osservazione dei cluster o sistemi produttivi locali che si svilupparono

durante gli anni settanta e che, costituiscono la spina dorsale delle attività industriali di regioni

molti paesi europei come per esempio l’Italia.

4.1 Dalla crisi del modello fordista ai nuovi spazi industriali

Il modello fordista o della produzione industriale di massa ha caratterizzato l organizzazione

statunitense fino alla fine degli anni settanta, esso era caratterizzato dalla concentrazione di tutte le

fasi di produzione al' interno del’ impresa, attraverso una precisa divisione del lavoro. Alla base del

organizzazione industriale fordista vi erano due CONDIZIONI:

1-La disponibilità dei mercati stabili ed in espansione .

2–L'ampia disponibilità di risorse primarie e sovrabbondanza di mano d'opera scarsamente

qualificata.

Queste due condizioni erano assicurate per mezzo di importanti figure socio-istituzionali

specializzate, l azienda,inoltre, raggruppava al’ interno numerosi processi produttivi dunque

questo modello tendeva a tagliar fuori le attività delle piccole-medio imprese.

Durante gli anni settanta il sistema fordista vacillò a causa di shock petroliferi ,la fine del sistema

di cambi fissi di breton woods nel 1973 ed l aumento della competitività di prodotti giapponesi.

Ciò determino dei cambiamenti:

-mutamento della domanda mondiale di bene di consumo, non solo prodotti di massa ma anche

beni di nicchia.

-il rapido diffondersi della tecnologia ha permesso di segmentare i processi produttivi industriali

ponendo fine al modello tradizione di produzione x cui più grande è l impresa e più sono i vantaggi.

Nascono due tipologie di processi produttivi:

-nascita della grande impresa multinazionale che segmenta i propri processi produttivi e tende a

superare il modello fordista.

-Nascita dei cluster industriali che rappresenta un tipico processo di sviluppo basato su piccole

medio imprese.

Un cluster può essere definito come una concentrazione territoriale di imprese fortemente

interdipendenti.

Oliver Williamson: spiegazione del successo dei cluster:

bisogna distinguere tra:gerarchia e mercato.

gerarchia:processo produttivo al interno del impresa in cui vi sono gerarchie tra i componenti, si da

più attenzione alla creazione del valore e meno al organizzazione dei componenti.

Mercato:luogo in cui le imprese decideranno di vendere o acquistare, se l impresa deciderà di

cogliere la via di mezzo tra gerarchia e mercato tenderà ad affidare compiti ad altre imprese

operanti sul mercato al fine di trarne vantaggi.

nel caso della gerarchia i costi saranno maggiori e gravano sulla singola impresa mentre agendo

nel mercato e segmentando la produzione in varie industrie ,i costi diminuiranno e si avranno

vantaggi,anche attraverso il fare con che consente per esempio alle imprese cooperanti di dividere i

costi.

Micheal Porter:analizzando il vantaggio competitivo sostenne che:la competitività è legata a

vantaggi geografici non riproducibili e alla presenza di quattro fattori che costituiscono il diamante

della competitività:

-condizioni dei fattori(mano d opera qualificata o disponibilità capitali finanziari)

-condizioni della domanda capacità di interagire con l offerta

-presenza di settori industriali di sostegno

-strategia struttura e grado di concorrenza del impresa nel settore industriale

Qst schema analizza il rapporto co-evolutivo tra impresa ed ambiente perché in base alle scelte

localizzatrice le imprese possono trarne vantaggi come:

aumenti di produttività ,imprenditorialità e innovazione tecnologica.

Aumento produttività:utilizzo di input specializzati anche a costo inferiore provenienti dai fornitori

di beni o servizi al interno dei cluster.

incremento del ' imprenditorialità:circolazione di molte informazioni riguardanti le opportunità di

mercato che porterà vantaggi al azienda.

I cluster recepiscono in fretta i bisogni del cliente ed hanno meno rischi legati al' introduzioni di

innovazioni, inoltre la vicinanza fisica al interno dei cluster permetterà alle imprese coalizzate di

collaborare e trarne vantaggi.

4.2 non solo innovazione:le determinanti del successo dei cluster industriali

Distinzione tra fattori locali ed economici:quelli locali hanno determinate caratteristiche legate al

territorio come ad esempio la disponibilità dei lavoratori relazioni tra imprese ed istituzioni locali,

capitale sociale, qst insieme di fattori riduce i rischi al interno dei cluster.

