Estratto del documento

Prefazione 1

Contesta un bene e un male a prescindere dagli individui, assoluti. Da qui mette in discussione i paradigmi riguardo la realtà e i paradigmi riguardo la verità. L’etica della negazione pone un problema teorico. È quindi differente dal prescrittivismo di Kant dove si definisce a priori quale sia il comportamento morale più adeguato (generalizzazione e universalizzazione) ma questo indica un essere scritto prima, adeguarsi a dinamiche già date non scelte.

Prefazione 2

Nietzsche scrive di discutere sull’origine dei pregiudizi morali. I valori morali non derivano dal nostro pensare ma dal paradigma teorico-culturale nel quale siamo gettati; sono sempre fondati e formulati sulla base di un pensiero corrente, un modello di cultura, su valori condivisi, su un sapere già saputo che è quindi riconoscimento di un valore che è tale in se e per sé e non sulla base di una riflessione, di un “ruminare” che scaturisce dall’individuo.

Dall’indagine sul valore dei valori morali, del costume etico scaturisce l’idea di una morale enigmatica e antikantiana ovvero intuitiva e non concettualizzabile, non inseguibile né costituibile da categorie di ragione. Non può essere generalizzata e radicata in criteri assoluti di ragione. In questo senso si parla di “pregiudizi morali” come giudizi dati sulla base di un’accettazione matematica del costume sociale, della cultura morale odierna, di un ambiente presupposto. In questo senso si parla di morale come malattia in cui si nasce e da cui ci si deve risanare.

I pregiudizi teologici sono quelli che presuppongono un orizzonte di senso e verità nascosto, celato e al di là del mondo a cui dobbiamo tendere ed avvicinarci. Si basano quindi su un piano ontologico oltre l’individuo e dietro al mondo, dove bene e male sono responsabilità di Dio, non dell’uomo.

Prefazione 3

A questo punto la ricerca si inverte su questo tipo di domanda: scoperto che la morale non è altro che costume sociale e i suoi giudizi sono pregiudizi, in quali condizioni l’uomo è andato inventando quei giudizi di valore e quale valore hanno in se stessi? Che origine hanno avuto? Che valore hanno?

Il “non egoistico”, “la compassione”, “l’autonegazione”, “l’autosacrificio”, sono stati così divinizzati e resi trasparenti da essere creduti “valori in sé”, sulla base dei quale però si dice no alla vita e a se stessi come individui. Sono il grande pericolo dell’umanità, la più sublime tentazione e seduzione che porta verso il nulla, è volontà che si rivolta contro la vita, è malattia del nichilismo ma anche sintomo per un risanamento. Perché è morale di tutto ciò che è distante da me, non affermazione centrale dell’io.

Soffermandosi sul riflettere se la morale abbia un valore in sé si nota che è in realtà un’astrazione fatta da filosofi sedotti che in quanto tali hanno negato, diminuito la vita stessa. È una morale nichilistica perché si basa su giudizi che non prendono le mosse dal sapere di un individuo, dalle sue scelte, esigenze, bisogni, decisioni, dalla sua vita. Dunque è necessario un egoismo per il sì alla vita. Porre in questione il valore stesso dei valori morali significa riconoscere il sintomo della malattia e quindi riconoscerlo come terapia per un risanamento. L’approdo di questo discorso, di una lunga, coraggiosa, laboriosa, sotterranea serietà che non è per tutti, sarà una “gaia scienza”.

Nietzsche inoltre scrive che nel suo scritto a molti non risulterà chiaramente comprensibile la sua forma aforistica, alla quale egli dà importanza: ovvero sarà una parola, un discorso che esce e eccede dal discorso perché mentre viene letto non è ancora decifrato, deve dunque prendere inizio la sua interpretazione, occorre un’arte dell’interpretazione. E senza dubbio, per esercitare una lettura come arte, oggi è necessario essere vacche per ruminare, non uomini moderni.

Vivo solo quando “faccio-eseguo” qualcosa, il tempo se non mi vede svolgere azioni è perso. Anche Kant era ancora dogmatico nella sua autonomia perché era sottomesso all’esigenza di verità, non ha a soggetto se stesso.

