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rendersi autonomo. Uno stile genitoriale autorevole correla con un buon superamento della crisi,

mentre stili genitoriali autoritari, permissivi e permissivi-indifferenti si associano ad un aumento dei

problemi emozionali e comportamentali nel ragazzo.

L’adolescenza è anche il momento cruciale per lo sviluppo identitario. Erik Erikson ha introdotto il

concetto di crisi d’identità, che ha definito come un percorso verso l’autodefinizione, tappa

obbligata di un corretto sviluppo psicosociale. L’adolescenza è, così, un periodo di

“sperimentazione del ruolo”, anche se, in una società come la nostra con molte possibilità e pochi

punti di riferimento, la ricerca di un’identità rappresenta un compito arduo per molti giovani. In

teoria, la crisi d’identità dovrebbe risolversi intorno ai 20 anni e l’identità viene definita come un

senso coerente della propria identità sessuale, delle preferenze occupazionali e della visione

ideologica del mondo. Un mancato superamento della crisi, secondo Erikson, conduce a confusione

di identità. Marcia ha identificato 4 stati di identità, che sono i seguenti:

- conseguimento dell’identità l’individuo si è creato una propria posizione dal punto di

vista ideologico, ha scelto il lavoro che vorrebbe fare ed ha rivalutato in modo critico le

credenze religiose e le convinzioni politiche familiari;

- conclusione anticipata l’individuo non è riuscito a superare la crisi di identità, ha scelto

un lavoro ed ha una posizione ideologica, ma ha accettato in modo passivo le credenze

religiose della famiglia e non ha convinzioni politiche proprie;

- moratoria o sospensione della scadenza l’individuo è, ancora, nel mezzo della crisi, è in

cerca di risposte e non ha ancora trovato un equilibrio tra le aspettative genitoriali su di lui

ed i suoi reali interessi; 

- diffusione di identità o confusione di - l’individuo non ha necessariamente attraversato la

crisi d’identità e non ha ancora sviluppato un senso integrato di sé.

CAPITOLO 4 – PROCESSI SENSORIALI

La sensazione differisce dalla percezione da un punto di vista sia psicologico sia biologico: in

termini psicologici, la sensazione è un’esperienza grezza derivante da inputs semplici, mentre la

percezione è l’interpretazione che ne deriva; biologicamente parlando, invece, la sensazione

corrisponde all’acquisizione di informazioni inerenti un determinato stimolo per mezzo degli organi

di senso e delle vie nervose, mentre la percezione consiste nella comprensione dell’informazione,

che viene rielaborata a livello corticale.

Caratteristiche delle modalità sensoriali

L’intensità è una proprietà di uno stimolo e quanto più intenso è lo stimolo, tanto maggiore risulta

essere la sua influenza sull’organo di senso deputato alla sua ricezione. Un concetto associato è

quello di soglia di sensibilità, la quale può essere:

- soglia di sensibilità assoluta intensità minima di uno stimolo che possa essere percepita.

E’ possibile rilevarla con procedure sperimentali con cui si somministrano al campione, in

modo casuale, stimoli diversi, che i partecipanti devono affermare di avere o meno

percepito. Vi è accordo tra gli psicologi nel definire la soglia assoluta come quel valore

assunto dallo stimolo che gli consente di essere percepito il 50% delle volte che viene

presentato; 

- soglia di sensibilità relativa minima differenza necessaria perché si possa distinguere la

variazione di intensità di uno stimolo standard, sia in senso positivo sia in senso negativo.

La minima differenza percepibile si misura in unità di jnd (just noticeable difference).

Secondo la legge di Weber-Fechner, il valore di cui si deve aumentare l’intensità dello stimolo

affinché la differenza sia percepibile è tanto più elevato quanto maggiore è l’intensità dello stimolo

standard stesso, per cui, più è elevata l’intensità dello standard, meno il sistema sensoriale è

sensibile ai suoi cambiamenti. La frazione di Weber è una costante di proporzionalità, ovvero la

percentuale di intensità dello stimolo che, aggiunta al suo standard, può essere percepita.

Dalla legge di Weber-Fechner, dalla consapevolezza che l’intensità psicologica possa essere

misurata in jnd e che gran parte della nostra percezione visiva avvenga in un contesto di condizione

soprasoglia, deriva la legge di Stevens, secondo cui l’intensità psicologica è funzione dell’intensità

fisica elevata ad r, ove r<1, se vengono percepiti stimoli benigni, ed r>1, se vengono percepiti

stimoli nocivi per l’organismo, che richiedono una risposta immediata poiché il corpo può essere in

pericolo.

La teoria di rilevamento o detenzione del segnale, invece, sostiene che tutte le informazioni

contengano un segnale, che è la parte di interesse, associato a del rumore, ovvero la parte non

importante: la sensazione altro non è, quindi, che un sistema di rilevamento del segnale. Sono,

pertanto, possibili dei falsi allarmi, nel momento in cui si rilevi del segnale in presenza di solo

rumore, così come dei successi, qualora vi sia un corretto rilevamento del segnale. Se la percentuale

di successo supera quella dei falsi allarmi, allora la sensibilità è buona, mentre, se la supera di poco,

è scarsa; se le due percentuali si equivalgono, la sensibilità è pari a 0. Va da sé che, in presenza di

forti aspettative individuali di rilevare un segnale, è molto probabile che si vada incontro a risposte

affermative.

Ogni sistema sensoriale deve, ovviamente, procedere ad una codifica, ovvero tradurre

l’informazione fisica in entrata in una rappresentazione neurale e, quindi, codificarne le diverse

caratteristiche in modo tale da arrivare a costruire una rappresentazione più complessa. Questo

processo è reso possibile dai recettori, che permettono il passaggio dell’informazione sotto forma di

impulso elettrico lungo i nervi e fino alla corteccia cerebrale. Attraverso studi di registrazione da

cellule singole è stato possibile scoprire come avvenga la codifica di intensità e qualità degli

stimoli. L’intensità viene codificata con il numero delle scariche nervose nell’unità di tempo, con il

numero di neuroni attivati e con il modello temporale: a bassa intensità, l’intervallo tra stimoli

successivi è variabile, mentre, ad alta intensità, può essere costante. La qualità, invece, esattamente

come ipotizzato da Müller, viene codificata da specifiche vie nervose, che afferiscono a determinate

aree cerebrali e questa è la specificità; nella codifica della qualità dello stimolo ha poi un ruolo,

anche, la scarica nervosa stessa, dal momento che, ad una stessa fibra, possono arrivare, seppur non

in linea preferenziale, stimoli differenti.

Visione

Lo stimolo fisico che viene percepito dalla vista è la luce, una radiazione elettromagnetica a cui i

nostri occhi sono sensibili per lunghezze d’onda comprese tra i 400 ed i 700 nm. Luci di breve

lunghezza d’onda vengono percepite come blu, di media lunghezza d’onda come verdi e di lunga

lunghezza d’onda come rosse e la costanza di colore è la capacità di percepire la corretta sfumatura

cromatica indipendentemente dalle variazioni della luminosità ambientale. Proprietà fondamentali

del colore sono: a) la tinta, ovvero ciò che ci consente di attribuire un certo nome ad un colore; b) la

luminosità, che fa riferimento alla quantità di luce che ci sembra di percepire nel colore; c) la

saturazione, cioè la purezza del colore. I colori che possiamo vedere possono essere il risultato del

mescolamento dei tre colori di base ed il metamero è la stessa tinta che può essere vista sia come

risultante di un’unica onda sia come risultante di onde diverse.

L’occhio è l’organo di senso deputato al senso della vista e comprende un sistema di formazione

delle immagini ed un sistema di trasduzione. La luce penetra attraverso la cornea, passa per la

pupilla, il cui diametro varia a seconda della luminosità ambientale, per arrivare, quindi, al

cristallino, il quale cambia forma per mettere a fuoco oggetti situati a distanze differenti: diventa

sferico a fronte di oggetti vicini e piatto per vedere oggetti lontani. Posteriormente rispetto al

cristallino vi è la retina, un sottile strato di tessuto posto sul retro del globo oculare, sulla quale

viene proiettata l’immagine percepita capovolta. La trasduzione ha inizio, proprio, a livello retinico,

ove sono presenti due tipi di recettori: i coni ed i bastoncelli; i coni permettono la visione diurna, i

bastoncelli quella notturna. Nella fovea, che è la parte centrale della retina, vi è la massima

concentrazione di recettori. I foto pigmenti dei coni e dei bastoncelli assorbono la luce ed è così che

si genera l’impulso nervoso, il quale viaggia attraverso il nervo ottico per raggiungere la corteccia

visiva. Il punto in cui passa il nervo ottico è la macchia cieca dell’occhio, una parte prima di

recettori che, tuttavia, non ci mostra un campo visivo “bucato”, dal momento che il nostro cervello

è in grado di completare la scena servendosi di informazioni collaterali.

La capacità del nostro occhio di adattarsi al buio, la si deve al movimento di midriasi della pupilla

ed alle modificazioni fotochimiche a cui vanno incontro i recettori: in particolare, i coni necessitano

di circa 5 minuti per adattarsi al buio, mentre per i bastoncelli che ne vogliono ben 25.

L’acuità visiva è l’abilità di un occhio di distinguere i dettagli e può essere acuità spaziale (capacità

di vedere i dettagli nelle forme) o di contrasto (capacità di distinguere le differenze di luminosità).

La tavola di Snellen viene utilizzata per valutare l’acuità visiva, che è di 10/10 se il soggetto è in

grado di leggere le lettere presentate ad una distanza di 10 m; al contrario, un’acuità di 10/50 sta ad

indicare che il soggetto può vedere, ad una distanza di 10 m, solo lettere abbastanza grandi da poter

essere riconosciute ad una distanza di 50 m. La griglia di Hermann, invece, consente di osservare

l’inibizione laterale, ovvero quel meccanismo che fa sì che sia possibile rilevare i contorni delle

figure, oscurandone un lato e schiarendone un altro: si presenta, infatti, come una griglia di quadrati

neri con spessi bordi bianchi.

Secondo la teoria tricromatica, la nostra percezione di colore è supportata dal lavoro svolto da tre

tipi di coni: corti, sensibili a lunghezza d’onda corta (blu), medi, sensibili a lunghezza d’onda media

(verde e giallo), lunghi, sensibili a lunghezza d’onda lunga (rosso). L’azione congiunta di questi

recettori ci restituisce la nostra abituale esperienza del colore. A questa teoria è stata associata

quella di opponenza cromatica, che afferma l’esistenza di due unità sensibili al colore, di cui una

risponde O al rosso O al verde e l’altra O al giallo O al blu. Neuroni antagonisti del colore sono

stati, effettivamente, localizzati a livello talamico: si tratta di cellule che aumentano o diminuiscono

la loro attività di fronte a specifiche lunghezze d’onda. Attualmente si ritiene, dunque, che le cellule

tricromatiche trasmettano il segnale a quelle antagoniste del colore.

Udito

Lo stimolo per l’udito è l’onda sonora, prodotta dalle variazioni di pressione dell’aria, ovvero dallo

spostamento delle molecole che vi si trovano; essa può essere rappresentata con un’onda

sinusoidale o con una sommatoria di onde del genere. Il tono puro è l’onda sinusoidale, mentre il

ritmo seguito dalle molecole che si spostano avanti ed indietro è la frequenza, che si misura in Hz;

esso è alla base della nostra percezione del tono, che è una delle caratteristiche più semplici da

individuare in un suono. Ogni suono complesso può essere scomposto nei toni puri che lo

compongono e rappresentato come la sommatoria pesata di onde sinusoidali, aventi frequenze

diverse. L’intensità è data dal delta di pressione tra il picco più elevato e quello più basso nell’unità

di tempo di un tono puro; è alla base della nostra percezione di volume e si misura in db. Il timbro,

infine, rappresenta la nostra esperienza di complessità del suono.

L’organo sensoriale dell’udito è l’orecchio, che ha in sé un sistema di trasmissione dell’onda sonora

ed un sistema di trasduzione. La trasmissione e l’amplificazione hanno luogo quando l’onda sonora

si propaga passando attraverso l’orecchio esterno, il meato acustico, la membrana timpanica (parte

più esterna dell’orecchio medio, che trasmette la sua vibrazione, provocata dall’onda sonora, alla

finestra ovale, che è un’altra membrana) e la finestra ovale (via d’accesso all’orecchio interno), per

arrivare, infine, ad azionare il martello, l’incudine e la staffa, tre ossicini. Per quanto riguarda,

invece, la trasduzione, nella coclea, che è un tubo osseo con forma di spirale, si trova la membrana

basilare, sulla quale sono posizionate le cellule cigliate, i recettori uditivi: la vibrazione della

membrana basilare determina il ripiegamento delle cellule cigliate, con la conseguente generazione

dell’impulso nervoso.

Per quanto riguarda le teorie sulla percezione del suono, quelle ad oggi condivise sono la teoria

temporale, che spiega la percezione delle basse frequenze, e la teoria spaziale, che giustifica la

percezione delle alte frequenze. La prima afferma che la frequenza dell’onda sonora determina una

certa frequenza delle scariche nervose, da cui deriva il tono udito; la seconda sostiene che ogni

frequenza sia in grado di stimolare una specifica posizione sulla membrana basilare.

Altri sensi

L’olfatto ha avuto un’importante valenza adattiva nel corso della nostra evoluzione, dal momento

che ha permesso la sopravvivenza della specie. Gli stimoli olfattivi sono costituiti da molecole

volatili liberate dalle sostanze, molecole che devono essere, però, liposolubili, dal momento che i

recettori olfattivi, siti nella parte alta delle cavità nasali, sono ricoperti di una sostanza simile al

grasso. I recettori sono dotati di ciglia che, se entrano a contatto con le molecole liposolubili,

determinano la trasduzione del segnale. L’impulso nervoso che si genera viaggia, così, verso il

bulbo olfattivo, per arrivare, infine, alla corteccia temporale. Nell’olfatto, risultano essere coinvolti

diversi recettori e non sembra esserci una particolare specificità.

