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Geografia dell'ambiente e del paesaggio

Appunti di geografia dell'ambiente e del paesaggio basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Bonardi dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in scienze dei beni culturali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Geografia dell'Ambiente e del Paesaggio docente Prof. L. Bonardi

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concrete sono state intraprese a livello nazionale, ma anche ci sono stati molti interventi di politica

locale e regionale.

Il concetto di sviluppo sostenibile richiede un approccio scientifico e politico alla questione

ambientale che sia capace di andare oltre semplici operazioni di ottimizzazione economica. La

riorganizzazione delle attività umane richiede una modifica sostanziale degli stili di vita e dei

processi produttivi, volta all’eliminazione delle cause di danno ambientale e alla valorizzazione di

comportamenti simbiotici e coevolutivi. Lo sviluppo sostenibile non è un dato fisso, ma un

equilibrato e adattabile processo di cambiamento in un sistema multidimensionale e complesso.

Non esiste un’unica modalità secondo la quale un sistema è sostenibile, ma una serie di modelli.

Nel dibattito internazionale sullo sviluppo sostenibile è stato enfatizzato soprattutto il carattere

generale dei problemi dell’ambiente e dello sviluppo e il concetto di sostenibilità è stato sovente

associato a quello di globalità; anche nei lavori della Conferenza di Rio i riferimenti al locale sono

stati piuttosto scarsi, tuttavia l’Agenda 21 riconosce che la sostenibilità è un obiettivo che l

perseguito a quattro scale geografiche, la scala geografica, sovranazionale, nazionale e regionale e

raccomanda che le varie scale siano tra loro integrate attraverso il coordinamento dei centri

decisionali. Quindi per essere concretamente realizzata, la sfida planetaria dello sviluppo sostenibile

deve tradursi in pratica in una pluralità di azioni e di comportamenti alla scala delle comunità

regionali (stati, regioni) e dei singoli soggetti (cittadini, istituzioni, imprese); la sostenibilità globale

può essere considerata come una sorta di mosaico di sostenibilità locali, le quali devono essere a

loro volta compatibili con alcune grandi questioni globali.

Inoltre il concetto di sviluppo sostenibile deve essere calibrato con le risorse locali e territoriali di

un dato contesto geografico; i paesi e le regioni devono cioè tentare di calibrare il loro modello di

crescita economica e sociale sulla base delle caratteristiche e delle risorse specifiche ed endogene

del proprio territorio. Infatti la sostenibilità si crea prima di tutto a partire dalla conoscenza del

proprio ambiente e dall’adattamento ad esso delle proprie scelte di sviluppo.

Il problema è quindi stabilire in base a quali principi debba avvenire quella che solo, in apparenza,

sembra una semplice trasposizione si scala e se l’introduzione del locale imponga o meno un

ripensamento degli schemi e dei concetti astratti e generali formulati ragionando in termini di

sostenibilità globale. Nella letteratura internazionale il problema dello sviluppo sostenibile a scala

regionale e locale è stato assai poco affrontato, se non addirittura ignorato.

Due fondamentali differenze distinguono lo sviluppo sostenibile tout court dallo sviluppo

sostenibile regionale e cioè l’esistenza di un flusso di beni e di servizi economici e ambientali

attraverso i confini regionali e la presenza di determinanti esterne allo sviluppo regionale.

Il documento Agenda 21, approvato a Rio de Janeiro nel 1992 a conclusione del Summit della

Terra, è un ampio catalogo delle politiche-azioni da mettere in atto nel XXI secolo ed in tutti i Paesi

per avviarsi sulla strada di uno sviluppo sostenibile. Divisa in quattro sezioni, sollecita la

cooperazione internazionale, la responsabilità dei governi ed un’ampia partecipazione del pubblico,

promuovendo un “programma dinamico” di obiettivi, attività e mezzi di attuazione da conformare

alle diverse situazioni, capacità e priorità degli stati e delle regioni. L’Agenda 21, proprio in

considerazione delle peculiarità di ogni singola realtà, invita le autorità locali di tutto il mondo a

dotarsi di una propria Agenda; un’Agenda 21 locale viene descritta come uno sforzo comune,

all’interno di una comunità, per raggiungere il massimo del consenso tra tutti gli attori sociali,

riguardo la definizione e l’azione di un piano d’azione ambientale che guardi al XXI secolo.

L’Agenda 21 locale è quindi il processo di partnership attraverso la quale gli Enti locali operano in

collaborazione con tutti i settori della comunità per definire piano d’azione utili a perseguire la

sostenibilità che presuppone la definizione di strategie oculate caso per caso, infatti è impossibile

adottare politiche identiche in tutte le realtà locali.

L’Agenda 21 locale è uno strumento difficilmente codificabile, considerata la diversa natura dei

problemi affrontati e le differenti priorità che contraddistinguono le autorità locali nella loro

articolazione gerarchica e nella loro distribuzione territoriale. Si tratta quindi di un processo di

governance, cioè di programmazione partecipata, capace di avviare strategie di sviluppo sostenibile

rispondenti alle caratteristiche locali, capaci di guardare al medio-lungo periodo e strutturate in

modo integrato. Il risultato atteso è l’avvio di un percorso “consapevole” di miglioramento della

qualità ambientale e dello sviluppo; per la realizzazione dell’Agenda 21 è necessario fare

riferimento all’insieme di conferenze e di documenti ufficiali che ne hanno determinato origine,

impulso e linee guida. Il primo è il cap. 28 dell’Agenda 21 dove è esplicitamente detto che la

partecipazione e la collaborazione delle autorità locali sono un fattore determinante per raggiungere

l’obiettivo della sostenibilità; il cap. 28 fornisce poi une serie di obiettivi e di attività che è lecito

considerare come un impulso base per l’avvio dei processi di Agenda 21 locale, ma non a caso non

si spinge oltre: ogni realtà locale è fine a sé stessa ed ha un proprio e unico background, di

conseguenza ogni processo di sostenibilità locale avrà differenti strumenti ed obiettivi.

Ulteriori ed importanti apporti sono poi venuti dai numerosi documenti approvati nel corso dei

successivi appuntamenti internazionali dai quali sono scaturiti altrettanti documenti e iniziative; tra

queste si segnalano:

• la “Carta di Aalborg”, approvata dai partecipanti alla Conferenza Europea sulle Città

Sostenibili, che si è svolta ad Aalborg, in Danimarca, nel 1994;

• la “Carta di Lisbona” approvata nella seconda Conferenza Europea delle Città Sostenibili,

tenutasi a Lisbona nel 1996;

• la “Carta di Hannover”, approvata nella terza Conferenza Europea delle Città Sostenibili

che ha avuto luogo ad Hannover nel 2000.

Lo studio dei sistemi economici e naturali a livello regionale offre alcuni vantaggi pratici e

operativi; i sistemi locali sono meno complessi in quanto sono il risultato di un numero minore di

interazioni tra ecosistemi e sistemi economici; la dimensione locale consente una migliore

conoscenza dei sistemi grazie al più facile accesso e raccolta di informazioni di base. L’interesse

per la scala locale proviene dalle reciproche relazioni tra locale e globale: i processi locali, in

quanto fonte di pressioni ambientali, hanno un impatto globale; il trend locale porta a effetti locali.

Un fondamentale motivo a favore della necessità di considerare la scala regionale o locale, deriva

dal fatto che le dimensioni della popolazione e dell’economia regionale non sono necessariamente

in equilibrio con la capacità do carico di una regione, quindi un’apparente sostenibilità locale può

però essere la conseguenza di una insostenibilità in altre regioni(quindi dalla scelta della scala di

riferimento si può affermare che una regione è sostenibile).

Lo sviluppo sostenibile regionale deve conseguire due obiettivi, oltre a quello tradizionale di

assicurare un livello accettabile di benessere per la popolazione locale che possa essere sostenuto

nel futuro, non deve essere in conflitto con lo sviluppo sostenibile a un livello sovra regionale.

Una città sostenibile deve tendere alla minimizzazione delle importazioni di risorse naturali e

all’esportazione di rifiuti, oltre che alla massimizzazione della protezione del capitale naturale e

costruito locale.

Un ulteriore argomento a favore della gestione “locale” dello sviluppo sostenibile è rappresentato

dal fatto che le politiche e gli strumenti di regolazione presentano maggiore efficacia se sono mirati

a ciascuna realtà ambientale e territoriale; quindi la scala del “locale “ è la scala a cui sono meglio

percepibili e valutabili le relazioni problematiche tra società e ambiente. Infatti il locale costituisce

una fondamentale chiave interpretativa per comprendere, spiegare e correggere le relazioni

problematiche tra società e ecosistema, in quanto è localmente che occorre implementare le

strategie di sviluppo sostenibile.

Il locale è inteso non solo come entità geografica, ma come livello intermedio (tra sistema globale e

soggetto singolo), dotato di “capacità di auto organizzazione e di identità.

