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Capitolo Terzo

Progresso e decadenza

Un giorno di fine Ottocento a Frenke, un piccolo villaggio sul Weser, il penultimo figlio di una

famiglia di artigiani venne cresimato. Di ritorno a casa ricevette un sono ceffone, per l'ultima

volta, dopodichè potè sedersi a tavola con gli adulti. Questa era l'usanza. L'ultimo figlio non

ancora cresimato, gli fu permesso di sedere al tavolo dei grandi senza ceffone. Quando la madre

chiese cosa significasse il padre rispose: “ è il progresso”.

Questa parola stava diventando una parola alla moda e indicava il nuovo stato delle cose.

Prima si faceva cosi, oggi si fa diversamente: questa la correlazione minimale stabilita dal nostro

testimone con l'impiego della parola progresso, in cui risuona anche la convinzione che il nuovo

comportamento sia migliore di quello precedente.

Il concetto di progresso è indiscutibilmente un concetto forgiato su misura per descrivere esperienze

moderno, cioè per esprimere l'idea che le esperienze tradizionali sono sorpassate con sorprendente

rapidità da quelle nuove.

Dietro la nozione di progresso, impiegata in modo sempre più scettico a causa delle conseguenze

negative dello sviluppo tecnico-scientifico da essa designato, sta un problema del nostro linguaggio,

che deve misurarsi con trasformazioni e processi politici, sociali e storici.

Progresso e decadenza sono due parole che intendono concettualizzare le dinamiche del tempo

storico.

Il passato può essere mostrato visivamente basti pensare alle rughe del volto che indicano l'età; ma

l'intreccio tra futuro passato e presente, non può più essere reso visivamente, cosi come non può

esserlo il futuro considerato di per sé.

Questo dato antropologico si riflette anche nell'impiego di espressioni storiche che devono

tematizzare il tempo.

La parola Bewegung ( movimento ) contiene il riferimento alla via ( Weg ), la parola Fortschritt

( progresso ) contiene quello all'avanzare ( fortschreiten ) spaziale da qui a l, nelle parole Verfall

( declino ) e Niedergang ( decadenza ) si allude ai percorsi verso il basso e ai processi di

disfacimento di un corpo vivente.

Progresso è diventato un concetto moderno in quanto il suo naturale significato di fondo, riferito al

procedere lungo uno spazio, è stato cancellato o è caduto nell'oblio.

I greci e i romani ci offrono numerosi esempi di termini che possono designare un relativo

progresso dei diversi ambiti della realtà e dell'esperienza ma anche, all'opposto, una tendenza al

declino o alla decadenza politica.

Ad esempio Polibio descrive la nascita delle tre forme pure di potere e il loro rispettivo declino nel

giro di tre generazioni. Pertanto qui ascesa e decadenza sono due concetti che seguono l'uno

all'altro. Si tratta di concetti sequenziali all'interno della medesima comunità d'azione.

E se vengono comparate due diverse comunità d'azione politiche allora il declino dell'una può

essere collegato o messo in contrasto con l'ascesa dell'altra. In questo caso si tratta di concetti

oppositivi.

Un secondo richiamo all'uso linguistico antico si può fare prendendo in considerazione quando i

Greci vivevano come i barbari fino al V secolo a.C. Quando oramai si erano lasciati alle spalle

quelle usanze.

Troviamo un modello relativo di progresso che dalla storia passata e dal confronto con i barbari

consente di riconoscere la singolarità e l'unicità del livello di civiltà raggiunto dagli elleni.

Tuttavia il cammino descritto non delinea un progresso orientato al futuro, ma sembra più una sorta

di “paragone”.

Un altro richiamo. Là dove nell'antichità si erano registrati progressi, questi erano stati soltanto

parziali, ad esempio nella scienza o nella pacificazione dell'area del Mediterraneo con la pax

romana. I progressi però, non si riferivano a un processo sociale complessivo, come quello che oggi

colleghiamo ad esempio alla tecnicizzazione e all'industrializzazione.

