Forme del ridere: polisemia del comico nelle lettere francesi
La produzione comica è stata considerata a lungo una manifestazione marginale alla produzione seria. È stata relegata per secoli a dimensioni basse dell’essere umano (es. collegamento alla sfera dell’alimentazione e a quella sessuale). Ricopre una funzione ricreativa e liberatoria più relegazione in momenti e spazi circoscritti (Es Carnevale: legittimazione di questa parte bassa in un momento specifico, prima di quello serio della Quaresima).
Si ride dell’espressione più bassa, del mostruoso anche per ostracizzarlo e condannarlo => per secoli il comico è stato utilizzato per celebrare i valori della classe dominante (es. nella commedia alla fine si ritrova un ordine: vd spesso matrimonio finale = legittima quei desideri che ci avevano fatto uscire dalla normalità).
Solitamente però il comico esce da questi confini; il ridere resta incontenibile ed inclassificabile; è questo del ridere che inquieta, per questo viene relegato e manipolato (in quanto fenomeno inquietante).
Eco e il nome della rosa
Ascolto di alcuni passaggi de “Il nome della rosa”: parte finale = Eco ha immaginato che il testo sul comico di Aristotele esistesse e che tutti gli omicidi (avvenuti precedentemente nel convento) siano avvenuti per impedire che questo testo divenisse noto. Per il frate l’episodio è risibile, futile, vano => ridere è un’espressione futile dell’uomo, è una perdita di tempo. Il fine dell’essere umano invece è acquisire sostanza. Dice anche che il riso deforma il viso e rende come le scimmie.
È vero che il riso deforma il viso => aspetto inquietante perché vengono a mancare tratti armonici => paragone con lo stato animale (degradazione). Peccato e degradazione.
L’altro (il protagonista, l’investigatore) gli risponde che le scimmie non ridono e poi cita Aristotele (“Il riso è proprio dell’uomo”) => al contrario trova nel riso il carattere proprio dell’uomo.
Il riso è proprio dell’uomo, perché l’animale non sa guardare le cose da lontano per poterne ridere; ha una reazione istintiva => non ha la distanza dalle cose che permette di riderne. Fa l’esempio del santo: sa prendere distanza dal martirio e dalla morte prendendosi gioco dei carnefici => il riso è ciò che ci rende consapevoli di ciò che accade e consapevoli di uno scarto (nel caso del santo nel momento del martirio si tratta della libertà di prendersi gioco di ciò che sta accadendo => in questo è superiore al suo carnefice).
L’ultimo incontro tra i due: l’investigatore ha capito ormai chi è il colpevole e si chiede perché il riso sia tanto pericoloso. Il riso è una grande occasione di libertà: riuscire a ridere di tutto è il primo passo per liberarsene; se impariamo a ridere di tutto non ci sarà più il timore di Dio => si finisce per non avere più fede.
Se invece il riso viene relegato alla zona bassa, se lo rinchiudiamo in un momento specifico, allora lo possiamo manipolare, circoscrivere e controllare. Ma se i saggi si occupano del riso => il riso è legittimato culturalmente e diventa una cultura alta è la fine => scompaiono ogni norma, codice o autorità.
La cultura contemporanea ha sottolineato l’aspetto ambivalente del riso: riso che comporta una distanziazione dalla verità, dalla norma, dalla bellezza ed è questa distanza a permettere libertà in tutti i sensi. Forza eversiva che può essere espressione di una cultura altissima. In questo senso il riso prevede una polisemia: problematicità che caratterizza tipicamente il riso.
Rabelais e il rinascimento
Rinascimento: riscoperta dell’uomo in tutti i suoi aspetti, anche nella sua capacità di ridere. Attenzione: il riso non era stato solo relegato e condannato nel Medioevo (nel Paradiso di Dante si ride) + nei grandi trattati dell’uomo ideale, nel galateo, anche rinascimentale, si sorride più che ridere. I rinascimentali riconoscono che il riso come espressione di disarmonia, disequilibrio => deturpa il viso => associazione ai folli.
Al contrario del Medioevo, però, il Rinascimento accetta l’idea che sia un’anomalia ciò che in verità permette all’uomo di crescere => accetta che ci siano percorsi alternativi attraverso cui arrivare alla verità. Qui è l’uomo con le sue capacità ad arrivare in alto (non è più Dio che si fa uomo, come nel Medioevo). Anche la follia è una di queste strade, quanto il riso.