Lo stimolo per il senso del gusto, invece, è rappresentato da sostanze solubili nella saliva. Il gusto

risente dell’influsso dell’olfatto, oltre ad essere influenzato dall’assetto genetico e dall’esperienza

passata: per esempio, abitudini diverse nelle varie culture possono influire sulle sensazioni gustative

degli individui. I recettori gustativi sono localizzati sulla lingua, sul palato e sulla gola: essi sono

disposti in punti specifici a seconda del sapore di base per cui sono adibiti, quindi quelli per il dolce

ed il salato si trovano sulla punta della lingua, quelli per l’acido sui suoi bordi e quelli per l’amaro

sul palato molle; il centro della lingua è insensibile al gusto. Sembra, inoltre, che esistano quattro

fibre nervose diverse tra loro, ognuna delle quali è specializzata per uno dei quattro sapori di base,

nonostante tutte rispondano, seppur più debolmente, anche agli stimoli di qualità differente. Nel

caso del gusto, le jnd sono abbastanza elevate.

Il senso del tatto fa riferimento a pressione, temperatura e dolore. Lo stimolo per la pressione è la

pressione fisica sulla pelle ed alcune parti del nostro corpo, quali il naso, le guance e le labbra, sono

particolarmente sensibili in quanto dotate di molti recettori, mentre altre, come l’alluce, ne hanno di

meno, con chiare conseguenze sulla loro sensibilità. Lo stimolo per la temperatura è la temperatura

cutanea, a cui siamo tanto sensibili da poter avvertire persino cambiamenti inferiori ad 1°C.

Esistono recettori diversi per il caldo ed il freddo, ma stimoli molto intensi sono in grado di attivarli

entrambi. Il dolore si prova ogni qual volta vi sia un danno ad un tessuto e può essere fasico o

tonico: il dolore fasico è quello che si prova immediatamente, è di breve durata e molto acuto; il

dolore tonico compare dopo il danno, ha lunga durata ed è poco intenso. Intensità e qualità del

dolore vengono influenzate da svariati fattori, tra cui pure la cultura: un esempio di ciò è dato da riti

religiosi tipici di alcune popolazioni tribali, che possono essere anche molto lesivi ma vengono,

comunque, sopportati dagli individui che vi si sottopongono. Secondo la teoria della porta neurale,

la sensazione dolorifica è possibile solo se la porta neurale a livello midollare è aperta: essa è

collegata alla regione mesencefalica del PAG (sostanza grigia periacquedottale), i cui neuroni, se

sono attivi, fanno sì che altri neuroni a cui sono connessi chiudano la porta neurale, inibendo la

trasmissione del dolore lungo le fibre nervose. E’ possibile chiudere la porta neurale in molti modi,

tra cui anche pratiche mediche, come l’utilizzo di anestetici, e paramediche, tra cui figurano il

massaggio e l’agopuntura.

CAPITOLO 5 – PERCEZIONE

A che serve la percezione?

Secondo la teoria della visione ecologica, l’insieme delle informazioni visive che riusciamo a

ricavare dal mondo attraverso il senso della vista ci sarebbe sufficiente, nella quotidianità, per

risolvere tutti i problemi che ci si pongono. La rappresentazione a due dimensioni che la nostra

retina ci offre del mondo sarebbe, quindi, lo stretto indispensabile per condurre una vita “normale”.

Questa teoria, però, è stata rifiutata da molti studiosi, in quanto ritenuta troppo semplicistica. Ad

oggi si inizia a pensare, infatti, che la nostra mente necessiti, in realtà, di costruirsi un modello del

mondo, ovvero una sua rappresentazione, con la quale relazionarsi per prendere decisioni, modulare

il comportamento e guidare la percezione. Quest’ultima viene, quindi, considerata come il processo

di integrazione in un unico modello del mondo di tutte le informazioni sensoriali che il nostro

cervello estrapola dall’ambiente esterno, ed ha 5 funzioni: attenzione, localizzazione,

riconoscimento, astrazione e costanza.

Attenzione

L’attenzione è quella funzione che ci rende possibile il fatto si operare una selezione sulle

informazioni in entrata, in modo tale da permettere l’ingresso soltanto a quelle che vengono

considerate rilevanti ed utili per lo svolgimento di un determinato compito. Necessita di tre

processi, che sono: 1) il mantenimento di uno stato di arousal; 2) la focalizzazione attentiva sulle

informazioni importanti; 3) un “esecutivo”, che stabilisce se e quando shiftare l’attenzione da

un’informazione ad un’altra.

L’attenzione è, poi, multimodale, il che significa che può spostarsi anche tra stimoli aventi natura

sensoriale diversa. Il modo più semplice per dirigere la propria attenzione verso un certo stimolo è

quello di orientare fisicamente i propri recettori sensoriali nella sua direzione e questa è l’attenzione

selettiva. Per esempio, per quanto riguarda l’esplorazione visiva, è resa possibile dai movimenti

oculari, sia le saccadi, che sono spostamenti repentini, sia le fissazioni, in cui gli occhi restano

relativamente immobili per un certo periodo di tempo. Chiaramente, l’attenzione selettiva è

possibile anche per sensi diversi dalla visione: per esempio, per quanto riguarda l’udito, è possibile

selezionare l’informazione discriminando la direzione del suono e prestando attenzione al labiale, al

timbro ed all’intonazione di chi sta parlando.

La nostra attenzione non si focalizza, pertanto, su stimoli qualsiasi, ma solo su parti cruciali della

scena e questo è l’effetto shadowing, per il quale noi non siamo consapevoli delle informazioni su

cui non si sofferma la nostra attenzione e, di conseguenza, non le ricordiamo se non poco; questo,

tuttavia, non deve far pensare che il passaggio delle informazioni venga attivamente bloccato, dal

momento che viene, in vero, soltanto attenuato. Un esempio di come l’attenzione selettiva si

focalizzi su elementi cruciali è dato dal così detto “effetto weapon”, quel fenomeno per cui le

vittime di crimini armati risultano in grado di ricordare e descrivere molto dettagliatamente l’arma

dell’aggressore e non altro: questo deriva dal fatto che, sia in laboratorio sia, ancora di più, nella

vita reale, un’arma rappresenta un oggetto insolito, oltre che un’informazione ambientale cruciale,

che segnala un pericolo.

L’attenzione selettiva ha, pertanto, sia dei costi sia dei benefici: se, da un lato, non ci permette di

notare stimoli ambientali che potrebbero avere una certa rilevanza, come dimostrato dalla cecità da

inattenzione a cui si collega la cecità al cambiamento (incapacità di notare cambiamenti anche

grandi della scena), dall’altro fa diminuire la quantità di informazioni necessarie e rende più

semplice ed “economico” il lavoro svolto dal nostro cervello.

Localizzazione

La localizzazione è una funzione necessaria per muoversi ed afferrare oggetti. Infatti, per stabilire in

che posizione si trovino gli oggetti intorno a noi, dobbiamo, in prima istanza, essere in grado di

separarli l’uno dall’altro e dallo sfondo, per poi organizzarli in gruppi. Gli psicologi della Gestalt si

sono occupati dello studio di questo fenomeno ed hanno sottolineato l’importanza di percepire

come degli insiemi gli oggetti e le forme presenti sulla scena; hanno, quindi, proposto una serie di

principi che descrivono le modalità con cui viene organizzata la percezione. In primis, la forma più

elementare di organizzazione percettiva consiste nel vedere, a fronte di uno stimolo che presenti due

o più aree tra loro distinte, parte di esso come la figura di interesse ed il resto come sfondo: le aree

viste come figura, sono quelle che veicolano il maggior numero di informazioni e che costituiscono

l’oggetto di interesse; appaiono, infatti, maggiormente consistenti e poste anteriormente rispetto allo

sfondo. Questa relazione tra figura e sfondo non riguarda soltanto il senso della vista, bensì anche

l’udito. Non ci limitiamo, in ogni caso, a distinguere le figure dallo sfondo su cui si trovano, ma

raggruppiamo anche gli oggetti tra di loro, secondo i fattori determinanti di raggruppamento che

sono stati descritti dalla Gestalt e che tendono a creare gli aggregati più stabili, coerenti e semplici

possibili; il raggruppamento ha luogo, anche, nel caso dell’udito.

Necessaria alla localizzazione è la percezione della distanza. La nostra retina è una superficie

bidimensionale sulla quale viene rappresentato un mondo tridimensionale: è, quindi, in grado di

riflettere sia l’altezza sia l’ampiezza, mentre si perde l’informazione inerente la profondità, che

deve quindi essere resa da indici di profondità: essi si dividono in indici binoculari ed indici

monoculari. Gli indici binoculari consentono di localizzare gli oggetti nello spazio, particolarmente

quelli situati a piccole distanze: sono resi possibili dal fatto che gli occhi sono tra loro separati e si

forma, quindi, la disparità binoculare, la quale corrisponde alla differenza esistente tra le due

immagini retiniche, che è maggiore per gli oggetti più vicini e minore per quelli più lontani. Gli

indici monoculari, invece, hanno la funzione di localizzare gli oggetti siti a grandi distanze e

comprendono: 

- dimensioni relative dati oggetti simili ma con dimensioni differenti, quello più piccolo è

più lontano di quello più grande;

- sovrapposizione l’oggetto davanti è più vicino di quello dietro;

- altezza relativa tra oggetti simili, quelli più vicini alla linea dell’orizzonte sono, anche, i

più lontani da chi guarda;

- prospettiva due linee parallele che appaiano convergenti vengono percepite come se

proseguissero a distanza; 

- ombreggiatura ed ombra nel primo caso, l’ombra cade dalla stessa parte dell’oggetto che

blocca la luce, mentre nel secondo, cade su una superficie che non appartiene all’oggetto che

la crea; 

- movimento relativo gli oggetti più vicini sembrano muoversi a velocità maggiori rispetto

a quelli più distanti e gli oggetti molto lontani appaiono come fermi. La parallasse di

movimento è, proprio, la diversa velocità a cui sembrano muoversi i corpi ed è utile per

stabile a che distanza essi si trovino.

Per muoverci nel mondo in modo adeguato abbiamo, anche, bisogno di capire quali oggetti siano in

movimento e con che tipo di traiettoria e questa è la percezione del movimento. Il movimento reale

è quello di un corpo che si sposta nello spazio, mentre il movimento stroboscopico è la percezione

di movimento che può essere provocata, proiettando nel buio e dopo un intervallo di pochi ms, un

primo ed un secondo puntino luminoso, che viene, in questo modo, considerato in movimento.

Alcuni dei movimenti che percepiamo derivano dai moti oculari (per esempio, durante la lettura),

mentre altri sono veri. La nostra analisi del movimento è relativa: percepiamo meglio il movimento

relativo, ovvero quello di un corpo su uno sfondo strutturato, del movimento assoluto, vale a dire

quello di un corpo su uno sfondo uniforme od inesistente; la percezione del movimento reale è

compito di cellule specifiche del nostro sistema visivo ed è stato possibile scoprirlo attraverso studi

di registrazione da singola cellula condotti su campioni animali. Un fenomeno importante, sempre

inerente la percezione del movimento, è quello dell’adattamento selettivo, che consiste nella perdita

di sensibilità al movimento da parte dei recettori che avviene, per esempio, quando osserviamo un

certo movimento troppo a lungo; questo ha luogo a causa dell’affaticamento delle cellule corticali

che sono specializzate in quel particolare tipo di movimento. E’, analogamente, possibile un effetto

postumo di movimento opposto, che si ha perché le cellule specializzate in quel movimento, che

viene percepito anche se non è realmente presente, stanno funzionando come sempre e finiscono per

dominare il processo percettivo: così, se guardiamo a lungo il movimento dell’acqua di una cascata,

è possibile, a causa dell’affaticamento cellulare, poter poi vedere l’acqua muoversi in senso

opposto.

Riconoscimento

Il riconoscimento determina che cosa siano gli oggetti che vengono percepiti, unendo in modo

adeguato le informazioni parziali primarie che li riguardano.

Secondo la teoria di integrazione degli attributi, la percezione si compone di uno stadio pre-

attentivo, in cui vengono percepiti gli attributi primari di un oggetto, cui fa seguito un secondo

stadio attentivo, che vede, invece, l’integrazione di questi attributi in un insieme che consente di

riconoscere l’oggetto in questione. Una prova di ciò è data dalle connessioni illusorie, ovvero

combinazioni errate di due attributi separati di un certo oggetto: per esempio, è possibile che

vengano confuse la sagoma ed il colore di una forma geometrica. Le connessioni illusorie

avrebbero, quindi, luogo quando la durata dell’esposizione dello stimolo è sufficiente per percepire

gli attributi primari, ma non per integrarli tra loro, che è un processo più duraturo. Tuttavia, è stato

identificato un numero eccessivo di attributi primari, motivo per cui si ritiene improbabile che il

riconoscimento avvenga secondo quanto stabilito dalla teoria dell’integrazione degli attributi: è

stata, così, elaborata la teoria del sistema dinamico. Essa sostiene che non esistano dei sottoinsiemi

per tutti i compiti di riconoscimento possibili e che il sistema percettivo si riconfiguri, di volta in

volta, a seconda dei compiti da svolgere, lavorando in modo simile ad un computer.

Nel processo di riconoscimento di un oggetto, un ruolo importante è giocato dalla sua forma.

