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infatti, per gli alchimisti, solo l'imperfetta realtà visibile, che dev'essere disintegrata per poi essere

resa perfetta attraverso la produzione dello spirito, vero medio reale che rende stabile l'unione e

dunque costituisce il fattore essenziale della reintegrazione cosmica e antropologica.

CONIUNCTIO

Il processo alchemico produce la perfezione della materia attraverso una serie di operazioni che

mirano alla creazione di un medio capace di unire stabilmente il corpo (cioè la solidità propria della

materia - per esempio dei metalli) e l'anima (cioè il carattere di incorruttibilità proprio della

sostanza spirituale). Il medio, per essere tale, deve unire in sé gli opposti: l'oro opera questa

congiunzione a livello dei metalli, ed è dunque il prodotto ricercato da quanti considerano l'alchimia

una pratica a livello puramente metallurgico; l'elixir come agente materiale della perfezione di tutte

le cose congiunge in sé il carattere immutabile della pietra (ecco perché si può anche definirlo lapis)

con quello generativo della vita; la quintessenza appare come la manifestazione del principio

unitivo vero e proprio, materia prima da cui tutta la realtà ha origine, ma raffinata e purificata in

modo tale da manifestare il suo carattere di spirito - qualcosa di affine all'idea stoica di pneuma,

come F.S.Taylor ha sottolineato; e l'oro potabile costituisce il farmaco sovrano, che unisce

l'incorruttibilità del metallo e l'assimilabilità del nutrimento. Nonostante i tentativi anche molti

ardimentosi di definire e spiegare l'idea alchemica di coniunctio attraverso l'uso di un linguaggio

descrittivo e/o filosofico, il carattere paradossale di questo obiettivo a tutti i livelli venne

preferibilmente espresso dagli alchimisti attraverso l'uso di un linguaggio allegorico, che arriva fino

a coincidere con l'immaginario biblico del Cantico dei Cantici nell'Aurora consurgens attribuita a

Tommaso d'Aquino, o più spesso si serve di figure in parte risalenti alla tradizione alchemica

ellenistica (l'ouroboros, il serpente che si racchiude a cerchio su se stesso tenendo la coda con la

bocca) o islamica (l'uccello con le ali avvinghiato all'uccello senza ali), in parte ad una simbologia

sessuale (le nozze) che può anche sfociare nell'immaginario mostruoso (l'ermafrodito). Nella

tradizione post-medievale la ricerca espressiva legata alle immagini della coniunctio si dilatò a

dismisura, dando origine ad un'amplissima iconografia alchemica nella quale C.G.Jung ed altri

psicologi del profondo hanno ravvisato materiale raffrontabile con quello onirico prodotto dai

pazienti durante la psicoterapia. TRADIZIONE SPIRITUALE

La diffusione dell’alchimia nelle corti è ben comprensibile se guardiamo alla definizione (peraltro

limitativa) di essa centrata attorno all’idea della trasmutazione dei metalli vili in oro; e l’interesse

della Curia papale per le pratiche alchemiche dirette alla produzione dell’elixir risulta comprensibile

alla luce degli studi recenti sul valore attribuito al corpo in tale ambiente. Ma l’idea-chiave della

quintessenza, spirito corporeo e corpo spirituale che incarna il progetto più generale della

perfezione della materia non si sviluppò in questi ambienti, bensì in un ambito di ricerca spirituale

che sembrava avere il suo snodo principale nella figura e nell’attività sia medica che profetica e

magistrale del catalano Arnaldo da Villanova, e il suo esponente di punta nel francescano spirituale

Giovanni da Rupescissa. E’ nelle opere del Rupescissa che troviamo inoltre la prima citazione di

uno scritto alchemico latino che utilizza un linguaggio allegorico a forte valenza religiosa, gli

