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Riassunto esame Fondamenti di semiotica, prof. Pisanty, libro consigliato Semiotica

Riassunto per l'esame di Fondamenti di semiotica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Semiotica", Valentina Pisanty. Tratta dei seguenti argomenti: modelli comunicazionali; segno come equivalenza e segno come inferenza; il segno in Saussure; che cos'è lo strutturalismo; la funzione segnica in Hjelmslev; la semiosi secondo Peirce; teoria dell'inferenza;... Vedi di più

Esame di Fondamenti di semiotica docente Prof. V. Pisanty

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svolto dal primo è perfettamente specualre a quello svolto dal secondo. L’azione di codifica è

insomma il reciproco della decodifica e viceversa. È difficile sostenere, in questo modello teorico,

che in condizioni di normalità, una volta appresso il codice, ci possa essere una disparità di

esecuzione tra l’una e l’altra operazione, al di là delle difficoltà di produrre un suono articolato.

FARE A MENO DEL CODICE: LA COMUNICAZIONE COME SESTO SENSO

La situazione appena delineata si pone fuori dal modello di Jakobson, il quale presuppone la previa

condivisione di un codice come condizione indispensabile dell’atto comunicativo. Ma vi sono anche

altre differenze. Stando ai modelli informazionali, oltre alla non condivisione del codice, l’unica

ragione che può far fallire la comunicazione è l’interferenza di un rumore lungo il canale. Se

tuttavia noi ricostuiamo il ragionamento formulato dall’interprete, ci rendiamo conto che le ragioni

che potrebbero condurlo a una “decodifica aberrante” del messaggio sono molteplici. Il fatto che

ogni volta che due esseri umani comunicano non si limitano a scambiarsi informazioni su ciò che

viene esplicitamente detto. L’interprete non solo recuper l’informazione che l’esecutore

esplicitamente gli fornisce, ma recupera anche tutta una serie di altri dati connessi a vario titolo

con il messaggio.Il fraintendimento è una parte costituente e ineludibile della comunicazione

umana, essendo una conseguenza diretta degli stessi meccanismi che permettono agli esseri

umani di comprendersi e non un increscioso incidente di percorso. Si può affermare che la

comunicazione umana è interpretativa per sua stessa natura, cioè non esiste nessuna strategia o

regola comunicativa che ne garantisca la riuscita, anche se tutti gli apparati coinvolti nel processo

funzionano a perfezioe. La comunicazione umana no npermette di individuare un algoritmo che la

descriva a priori, ma consente solo di ricostruire a posteriori come si suppone che siano andate le

cose. Lo scopo primario della comunicazione è di rendere la nostra rappresentazione della realtà

esterna sempre più adeguata alle nostre esiguenze di sopravvivenza. La comunicazione svolge la

stessa funzione delle operazioni messe in atto dagli organi di senso. Vedere, odorare, assaporare, e

così via, ci sono utili perché ci permettono di costruire una rappresentazione mentale il piú

possibile adeguata dell’ambiente circostante.

UN MODELLO INFERENZIALE DELLA COMUNICAZIONE

Il codice non è una condizione necessaria e sufficiente della comunicazione. Non è sufficiente,

perchè senza la nostra attività inferenziale la semplice condivisione di codice condurrebbe al

massimo a un mero scambio di dati, mentre abbiamo visto che la comunicazione tra esseri umani

non è riducibile a un meccanismo così elementare.Modello inferenziale: L’esecurore ha qualcosa

che vuole comunicare, un proprio sifnificato (Messaggio e). A partire da questo, l’esecutore attua

una strategia che gli permetta di conferire un carattere materiale al proprio pensiero (per renderlo

trasmissibile), e costruisce così un proprio segnale (Segnale e). Quindi, lancia il segnale lugno il

canale. L’apparato ricettivo dell’interprete viene sollecitato da quell’oggetto material ma, essendo

esso (l’apparato ricettivo) un dispositivo individuale, l’interprete capterà gli stimoli in modo

idiosincratico, trasformandoli nel segnale dell’interprete(segnale i). A questo punto, l’interprete

cercherà di individuare una strategia con la quale spiegare il perchè del comportamento

dell’esecutore. Cercherà di ipotizzare cosa l’esecutore abbia verosimilmente voluto comunicargli/le

in quella determinata occasione, ottenendo così nuovamente un significato –in questo cso il

messaggio dell’interprete (messaggio i). Il segnale i fornisce delle indicazioni per la strategia

interpretativa, ma vi pone dei limiti, e di conseguenza indirizza l’interprete a costruire il proprio

messaggio (messaggio i). Secondo questo modello, la comunicazione può dirsi riuscita se