Ad esempio ciò che il dominio mondiale di Roma poteva promettere era durata e sicurezza, ma non

un progresso verso un futuro migliore.

La durata dell'impero e la sua decadenza si integravano a vicenda nel portare allo scoperto secoli di

esperienza. Il concetto di decadenza era quindi più adatto a descrivere un processo sociale globale,

di dimensioni addirittura cosmologiche, anziché le varianti di un parziale cammino in avanti (

Senectus )

Là dove i teologi parlavano di profectus ( più raramente di progressus ) questo si riferiva alla

salvezza delle anime.

Qui troviamo già quella relazione asimmetrica che sussiste tra progresso e regresso. Questo

progresso ( profectus in direzione della perfectio ) è indirizzato verso il regno di Dio, che non può

essere scambiato con un regno temporale in questo mondo.

La dottrina dei due regni, il regno di Dio e il mondo, conobbe certo molte metamorfosi, ma

raramente queste metamorfosi sono arrivate fino al punto di parlare del progresso come di una legge

intramondana.

In Ottone di Frisinga il mondo che invecchia sprofonda in una sempre più grande infelicità (

defectus ), mentre i fedeli sono certi di approssimarsi al futuro regno della pace eterna ( perfectio );

quanto più è miserabile questo mondo, tanto più vicina è la salvezza per gli eletti.

Il concetto moderno di progresso si distingue dai suoi significati religiosi originari perchè

trasforma la fine sempre attesa del mondo in un futuro aperto.

Sul piano terminologico lo spirituale profectus viene sostituito o cancellato da un mondano

progressus.

Il Rinascimento produsse, si, la consapevolezza di una nuova epoca, ma non ancora quella del

progresso verso un futuro migliore.

1- Il crescente invecchiamento del mondo perde il senso biologico-morale della decadenza.

L'associazione con un declino viene cancellata e quindi viene prefigurato un progresso infinito.

Ogni metafora della crescita naturale contiene, se presa alla lettera, l'inevitabilità del declino finale.

Leibniz fece un ulteriore passo in avanti cancellando la metafora dell'invecchiamento: a suo avviso

il progresso continuo non era soltanto dello spirito umano, ma riguardava l'interno universo. La

felicità comporta un costante passaggio a desideri e perfezioni sempre nuovi, perciò l'universo non

potrà mai raggiungere un grado finale di maturità.

Dunque non soltanto l'uomo, ma il mondo intero migliora di continuo e se ci sono passi indietro,

essi avvengono soltanto perchè poi si vada due volte più avanti e due volte più rapidamente.

A partire dal Settecento si diffonde sempre più la convinzione che il progresso sia generale e

costante, mentre qualsiasi regresso, declino o decadenza hanno un carattere soltanto parziale e

transitorio. In altri termini, quello di declino o di regresso non è più un concetto in opposizione a

quello di avanzamento o di progresso come nel Medioevo cristiano, ma il progresso è diventato una

categoria mondana, il cui significato sta nell'interpretare tutti i passi indietro come provvisori anzi,

in un ultima analisi, come stimoli per nuovi progressi.

2- Per caratterizzare più precisamente la nascita del nuovo concetto introduciamo un secondo punto

di vista: la temporalizzazione.

Fino a buona parte del Settecento si parla di “progressi” meno di quanto non si parli di perfectio,

della perfezione come traguardo al quale si deve aspirare nelle arti e nelle scienze, e infine, in tutta

la vita.

Nel Settecento queste finalità vengono temporalizzate, ossia vengono legate allo svolgimento della

storia umana.

Sul piano della storia delle parole ciò emerge ad esempio dal fatto che perfection viene lentamente

sostituito e cancellato dal nuovo concetto di perfectionnement, impiegato per la prima volta da

Saint-Pierre.

La determinazione del fine diventa una categoria di movimento processuale.

Turgot fu il primo a parlare della massa dell'intero genere umano che marcia senza soste verso il suo

“perfezionamento”.