Le ricerche socio economiche sullo sviluppo endogeno e sui distretti industriali hanno riconosciuto

il ruolo fondamentale svolto all’interno delle dinamiche dello sviluppo economico dalla variabile

territoriale e hanno posto al centro dell’indagine le molteplici relazioni tra sviluppo e caratteristiche

locali.

Ad una visione “aspaziale” dello sviluppo si tende oggi a sostituire il territorio, inteso come uno

spazio che si organizza e si identifica a partire dai complessi sistemi di relazioni che si instaurano

tra i gruppi sociali; secondo questo approccio lo sviluppo è tributario delle specifiche condizioni dei

luoghi, ovvero delle caratteristiche della popolazione, dei rapporti sociali storicamente radicati e più

in generale dei caratteri dell’ambiente naturale umanizzato. Quindi i sistemi territoriali locali non

sono definiti solo in termini dimensionali o di scala, ma come un modo diverso di concepire il

territorio, di guardare alle sue specificità e alle sue differenze.

Nell’ambito dell’interpretazione reticolare del territorio, la dialettica locale-globale è analizzata in

termini di rapporto nodo-rete per cui i sistemi locali vengono interpretati come nodi di sistemi a rete

globali, dove il sistema “nodo locale” è un sistema autonomo, in grado di interagire con l’esterno

secondo regole proprie mediante le quali garantisce il mantenimento dell’identità e la coesione

interna del sistema. Il comportamento del sistema rete globale e dl sistema nodo locale può essere

interpretato facendo ricorso alla teoria dei sistemi complessi; in particolare le teorie dell’autopoiesi

e dell’autoreferenzialità, miranti alla comprensione dei sistemi viventi, si sono dimostrate di

notevole utilità anche per analizzare e rappresentare i sistemi complessi. L’assunti chiave di questo

accostamento è che un sistema possa essere identificato facendo ricorso a una coppia di concetti,

quello di organizzazione e quello di struttura. La prima proprietà che caratterizza l’organizzazione

dei sistemi complessi è l’autopoiesi, cioè la capacità del sistema di riprodurre sé stesso e gli

elementi di cui è composto attraverso il proprio funzionamento; l’organizzazione è definita come

l’insieme delle relazioni invisibili e invarianti che connettono le componenti del sistema,

differenziandolo dagli altri e che ne conservano l’identità.

La proprietà autoreferenziale è una conseguenza dell’autopoiesi; quando un sistema è capace di

auto organizzarsi, acquisisce coscienza delle sue relazioni con l’ambiente esterno e si auto definisce

in rapporto all’ambiente esterno.

Un sistema locale può essere visto come un sistema in grado di auto organizzarsi e auto riprodursi,

reagendo agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno sulla base delle proprie caratteristiche

endogene; l’evoluzione del sistema avviene attraverso la creazione continua di nuove strutture

organizzative, per adattarsi agli stimoli provenienti dal sistema economico globale.

Un sistema locale si caratterizza come tale in riferimento ad una specifica identità territoriale, che è

data dalle caratteristiche di quello che viene definito il suo milieu; esso è composto dall’insieme di

condizioni ambientali che si sono prodotte e sedimentate in un determinato contesto geografico

attraverso l’evoluzione storica. Esse costituiscono le proprietà specifiche di un luogo e quindi

possono essere considerate come “dotazioni ambientali” del territorio, in quanto non riproducibili in

ambiti geografici diversi.

Una volta delineata la configurazione territoriale del milieu occorre procedere alla individuazione

delle sue risorse, infatti il milieu è un concetto duplice che ruota attorno a due temi complementari:

il fondamento locale e territoriale di una specifica identità, ma anche l’insieme delle risorse e delle

potenzialità endogene dello sviluppo, infatti le proprietà e le caratteristiche socio-culturali di un

certo luogo sono delle potenzialità o pre-condizioni naturali o storiche che dovranno essere

riconosciute e attivate dai soggetti locali. Il concetto di milieu può essere definito anche in termini

relazionali, come articolazione dello spazio e della società in una situazione storica.

Poiché il concetto di sviluppo sostenibile impone l’integrità dell’ambiente naturale, di cui occorre

assicurare almeno il non declino nel tempo, la verifica della sostenibilità locale richiede la

comprensione dei reciproci legami che collegano le componenti socio-culturali, proprie di ogni

sistema locale, alle caratteristiche dell’ambiente naturale.

La dinamica locale-globale, espressa nella metafora nodo-rete, necessita di ulteriori

approfondimenti; la rete locale non vede l’ecosistema nella sua interezza, ma solo le risorse che

vengono connesse al sistema locale.

Vallega considera la regione come il prodotto della interazione tra una comunità e un ecosistema o

più ecosistemi contigui; la regione è definita come un sistema bimodulare, composto da due

sottoinsiemi, un modulo naturale e uno sociale; sistema socio-culturale ed ecosistema interagiscono

per produrre quell’organismo complesso che è il sistema locale.

Le complesse relazioni che si sviluppano all’interno del sistema locale e fra questo e l’esterno, sono

riassunte da Dansero in tre tipi fondamentali:

• relazioni ambientali di tipi indiretto che riguardano le relazioni trans-scalari di tipo

socio-economico tradizionale;

• relazioni di tipo diretto uomo-ambiente che avvengono all’interno del sistema locale e

sono mediate dal milieu locale;

• relazioni di tipo ambiente-ambiente che si riscontrano all’interno dell’sistema locale, ma

che possono coinvolgere anche altri ecosistemi non contigui; esse sono il risultato del

funzionamento degli ecosistemi terrestri regolati dai grandi cicli biogeochimici naturali.

In questo modo è possibile riferire la problematica dello sviluppo sostenibile non tanto all’ambiente

naturale, ma al milieu locale nel suo complesso; il milieu è quindi il concetto chiave che collega i

due moduli (naturale e sociale) facendone contemporaneamente parte.

La sostenibilità locale diventa così funzione dell’intera rete di relazioni che caratterizza il sistema

locale e le interazioni rete locale- milieu saranno sostenibili se realizzano un uso non distruttivo

delle componenti del milieu. In altre parole lo sviluppo locale è sostenibile quando garantisce la

continuità, sia pure nell’evoluzione, delle relazioni che costituiscono le identità locali.

Lo spostamento dell’attenzione dall’ambiente all’identità del sistema permette di interpretare le

problematiche ecologiche come processi di “deterritorializzazione”, cioè destrutturazione delle

relazioni che caratterizzano il territorio; la sostenibilità dei processi di sviluppo locale diventa

funzione della ricostruzione di queste relazioni attraverso la definizione di “atti territorializzanti”

che alimentano la conservazione e la crescita evolutiva delle identità locali e delle loro risorse.

Vallega sostiene che una regione è tanto più vicina all’obiettivo dello sviluppo sostenibile, quanto

più le circoscrizioni in cui operano i centri decisionali tendono a coincidere con l’estensione

dell’ecosistema o di gruppi si ecosistemi contigui. Ai fini della ricerca di strategie di sviluppo

sostenibile a livello locale appare opportuno confrontare il sistema locale, individuato attraverso la

sua identità e le risorse del suo milieu, con tutte le unità ecosistemiche presenti all’interno dello

spazio sotteso dal sistema locale. Il problema della identificazione degli ecosistemi locali e dei loro

confini è molto complesso perché non sono dei limiti fisici a definire un ecosistema (cioè un

sistema funzionale e organizzato all’interno del quale avvengono scambi di materia, di energia e di

informazioni), ma piuttosto l’insieme delle relazioni fra le componenti fisiche e biologiche che lo

costituiscono; il concetto di ecosistema è sostanzialmente aspaziale e quindi non è un concetto

geografico. Quindi si potrebbe utilizzare un concetto molto più vicino alla geografia, quello di

paesaggio, come sintesi delle fattezze naturali e costruite del territorio, nel ruolo di “spazializzatore

dell’ecologia”.

Entrambi i concetti di ecosistema e di paesaggio pongono le interazioni come elemento

fondamentale del loro essere entità diverse rispetto a quelle risultanti dalla giustapposizione o dalla

somma delle rispettive componenti; ma il paesaggio nasce come entità specializzata e concreta,

mentre la sua concettualizzazione sistemica è relativamente tardiva. La ricerca si sposta così

sull’individuazione delle unità di paesaggio o geosistemi, concepiti come ambiti caratterizzati da

specifici sistemi di relazioni che collegano le azioni dei soggetti alle componenti del milieu e che

permettono la continua riproduzione delle identità locali e del sistema locale nel suo complesso; in

più l’utilizzo del concetto di paesaggio consente di recuperare la dimensione culturale

dell’ambiente. L’attenzione e la sensibilità verso le culture locali, la loro identità e la loro capacità

di gestire il territorio sono l’elemento cardine di ogni politica di sviluppo sostenibile.