Messaggio e e messaggio i sono ragionevolmente simili: maggiore è la somiglianza, più accurata

sarà la comunicazione. Novità da questo modello Scompare la nozione di codice, la quale si

trasferice nelle pieghe più o meno riposte delle due strategie (comunicativa e interpretativa)

attuate rispettivamente dall’esecutore e dall’interprete: il primo per cercare di plasmare nel modo

desiderato le cognizioni dell’interprete, il secondo per cercare di capire le strategie dell’esecutore in

modo da reagire adeguatamente (rispetto a determinati scopi) a essi. Tanto più personale e inedita

sarà la strategia dell’esecutore, tanto più faticoso e creativo sarà il lavoro che l’interprete dovrà

intraprendere, soprattutto se vorrà cercare di risalire alle presunte intenzioni comunicative

dell’esecutore in generale, o del parlante nel caso particolare della comunicazione linguistica. La

comunicazione non è sempre un fenomeno intenzionale: vi sono diversi livelli, più o meno

intenzionali, di comunicazione. Dobbiamo concludere che più si comunica meglio si comunica? In

un certo senso sì: come per tutte le cose umane, più si fa pratica di una certa attività e più questa

resulterà facile da svolgere. M esiste anche un rovescio della medagli. Quanto più si comunica con

una persona, tanto più si cristallizzano certe pratiche comunicative e interpretative. Man mano che

le azioni si automatizzano, si tendo a non prestare più attenzione a cose che prima erano

altamente rilevanti, con conseguente aumento di possibilità di commettere un errore e quindi un

incidente, ed è per questo che alla lunga la possibilità di fraintendimento aumenta anzichè

diminuire. Un altro aspetto che il modello inferenziale pone in evidenza è che non è sempre facile

stabilire s un oscambio comunicativo abbia avuto successo oppure no. Non c’è un criterio infallibile

per decretare il successo di un atto comunicativo e n on è neppure possibile ridurre l’esito della

comunicazione alla mera dicotomia tra comprendere e non comprendere. La comunicazione non

funziona sul principio on/off: non è questione di comunicare o di non comunicare, ma è una

question di gradi. Quanto più il messaggio i risulterà simile al messaggio e, tanto più si potrà dire

che l’interprete abbia compreso ciò che voleva comunicare l’esecutore.

UNA DEFINIZIONE COGNITIVAMENTE PLAUSIBILE DI COMUNICAZIONE.

Gran parte della comunicazione umana non è spiegabile nei termini di un mero processo di

codifica-decodifica a partire da sistemi di significazione condivisi. Sicuramente non è spiegabile in

questi termini la comunicazione che avviene fuori dalle regole semantiche, come nel caso di buona

parte della comunicazione gestuale.

L’AMBIENTE COGNITIVO

La comunicazione ha come funzione primaria la cognizione: chi comunica vuole plasmare o

intaccare le cognizioni del proprio destinatario. Gli apparati per il trattamento dell’informazione

dovrano essere forniti di una memoria a lungo e a breve termine, nochè di un ambiente di lavoro,

di un luego in cui fare reagire le nuove informazioni in entrata con parte delle conoscenze già

registrate in memoria. Chiameremo questo ambiente di lavoro ambiente cognitivo, l’insieme dei

fatti mantenuti attivi in un determinato momento da un appartato per il trattamento

dell’infromazione, e che, per questa ragione, chiameremo fatti manifesti. Un fatto si dice manifesto

in un determinato momento per un determinato individuo se e solo se questo individuo è capace

en quel momento di rappresentarsi mentalemete questo fatto e di accettare la sua

rappresentazione come vera o probabilmente vera. È possibile ottenere le informazioni attraverso

la percezione del mondo, ma anche attraverso la comunicazione, oppure per inferenza da fatti già

presenti nel proprio ambiente cognitivo. Tutti i fatti che riempono la mente di un particolare

individuo in un determinato memento costituiscono l’ambiente cognitivo di quell’individuo, ma non

tutti i fatti registrati nei diveri tipi di memoria fanno parte dell’ambiente cognitivo, bensì solo quelli

che si riesce a rappresentare in quel determinato momento. L’ambiente cognitivo è suscettibile di

continue variazioni, esattamente, come varia in continuzione l’insieme di pensieri che affollano la

nostra mente.