Fattori economici:diffusi,perché riconducibili a scelte di scala nazionale come La condizione di

domanda, quindi riproducibili.

4.3 una geografia dell'industria europea

La principale area industrializzata si colloca lungo la dorsale centrale europea dal regno unito al

nord Italia, situate in particolare lungo il corso del Reno,la maggior parte delle città interessate sono

anche capitali politiche , e molte industrie si collocano vicino ai centri che possiedono materie

prime. Città come Amsterdam ,Londra , Atene sono legate al porto commerciale.

in Italia non vi è collegamento tra vita politica ed economica, lo squilibrio tra diverse regioni di un

paese è notabile in:Danimarca,Irlanda, Portogallo,Grecia, Svezia e Finlandia.

Vi sono contrapposizioni di regioni industrializzate al' interno del paese come nel caso del

triangolo industriale italiano, in Francia vi è contrapposizione tra Parigi E regioni orientali ed

occidentali, Spagna: costa atlantica e catalogna contrapposte alle ragioni interne, Gran Bretagna:

maggior industrializzazione nel area londinese, Germania: concentrazione industriale a Berlino,e

Bonn.

Il fenomeno delle piccole medio imprese è più diffuso nei paesi mediterranei.

4.3 i sistemi produttivi locali: alcuni paesi europei

Dibattito italiano:durante gli anni settanta al divario nord-sud , venne affermata una nuova realtà: la

realtà del Italia di mezzo caratterizzata dalla proliferazione DELLE piccole medio imprese, i cluster

italiani sono distretti industriali che pongono l accento su caratteristiche socio-territoriali, come

clima cooperativo, conduzione familiare, orientamento politico omogeneo,presenza di

organizzazioni sensibili allo sviluppo locale.

ITALIA:sistemi produttivi locali sviluppati in:centro e nord-est ma anche nel

mezzogiorno(Campania, Basilicata,Puglia),

Spagna: possiamo contare 21 sistemi produttivi locali,e individuare tre aree:

area metropolitana di Madrid

-regione Valenciana

-sistemi di mondragòn e pines de soria oltre a quello della rioja

Francia: concentrazione quasi totale nel area parigina, altri centri urbani:

–zona nord occidentale

-Strasburgo

_regioni mediterranee francesi

Gran Bretagna: CONCENTRAZIONI NELLA CAPITALE ED AREE CIRCOSTANTI , Al di

fuori di Londra molte attività si concentrano ad esempio nelle midlands cuore del

industrializzazione inglese.

Danimarca: attraverso le cooperazioni di impresa ha potuto aumentare i redditi, La Maggiore

concentrazione si trova a Copenaghen .predominanza di:industrie alimentari, medicina,

applicazioni elettroniche.

4.3.2 una sintesi<.i cluster industriali europei

predominanza di cluster nella:Dorsale centrale europea:Francia orienta Le e Germania occidentale,

nel caso francese si concentrano nel zona nord di Parigi

Portogallo:concentrazione a Lisbona e porto.

Penisola scandinava : distribuzione equilibrata dei cluster

Politiche dei cluster fra riflessione teorica e prassi applicative in Europa

Principale caratteristica della politica dei cluster:miglioramento del contesto produttivo ed

innovativo del territorio, focalizzando l attenzione sul esternalità , sulle reti e sulle istituzioni in

grado di rendere competitivo un cluster.

Politica industriale tradizionale contrapposta a quella dei cluster:alcuni settori industriali sono più

desiderabili in quanto caratterizzati da una crescita economica maggiore in questa ottica le politiche

industriali tradizionali hanno un occhio di riguardo verso determinati settori rispetto ad altri.

Politiche cluster:non vi sono settori privilegiati non vi è competizione

Linee cluster politiche di maggior successo:

chiara e comune percezione del funzionamento dei cluster. Innovare ed incrementare la

• produttività, e la diffusione del informazione e conoscenze.

ampia partecipazione degli attori economici e dell istituzioni locali: vengono incentivate le

• imprese di tutte le dimensioni ,ed è importante l intervento pubblico .

2

favorire la promozione di relazioni personali :Grazie alla diffusione di reti di comunicazione

• e conoscenze.

orientamento pratico: raggiungimento di risultati tangibili

In genere la politica dei cluster e condotta da governi nazionali , alcuni interventi:

Intervento catalizzatore: improntato nel favorire il dialogo tra le imprese

Interventi diretti: incentrati sul rinnovamento del tessuto economico e locale .