Prima dissertazione

Il coraggio della verità

Chiunque voglia partire per una tale indagine è auspicabile che siano fino in fondo coraggiosi, magnanimi, superbi animali capaci di tenere a freno il loro cuore al pari del loro dolore ed educato a sacrificare ogni idealità alla verità, a ogni verità, perfino alla semplice, aspra, brutta, ripugnante, non cristiana, amorale verità; perché siffatte verità esistono.

Il concetto di buono

Gli storici della morale pensano in maniera antistorica quando determinano il concetto di “buono” e la sua origine: si tratta della prima faciloneria grossolana sull’origine del concetto e del giudizio di “buono”, secondo cui è buono un’azione non egoistica perché è utile alla pacifica e sociale convivenza. Ma il giudizio di buono innanzitutto non sorge né precede da coloro ai quali viene data prova di “bontà-utilità”. Il bene-buono precede dal nobili, i potenti, gli uomini di condizione superiore e di elevato sentire che hanno avvertito e determinato se stessi e le loro azioni come buone, in contrasto a tutto quanto è ignobile, volgare, plebeo. Dunque è bene e buono ciò che è nobile. È nobile ciò che non è volgare, che non è comune.

Nietzsche sottolinea quindi una questione polemica, ovvero che non bisogna costruire una “morale per concetti” (Schopenauer): il bene non è l’azione non egoistica, ma il bene è l’azione che i nobili compiono poiché inaugurano un’azione diversa. Nietzsche per definire il bene usa lo stesso procedimento negativo di Schopenauer, secondo cui “bene è ciò che non è male; il male è il dolore che il conflitto ingenera. Il male è egoismo perché l’egoismo è affermazione di conflitto.”

Il pathos della distanza

Il bene si afferma grazie all’agire nobile che si ispira ad un pathos della distanza. Il bene è innanzitutto nobiltà perché prende le distanze da se stesso. Dunque la distanza da se stessi è l’affermazione massima di sé, se siamo distanti da noi stessi siamo distanti anche dagli altri. Notiamo come la curvatura di Nietzsche sia una “curvatura estetica” ma anche l’affermazione del valore della soggettività e individualità: il bene è ciò che è bello, è ciò che è raro; il male è ciò che accomuna.

Ad un certo punto il “pathos della distanza” diventa “pathos della nobiltà”: la morale e l’utile sono cose diverse, l’etica non ha a che fare con l’utile. E contrappone il “calore” e la “freddezza”: il calore riguarda il sentire, il bisogno profondo sotto l’intenzione e sotto l’emozionalità; la freddezza invece riguarda la ragione, che è prudente e calcolatrice. Prudente nel senso che guarda all’utile dell’azione, ciò significa che la ragione guarda all’individuo come elemento da confutare. Dunque la ragione è la radice della spersonalizzazione, della perdita dell’individualità questo perché il soggetto, il singolo sono ridotte a grandezze smisurate. Secondo Nietzsche si può essere prudenti solo se si guarda all’azione. Inoltre crede che l’ordine gerarchico non deve essere sottovalutato: al vertice stanno i nobili perché hanno maggiore sapere e sono migliori, in basso sta la plebe. Dunque buono è ciò che sta sopra, il vertice della piramide gerarchica. Cattivo è ciò che sta sotto, la base della piramide gerarchica.

Il concetto di cattivo

Lo stesso sviluppo del concetto di “buono” vale per il concetto di “cattivo” che passa per “volgare”, “plebeo”, “ignobile”, nel senso di semplice, comune, senza uno sguardo obliquo. Si ha qui, dunque, una valutazione etica ma anche teoretica, viene operata una connessione tra ciò che è comune e volgare con ciò che è semplice e banale: in senso teoretico, il comune è banale; in senso etico-morale, ciò che è banale è male.

“Lo sguardo obliquo” è una metafora, un’immagine allegorica, che si può tradurre con “guardo distante”, cioè che guarda al mondo ma non se ne occupa, preoccupa; curarsi e non curarsi, partecipe e non partecipe, è dunque sapere che non implica coinvolgimento, è distante. Questo sguardo è tutt’altro che semplice poiché lo sguardo semplice è il quello diretto o il non guardare affatto. È quindi uno sguardo complesso, che è quello del nobile, che guarda ma non si confonde in ciò che guarda. Il confine tra buono e cattivo è nel tipico tratto distintivo che uomini di rango superiore hanno a differenza del resto in base alla loro superiorità di potenza.