COMUNICAZIONE E COMPRENSIONE

Comunicare significa tentare di intaccare l’ambiente cognitivo di un individuo, e comprendere

significa cercare di rendere manifesti a se stessi i fatti che prima non lo erano. Queste due pratiche

si possono avere separatamente, sebbene nella maggior parte dei casi siano concomitanti. Esse

non devono necessariamente essere speculari, ma possono anche essere molto diverse tra loro.

L’effetto del comunicare è quello di portare alla consapevolezza di un individuo qualcosa che prima

non lo era, o perchè non era già iscritto nei dispositivi mnemonici di quell’individuo, o perchè era

iscritto, ma non era cosciente in quel determinato momento. Lo scopo primario della

comunicazione benchè non l’unico, è di rendere più adeguata la nostra rappresentazione della

realtà, e questo al fine di aumentare le nostre opportunità di sopravvivenza nell’ambiente in cui ci

muoviamo.

COMUNICAZIONE ININTENZIONALE E COMUNICAZIONE INTENZIONALE

Ci sono comunicazione determinate dall’intenzione consapevole di informare qualcuno di qualcosa

e comunicazioni che non sono determinate da alcuna volontà comunicativa.Le comunicazioni non

intenzionali sono estremamente comuni in tutta la nostra attività di interpretazione quotidiana del

mondo esterno e dei comportamenti altrui.Non è possibile non comunicare. Qualunque situazione

interattiva tra esseri umani implica una qualche forma di comunicazione, intenzionale o

inintenzionale che sia. Anche se in una situazione sociale si decide di non comunicare di fatto si

comunica qualcosa, non fosse altro che la propria determinazione a non comunicare. Ora, però, se

è vero che qualsiasi comportamento può essere interpretato da qualcuno come una forma di

comunicazione, no è vero che tutti i comportamenti siano intesi da chi li produce come fatti

comunicativi. Comunicazione inintenzionale: tutti quei comportamenti che intaccano l’ambiente

cognitivo di un interprete e che vengono realizzati senza una specifica intenzione comunicativa da

parte dell’esecutore. Comunicazione intenzionale: tutti quei comportamenti che vengono realizzati

con il precipuo scopo di intacare l’ambiente cognitivo di qualcuno.

COMUNICAZIONE STANDARIZZATA E COMUNICAZIONE NON STANDARIZZATA

Se la comunicazione è divisibile in intenzionale e inintenzionale, la comunicazione intenzionale è

ulteriormente scindibile in comunicazione standarizzata e comunicazione non standarizzata.La

comunicazione standarizzata fa uso in modo predominante di strumenti comunicativi convenzionali,

quindi organizzati al loro interno secondo le regole di uno o più codici, cioè di insiemi di norme

socialmente condivise che ne regolano la realizzazione. Al contrario, la comunicazione non

standarizzata è prodotta in modo immedato e spontaneo, e di solito non si ripete nel tempo, salvo

nei casi in cui, con il tempo, subisca un processo di standarizzazione.Si potrebbe disegnare una

sorta di alber della comunicazione: Sia la comunicazione intenzionale standarizzata sia la

comunicazione intenzionale non standarizzata possono essere realizzate con strumenti che

sfruttano le differenti capacità sensoriali e articolarie umane. Così, un enunciato linguistico sfrutta

la capacita squisitamente umana di articolare suoni e la facoltà percettiva dell’udito.Nelle

interazioni comunicative difficilmente gli esseri umani utilizzano una sola modalità per volta: più

spesso i diversi canali comunicativi vengono utilizzati contemporaneamente al fine, da un lato, di

raffinare, rafforzare e rendere più semanticamente complesso il proprio segnale, e, dall’altro, di

indirizzare l’interpretazione nel senso voluto, arricchendo il segnale di ulteriori indizi, a volte anche

ridondanti, e realizzando così un testo altamente sincretico.