2 SERENA 89

in molti paesi vi sono interventi rivolti alle politiche dei cluster ,nel consiglio europeo di

Lisbona(2000) quando l unione europea si è prefissa di diventare la maggior realtà economica e

innovativa per realizzare ciò si sono posti tre tipi di interventi:

1 promozione: delle politiche dei cluster attraverso forum internazionali, gruppi di lavoro

2 finanziamento diretto delle pmi (piccole medio imprese)Attraverso programmi di finanziamento

pluriennale programmi di ricerca e sviluppo miglioramenti sistemi di produzione, cooperazione,

acceso ai nuovi mercati.

3 miglioramento del contesto su cui operano le pmi attraverso l istituzione di specifici programmi in

grado di promuovere fattori territoriali alla base dello sviluppo del vantaggio competitivo :

reti bre creazione di processi di cooperazione tra le imprese

centri di impresa ed innovazione

programmi che favoriscono la nascita di reti di cooperazione tra imprese.

euro sportelli che forniscono info e consulenze specifiche .

strumenti formazione professionale. Cap. 7

Politica agricola comune e organizzazione degli spazi rurali

Il settore agricolo è stato da sempre fondamentale per le relazione comunitarie, per la sua

valenza economica, occupazionale e a livello delle politiche di sviluppo. In particolare il concetto

fondamentale delle politiche agricole comunitarie è quello di multifunzionalità dell’agricoltura, che

agisce al fine di preservare la posizione economica della popolazione agricola europea, ma non

solo, infatti garantisce la tutela attiva del territorio evitando l’insorgere di problematiche ambientali

d vario genere.

Purtroppo la diminuzione della superficie agricola (causa urbanizzazione – esodo agricolo)

ha ridotto il ruolo del settore agricolo; in tale senso risulta fondamentale l’intervento comunitario

che ha favorito i livelli di produttività e ha migliorato la competitività sui mercati internazionali. Il

contributo dell’agricoltura alla formazione del PIL è diminuito dall’1,8% all’1,4% (la contrazione

maggiore si è verificata in Irlanda – dal 6% all’1,9%); le stessa cosa vale per i valori occupazionali

dal 6% al 4%. Fanno eccezione paesi come la Grecia, Austria e Portogallo.

I processi innovativi perseguiti dalle istituzioni comunitarie come la riorganizzazione del

settore agricolo e la modernizzazione colturale hanno portato un aumento dei livelli di competitività

e ad un espansione delle esportazioni. La quota di mercato della esportazioni mondiali dell’UE si è

raddoppiato passando dal 10 al 20%. Più recentemente (2004) abbiamo assistito ad un aumento

della produzione agricola ed a una diminuzione dei prodotti di allevamento; mentre nel commercio

vi è stato un aumento dell’export di carne e un declino delle esportazioni di cereali, zucchero e

ortaggi. Ed ancora, il crescente valore delle importazioni di prodotti agricoli (+4%) conferma l’UE

come importatore netto di prodotti agricoli.

Nel 2004 vi è stato un allargamento ad Est dell’Ue con l’ingresso di 10 nuovi Paesi Membri:

Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia (Europa

centro-orientale), Cipro e Malta (Paesi mediterranei). Questo processo di allargamento, se da un lato

offre importanti opportunità per lo sviluppo dell’agricoltura europea e della Politica Agricola

Comunitaria (PAC), come ad es. l’incremento della superficie agricola (+30%), dall’altro solleva

negli agricoltori e negli operatori locali svariate preoccupazioni giustificate dal timore che alcune

produzioni possano subire una forte concorrenza e/o che vengano ridimensionati gli aiuti alle

aziende. Anche se tale allargamento ero stato preparato col sostegno dei Programmi PHARE e

SAPARD, i Paesi membri temono comunque che questo allargamento possa mettere in ombra i

problemi della loro valorizzazione e/o interrompa i processi di recupero in atto avviati grazie ai

Programmi Leader I, Leader II e Leader plus. Quest’ultimo è un’iniziativa comunitaria finanziata

con i Fondi strutturali dell’UE volta a sostenere lo sviluppo integrato dei territori rurali dei Paesi

membri, giunto al suo terzo ciclo dopo Leader I (1989 -1993) e II (1994 – 1999), è a sostegno dei

territori rurali di dimensioni ridotte che formino un insieme omogeneo e coerente dal punto di vista

geografico, economico e sociale. In questo contesto ha un ruolo fondamentale la Riforma Fischler

del 2003, che impedisce il superamento del bilancio agricolo dell’UE fissato fino al 2013, ma che al

tempo stesso lascia al singolo Stato libertà di decidere in merito agli incentivi per la produzione.