L’elaborazione visiva dello stimolo prevede degli stadi precoci, in cui l’oggetto viene descritto sulla

base di componenti primarie, come le linee, i contorni e gli angoli che lo caratterizzano, seguiti da

stadi successivi, durante i quali il sistema confronta la descrizione ricavata dell’oggetto con le

diverse categorie di oggetti che sono state immagazzinate, grazie all’esperienza percettiva passata,

nella memoria visiva: si seleziona, quindi, la corrispondenza migliore.

Nella corteccia visiva, è stato possibile trovare tre tipi di cellule, che si differenziano tra loro in base

agli stimoli che sono in grado di percepire: 1) cellule semplici, che rispondo a stimoli lineari e con

determinati orientamento e posizione all’interno della scena; 2) cellule complesse, che si attivano a

fronte di stimoli aventi uno specifico orientamento ma di cui non è rilevante la posizione; 3) cellule

ipercomplesse, per gli stimoli che sono dotati di determinati orientamento e lunghezza.

Per quanto riguarda il riconoscimento di parole e lettere, i modelli connessionisti sostengono che le

lettere vengano descritte, dal nostro sistema, sulla base di caratteristiche fondamentali (linee, curve

etc.) e che l’informazione circa quali di queste caratteristiche si associno a determinate lettere sia

rappresentata su reti di connessioni, che possono essere immaginate come il risultato delle

interconnessioni neuronali; il Connessionismo si propone, quindi, come un trait-d’union tra la

Psicologia e la Biologia. Su queste reti, le caratteristiche e le lettere sono costituite da nodi e le

connessioni che le uniscono sono eccitatorie se corrette (ovvero se producono la miglior

combinazione) ed inibitorie se errate (cioè se fanno sì che l’attivazione delle caratteristiche faccia

diminuire quella della lettera). Il riconoscimento di una lettera è più semplice, ovviamente, se essa è

inserita in una parola: si attivano, in questo modo, connessioni a feedback dall’alto al basso, ovvero

dalla parola alla lettera, che costituiscono una fonte addizionale di attivazione per la lettera che si

deve riconoscere.

Il riconoscimento di oggetti comuni, invece, pare avvenire sulla base della percezione ed

integrazione dei geoni, vale a dire forme geometriche di base che sembrano essere presenti in tutti

gli oggetti esistenti: si tratta di caratteristiche di base, poiché il riconoscimento di un oggetto è

possibile solo se sono percepibili i geoni che lo compongono. Nel caso del riconoscimento di un

oggetto, può esserci un processo bottom-up, ovvero guidato dai dati sensoriali grezzi (in cui rientra,

appunto, il riconoscimento per mezzo dei geoni), così come un processo top-down, guidato da

conoscenza, esperienza passata, attenzione ed aspettative individuali (per cui, è più semplice

percepire un certo tipo di oggetto se esso viene considerato probabile all’interno dell’ambiente in

cui ci si trova e qui sta il potente effetto esercitato dal contesto sul processo di riconoscimento degli

oggetti).

A proposito del riconoscimento dei volti umani, esiste un deficit specifico che lo riguarda e che è

l’aprosopognosia. Esso rientra nell’ambito delle agnosie, ovvero incapacità o disturbi di

riconoscimento dovute a lesioni cerebrali, che comprendono, anche, l’agnosia associativa, dovuta a

lesioni temporali e che implica una difficoltà a riconoscere gli oggetti a seguito di una loro

presentazione visiva; essa può riguardare stimoli diversi: i volti, le parole nel caso dell’alessia pura

(lesione occipitale sinistra), oggetti organici come piante ed animali e non, come utensili ed altro.

L’ipotesi per cercare di spiegare la natura di questi fenomeni è che il sistema di riconoscimento sia

organizzato per classi di oggetti e che questi sottoinsiemi abbiano sede in regioni cerebrali

differenti. Normalmente, il riconoscimento dei volti è reso più ostico dalla presentazione di facce

capovolte (effetto inversione). Si tratta, inoltre, di una capacità che, contrariamente al più generale

riconoscimento degli oggetti che migliora con l’età, peggiora temporaneamente nel corso

dell’adolescenza, periodo dopo il quale sono, poi, possibili diverse traiettorie di sviluppo.

Astrazione

L’astrazione ci permette di convertire le informazioni sensoriali grezze, ricevute per mezzo della

stimolazione degli organi di senso, in categorie astratte che sono, precedentemente, state già

immagazzinate nella memoria (per esempio, lettere o parole). L’informazione astratta è molto meno

richiedente in termini di spazio e, di conseguenza, può esser sottoposta ad elaborazione più

rapidamente in confronto a quella grezza.

Costanze percettive

Le principali costanze percettive sono le seguenti:

- costanza di colore è la capacità del sistema visivo di non variare la percezione del colore

di un oggetto anche nel caso in cui esso venga colpito da luci di lunghezza d’onda differenti;

- costanza di luminosità fa sì che la luminosità percepita di un oggetto non cambi, se non

di poco, pure se l’intensità della luce emessa dalla fonte luminosa va incontro ad un

mutamento notevole;

- costanza di forma rende possibile il fatto che la forma percepita resti costante anche se

cambia l’immagine a livello retinico, per esempio se l’oggetto che si sta guardando è in

movimento; 

- costanza di grandezza è la costanza maggiormente studiata ed è quella che permette di

percepire la grandezza di un oggetto come invariata, indipendentemente dalla distanza a cui

esso di trovi. Secondo il principio dell’invarianza grandezza-distanza, la grandezza di un

oggetto percepito aumenta sia in base alla sua immagine retinica sia a seconda della distanza

che viene percepita: per cui, un oggetto localizzato ad una notevole distanza avrà

un’immagine sulla retina piccola ma una percezione della sua distanza grande; il divario tra

immagine dell’oggetto e percezione della distanza determina che questi due fattori si

annullino vicendevolmente e consente una percezione della grandezza dell’oggetto che resti,

relativamente, costante.

Va da sé che le costanze percettive non riguardano solo la vista, ma anche gli altri sensi.

Divisione del lavoro nel cervello

Per quanto riguarda la funzione dell’attenzione, sono stati rilevati tre sistemi cerebrali differenti che

vi sottendono. Il primo sistema è quello che permette il mantenimento di uno stato di allerta e

coinvolge le regioni parietali e frontali destre, la cui attività è modulata dalla NA; il secondo

sistema è il così detto “sistema posteriore”, che comprende la corteccia parietale e temporale oltre

che alcune strutture corticali e che si occupa di orientare l’attenzione verso uno stimolo,

rappresentarne le caratteristiche percettive (localizzazione, forma e colore) e selezionare, sulla base

di esse, un oggetto tra tanti; il terzo sistema è il “sistema anteriore”, di cui fanno parte la corteccia

frontale ed una struttura sottocorticale e che controlla come e quando le caratteristiche dell’oggetto

debbano essere utilizzate per la selezione. Il sistema posteriore ed il sistema anteriore collaborano

nel rendere possibile l’attenzione selettiva.

Studi condotti su animali con impulsi elettrici trasmessi a singole cellule, così come “esperimenti

naturali” sull’uomo (ovvero lo studio degli effetti di lesioni e malattie cerebrali), hanno permesso di

fare chiarezza circa il funzionamento della corteccia visiva. V1 è la corteccia visiva primaria ed è la

regione più importante per l’elaborazione delle informazioni aventi natura visiva: un danno tissutale

ad una sua porzione specifica conduce a scotoma, ovvero una cecità localizzata che coinvolge

precise parti del campo visivo. I neuroni di V1, infatti, sono ognuno responsabile dell’analisi di una

determinata parte della scena visiva e comunicano tra loro solamente in regioni molto ristrette: in

questo modo, la scena visiva può essere analizzata dettagliatamente, ma non vi è la possibilità di

coordinare tra loro informazioni che non sono vicine nell’immagine che si sta osservando. V1 ed

un’area presso la base della corteccia cerebrale sono le strutture che compongono il sistema di

riconoscimento, mentre V1 ed una regione corticale presso la sommità del cervello costituiscono il

sistema di localizzazione. La corteccia visiva presenta, poi, diversi “moduli di elaborazione”,

ognuno dei quali è specializzato in un compito in particolare.

Sviluppo percettivo

Il dibattito natura-nutrimento ha coinvolto, anche, l’ambito della percezione, con l’obiettivo di

stabilire il contribuito di ciascuna delle due componenti e di far luce sulle reciproche interazioni.

Per far ciò, si è pensato di studiare come avvenga lo sviluppo percettivo, attraverso lo studio di

bambini piccoli con paradigmi di preferenza visiva, condizionamento ed abituazione.

Per quanto riguarda la percezione delle forme, si è potuto osservare come l’acuità visiva, ovvero la

capacità di percepire un oggetto e di distinguere tra loro le parti che lo compongono, migliori

rapidamente fino al sesto mese e, in seguito, più lentamente, per arrivare, intorno ad 1-2 anni, ad

essere uguale a quella degli adulti. Al primo mese di vita, i bambini non sono in grado di cogliere

dettagli sottili degli oggetti, ma solo figure molto grandi, per cui riescono a percepire soltanto le

caratteristiche generali. A 3 mesi, invece, possono già distinguere le espressioni facciali e

riconoscere alcuni dettagli del volto materno, persino in fotografia (è stato osservato con

esperimenti di preferenza visiva).

La percezione della profondità comincia a fare la sua comparsa intorno ai 3 mesi e si completa

verso i 6, come dimostrato dagli esperimenti di precipizio visivo: quando sono abbastanza grandi da

andare carponi, i bambini hanno una percezione della profondità relativamente buona e non

attraversano l’illusione ottica del precipizio.

Le costanze percettive, infine, cominciano a svilupparsi nei primi mesi di vita, in particolar modo

quelle di forma e grandezza.

Per studiare, invece, come specifiche esperienze possano influenzare le capacità percettive, sono

stati condotti degli esperimenti di stimolazione controllata su gatti. Si è così potuto osservare come

un animale cresciuto in assenza di stimolazione visiva fin dal momento della nascita presenti un

deficit visivo che è tanto più grave quanto più duratura è stata la deprivazione. Esiste, quindi, un

periodo critico per lo sviluppo delle capacità visive, che sono innate: la mancanza di stimolazioni

durante questo periodo determina un danno permanente dei neuroni della retina e della corteccia

visiva. Studi di stimolazione limitata, invece, si sono serviti di gatti che sono stati allevati in un

ambiente in cui hanno potuto vedere, solo, strisce o verticali od orizzontali: questi gatto sono, di

conseguenza, diventati ciechi alle strisce orientate nell’altro senso.

In sintesi, si può asserire, alla luce delle evidenze sperimentali, che molte capacità percettive siano

innate, ma che, allo stesso tempo, il loro sviluppo naturale possa richiedere anche anni di

sperimentazione di inputs normali da parte dell’ambiente. Esistono, quindi, degli effetti

dell’apprendimento sulla percezione, che diventano ancora più evidenti nel momento in cui essa

deve essere coordinata col comportamento motorio, come è stato riscontrato con l’esperimento della

giostra per gatti: due gattini, allevati al buio, hanno fatto la loro prima esperienza visiva sulla giostra

per gatti, in cui uno dei due è stato collocato in posizione attiva, ovvero gli è stata data la possibilità

di muoversi e, in questo modo, di determinare il moto della giostrina, mentre l’altro è stato messo in

posizione passiva, il che significa che non ha potuto fare altro che subire il movimento della giostra

indotto dal gatto attivo. Il risultato ha visto il gatto attivo come l’unico in grado di ricevere la

stimolazione prodotta dai suoi movimenti e, di conseguenza, di imparare il coordinamento senso-

motorio: esso, infatti, contrariamente al gatto passivo, ha mostrato di saper mettere, per esempio, le

zampe in avanti per evitare la collisione con un oggetto contro cui è stato spinto.

CAPITOLO 6- COSCIENZA

Aspetti della coscienza

Non è tutt’ora stata elaborata una teoria generale della coscienza, che i primi psicologi hanno

assimilato alla mente, definendo, così, la Psicologia come lo studio della mente e della coscienza e

considerando quest’ultima come raggiungibile mediante l’introspezione. Nel primo ventennio del

XX secolo, con l’affermarsi del Comportamentismo, l’attenzione degli psicologi si è spostata più

sui dati obiettivamente osservabili e valutabili in modo oggettivo, come il comportamento, che sulle

esperienze private soggettive. Tuttavia, a partire dagli anni ’60, ci si è resi conto di quanto, in vero,

gli aspetti della coscienza fossero troppo importanti per poter essere trascurati e di quanto relegare

la Psicologia al solo ambito di studio del comportamento direttamente osservabile fosse

decisamente riduttivo. E’ tornato, in questo modo, l’interesse per la coscienza, intesa come

l’insieme delle percezioni, dei pensieri e delle emozioni di un individuo in un certo momento

temporale. Essa comprende due funzioni, che sono il monitoraggio ed il controllo di sé e

dell’ambiente. Uno stato alterato di coscienza, quindi, altro non è se non la consapevolezza

individuale che il proprio funzionamento mentale sia diverso dal solito, fuori dall’ordinario.

Al costrutto di coscienza di associa, per merito delle teorie freudiane, quello di inconscio e di

ricordi preconsci, ovvero quei ricordi che possono essere riportati a livello di coscienza attraverso

uno sforzo. Secondo Freud, l’inconscio è sede di ricordi, impulsi e desideri inaccettabili e, in quanto

tali, non accessibili alla coscienza, che possono, tuttavia, influenzare la vita della persona e, talora,

determinare l’insorgenza di una malattia mentale. L’obiettivo della terapia psicoanalitica, pertanto,

deve essere quello di riportare a livello di coscienza il materiale rimosso contenuto nell’inconscio,

allo scopo di curare il paziente. Questo materiale rimosso può, infatti, emergere nei sogni, nelle

libere associazioni, nei comportamenti irrazionali, nei manierismi e nei lapsus linguistici.