Exempla philosophorum attribuito ad Arnaldo da Villanova; ed è presso un autore che scrive

sull’elixir, Giovanni Dastin, che troviamo una delle più antiche allegorizzazioni delle operazioni

dell’alchimia metallurgica nella figura del sacrificio del re. Il Liber de consideratione quintae

essentiae di Giovanni da Rupescissa divenne il capostipite di una linea di ricerca alla quale

manifestarono interesse molti medici, perlopiù al di fuori dell’insegnamento istituzionale della

medicina, anche perché l’oro potabile attirò l’interesse di molti dopo la grande epidemia di peste del

1348. Ma non si deve dimenticare che la quintessenza vi era stata descritta come un rimedio

mediante il quale i "poveri uomini evangelici" (cioè i fraticelli e gli spirituali) potevano preservare

la propria salute e la forma fisica per fare fronte alle fatiche della predicazione cui si dedicavano,

come portatori di una visione profetica che affondava le sue radici nella tradizione gioachimita. La

compresenza dei temi della salute e della salvezza spiega la diffusione della quintessenza

rupescissiana anche in ambienti mendicanti, presso eremiti e figure marginali, fino alla sua

utilizzazione da parte del riformatore religioso e medico Paracelso in età rinascimentale. D’altra

parte l’interesse per l’alchimia in ambienti non controllati istituzionalmente favorì la

contaminazione con il genere delle visioni e l’utilizzazione sempre maggiore del linguaggio

allegorico, che accompagnarono il confluire della ricerca della perfezione materiale in quell’ambito

ermetico che ne divenne il contenitore per tutta l’età rinascimentale e moderna.

ALCHIMIA MISTICA

Alcuni alchimisti medievali in campo cristiano pensarono che la possibile "tramutazione" dei

metalli vili in oro era essenzialmente funzione della scoperta della Pietra Filosofale e cioè delle

capacità creative dell’ingegno umano. Pertanto essi intesero l’Alchimia come l'agente di perfezione

parallelo alle indicazioni di purezza spirituale proposte da Cristo. L'Uomo fu quindi considerato per

analogia il "Forno filosofico" in cui si compie l'elaborazione del pensiero capace di scoprire le

capacità di trasmutazione che conducono alla purezza.

Secondo gli "alchimisti mistici" il Cristianesimo fondato sulla Chiesa si propone di salvare l’uomo,

ma non la natura a cui l’uomo appartiene, mentre per essi il Cristo è il salvatore dell’universo nella

sua totalità e non solo dell’anima umana. Pertanto rifacendosi, secondo la secolare tradizione

alchemica alla inseparabilità delle concezioni apparentemente in contrapposizione quali "spirito e

materia", sostennero il principio della "coincidenza oppositorum", che diceva che ogni

manifestazione del pensiero ha due componenti: una manifesta ed un’occulta di indole

spirituale,che non sono mai separabili. Tale coicidenza tra azione spitituale e materiale fu

simbolicamente rappresentata dall' "uroboro" (il serpente che si morde la coda). In considerazione

di ciò venne detto che: "Se tu vuoi realizzare la nostra Pietra, sii senza peccato, realizza una vita

dedita alla perfezione del mistero dello spirito."

Da questa impostazione gli Alchimisti Mistici, vollero stabilire tutta una serie di equivalenze che

avevano per scopo la ricerca l'ottenimento della purezza, parallelamente a quella della salvezza e

purificazione spirituale proposta da Cristo al fine di coinvolgere secondo la tradizione alchemica,

riletta in senso cristiano, l'intera realtà materiale e spirituale del mondo e degli esseri umani.

La leggenda della Santo Graal (Calice che aveva contenuto il sangue di Cristo in Croce), fu

interpretata come la ricerca della "parola perduta" cioè di una verità rivelata da ricercare dalla quale

trarre la saggezza necessaria per attuare la scoperta della Pietra Filosofale.