La Politica Agricola Comunitaria (PAC), nata dai Trattati di Roma nel 1957, ha cambiato il

volto delle campagne europee, prima omologando strutture produttive, ordinamenti colturali e

paesaggi agricoli secondo un modello settoriale e produttivistico, poi sostenendo lo sviluppo

territoriale integrato e la salvaguardia delle risorse culturali e ambientali. Tutto ciò si è ottenuto

attraverso cinque fasi:

1. Incentivazione aumento della produzione e delle rese unitarie, che premiava le

aziende di grandi dimensioni e maggiormente competitive;

2. Politica di sostegno dei prezzi dei prodotti eccedenti;

3. Politica del set-aside e potenziamento dei fondi strutturali destinati allo sviluppo

integrato del territorio (Leader I e II). Il set- aside è una misura politica agraria

introdotta nella CEE nel 1992 all’interno della PAC, che promuove la rinuncia alla

coltivazione di determinati terreni agricoli, allo scopo di ridurre l’eccedenza

produttiva, provvedendo al sussidio delle perdite di produttività determinata proprio

dalla messa a riposo di tali terreni.

4. Politiche di sviluppo e valorizzazione dell’agricoltura multifunzionale e sostenibile,

attraverso il Prog. Leader plus e Agenda 2000. Quest’ultima è un documento

strategico adottato dalla Commissione europea nel 1997, che tratta l’allargamento

dell’UE all’Europa centrale e orientale, e la conseguente, nonché necessaria, riforma

della politica agricola comune.

5. Regionalizzazione degli interventi di sostegno e introduzione del “pagamento unico

per azienda”, svincolato dall’attività produttiva e subordinato all’adozione di

pratiche agricole virtuose (Riforma Fischler).

Grazie a riforme come il set-aside proposta dall’irlandese Mac Sharry nel 1992 e al Regolamento

Comunitario 1257 “Piano di Sviluppo Rurale” del 1999 che invita a comportamenti virtuosi da

parte degli agricoltori, la PAC appare finalizzata alla salvaguardia delle singoli realtà locali.

Ovviamente tutte queste riforme hanno fatto emergere svariate perplessità; ad esempio la set-aside

può essere interpretata come un invito alla non produzione nei paesi dove ancora “si muore di

fame”. Si afferma così una nuova concezione di spazio agricolo e di sviluppo di tale settore,

che impone l’adeguamento della PAC sia agli accordi negoziati nell’ambito

dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sia alle strategie regionali e locali di sviluppo

multifunzionale del settore primario.

- L’Agenda 2000 porta a compimento le finalità dei Prog. Leader I e II, segnando la

transizione della PAC dal modello settoriale al modello territoriale.

- Il Prog. Leader plus, coincidente con la scadenza dell’Agenda 2000 (2000-2006), porta

a compimento i programmi di sviluppo integrato che coniugano, regione per regione, la

valorizzazione del patrimonio ambientale e insieme culturale di uno spazio rurale.

- La Riforma Fischler 2003 introduce il regime di pagamento unico per azienda del tipo

disaccoppiato, nel senso che non è più legato alla quantità della produzione e

all’ampiezza dell’azienda, ma alle pratiche agricole e alla qualità e salubrità delle

tecniche di produzione e dei relativi prodotti agricoli.

L’approdo della PAC alla sua espressione più matura coincide con l’apertura dell’UE ai

nuovi Stati membri nel 2004.

Nonostante le politiche strutturali della PAC volte a scoprire l’importanza del territorio

regionale e la valorizzazione delle colture rurali locali, l’ottica produttivistica dei Paesi europei ha

generato due diversi modelli di organizzazione degli spazi rurali:

1. MODELLO NORD ATLANTICO (Regno Unito, Francia, Germania, Ungheria e Lituania), è

il modello secondo cui o si fa agricoltura competitiva oppure non si è agricoltori. Le aziende di

più piccole dimensioni non vengono neppure censite perché ritenute fuori dal mercato. Questo

primo modello in linea alle finalità della PAC, ha cercato di inserire l’attività primaria in un

circuito di accordi internazionali rispettoso del principio della globalità del negoziato, e

puntando sulla competitività tecnologica e sulla liberalizzazione degli scambi a scala mondiale.