Infine Condorcet potè esprimere in un concetto l'elemento logicamente contraddittorio e

dissonante: il perfectionnement del genere umano è nello stesso tempo fine e indefinito.

Il fine viene identificato con il processo del costante miglioramento.

Ricordiamo il detto cristiano del Medioevo: nessuno è perfetto se non aspira ad una maggiore

perfezione.

Questa sentenza, che prima riguardava l'anima individuale, ora si riferisce al futuro sulla terra.

Progresso diventa un concetto riflessivo e processuale.

Per dirla con Kant: “ la creazione non è mai completa. Essa ha avuto inizio un tempo, ma non

cesserà mai” .

La differenza tra l'esperienza del passato e l'aspettativa del futuro vennero cosi espresse con il

nome di progresso.

3- ciò che finora è stato descritto come temporalizzazione e come apertura di un orizzonte futuro è

stata la genesi del nuovo concetto.

In tedesco la parola Progresso compare solo verso la fine del Settecento e la sua terminologia era

molto varia.

In francese era impiegato raramente le progrès, al singolare; perlopiù si parlava di les progrès.

In inglese progress era impiegato quasi soltanto al plurale.

In tutti questi casi, però, mancava un'espressione centrale, che traducesse in un concetto comune le

diverse sfumature di significato e di impiego. Il termine progresso che si trova per la prima volta in

Kant era una parola che in modo conciso ed efficace riportava a un concetto comune la varietà delle

accezioni.

Il progresso è un singolare collettivo che riunisce numero esperienze in una sola espressione.

Il modo in cui il progresso è nato come singolare collettivo e in seguito è diventato il concetto-guida

nella storia può essere descritto in termini formalizzati e si forma in tre frasi che si sovrappongono:

il soggetto del progresso viene universalizzato. Esso non si riferisce più ad ambiti

• circoscritti come la scienza, la tecnica ma viene invece esteso a un soggetto

agente estremamente universale o che avanza una forte pretesa di universalità: si

tratta del progresso dell'umanità.

La seconda fase. Il soggetto e l'oggetto si scambiano i ruoli. Il progresso assume

• la parte attiva, diventa esso stesso il soggetto agente storico. Ricordiamoci del

nostro esempio iniziale : “ è il progresso”. Potremmo dire che la modalità

temporale acquista la funzione del soggetto dell'azione.

In una terza fase questa espressione si autonomizza: il progresso diventa soggetto

• di sé stesso. Nel XIX secolo diventa corrente e abituale aspirare al progresso pure

e semplice. In questo modo l'espressione diventa una parola d'ordine politica.

Infatti a partire dal XIX secolo diventa difficile legittimarsi politicamente senza

nello stesso tempo essere progressisti.

4- Nell'antichità abbiamo conosciuto il progresso e il declino come concetti sequenziali, nel

Medioevo come concetti correlativi, che però a seconda che fossero riferiti al regno di Dio e a

questo mondo, si rapportavano in modo differente l'uno all'altro.

Nella prima modernità il regresso ovvero il declino sono stati chiaramente resi mediati in quanto

qualsiasi contraccolpo veniva addebitato al conto del progresso. Progresso e declino entrarono in un

rapporto di tensione asimmetrico che consentiva agli illuministi di interpretare qualsiasi declino e

qualsiasi passo indietro come un passaggio al quale sarebbero seguiti progressi tanto più rapidi.

Voltaire riteneva che la civiltà avesse raggiunto solamente quattro vette ( Atene, la Roma augustea,

il Rinascimento e l'epoca di Luigi XIV ) punte alle quali aveva sempre fatto seguito il declino.

Fu Rouseeau a fare di progresso e declino una nuova formula complementare, adatta a cogliere i

molti fenomeni della nostra modernità. Nei suoi due discorsi egli tematizzò le contraddizioni che gli

sembravano sussistere tra il progressivo dispiegamento delle scienze e delle arti e il declino dei

consumi dall'altro; oppure quelle che mettevano in luce una correlazione tra i progressi della civiltà

e le crescenti disuguaglianze politiche.