Inoltre, per ridurre i quattro elementi a una trinità di funzioni, gli alchimisti mistici ritennero che:

Acqua + Aria = Creavano il Principio del Mercurio

Aria + Fuoco = Creavano il Principio dello Zolfo

Fuoco + Terra = Creavano il Principio il Principio del Sale

Ed i tre principi furono associati come elementi terreni opposti ma coincidenti con il Padre il Figlio

e lo Spirito Santo.

Per questa loro importazione tendente a correlare l’Alchimia di origine pagana agli insegnamenti

religiosi del cristianesimo, gli alchimisti medioevali mistici, furono perseguitati dalla Chiesa di

Roma, principalmente in quanto tentarono in modo ritenuto blasfemo di unire con analogie e

metafore, la Trinità dell’Unità divina a Trinità ed Unità terrene, là dove vennero a volte equiparati,

Spirito, Anima e Corpo, a Zolfo (ovvero: Fuoco solido) , Mercurio (ovvero :Acqua permanente) e

Sale (ovvero capacità di unione del Padreterno).

Al di là di questa impostazione stravagante, gli alchimisti medioevali importarono nell’Europa

Cristiana lo sviluppo della cultura Alchemica progredita nella civiltà Araba di quel periodo e ciò fu

comunque importante per lo sviluppo culturale successivo all’epoca medievale.

ALCHIMIA DELL’ELIXIR

ELIXIR

Nei testi alchemici tradotti dall'arabo il prodotto dell'opus viene talvolta denominato elixir, termine

la cui etimologia è incerta. Probabilmente deriva da una parola greca, che compare ad es. negli

scritti di Zosimo ad indicare la polvere di proiezione, ovvero quella sostanza che tinge il metallo

conferendogli le qualità sensibili dell'oro e realizzando così il fine della trasmutazione. La

perfezione dei metalli, che si ottiene proiettando l'elixir, veicola tuttavia un'idea più ampia di

perfezione della materia che nei testi ellenistici era stata talvolta considerata come metafora o

strumento della salvezza spirituale, mentre nell'alchimia islamica era stata accostata ad idee di

provenienza orientale, cinese (taoista) e/o indiana, sulla immortalità materiale, come ha mostrato

nei suoi studi Joseph Needham. Il recupero di tutta l'ampiezza di significato di questo termine,

enigmatico per gli alchimisti latini come molte delle altre parole-chiave dell'alchimia, avvenne

lentamente. Infatti solo agli inizi del XIV secolo troviamo dei testi d'alchimia (in special modo

quelli attribuiti a Raimondo Lullo e ad Arnaldo da Villanova) che esplicitamente mettono al centro

della propria ricerca l'elixir, inteso come agente della perfezione materiale sia dei metalli che del

corpo umano, in quanto capace di riequilibrare perfettamente la complessione di qualsiasi corpo

elementare con cui viene posto a contatto. Fra le sostanze impiegate per ottenere l'elixir figurano,

oltre ai metalli e ai minerali, materiali di origine organica, che già nel De anima in arte alchemiae

dello Pseudo-Avicenna entravano nella sua composizione col nome di 'pietra animale' e 'pietra

vegetale', assieme alla più ovvia 'pietra minerale'. Il Testamento di Morieno, del resto, diceva

chiaramente che il lapis (altro termine con cui l'agente della trasmutazione viene definito nei testi)

non è una pietra in senso letterale. Inoltre, l'oro stesso è utilizzato nella composizione dell'elixir

come 'seme' della perfezione che dev'essere ottenuta in maniera intenzionale e in quantità illimitata,

mentre in natura la sua presenza è scarsa e casuale. Per tutte queste ragioni l'idea di elixir viene a

coincidere con quella di un farmaco perfettissimo, e la possibilità di ottenerlo si basa su due

innovazioni nella pratica e nella dottrina alchemica che postulano la possibilità di un regresso alla

materia prima più radicale di quello reso possibile dalle operazioni dell'alchimia metallurgica: da

una parte la tecnica della distillazione, che si ritiene renda possibile scomporre i corpi materiali nei

quattro elementi dell'origine; dall'altra la teoria della materia elaborata per la prima volta da