Il problema del pregiudizio morale

Nietzsche differenzia il problema del pregiudizio morale, distinguendo: “pregiudizi morali” e “pregiudizi fondati su base teologica”, fornendo un’interpretazione generale su quella che è una “morale terrena” e una “morale celeste”. Il pregiudizio morale teologicamente fondato ricerca il bene e il male al di là dell’evidenza. Si riferisce qui alla fondazione divina, ma anche alla teologia e alla metafisica, che secondo Nietzsche sono collegate: vi è una seduzione di verità e in tale seduzione si fondano i pregiudizi. Dunque Nietzsche guarda la morale come una malattia, guarda al male che è nel mondo, si nasce sani ma malati. Il superamento di un pregiudizio morale è l’avvio di un processo di risanamento.

S’interroga su quale sia l’origine del nostro bene e del nostro male (il bene e il male per noi): compito della morale. Porre la questione su questi termini significa che bene e male vengono commisurati sempre dalla individualità che compie determinate azioni, bene e male sono connesse dall’azione che l’uomo compie; significa dunque rifiutare l’idea che vi sia un bene assoluto e un male assoluto. L’individuo agisce bene o male e ciò dipende dal nostro volere, dalla nostra paura, da ciò che si cela dietro l’intenzione.

L'enigma morale

L’affermazione di Nietzsche “Dio Padre del Male” è un aspetto importante; per Nietzsche vi sono degli elementi, che definisce “enigmatici”, che non sono riconducibili a verità di ragione, alle categorie dell’intelletto e della ragione. Nietzsche considera infatti l’enigma come una morale che non segue la morale di Kant, dunque non crede all’imperativo categorico, non crede alla morale assoluta. Il nucleo centrale della critica alla morale di Kant è l’impossibilità di ridurre l’azione morale a categorie di ragione. È la stessa considerazione di Schopenauer che credeva che la morale non si può insegnare, trasmettere.

Critica a Schopenauer

Nietzsche prende in esame la riflessione di Schopenauer in generale, polemizzando sui concetti di: “non egoistico”, “compassione”, “autonegazione” e “autosacrificio”, ed anche sul “nichilismo”. Secondo Nietzsche una morale come autonegazione è distante dalla vita stessa, a differenza di Schopenauer per egli è importante affermare la vita in quanto tale. E a differenza delle filosofie precedenti che affermavano il valore della morale in quanto morale, Nietzsche discute sul fatto se la morale in quanto morale abbia valore.

L’idea di Schopenauer sul “non-egoistico” è che se noi ci muoviamo secondo una prospettiva che non è aperta all’altro, ci muoviamo sempre su quest’ambito del non egoistico poiché la morale è sempre apertura all’altro, è un sacrificio (negazione) di se stessi per dar luogo all’altro di esprimersi. Su questo punto si muove la critica di Nietzsche perché secondo egli negare parte di se stessi significa negare la vita stessa, vuol dire creare dentro d sé il deserto nichilistico che cresce. Dunque, secondo Nietzsche, nessuna apertura all’altro, nessuna negazione di se stessi.

Preminenza politica e morale

All’idea di preminenza politica si ricollega sempre una preminenza spirituale dunque la casta suprema è al tempo stesso la casta sacerdotale. In siffatte aristocrazie sacerdotali e nelle consuetudini più dominanti, ostili all’azione, esiste sin da principio qualcosa di non santo, la cui conseguenza sembra essere quella labilità viscerale e quella nevrastenia che quasi inevitabilmente ineriscono ai preti d’ogni tempo.

Giudizi di valore

Ma i giudizi di valore sacerdotali si distaccano dai giudizi di valore cavalleresco aristocratici, tanto da esserne l’antitesi. I giudizi di valore cavalleresco aristocratici presuppongono salute fisica fiorente, ricca, spumeggiante, e quel che ne dona la conservazione, cioè guerra, avventura, caccia. Invece la maniera sacerdotalmente aristocratica ha presupposti diversi di valutazione: castità, digiuno, moderazione ascesi. E questi sono i nemici più malvagi perché impotenti; a causa dell’impotenza cresce l’odio in loro fino ad assumere proporzioni mostruose, le più intellettuali e venefiche. Si specifica quindi l’istinto da armento (pecore), guidato dalla casta sacerdotale. Gli schiavi che si ribellano contro la gerarchia dei nobili comportano un rovesciamento dei valori morali.