C’è piena consapevolezza del fatto che il riso sia contemporaneamente inquietante ed affascinante. Viene costruita un’etimologia del riso. “Rideo” = rimando ad un’energia che scorre, ad un flusso che libera, scalda. Viene sottolineato che Omero utilizza il termine “ridere” riferendosi agli dei quando guardano Vulcano (zoppicante). Anche Vulcano è legato alla sfera di significato del calore e dell’energia, ma allo stesso tempo inquietante.
Già nella cultura greca c’è un’aneddotica del “morire dal ridere” (vd aspetto inquietante del ridere). In questo caso si ride di un difetto fisico del Dio, ma contemporaneamente sarebbe anche ciò che dà a Vulcano il suo potere e lo fa diventare Dio (gettato dalla madre). Questo Dio ha una serie di aspetti ambivalenti che girano intorno al suo difetto e di cui tutti ridono.
Gli studiosi del Rinascimento recuperano tutta questa polisemia. Poi c’è anche il tentativo di spiegare questa questione dal punto di vista medico: studiano come si esprime fisicamente il riso => lo collocano nel cuore, legato all’ambito della sensibilità e dalla soggettività. MA il riso è ancora in stretta relazione con le zone basse e con le parti del corpo legati agli istinti primari e sale => si fa del riso uno strumento di relazione fra le zone basse e quelle alte del corpo (rimane che viene dal basso).
È un flusso talmente potente da poter spossare l’uomo fino alla morte => pur essendo salutare nella visione medica, laddove ininterrotto priverebbe di energie. Il rinascimento è perfettamente consapevole del fatto che il riso sia contemporaneamente espressione sia della grandezza che della fragilità umane => l’oggetto di indagine è questa capacità tutta umana di esprimersi e la sua stessa dimensione superumana.
Il rinascimento avvicina riso alla tristezza ed alla malinconia (vd consapevolezza che tutto sia vano). Il trattato sul riso di Joubert (metà 1700-anni 20 1800) si chiude con una lettera che si attribuisce ad Ippocrate (370 a.C.) riguardante Democrito. Democrito, filosofo, rideva di tutto ed i suoi concittadini chiedono ad Ippocrate una diagnosi. Lui dice che si tratta del risultato della sua consapevolezza della vita => Democrito è in realtà un saggio. Di contro c’è la figura di Eraclito che piange di tutte le disgrazie => vi partecipa. Democrito invece vede a distanza le cose e le giudica nella loro vanità: ridere sarebbe il modo migliore per suscitare riflessione.
Rabelais: autore e tradizione letteraria
Rabelais è un autore difficilmente classificabile. I contemporanei hanno ammirato questa abbondanza linguistica, questa ricchezza (siamo in un momento in cui la lingua francese si sta arricchendo per porsi sul piano internazionale). Viene amato, diverte il pubblico meno colto e risponde anche alle esigenze di quello più colto. È stato ampiamente condannato, soprattutto dalla Chiesa (soprattutto i protestanti).
Nel Seicento viene meno amato: il classicismo non ama un autore così incontenibile, soprattutto in merito alla forma. È il Romanticismo a riscoprirlo (Victor Hugo); lo colloca nella tradizione epica: l’opera comprendeva la tradizione nazionale popolare ed epica che sarebbe espressione della vera tradizione francese MA che contemporaneamente ingloba la modernità della letteratura (soprattutto nella dimensione del riso).
Alla fine dell’Ottocento (periodo critico => positivismo, massima espressione della laicità) => Rabelais diventa punto di riferimento => forza della ragione contro i limiti di una cultura cattolica vista come stretta. Poi il Novecento lo ha indicato come autore di tradizione popolare che si oppone alla cultura alta = espressione della cultura altra del popolo (è Bachtin a vederlo così, Russia = vede nel Carnevale l’occasione della cultura popolare di rovesciare la cultura alta e il testo di Rabelais un’occasione per fare ciò). Prima Rabelais, soprattutto in Russia, era visto come un autore di testi indirizzati alla borghesia.
La tradizione letteraria su Rabelais
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Bachtin scrive “L'opera di Rabelais e la cultura popolare” (scritta durante la seconda guerra mondiale). Fu un’opera altamente criticata (non pubblicata fino al 1965). Il testo di Bachtin tratta dell’opera “Gargantua e Pantagruel”, affermando che questa sia stata interpretata erroneamente. Al di là del lato divertente dell’opera troveremmo due messaggi:
- Il carnevale viene identificato come istituzione sociale.