Per spiegare queste tensioni Rousseau coniò una nuova espressione, quella di perfettibilità

La capacità di perfezionarsi era per Rousseau il criterio che distingue il singolo essere umano e il

genus humanum nel suo insieme degli animali.

L'uomo è condannato a progredire per poter vivere e sviluppare le proprie attività con il sempre più

ampio uso della ragione. Ma questa somma di progressi è solo un lato della medaglia. L'altro lato

consiste nella perdita dell'innocenza naturale, nel peggioramento dei costumi, etc. Pertanto, il

progresso produce decadenza.

Dovrebbe essere comunque chiaro che la perfettibilità è un concetto di compensazione temporale.

Con la sua capacità di perfezionarsi l'uomo è sempre in grado di produrre anche decadenza,

corruzione e compiere delitti.

Kant riteneva che la tesi del continuo declino, secondo la quale il mondo procede sempre più

rapidamente verso la sua fine, non si sarebbe avverata perchè altrimenti saremmo tramontati da un

pezzo. Viceversa, in linea di principio alla prospettiva verso il futuro non è posto alcun limite.

Tuttavia in questo modo si prospetta “un'infinita serie di mali”.

Il progresso proprio perchè non può avere fine accresce la possibilità di declino.

Il concetto di progresso ha realizzato la sua prestazione senza precedenti storici.

A partire dal Settecento il progresso comporta l'esigenza di una pianificazione, le cui finalità devono

però essere costantemente ridefinite in forza di fattori nuovi.

Con sempre maggiore rapidità furono aperti nuovi spazi alla mobilità tra i luoghi e al miglioramento

sociale delle masse, alla crescita dei consumi e del comfort per quasi tutti.

Infine la durata media della vita si è allungata di quasi tre volte rispetto all'aspettativa di vita del

Medioevo.

Gran parte del pianeta finora non è stata toccata da questo progresso, o lo è stata negativamente.

A prescindere dai dislivelli spazialmente graduati delle varie forme di progresso, rimane ancora il

controbilancio immanente, che Rousseau per primo aveva tracciato. Le possibilità di un

annientamento di massa consentite dalla tecnica sono cresciute parallelamente alle conquiste della

civiltà, il che aumenta ulteriormente la minaccia di sterminio comportata dal moltiplicarsi dei

possessori delle armi.

Rimane insuperata la formulazione data già dagli antichi alla consapevolezza che, per unità d'azione

identiche, ogni ascesa è poi seguita da un declino e che nel caso di diverse unità d'azione l'ascesa

dell'una implica il declino dell'altra.

Si impone dune la conclusione che il progresso dell'epoca moderna, a dispetto della sua pretesa di

universalità, corrisponde soltanto a un'esperienza parziale, di per sé corretta, ma che ha coperto e

oscurato per motivi concettuali altre modalità di esperienza.

Kant era convinto che il progresso tecnico-scientifico si fosse oramai spinto troppo in là, mentre gli

uomini in quanto esseri morali sarebbero riusciti solo con grandi sforzi a recuperare i ritardi nei suoi

confronti, e avrebbero dovuto recuperarli rapidamente per adeguare la morale al livello delle

conoscenze tecniche. Capitolo Quarto

Emancipazione

che il servo venga ritenuto un uomo a metà o per due terzi, che gli venga negata l'umanità o che, in

quanto schiavo, venga considerato alla stregua di una cosa, il dato strutturale al di là dei pur

profondi mutamenti storici rimane che l'essere umano sottomesso ad altri essere umani non è un

essere umano a tutti gli effetti.

Lo stoicismo e il cristianesimo, con le loro dottrine della libertà interiore che spetta ugualmente a

tutti gli uomini o che viene da loro ottenuta con la fede, hanno reso possibile un riconoscimento

anche agli schiavi, a tutti coloro che vivono in stato di servitù o in una condizione di dipendenza di

qualche tipo. In qualche circostanza tale riconoscimento ebbe conseguenze sul rapporto tra padrone

e servo.

