Natura della psicologia
Amnesia infantile
Figura 1-2: Rievocazione di un ricordo infantile. È stato svolto un esperimento sull’amnesia infantile, su soggetti di scuola media. Questo esperimento consisteva nel porre 20 domande sugli eventi di vita relativi al periodo in cui sono nati i fratelli minori. Le risposte sono state valutate in base all’età dei soggetti alla nascita dei fratelli. Se la nascita si è verificata prima che i soggetti compissero 4 anni, nessuno riesce a rievocare nessun ricordo; se invece la nascita si è verificata dopo i 4 anni d’età, il ricordo aumenta parallelamente all’età dei partecipanti al momento dell’evento.
Televisione violenta e aggressività
Figura 1-3: Relazione tra programmi televisivi violenti osservati in infanzia e aggressività in età adulta. Uno studio mostra la relazione tra la scelta di programmi televisivi violenti, all’età di 9 anni, e il comportamento aggressivo all’età di 19 anni.
Il dibattito natura-nutrimento
Uno dei primi dibattiti sulla psicologia umana (ancora oggi molto attuale) è il dibattito natura-nutrimento, che cerca di chiarire la questione sulle origini delle capacità umane: sono innate o acquisite attraverso l’esperienza? Secondo la prospettiva naturalistica, gli esseri umani possiedono un patrimonio innato di conoscenze sulla realtà. I primi filosofi ritenevano che si potesse accedere a questo patrimonio attraverso il ragionamento e l’introspezione. Cartesio, per esempio, sosteneva la prospettiva naturalistica, affermando che determinate idee (come l’idea di Dio, di perfezione, dell’infinito, degli assiomi geometrici, ecc.) sono innate.
Secondo la prospettiva esperienziale, la conoscenza si acquisisce attraverso le esperienze e le interazioni con il mondo. Secondo Locke, la mente umana alla nascita è una tabula rasa, cioè una lavagna bianca in cui l’esperienza “scrive” la conoscenza a mano a mano che l’individuo matura. Da questa prospettiva è nato l’associazionismo. Gli psicologi associazionisti negavano l’esistenza di idee o capacità innate. Piuttosto, affermavano che la mente si riempie di idee che entrano attraverso i canali sensoriali e che si associano tramite principi come la somiglianza e il contrasto (l’attuale ricerca sulla memoria è legata alla prima teoria associazionista).
Oggi, sebbene alcuni psicologi affermino ancora che il pensiero e il comportamento umani abbiano un’origine principalmente biologica o prevalentemente esperienziale, la maggior parte degli studiosi riconosce l’influenza dei processi biologici (come l’ereditarietà o i processi cerebrali) sui pensieri, i sentimenti e il comportamento, ma sottolinea anche l’impatto dell’esperienza. Quindi la questione attuale non è decidere se alla base della psicologia umana ci sia la natura o il nutrimento, ma si tratta piuttosto di scoprire in che modo natura e nutrimento si combinino, dando forma all’assetto psicologico individuale.
Gli inizi della psicologia scientifica
La psicologia scientifica ha inizio nel 19° secolo, quando Wilheim Wundt fondò il primo laboratorio di psicologia presso l’Università di Lipsia, in Germania, nel 1879. L’idea che portò alla fondazione del laboratorio di Wundt era che la mente e il comportamento possono essere soggetti ad analisi scientifica. Wundt si basava sull’introspezione per studiare i processi mentali. Per introspezione s’intende l’osservazione e la registrazione della natura di percezioni, pensieri e sentimenti propri di un individuo. Il metodo introspettivo ha origini filosofiche, ma Wundt aggiunse una nuova dimensione al concetto. La sola auto-osservazione non era sufficiente. Gli esperimenti di Wundt modificavano alcune dimensioni fisiche di uno stimolo, per esempio la sua intensità, e utilizzavano il metodo introspettivo per determinare come questi cambiamenti fisici modificassero l’esperienza conscia dello stimolo in questione, da parte dei soggetti sperimentali. È stato dimostrato che anche dopo training approfonditi, persone diverse producono introspezioni diverse su semplici esperienze sensoriali (soprattutto per quanto riguarda eventi mentali molto rapidi). Di conseguenza, l’introspezione non rappresenta più una parte fondamentale della prospettiva cognitiva attuale.