- Il corpo grottesco è un vero e proprio modo letterario.
- Carnevale = momento di temporanea liberazione, di capovolgimento degli equilibri, di sovvertimento dell’ordine e del regime feudale. Si tratta dell’espressione di un’esigenza umana (componente ideale dell’aspetto di capovolgimento del Carnevale), ma che nel Carnevale trovava la sua espressione concreta, trova uno spazio nella vita delle persone (componente reale). In questa occasione emerge la logica del mondo alla rovescia.
- È questa vitalità del Carnevale (primavera => rinascita) a renderlo un momento in cui tutto può essere sacro, nel momento in cui è profano => si tratta di un continuo rovesciamento (non una volta per tutte). La parodia carnevalesca del Medioevo è un rovesciamento continuo => non è distruttiva come quella del Novecento, cioè la parodia contemporanea a Bachtin (rovesciamento una volta per tutte). La parodia carnevalesca serve a rinnovare, a ridare vita all’ordine delle cose (ribaltamento temporaneo e continuo).
- L’opera di Bachtin è stata amata dai contemporanei, ma successivamente criticata. Bachtin infatti non aveva tenuto conto della natura profondamente rinascimentale dell’opera dell’autore (vd ricchezza ed abbondanza stilistica e linguistica).
- Il secondo aspetto dell’opera di Bachtin è la sua natura rinascimentale e quindi anche elitaria (vd Rabelais che non si rivolgeva solo al pubblico popolare per suscitare la risata, ma anche al pubblico colto perché, attraverso la risata, si arrivasse alla riflessione).
- La cultura del Rinascimento è una delle più elitarie mai esistite (si ricollega al mondo antico). È una tradizione che passa dai testi, dallo studio degli antichi e che trasmette l’idea che lo studio degli antichi garantisca la felicità.
- Rabelais è imbevuto di questa cultura. È istruito alla cultura antica ed anche a quella contemporanea => nel suo testo troviamo queste componenti. È stato anche influenzato dall’evangelismo = tentativo di recupero del messaggio originario, di una certa umiltà; il recupero di questo messaggio implica la lettura attenta dei testi sacri.
- Si è sostenuto che Rabelais volesse raggiungere un certo sincretismo = mettere insieme varie esperienze culturali senza entrare in contraddizione (es. poter far rivivere la tragedia di Sofocle in una corte di stampo cattolico => sposare il senso tragico dell’uomo antico con il sentimento moderno). Il sincretismo è uno dei grandi sogni del Rinascimento (recuperare modi diversi di dire la verità per arrivare al messaggio di sintesi).
- Tutto questo è un mondo che riguarda Rabelais e che Bachtin non aveva considerato.
- Cave (inglese) nel 1994 ha scritto un testo dedicato alla cornucopia (corno dell’abbondanza e della fertilità); per lui la letteratura rinascimentale francese è una fonte infinita di spunti, tradizioni, forme. Questo modo di vedere le cose spiegherebbe la scrittura debordante ed inesauribile di Rabelais. Nel Rinascimento si parte dal già detto per dire il nuovo => si attinge a tradizioni differenti contemporaneamente.
- La Cornucopia è proprio la lingua francese del Rinascimento: siamo in un momento in cui la lingua francese si sta affermando. Le corti francesi si stanno aggregando per determinare lo stato nazionale. Questa unità politica (intorno alla stirpe dei Valois) afferma anche una lingua nazionale.
- Già nel 1533 ci sarà un editto che obbliga a scrivere in francese tutti gli atti amministrativi => il latino diventa una lingua per eruditi e il francese la lingua dell’amministrazione.
- Questo francese però diventa la possibilità di una lingua che possa esprimere una grande letteratura (dato che era nata una grande nazione) => esplosione di inventiva linguistica = arricchimento di grecismi e latinismi. È un momento particolarmente felice per un autore come Rabelais: la lingua si inventa.
- Oltre a proporre una lingua, Rabelais propone anche una riflessione sulla lingua, sulla correlazione fra parola e realtà: per lui la parola può essere slegata dalla realtà. Spesso la riflessione rinascimentale è sul ripetersi della lingua che finisce alla fine per perdere di senso.