La parte più terrificante della diffisione dell'istituzione dell'illibertà, della dipendenza, della servitù

o della schiavitù avviene nella prima modernità.

De la Boètie è il primo pensatore moderno a voler dimostrare che la servitù può essere cancellata

anche con la libera volontà da cui è portatore ogni servo. Questo pensiero ci porta a un tipo di

argomentazione che si può definire dell'inversione. Essa deduce che nel corso del tempo il vero

potere passi sempre più ai servi, poiché essi con il proprio lavoro e la propria riflessione fanno si

che il signore dipenda da loro, togliendogli la sua funzione. In questo modo viene ottenuto anzitutto

il reciproco riconoscimento e diventa possibile immaginare la dissoluzione di tutte le dipendenze

personali nell'assegnazione delle funzioni sociali.

L'elemento di novità nella posizione dell'Illuminismo sta nel fatto che esso non consente più alcuna

scappatoia: né nell'interiorità isolata né in un aldilà, due istanze che fino ad allora avevano potuto

esercitare un'azione compensatoria sulla condizione servile o sulle umiliazioni subite.

In primo luogo traccerò un abbozzo di storia concettuale per ricostruire il significato di emancipano.

In secondo luogo cercherò di trarre conseguenze sistematiche della storia concettuale.

1. La semantica storica dell'<<emancipazione>>

Il termine emancipato designava nella Roma repubblicana l'atto giuridico in forza del quale un

pater familias poteva liberare il proprio figlio dalla patria potestà.

Nel Medioevo fu impiegato anche nella sfera dei diritti consuetudinari germanici, che consentivano

di acquisire, per cosi dire automaticamente, l'autonomia nei diritti civili grazie al matrimonio,

all'autonomia economica o al possesso di uffici e cariche.

L'uso linguistico era elastico. Ad esempio, solo la liberazione concessa in anticipo era chiamata

emancipazione mentre attorno al 1700 anche la condizione di indipendenza raggiunta con il modo

sopra citato poteva essere descritta come emancipazione.

Da allora, questa derivazione della capacità giuridica da requisiti naturali rimase sempre legata al

termine dell'emancipazione.

Tuttavia le differenze sociali e giuridiche di fatto dominanti, con le loro dipendenze signorili o

feudali o con i loro privilegi cetuali, non furono intaccate da alcuna emancipazione fino al

Settecento inoltrato.

Qualsiasi emancipazione, fosse essa rivendicata unilateralmente o acquisita per natura,

presupponeva l'esercizio di un potestà.

Non esisteva un termine giuridico capace di indicare una liberazione generale dall'assoggettamento

a un signore. Alla fine del Settecento questo significato fu assunto dal termini emancipazione; in

questo caso però il cambiamento di significato decisivo non fu dovuto al linguaggio giuridico, ma

all'impiego psicologico, sociale, politico e soprattutto filosofico della parola.

Il verbo latino emancipare era transitivo e poteva significare ad esempio vendere, alienare. Quando

il sostantivo e il verbo vennero assimilati nelle lingue volgari dell'Europa occidentale emerse un uso

riflessivo, che partendo dal significato del maturare legato al diritto consuetudinario, finì per

indicare un'autoinvestitura del tutto esclusa dal linguaggio giuridico.

Che qualcuno potesse emancipare se stesso, era impossibile nella tradizione del diritto romano.

Si può azzardare la tesi che la nascita del verbo riflessivo emanciparsi dapprima indichi, e

successivamente incentivi, un radicale cambiamento di mentalità. Mentre prima la libertà o

l'emancipazione era concessa dal pater familias che esercitava la patria potestà ora era diventato un

azione riflessiva che il soggetto esercitava su se stesso.

Rebelais parlava di persone che si erano emancipate da Dio e dalla ragione per inseguire le loro

passioni perverse. Questi cambiamenti di significato si volgevano contro la Chiesa, la teologia, la

tradizione e l'autorità, e ben presto si fecero sentire anche in ambito politico.

Nel 1595 uno dei motivi della guerra civile di religione in Francia è individuato nel fatto che il

Terzo stato ( il popolo ) si era emancipato troppo e non era più disposto a sottomettersi.