Ruggero Bacone e ripresa dagli alchimisti del primo '300. Il confine fra la distillazione alchemica e

le ricerche sull'uso farmacologico del distillato di vino, che si stavano diffondendo negli ambienti

medici del tardo Duecento, è piuttosto fluttuante. La vera e propria fusione della distillazione

farmacologica con la dottrina alchemica dell'elixir avvenne però solo ad opera di Giovanni da

Rupescissa, che nel suo Liber de consideratione quintae essentiae (1351ca.) descrisse l'alcol del

vino ed i modi per ottenerlo e per confezionare con esso medicine potentissime, fra cui l'oro

potabile, dandogli il nome di quintessenza.

ORO POTABILE

Le virtù medicinali dell'oro, tramandate da una tradizione antichissima, erano confermate

dall'autorità del 'principe dei medici', Avicenna, il cui Canone costituì, a partire dal XIII secolo, il

testo di riferimento più autorevole nell'insegnamento della medicina. Quando cominciò a

diffondersi la preparazione dei vini medicinali (infusi di vino con sostanze medicamentose) non

sorprende perciò che si cominciasse a proporre la ricetta di un vino 'aurificato', in cui cioè era stata

tenuta in infusione una barretta d'oro, o foglie o limatura dello stesso metallo prezioso: fra i primi a

scriverne fu Arnaldo da Villanova, medico di sovrani e pontefici, ma anche autore - presunto - di

scritti alchemici. Questa preparazione poteva sostituire l'usanza di tenere dell'oro in bocca, o

comunque a contatto del corpo, per assorbirne appunto le virtù medicamentose, usanza che pare

fosse diffusa presso le corti, in particolare alla Curia papale, dove l'attenzione alla preservazione

della salute e della 'forma fisica' aveva raggiunto punte rilevanti nella seconda metà del '200.

Appare scontato, perciò, che il passo successivo nella ricerca farmacologica, quello che vede

Giovanni da Rupescissa identificare il prodotto della distillazione del vino con l'elixir alchemico

fonte di perfezione materiale e agente del prolungamento della vita, provocasse un raffinamento

anche nelle tecniche di preparazione dell'oro medicinale. E' anzi probabile che proprio il nesso fra

quintessenza ed elixir alchemico abbia favorito l'emergere, per un’affinità o prossimità di campo

semantico, dell'idea di una quintessenza dell'oro che Giovanni insegna a preparare con metodi, per

la verità, non molto dissimili da quelli attestati nella letteratura medica più tradizionale del tempo.

L'oro da utilizzare dev'essere però per Giovanni il 'lapis' prodotto alchemicamente: non quindi il

metallo prezioso quale si trova in natura, ma neppure quello ottenuto mediante l'uso di sostanze

corrosive (cioè con le tecniche dell'alchimia metallurgica); c'è una scelta ben precisa di un tipo di

operatività alchemica, che collega Giovanni a Ruggero Bacone attraverso gli scritti pseudolulliani e

arnaldiani - ma il problema se sia migliore l'oro naturale o quello artificiale non sarà con ciò

definitivamente risolto. La preparazione consiste in tecniche come il surriscaldamento di barre o

foglie o la calcinazione di polvere d'oro, la sua infusione in alcol di vino e la successiva

distillazione che dev'essere iterata molte volte per 'estrarre' dall'oro le sue virtù medicinali e

passarle, potenziate, al veicolo alcolico. Il farmaco così ottenuto era considerato una panacea;

ancora di più, la sua assunzione garantiva la preservazione del corpo dalla corruzione, e dunque

dall'invecchiamento, analogamente a quanto avveniva nell'alchimia taoista, in cui il farmaco

alchemico garantiva addirittura l'immortalità materiale.