Un aspetto importante delle politiche di sviluppo sostenibile è quello di definire gli indicatori in

grado di valutare le tendenze delle trasformazioni in atto e l’efficacia delle politiche ambientali

adottate; lo sviluppo di indicatori di sostenibilità ambientale è indubbiamente il pre-requisito per

l’attivazione di strategie di sviluppo sostenibile. Si distinguono tre tipi di indicatori:

• indicatori di pressione che descrivono lo stress esercitato dalle attività umane sulla

qualità dell’ambiente e sulle risorse naturali;

• indicatori di stato che descrivono le trasformazioni quantitative e qualitative

intervenute nelle componenti ambientali a causa dei fattori di pressione;

• indicatori di risposta che descrivono la sensibilità e gli sforzi con cui la società nel suo

complesso, o le varie istituzioni, rispondono ai problemi ambientali con azioni

individuali e collettive volte a limitare o prevenire l’impatto delle attività umane

sull’ambiente e tutelare la natura e le sue risorse.

Tra gli indicatori di particolare interesse per risolvere le contraddittorietà insite nella scelta della

scala locale si collocano la capacità di carico, lo spazio ambientale e l’impronta ecologica

• determinare la capacità di carico di una regione significa valutare quanta popolazione umana

essa può sostenere

• lo spazio ambientale è il quantitativo di energia, acqua, territorio, materie prime non

rinnovabili che può essere utilizzato in maniera sostenibile.

• L’impronta ecologica è definita come la superficie di territorio ecologicamente produttivo

che è necessaria per fornire tutte le risorse di energia e materia consumate e per assorbire

tutti gli scarti di quella popolazione indipendentemente da dove tale territorio sia situato.

Non esiste un indicatore di sostenibilità ideale, come non esiste un solo sentiero di sviluppo locale.

Il modello ideale della rete di aree protette è un indicatore di risposta in grado di confrontare e

valutare la sensibilità locale e sovra locale e l’efficacia delle politiche di sostenibilità nel garantire

l’integrità ambientale e la conservazione delle risorse per le generazioni future. Tale concetto

assume due significati di grande rilevanza; il primo richiama il concetto di “sistema di parchi” per

cui in una situazione ideale le aree protette devono costituire, nel loro insieme, un sistema

diversificato, articolato, organizzato e integrato nella più generale politica di gestione del territorio.

Quindi un sistema di aree protette deve comprendere un ampio numero di situazioni ampiamente

diversificate per dimensione, ubicazione tipologia e finalità; la distribuzione sul territorio deve

essere equilibrata e soprattutto rappresentativa di tutta la gamma tipologica di ecosistemi e di

ambienti naturali presenti, in modo da assicurare la massima diversità biologica. Un sistema

organico di aree protette deve comprendere al suo interno aree che assolvano le diverse funzioni che

normalmente di riconoscono a questo tipo di istituzioni.

Il secondo significato del concetto di rete è quello che introduce la necessità di collegare le aree

protette, o cmq naturali, con una rete connettiva di corridoi ecologici per assicurare gli

indispensabili scambi genetici tra le popolazioni animali e vegetali; tali corridoi possono avere

caratteri e dimensioni variabili in funzione delle interazioni da salvaguardare e della scala

considerata; le aree protette devono anche essere mutuamente collegate anche da relazioni

funzionali di gestione.

Troppe volte i parchi sono stati istituiti su base di criteri estetici o residuali e quindi non scientifici;

questa impostazione va ribaltata in favore di un sistema di spazi a matrice naturale o seminaturale

fortemente interconnessi e ampiamente diramati sul territorio e tali da costituire il tessuto

connettivo, in stretto rapporto con le rete urbana e stradale, con i servizi e le attrezzature sociali e

ricreative.

Il confronto tra la realtà e il modello della rete ideale delle aree protette richiede il riferimento ad

almeno tre parametri:

• la distribuzione delle aree protette sul territorio che deve essere equilibrata e diversificata;

• la differenziazione tipologica delle aree protette che devono valorizzare la diversità e la

specificità tipologica naturale, storica e paesistica dei sistemi locali e sovra locali;

• la proporzionalità delle aree protette rispetto all’estensione territoriale complessiva.

La sostenibilità dello sviluppo ha trovato finora numerosi cultori e convinti assertori sul piano

teorico, ma rimane ancora in gran parte inesplorato il vasto campo dell’applicazione a concrete

realtà geografiche. Circa un itinerario concettuale e metodologico utile per calare nella realtà

fattuale il modello della sostenibilità dello sviluppo, prima di tutto bisogna vedere se l’area di studio

a cui applicare il modello è una struttura territoriale, poi bisogna dare un confine amministrativo

alla struttura, in quanto la misura della sostenibilità va necessariamente riferita ad entità territoriali

misurabili attraverso fonti statistiche ufficiali; si tratta poi di individuare la teleologia sottesa

all’organizzazione strutturale della regione per metterne in luce il probabile cammino e infine

bisogna esprimere un giudizio di valore sui processi teleologici individuati.

La Pianura padano veneta appare oggi come uno spazio regionale articolato in sub regioni, in cui i

due moduli, ecosistema e sistema socio-culturale si compenetrano e interagiscono tra loro dando

origine a una struttura territoriale. Si tratta quindi di una struttura territoriale formata da quattro sub

aree, l’alta pianura, fortemente urbanizzata, la fascia delle risorgive, a vocazione zootecnica, la

bassa pianura, basata sull’agricoltura a seminativi e la fascia costiera con netta caratterizzazione

turistica.

Quindi bisogna ora verificare se la Ppv è una struttura sistemica; la Ppv è una regione policentrica,

organizzata attraverso sistemi spaziali urbani (core e ring sono infatti articolati in sistemi urbani

integrati all’interno più che verso l’esterno e probabilmente differenziati funzionalmente, vedi

pag.104/106). L’attuale distribuzione delle aree protette della Ppv è stata ricavata dalla bibliografia

esistente, aggiornata con i dati reperiti direttamente presso le cinque regioni interessate; dall’analisi

della distribuzione attuale emerge una forte disomogeneità nella distribuzione e nella qualità delle

aree protette, particolarmente evidente tra la parte centro occidentale e quella orientale del territorio.

Quindi considerando la Ppv nel suo complesso, è ancora manifesta una parziale insufficienza di

aree protette rappresentative dell’intera articolazione sub regionale; l’ipotesi di partenza della Ppv

come struttura regionale non appare infondata: natura e storia economica si sono intricate a creare

un quadro geografico articolato in quattro sub regioni. Neppure l’ipotesi della Ppv come sistema

regionale è apparsa velleitaria; infine il modello canonico del sistema regionale sostenibile,

applicato alla Ppv e interpretato attraverso lo schema reticolare delle aree protette finalizzato al

principio di integrità, se non appare ancora ben strutturato, è tuttavia presente nelle sue linee

essenziali. Un’ipotesi suggestiva sarebbe quella di orientare l’intera megalopoli padana verso un

modello rappresentato da una metropoli triangolare sempre più caratterizzata dagli aspetti urbani

conservati nella loro struttura policentrica, e dalla bassa pianura periferica caratterizzata da un

grande green heart.

Comunemente un sistema locale territoriale viene percepito come un aggregato di comuni contigui,

caratterizzato da una o più specializzazioni economico-produttive e da una ben radicata classe

socio-spaziale. In un approccio geografico al concetto di sviluppo sostenibile vengono coinvolti sia

il sistema naturale che il sistema socio-culturale in coevoluzione, quindi la definizione più congrua

di sistema locale è quella che li considera in reciproca interazione.

Le significative coincidenze topografiche tra sistemi naturali e classi socio-spaziali suggeriscono

una metodologia di identificazione dei sistemi locali che parte dalla constatazione che generalmente

la regionalizzazione storico-politico-culturale ereditata dal passato e quella funzionale legata alla

organizzazione economico produttiva e alla prestazione di servizi alle famiglie, tendono a

identificarsi nello stesso territorio, a sua volta ben definito anche nei suoi aspetti fisici.

La nascita della politica ambientale comunitaria. Fu solo nel 1973, sotto la stimolo della la presa di

coscienza dell’opinione pubblica europea dei problemi legati all’inquinamento e all’esaurimento

delle risorse, che l’allora Comunità economica Europea cominciò a sviluppare una politica

ambientale; nel 1986 si consolidò l’interesse e l’intervento comunitario in campo ambientale con

l’approvazione dell’atto unico europeo in cui, nell’art. 130b, si sottolinea il bisogno di coesione

economica e sociale della Comunità e la necessità di assicurare un equilibrato sviluppo territoriale.

In particolare l’art. 130b fissava le tre linee guida dell’intervento comunitario, cioè:

• preservare, tutelare e migliorare la qualità dell’ambiente,

• contribuire alla protezione della salute umana e

• assicurare l’uso razionale e prudente delle risorse naturali.