Altri concetti che si legano a quello di coscienza fanno riferimento all’automatismo ed alla

dissociazione. Quest’ultima è stata definita da Janet come la possibilità di portare pensieri ed azioni

al di fuori della consapevolezza, della coscienza, in modo tale da poter continuare a funzionare in

modo adeguato: essa differisce, quindi, dall’inconscio freudiano, in ragione del fatto che pensieri e

ricordi dissociati possono essere riportati a livello di coscienza senza difficoltà. Esempi estremi di

dissociazione si ritrovano nel disturbo di personalità multipla. L’automatismo, invece, consiste nel

fornire risposte che sono azioni procedurali, il che significa che, se è vero che all’inizio

richiedevano una certa attenzione, al momento presente possono essere svolte in modo automatico,

al di dà del controllo cosciente. Quanto più un’azione è automatica, infatti, tanto meno richiede il

controllo della coscienza.

Sonno e sogni

Il sonno è più simile alla veglia di quanto si possa pensare. Esso, infatti, prevede una certa attività

mentale, non quiescenza, non insensibilità agli stimoli esterni e non totale mancanza di

pianificazione (un esempio di ciò è dato dal fatto che esistono delle persone che decidono di

svegliarsi ad una certa ora ed effettivamente ci riescono).

Attraverso un monitoraggio elettroencefalografico e dei moti oculari, è stato possibile identificare

due fasi del sonno, che si differenziano per i diversi patterns delle onde cerebrali:

- fase REM (Rapid Eyes Movements) si osservano rapidi movimenti oculari ed aumento

della frequenza cardiaca e del metabolismo cerebrale, che può superare, anche se di poco,

quello della veglia. La muscolatura scheletrica è totalmente paralizzata e vi è un’attivazione

delle aree implicate nella rielaborazione dei ricordi emotivamente pregnanti, da cui deriva il

fatto che circa l’80% dei soggetti risvegliati in fase REM (contro il 50% di quelli risvegliati

in NREM) riferiscono di aver sognato. I sogni sono, in questa fase, molto vividi per quanto

riguarda il contenuto visivo e con caratteristiche emotive ed illogiche;

- fase NREM sono assenti movimenti oculari, la frequenza cardiaca e quella respiratoria

risultano diminuite, i muscoli sono rilassati e si assiste ad una diminuzione del metabolismo

cerebrale, anche del 20-30%. I sogni che caratterizzano questa fase sono più direttamente

correlati alla vita quotidiana rispetto a quelli REM. La fase NREM è stata suddivisa in

quattro stadi, che procedono con un aumento graduale della profondità del sonno. Lo stadio

1 è caratterizzato da onde alfa, che sono simili a quelle della veglia. Lo stadio 2 presenta la

comparsa di fusi e complessi K. Lo stadio 3 e 4 sono quelli del sonno profondo e ristoratore

e sono caratterizzati da onde delta: a questo punto, il soggetto può essere risvegliato solo con

stimoli molto personali, per esempio pronunciandogli il suo nome.

Nel corso di una notte, si susseguono diversi cicli del sonno, ognuno dei quali contiene sia la fase

REM sia la NREM. Il passaggio dalla veglia agli stadi 1, 2, 3 e poi 4 è molto rapido, seguito dalla

comparsa, dopo circa 70 minuti dall’addormentamento, di un altro stadio 3. Segue, quindi, la fase

REM, che si ripete 4 o 5 volte nel corso di una nottata di 8 ore. Il ciclo si ripete, con le fasi di sonno

profondo sempre nella prima parte della notte e la maggior parte del sonno REM concentrata nella

sua ultima parte.

Riguardo l’utilità del sonno, è stata formulata una teoria, che è quella del modello di sonno e veglia

intesi come processi opposti. Secondo quanto affermato da questa teoria, il nostro cervello ha in sé

due processi antagonisti che sono a capo della nostra tendenza ad addormentarci (regolamentata

dall’impulso omeostatico al sonno, che ha la finalità di garantire la quantità di sonno necessaria ad

ottenere un buon livello di vigilanza nella vita diurna) od a restare svegli (determinata dal processo

di vigilanza dipendente dall’orologio, ovvero uno specifico meccanismo cerebrale che ci fa

svegliare ad una certa ora e che è controllato dall’orologio biologico, il quale scandisce i ritmi

circadiani ed è influenzato dall’esposizione alla luce solare, che blocca la produzione di

melatonina).

Il tempo ottimale da dedicare al sonno sarebbe di circa 10 ore, ma si è visto che anche 8-9 ore sono

sufficienti, mentre una deprivazione di sonno può sfociare in sonnolenza diurna. Altri disturbi del

sonno sono l’insonnia, ovvero la percezione soggettiva che la quantità o la qualità del proprio sonno

non sia adeguata, la narcolessia, caratterizzata da accessi invincibili di sonno REM di durata

variabile da pochi secondi a 30 minuti, e l’apnea morfeica, che può inserirsi in un quadro di OSAS

od avere origine centrale e che, in ogni caso, causa frequenti microrisvegli, che compromettono la

qualità del sonno con conseguente sonnolenza diurna.

A proposito, invece, dei sogni, si è osservato che bambini fino alla scuola elementare ed anziani non

sognano tanto quanto gli adulti e che pazienti con determinate lesioni cerebrali non riferiscono

alcun sogno. Circa la possibilità di ricordare o meno i sogni sono state formulate, quindi, diverse

ipotesi, tra cui quelle citate di seguito:

- alcuni individui hanno più difficoltà di altri nel ricordare i sogni;

- alcuni soggetti si svegliano più facilmente in REM;

- svegliarsi in un contesto molto ricco di distrazioni ostacola il ricordo dei sogni;

- interesse e motivazione aumentano la possibilità di ricordare quanto sognato.

Per quel che riguarda, invece, le teorie sui sogni, Freud riteneva che essi costituissero un tentativo

camuffato di realizzare desideri inaccettabili e che si componessero di un contenuto latente, dato dai

desideri inconsci, più un contenuto manifesto, ovvero il risultato del lavoro onirico di censura e

camuffamento del contenuto latente. La censura ha lo scopo di proteggere il dormiente dall’ansia e

dal senso di colpa, consentendogli di esprimere i propri impulsi e desideri inconsci in modo

simbolico. Un’altra teoria è quella di Evans, che ritiene che il sonno, particolarmente quello REM,

sia un momento di distacco dal mondo esterno ed abbia lo scopo di permettere al cervello

l’elaborazione e l’organizzazione in memoria di tutte le informazioni importanti acquisite durante il

giorno.

I sogni differiscono, ovviamente, per età, cultura e sesso e sembrano essere legati a credenze e

preoccupazioni degli individui; la loro durata è equiparabile a quella che avrebbero se accadessero

nella vita reale.

Meditazione

La meditazione consiste nel raggiungimento di uno stato alterato di coscienza mediante

l’esecuzione di rituali ed esercizi specifici, come, per esempio, il controllo del respiro, l’assunzione

di posizioni yoga, la focalizzazione attentiva su un particolare stimolo e così via. Essa conduce ad

uno stato di benessere soggettivo molto piacevole, che fa sì che l’individuo si senta rilassato sia

fisicamente sia mentalmente. Esiste una meditazione di apertura, in cui l’obiettivo è quello di

sgombrare la mente per aprirsi verso nuove esperienze, ed una meditazione di concentrazione, la

quale richiede di concentrare la propria attenzione su un determinato oggetto, parola od idea per

ottenere effetti positivi. La meditazione sembra essere correlata ad una diminuzione dell’ansia, ad

un aumento dell’attività delle aree cerebrali associate ad effetti positivi e ad un miglioramento della

funzionalità del sistema immunitario.

Ipnosi

Si ha ipnosi, quando un soggetto consenziente lascia parte del controllo del suo comportamento ad

un’altra persona, l’ipnotizzatore, accettando, al tempo stesso, alcune distorsioni della realtà.

Esattamente come il sonno, costituisce uno stato di profondo rilassamento, durante il quale non si è

più a contatto con le richieste ambientali provenienti dall’esterno; esiste, tuttavia, la così detta

“trance ipnotica supervigile” (quella raggiunta dai dervisci rotanti musulmani), che, al contrario, si

caratterizza per un aumento della tensione e della vigilanza. Tipici dello stato di ipnosi sono:

- l’arresto della capacità di pianificazione;

- l’attenzione che diventa più selettiva del solito;

- una distorsione di realtà che deriva da un esame di realtà ridotto;

- un buon livello di suggestionabilità (in realtà, non tutti sono ugualmente sensibili all’ipnosi,

ma è stato rilevato che soltanto il 5-10% della popolazione non possa essere ipnotizzata);

- l’amnesia post-ipnotica, che non c’è sempre ma può verificarsi molto spesso e consiste

nell’incapacità dell’individuo ipnotizzato di ricordare tutto o gran parte di ciò che ha avuto

luogo durante la seduta, sotto richiesta dell’ipnotizzatore. L’esperto può interrompere

l’amnesia post-ipnotica attraverso un segnale di liberazione stabilito a priori. E’ probabile

che l’ipnosi comprometta, momentaneamente, il recupero degli items dalla memoria e non,

in vero, il processo di immagazzinamento mnestico.

Un altro fattore associato all’ipnosi è costituito dalla risposta post-ipnotica, ovvero la messa in atto

di uno specifico comportamento da parte dell’individuo che è stato ipnotizzato, subito dopo il

risveglio ed a fronte di un segnale prestabilito.

Interessante è, anche, la nozione di osservatore nascosto, una parte della mente che sembra trovarsi

al di fuori della consapevolezza ed osservare l’esperienza della persona in stato di ipnosi

dal’esterno. E’ proprio questo fenomeno a consentire, per esempio, ad un soggetto ipnotizzato di

descrivere un dolore che sta provando ma che non può veramente percepire per via dell’effetto

del’ipnosi.

La terapia ipnotica trova, ad oggi, diversi campi di impiego: trattamento dell’asma, di malattie

gastro-intestinali, della nausea derivante dalla terapia oncologica, dell’ansia associata ad alcune

procedure mediche ed odontoiatriche, controllo del dolore, tossicodipendenze e psicoterapia dei

disturbi emotivi, sebbene questo ultimo ambito risulti ancora controverso, dal momento che persiste

il dubbio che ci siano delle possibilità, per l’ipnotizzatore, di inserire dei falsi ricordi nella mente

del paziente.

Sostanze psicoattive

Si parla di dipendenza quando si è in presenza di tolleranza, astinenza (con reazioni sia fisiche sia

psicologiche) ed uso compulsivo, da intendersi come l’assunzione, da parte del soggetto, di dosi

maggiori rispetto a quelle che vorrebbe consumare, innumerevoli tentativi vani di controllare la

sostanza ed impiego considerevole di tempo e risorse per procurarsela; tolleranza ed astinenza,

comunque, non devono essere necessariamente presenti per porre diagnosi di dipendenza. L’abuso,

invece, consiste nell’uso continuativo di una sostanza psicotropa, da parte di una persona che non

ne è dipendente.

L’alcool è una sostanza psicoattiva molto diffusa, le cui molecole, piccole e liposolubili, si

diffondono velocemente nell’organismo, in particolar modo a livello cerebrale. Esso causa effetti

diversi a seconda della sua BAC (Blood Alcohol Concentration): a 0,03-0,05%, determina una

leggera esaltazione con disinibizione, aumento dell’autostima e rallentamento motorio; a 0,10%, si

assiste ad una compromissione delle funzioni sensomotorie considerevole, con l’eloquio che si fa

impacciato e possibile aggressività; a 0,20%, è già presente una grave inabilità; a 0,40%, exitus.

L’assunzione di alcool è particolarmente sconsigliata alle donne incinte, dal momento che esiste una

condizione patologica, la sindrome alcolica fetale (FAS), che, con la consumazione di anche solo

0,5 l/settimana, espone il feto al rischio di sviluppare ritardo mentale lieve e deformazioni a livello

del viso e della bocca. Dal punto di vista epidemiologico, le donne risultano, comunque, bere meno

degli uomini, esattamente come le persone anziane bevono meno dei giovani; questo ultimo punto,

può trovare diverse spiegazioni: da un lato, con l’aumentare dell’età, il fegato comincia a

metabolizzare l’etanolo più lentamente e la disidratazione del corpo ne aumenta l’assorbimento, con

il risultato che l’intossicazione alcolica è più veloce e più grave; a ciò si aggiunge il fatto che gli

anziani dovrebbero fare scelte più mature, sono cresciuti sotto un regime meno permissivo di quello

contemporaneo e, tendenzialmente, i grandi bevitori muoiono prima di raggiungere un’età davvero

avanzata.

Molto diffusa, sebbene illegale, è anche la cannabis, dalle cui foglie e fiori secchi si ricava la

marijuana e della cui resina si ottiene l’hashish. Il suo principio attivo è il tetraidrocannabinolo

(THC), che viene assorbito molto in fretta a livello polmonare, per arrivare, quindi, al cuore ed al

cervello, ove fa effetto in pochi minuti. Si lega ai recettori cannabinoidi, che si trovano, soprattutto,

nell’ippocampo, il che spiega gli effetti deleteri della sostanza sulle prestazioni mnestiche, in

particolare a carico della memoria a breve termine (per esempio, il soggetto può perdere, parlando,

il filo del suo stesso discorso, dal momento che non ricorda più cosa volesse dire, dopo essersi

distratto). L’assunzione di cannabis porta ad una diminuzione della performance in compiti

complessi, ad un calo delle capacità di coordinazione motoria e ad uno stato di ottundimento,

percezione alterata del tempo ed intenso benessere.