Biografia di Rabelais
Nato (nel 1484 o nel 1494) nei pressi di Tour (paesaggio di campagna). La sua famiglia è agiata + padre avvocato in una delle corti del re. È un momento di unificazione del paese => l’amministrazione ha grande importanza (formazione del diritto moderno) + la magistratura ha ampio potere decisionale, dialoga direttamente con il re.
Rabelais entra nell’ordine dei francescani: 1521 è nel convento di de La Baumette. Essendo francescano deduciamo un legame con la cultura popolare, con la pratica del discorso orale (francescani tipicamente grandi predicatori) + frequentazione delle sacre scritture obbligatoria.
L'incontro con Budé
Tramite un altro frate (Pierre Army), entra in contatto con Guillaume Budé (ellenista = studioso di greco). Budé è ambasciatore a Roma => contatto privilegiato con la cultura italiana (l’Italia era già stata protagonista di un processo di unificazione culturale e linguistica, circa un secolo prima con autori come Petrarca, Dante e Boccaccio => era il modello per la Francia di quel momento). Budé era a sua volta precedentemente entrato in contatto con Lascaris, storico di origine greca, aveva dovuto lasciare Bisanzio alla caduta dell’impero romano d’Oriente (1453).
Il re Francesco I vuole a corte Budé => vuole essere un principe all’italiana che vuole fare della cultura espressione del proprio potere. Promozione della letteratura (Budé trasporterà in Francia moltissimi testi provenienti dall’Italia e questi testi vengono conservati a Fontembelau e da questa piccola biblioteca nascerà la biblioteca nazionale francese).
Budé ha scritto anche il “De transitu Hellenismi ad Christianismum libri tres” (1534) = vede quanto della cultura greca possa passare nella cultura cristiana.
Rabelais si mette in contatto con lui (lettere in latino perfetto): troviamo già dell’ironia nelle lettere (si presenta come un giovane francescano umile che non sa scrivere in latino: all’epoca i francescani venivano spesso derisi in quanto ordine più ignorante). In realtà nella lettera c’è tutto: ci sono la finta modestia e la “captatio benevolentiae” all’inizio e c’è uno studio dei minimi particolari. Budé gli cede dei libri + nelle lettere suggerisce a Rabelais di continuare gli studi ma, velatamente, abbandonare l’ordine.
Ad un certo punto i francescani troveranno a Rabelais i testi dati da Budé e anche dei testi in greco. La lettura direttamente dal greco era proibita dalla Chiesa, la cui lingua ufficiale era il latino. Siamo nel tempo in cui Lutero sosteneva che il fedele possa accedere al testo sacro in greco ed anche in volgare ed interpretarlo; la Chiesa cattolica invece proibiva ciò e sosteneva che il testo sacro di riferimento dovesse essere lo stesso per tutti e non potessero esserci differenti interpretazioni o traduzioni.
Per capire in che periodo siamo: 1523, Erasmo da Rotterdam pubblicherà un commento al vangelo di Luca che farà scandalo => a ridosso di quegli anni è necessario togliere a Rabelais i libri (erano freschi di quello scandalo). A questo punto lui cambia ordine, entra nei benedettini (ordine più colto insieme a quello dei gesuiti).
Puy-Saint-Martin: abazia più ricca culturalmente rispetto a quella in cui si trovava precedentemente. Qui entra in contatto con degli umanisti che hanno fondato uno studio a Poitiers, uno di questi (Tiraqueau) incoraggia Rabelais nei suoi studi (sarà però tra quelli che condanneranno le opere di Rabelais successivamente). In questi anni Rabelais sviluppa anche una passione per la medicina.
Nel 1534: ormai la riforma si è diffusa in Francia ed alcuni protestanti riescono a tappezzare Parigi di “volantini” pro riforma, alcuni vengono attaccati alla camera del re. Lo stesso Francesco I (re molto aperto culturalmente ed aperto alla cultura interna della Chiesa) si spaventa.
A questo punto Francesco I decide per una politica più severa fino ad arrivare allo scoppio di una guerra civile religiosa (anni ’60) => rottura dell’esperienza di esperienza religiosa unitaria per la Francia. Alla fine Rabelais lascerà i benedettini e si iscriverà all’università: facoltà di medicina a Montpellier. Prima di finire gli studi si trasferisce a Lione per studiare anatomia. A Lione traduce gli aforismi di Ippocrate e traduce opere => fa l’umanista.
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