Grazie ad esse la Comunità e gli stati membri hanno adottato, nell’arco di 20 anni, più di 200

direttive volte a migliorare la qualità dell’aria e dell’acqua, a eliminare meglio i rifiuti, a tenere

sotto controllo i rischi industriali e a proteggere la natura.

Nel 1992, con la firma del trattato di Maastrich, l’Unione Europea ha modificato sensibilmente la

sua politica ambientale con l’adozione dei principi dello sviluppo sostenibile; il trattato ha inserito,

ancora più saldamente, il tema dell’ambiente nelle politiche comunitarie, sottolineando come i

problemi dell’ambiente non vadano trattati in modo separato, ma richiedono un’integrazione con le

politiche settoriali. Esso quindi riconosce la rilevanza internazionale, a livello mondiale e regionale,

dell’azione comunitaria in materia ambientale.

I programmi di azione ambientale. Dagli anni 70 ad oggi la politica ambientale dell’Unione

Europea si è esplicitata soprattutto attraverso i programmi d’azione, cioè indicazioni non vincolanti

per l’attività normativa e per le altre iniziative comunitarie. Ad oggi sono stati adottai cinque

programmi d’azione:

• i primi due, di durata quadriennale, hanno introdotto il principio che la prevenzione è

sempre preferibile a interventi successivi di recupero e di ripristino;

• il terzo programma affida alla politica ambientale un ruolo di vera e propria politica

strutturale, pur tenendo conto dei diversi interventi settoriali;

• il quarto programma assume le nuove ed esplicite competenze conferite dall’Atto Unico

Europeo; esso prevede un coordinamento dei programmi nazionali e un’armonizzazione

delle politiche ambientali dei singoli stati membri, pur tenendo conto della diversità delle

situazioni esistenti nelle singole regioni dell’Unione;

• il quinto programma segna un momento di profonda innovazione della politica comunitaria

che ora si configura come il riconoscimento di una profonda riorganizzazione della

produzione tale da favorire il riciclo e la minimizzazione della produzione dei rifiuti; questo

programma affronta il problema dello sviluppo economico futuro e del suo impatto sulle

condizioni di vita. Il quinto programma prevede ampiamente il ricorso a strumenti

economici e finanziari.

Gli strumenti della politica ambientale. Con la riforma dei fondi strutturali della Comunità, attuata

nel 1989, i fondi maggiormente interessati al problema ambientale sono la sezione “orientamento”

del F e il F Altri importanti protagonisti finanziari sono la B (Banca europea per gli

EAOG SE. EI

investimenti) e il Fondo di coesione, introdotto dal trattato di Maastrich al fine di aiutare i quattro

paesi con il P più basso; la B contribuisce al finanziamento di investimenti destinati a

IL EI

proteggere l’ambiente in materia di trattamento e raccolta delle acque, di trattamento dei rifiuti e di

riduzione delle emissioni inquinanti.

Nel 1994 è stata istituita l’Agenzia Europea per l’ambiente con sede a Copenaghen il cui principale

compito è quello di raccogliere, analizzare e diffondere i dati sullo stato dell’ambiente nelle varie

regioni dell’Unione Europea, fornendo una documentazione capillare e dettagliata ai responsabili

delle politiche ambientali.

Lo strumento finanziario L . Il programma L rappresenta l’unico strumento finanziario

IFE IFE

specificamente diretto a contribuire allo sviluppo e all’attuazione della politica e della legislazione

comunitaria in materia ambientale. Obiettivo generale del programma L è quello di contribuire

IFE

allo sviluppo sostenibile nell’Unione e allo sviluppo della politica comunitaria nel settore

dell’ambiente, favorendo, in particolare, l’integrazione nelle altre politiche e l’aggiornamento della

legislazione. L abbraccia tre grandi campi d’azione, l’ambiente, la natura e i paesi terzi e per

IFE

ognuno di questi tre settori esistono priorità specifiche:

• L -Natura si occupa della conservazione degli habitat naturali e della fauna e della

IFE

flora selvatiche di particolare interesse per l’Unione Europea;

• L -Ambiente prevede azioni innovative e dimostrative basate sulla collaborazione tra

IFE

industria e comunità locali; esse hanno due scopi: incentivare le industria ad adottare

soluzioni innovative per lo sviluppo sostenibile e fornire alle autorità pubbliche modelli

di intervento che tengano conto dell’ambiente nello sviluppo e nella pianificazione del

territorio;

• L -Paesi Terzi prevede la cooperazione con i paesi confinanti con l’Unione Europea

IFE

per la creazione di strutture amministrative e l’elaborazione di azioni dimostrative a

tutela della natura, volte a promuovere uno sviluppo sostenibile.

Conclusioni. La politica ambientale dell’Unione Europea è profondamente cambiata tra la fine degli

anni 80 e l’inizio degli anni 90, infatti prima di tutto si osserva un ampliamento degli interessi e

delle preoccupazioni che, dai problemi locali e di breve termine, si sono allargati ai problemi locali

e di lungo termine. Oggi la protezione ambientale comincia a essere vista non solo come una

necessità e un costo per la comunità, ma anche come un’opportunità.

Una interessante analisi della nascita e dello sviluppo della politica ambientale europea ha messo in

luce alcuni aspetti interessanti:

• l’introduzione del nuovo sistema di regole ambientali ha aumentato il conflitto e la

competitività tra le imprese;

• gli stati membri dell’Unione Europea competono sulla futura legislazione ambientale;

• tra il contenuto delle proposte iniziali e la direttiva finale si registra, di norma, un

significativo abbassamento degli obiettivi ambientali.

In conclusione, nonostante i successi delle politiche ambientali comunitarie, rimane ancora molto da

fare; tuttavia le prospettive per l’ambiente sono preoccupanti e gravi problemi sono ancora presenti

in Europa. Uno degli aspetti più recenti della questione ambientale è dato dal fatto che l’adozione di

nuove tecnologie e i progressi della ricerca contribuiscono regolarmente ad identificare nuovi

problemi ambientali che impongono un continuo aggiornamento e adeguamento delle norme e degli

strumenti. L’Unione Europea ha risposto a queste sfide attraverso un approccio ambizioso e

innovativo, ispirato ai principi della sostenibilità.

Ciò che più conta è il bisogno di tenere conto delle vere esigenze dei cittadini europei e di una loro

maggiore partecipazione; non a caso si sta predisponendo il nuovo programma d’azione ambientale

a partire dai contributi forniti dal pubblico e dai principali soggetti interessati, dalle imprese alle

organizzazioni sociali e ambientaliste.

La difficoltà nell’affrontare i problemi ambientali consiste nella molteplicità delle giurisdizioni

coinvolte, quindi l’elaborazione di risposte politiche è complicata dal fatto che a carta politica non

riflette la geografia dei temi ambientali. Nonostante gli ostacoli, l’entità e l’urgenza crescente dei

cambiamenti ambientali globali hanno portato ad alcuni accordi internazionali per affrontare i

problemi più gravi, agitati anche dalle cosiddette organizzazioni non governative ( ).

ONG

Ma a partire dalla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente Umano del 1972 a Stoccolma,

anche le organizzazioni governative internazionali hanno svolto un ruolo sempre più importante. La

struttura che attualmente guida l’attività governativa internazionale in campo ambientale si è

sviluppata dalla Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo ( ) tenuta a Rio

UNCED

de Janeiro nel 1992; i delegati dell’ hanno conferito al Global Environment Facility ( ),

UNCED GEF

progetto congiunto delle Nazioni Unite e della banca mondiale, notevole autorità in materia di

provvedimenti per l’ambiente a livello mondiale; il finanzia progetti attinenti a quattro temi,

GEF

cioè la perdita della biodiversità, il cambiamento climatico, la protezione delle acque internazionali

e la distruzione dello strato di ozono. Tuttavia il , sebbene incaricato di tutelare elementi chiave

GEF

dell’ambiente globale, opera ancora in un mondo fondato sugli stati. Quindi benché tali atti lascino

sperare in un approccio alla soluzione dei problemi ambientali più coerente rispetto a misure prese

su base nazionale, i singoli stati seguitano a condizionare le decisioni in tutti i modi. Tuttavia alcuni

problemi ambientali globali sono così impellenti che ci sia adopera a tracciare linee di condotta

sotto forma di convenzioni e trattati internazionali:

• la preoccupazione internazionale per la scomparsa di specie suscitava richieste per una

convenzione globale già nel 1981; tale Convenzione, entrata in vigore nel 1993, nel

1995 era stata firmata da 118 paesi. Essa chiede l’istituzione di un sistema di aree

protette e un insieme coordinato di regole nazionali e internazionali su attività che hanno

effetti negativi di rilievo sulla biodiversità; fornisce altresì finanziamenti ai paesi in via

di sviluppo che cercano di conformarsi alle condizioni della Convenzione. Tuttavia

l’accordo si è rivelato di difficile attuazione.