Strutturalismo e funzionalismo
Durante il 19° secolo, la chimica e la fisica hanno fatto notevoli passi avanti, grazie all’analisi dei composti complessi (molecole) e alla loro scissione negli elementi costitutivi (gli atomi). Questi successi hanno incoraggiato gli psicologi a ricercare gli elementi mentali la cui combinazione porta ad esperienze più complesse. Proprio come i chimici scindevano l’acqua in idrogeno e ossigeno, forse gli psicologi potevano scindere il gusto di una limonata (percezione) in elementi come dolce, acre e freddo (sensazioni). Il principale sostenitore di questo approccio è stato E.B. Titchener, uno psicologo addestrato da Wundt. Titchener ha introdotto il termine strutturalismo (l’analisi delle strutture mentali) per descrivere questa branca della psicologia.
Ma alcuni psicologi si sono opposti alla natura puramente analitica dello strutturalismo. William James ritenne che analizzare gli elementi della coscienza era meno importante che comprenderne la particolare natura fluida. Il suo approccio è stato denominato funzionalismo, cioè lo studio di come lavora la mente per consentire all’organismo di adattarsi all’ambiente e funzionare. L’interesse degli psicologi del 19° secolo per l’adattamento fiorì dalla pubblicazione della teoria evoluzionistica di Darwin. Secondo alcuni, la coscienza si era evoluta solo perché serviva a qualcosa, nella guida delle attività individuali. Per scoprire in che modo un organismo si adatta all’ambiente in cui vive, i funzionalisti dicevano che gli psicologi devono osservare il comportamento messo in atto. Comunque, sia gli strutturalisti che i funzionalisti consideravano la psicologia come la scienza dell’esperienza conscia.
Comportamentismo
Strutturalismo e funzionalismo hanno giocato un ruolo importante nei primi sviluppi della psicologia del 20° secolo. Poiché entrambi gli orientamenti fornivano un approccio sistematico di ricerca psicologica, le due scuole sono state considerate come due alternative in competizione nell’ambito della psicologia. Entrambe sono state poi messe in secondo piano a causa dell’affermazione di tre nuove scuole: il comportamentismo, la psicologia della Gestalt e la psicoanalisi. Il comportamentismo ha influenzato notevolmente la psicologia scientifica nordamericana. Il suo fondatore, John B. Watson, rifiutò l’idea che l’esperienza conscia fosse il solo ambito di studio della psicologia. Egli affermava che non solo la psicologia animale e quella infantile potessero essere considerate delle scienze a se stanti, ma anche che potessero essere dei veri e propri modelli per la psicologia dell’adulto.
Watson riteneva che, per poter considerare la psicologia una scienza, i dati psicologici dovevano essere aperti all’ispezione pubblica, come i dati di qualsiasi altra scienza. Inoltre, secondo Watson la scienza dovrebbe occuparsi soltanto di fatti pubblici, e quindi non più della coscienza, che è un qualcosa di privato, ma del comportamento che è invece pubblico. Gli studi del fisiologo russo Ivan Pavlov sulle risposte condizionate sono stati considerati un’area importante della ricerca comportamentistica, ma Watson è il vero responsabile della diffusa influenza del comportamentismo. Watson e gli altri capi scuola del comportamentismo ritenevano che quasi tutti i comportamenti sono conseguenti al condizionamento e che l’ambiente modella il comportamento rafforzando determinate abitudini.
Per esempio, se si danno dei biscotti ad un bambino per farlo smettere di piagnucolare, si finisce per rafforzare proprio il comportamento lamentoso che invece si voleva far cessare. Il comportamentismo tendeva a interpretare ogni fenomeno psicologico in termini di stimoli e risposte, dando origine alla cosiddetta psicologia stimolo-risposta (S-R). Bisogna notare, tuttavia, che la psicologia S-R non è una teoria o un orientamento a sé, bensì è un insieme di termini che possono essere utilizzati per comunicare informazioni psicologiche. La terminologia S-R a volte è ancora utilizzata al giorno d’oggi in psicologia.
Psicologia della Gestalt
Nello stesso periodo in cui il comportamentismo si stava diffondendo negli Stati Uniti, in Germania si sviluppò la psicologia della Gestalt. Gestalt è un termine tedesco che significa “forma” o “configurazione” e che si riferisce all’approccio di Max Wertheimer e dei suoi colleghi Kurt Koffka e Wolfgang Köhler. L’interesse principale della psicologia della Gestalt era la percezione: i gestaltisti ritenevano che l’esperienza percettiva dipendesse dai modelli formati dagli stimoli e dall’organizzazione dell’esperienza. Ciò che vediamo è correlato allo sfondo contro cui l’oggetto appare. L’insieme è diverso dalla somma delle sue parti, poiché l’insieme dipende dalla relazione tra le parti.