QUINTESSENZA

L'idea che oltre ai quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) che compongono la materia sublunare

e che sono soggetti al moto di generazione e corruzione esistesse una quinta sostanza incorruttibile

era contenuta nel De caelo aristotelico, ed era nota nel Medioevo anche prima che quest'opera

venisse tradotta e introdotta nella cultura scolastica fra XII e XIII secolo. Tuttavia la quinta

sostanza, che Aristotele aveva chiamato etere, era considerata materia dei soli corpi celesti, dei

quali garantiva appunto l'incorruttibilità, sottolineandone il distacco incolmabile dal mondo

sublunare. Attraverso alcuni fondamentali testi ermetici ed alchemici tradotti dall'arabo, in

particolare la Tabula smaragdina e la Turba philosophorum, gli alchimisti ed i filosofi latini vennero

tuttavia a conoscenza di una diversa cosmologia, forse di origine presocratica, incentrata sulla

convertibilità cosmica dell'alto e del basso e su una teoria della materia che postulava l'origine della

realtà come ordinamento di una sostanza corporea analoga alla yle del Timeo platonico. Tale

sostanza era pensata come una massa materiale omogenea, che attraverso processi di rarefazione e

condensazione aveva dato vita ai quattro elementi della tradizione empedoclea. In questo contesto

ogni realtà materiale poteva venir pensata come trasformabile in qualsiasi altra, poiché l'opus

alchemico permetteva di raggiungere proprio questa materia prima. Non si sa ancora chi abbia

formulato l'idea della coincidenza della prima materia del cosmo con quella di una quintessenza

che, a differenza di quella aristotelica, non si trova in un mondo separato da quello degli elementi

ma costituisce il nucleo generativo di essi: Roberto Grossatesta verso il 1220 attribuì genericamente

questa idea agli alchimisti, ma una prima elaborazione cosmologica e alchemica si trova soltanto

nel Testamentum pseudolulliano, circa un secolo dopo. Sulla base di idee formulate già da Ruggero

Bacone, diventava così possibile concepire l'opus alchemico come una scomposizione della realtà

materiale composita che arrivava fino al ritrovamento della materia prima della creazione, non

identificabile con nessuno dei quattro elementi, ma matrice di tutti e di ciascuno, poiché da essa si

potevano ottenere tutti e quattro, e poteva esprimerne tutte le qualità, anche se contraddittorie tra

loro: per esempio bruciare (fuoco) ed essere liquida (acqua) nello stesso tempo. Ma un'acqua

ardente esisteva: era il prodotto della distillazione del vino, che aveva cominciato ad interessare gli

ambienti medici occidentali almeno dalla metà del '200. Fra i primi che ne scrissero, si annoverano

Taddeo Alderotti e Arnaldo da Villanova. E proprio da un ambiente vicino a quest'ultimo, sia

geograficamente (Catalogna, Francia del Sud) sia ideologicamente (medici e fraticelli spirituali),

provengono il già rammentato Testamentum e l'elaborazione di Giovanni da Rupescissa. Nel De

consideratione quintae essentiae (1351 ca.), scritto durante un periodo di prigionia ad Avignone

dovuta alle sue attività profetiche e spirituali, il francescano Giovanni da Rupescissa esalta le

qualità del prodotto della distillazione del vino, identificandolo con l'elixir, sostanza incorruttibile

prodotta dall'artificio umano, che dona incorruttibilità a tutto ciò con cui viene messa in contatto.

Chiamandolo per la prima volta quintessenza e 'coelum nostrum' Giovanni ne esplicita il carattere di

rottura con il taglio cosmologico fra cielo e terra che la fisica aristotelica e scolastica sosteneva.