• I principali colpevoli della distruzione dello strato di ozono sono gas noti come i

clorofluorocarburi ( ) che sono fabbricati dall’uomo. La cooperazione internazionale

CFC

è iniziata nel 1985 con le trattative per la Convenzione di Vienna per la salvaguardia

dello strato di ozono; l’accordo internazionale che va sotto il nome di Protocollo di

Montreal, firmato nel settembre del 1987 da 105 paesi e dalla Comunità Europea, ha

definito e concordato obiettivi e tempi precisi per la messa al bando della produzione e

del consumo dei , per cui se ne sarebbero dovuti ridurre produzione e consumo del

CFC

50% entro il 1999. nell’incontro di Londra del 1990 le prove scientifiche indicanti che la

produzione di ozono sarebbe continuata per molti anni dopo la messa al bando dei CFC

hanno indotto i firmatari del Protocollo di Montreal a concordare il blocco totale della

produzione entro il 2000; infine in un incontro a Copenaghen nel 1992 si sono anticipati

e tempi e i partecipanti hanno convenuto di cessare la produzione entro il 1996 e

accelerare la messa al bando di altre sostanze chimiche che distruggono l’ozono.

• a partire dalla fine degli anni 80 la crescente preoccupazione per i cambiamenti climatici

ha prodotto una serie di conferenze tra cui quella tenutasi a Ginevra nel 1990 ha riunito i

rappresentati di 137 stati e della Comunità Europea. La dichiarazione finale non

specificava alcun obiettivo internazionale per la riduzione delle emissioni, ma

proclamava il cambiamento del clima “preoccupazione comune dell’umanità”. Nel

dicembre 1990 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava l’avvio dei

negoziati per il trattato; si preparava una bozza di convenzione che era sottoposta

all’ per considerazioni. Formulata in termini generali, la Convenzione invitava i

UNCED

paesi sviluppati a prendere provvedimenti per riportare le emissioni ai livelli del 1990

entro l’anno 2000 e a fornire il sostegno tecnico e finanziario ai paesi in via di sviluppo

per un analogo sforzo di riduzione. Nel 1995 le crescenti preoccupazioni riguardo alla

durata degli impegni assunti in forza della Convenzione hanno indotto i partecipanti alle

discussioni a chiedere la revisione del trattato e a nominare un gruppo incaricato di

redigere un accordo da presentare all’incontro di Kyoto nel dicembre 1997. In base

all’accordo nel periodo 2008/2012 gli Stati Uniti dovrebbero diminuire le emissioni di

gas serra del 7%, l’Unione Europea dell’8 e il Giappone del 6%; inoltre l’accordo

raggiunto a Kyoto non obbliga i paesi meno sviluppati a conformarsi a specifici obiettivi

di riduzione.

I cambiamenti dell’ambiente globale provano la nostra conoscenza limitata della Terra, in quanto

molti non erano stati previsti: molti cambiamenti globali non sono lineari, ma sono caotici nel senso

che è impossibile prevedere con precisione le condizioni future; inoltre in molti sistemi esistono

soglie altre le quali la trasformazione è irreversibile.

La complessa e urgente questione ambientale assorbirà le energie della comunità scientifica nel

tempo a venire e la geografia svolgerà una parte essenziale nell’impresa.

La teoria convenzionale dello sviluppo si affermò negli anni 50 ed era piuttosto semplice: si partiva

dal presupposto che l’investimento pubblico fosse in grado di attivare un moltiplicatore di reddito

che avrebbe a sua volta aumentato un moltiplicatore di occupazione; quindi l’equazione politica

della crescita era basata su risparmio, investimenti, consumo, occupazione e reddito, tutti gli altri

elementi erano confinati nelle esternalità.

All’inizio degli anni 70 qual quadro politico, all’interno del quale si era sviluppata la società

neoindustriale, venne sottoposto a confutazione ad opera di due fattori, cioè l’introduzione della

salvaguardia dell’ambiente, tra gli obiettivi delle politiche economiche e l’affacciarsi del concetto di

limite nelle possibilità di uso delle risorse naturali.

Con la Conferenza del 1972 le Nazioni Unite diedero avvio all’era della politica ambientale; gli

obiettivi ecologici cessavano di essere considerati esternalità rispetto al sistema economico e

venivano inclusi tra gli obiettivi delle politiche, a ogni scala. Secondo i sostenitori della concezione

dei limiti dello sviluppo la crescita esponenziale della domanda di risorse naturali non si poteva

realizzare in presenza di un sistema finito di risorse, quale è quello del pianeta Terra; quindi per

impedire che la divaricazione tra domanda e disponibilità di risorse raggiungesse soglie critiche, le

politiche economiche avrebbero dovuto assumere come vincolo i limiti naturali dello sviluppo,

abbandonando l’idea della crescita illimitata. Il dibattito sui limiti naturali dello sviluppo condusse

al convincimento che tra crescita e sviluppo esista una differenza sostanziale e che, a seconda che

la politica persegua l’una l’altro, derivino modi diversi con cui la società gestisce le risorse naturali

e gli ecosistemi; questi modi differenti producono ripercussioni sia in campo ambientale, sia in

campo economico, sicché propongono alternative politiche di considerevole portata.

Secondo Young la crescita consiste in un aumento dimensionale di un organismo, di una struttura,

provocato dall’aggiunta di materiale attraverso l’assimilazione o l’accumulazione; mentre lo

sviluppo implica sempre l’idea del miglioramento della qualità, lo stesso non accade per la crescita,

la quale può anche essere associata a peggioramenti.

Vi sono due modi di intendere lo sviluppo, il primo è quello di sviluppo identificato nella crescita

che è tuttora applicato nella politica della maggior parte dei paesi; il secondo induce a considerare

anche variabili non quantitative in modo da prefigurare una condotta politica di più alto livello, ma

stenta a essere tradotto in modelli politici. Differenza tra posizione convenzionale e posizione

innovativa (vedi pag. 35).

Verso la teoria dello sviluppo sostenibile si cominciò a procedere all’alba degli anni 80; tra il 1984

e il 1987 vi furono i lavori della World Commission on Environment and Development delle

Nazioni Unite, che produsse un’analisi dei maggiori problemi del nostro tempo e formulò una

proposta per imprimere nuovi orientamenti sia alla politica delle organizzazioni intergovernative,

sia a quella degli stati e i risultati furono esposti nel rapporto Our Common Future.

Nel 1992 vennero approvati una dichiarazione di principi, due convenzioni (l’una sul cambiamento

climatico e l’altra sulla bioiversità) e l’Agenda 21; i contrasti che si svilupparono tra paesi

sviluppati e quelli in via di sviluppo impedirono che si approvasse una convenzione per la tutela

delle foreste.

La possibilità di perseguire uno sviluppo sostenibile alla scala globale, obiettivo adottato dal

Summit della Terra, induce a concepire una visione del mondo imperniata in una specie di

contrapposizione tra fascia intertropicale e fasce temperate:

• fascia intertropicale: essa possiede ecosistemi con elevatissima diversità biologica; la

rilevanza geopolitica non è dovuta solo a questo straordinario e differenziato patrimonio

culturale, ma anche al fatto che la fascia intertropicale esercita profonde influenze sulla

calotta atmosferica del pianeta e sul clima. Inoltre qui si trovano le espressioni geografiche

di alcuni tra i problemi più gravi della comunità internazionale, infatti da un lato vi è la

maggiore estensione di territori abitati da comunità povere o indigenti, dall’altro vi sono

immense risorse naturali, cui i paesi sviluppati hanno attinto in abbondanza durante l’epoca

coloniale e hanno continuato a farlo, senza che vi sia elevata partecipazione da parte delle

comunità locali

• fascia intertropicale e fasce temperate: nel Summit di Rio si delineò il conflitto tra due

immagini, da un lato quella dei paesi intertropicali in via di sviluppo che sono stati

impoveriti a causa del prelievo di risorse naturali da parte dei paesi sviluppati e dall’altra

quella dei paesi sviluppati, concentrati nelle zone temperate, soprattutto in quella boreale,

che chiedono ai paesi in via di sviluppo di adottare politiche di rigorosa salvaguardia degli

ecosistemi. Essi quindi non sono disposti a contenere lo sfruttamento delle loro risorse

perché ciò costituirebbe un’altra storica limitazione delle loro possibilità si crescita

economica; sarebbero disposti ad adottare queste misure soltanto se il mondo sviluppato

concedesse consistenti contropartite, come la cancellazione dei debiti internazionali,

investimenti e il trasferimento di tecnologie. Nel Summit della Terra i paesi sviluppati sono

anche stati messi in stato di accusa per essere responsabili di alcune grandi compromissioni

ambientali, che influenzano l’intero ecosistema terrestre.