In tedesco questa accezione fu registrata perlopiù in senso negativo, cioè come rifiuto di ubbidire a

chiunque o come pretesa di libertà eccessive.

L'associazione positiva del termine emancipazione all'autoliberazione si diffuse nel modo più ampio

e più rapido in Inghilterra. L'atto dell'emancipazione venne sempre superato dal passo in avanti

verso l'autoinvestimento.

In certo modo il senso legato al diritto romano si capovolse nel suo contrario, anche se il risultato

rimase lo stesso.

Tuttavia per l'autoinvestimento furono indicate ben altre fonti di legittimazione, come la natura, la

ragione o la libera volontà, vale a dire che istanze che a partire dall'Illuminismo pongono ogni

potere costituito di fronte alla necessità di giustificarsi e all'esigenza di cambiare.

Kant non definì l'Illuminismo come emancipazione, ma come “ l'uscita dell'uomo dallo stato di

minorità che egli deve imputare a sé stesso”. Kant potè rinunciare tanto più facilmente al concetto

di emancipazione in quanto era convinto che gli uomini, in conformità al diritto consuetudinario “

diventano naturalmente maggiorenni, ma spesso rimangono immaturi per tutta la vita “.

La maturità, che in natura viene raggiunta di continuo, man mano che una generazione subentra

all'altra, diventa la prospettiva storica sul futuro di un'umanità che governa politicamente se stessa.

In parte realtà, in parte obiettivo finale, essa descrisse un evento processuale che ben presto sarebbe

stato indicato con il termine di emancipazione.

Il vantaggio del nuovo concetto di emancipazione impiegato attorno al 1800 consisteva nell'indicare

non soltanto il grado di maturazione naturale ricorrente delle generazioni successive, ma anche

l'atto giuridico della liberazione che si realizza attraverso l'autoemancipazione.

Heine diceva che il grande compito del nostro tempo “è l'emancipazione. Non l'emancipazione dei

singoli popoli oppressi, ma bensì del mondo intero che divenuto maturo si libera dal guinzagli di

ferro dei privilegiati, dell'aristocrazia.

L'emancipazione divenne il denominatore comune di tutte le rivendicazioni che miravano a

cancellare la disuguaglianza giuridica, sociale, politica o economica. Perciò, in ogni caso, il

concetto di emancipazione esprimeva l'esigenza di superare il dominio personale dell'uomo

sull'uomo e poteva essere interpretato tanto in senso liberale, quanto in senso democratico, quanto

in senso socialista.

Il concetto di emancipazione fu impiegato ovunque nella lotta politica; in primo luogo per ottenere

la parità individuale e personale di diritti. In secondo luogo per rendere possibile la parità di diritti

per i gruppi: classi, ceti, donne...in terzo luogo l'emancipazione mirava alla libertà dal dominio e

all'uguaglianza di diritti dell'intera umanità.

2. L'emancipazione ha dei limiti?

Se si segue la storia dell'affermazione dell'emancipazione legale si può osservare, in primo luogo,

che essa è stata continuamente interrotta subendo vari contraccolpi.

Nel 1829 fu concesso il diritto di voto ai cattolici e quindi venne infranto il monopolio politico della

religione di Stato, il Parlamento britannico con lo stesso atto elevò il censo da quaranta scellini a

dieci sterline. In questo modo i cattolici persero la possibilità di fare occupare dai propri

rappresentanti circa il 60% dei seggi in parlamento. A causa di rapporti di potere economico, ciò che

era diventato politicamente indispensabile accordare fu di nuovo tolto.

Contraccolpi analoghi si riscontrano guardando anche alla storia degli Stati Uniti. Durante la guerra

civile numerosi lavoratori bianchi si rifiutarono di combattere contro gli Stati del Sud perchè

altrimenti i neri emancipati avrebbero sottratto loro il posto di lavoro. Per parecchi decenni i diritti

di voto che erano stati finalmente concessi ai neri vennero ridotti quasi a zero mediante

manipolazioni semilegali.