Tra gli interessi chiave della psicologia della Gestalt c’erano la percezione del movimento, il modo in cui la gente giudica le dimensioni e l’aspetto dei colori alla variazione delle condizioni di illuminazione. Questi interessi portarono i gestaltisti a numerose interpretazioni fondate sulla percezione di processi come l’apprendimento, la memoria e il problem-solving (ossia le strategie di risoluzione dei problemi), che hanno gettato le basi dell’attuale ricerca in psicologia cognitiva. La psicologia della Gestalt ha influenzato anche i fondatori della moderna psicologia sociale, inclusi Kurt Lewin, Heider e Asch, che hanno ampliato i principi della Gestalt applicandoli alla comprensione dei fenomeni interpersonali. Inoltre, i gestaltisti consideravano il processo di attribuzione di significato agli stimoli in arrivo come un’attività automatica e non consapevole.
Successivi sviluppi della psicologia del XX secolo
Nonostante gli importanti contributi della psicologia della Gestalt e della psicoanalisi, fino alla Seconda Guerra Mondiale la psicologia è stata dominata dal comportamentismo. Dopo la guerra, l’interesse per la psicologia aumentò. Divennero disponibili strumenti sofisticati ed equipaggiamenti elettronici che permisero l’esame di una varietà di problemi più ampia. Questo fu rafforzato dallo sviluppo dei computer negli anni ’50. Essi offrirono agli psicologi uno strumento potente per dar vita a nuove teorie sui processi psicologici. Molte questioni psicologiche sono state riformulate in termini di modelli di elaborazione delle informazioni, che consideravano gli esseri umani come elaboratori di informazioni, dando alla psicologia un approccio più dinamico rispetto al comportamentismo.
Inoltre, l’approccio basato sull’elaborazione delle informazioni ha reso possibile formulare più precisamente alcuni concetti della psicologia della Gestalt e della psicoanalisi. Le precedenti idee sulla natura della mente potevano essere espresse in termini più concreti e controllate attraverso il confronto diretto con i dati reali. Negli anni ’50 un'altra novità che influenzò molto la psicologia è stato lo sviluppo della linguistica moderna. I linguisti cominciarono a formulare teorie sulle strutture mentali necessarie a comprendere e produrre il linguaggio. Chomsky ha stimolato le prime analisi psicologiche significative del linguaggio, portando allo sviluppo della psicolinguistica.
Nello stesso tempo si stavano verificando importanti progressi in neuropsicologia. Le scoperte sul cervello e sul sistema nervoso permisero di comprendere le relazioni tra gli eventi neurologici e i processi mentali. Lo sviluppo dei modelli di elaborazione delle informazioni, della psicolinguistica e della neuropsicologia ha prodotto un approccio alla psicologia di orientamento fortemente cognitivo. Sebbene il suo obiettivo principale sia l’analisi scientifica delle strutture e dei processi mentali, la psicologia cognitiva non si occupa esclusivamente del pensiero e della conoscenza. Questo approccio infatti si è ampliato a molte altre aree della psicologia, incluse la percezione, la motivazione, l’emozione, la personalità, la psicologia clinica e la psicologia sociale. In sintesi, durante il XX secolo il focus della psicologia è diventato a tutto tondo.
Opinioni a confronto: siamo egoisti per natura?
Siamo naturalmente egoisti - George C. Williams
Si, siamo egoisti. Siamo egoisti perché i nostri geni sono intrinsecamente egoisti poiché, se non lo fossero, non esisterebbero. I geni che riescono a tramandarsi attraverso molte generazioni sono quelli più adeguati a trasmettersi. Per riuscirci, devono essere migliori di altri nel costruire corpi che diffondano il loro patrimonio genetico in modo migliore rispetto agli altri membri della popolazione. Gli individui possono vincere questa competizione genetica soprattutto sopravvivendo fino alla maturità e poi competendo con successo per le risorse necessarie alla loro riproduzione (cibo, partner, ecc). In questo senso siamo necessariamente egoisti, ma questa esigenza non implica che non accade mai che non siamo egoisti.