Dunque esistono due spazi geopolitici con funzioni del tutto differenti per le politiche di sviluppo

sostenibile; la fascia intertropicale, dove avviene la distruzione di grandi ecosistemi, è lo spazio in

cui ci si attende che le relazioni nord-sud perdano la caratteristica convenzionale per cui il sud

fornisce al nord risorse naturale e il nord invia manufatti e fornisce servizi, e acquisiscano

fisionomia più complessa. Le fasce temperate costituiscono spazi economicamente maturi e

tecnologicamente evoluti, nei quali è necessario abbattere le compromissioni ambientali dannose.

La dimensione più profonda dello sviluppo sostenibile consiste in un patto tra cuore del mondo e

sue periferie per creare una nuova economia internazionale basata sul mantenimento dell’integrità

dell’ecosistema e sulla razionalizzazione, a scala globale, dell’uso delle risorse naturali.

Lo sviluppo sostenibile è un sistema di obiettivi, in cui quello dell’integrità dell’ecosistema ne

costituisce la base; questo orientamento ha prodotto due innovazioni: nel 1972 le Nazioni Unite,

avviando la collaborazione internazionale in materia ambientale, si proposero soprattutto di

abbattere l’inquinamento ; nel 1992 si fece strada invece il proposito di tutelare l’ecosistema nella

sua globalità, per cui l’attenzione si è estesa ai processi biologici; inoltre l’impostazione adottata

agli inizi degli anni 70 non considerava l’ambiente come una risorsa economica, mentre vent’anni

dopo si è postulato che l’ecosistema costituisce la risorsa economica primaria per cui la sua integrità

deve essere considerata come una precondizione per lo sviluppo.

Per la geografia umana questo cambiamento di impostazione ha causato una duplice conseguenza,

primo che il rapporto tra comunità umane e ambiente fisico deve essere considerato con riferimento

all’ecosistema, secondo che quando ci si dedica alla geografia delle attività produttive bisogna

partire dalla considerazione del campo delle risorse disponibili nei singoli tipi di ecosistema.

Da questi elementi emerge l’esigenza di affrontare quattro questioni:

• come la geografia umana debba intendere l’ecosistema: l’ecosistema è un vero e

proprio sistema perché tutti gli elementi che lo compongono sono legati tra loro da

relazioni più strette di quelle che li connettono all’ambiente esterno; esso è composto

da elementi organici (biotici) e inorganici (abiotici), possiede una propria

organizzazione e si evolve. L’energia solare sta alla base della comunità biotica che si

comporta come un organismo nel senso che tutte le forme di vita che la compongono

sono legate tra loro; quindi per governare un ecosistema il primo passo consiste nel

conoscerne l’organizzazione. Le componenti della comunità biotica formano una rete

trofica oppure un insieme di reti trofiche tra loro collegate; la rete trofica costituisce

anche una catena alimentare. Le rete trofica si compone di tre componenti,

produttori, cioè vegetali che elaborano le sostanze organiche a partire dalle sostanze

minerali; consumatori che si nutrono direttamente o indirettamente delle sostanze

organiche fornite dall’azione dei produttori; decompositori che degradano gli

organismi morti riducendoli allo stato di sostanze minerali semplici, che vengono

riutilizzate dai produttori.

All’interno della rete trofica ha luogo una perpetua relazione circolare, sulla quale si basa

la sua biocenosi, termine con il quale si indica l’organizzazione della rete trofica; la

biocenosi è regolata da due principi: quanto più è diversificata la nicchia ambientale tanto

più sono le specie che compongono la comunità biotica; quanto più le condizioni di vita si

allontanano da questo optimum, più il numero delle specie diminuisce.

Dal punto di vista geografico la proprietà più interessante è la biodiversità che può essere

intesa a livello genetico, a livello di specie e a livello di ecosistema. La comunità biotica è

costituita da un numero di specie, vegetali e animali, disaggregabile in due sottoinsiemi, il

primo caratterizzato da poche specie, ciascuna delle quali costituita da un grande numero

di individui e per questo sono dette specie dominanti; il secondo è caratterizzato da un

numero elevato di specie, ciascuna delle quali composta da un ridotto numero di individui

e si tratta delle specie rare. La diversità di specie è costituita dall’incidenza che le specie

rare hanno rispetto alla comunità nel suo insieme, quindi una gestione appropriata

dell’ecosistema presuppone la sopravvivenza delle specie rare e un equilibrio tra le varie

specie,in modo che l’organizzazione (biocenosi) dell’ecosistema non venga alterata.

• La geografia si occupa di ecosistemi soprattutto per tre motivi:

le relazioni tra le comunità umane e gli ecosistemi in cui le comunità umane sono state

considerate in rapporto all’evoluzione dei modi con cui intervengono sul territorio

organizzandolo e trasformandolo e in tal modo producendo interazioni con l’ambiente;

la distribuzione geografica degli ecosistemi per cui l’ecosistema può essere considerato

una delle discriminanti attraverso cui il territorio viene diviso in aree, caratterizzate da

omogeneità, costituita dalla presenza di un’unica organizzazione, al loro interno;

modelli di gestione sostenibile degli ecosistemi.

• L’ecosistema terrestre si suddivide in numerosi tipi di ecosistemi, che a loro volta si

suddividono in altri tipi e così via, quindi occorre classificare gli ecosistemi, compito

tipico dell’ecologia, in base alla loro estensione, compito che chiama in causa la geografia

e che richiede di adottare il concetto di scala; tuttavia non esistono criteri soddisfacenti per

definire una scala degli ecosistemi

• La storia dell’umanità è stata contraddistinta da due processi, da un lato l’ecumene, cioè il

sistema dei territori in cui vi è la presenza umana, si è ampliato senza interruzione,

dall’altro, la pressione umana sugli ecosistemi è cresciuta in continuazione.

Il rapporto tra comunità umane e comunità biotiche, così come l’impatto della pressione umana

sulle nicchie abiotiche, hanno prodotto continuamente alterazioni; quindi il perseguimento

dell’integrità propone un obiettivo piuttosto complicato, cioè l’ottimizzazione della gestione degli

ecosistemi avendo riguardo alla loro salvaguardia, a soddisfare le esigenze delle comunità umane e

a rispettare le generazioni future.

Il territorio può quindi essere ripartito in quattro tipi di aree, contraddistinte da differenti tipi di

gestione: aree di conservazione, aree di adattamento, aree morfogenetiche e aree di distruzione.

Le interpretazioni del concetto di paesaggio sono molteplici e spesso molto diverse l’una

dall’altra; il paesaggio entra nella geografia con il primo generico significato di “insieme dei

caratteri di un territorio” e subito da un lato va incontro a un acceso dibattito sulla sua esatta

delimitazione concettuale, dall’altro necessita di venire aggettivato.

Nell’ambito della geografia lo studio del paesaggio può essere rivolto a quegli elementi e a

quei fattori che rientrano nel campo delle scienze naturali, cioè il paesaggio fisico. I caratteri

vengono studiati innanzitutto attraverso la loro descrizione che può servirsi di dati

quantitativi e di cartografie tematiche; il passo successivo è quello dell’interpretazione degli

elementi del paesaggio per cercare di ricostruirne la genesi e l’evoluzione, prendendo in

considerazione le dinamiche attuali e i processi che hanno agito nei tempi lunghi della

geologia e della geomorfologia. Particolare interesse riveste l’analisi di alcuni aspetti

dell’intervento dell’uomo, in quanto espressioni di alterazione degli equilibri del paesaggio

naturale. L’analisi del paesaggio fisico può permettere di riconoscere il valore di alcuni

particolari elementi del paesaggio, però il valore del p. è nella maggior parte dei casi

determinato dall’insieme dei singoli caratteri, dalle loro relazioni, dal loro modo di

associarsi.

Il p. è quindi il prodotto visibile, o più in generale sensibile, dell’interrelazione di numerosi

fattori, i quali solo a volte si manifestano direttamente; il p. non è qualcosa di statico, ma i

rapporti tra forme e fenomeni sono organizzati nel tempo, quindi la dimensione storico-

temporale diventa fondamentale nello studio del p.

Nei confronti dei p. che costruisce l’uomo ha un duplice ruolo di attore e di spettatore, attore

nel senso che contribuisce a determinare i caratteri di un territorio, spettatore nel senso che

osserva ciò che ha costruito. Lo studio del p. può quindi essere affrontato in modi molto

diversi o sotto diverse angolature.