CAPITOLO 2. SEGNO

2.1. LA RELAZIONE DI RINVIO

Il segno è qualcosa che sta per (al posto di) qualcos’altro. Il qualcosa che fa da supporto

espressivo al segno è un fenomeno percepibile, una manifestazione o una traccioa sensibile che

rimanda a qualcos’altro. Laddove il qualcosa è presente, il qualcos’altro è assente, nel senso che

non è direttamente accessibile ai sensi, ma va ricostruito a partire proprio da quel qualcosa che

appare.

CAPITOLO 3. LINGUA, CODICE ED ENCICLOPEDIA

.1. ESPRESSIONE E CONTENUTO

Una prima caratteristica della lingua è il fatto di mettere in rapporto una serie di significanti con

una serie di significati. I diversi sifnificanti intrattengono relazioni reciproche, delimitandosi l’un

l’altro e manifestando in ciò un principio di organizzazione interna. Louis Trolle Hjelmslev ha

sviluppato un simile modello di lingua come struttura.Principio di immaneza, ovvero del principio

secondo cui la lingua va studiata in sé per sé, independentemente da qualunque fattore

estralinguistico, come il contesto sociale e culturale, l’identitá e la psicologia dei parlanti e degli

ascoltatori, o i rapporti tra la lingua e il modno esterno. L’obiettivo è di formulare una teoria

lingusitca che identifichi la struttura specifica della lingua senza ricorrere a premesse

extralinguistiche. Hjelmslev riformula la definizione saussuriana di segno , ribattezzandola funzione

segnica. I due funtivi della funzione segnica sono Espressione e Contenuto, i quali sostituiscono il

significante e il significato di Saussure. Precisa Hjelmslev: “un’espressione è espressione solo

grazie al fatto che è espressione di un contenuto, e un contenuto è un contenuto solo grazie al

fatto che è contenuto di una espressione. In altre parole, sia l’espressione sia il contenuto si

definiscono esclusivamente in base al loro essere funtivi l’uno dell’altro, ed entrambi rispetto alla

funzione segnica complessivamente intesa. Funzione segnica: Sul piano dell’Espressione si

dispiegano i significanti, con le loro regole di correlazione e giustaposizione, mentre su quello del

contenuto si dispongono i significati, anch’essi con le loro regole di correlazione e di

giustapposizione. Tutti i sistemi comunicativi presentano entrambi piani, i quali sono interipendenti

così come lo erano le due facce del segno saussuriano.

3.1.1. MATERIA, FORMA E SOSTANZA

Hjelmslev riprende l’opposizione saussuriana tra langue e parole per distinguere tra due strati del

linguaggio, che egli chaima forma e sostanza. La forma (vedi langue) è “la costante in una

manifestazione”, laddove la sostanza (vedi parole) ne è la variabile. La forma è il sistema astatto

dei tipi dell’Espressione e dei tipi del Contenuto, mentre la sostanza corrisponde alla realizzazione

materiale degli elementi dei due piani. Esiste una forma e una sostanza dell’espressione: la forma

è la matrice opposizionale la quale può essere descritta in termini puramente differenziali, senza

ricorrere ad acluna premessa extralinguistica. La sostanza è invece l’insieme dei fenomeni

espressivi concreti che corrispondono agli effettivi suoni articolati dalla voce. Analogamente

sull’altro piano del linguaggio si dovrebbe poter distinguere tra una forma del Contenuto e una o

più sostanze del Contenuto.La coppia forma/sostanza fa perno su un terzo elemento: la materia.

La materia corrisponde all’universo non ancora simiotizzato, non aconra perinentizzato, e

comprende sia gli stati fisici del mondo sia gli stati psichici. È il fattore comune a ogni lingua. Gli

strati del linguaggio:

3.1.2. LINGUAGGI RISTRETTI E LINGUAGGI LINGUISTICI

Un linguaggio non ristretto o “linguistico” può essere usato per veicolare ogni significato possibile,

laddove i linguaggi ristretti, come le formule matematiche, si adattano solo a una classe definita di

significati.

