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Teatro greco

Grecia classica

Le cerimonie religiose, momento importante per la società greca, anticiparono lo sviluppo del teatro. In particolare, furono le cerimonie in onore di Dioniso, re dell'ebbrezza e della fertilità, ad avere un'influenza importante. Secondo gli storici, la tragedia ebbe origine dal ditirambo, inno cantato e danzato in onore di Dioniso da satiri e baccanti. Nello sviluppo storico, il ditirambo divenne una forma letteraria che narrava le storie degli eroi, in cui la musica era inframezzata da parti parlate. Fu l'attore Tespi del VI sec. a.C. a trasformare il ditirambo in una forma teatrale: egli interpretò un personaggio, che dialogava con il coro. Secondo teorie meno accreditate, furono narratori epici a trasformarsi progressivamente in attori. La commedia, invece, ebbe probabilmente origine dai canti fallici in onore di Dioniso (kòmos).

Il teatro divenne un momento essenziale delle più grandi feste in onore degli dei, le Grandi Dionisie di fine marzo. Esso rappresentava un momento di grande aggregazione collettiva e di confronto con i temi dell'esistenza. La tragedia venne introdotta nel 534 a.C. nelle celebrazioni e nel 486 a.C. vennero aggiunte anche la commedia e il dramma satiresco. Le rappresentazioni teatrali greche erano inserite in agoni drammatici, ovvero sfide in cui ogni autore proponeva una tetralogia (3 tragedie e 1 dramma satiresco) e in cui avvenivano premi (forse un capro, da cui tràgos, tragedia). Si trattava dunque di un momento di socialità cittadina, organizzato da un arconte e finanziato da un corago.

Il coro è una caratteristica essenziale della drammaturgia greca. In origine, esso aveva la funzione di esporre l'antefatto e descrivere alcune azioni fuori scena, ma soprattutto di commentare la situazione, interagendo con i personaggi. Il coro rappresenta l'“opinione collettiva” della società, ovvero gli spettatori. I coreuti danzavano e cantavano all'unisono i loro versi, accompagnati dalla musica di un flautista.

La drammaturgia attingeva i suoi soggetti dalla mitologia, fissata nella tradizione collettiva (di generazione in generazione). I primi drammaturghi di cui si conosce il nome furono Arione e Tespi.

Eschilo

Eschilo (525-456 a.C.) fu il primo a dare all'arte drammatica una forma specifica, separandola nettamente da canto, danza e narrazione epica. È dunque considerato il padre della drammaturgia greca. Ebbe uno stile poetico elevato e diede una struttura formale equilibrata. Il coro ha una funzione molto importante nei suoi drammi. Introdusse il secondo attore nella tragedia, creando i presupposti per il dialogo fra personaggi. Scrisse numerose opere e vinse il premio nel 484 a.C., ma solo sette sono giunte fino a noi.

Tra queste, ci è giunta una trilogia completa, l'unica che ci è rimasta del teatro greco, quella ispirata al mito degli Atridi (Agamennone e Menelao). In Agamennone, il protagonista torna vincitore dalla guerra di Troia, ma la schiava cieca Cassandra profetizza alcune sciagure. In effetti, Agamennone e Cassandra vengono uccisi dalla moglie Clitemnestra e dall'amante di lei Egisto. In Coefore (le portatrici di offerte votive), queste si recano sulla tomba di Agamennone preparando la vendetta di suo figlio Oreste, che uccide la madre ed Egisto. Egli deve però fuggire dalle dee Erinni, vendicatrici dei delitti di sangue. Infine, in Eumenidi (divinità benevole) Apollo interviene spiegando che Oreste ha diritto di vendicare il padre. Egli viene dunque assolto in tribunale e le Erinni vengono placate, divenendo Eumenidi.

Sofocle

Sofocle (496-406 a.C.) perfezionò la tecnica inventata da Eschilo, costruendo un intreccio sapiente che porta alla catastrofe finale. Egli, inoltre, approfondisce maggiormente il carattere dei personaggi e pone l'attenzione sull'individuo. Introdusse anche un maggior realismo nella scenografia e un terzo attore, cosicché i personaggi potessero interagire maggiormente. La sua tragedia più famosa è Edipo Re. Nell'antefatto, Edipo, figlio del re di Tebe, viene abbandonato perché un oracolo aveva terribilmente predetto che avrebbe in futuro ucciso il padre e sposato la madre. Il bambino viene trovato da un pastore e allevato dal re di Corinto. Tuttavia, venuto a sapere dell'oracolo, Edipo decide di abbandonare Corinto per evitare che la profezia si avverasse. In cammino, incontra e litiga con il proprio vero padre, che uccide. Giunto a Tebe, sposa la vedova Giocasta, che è in realtà sua madre. Inizia così la tragedia: Tebe è affetta da una pestilenza e gli dei spiegano che solo se l'assassino del re Laio verrà scovato la città sarà riportata alla pace. Il veggente Tiresia ipotizza che questi sia Edipo. Il coro si interroga su quale sia la verità. Edipo sperimenta via via varie notizie, che lo fanno passare continuamente dallo stato di sollievo allo stato di timore, come se fosse un racconto giallo. Infine, egli scopre tutta la verità. Il coro afferma che la vita è dolore e la felicità un'illusione, mentre un messaggero spiega che Giocasta si è uccisa e Edipo si è accecato, andando in esilio.