Inoltre egli insegna a 'fissare le nostre stelle nel nostro cielo', e cioè a distillare infusi di erbe e

sostanze medicinali varie per ottenere farmaci in grado di guarire tendenzialmente tutte le malattie

che possono affliggere il corpo umano. Fra queste ne propone una principale, il 'sole', che si ottiene

distillando del vino in cui barrette o foglie o limatura d'oro sono state infuse: in questo modo

Giovanni insegna per primo la preparazione alchemica di un farmaco che diventerà celebre e

ricercatissimo per tutta l'età rinascimentale: l'oro potabile.

ALCHIMIA SPECULATIVA

Durante il periodo dello sviluppo del pensiero scientifico al’ epoca della Magna Grecia, l’alchimia

perse quel carattere di attività esoterica correlata strettamente a le concezioni astrologiche e pur

mantenendo i principi della antica alchimia ermetica quali, la correlazione tradizionale tra astri ed

elementi ed il principio comune alla alchimia di ogni epoca della ricerca della perfezione e della

purezza della materia contemporaneamente a quella del pensiero.

In quest'epoca l'alchimia sviluppò la sua dimensione speculativa interagendo con la cultura

scientifica e filosofica della Magna Grecia e pertanto l’alchimia accettò la concezione dei Quattro

elementi (Fuoco-Acqua-Aria e Terra), come fondamento della composizione di tutti i corpi, ma gli

alchimisti correlarono le proprietà di "Estensione e Contrazione" dell’aria e della Terra ai principi

attivi del Fuoco e dell’Acqua. Si ritenne pertanto che i quattro elementi non esistessero puri, in

quanto tutte le sostanze venivano ad essere combinazioni di tali proprietà elementari che ancora che

tendevano a svilupparsi verso la purezza dell’oro; genuinità che nel campo del pensiero cognitivo fu

oggettivamente associata all’idea della scoperta della "Pietra Filosofale". Quest’ultima è stata

interpretata come la chiave della comprensione della via della purezza, che può essere raggiunta

tramite salti di livello intuitivo detti "visio" (cioè di immaginazione o di rivelazione divina).

Il simbolismo attribuito ai "Quattro Elementi" fu il seguente:

FUOCO- Triangolo rivolto verso l'alto per indicare la proprietà di salire verso il cielo

ACQUA- Triangolo rivolto verso il basso per indicare la proprietà di discendere verso la terra

tagliato da un segmento, per indicare la capacità spontanea di estensione

ARIA- Triangolo rivolto verso l'alto tagliato da un segmento, per indicare la capacità spontanea di

estensione

TERRA- Triangolo rivolto verso il basso per indicare la capacità di cadere verso il basso.

Ai quattro elementi furono accoppiate le rispettive qualità, sensazioni e colori: Fuoco- caldo - luce-

rosso, Acqua -umido -liquido -blu, Aria- secco - gas - bianco, Terra - freddo - solido - nero.

I due elementi fluidi , aria ed acqua, vennero considerati i principali enti di trasferimento

rispettivamente del calore (fluido oscuro) e della luce (fluido luminoso), e vennero correlati

all'influsso (Energheja) del firmamento, che tramite il trasferimento del suo potere

di informazione (= capacità di dare forma alle cose), muove i venti ed il mare, determinando il

movimento e che generando i fulmini feconda la terra.

ALCHIMIA

FARMACOLOGICA E

L'ISLAM

Nel mondo arabo l’alchimia si sviluppò ponendo in chiara evidenza come l’intervento di

perfezionamento dell’uomo portava ad una maggiore perfezione dei prodotti artificiali alchemici

rispetto a quelli naturali.

Si deve agli alchimisti Arabi un grande sviluppo delle tecniche di distillazione con gli "alambicchi"

che utilizzarono perseguendo l’idea di tentare di estrarre lo "spirito" (il respiro vitale emesso dal

Sole che dà vita alle cose), che si riteneva esercitasse la funzione di legame per tenere assieme gli

elementi terreni e i frutti della terra.

L'alcool distillato dal vino e dalla frutta fu ad esempio ritenuto un elixir magico, in quanto

medicamento capace di curare dalle infezioni delle ferite ed anche vari altri mali.