SISTEMA E PROCESSO

Sull’asse del processo si dispongono i vari elementi che formano la catena del sintagma: le parole

si concatenano per formare le frasi e i periodi, aggregandosi tar loro per dar luogo a sintagmi

sempre piú estesi e complessi. Sull’asse del sistema si dispiegano gli elementi che potrebbero stare

al posto dell’elemento effettivamente presente in quella particolare posizione del sintagma. L’asse

del processo e l’asse del sistema: Attenzione: è facile confondere la copppia sistema/processo con

la dicotomia forma/sostanza. La nozione di processo (o sintagma) coincide con la nozione di testo,

dove per testo Hjelmslev intende, per l’appunto, un processo linguistico, ossia una particolare

disposizione di elementi linguistici.

3.2.1. REGGENZA E COMBINAZIONE

Quando un elemento del processo stringe una relazione di reggenza con un altro elemento del

processo, ciò significa che la presenza del primo elemento implica necessariamente la presenza

dell’altro. Quando invece due elementi si susseguono senza che uno implichi necessariamente

l’altro, si parla di combinazione. Le combinazioni sono dipendenze più libere, in cui i due termini

sono compatibili, ma nessuno dei due presuppone l’altro. La stessa distinzione tra reggensa e

combinazione si applica al piano del Contenuto.Analizzare un testo in questa prospettiva significa

ricostruire il sistema di divieti e di accostamenti più o meno obbligatori presupposti dal codice

soggiacente.

3.3. DAL PROCESSO AL SISTEMA

Obiettivo ultimo della dottrina hjelmsleviana è analizzare la lingua in quanto struttura,

somontandone l’ingranaggio fino a individuarne le parti costitutive, e ricostruendo le relazioni che

tali parti intrattengono le une con le altre e ciascuna con la struttura complessivamente intesa.

L’unico modo per accedre alla lingua è attraverso l’analisi dei testi, i quali realizzano le possibilità

combinatorie che la lingua mette a disposizione di chi ne fa uso.Hjelmslev propone un metodo di

analisi che scomponga tali testi nelle loro parti cosntituenti attraverso una procedura deduttiva che

sia quanto più rigorosa possibile. Hjelmslev chiama tale scomposizione del processo partizione.La

prima partizione da compiere è quella che distingue tra i due piani (espressione e contenuto) del

sintagma.Per ciascun piano del linguaggio l’analisi procedrà attraverso diveri stadi, ognuno dei

quali si concluderà con l’individuazione di un elenco di elementi invarianti di taglia sempre minore.

Hjelmslev chiama figure le invarianti più piccole che costituiscono l’inventario degli elementi minimi

di ciascuno dei due piani. Al termine dell’analisi, perciò, si dovrebbe giungere a individuare le

figure dell’Espressione e le figure del contenuto. L’ipotesi de Hjelmslev è che a ogni stadio del

complesso d’analisi il numero degli elementi costanti si sfoltisca. Compresso d’analisi:

3.3.1. I PARADIGMI

L’insieme degli elementi che possono occupare la medesima posizione in un processo, cioè i singoli

inventari delle singole posizioni, è chiamato paradigma. Da un insieme disorganizzato di elementi

del piano dell’espressione, ricavati dalla prima analisi del processo, attraverso un’ulteriore analisi, si

è riusciti a organizzarli in un insieme oridnato di paradigmi.

3.3.2. LA COMMUTAZIONE

Traini: “ se i cambiamenti introdotti su un piano del linguaggio provocano trasformazioni sull’altro

piano, siamo in presenza di una mutazione e diremo che l’elemento in questione è invariente. Se i

cambiamenti introdotti su un piano non provocano trasformazioni sull’altro piano, allora siamo in

presenza di una sostituzione e diremo che l’elemento sostituito è una variante del sistema. Questo

significa che tra la relazione paradigmatica stretta sul piano dell’espressione tra tutti i prefissi e

quella stretta sul piano del contenuto tra tutte le città esiste una relazione di secondo ordine, cioè

una relazione tra relazioni, che unisce la relazione pradigmatica tra due o più elementi di unpiano

con la relazione paradimatica di due o più categorie dell’altro piano. Questa relazione di secondo

ordine è appunto la commutazione.