1.1. Regno Unito: è l’esempio più caratterizzante di uno sviluppo tanto avanzato da sollecitare

il passaggio al post-produttivismo. Le minor holdings (aziende minori) prensenti sul

territorio non cancellano il dominio delle imprese maggiori, ma segnalano l’intensificarsi

delle pratiche colturali; infatti la densità colturale è minore per le aziende di grandi

dimensioni. Risponde in pieno al modello nord atlantico in quanto i caratteri strutturali

fondamentali esprimono la prevalenza numerica e l’ampia diffusione sul territorio delle

unità produttive di più grandi dimensioni.

1.2. Francia: appare strutturata in grandi e medio-grandi aziende a bassa densità colturale, che

rafforza l’immagine di un settore agricolo che vuole adeguarsi alle tendenze post-

produttivistiche suggerite dal programma set-aside. Tale processo porterà ad una riduzione

del 60% delle unità produttive; e in contemporanea sono inclini ad aderire ad ogni politica

di salvaguardia dell’ambiente.

1.3. Germania: caratterizzata da due tendenze diverse, quella del settore occidentale e quella

orientale. La Repubblica Federale Tedesca (vecchi lander) presenta particolari criteri di

successione ereditaria e un conseguente diverso grado di frammentazione fondiaria. La

Repubblica Democratica Tedesca (nuovi lander) è caratterizzata da un numero ridotto delle

unità produttive a cui corrisponde un allargamento della superficie media unitaria. Oggi

comunque questo dualismo volge verso un unico modello che converge verso una

modernizzazione dei mezzi di produzione, diminuzione del numero delle aziende e

aumento della loro dimensione media.

2. MODELLO MEDITERRANEO (Spagna, Italia, Grecia e Romania), è il modello radicato

negli spazi rurali evocati come spazi marginali rispetto alla aree dell’agricoltura forte. Si chiede

alla piccole imprese di carattere familiare di continuare a dedicarsi a un’agricoltura tradizionale,

non competitiva, ma di qualità. Questo secondo modello esalta le produzioni diversificate e di

grande pregio commerciale, ottenute in micro ambienti e con lavorazioni tradizionali. L’UE per

promuovere i prodotti di questo tipo ha creato tre marchi per dare il giusto valore a questi

prodotti: DOP – IGP – STG; a questi se ne aggiunge un quarto che certifica i prodotti di natura

biologica e che hanno rispettato l’ambiente. Tutti questi fattori sono riconosciuti e promossi

dalle nuove politiche dando vita ad una nuova stagione che si contraddistingue per il suo essere

garante dello sviluppo sostenibile e della valorizzazione del territorio.

2.1. Spagna: Il numero delle unità produttive, passato da 3.007.626 a 2.284.994, contrasta con

la concentrazione della superficie nelle grandi imprese le quali si dividono il 71,8% del

totale, lasciando alle più piccole l’1,8%. La varietà delle strutture aziendali e agricole, a

differenza dei Paesi che seguono l’atro modello, si caratterizzano in base alle condizioni

morfologiche e ambientali del territorio.

2.2. Italia: nelle aree a più elevata densità culturale, l’intensità delle pratiche agricole è

inversamente proporzionale all’ampiezza della superficie delle unità produttive e la

variazione negativa è n funzione dell’aumento della dimensione delle aziende.

2.3. Grecia: è il paese che più si avvicina al modello mediterraneo. Il territorio appare ritagliato

con monotonia negli spazi intensamente coltivati e frammentati dalle micro e dalle piccole

aziende, dove la densità colturale è elevata.

Bisogna rapidamente analizzare anche la situazione dei nuovi Stati membri:

 Paesi PECO (Polonia, Ungheria e Romania);

 Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania).

La prima differenza è la classificazione censuaria delle aziende più piccole: 1) Lituania e Lettonia

considerano appartenenti alla prima classe, le unità produttive con superfici comprese tra 0 e 5

ettari; 2) Estonia, quelle inferiori ad 1 ettaro; 3) Ungheria, meno di 10 ettari. Per quelle invece di

più ampia dimensione: 1) Lituania, Lettonia e Ungheria si spingono a considerare, quale massima

realtà agricola aziendale, quelle superiori ai 100 ettari; 2) Estonia e Polonia non si spingono oltre i

50 ettari; 3) Romania ritiene ampiezza massima una superficie superiore ai 20 ettari.

Le differenze di rilevamento censuario tra i vari Stati esprimono una diversa concezione di

organizzazione dello spazio rurale e una realtà agricola più o meno segmentata sui quali i

programmi SAPARD gli incentivi della PAC stanno già producendo effetti vistosi.