L’eroina è un oppiaceo, derivato della morfina, che si lega ai recettori oppioidi. Alcuni oppiacei

vengono somministrati a scopo terapeutico come analgesici; tuttavia, il loro effetto di aumento del

tono dell’umore e di diminuzione dell’ansia, li ha resi sostanze di abuso. L’eroina determina il rush,

una sensazione di piacere descritta come simile a quella dell’orgasmo, con gratificazione senza la

percezione di fame, dolore o desiderio sessuale. Dà, presto, assuefazione, con dipendenza fisica

anche dopo un uso limitato, tolleranza ed astinenza, che si manifesta con brividi, sudorazione,

cefalea, vomito e crampi allo stomaco. La morte sopraggiunge, di solito, prima dei 40 anni, per

apnea centrale. La forma molecolare degli oppiacei è simile a quella delle endorfine, che si legano

agli stessi recettori: questo fa sì che l’suo ripetuto di eroina comporti una diminuita produzione di

endorfine, con l’astinenza dovuta ai recettori vuoti. I farmaci agonisti sono quelli che si legano ai

recettori della sostanza e li attivano, come il metadone; i farmaci antagonisti, al contrario, si legano

al recettore senza attivarlo, col solo scopo di evitare il legame della sostanza: un esempio è

rappresentato dal naltrexone, che sembra far scemare il desiderio di alcool negli etilisti e che,

esattamente come il metadone, viene utilizzato in caso di dipendenza da eroina.

Le amfetamine danno effetti immediati di aumento della vigilanza, diminuzione del senso di fatica e

scomparsa della noia, cui fanno seguito irritabilità, facile affaticabilità e depressione, che

incoraggiano all’assunzione di un’altra dose. Inducono tolleranza, motivo per cui la

somministrazione per via orale diventa insufficiente e si procede ad un’iniezione endovena, che

porta ad eccitazione ed ebbrezza; a questa condizione di piacere fa seguito, però, irritabilità con

malessere, motivo per cui si procede ad un’altra iniezione e, se questa sequenza si ripete nel giro di

poche ore e per un po’ di giorni, allora si ha lo schianto, il crash, vale a dire sonno profondo seguito

da letargia e depressione. Il consumatore abituale di amfetamine è lo speed freak, che può

sviluppare sintomi simili a quelli della schizofrenia, quali deliri persecutori ed allucinazioni uditive

e visive.

La cocaina si ricava dalle foglie secche di coca e porta ad un aumento della fiducia in se stessi e

dell’energia. E’ stata oggetto di studio di Freud, che vi ha scritto un trattato, “Über Coca”, in cui si è

dichiarato favorevole al suo uso in terapia. Ha, tuttavia, dovuto ritirare quanto detto quando, dopo

aver trattato un amico con della cocaina, ha assistito a risultati disastrosi di assuefazione e

debilitazione fino alla morte. Il crack, cristalli di cocaina che vengono fumati, dà una dipendenza

immediata, fin dal primo uso. In forti dosi, la cocaina dà effetti simili a quelli delle amfetamine ad

alto dosaggio, quali allucinazioni visive (i lampi di luce “snow lights” o luci in movimento) e tattili

(gli “insetti della coca”).

L’ecstasy ha effetti stimolanti come le amfetamine a cui si possono aggiungere, talora, effetti

allucinogeni. Porta ad un aumento delle energie, con agitazione, comportamento molto affettuoso e

disinibizione. Determina, anche, una diminuzione delle prestazioni nelle prove di intelligenza.

Fenomeni “psi”

Il concetto di “psi” si riferisce all’idea che le persone possano essere in grado di ottenere delle

informazioni sul mondo senza avvalersi delle normali stimolazioni dei loro organi di senso e che

possano influenzare la realtà fisica esterna servendosi, esclusivamente, di mezzi mentali. I fenomeni

psi vengono studiati dalla Parapsicologia ed includono:

- la percezione extrasensoriale (ESP) possibilità di rispondere a stimoli esterni senza alcun

contatto sensoriale noto;

- la telepatia passaggio di un’informazione da un soggetto ad un altro in assenza della

mediazione di alcun canale comunicativo sensoriale conosciuto;

- la chiaroveggenza percezione di oggetti od eventi senza la stimolazione degli organi di

senso (per esempio, sapere che figura si celi sotto una carta girata);

- la precognizione previsione di un evento futuro impossibile da anticipare per mezzo di un

processo deduttivo; 

- la psicocinesi (PK) influenza mentale su eventi fisici.

Per lo studio della telepatia, i parapsicologi si avvalgono della procedura “ganzfeld” (letteralmente,

“campo totale”), che consiste nel porre due individui, di cui uno inviante ed uno ricevente, in due

stanze separate ed insonorizzate e nel valutare se sia o meno possibile un trasferimento del pensiero.

Gli esperimenti di Parapsicologia, per quanto affascinanti, sono, però, molto difficilmente

replicabili e possono essere confrontati tra loro solo con meta-analisi. Sovente, i controlli e le

precauzioni che li riguardano sono poco accurati, il che mette ancora più in dubbio i risultati

ottenuti. Vi è, inoltre, il “problema del cassetto”, ovvero può essere che vengano divulgati

solamente quegli studi che hanno condotto ad esiti positivi; per scoraggiare questo fenomeno, il

“Journal of Parapsychology” incoraggia, anche, la pubblicazione di studi non andati in porto.

CAPITOLO 7- APPRENDIMENTO E CONDIZIONAMENTO

Teorie sull’apprendimento

Gran parte dei primi lavori sull’apprendimento è stata segnata da un’impronta comportamentista.

Watson, infatti, riteneva che la Psicologia non dovesse occuparsi dello studio della coscienza, bensì

di quello del comportamento, che è più semplice da comprendere facendo riferimento a cause

esterne ed osservabili, la cui analisi è più immediata rispetto a quella dei processi mentali. Egli

sosteneva, quindi, che le leggi del condizionamento classico ed operante fossero sufficienti a

spiegare i vari processi di apprendimento. Tuttavia, comprendere come avvenga il condizionamento

e, ancora di più, l’apprendimento complesso, richiede una buona conoscenza a proposito di cosa

l’individuo sappia sulle relazioni esistenti tra stimolo e risposta: questo ha fatto sì che

apprendimento e condizionamento diventassero oggetto di studio, anche, del Cognitivismo. Allo

stesso modo, quest’ambito si è esteso, pure, alla Biologia, quando si è scoperto che specie diverse

utilizzano meccanismi di apprendimento differenti.

Condizionamento classico

Il condizionamento classico permette all’individuo di apprendere che tra uno stimolo neutro ed uno

significativo, presentato dopo di esso, esiste una relazione predittiva: tale apprendimento è possibile

attraverso la somministrazione associata e ripetuta nel tempo dei due stimoli. Si può così ottenere

una risposta condizionata, che altro non è che la risposta che l’individuo impara a mettere in atto di

fronte allo stimolo neutro, che diventa, in ragione del suo valore predittivo, uno stimolo

condizionato. Lo stimolo incondizionato, ovvero quello preannunciato dallo stimolo condizionato,

è, invece, tanto importante da poter determinare, di per sé, l’emissione della risposta

comportamentale, che in questo caso è, quindi, una risposta incondizionata. Lo stimolo neutro

diventa condizionato nella fase di condizionamento e lo diventa perché viene fatto seguire più volte

dallo stimolo condizionato importante, così che l’individuo impara che, quando percepisce il primo,

può esser sicuro che gli sarà presentato, in seguito, il secondo.

Il condizionamento classico sembra avere un ruolo nel fenomeno della tolleranza alla droga, che è

maggiore quando le condizioni di assunzione della sostanza restano invariate (“specificità

situazionale della tolleranza alla droga”). Per esempio, il bevitore di birra presenta una maggior

tolleranza all’alcool contenuto in quella bevanda rispetto a quello del vino o di un qualsiasi altro

alcolico. Analogamente, molte delle morti per overdose potrebbero essere causate, in vero, non

tanto dall’assunzione di una dose eccessiva di sostanza, quanto da variazioni nella sua assunzione

stessa, come può essere il cambiamento della sede di iniezione: un fatto del genere, infatti, depriva

il soggetto della risposta compensatoria che “salva la vita”, ovvero della reazione del corpo che

cerca di tornare all’omeostasi.

Nell’apprendimento per condizionamento classico, la fase di acquisizione è quella in cui si rinforza

l’associazione tra lo stimolo condizionato (SC) e lo stimolo incondizionato (SI), portando il

soggetto all’acquisizione del condizionamento attraverso prove di rinforzo (il che significa

mediante presentazioni associate e ripetute nel tempo di SC e SI). Si ha, al contrario, l’estinzione

della risposta appresa quando lo SI viene ripetutamente omesso dopo la presentazione dello SC,

così che l’individuo apprende che questo ultimo non è più predittivo del primo. L’estinzione,

tuttavia, non è un fenomeno definitivo, dal momento che è possibile il recupero spontaneo, ovvero

un ritorno della risposta condizionata (RC), che è, però, più debole e meno frequente rispetto a

subito dopo la sua acquisizione.

E’ possibile insegnare all’individuo a rispondere allo stesso modo a stimoli tra loro simili ma

diversi attraverso la generalizzazione degli stimoli e questo spiega la capacità umana ed animale di

reagire di fronte a situazioni nuove ma che assomigliano ad altre già incontrate. Il processo opposto

e complementare è la discriminazione degli stimoli, per cui l’individuo impara a rispondere alle

differenze e che si può ottenere mediante un rinforzo differenziale.

Il condizionamento può poi essere eccitatorio od inibitorio, a seconda che aumenti la probabilità di

emissione della RC o che, al contrario, la diminuisca in ampiezza e/o frequenza.

Si può operare un condizionamento di secondo livello addestrando l’individuo a rispondere allo SC

ed associando, poi, ad esso un secondo SC, in modo tale da condurre all’elicitazione della risposta

anche solo in presenza di questo.

Il condizionamento classico risulta avere un ruolo nelle reazioni emotive come la paura e nel

determinare comportamenti di fuga a fronte di situazioni considerate pericolose.

Per quanto riguarda i fattori cognitivi ad esso sottesi, Pavlov e gli altri comportamentisti sono stati

molto attenti ad evitare di affermarne l’importanza, dal momento che non possono essere osservati

in modo obiettivo. Tuttavia, secondo una prospettiva cognitivista, il condizionamento permette

all’individuo di venire a conoscenza di una relazione esistente tra uno SI ed uno SC: alla base

dell’apprendimento, quindi, vi è la comprensione di questa relazione (apprendimento associativo),

che è ancora più importante della contiguità temporale e della frequenza con cui vengono presentati

in modo abbinato i due stimoli.

Sono stati scoperti, anche, dei vincoli biologici, dal momento che la capacità di associare tra loro

determinati stimoli dipende dalle caratteristiche evolutive dell’organismo in questione: per esempio,

in caso di malessere, i ratti sono portati ad attribuirlo al cibo ingerito, al contrario degli uccelli, che

ritengono una causa più probabile dei lampi di luce. Non è vero, quindi, come invece affermavano i

comportamentisti, che le leggi dell’apprendimento sono uguali per tutte le specie e che un qualsiasi

SC può essere associato ad uno SI qualunque.

Condizionamento operante

Il condizionamento operante consente l’apprendimento di alcuni comportamenti che agiscono

sull’ambiente, provocando delle conseguenze che possono o meno rinforzarli. Esso porta, infatti,

alla comprensione che un certo comportamento o risposta può determinare uno specifico risultato:

si differenzia, perciò, dal condizionamento classico, in cui ciò che viene appreso è una relazione tra

due stimoli.

Gli animali, al contrario dell’uomo, non apprendono per mezzo dell’insight, che è una

comprensione repentina della situazione che porta alla soluzione del problema, bensì per prove ed

errori. Il comportamento di tipo prova-ed-errore consiste nella messa in atto casuale di una serie di

comportamenti e nella selezione per apprendimento di quello che, tra tutti, viene seguito da una

conseguenza positiva, ovvero da un ricompensa: questa è la legge dell’effetto che, secondo Skinner,

seleziona da un insieme di risposte date a caso quella che determina le conseguenze desiderate

dall’individuo.

Una risposta operante, esattamente come una RC nel condizionamento classico, può andare incontro

ad estinzione e questo ha luogo in mancanza di un rinforzo: il condizionamento operante, infatti,

permette di aumentare la probabilità di emissione di una determinata risposta servendosi di rinforzi;

essi possono essere positivi, ovvero stimoli appetitivi, o negativi ed in questo caso consistono

nell’eliminazione di uno stimolo avversivo. I rinforzi primari sono quelli che, come il cibo, vanno a

soddisfare un bisogno fondamentale, mentre i rinforzi secondari sono, per gli esseri umani, i soldi e

le lodi. Le punizioni hanno un effetto opposto, cioè servono a diminuire le probabilità che venga

emesso un certo comportamento: le punizioni positive consistono nella presentazione di uno stimolo

avversivo, quelle negative nella sottrazione di uno stimolo appetitivo.

Il modellamento è quella tecnica che permette di rinforzare la risposta desiderata dallo

sperimentatore. Non tutti i comportamenti sono modellabili ed esistono, anche in questo caso, dei

forti vincoli biologici, che fanno sì che gli animali ricorrano soltanto a comportamenti che sono stati

biologicamente selezionati e che risultano, per loro, spontanei: questo è il fenomeno della deriva

istintiva (instinctive drift).

Esattamente come nel caso dell’apprendimento per condizionamento classico, si può attuare una

discriminazione od una generalizzazione.