3.3.3 LA DOPPIA ARTICOLAZIONE

Il codice linguistico si organizza secondo il principio della doppia articolazione, dove i morfemi (le

unità minime dell’espressione fornite di significato) sono gli elementi di prima articolazione e i

fonemi sono gli elementi di seconda articolazione. Grazie alla doppia articolazione, il sistema

espressivo del codice lingusitco offre la possibilità di combinare una trentina di unità sfornite di

significato (i fonemi) per produrre un numero indefinito di unità fornite di sifnificato, che,

combinandosi tra loro romano a loro volta un numero infinito di frasi.Non tutti i codici funzionano

secondo il principio della doppia articolazione.

3.3.4. LE FIGURE

Figure dell’espressione e figure del contenuto sono gli elementi minimi dei due piani. Applicata al

piano del contenuto, la prova di commutazione consisterà nell’introdurre una trasformazione

semantica nel sintagma per vedere se tale trasformazione provochi un cambiamento sul piano

dell’espressione. Come ha osservato Eco, la matrice di Hjelmslev consente di spiegare alguni

fenomeni semantici, come la sinonimia, la diferenza, l’iperonimia e l’implicazione semantica. In

breve, il modello hjelmsleviano permette di agganciare i significati dei termini gli uni agli altri in

maniera univoca, evidenziando la rete di relazioni che, a un certo livello di analisi, li tiene insieme.

3.3.5. I PRIMITIVI SEMANTICI

Un sistema del contenuto che , come da progetto hjelmsleviano, riproducesse le caratteristiche

strutturali del sistema dell’espressione dovrebbe riuscire a definire tutti i significati di una lingua e

non solo una porzione ristrettissima di essi. Ma allora le figure necessarie per delimitare e

differenziare le unità di contenuto che compongono l’interno lessico della lingua finiscono per

moltepricaris indefinitamente, vanificando il tentativo di ricondurre il piano del contenuto a un

pacchetto chiuso e ristretto di figure del contenuto. Il sistema semantico non è riducibile a un

inventario chiuso di primitivi e non vi sono elementi, sul piano del contenuto, che svolgano quel

ruolo di “mattoni primi” che i fonemi svolgono sui piano dell’espressione.

3.3.6. LE SEMANTICHE A TRATTI

A partire da questa matrice(pag.160), il significato di ciascun termine si definisce in rapporto alla

presenza o all’assenza di una serie di tratti che lo differenziano rispetto agli altri termini della

griglia. Se potrebbe allora tentare di scomporre i significati delle singole parole nei tratti semantici

che concorrono a definirle. Tutti i tratti che concorrono alla definizione del significato di un termine

sono esattamente quelli che servono per definirlo: nessun tratto può venire cancellato e nessuno

può essere aggiutno. Un’altra obiezione che si può rivolgere al modello delle CNS è che, in base a

tale modello, le categorie di oggetti designabili da ciascun termine non dobrebbero poter avere

contorni sfumati, ma dovrebbero presentare confini netti.

3.4. DAL DIZIONARIO ALL’ENCICLOPEDIA

Alla base dei modelli dei primitivi semantici e delle semantiche a tratti vi è assunto comune che sia

possibile distinguere tra due repertori distinti delle nostre conosceze: le conoscenze della lingua e

le conoscenze del mondo. Diversamete dalle conoscenze del mondo, le conoscenze della lingua

dovrebbero far capo a stutture chiuse di tratti semantici che il linguista dovrebbe essere in grado di

identificare e definire in modo univoco. Eco 1984 si riferisce a questi modelli con l’espressione

“semantiche a dizionario”. Le proprietà dizionariali sarebbero quelle che ci permettono di

decodificare le frasi contenenti la parola tigre e, di conseguenza, sarebbero incancellabili (CNS),

pena l’imposibilità di assegnare a questa parola il proprio significato linguistico, mentre le proprietà

enciclopediche sarebbero quelle che si possono cancellare o ignorare senza per questo

pregiudicare la disambiguazzione semantic adella parola.