Inoltre grazie alla prospettiva post-produttivistica, le micro e piccole aziende vedono

riaffermata la loro funzionalità economico – sociale con la produzione di prodotti di nicchia,

esaltando il processo di capitalizzazione delle campagne riducendo al minimo la forza lavoro e

l’investimento in capitali di servizio. CAPITOLO 8

GLI ADEGUAMENTI DELLE RETI DI TRASPORTO EUROPEE DI FRONTE ALLA

GLOBALIZZAZIONE E ALLA SOSTENIBILITA’

8.1 TRASPORTI COME FATTORE STRUTTURANTE DEL TERRITORIO

La diffusione e l’accessibilità alle reti di trasporto e di comunicazioni sono diventati elemento

strategico e centrale delle dinamiche economiche e della coesione sociale. La società in cui viviamo

è caratterizzata da un’intensa mobilità che si manifesta in flussi di beni e persone sempre più

consistenti. Si tratta degli effetti della globalizzazione,dell’internazionalizzazione della

produzione,dell’ampliamento dei mercati e della e-economy. Le reti di comunicazione sia materiali

che immateriali, diventano il veicolo attraverso il quale la new-economy si diffonde, e sulla loro

importanza si basano le scelte localizzative e organizzative delle imprese. I cambiamenti sono

dovuti al miglioramento dei mezzi di comunicazione,alla riduzione dei costi di trasporto,alla

diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che agiscono sulle modalità e

sulle intensità di relazione. La e-economy non potrebbe esistere senza reti,tutti i servizi industriali e

istituzionali,dipendono dalle reti per raggiungere i propri obiettivi.Tuttavia il territorio della

globalizzazione non è continuo,dal punto di vista territoriale persistono squilibri tra gli spazi, si va

infatti dalle grandi città dove è facile far circolare persone ,beni e informazioni grazie a elevati

livelli di accessibilità agli spazi interstiziali che corrispondono alle aree dotate di minor

accessibilità.Le reti di infrastrutture hanno assunto un ruolo sempre più importante,infatti esse

costituiscono un elemento base nei fenomeni di relazione di cui ne sono il tramite e la

manifestazione concreta degli scambi. Le infrastrutture devono essere considerate come opportunità

nel momento in cui queste interagiscono col contesto locale che ne percepisce l’utilità e le fa

proprie,altrimenti sono da considerare una minaccia. A questi aspetti occorre aggiungere un’altra

dimensione ormai di primaria importanza : quella della esternalità negative prodotte dai trasporti(

rumore,inquinamento,incidenti).

8.2 I SISTEMI DI RELAZIONE IN EUROPA : MOLTA MOBILITA’,POCA

SOSTENIBILITA’

Il sistema postmoderno dei trasporti nei paesi più sviluppati, è caratterizzato da una elevata

motorizzazione e da un forte incremento dei traffici merci e passeggeri. Questo sistema presenta

aspetti poco sostenibili,quali la prevalenza del trasporto stradale,il forte aumento del trasporto

aereo,la marginalità del trasporto ferroviario e del trasporto pubblico,che si traducono nella

congestione delle aree metropolitane e dello spazio aereo,nell’elevato numero di incidenti,nella

forte dipendenza energetica dal petrolio,nel crescente inquinamento atmosferico e acustico. Per

quanto concerne il trasporto passeggeri la crescente domanda di mobilità ha condotto a un

vertiginoso aumento delle auto private ( tra il 1970 e il 2000 si è passati da 62 a 177milioni )infatti

il 79% degli spostamenti si effettua con auto private contro il 6,3% di utilizzo delle ferrovie. Dal


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunti riguardante due libri di testo.Geografia dell'economia mondiale di Conti, Dematteis, Lanza, Nano, Utet (dal cap. I al cap. IX)con trattazione argomenti come la regione geografica,economia ed ambiente naturale,la popolazione, spazi agricoli, la produzione agricola e mineraria,l'industria ecc. Geografia dell'Unione Europea di Bonavero, Dansero, Vanolo, Utet(cap. 1 (pp.3-31), cap. 2 (pp. 32-59), cap. 3 (pp. 60-74), cap. 4 (pp. 75-104), cap. 7 (pp. 143-165), cap. 8 (pp. 166-198), cap. 9 (pp. 199-222), cap. 10 (pp. 223-248).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea triennale in Scienze geografiche
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Homerigho di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Celata Filippo.

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