Nell'Antigone, la figlia di Edipo vorrebbe seppellire i fratelli che si sono uccisi a vicenda, contro le leggi dello stato e il volere di suo zio, il re Creonte, perché uno dei due, Polinice, era a capo di un esercito straniero contro la città. Antigone non desiste e viene condannata a morire chiusa in una grotta. Ella si impicca e anche il figlio di Creonte, promesso sposo, si uccide, seguito dalla madre. Creonte, rimasto solo, è distrutto dal dolore. La tragedia tratta così della contrapposizione tra legge naturale e legge dello stato.

Euripide

Euripide (480-406 a.C.) è il più moderno dei tre grandi tragediografi greci. Egli è più scettico nei confronti delle divinità e fornisce una maggiore umanità e verosimiglianza ai personaggi. Per aver mostrato gli dei simili agli uomini (con debolezze), fu accusato di immoralità. Egli accentua gli elementi spettacolari e affida spesso la risoluzione dei drammi ad un intervento divino, in un deus ex machina. Il coro tende a perdere la sua funzione originaria di “coscienza collettiva” e diviene un elemento esornativo e spettacolare. La sua reputazione crebbe dopo la morte. Ci sono giunte 18 opere delle 92 scritte, tra cui l'unico dramma satiresco greco pervenutoci, Il ciclope.

I personaggi di Euripide, specialmente quelli femminili, hanno una psicologia complessa e tormentata. La protagonista Medea è ripudiata dallo sposo Giasone e arriva al punto di uccidere i figli pur di punirlo. In Ippolito, la dea Afrodite fa innamorare del protagonista la sua matrigna Fedra, per punirlo della sua vocazione ad Artemide (dea rivale). Fedra, respinta, si uccide, ma lascia una lettera al marito Teseo accusando Ippolito di violenza. Teseo invoca Poseidone e il figlio muore. Infine, nelle Baccanti, Agave è una figura dolorosamente tragica.

Poetica di Aristotele

Il primo a cercare di definire le caratteristiche della tragedia greca fu Aristotele nella Poetica (335-320 a.C. circa), con un approccio sistematico. Egli individua sei elementi costitutivi della tragedia: l'intreccio (mythos), i caratteri, il pensiero, l'elocuzione (linguaggio), il canto e la messa in scena. Il modello che Aristotele prende ad esempio è quello del “dramma di crisi” (in particolare, prende come esempio Edipo Re di Sofocle): lo spettatore viene informato sugli eventi con un antefatto, dopodiché inizia l'azione che cresce di tensione rapidamente. Nel modello, ci sono pochi personaggi, una sola azione principale, un breve lasso di tempo e un solo luogo. I teorici rinascimentali interpreteranno in senso normativo la Poetica, individuando in “1 azione, 1 luogo, 1 tempo” le unità aristoteliche, in realtà mai teorizzate dal filosofo. L'eroe protagonista soffre, a causa di una colpa, di una responsabilità morale, di un difetto o di un errore. Aristotele crede che lo spettatore debba giungere attraverso la pietà e il terrore alla catarsi, la purificazione dalle emozioni. Tuttavia, è controverso se l'immedesimazione debba avvenire tramite il personaggio o tramite il coro.

La struttura della tragedia è molto simile nell'Antica Grecia: prologo – pàrodos (entrata del coro) – episodi / stasimi (danze del coro che intercalano gli episodi) – éxodos (uscita del coro).

Il dramma satiresco è un componimento comico-grottesco in cui agiscono eroi e satiri (creature mitologiche metà uomini e metà animali). La struttura è simile a quella della tragedia, di cui costituisce una sorta di parodia volgare. Essa aveva la funzione di allentare la tensione emotiva dopo la rappresentazione delle tragedie, abbassando il tono. Gli attori dei drammi satireschi indossavano una maschera con una barba ispida e assumevano pose oscene.