3.4.1.L’ENCICLOPEDIA COME POSTULATO SEMIOTICO

Eco elabora la sua nozione di Enciclopedia, in aperta contrapposizione rispetto alle semantiche di

tipo dizionariale (cns). Constata l’imposibilità di ridurre le unità di Contenuto (sememi) a un

pachetto chiuso di marche semantiche strettamente dizionariali (principio di immanenza), si prende

atto che ogni marca con cui si può definire un certo semema è a sua volta un semema definibilie

attraverso altre marche. Così concepite, le marche semantiche di cui parlavano gli strutturalisti

assumono le sembianze dell’interpretante peirciano “sotto qualche rispetto o capacità”. Ne

consegue che l’enciclopedia è dominata dal principio della semiosi illimitata e della fuga senza fine

degli interpretanti, pricipio che annulla la distinzione tra linguaggio-oggetto e metalinguaggio

descritivo. Eco definisce l’Enciclopedia come una sorta di rete polidimensionale, dotata di proprietà

topologiche, dove i percorsi si accorciano e si allungano e ogni termine acquista vicinaze con altri,

attraverso scorciatoie e contatti immediati, rimanendo nel contempo legato a tutti gli altri secondo

relazioni sempre mutevoli. L’Enciclopedia può essere concepita come una sorta di immensa e

ideale biblioteca di ispirazione borgesiana, un archivio multimediale nel quale si trovano in

aggregazioni irregolari, tutte le conoscenze virutalmente accessibili in forma di catene variamente

intrecciate di interpretanti. L’Enciclopedia assume l’aspetto di un groviglio di nodi per certi versi

paragonabile alla rete di link ipertestuali del World Wide Web. La metafora spaziale che Eco

impiega per rendere l’idea di questa struttura aperta, polidimensionale e fluida è quella del rizoma,

una configurazione caleidoscopica e immensamente complerssa di conessioni. L’Enciclopedia si

trasforma nel tempo, per effetto di nuove esperienze, di nuovi testi e della produzione incessante

di nuovi cortocircuiti tra i vari punti dello spazio semantico globale.

3.4.2. LE MOLTE ENCICLOPEDIE

Distinguiamo perciò tra enciclopedia globale, intesa come insieme –di per sé irrapresentabile- di

tuti gli interpretanti registrati da una data cultura, e la coompetenza enciclopedica posseduta in

misura variabile da ciascun individuo. Per potere impiegare il concetto di competenza enciclopedica

nell’ambito di queste teorie della comunicazione, occorre postulare che i soggetti comunicanti

condividano porzioni più o meno ampie dell’Enciclopedia globale. Diventa perciò utile poter

distinguere tra diverse porzioni dell’Enciclopedia che si suppongono essere condivise da gruppi più

o meno estesi di persone. Le enciclopedie locali possono essere di varia estensione, sia nel senso

che possono riguardare campi semantici più o meno vasti, sia nel senso che possono essere

condivise da gruppi più o meno allargati di persone. La stessa appartenza a una determinata

comunità lingusitica presuppone un’Enciclopedia media fatta di conoscenze, di credenze e di regole

per l’azione pratica, il cui possesso è la condizione necessaria per potersi riconoscere come membri

a pieno titolo di tale colletività. Ma la stessa Enciclopledia media, se osservata più da vicino, è il

prodotto dell’interazione tra innumerevoli Enciclopedie individuali, le quasi si confrontano e si

intersecano durante i concreti processi comunicativi.

3.4.3. TESTO ED ENCICLOPEDIA

Una teoria semiotica che adotti l’Enciclopedia come propria ipotesi regolativa rinunci in partenza

all’obiettivo di rappresentare il piano del contenuto in modo esaustivo.