E’ possibile ottenere l’apprendimento attraverso svariati programmi di rinforzo. I programmi a

rinforzo parziale sono quelli in cui il comportamento viene mantenuto rinforzandolo, però, solo di

tanto in tanto: l’effetto di rinforzo parziale fa sì che ci sia meno differenza tra estinzione e

mantenimento della risposta, per cui essa resta ma è più debole che in altri programmi in cui viene

rinforzata sempre. Si distinguono, poi, due tipi di programmi:

- programmi a rapporto l’erogazione del rinforzo dipende dal numero di risposte fornite

dall’individuo. Nei programmi a rapporto fisso, questo numero è sempre lo stesso, per cui

l’individuo fa una pausa subito dopo aver ottenuto la ricompensa. Nei programmi a rapporto

variabile, invece, il numero di risposte richiesto varia in modo causale, il che fa sì che non ci

sia nessuna pausa (perché l’individuo non può prevedere quando otterrà la prossima

ricompensa) e che i tassi di risposta siano molto alti;

- programmi ad intervallo l’erogazione del rinforzo ha luogo dopo un certo intervallo di

tempo. Nei programmi ad intervallo fisso, vi è una pausa subito dopo il rinforzo e la

frequenza di emissione della risposta aumenta man mano che ci si avvicina alla ricompensa,

con un andamento a festone. Nei programmi ad intervallo variabile, l’individuo non può

sapere dopo quanto tempo gli verrà concessa la ricompensa, per cui le risposte mantengono

un ritmo elevato ed uniforme.

Attraverso il condizionamento operante si può fare, anche, del condizionamento avversivo,

finalizzato ad eliminare una risposta indesiderata: esso è tanto più efficace quanto più è coerente e

può essere utile, anche, procedere al rinforzo parallelo di una risposta considerata più adattiva e che

si vuole far apprendere all’individuo. Possibili svantaggi sono costituiti dal fatto che i risultati non

sono prevedibili, dal momento che la risposta indesiderata potrebbe essere sostituita, anche, da

un’altra risposta altrettanto maladattiva; a questo si aggiunge la possibilità che l’individuo provi

paura od odio per chi somministra la punizione e per l’ambiente in cui ha luogo il condizionamento

e che questo sfoci in aggressività.

Il condizionamento operante spiega le condotte di evitamento delle situazioni pericolose:

l’individuo, infatti, impara a mettere in atto risposte specifiche che gli consentono di evitare di

andare incontro ad eventi avversi; la risposta viene, quindi, rinforzata dalla diminuzione dei livelli

di ansia.

Per quanto riguarda i fattori cognitivi, l’apprendimento per condizionamento operante è reso

possibile da più fattori:

- la contiguità temporale, ovvero il fatto che la conseguenza segua immediatamente la

risposta;

- il controllo, vale a dire la consapevolezza dell’individuo di poter influenzare, attraverso le

proprie azioni, l’ambiente circostante;

- la contingenza tra la risposta e la conseguenza.

A proposito dei vincoli biologici, viene contraddetta, anche in questo caso, l’ipotesi di stampo

comportamentista, seconda la quale le leggi dell’apprendimento possono essere applicate, allo

stesso modo, in tutte le situazioni.

Apprendimento e cognizione

Presso la posizione cognitivista, contrariamente a quanto sostenuto dai comportamentisti, la chiave

dell’apprendimento consiste nella capacità di un individuo di sapersi rappresentare mentalmente

alcuni aspetti della realtà e, quindi, di agire su queste rappresentazioni anziché direttamente sul

mondo esterno.

Secondo Bandura, gli esseri umani sono in grado di imparare per apprendimento osservativo ed

imitazione, senza aver bisogno di ricevere un rinforzo immediato ai loro comportamenti; possono,

quindi, imparare attraverso l’osservazione di modelli, andando ad imitare tutte quelle azioni che

hanno osservato e che sono state seguite da effetti positivi. I modelli possono essere costituiti sia da

altre persone sia da entità astratte, come le istruzioni riportate su un libro, per esempio; il rinforzo è,

il più delle volte, indiretto e dato dal fatto che colui che imita ha l’aspettativa di essere rinforzato

alla stregua del modello. In studi successivi, Bandura ha approfondito l’aspetto cognitivo

dell’apprendimento, stabilendo che chi deve apprendere deve essere capace di:

- osservare il comportamento del modello e le sue conseguenze;

- ricordare la sequenza comportamentale;

- riprodurre il comportamento osservato;

- avere la motivazione sufficiente a mettere in atto il comportamento del modello.

La teoria dell’apprendimento sociale contiene, poi, una nozione nuova, che è la “prospettiva

del’agente” introdotta da Bandura: essa enfatizza il ruolo della cognizione nel motivare l’azione e

del senso di efficacia personale nel permettere l’apprendimento complesso e l’apprendimento

sociale; l’efficacia personale altro non è che l’insieme di credenze dell’individuo circa la propria

efficacia in quanto persona.

Un ruolo di rilievo è ricoperto, infine, dalle credenze preesistenti, che possono restringere l’ambito

di apprendimento individuale. Se, invece, sono assenti, l’individuo è maggiormente libero di

stimare una relazione oggettiva tra stimoli (le relazioni plausibili ma inesistenti che egli può

percepire vengono definite “spurie”). Anche quando sono presenti delle reali relazioni tra stimoli, le

credenze preesistenti possono ostacolarne la comprensione da parte dell’individuo, andando a

compromettere l’apprendimento; ciò nonostante, esse possono essere bypassate presentando dati

(ovvero associazioni tra stimoli) sufficientemente salienti: solo in questo caso, l’individuo può

imparare sulla base di ciò che ha effettivamente di fronte.

Apprendimento e cervello

Secondo Hebb gli esseri umani sono da intendersi come organismi biologici e, di conseguenza,

l’apprendimento va considerato come un processo di modificazione dell’attività neuronale: se un

input del neurone A aumenta in modo ripetuto la scarica del neurone B, ad esso associato, allora la

connessione tra i due neuroni diventa più forte, poiché vi è un cambiamento a livello sinaptico e

questa è la regola dell’apprendimento di Hebb. Le idee fondamentali circa l’apprendimento sono,

quindi, le seguenti:

- che la sua base neurale sia un cambiamento a carico della sinapsi;

- che l’effetto sia un indebolimento od un rafforzamento sinaptico.

Sono stati condotti degli esperimenti di abituazione e di sensibilizzazione sulla lumaca marina

Alypsia californica, studiando il riflesso di ritrazione branchiale a fronte di una stimolazione

meccanica. L’abituazione, data da risposte sempre più deboli, si associa ad una diminuzione della

quantità di neurotrasmettitore secreto dai neuroni sensoriali, mentre la sensibilizzazione, che

corrisponde all’emissione di risposte più forti a fronte di stimoli particolarmente intensi, è

determinata da un aumento del neurotrasmettitore rilasciato.

Procedure sperimentali simili sono state condotte per studiare l’apprendimento classico. Il riflesso

di ammiccamento, reso possibile dall’attività sinaptica che pare aver luogo nel cervelletto, è

risultato associato a long-term depression, cioè ad una diminuzione a lungo termine della

trasmissione sinaptica a livello della corteccia cerebellare. Al contrario, il condizionamento della

paura, mediato dall’amigdala, dipende da long-term potentiation, che consiste nel persistente

aumento della trasmissione sinaptica.

Per quanto riguarda, quindi, le basi cellulari dell’apprendimento, sono possibili diverse possibilità:

- che esso sia associato ad un aumento o ad una diminuzione della quantità di

neurotrasmettitore liberata a livello sinaptico;

- che la quantità di neurotrasmettitore resti invariata e che a cambiare sia il numero di

recettori post-sinaptici;

- che si modifichino le dimensioni della sinapsi;

- che vi sia una vera e propria sinaptogenesi.

Apprendimento e motivazione

Secondo Hebb, l’arousal è un importante aspetto motivazionale e gli organismi sono motivati a

mantenere un certo livello di attivazione, che consenta loro di mettere in atto specifici

comportamenti. La legge di Yerks-Dodson vuole che, questo livello di attivazione necessario sia,

nella maggior parte dei casi, quello intermedio, fisiologico.

Sempre per quanto riguarda i fattori motivazionali, si è visto che gli individui che mettono in atto

determinati comportamenti in ragione di una motivazione intrinseca sono più persistenti ed hanno

prestazioni migliori rispetto a coloro che sono motivati, soltanto, da ricompense esterne. I rinforzi

esterni, infatti, portano ad un effetto di ipergiustificazione del comportamento, che viene messo in

atto solo in ragione della conseguenza che ci si aspetta e che dipende da un’entità esterna. Tutto ciò

va a danneggiare la motivazione intrinseca, il che significa che si va a compromettere,

inevitabilmente, anche la performance stessa. Se ne deduce che i compiti, particolarmente quelli

complessi, sono svolti in modo migliore in presenza di una motivazione intrinseca in grado di far

esperire, alla persona, la sensazione di avere il controllo sul compito stesso, oltre che

autodeterminazione.

CAPITOLO 8 – MEMORIA

Tre distinzioni importanti

La memoria si compone di tre stadi, in ognuno dei quali sono possibili degli errori e che sono

mediati da strutture cerebrali differenti:

- codifica permette di trasformare inputs di natura fisica in un codice supportabile dalla

memoria; 

- immagazzinamento mantiene gli items nei magazzini di memoria;

- recupero consente di rievocare quanto è stato precedentemente memorizzato.

Secondo il modello di Atkinson-Shiffrin, esistono tre diversi magazzini di memoria, che sono i

seguenti: 

- sensoriale è un deposito in cui vengono temporaneamente depositate le informazioni

provenienti dall’esterno, che permangono per un periodo di tempo molto breve, di pochi

decimi di secondo. La porzione di informazione su cui si focalizza l’attenzione passa dalla

memoria sensoriale al magazzino a breve termine;

- a breve termine l’informazione contenuta in questo tipo di memoria è consapevole e

facilmente accessibile. La durata di permanenza della traccia mnestica è di circa 20 secondi

ed il suo decadimento può essere impedito mediante la reiterazione, cioè la ripetizione

continua di alcune informazioni, o con processi di elaborazione, che ne consentono il

trasferimento nella memoria a lungo termine;

- a lungo termine ha una capienza illimitata. Il recupero degli items prevede un loro

passaggio nella memoria a breve termine, ove possono essere soggetti a manipolazioni ed

utilizzati per lo svolgimento di un compito.

La memoria si divide, poi, in esplicita ed implicita. La memoria esplicita è consapevole e si divide

in semantica ed episodica, con quest’ultima che è, a sua volta, suddivisa in autobiografica e

memoria di eventi. La memoria implicita, invece, non è consapevole ed ha una componente

procedurale ed una di priming.

Memoria sensoriale

La memoria sensoriale ha una capacità considerevole. Si ritiene che esistano diversi tipi di memoria

sensoriale, ognuno adibito a ricevere le informazioni provenienti dagli organi sensoriali di un senso

specifico. Le memorie maggiormente studiate, tuttavia, sono quella iconica (legata alla visione) e

quella ecoica (associata all’udito).

Per la memoria iconica sono stati condotti diversi studi, tra cui gli esperimenti di Sperling e quelli di

Di Lello, che hanno condotto all’elaborazione della teoria di integrazione, secondo la quale ciò che

permette di estrarre l’informazione dai magazzini e ciò che la rende visibile hanno caratteristiche

diverse tra loro.

Sperling si è servito della procedura di rapporto parziale, avvalendosi di una configurazione stimolo

costituita di tre file di quattro lettere, ognuna delle quali associata ad un suono alto, medio o basso:

ascoltando il suono, presentato prima dello stimolo visivo, i componenti del campione dovevano

capire che fila dovessero memorizzare, vale a dire se quella riportata più in alto, in posizione

intermedia o più in basso. Si è potuto osservare come, all’aumentare del numero di lettere per ogni

riga, aumentasse la qualità della prestazione di rapporto parziale, mentre quella di rapporto

completo si livellava sui 4-5 items memorizzati. Parallelamente, aumentando l’intervallo di tempo

interposto tra il suono e la presentazione della configurazione stimolo, si è assistito ad un

peggioramento nel rapporto parziale e ad una permanenza del rapporto completo sui 4-5 items

ricordati. Questo esperimento ha permesso di conoscere lo span di apprendimento della memoria

sensoriale, ovvero il numero medio di items che possono essere ritenuti in memoria in un simile

apparato informativo e che corrisponde a quello di rapporto completo, cioè 4-5 items. Si è potuto

osservare, inoltre, come le persone siano in grado di vedere più di quanto possano, poi, riportare e

come l’immagine presentata persista nella mente più a lungo dello stimolo nella realtà.

Di Lello ha condotto un esperimento di integrazione temporale, in cui ha chiesto al campione di

individuare un quadratino vuoto su una matrice che ne conteneva 25, ma che è stata presentata i due

tempi, avvalendosi di due cornici che dovevano essere sovrapposte, mentalmente, dai partecipanti.

E’ stato osservato che, aumentando la durata dell’intervallo temporale interposto tra la

presentazione della prima e quella della seconda cornice, diminuiva la prestazione dei soggetti, il

che è stato spiegato con la decadenza della rappresentazione visiva della prima cornice a livello

mentale: col passare del tempo, essa diventa, infatti, meno visibile, per cui è più difficile integrarla

con l’immagine della seconda cornice.

Dagli esperimenti sopra riportati, è stato possibile apprendere che uno stimolo visivo presentato

anche per un tempo molto breve può provocare un impulso nervoso che aumenta per un certo

periodo anche dopo la sua scomparsa, per ridursi, in seguito, a 0: la memoria sensoriale è

caratterizzata, quindi, da un’alta intensità della risposta. La visibilità dello stimolo risulta essere

correlata alla velocità con cui l’osservatore stesso riesce ad acquisire informazioni dallo stimolo in

questione.