Grande sviluppo ebbe l’Alchimia araba al tramonto dell'impero romano.

L'Islam dette un grande incremento alla civiltà mediterranea e riuscì a integrare sotto un nuovo

profilo concettuale la scienza classica di origine greca con la cultura orientale (dell'India e della

Cina).

In particolare ciò avvenne quando l'impero islamico realizzò il suo immenso dominio esteso

dall'India alla Persia al nord-Africa, e poi alla Sicilia e alla Spagna.

In quell'epoca fu al massimo fulgore la capitale dell'Islam, che si spostò da Damasco (661-750 d.C)

a Baghdad , dove con grande tolleranza culturale il Califfo Harum al-Rashid (786 - 809 a.C. detto

l'Illuminato, famoso per i riferimenti al suo tempo nel libro "Le Mille ed una Notte", iniziò a far

convergere le culture dei popoli conquistati per dar sviluppo alla "Casa della Sapienza" con una

grandiosa biblioteca e grande mecenatismo per i saggi di ogni provenienza culturale e religiosa.

In questo ambito l'alchimia Islamica fiorì sviluppando la così detta "via umida" (detta così a

differenza delle "via secca" che utilizza il fuoco per fondere sostanze omogenee e separarle da

quelle eterogenee).

Le nuove tecniche alchemiche condussero a scoprire molti acidi ed alcali e nuovi sali nonché liquori

medicamentosi utili a rendere più perfette le attività dell’essere umano. La finalità della "via umida"

fu quella di ricercare l’Elixir di lunga vita, ovvero "Oro-Liquido" oppure la "Medicina Vera ed

Universale", come estremo obbiettivo del perfezionamento della vita terrena.

Diversamente dal mondo Arabo l’Alchimia venne invece considerata "arte segreta" nella sponda

cristiana del mediterraneo, dove gli alchimisti furono normalmente considerati gente di malaffare,

stregoni dediti ad arti magiche ed occulte più che studiosi di scienza.

Contemporaneamente a Baghdad l'alchimia, libera da condanne e pregiudizi religiosi, iniziò a

prendere sviluppo come scienza e tecnica separando la propria cultura dalla magia.

Il più famoso alchimista arabo fu Giabin ibn Hayyan, che visse durante la seconda metà del VII sec.

d.C. e perfezionò il processo di distillazione costruendo nuovi tipi di alambicchi con cui ottenne

moltissimi altri "elixir" e "tinture" a base di alcool ed anche l'acqua distillata quale solvente esente

da impurezze.

La preparazione dell'alcool (la cui etimologia deriva da "al -ghul", che significa spirito del

demonio), fu permessa per uso medicinale nonostante che l'assunzione di bevande alcoliche fosse

proibita e punita con fermezza dal Corano. L'Alchimia Araba sviluppò processi tecnici artigianali di

grande rilevanza, tra essi la produzione della carta secondo metodi importati dalla alchimia cinese.

Già dal 793 d.C. fu realizzata a Baghdad la prima cartiera nella quale si ottenne una produzione

semi-industriale della carta da una pasta di fibre di canapa e di gelso, mescolate ad allume e colla,

che veniva levigata e ridotta a foglio e fatta seccare al sole.

La produzione della carta si diffuse rapidamente nel mondo islamico portando un forte contributo

alla stessa diffusione della cultura.

ALCHIMIA

METALLURGICA

LA PERFEZIONE DEI METALLI

L'idea che esistano metalli imperfetti e metalli perfetti è legata alla constatazione del fatto che, dei

sette metalli classificati sin dall'antichità, cinque (piombo, ferro, stagno, rame, mercurio) sono

soggetti alla corruzione, mentre due (argento, oro) sono incorruttibili, cioè non soggetti al

decadimento fisico prodotto dal tempo. La spiegazione di questa differenza viene tentata fin dai


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere (BRESCIA - MILANO)
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