Da queste circostanze storiche sopra descritte si può trarre tre diverse conseguenze:

la prima conseguenza è che un atto giuridico di equiparazione può essere un aiuto o un'arma

• per realizzare la parità dei diritti, ma non ne costituisce una garanzia. L'emancipazione

legale è dunque una condizione necessaria ma mai sufficiente dell'effettiva uguaglianza dei

diritti.

Quanto Haiti francese realizzò con l'aiuto dei giacobini della madrepatria i diritti umani e

• civili nel proprio ambito di sovranità, tale realizzazione costò la vita al 95% degli ex padroni

bianchi. Siamo qui di fronte a un'esperienza storica la cui ripetizione in condizioni analoghe

costituisce un pericolo non ancora scongiurato. Esso può essere scongiurato soltanto se il

principio giuridico dell'uguaglianza dei diritti di tutti gli uomini sulla terra non viene solo

proclamato come norma legale, ma viene anche applicato come principio di giustizia

politicamente necessario e ineludibile, per garantire la sopravvivenza.

La teoria liberale ha sempre riferito la parità di diritti dei gruppi da emancipare soltanto ai

• loro individui. Qualsiasi riconoscimento dei gruppi in quanto tali si esponeva al sospetto di

costituire uno Stato nello Stato. Il riconoscimento degli individui come persone e come

cittadini aveva il vantaggio di poter essere garantito in un atto generale. Ma questa

prospettiva individualistica non è in grado di cogliere i controeffetti storici. Secondo la

maggior parte delle teorie dell'emancipazione dell'Ottocento alla lunga gli ebrei avrebbero

dovuto assimilarsi, sia nel modo tradizionale, cioè mediante la conversione al cristianesimo,

sia in modo progressista, grazie al raggiungimento di una forma di vita comune

sovraconfessionale che avrebbe cancellato o reso obsoleto il contrasto tra ebrei e cristiani.

Pregiudizi antiebraici e successivamente antisemiti in Germania, impedivano di considerare la

comunità religiosa ebraica uguale alle chiese cristiane.

Nessuna emancipazione può equiparare soltanto gli individui; essa deve sempre includere i vincoli

interpersonali nei quali vivono le persone reali. Tuttavia ciò presuppone il riconoscimento e la parità

di diritti dei gruppi.eguenza.

L'uomo vive sempre in unità d'azione, senza la cui coesione non sembra possibile nemmeno

l'uguaglianza dei diritti individuali. L'uguaglianza di tutte le persone, come presupposto della parità

dei diritti, può dunque essere garantita soltanto se si tiene conto della pluralità delle concrete unità

d'azione.

Il kulturkampf fu condotto da parte del partito del Zentrum e della Chiesa cattolica appellandosi a

quegli stessi diritti fondamentali nel nome dei quali i liberali ritenevano che occorresse eliminare

qualsiasi influenza delle chiese sulla scuola e sul matrimonio.

Questa circostanza ci ha condotto in quattro situazioni che poterono risolversi solo nel corso del

tempo storico. Le aspirazioni individuali e di gruppo all'uguaglianza dei diritti si sostengono a

vicenda ma possono anche generare contraddizioni insolubili.

Valutiamo la legittimità e la portata del concetto di emancipazione:

il sostrato naturale che sta alla base del concetto di emancipazione, ossia il fatto che ogni

• generazione successiva diventi matura, è tanto durevole quanto la possibilità di nuovo

emancipazioni che esso comporta. Ad ogni generazione successiva e in corrispondenza con

la scomparsa delle generazioni precedenti sorge la possibilità di liberarsi da vincoli fino ad

allora sussistenti. Lo stacco naturale tra le generazioni si traduce sempre in cambiamenti

sociali. Ciò che era normale per i padri non è più necessariamente giusto per le generazioni

successive, che devono confrontarsi con nuovo sfide: basti pensare alla crisi ecologica.

Il concetto tradizionale di emancipazione come finalità universale ha un ruolo ambivalente.