Memoria a breve termine

La memoria a breve termine si compone di quattro elementi, che sono:

- il loop articolatorio o fonologico immagazzina le informazioni elaborandole in un codice

acustico ed ha sede nell’emisfero sinistro;

- il taccuino visuo-spaziale immagazzina ed elabora informazioni di tipo visivo e spaziale

ed ha sede nell’emisfero destro;

- l’esecutivo centrale gestisce i passaggi da un magazzino di memoria all’altro, decide che

informazione sarà codificata in quale sistema e coordina le operazioni mentali da eseguirvi;

- il buffer episodico associa tra loro i diversi aspetti di un ricordo contenuti nei due sistemi

(per esempio, l’immagine di un viso al nome della persona a cui appartiene).

La codifica ha luogo attraverso il codice acustico, ovvero mantenendo attiva l’informazione con la

reiterazione, o per mezzo del codice visivo, il che è poco efficace per gli items di natura fonologico-

verbale ma preferibile per informazioni di natura diversa; consiste nella creazione di immagini

mentali ed è una capacità con una forte variabilità individuale, molto sviluppata nei bambini, che

prende il nome di “memoria fotografica” o “memoria eidetica”.

La capacità del magazzino a breve termine è molto limitata e lo span di apprendimento è, infatti, di

7 +/- 2 items, ovvero compreso tra 5 e 9. Per agevolare la memorizzazione ed aumentare il numero

di informazioni da portare nel magazzino di memoria è possibile ricorrere al chunking, ovvero

raggruppare gli items da ricordare in unità più ampie a cui si attribuisce un significato correlandole

con informazioni presenti nella memoria a lungo termine: è, pertanto, più corretto definire lo span

di apprendimento della memoria a breve termine nell’ordine dei 5 +/- 2 chunks (letteralmente,

“pezzi”).

Il decadimento della traccia mnestica è possibile e può aver luogo per due motivi: il passare del

tempo (per esempio, se si deve ricordare una parola molto lunga è probabile che, nel pronunciarla,

venga dimenticata a causa del decadimento delle sue prime parti, motivo per cui si rendono

necessarie più reiterazioni) e la sostituzione da parte di un’informazione più recente (la memoria a

breve termine ha, infatti, una capacità fissa e maggiore è il numero di items che si cerca di

mantenere attivi, minore è la quantità di attivazione disponibile per ognuno di essi).

Il recupero avviene previa ricerca seriale, il che significa che tutti gli items immagazzinati vengono

analizzati singolarmente, fino ad arrivare a quello di interesse: va da sé che più ampio è il contenuto

del magazzino, più tempo ci vorrà per la rievocazione.

La memoria a breve termine è, anche, memoria di lavoro, dal momento che permette di eseguire

alcune operazioni sulle informazioni per risolvere problemi, tra cui i compiti di analogia

geometrica, la lettura (in cui si deve associare il vecchio al nuovo) e lo svolgimento di operazioni

matematiche.

Il trasferimento alla memoria a lungo termine può avvenire per ripetizione, la quale può essere di

mantenimento od elaborativa e, in questo ultimo caso, ci compiono degli sforzi cognitivi per

codificare l’informazione nella memoria a lungo termine. Le due memorie sono supportate da

regioni cerebrali differenti: la memoria a breve termine ha sede nei lobi frontali, mentre la memoria

a lungo termine coinvolge l’ippocampo e la corteccia circostante.

Infine, dato un elenco di items, si sanno venir ricordati più facilmente i primi e gli ultimi ed in

questo consistono, rispettivamente, l’effetto primacy e l’effetto recency. L’effetto primacy ha luogo

perché le prime informazioni della lista entrano con maggior facilità nel magazzino di memoria a

breve termine, in cui sono presenti poche se non nessun’altra informazione; la loro ripetizione,

infatti, è abbastanza frequente da consentirne, poi, il trasferimento nella memoria a lungo termine.

Siccome in seguito vengono presentati altri items da ricordare, la memoria a breve termine si satura

molto velocemente e diminuisce la possibilità di un passaggio delle nuove informazioni nella

memoria a lungo termine. L’effetto recency, invece, si spiega dal momento che la traccia mnestica

delle ultime informazioni è più nuova e, quindi, più difficilmente soggetta ad oblio: il recupero delle

ultime informazioni è, di conseguenza, più semplice.

Memoria a lungo termine

La memoria a lungo termine prevede una durata della traccia mnestica che va da alcuni minuti fino

anche a tutta la vita. In questo caso, contrariamente a quanto avvenga per la memoria a breve

termine, sono molto importanti le relazioni esistenti tra la codifica ed il recupero. Per quanto

riguarda l’oblio, non si sa ancora con certezza se esso sia più spesso dovuto ad una perdita di

immagazzinamento o, piuttosto, ad un deficit di recupero.

La codifica è tipo semantico, quindi si basa sull’attribuzione di un significato agli elementi da

ricordare. Essi non sono sempre legati tra loro da associazioni significative e, in questo caso, si

devono creare dei legami artificiali: ovviamente, maggiore è la padronanza che si ha di un certo

argomento, più semplice sarà cercare delle relazioni tra gli items da ricordare ad esso inerenti.

La perdita delle informazioni immagazzinate può essere una delle cause di oblio, come accade, per

esempio, a seguito di una terapia elettroconvulsivante, quando i pazienti ad essa sottoposti non

possono più ricordare fatti avvenuti negli ultimi mesi, pur preservando intatte le tracce mnestiche

più antiche. Si è inoltre potuto osservare come, nell’uomo, lesioni a livello dell’ippocampo possano

determinare gravi disturbi mnestici, così come danni coinvolgenti, anche, la corteccia circostante,

sfocino in una perdita globale della memoria: l’ippocampo sembra avere, dunque, il compito di

consolidare i ricordi relativamente recenti all’interno della memoria a lungo termine.

L’oblio può essere dovuto, anche, ad un fallimento del recupero, il che ha luogo, non di rado, per

effetto di un’interferenza, dovuta al fatto che gli items vengono immagazzinati in modo associato

tra loro. L’interferenza è retroattiva, quando un nuovo elemento si propone al posto di un altro più

vecchio che si sta cercando di ricordare, mentre è proattiva, quando viene recuperato un elemento

vecchio al posto di uno nuovo. Esisono, inoltre, due modelli di recupero:

- processo di ricerca uno stimolo consente l’accesso alla sua rappresentazione mentale, che

localizza la ricerca nella parte di memoria pertinente;

- processo di attivazione il soggetto attiva la rappresentazione dello stimolo e questa crea

un’attivazione diffusa di tutti gli altri elementi con cui è semanticamente associata,

esponendo al rischio di un rallentamento da imputare all’interferenza.

Per quanto riguarda le interazioni tra codifica e recupero, si sa che le operazioni eseguite durante la

prima fase rendono più semplice la rievocazione di quanto deve essere, in seguito, rievocato. E’,

quindi, importante organizzare bene le informazioni al momento della loro codifica, oltre che

prestare attenzione ai fattori contestuali, che facilitano la rievocazione se sono simili sia nella

codifica sia nel recupero. Per contesto non si fa riferimento soltanto all’ambiente esterno, bensì

anche al proprio stato interiore. I fattori emotivi, infatti, possono, in alcuni casi influire sul

fenomeno dell’oblio e di seguito vengono indicati degli esempi:

- ripetizione la tendenza comune è quella di ritornare più volte su ricordi emotivamente

pregnanti che vengono, quindi, ricordati e rievocati più facilmente;

- ricordi flash si tratta di registrazioni molto vivide ed abbastanza stabili di specifiche

situazioni in cui, per esempio, si è ricevuta una notizia importante ed a forte carica emotiva.

I ricordi flash sono passibili di oblio, esattamente come tutti gli altri;

- ansa interferente con il recupero l’ansia genera pensieri negativi, che possono ostacolare

la fase di recupero mnestico;

- effetti del contesto il recupero è migliore se l’emozione dominante al momento in cui ha

luogo è la stessa che prevaleva al momento della codifica;

- rimozione è l’estremo fallimento del recupero, dal momento che vi è una forza che si

oppone ad esso.

Memoria implicita

Lo studio delle amnesie ha permesso di arrivare ad importanti scoperte. Si è potuto notare, per

esempio, come non tutti i tipi di memoria ne risultino danneggiati: la memoria implicita, infatti,

resta intatta, sia nella sua componente procedurale (l’insieme delle abilità percettivo-motorie) sia

nel priming, quel fenomeno per cui la precedente esposizione ad uno stimolo ne facilita od avvia

l’elaborazione in seguito.

Un tipo particolare di amnesia è quella infantile, per cui nessuno può ricordare in modo dettagliato

eventi che l’abbiano coinvolto nei primi 3 anni di vita circa. La causa di ciò sembra essere il diverso

modo con cui i bambini elaborano i ricordi dal momento che essi, al contrario degli adulti non li

organizzano in schemi collegando tra loro quelli simili. Il superamento dell’amnesia infantile è reso

possibile da diversi fattori: lo sviluppo biologico (l’ippocampo, infatti, non è del tutto maturo fino al

compimento del primo o del secondo anno di vita), quello del linguaggio e l’inserimento a scuola,

che consente l’acquisizione di nuovi modi per organizzare le esperienze, oltre che la loro

condivisione con i pari, che è reiterazione.

Le due componenti della memoria implicita sono supportate da strutture cerebrali diverse, come

dimostrato dal fatto che nei pazienti con danno cerebrale in cui è compromessa una di esse, l’altra

può risultare integra.

La memoria implicita determina una diminuzione dell’attivazione delle aree ippocampali e frontali

dell’emisfero destro, mentre la memoria esplicita vede una maggiore attivazione delle stesse aree

cerebrali.

Memoria costruttiva

La memoria è un processo costruttivo e ricostruttivo, motivo per cui il nostro ricordo di un evento

può essere anche molto diverso da quella che è stata la realtà dei fatti, contrariamente a quanto

siamo portati a credere. I falsi ricordi possono essere determinati da processi che hanno luogo sia

durante la codifica sia in seguito, quando la memoria dell’evento si è già formata.

Al momento della codifica mnestica, possono aver luogo dei processi costruttivi, che sono:

- la percezione costruttiva se la percezione al momento della codifica è ostacolata o resa

imperfetta, per esempio per scarsa luminosità della scena, allora c’è il rischio che si crei una

memoria distorta sin dall’inizio, dovuta all’errore di codifica;

- la generazione di inferenze i processi costruttivi possono prendere la forma di inferenze,

per cui può risultare poi arduo distinguere quanto è stato realmente percepito da quanto è

stato aggiunto dalla nostra mente.

Per ciò che riguarda, invece, la ricostruzione mnestica post-fattuale, può essere associata a processi

ricostruttivi che possono comprometterla (cancellazione di alcune parti del ricordo, modifica di altre

etc.) e che sono: 

- le inferenze generate internamente possono formarsi a partire da schemi, quale è il caso

degli stereotipi. Pensare per schemi rende il lavoro cognitivo meno faticoso e dispendioso in

termini di tempo e risorse ma, al tempo stesso, può portare a mettere in atto degli errori. C’è

il rischio che lo schema utilizzato non si adatti veramente all’oggetto od all’evento in

questione; 

- le suggestioni esterne si tratta di informazioni post-fattuali che possono provenire da altri

o da se stessi. Si è visto come non sia particolarmente difficile impiantare dei falsi ricordi

nella mente delle persone, attraverso un esperimento in cui è stato chiesto ad un campione di

raccontare un evento avvenuto durante l’infanzia (essersi persi in un supermercato) e sono

stati forniti alcuni indizi per aiutare nella ricostruzione. Si trattava, in realtà, di un evento

verosimile ma mai avvenuto: ciò nonostante, i partecipanti si sono avvalsi delle suggestioni

esterne a cui hanno aggiunto altre informazioni che si sono auto-forniti ed hanno ricostruito

un falso ricordo senza neanche saperlo.

La memoria assume un ruolo particolarmente importante in ambito legale, ove un testimone viene

considerato affidabile principalmente sulla base di quanto ritenga sicuri i suoi ricordi. Gli psicologi

hanno però dimostrato come ci siano dei meccanismi, che sono appunto i processi costruttivi e

ricostruttivi, che sono in grado di interferire con una corretta rievocazione degli eventi. A questo si

aggiunge il fatto che i bambini, per esempio, sono molto suscettibili alle suggestioni esterne e, in

particolar modo, possono risentire delle pressioni esercitate su di loro durante un interrogatorio. Le

tecniche di interrogatorio utilizzate, del resto, mettono a dura prova anche gli adulti: è infatti

possibile, soprattutto se sono presenti delle false prove, spingere una persona a confessare un reato

che non ha mai commesso e per cui potrebbe, persino, provare la propria innocenza: questo è tanto

più vero quando si ha a che fare con individui molto vulnerabili dal punto di vista mnestico, per

motivi che possono essere l’età giovane, l’ingenuità, la suggestionabilità e così via.