Dunque gli Ebrei compiono quella radicale trasvalutazione dei valori attraverso un atto improntato alla più spirituale vendetta, ma introducono valori falsi. L’odio dell’impotenza propone il rovesciamento dei valori che vede i miseri, i poveri, gli impotenti, gli umili, i sofferenti, gli infermi, i deformi, gli unici uomini “buoni”, mentre coloro di cui hanno timore per la loro superiorità sono i “malvagi”. Questa è la rivolta degli schiavi della morale, quella rivolta che fino ad oggi è stata vittoriosa.

Il simbolo del rovesciamento dei valori

Il simbolo di questo rovesciamento di valori che vive solo di vendetta per l’impotenza dei deboli è la figura di Gesù, del “Dio in croce” il quale porta la beatitudine e la vittoria ai poveri e ai peccatori e allo stesso momento può esercitare la salvezza della redenzione solo lasciandosi mettere in croce. Dunque dal tronco di quell’odio profondo e sublime nasce un nuovo amore profondo e sublime.

Grazie al popolo ebraico, i “signori” sono liquidati e la morale dell’uomo comune ha vinto.

La morale del risentimento

La morale della rivolta degli schiavi ha inizio quando il “reissentement” - risentimento - diventa creatore e genera valori nel momento stesso in cui l’unica azione a loro possibile è una reazione che si propone come vendetta immaginaria. La morale degli schiavi è dunque la morale del risentimento; si delinea qui un nuovo orizzonte problematico. L’essere risentiti è proprio dei non nobili, dei volgari. Chi si risente si nega e nel negarsi nega la vita. Nella morale del risentimento non si sono affermati individui ma masse poiché l’individuo non ha la forza di affermarsi. A proposito di ciò possiamo fare riferimento alla teoria politica: il potere in quanto potere, per affermarsi, ha bisogno di un antagonista. E la morale degli schiavi segue proprio questa dinamica: non è una morale che sente ma che risente, non risponde ma afferma. È una morale che dice no a un di fuori, a un altro, a un non-io, e questo no è la sua azione creatrice. La morale degli schiavi ha bisogno sempre di un mondo opposto ed esteriore, ha bisogno di stimoli esterni per poter agire: la sua azione è fondamentalmente una reazione. Nella morale degli schiavi si manifesta una paura dell’altro e costruiscono infatti le peggior morali del risentimento, ossia le religioni.

La morale aristocratica invece crea il suo opposto solo per dire sì a se stessa con ancora maggior gratitudine e gioia, al centro c’è un positivo concetto fondamentale pervaso di vita e di passione. Quando la maniera aristocratica di valutazione cade in errore contro la realtà, ciò accade riguardo la sfera che non è sufficientemente nota, cioè quella che dispregia, dell’uomo comune, del basso popolo. Inoltre non avevano bisogno di costruire artificialmente la loro felicità rivolgendo lo sguardo ai loro nemici, né di imporsela per forza di persuasione, di menzogna; e in quanto uomini completi, sovraccarichi di forza, necessariamente attivi, non sapevano separare dalla felicità l’agire. In realtà il nemico stesso è proprio dell’uomo del risentimento perché per i nobili non importano gli altri, non si curano degli ignobili, li guardano ma obliquamente, non ne hanno bisogno, loro dicono sì alla vita e a se stessi.

Il risentimento dell’uomo nobile si manifesta e si esaurisce in una subitanea reazione per la qual cosa non intossica; a tal proposito un esempio è Mirabeau, che non aveva memoria per gli insulti e le infamie contro di lui e che non perdonava per il semplice fatto che dimenticava. Soltanto a un tale uomo è possibile un vero amore per i propri nemici. Dunque l’uomo nobile ha un grande rispetto verso il nemico e questo è già un ponte verso l’amore.

Anteprima
Vedrai una selezione di 5 pagine su 20
Genealogia della morale Pag. 1 Genealogia della morale Pag. 2
Anteprima di 5 pagg. su 20.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Genealogia della morale Pag. 6
Anteprima di 5 pagg. su 20.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Genealogia della morale Pag. 11
Anteprima di 5 pagg. su 20.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Genealogia della morale Pag. 16
1 su 20
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dalilagiuliana di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Bazzani Fabio.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community