Quando il geografo studia il p. costruito, vissuto e percepito dall’uomo considera

essenzialmente le forme dell’antropizzazione. Il primo tipo di analisi è di tipo descrittivo,

cioè si individuano con precisione gli elementi che caratterizzano il p. e, ponendoli nelle

giuste reciproche relazioni, si colgono le specificità e le peculiarità di ciascun p.; la

descrizione può essere basata su analisi rigorose e su dati quantitativi che possono favorire

feconde operazioni di confronto. La maggior parte degli studi sul p. non si limita cmq alla

descrizione, ma mette in relazione gli elementi con i fattori che hanno contribuito alla loro

costituzione; le strutture paesaggistiche trovano la loro origine in complessi molto svariati di

dinamiche, da quelle ambientali, a quelle socio-economiche, a quelle storiche ecc. e

l’attenzione viene posta di volta in volta sulle une o sulle altre. Anche il livello di

approfondimento può essere vario, nel senso che i singoli fattori chiamati in causa possono

essere semplicemente enunciati come determinanti, o co-determinanti, di particolari

fenomeni sensibili, oppure possono essere analizzati singolarmente in modo esteso.

Vi è stato un periodo in cui la geografia veniva intesa come “scienza dei paesaggi”,

intendendo per p. l’insieme dei fatti geografici, considerandolo cioè un concetto

onnicomprensivo. Il Sestini include esplicitamente lo studio dei fenomeni non visibili e dei

fattori causali nello studio del p.; invece secondo Brunet il p. è la manifestazione

percepibile, indagabile per sé stessa.

L’indirizzo di studi sul p. che prende il considerazione la sua relazione con l’evoluzione

storica e culturale è particolarmente interessante e fecondo; l’uomo ha da sempre modificato

l’ambiente naturale per sfruttare le risorse che questo offre; il tipo e l’intensità della

modificazione dipendono strettamente da fattori oggettivi, ma intervengono anche i diversi

atteggiamenti culturali con cui l’uomo si pone di fronte a questi cambiamenti da lui stesso

provocati. Il p. rispecchia fedelmente questi atteggiamenti culturali e rispecchia i valori

della società che in esso vive e opera, quindi può essere considerato testimone della cultura

di questa società; attraverso il p. stesso si può arrivare a comprendere meglio quali siano i

valori dominanti in essa. Il p. può essere considerato come un sistema di segni ed essere

quindi analizzato con le modalità e con gli strumenti propri della semiologia.

Le componenti del p. possono quindi costituire delle preziose testimonianze di un modo di

vita del passato, della cultura delle generazioni che ci hanno preceduto in tempi più o meno

lontani, oppure essere segni delle nuove modalità con cui l’uomo si relaziona con

l’ambiente; è importante analizzare allora tanto il presente, quanto il passato, per capire

meglio i mutamenti avvenuti, quelli in atto e quelli che si possono proporre.

Il fatto che molto spesso questi cambiamenti siano contrassegnati da una perdita di qualità

del p. stesso, deve farci riflettere sulle trasformazioni culturali, oltre che socio-economiche,

che li hanno determinati; la completa rottura con il passato così evidente in molti p. attuali

potrebbe corrispondere a una frattura anche culturale tra generazioni e ad una perdita di

valori e di identità sociale. Il riconoscimento del valore culturale dei p. permette, invece, che

si mantenga vivo il senso di appartenenza di una società a un determinato territorio e

favorisce il collegamento tra le diverse generazioni.

Il geografo, nell’analisi del p. come manifestazione culturale, non può prescindere

dall’analisi della dimensione soggettiva, dal modo in cui ciascuno, osservatore esterno

(outsider) o fruitore interno (insider) di un p., si crea delle immagini del p. stesso, attribuisce

valore ai diversi elementi, oppure da loro un preciso significato simbolico. Brunet distingue

questi due indirizzi nello studio del p., quello dello studio oggettivo e quello dell’analisi

degli aspetti percettivi.

Se quindi il p. è l’interfaccia tra il fare e il vedere quello che si fa (uomo attore e spettatore),

l’indagine geografica è più ricca quando non si sofferma soltanto sugli effetti delle azioni

dell’uomo, ma analizza le modalità attraverso cui egli guarda e percepisce ciò che ha

costruito, o che altri uomini hanno costruito. L’analisi della percezione del p. è

fondamentale anche in una prospettiva di pianificazione paesistica, infatti ogni azione di

pianificazione e di tutela non può essere in antagonismo con i valori e la sensibilità di chi, di

un determinato p. è fruitore quotidiano o occasionale, anzi deve partire proprio dal

riconoscimento dei significati e dei valori localmente attribuiti ai caratteri del territorio.

Obiettivo comune è l’individuazione dei fattori che intervengono a determinare il valore

attribuito dai diversi individui e dalle comunità a un dato p.; bisogna quindi identificare

quali siano gli aspetti che maggiormente contribuiscono all’apprezzamento o meno del p.

stesso, poi si cerca di determinare quali siano e come agiscano le variabili che entrano in

gioco nella formazione dell’immagine del p. da parte del singolo individuo; tali variabili

svolgono la funzione di filtri che si pongono tra l’individuo e il p. a attraverso cui si forma

l’immagine mentale del p. stesso. Lo studio della percezione del p. spazia quindi in tutto il

campo che va dal p. (l’oggetto percepito) alle rappresentazioni del p. e alle modalità di

percezione, fino al singolo e alla comunità.

All’interno delle ricerche sul p. gli approcci umanistici si pongono come obiettivo non tanto

di giungere a una descrizione oggettiva dei caratteri del p., quanto piuttosto a indagare su

come un determinato p. è letto e interpretato da artisti, poeti e scrittori; infatti le opere degli

artisti e dei letterati molte volte contribuiscono a caricare di valenza simbolica alcuni

elementi del p.; risultano molto interessanti anche le analisi delle rappresentazioni dei p. che

vengono offerte dalle immagini pubblicitarie, dalla cinematografia, dalle riviste di ampia

diffusione o dai fumetti, infatti queste rappresentazioni giocano un ruolo non marginale nel

determinare le conoscenze e i giudizi da parte dell’uomo della strada sui p. stessi.

Le riflessioni circa il valore culturale dei p. e la loro importanza come testimoni e segni

dell’operato delle società nel loro territorio, ci portano a considerare il p. come un bene

culturale, ma oltre che un bene culturale, il p. nello specifico dei suoi caratteri fisici è da

considerare anche un bene ambientale, anzi è il luogo in cui si manifestano i diversi modi in

cui natura e cultura possono intersecarsi, o si sono intersecate nel tempo, e ciò ne accresce

sicuramente il valore.

Se il p. rappresenta quindi una risorsa, qualcosa cioè che ha un suo pregio e una sua

specifica utilità, è necessario chiarire a quali bisogni esso risponde; il bisogno è sia quello di

vivere in un ambiente che sia il più possibile ad un alto livello di qualità igienica, ecologica

e di sicurezza, ma anche in un ambiente nel quale possiamo ritrovare le nostre radici

culturali, il nostro passato, la nostra storia antica e recente. Questa identità culturale e questo

senso di appartenenza vengono solo in parte trasmessi dal p. direttamente, ma più spesso

sarebbe necessaria una attenta azione di divulgazione che insegnasse a guardarsi intorno e a

cercare di comprendere ciò che si vede.

Se il p. è inteso come un dato sensibile, il modello sottolinea in primo luogo che esiste una

differenza tra esso- vale a dire la manifestazione percepibile, indagabile per sé stessa- e la

realtà geografica, cioè l’insieme delle dinamiche e dei fattori che stanno all’origine e che

costituiscono le cause di quanto è visibile, ma che non si rendono così evidenti in maniere

diretta. P. e realtà geografica vengono rappresentati graficamente nel modello come due

piani paralleli, a significare la distinzione tra le due entità, infatti si tratta di due distinti

sistemi complessi costituiti ciascuno da insiemi di elementi legati da molteplici relazioni

reciproche. Il sistema realtà geografica è strutturato in due sottoinsiemi, quello delle

• dinamiche dell’ambiente naturale e quello delle

• dinamiche del gruppo umano.

Circa il sistema p. possiamo riunire i caratteri che lo costituiscono in tre ambiti:

•caratteri fisici

•caratteri dell’antropizzazione

•caratteri culturali.

I caratteri fisici e quelli dell’antropizzazione sono caratteri materiali, tangibili, quelli

culturali appartengono ad una dimensione immateriale, nella quale entrano in gioco

percezioni e rappresentazioni soggettive; questi tre ambiti sono strettamente interconnessi.

Gli elementi del p. hanno sempre origine dalle dinamiche dei due sottoinsiemi, ambiente

naturale e gruppo umano, che costituiscono la realtà geografica; esistono anche delle

relazioni di direzione inversa, che partono dal sistema p. per incidere sul sistema realtà

geografica, in particolare le dinamiche del gruppo umano e i caratteri culturali del p. sono in

reciproca relazione. Pur trattandosi quindi di due realtà distinte, non è possibile separare

realtà geografica e p., non è possibile considerare l’esistenza dell’una senza l’altra; infatti il

p. è espressione di una determinata realtà geografica e soltanto di quella, così come ogni

realtà geografica sarà necessariamente produttrice di uno specifico e unico p.