L'altra tipologia drammatica era la commedia. Il termine deriva forse da kòmos, il corteo festante che attraversava le città nei riti dionisiaci. La commedia antica è caratterizzata da intrecci originali, ambientazioni fantastiche e una forte satira politica (nei personaggi si potevano ravvisare veri uomini del tempo). Essa, contrariamente alla tragedia, aveva più personaggi, più tempi e più luoghi. La struttura era però simile a quella della tragedia (prologo, episodi e stasimi, esodo). L'episodio centrale nello sviluppo dell'azione è l'agone, in cui i personaggi si confrontano in un dibattito, esprimendo le proprie opinioni e visioni del mondo. Un altro momento importante è la parabasi, in cui il coro si rivolge direttamente agli spettatori, infrangendo l'illusione scenica e prendendo in giro alcune personalità importanti (es: autorità politiche in prima fila).

Ci sono giunte solo le opere di Aristofane. Aristofane (448-360 a.C.) scrive in un periodo di declino di Atene, in cui stava emergendo una tendenza imperialista. Egli utilizza le proprie commedie per criticare la società, ad esempio le guerre del Peloponneso. Impiega un linguaggio licenzioso e ricco di oscenità. Tra le sue opere, Nuvole, Uccelli, Lisistrata e Le rane.

Gli edifici teatrali

Per rappresentare le opere drammatiche greche, occorrevano spazi molto grandi, che potessero accogliere dai 15.000 ai 17.000 spettatori. Di solito, i teatri erano costruiti sul declivio di una collina, a cielo aperto (il sole veniva sfruttato per effetti di luce). A partire dal V sec. a.C., gli spettatori iniziarono a pagare il biglietto d'ingresso. Gli spettatori che vedevano meglio erano quelli sulle gradinate semicircolari, nel théatron (“luogo da cui si vede”), la cavea romana. Il fulcro dell'area scenica era l'orchestra, dove danzava il coro, che aveva una forma circolare in età classica e a ferro di cavallo in età ellenistica. Al centro dell'orchestra c'era un altare (carattere sacro). I cittadini più facoltosi sedevano più vicini all'orchestra. Un altro elemento era la skene, la baracca in legno in cui si cambiavano gli attori e la cui parte anteriore poteva servire da ambientazione generica. Sulla skene c'erano le porte per l'entrata e l'uscita degli spettatori. In seguito vennero aggiunte due strutture aggettanti ai lati, dette paraskenia, le cui porte erano dette parodoi (il coro entrava da lì). Gli attori recitavano forse su una piattaforma rialzata, il logheion (pulpitum romano) oppure nell'orchestra insieme al coro. Le donne probabilmente potevano assistere alle rappresentazioni, ma in zone separate. Le teorie che sono state fatte, in base a descrizioni storiche posteriori, non sono certe.

La scenografia

Lo sfondo generico delle tragedie era in genere il palazzo reale, anche se a volte l'ambientazione era differente. Le commedie necessitavano invece di più luoghi. Secondo Aristotele, fu Sofocle l'inventore della scenografia, una decorazione posta sulla skene. C'erano inoltre alcuni effetti speciali (mechané), tra cui la calata degli dei dall'alto per risolvere il conflitto (deus ex machina) e strumenti per trasportare i morti (ekkyklema).

Quando la tragedia prevedeva un solo attore, questo era il poeta (es: Tespi, Eschilo). Ogni attore recitava più parti. Tutti indossavano una maschera (che idealizzava il personaggio) e dei costumi piuttosto convenzionali: un chitone (lunga tunica) e un mantello, stivaletti bassi (coturni, più alti in età ellenistica). Gli attori comici vestivano invece in modo più quotidiano, ma esagerato in modo caricaturale (es: pance e sederi imbottiti, fallo esagerato). Poiché indossavano una maschera, gli attori dovevano veicolare i loro messaggi specialmente con l'uso del corpo (gesti) e la voce.

Gli autori drammatici sceglievano gli attori e gestivano la preparazione dello spettacolo, in una funzione proto-registica. In seguito, però, quando furono introdotti i premi, gli attori vennero sorteggiati, per garantire un'equa distribuzione dei talenti. Gli attori erano cittadini liberi e godevano di un grande prestigio (funzione civica e religiosa). In seguito, iniziarono ad essere professionisti più specializzati e divennero sempre più popolari, fino a raggiungere forme di divismo (III sec. a.C.).