Le illusioni di memoria, invece, hanno luogo quando delle persone ricordano eventi che non sono

mai accaduti. E’ stato possibile osservare in particolare in due tipi di studi, che hanno condotto

all’identificazione dell’effetto DRM e degli errori di congiunzione. L’effetto DRM (il nome deriva

dall’acronimo dei cognomi dei tre studiosi che l’hanno osservato) è stato riscontrato presentando ad

un campione delle liste di parole tra loro semanticamente associate e facenti riferimento ad una

parola tema assente; nel momento in cui ne è stata richiesta la rievocazione, i soggetti hanno

affermato di ricordare con più facilità la parola tema, in vero mai percepita. Gli errori di

congiunzione sono stati rilevati nel caso di uno studio in cui è stata sottoposta ai partecipanti una

lista di parole composte e poi un’altra lista con vocaboli diversi ma aventi delle parti in comune: i

membri del campione hanno sostenuto di aver già letto i vocaboli contenenti le parti comuni,

nonostante questo non fosse vero. Le illusioni di memoria sono indicative del fatto che la memoria

per l’informazione e quella per la fonte costituiscano due funzioni tra loro distinte; la memoria per

la fonte va scemando con il progredire dell’età, motivo per cui le illusioni di memoria sono più

frequenti negli anziani: essa, infatti, ha il compito di permettere una corretta attribuzione delle

informazioni in memoria alla loro fonte.

Miglioramento della memoria

Ci sono diverse strategie a cui si può far ricorso per migliorare le proprie capacità mnestiche.

Una di queste consiste nell’ampliare le dimensioni dei chunks, in modo tale da poter aumentare il

numero di items dello span di apprendimento.

Si possono, anche, utilizzare dei sistemi mnemonici, che favoriscono la codifica ed il recupero

mnestico attraverso l’uso dell’immaginazione. Tra questi, si citano i seguenti:

- metodo dei loci è un sistema utile per memorizzare una serie di items nell’ordine. Si

procede immaginando di percorrere una strada, una sequenza di luoghi ad ognuno dei quali

si associa, mediante un’immagine mentale, uno degli items da ricordare. In questo modo,

sarà più facile rievocare il materiale nell’ordine corretto, poiché basterà ricordare i loci

immaginati; 

- metodo della parola-chiave può essere utilizzato per imparare una parola in una lingua

straniera. Si cerca un’assonanza con una parola del proprio idioma, che diventa la parola-

chiave da associare con il vocabolo da imparare.

Come già visto nel caso della codifica della memoria a lungo termine, per ricordare dei fatti può

essere vantaggioso il fatto di collegarli da un punto di vista semantico, ovvero creando delle

associazioni che siano dotate di un significato reale od artificiale. Per quanto riguarda il recupero, è

invece fondamentale non perdere di vista l’importanza delle interrelazioni esistenti tra la codifica

mnestica e la successiva rievocazione, che risulta facilitata se ha luogo in una condizione simile.

Un fenomeno interessante è, infine, quello della pratica mentale: si è infatti scoperto che

immaginare di svolgere una determinata prestazione percettivo-motoria, il che implica un utilizzo

della memoria implicita, conduce ad un miglioramento della performance reale.

CAPITOLO 9 – PENSIERO E LINGUAGGIO

Linguaggio e comunicazione

Il linguaggio è universale: ogni società, infatti, ne ha uno ed ogni essere umano apprende la sua

lingua natia senza uno sforzo eccessivo. Il suo utilizzo ha due versanti: la produzione, che consiste

nella trasformazione di un contenuto del pensiero in una frase espressa con suoni e che è, quindi, un

processo top-down, e la comprensione, che, al contrario, permette di passare dal suono alla

comprensione del significato della frase ed è, di conseguenza, un processo bottom-up. Il linguaggio

si articola, poi, su tre livelli:

- dei fonemi si tratta delle più piccole unità sonore dotate di un significato, che si

combinano tra loro per comporre le parole secondo delle regole specifiche, la cui

conoscenza è implicita e diversa per ogni idioma;

- dei morfemi sono le parole, i prefissi ed i suffissi, ovvero le più piccole unità linguistiche

aventi un significato. I morfemi grammaticali sono quelli che si usano per rendere le frasi

grammaticalmente corrette ed includono gli articoli, le preposizioni ed alcuni suffissi e

prefissi. Gran parte di essi sono parole, che hanno la funzione di esprimere un concetto in

chiave verbale. Alcune parole sono ambigue, ovvero associate a più di un concetto: quando

ciò accade, si attivano, per un istante ed inconsciamente, tutti i suoi significati, fino ad

arrivare alla comprensione della frase;

- delle unità sintattiche contengono sia le frasi sia i sintagmi e sono rappresentative di parti

del pensiero. Ogni frase si compone di sintagmi, che possono essere verbali o nominali.

La comprensione del linguaggio è un processo complesso, che non si basa solo sulla conoscenza del

significato delle parole, ma, al contrario, dipende anche dal contesto, che può facilitarla soprattutto

nel caso in cui ci si trovi a dover capire come interpretare dei vocaboli ambigui. Un altro ruolo

importante è da attribuirsi all’interlocutore, del quale si deve, infatti, afferrare l’intento

comunicativo.

Per quanto riguarda le sue basi neurali, il linguaggio ha sede nell’emisfero sinistro, in cui assumono

una grande importanza l’area di Broca e quella di Wernicke. Lesioni a carico dell’area di Broca

portano ad un’afasia che si manifesta con un eloquio non fluente, l’utilizzo di parole-frasi e di pochi

morfemi grammaticali, con il risultato che vengono prodotte poche frasi complesse e, in linea di

massima, si ha una prevalenza del linguaggio telegrafico. Nell’afasia di Wernicke, invece, la

sintassi risulta preservata, in presenza, però, di una perdita notevole di contenuto, con anomie e

neologismi. L’afasia di Broca comporta, dunque, un deficit a livello sintattico, mentre quella di

Wernicke compromette il piano semantico. Nell’afasia di conduzione, invece, la prestazione resta

normale per quanto riguarda l’abilità sintattica e concettuale, ma ci sono dei problemi nella

ripetizione di frasi ascoltate; in questo caso, le strutture cerebrali che consentono la produzione e la

comprensione del linguaggio sono integre, ma il danno coinvolge le loro interconnessioni neurali.

Ogni tipo di afasia, dunque, risulta determinata da una lesione a carico di una struttura cerebrale

specifica, ma sono comunque possibili delle differenze individuali.

Sviluppo del linguaggio

Lo sviluppo del linguaggio coinvolge in modo progressivo tutti i livelli che lo compongono, ovvero,

nell’ordine, i livelli fonemico, delle parole e dei morfemi e quello sintattico.

Per quanto riguarda lo sviluppo fonemico, i bambini di tutte le culture sono, inizialmente, in grado

di distinguere ed articolare tutti i fonemi possibili ma, col tempo, nel corso del primo anno, si

specializzano in quelli propri della loro lingua madre, dimenticando tutti gli altri. Entro i quattro

anni, un bambino medio è a conoscenza di tutto ciò che si deve sapere circa le combinazioni

fonemiche.

Per quanto riguarda il livello delle parole e dei morfemi, i bambini cominciano a parlare a circa un

anno di età, quando imparano a mettere in relazione dei concetti con delle parole, imitando gli

adulti. Non essendo però in grado di esprimere tutti i concetti, possono andare incontro ad errori di

iperestensione, il che significa che utilizzano uno stesso vocabolo per far riferimento a concetti tra

loro diversi ma aventi delle caratteristiche in comune (per esempio, chiamare come il proprio cane

tutti gli altri cani). A 18 mesi, comunque, si ha la così detta “esplosione del vocabolario” ed intorno

ai 2 anni e mezzo i bambini imparano abbastanza parole da iniziare a fare meno frequentemente

errori di iperestensione.

Infine, il livello sintattico comincia a svilupparsi intorno ad 1-2 anni e mezzo, con l’acquisizione di

sintagmi e sintassi ed un iniziale linguaggio telegrafico, caratterizzato dal ricorso a frasi costituite

da due parole e prive di morfemi grammaticali; gradualmente, le frasi diventano più complesse.

Circa le modalità con cui avvenga l’apprendimento linguistico, sono state formulate diverse ipotesi,

tra cui quella comportamentista, che vuole che i bambini apprendano per imitazione degli adulti e

condizionamento. Questo risulta, tuttavia, poco verosimile, dal momento che i bambini sono in

grado di pronunciare anche frasi mai udite prima, che lo sviluppo del linguaggio è troppo rapido e

che i genitori non sempre correggono gli errori grammaticali commessi dai loro figli, dal momento

che tendono ad attribuire un’importanza maggiore al contenuto delle loro frasi. Risulta, quindi, più

credibile la prospettiva secondo cui i bambini imparerebbero a produrre e comprendere il

linguaggio mediante una verifica delle ipotesi, ovvero formulando delle ipotesi proprie su regole

linguistiche ed applicandole. La formulazione delle ipotesi grammaticali ha luogo prestando

attenzione, per esempio, al modo in cui finiscono le parole, a quali prefissi e suffissi si usino ed in

che situazioni ed a come si possa, in generale, cambiare il significato dei vocaboli modificando le

loro parti: le ipotesi ricavate da queste osservazioni vengono, all’inizio, applicate a tutte le parole

che vi possono rientrare, comprese le eccezione, che vengono ignorate. L’apprendimento ha quindi

luogo per mezzo dell’applicazione di regole e dell’associazione tra suoni ricorrenti ed il loro

significato: per esempio, per i bambini inglesi diventa spontaneo aggiungere il prefisso “-ed” per il

passato. Solo col tempo si aggiunge, anche, la memorizzazione, con cui i bambini imparano a non

applicare più le regole imparate indistintamente, ma a tener conto delle eccezioni (come può essere

un verbo irregolare).

Nello sviluppo linguistico hanno un certo ruolo i fattori innati, come dimostrato dal fatto che gli

individui di tutte le culture seguono, in genere, le stesse tappe evolutive: intorno al primo anno, si

riscontra l’uso di olofrasi; a partire dai 2 anni, si ricorre al linguaggio telegrafico; a 3 anni, comincia

lo sviluppo grammaticale; a 4 anni, la capacità di produzione del linguaggio è simile a quella degli

adulti. La conoscenza innata del linguaggio è, quindi, molto ricca, ma ciò non toglie che esistano

dei periodi critici: esso corrisponde ai primi mesi di vita per quanto riguarda lo sviluppo fonemico e

l’apprendimento di una seconda lingua (ecco perché è più semplice che questo abbia luogo durante

l’infanzia, mentre in età adulta è difficile avere una buona pronuncia e camuffare l’accento tipico

del proprio idioma), ma ne sono stati riscontrati altri anche per l’acquisizione della sintassi e

l’apprendimento più efficace dell’ASL (American Sign Language) e della LIS (Lingua Italiana dei

Segni) per i bambini non udenti. L’esistenza dei periodi critici è provata dalle difficoltà che

incontrano i bambini che crescono in condizioni di forte isolamento e deprivazione di stimoli.

Concetti e categorizzazione: strutture portanti del pensiero

Il pensiero è il “linguaggio della mente” e può essere proposizionale (quando è costituito da un

flusso di frasi che ci sembra di sentire nella mente) o per immagini (quando la nostra mente ci

presenta delle immagini visive); negli adulti, prevale il pensiero proposizionale (la proposizione è

un’asserzione che esprime un’affermazione concreta).

Il nostro pensiero funziona servendosi di concetti, ovvero insiemi di elementi accomunati da stesse

caratteristiche. Lo scopo dei concetti è quello di permetterci di dividere tutto ciò che percepiamo in

unità più grandi e facili da manipolare, in modo tale da rispettare una certa economia cognitiva. La

categorizzazione è il processo con cui assegniamo ogni elemento ad un particolare concetto sulla

base delle sue caratteristiche, comprese quelle che non possono essere percepite in modo diretto:

sulla base di ciò, si può asserire che i concetti abbiano un certo valore predittivo, ovvero che ci

consentano di prevedere alcune informazioni non evincibili di primo acchito su un oggetto. Ogni

concetto si compone di un nucleo, che comprende le caratteristiche fondamentali che un elemento

deve possedere per far parte del concetto, a cui si aggiunge un prototipo, che è, invece, la

componente più soggettiva, ovvero l’insieme delle caratteristiche che meglio descrivono un

esemplare del concetto: il prototipo è, dunque, rappresentato dal primo esemplare che ci viene in

mente pensando al concetto ed è, molto spesso, determinato dalla cultura, fatta eccezione per quanto

riguarda i concetti naturali; questi ultimi, infatti, fondano i loro prototipi su caratteristiche semplici

da osservare (per esempio, la forma globale od i tratti distintivi) e sono quelli su cui si basa la

tassonomia scientifica. I concetti sono ben definiti quando il loro nucleo è una regola facile da

applicare e scarsamente definiti (fuzzy) se, invece, hanno un nucleo che è a stento considerabile una

definizione e che si basa su caratteristiche che non sono necessariamente visibili. I concetti sono

organizzati secondo una disposizione gerarchica: esistono, quindi, dei concetti basic (per esempio,

mela) ed altri che sono subordinati (per esempio, Golden Delicious) o superordinati (per esempio,

frutta); i concetti a livello base sono i primi che si imparano, sono indicati dalla parola più corta e

sono quelli con le caratteristiche maggiormente distintive.

La categorizzazione di un elemento in un certo concetto può avvenire attraverso processi differenti.

Per i concetti ben definiti, si procede attraverso l’applicazione di una regola, andando a valutare se

l’elemento in questione soddisfi o meno le caratteristiche proprie del concetto, ovvero stabilendo

quanto sia buona la somiglianza con il prototipo; chiaramente, più la regola è complessa e ricca di

dettagliati, più lento ed incline ad errori sarà il processo di categorizzazione. Per quanto riguarda,

invece, i concetti fuzzy, sono possibili due alternative di categorizzazione:

- si paragona l’oggetto con gli esemplari del concetto che sono presenti come immagini nella

memoria a lungo termine;

- si rilevano le caratteristiche del prototipo, si assegna un punteggio di concordanza con esso

ad ogni esemplare e si valuta la somiglianza dell’oggetto al prototipo.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher JennyJenny di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Del Giudice Marco.

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