• Possiamo differenziarlo in:

solo se si tiene conto della pluralità delle comunità tramandate si può

▪ realizzare una politica razionale. Anche solo per tentare di scongiurare il

rischio apocalittico, le regole del calcolo politico non possono essere

disattese.

D'altra parte la situazione si è talmente esasperata che il diritto generale

▪ di tutte le persone che vivono su questa terra deve essere incluso anche

nelle massime d'azione di qualsiasi politica, al fine di ricondurre

nell'alveolo della controllabilità la minaccia atomica, la crisi ecologica e

le pressioni terroristiche ubliquitarie. Che la politica sia possibile solo

attraverso particolari e piccole unità d'azione aggregate, senza per questo

perdere di vista l'aspirazione universale dell'umanità è la sfida attuale. E

dunque necessario adattare e attualizzare l'utopia illuministica della

libertà dal dominio, in modo che il diritto ugualmente rivendicato da tutte

le persone di poter continuare a vivere venga rispettato.

Il concetto di emancipazione ha avuto un ambivalenza temporale. Esso poteva significare

• l'atto, un tempo compiuto dallo Stato, di garantire la parità dei diritti, oppure poteva indicare

quel processo di lunga durata che avrebbe portato all'uguaglianza dei diritti solo attraverso

l'adeguamento, l'adattamento o l'autoemancipazione.

L'atto di emancipazione ( da intendersi tanto come specifico atto giuridico, quanto come

processo sociale) che nel tempo ha accumulato svariati significati, nella prassi ha portato a

combinazioni assai diverse. Occorre fare una precisa distinzione tra il concedere e l'ottenere

con la lotta in modo tale che non vada perduta la plurivalenza del termine. La parità di diritti

di tutte le persone della terra è più che un postulato teorico o un obiettivo utopistico: è il

minimo che possa essere conservato del tradizionale concetto di emancipazione per poter

rimanere politicamente capaci di un agire razionale.

Capitolo Quinto

Crisi

La parola “crisi” indica insicurezza, sofferenza e incertezza, e allude a un futuro ignoto.

L'uso inflazionato di questa parola si è esteso, oramai, a quasi tutti gli ambiti della vita.

1. Rassegna di storia concettuale

Il termine “crisi” deriva dal greco krino ( separare, scegliere, decidere, valutare ), la krisis portava a

una decisione definitiva, irrevocabile. Il concetto implicava alternative esasperate, che non

consentivano alcuna revisione.

Nella scuola di Ippocrate il termine krisis indica la fase appunto “critica” di una malattia, dove

giunge a un esito finale la lotta tra la vita e la morte, la cui decisione stava per arrivare ma non era

ancora arrivata.

Nell'ambito della politica, ad esempio in Aristotele, questo termine indicava la creazione o la

conservazione del diritto.

Nel campo della teologia i concetti di krisis e judicium indicano il giudizio di Dio.

Il concetto abbracciava potenzialmente tutte le situazioni decisionali della vita interna ed esterna,

della singola persona e della sua comunità. Si trattava sempre di alternative definitive.

Era un concetto che comportava sempre una dimensione temporale: sia che dovesse essere

individuato il momento giusto per agire con successo, sia che l'ordine del potere fosse stabilizzato

dalla creazione o dalla conservazione del diritto, sia che la valutazione del medico dovesse

diagnosticare l'esatta durata del decorsi di una malattia.

Il termine krisis si riferiva per cosi dire al tempo che stringe.

Dall'antichità fino alla prima modernità la parola e il concetto si sono mantenuti nella lingua latina:

crisis in medicina e judicium o judicium maximum in teologia.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Fondamenti di scienze sociali del professor Lombardo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Vocabolario della modernità di Koselleck . Gli argomenti trattati sono i seguenti: la storia sociale e la storia concettuale, l'impossibilità di una <<histoire totale>>, la storia rappresentata e le sue fonti linguistiche.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione pubblica e d'impresa
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Dariozzolo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Lombardo Carmelo.

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