Gli individui possono aiutare gli altri (e spesso lo fanno) a guadagnare risorse ed evitare danni o pericoli. Il più ovvio esempio di comportamento altruista è quello manifestato dai genitori nei confronti della loro stessa prole. La spiegazione ovviamente è che i genitori non trasmetterebbero con successo i loro geni se non aiutassero i loro piccoli in modi particolari: i mammiferi allattandoli, gli uccelli portando loro il cibo nel nido, ecc. Se tutta la riproduzione è sessuale e i partner sono di rado parenti prossimi l’uno con l’altro, ogni figlio possiede la metà dei geni di ciascun genitore. Dal punto di vista di un genitore, il figlio o la figlia sono geneticamente importanti la metà di se stessi, mentre la riproduzione dei figli è importante la metà rispetto ai figli stessi, nell’ottica della trasmissione del proprio patrimonio genetico. Ma lo stesso tipo di parziale identità genetica è vera per tutti i consanguinei, non solo per la prole. Può quindi essere utile all’egoismo genetico di un individuo comportarsi in modo da essere d’aiuto ai consanguinei in generale e non solo alla propria prole.
Questo comportamento deriva da ciò che è stato definito “la scelta del congiunto”: una selezione naturale per riconoscere i segni che indicano i gradi e le probabilità di parentela. Qualsiasi sia il legame di parentela, ci si aspetta che un individuo favorisca i consanguinei rispetto ai non consanguinei e i parenti stretti (genitori, fratelli, prole) rispetto a quelli più lontani. La scelta del congiunto è un fattore che causa ciò che sembra un comportamento altruistico. Lo scambio tra individui non imparentati, con un guadagno immediato o probabile per entrambi, è un altro tipo di comportamento che sembra altruistico. Così come la condotta finalizzata all’inganno o alla manipolazione a proprio vantaggio di individui non congiunti, oppure allo sfruttamento degli istinti altruistici o cooperativi degli altri. La specie in cui l’inganno e la manipolazione sono più diffuse e sviluppate è quella umana, anche in virtù della nostra capacità linguistica. Secondo Shakespeare, Enrico V denominò il suo esercito “Compagnia di fratelli”. Le leader del movimento femminista parlavano di “sorellanza”. Naturalmente, l’inganno e la manipolazione delle emozioni altrui possono servire a cause nobili come ignobili.
Non siamo naturalmente egoisti - Frans B. M. de Waal
Gli animali si prendono cura l’uno dell’altro e sono sensibili alle reciproche difficoltà, dunque questo basta a convincerci del fatto che la sopravvivenza non dipende solo dalla forza nel combattimento, ma anche a volte dalla cooperazione e dalla gentilezza. Malgrado queste tendenze a prendersi cura dell’altro, gli esseri umani e gli altri animali sono descritti abitualmente dai biologi come esclusivamente egoisti. Ciò perché si suppone che tutti i comportamenti devono essersi sviluppati per servire gli interessi dell’individuo stesso. Ma è corretto chiamare un animale egoista solo perché il suo comportamento si è evoluto per il suo bene? Gli animali vedono solamente le conseguenze immediate delle loro azioni, e neanche queste sono loro ben chiare.
Possiamo pensare che un ragno costruisca una ragnatela per catturare le mosche, ma non esiste alcuna prova che i ragni sappiano a cosa servono le ragnatele. In altre parole, il fine di un comportamento non ci dice nulla sulle motivazioni che stanno dietro quel determinato comportamento. Anche se attualmente il termine “egoista” è considerato da alcuni come il sinonimo di “servire i propri interessi”, l’egoismo implica l’intenzione di essere utili a se stessi e dunque la consapevolezza di cosa si intende guadagnare, mettendo in atto un particolare comportamento. Una vite può fare i propri interessi crescendo a ridosso di un albero, ma visto che le piante mancano di intenzioni e conoscenza non possono essere egoiste, se non in senso metaforico. Per la stessa ragione è impossibile per i geni essere egoisti. Charles Darwin non confuse mai l’adattamento con gli scopi individuali e appoggiò l’esistenza di motivazioni altruistiche. La spinta ad aiutare l’altro, quindi, non era mai del tutto priva di un valore di sopravvivenza per chi la mostrava. Nel tempo, questo impulso si è separato dalle conseguenze che ne hanno modellato l’evoluzione.
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