Grecia ellenistica

Nel periodo dal 406 al 336 a.C. non emersero drammaturghi di grande rilievo. Alessandro Magno, conquistando molte terre, esportò l'arte e la cultura greca (tra cui il teatro) in molti luoghi. L'epoca ellenistica segnò però la perdita della centralità di Atene e il declino della polis. Gli spettacoli teatrali persero il loro carattere sacrale per divenire solo delle forme di intrattenimento.

Avvennero diversi mutamenti negli edifici. Le gradinate in pietra sostituirono i posti in legno. La skene fu ampliata e alzata. I paraskenia furono eliminati. L'orchestra, con la perdita della sacralità, iniziò a cambiare funzione, fino a divenire un'area destinata a spettatori illustri.

Gli attori, come accennato, assunsero una sempre maggiore importanza. L'interesse del pubblico era infatti diretto sempre più alla recitazione e alla spettacolarità. Vari attori divennero professionisti e nacquero anche le prime corporazioni. Essi venivano ingaggiati dai vari governi locali, anche come messaggeri e ambasciatori.

Emersero nuovi generi minori e popolari, staccati dalla tradizione religiosa, come il mimo, una performance molto legata all'uso del corpo in funzione spettacolare, comico e scurrile. Il mimo era inoltre l'unico genere in cui poteva recitare anche la donna. E le farse fliaciche, diffuse soprattutto nell'Italia meridionale: rappresentazioni a carattere popolare e volgare, comiche.

Menandro (342-291 a.C.) fu il drammaturgo più rilevante dell'epoca. Fu un commediografo e il suo genere, detto commedia nuova, segnò una grande differenza con la commedia classica di Aristofane. Egli abbandonò l'ambientazione fantastica e la satira politica, sviluppando temi più quotidiani e intrecci realistici ed elaborati (fraintendimenti, equivoci, casualità). La satira in questo caso prendeva di mira i vizi e le sregolatezze dei cittadini medi. Il coro perse la sua funzione vitale: interrompeva la rappresentazione proponendo canti e danze, ma non aveva più la funzione di “opinione pubblica”. Il modello della commedia nuova si affermò sia a Roma che nella moderna commedia. Tra le sue opere, Lo scudo, L'arbitrato, La ragazza tosata e La ragazza di Samo.

Teatro romano

L'apporto di Roma al teatro fu meno idealistico e più pratico: essi si concentrarono sulla commedia e le forme di intrattenimento più popolari (spettacoli di massa). Il teatro non rappresentava più un momento di confronto con i temi profondi o un culto delle origini. Diversi elementi concorsero a portare il teatro a Roma:

  • I riti religiosi degli etruschi, che comprendevano performance di danzatori, giocolieri e musicisti, nonché improvvisazioni comiche;
  • Ludi istituiti nella Roma monarchica per celebrare le divinità;
  • Ludi scenici istituiti nel 364 a.C. per far cessare una pestilenza. Dapprima una semplice danza etrusca, poi verso una forma più drammatica;
  • I generi teatrali popolari importati dall'Italia, come le atellane (improvvisazioni comiche), il fescennino etrusco (componimento scurrile e satirico) e la satura (“miscellanea” di azioni drammatiche, musica e canti, comici e seri);
  • I contatti con la cultura greca fra il 250 e il 150 a.C., di cui valorizzarono soprattutto le commedie.

I romani, così, si limitarono ad adattare le pratiche sceniche di varie culture, sviluppando un divertimento di massa. Essi, infatti, disponevano di molto tempo libero. I primi autori furono il commediografo Nevio e il tragediografo Livio Andronico, ma non ci sono giunte opere. I romani svilupparono la commedia nuova greca, adattandola e trasformandola in un genere molto popolare. Eliminarono il coro e aggiunsero invece un accompagnamento musicale (di origine etrusca). Svilupparono intrecci ricchi di equivoci e fraintendimenti.

Plauto

Plauto (254-184 a.C.) fu un autore arguto e talentuoso, il più popolare del tempo. Egli combinò elementi tipici delle farse italiote e della commedia nuova greca. Nelle sue opere, non è presente il coro e non c'è satira politica. L'azione è basata solitamente sull'amore tra due giovani che è impedito da qualche ostacolo (equivoci) e che alla fine può realizzarsi. I personaggi sono solitamente tipizzati: un padre babbeo, un figlio scapestrato, uno schiavo astuto e una cortigiana avida. Il linguaggio è ricco di contaminazioni popolari, di allusioni oscene e di giochi di parole. Nei Menaechmi (I due gemelli) sono stati separati da bambini e uno di essi è in procinto di g...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sofia_polly di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di teatro e spettacolo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Majorana Bernadette.
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