Ogni testo o discorso circoscrive infatti un’area di consenso (che Eco, con Peirce, chiama universo

di discorso o anche topic) entro la quale il discorso stesso si muove, stabilendo quali zone

dell’Enciclopedia debbano essere attivate per garantire il buon andamento dell’interazione

comunicativa e quali invece vadano temporalmente messe tra parentesi in quanto non peritnenti in

quel particolare contesto. Nell’istante in cui riconosce l’argomento su cui verte il testo che ha di

fronte, l’interprete è in grado di “sfondare” la rappresentazione enciclopedica dei vari termini che

compongono il testo stesso, selezionando per ciascuno solo quei percorsi di senso che si

dimostrano compatibili con il topic individuato. La scelta del topic seleziona la porzione di

competenza enciclopedica richiesta per disambiguare la frase, orientando al contempo la selezione

delle proprietà semantiche da assegnare ai sememi che la compongono. La scelta del topic è resa

possibile dagli indizi supplementari che l’interprete ricava dalle circostanze ei enunziazione in cui

avviene lo scambio comunicativo e dal cotesto, ossia da ciò che precede e segue la frase nel flusso

del discorso. In assenza di indicazioni supplementari circa le circostanze di enunziazione e/o il co-

testo in cui la frase è inserita, quest’ultima sia priva di significato. A questo proposito, vi sono

teorie del testo le quali negano la possibilità di stabilire il significato di un termine o di un sintagma

a prescindere dall’effettiva situazione enunciativa in cui esso viene proferito. A questa famiglia di

teorie testuali, Ecco contrappone le cosiddette “teoria di seconda generazione” , le quali pongono

dei “punti di raccordo tra uno studio della lingua come sistema strutturao dei discorsi o dei testi

come prodotti di una lingua già parlata o in ogni caso parlanda”. L’Enciclopeida regista, tra le altre

informazioni, i contesti (e le circostanze) in cui è statisticamente più probabile che ciascun termine

venga impiegato, i sensi più o meno “cristallizati” che esso in genere assume in ognuno di questi

contesti e gli altri sememi che prevedibilmente lo accompagneranno nei sintagmi (o co-testi) in cui

sarà inserito.

CAPITOLO 4. INTERPRETAZIONE

4.1 PERCHÈ L’INTERPRETAZIONE?

Peirce ha spiegato che il processo dell’interpretazione può essere scandito in diverse fasi a partire

dal momento in cui l’interprete entra in contatto con qualcosa che cattura la sua attenzione e si

accinge a interpretarlo, passando attraverso il flusso della semiosi in azione e la scelta delle ipotesi,

per approdare alla fase conclusiva in cui l’interprete identifica il qualcos’altro per il quale suppone

che il segno stia e, al contempo, formula l’interpretante (mentale o comportamentale) che sancisce

la chiusura di un ciclo di interpretazione.

Altri studiosi hanno elaborato modelli che, sulla scorta di quello tracciato da Perice, tentano di

spiegare che cosa accade quando un interprete entra in relazione con un testo. La premessa che li

accomuna è l’idea che ogni atto interpretativo coinvolga almeno due elementi incancellabili: un

dispositivo che interpreta e un testo da interpretare. Le nozioni di testo e di interpretazione sono

inestricabilmente intrecciate e non è possibile definirne una senza chiamare un causa l’altra.

4.1.1. TRE INTENZIONE

Testo e interprete si presuppongono a vicenda nel meccanismo della comprensione. Come ogni

altro tipo di interpretazione, la ricezione di un atto comunicativo richiede l’intervento dei

meccanismi cognitivi e inferenziale. Nel momento in cui riconosce un’intenzione comunicativa

dietro alla superficie espressiva del testo, l’interprete collaborativo si predispone a ricostruire tale

intenzione, per esempio, cercando di capire se il proferimento isa da intendere in senso letterale,

figurato o ironico, in modo da potervi rispondere adeguadamente.

Per Schleiermacher, l’interpretazione completa di un discorso si riaggunge solo quando l’interprete

fa revivere in sé l’esperienza individuale testimoniata dal discorso stesso. Ma mentre per l’autore il

passaggio dall’evento psichico alla sua messa in discorso può avvenire in modo largamente


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Fondamenti di semiotica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Semiotica", Valentina Pisanty. Tratta dei seguenti argomenti: modelli comunicazionali; segno come equivalenza e segno come inferenza; il segno in Saussure; che cos'è lo strutturalismo; la funzione segnica in Hjelmslev; la semiosi secondo Peirce; teoria dell'inferenza; il criterio di interpretanza; che cos'è il pragmatismo; natura contrattuale del significato; lingua, codice ed enciclopedia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in comunicazione di massa pubblica e istituzionale
SSD:
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sofia_polly di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di semiotica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Pisanty Valentina.

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