P. e realtà geografica sono indissolubilmente legati tra di loro e, come non esistono due

realtà geografiche uguali, così anche i p sono unici e irripetibili. Il p. può allora essere

considerato come il volto della terra, un volto visibile e sensibile che riassume ed esprime il

sovrapporsi di molteplici fenomeni.

Vi sono tre possibili percorsi da seguire nella lettura di un p.:

• primo percorso in una dimensione orizzontale, fa riferimento esclusivamente al

sistema p. nei suoi diversi caratteri, può approfondire l’analisi e la descrizione di

una categoria di essi, oppure cercare di esplicitare le relazioni esistenti per

proporre delle parziali sintesi, considerando eventualmente gli aspetti soggettivi

della percezione;

• percorso nella dimensione verticale ripercorre le relazioni tra sistema p. e sistema

realtà geografica; si ricerca nei dati e nei fenomeni non direttamente manifesti la

ragione profonda dei caratteri del p. stesso per giungere al perchè non evidente del

dato sensibile, per dipanare le relazioni esistenti all’interno del sistema p. in una

visione dinamica e evolutiva del sistema stesso. Tale percorso considera il p. come

una delle fonti di informazione utili e a volte necessarie per comprendere e

interpretare le strutture e i processi territoriali, come uno degli strumenti di

conoscenza della realtà geografica;

• percorso riferito alla dimensione temporale del p. considerato come costruzione

diacronica, come il risultato delle forze che agiscono non solo oggi, ma anche di

tutte quelle che con modalità e tempi diversi hanno agito nel passato.

La presenza di questi differenti itinerari di lettura del p. suggerisce un’analogia tra la

struttura sistemica del p. e la struttura di un ipertesto; questa ipertestualità del p. può quindi

ben rappresentare anche la compresenza in esso di oggettività e soggettività.

Il sistema p. può essere considerato come un insieme di elementi, un insieme di relazioni e

di significati:

• la complessità paesistica si accresce all’aumentare sia del numero che della

differenziazione degli elementi del p., ma la complessità paesistica in termini di

numero e di diversità di elementi può significare anche varietà paesistica che

rappresenta una caratteristica di pregio sia sotto il profilo estetico, sia quale

manifestazione della ricchezza della struttura territoriale che gli è sottesa. La

varietà degli elementi può rispecchiare una stratificazione delle cultura che si

sono susseguite nel tempo;

• circa le relazioni anche nel sistema p. la complessità aumenta quando esse oltre

che crescere quantitativamente restano aperte ed elastiche, quando non si

irrigidiscono nella direzione e nella tipologia; per relazione aperta si intende

un’interazione che lascia la possibilità di nuove o più numerose interazioni;

• il p. è un sistema di segni da interpretare ed è necessario che ciascun segno-

elemento abbia un significato proprio alla stessa maniera delle singole parole, che

abbia un significato che instaura con gli altri segni elementi e che la trama nel suo

insieme abbia significato, comunichi in maniera unitaria; il tutto-p. comprende le

singole parti di cui è costituito, ma è anche qualcosa di più con dei significati

caratteristici del sistema considerato nella sua globalità. Per significato si

intendono le specifiche funzioni che l’elemento singolo e il p. nella sua globalità

assumono nella trama territoriale (significato funzionale); esiste poi il significato

simbolico del p. e dei suoi costituenti, la funzionalità immateriale, legata ai valori

estetici, culturali, di identità collettiva e di memoria storica che il p. stesso

rappresenta. Tale significato può differenziarsi notevolmente per chi vive nel p.

(insider) e per chi ne è fruitore occasionale esterno (outsider), infatti ciascun

singolo può attribuire significati simbolici, sulla base della propria soggettività.

La terza categoria dei significati del p. (significati progettuale) è quella delle

progettualità delle intenzionalità più o meno espresse e strutturate nelle

prospettive di cambiamento e/o di conservazione del p. stesso. Il p. riflette infatti

in maniera diretta le intenzionalità dei diversi attori; attribuire un significato

progettuale al p. significa considerarlo nel suo divenire, attraverso i numerosi e

diversificati processi che ne possono modificare le caratteristiche in maniera

anche sostanziale.

Gli elementi, le relazioni e i significati strutturano il sistema p. e ne garantiscono il dinamico

evolversi come sistema complesso; quando però il livello di complessità è troppo alto o

troppo basso uno stimolo proveniente dall’ambiente esterno può condurre il sistema

paesistico analogamente a quello territoriale, a morfogenesi o a collasso; un livello di

complessità troppo basso (ipocoordinamento) dipende dall’eccessiva omogeneità paesistica

per scarsezza di elementi, la complessità troppo elevata (iperdifferenziazione) è causata

dall’eccessiva varietà paesistica.

I p. sono continuamente soggetti al cambiamento, sono sistemi che si evolvono come

risposta alla modificazione continua dei due sottoinsiemi (ambiente naturale e gruppo

umano) da cui hanno origine; tuttavia ciascuno dei due sottoinsiemi funziona, almeno in

parte, in maniera autonoma e per questo si possono verificare sfasamenti temporali e

spostamenti spaziali dovuti al diverso dispiegarsi dei processi paesaggistici nelle porzioni

del sistema.

Circa il concetto di p. in equilibrio per equilibrio non si intende tanto la fissità, la rigidità, il

non-cambiamento, quanto piuttosto la stabilità della traiettoria della trasformazione e

questo, riferito al p., si traduce concretamente nel dispiegarsi lento di un processo evolutivo,

nella continuità rispetto all’esistente. Ma quando ci si accinge a interpretare l’evoluzione

storica dei p. è importante mettere in discussione la connotazione decisamente positiva che

implicitamente assume il concetto di equilibrio.

I modi con cui avvengono i cambiamenti della struttura di un sistema territoriale e la loro

intensità sono spiegati sulla base delle modificazioni, e quindi della stabilità o instabilità, dei

significati del sistema stesso e delle modificazioni dell’ambiente in cui è inserito (ambiente

esterno). Il riferimento ai cambiamenti che avvengono nell’ambiente esterno è utile per

inquadrare l’evoluzione dei p. anche quando sono analizzati a livello locale, infatti le

dinamiche che si sviluppano, in particolare quelle socio-economiche e culturali, acquistano

significato solo se riferite ad un più vasto contesto; dal momento che i fattori causali non

sono inclusi nel sistema p., il sistema realtà geografica può rappresentare cmq un ambiente

esterno rispetto al p.

La progressione nell’intensità del cambiamento è dipendente sia da fattori interni che esterni

al sistema; la morfogenesi, ossia la completa trasformazione, prende avvio quando

l’ambiente esterno interagisce con il sistema fino al punto che il secondo cambia i propri

obiettivi. La morfogenesi si realizza nel sistema attraverso la sostituzione della struttura

esistente con una nuova, cioè con la perdita della maggior parte degli elementi, delle

relazioni e dei significati preesistenti e con l’introduzione di nuovi. Attraverso l’analisi

attenta di queste tre componenti del sistema paesistico nella loro dimensione temporale, si

ottengono degli indicatori dell’entità del cambiamento avvenuto nel paesaggio e si può, in

altre parole, riconoscere l’eventuale omeostasi dei sistema p., se la struttura non muta, un

adattamento progressivo, in caso di trasformazioni coinvolgenti solo in parte il sistema,

oppure una morfogenesi, se il cambiamento coinvolge gran parte delle componenti; si può

inoltre dare una valutazione della situazione attuale rispetto a quella del passato.

Nell’ipotesi della morfogenesi gli elementi possono essere nuovi o ereditati e, in tal caso,

possono acquisire una funzione differente, oppure possono perdere qualunque significato

funzionale se si esclude quello di testimonianza. Anche le relazioni possono essere nuove o

ereditate, vi può essere la perdita di relazioni tra gli elementi scomparsi o in via di

sparizione o tra gli elementi che acquisiscono un significato nuovo. Il cambiamento delle

finalità nel caso del p., si può intendere come perdita dei significati funzionali, simbolici e

progettuali esistenti; l’assenza di significati risulta pertanto indice di una trasformazione

profonda.

Nel momento della morfogenesi, quando scompare una struttura paesaggistica per lasciare

spazio ad una nuova, l’attenzione può essere posta sia su che cosa viene perduto in termini

di elementi, relazioni e significati, sia su che cosa viene guadagnato, relativizzando il valore

attribuito a “perdite” e a “guadagni”.

Tra i significati costitutivi del p. attuale cui dedicare attenzione, occupa un posto

privilegiato il valore riconosciuto del p. come luogo della memoria, come mezzo di legame


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia dell'Ambiente e del Paesaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Bonardi Luca.

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