Universalità-necessità vs soggettivismo-relativismo
Socrate-Platone/Gorgia-Protagora
Protagora di Abdera (480 AC-410 AC)
Protagora di Abdera fu il primo che si chiamò sofista e maestro di virtù. Fu ripetute volte in Atene ma infine fu accusato di ateismo e costretto a lasciare la città. Morì a 70 anni mentre si recava in Sicilia.
Protagora ha espresso il postulato fondamentale dell’insegnamento sofistico nel famoso principio col quale aveva inizio l’opera Sulla verità: “L’uomo è misura di tutte le cose, delle cose che sono in quanto sono, delle cose che non sono in quanto non sono”.
Secondo Platone, Protagora intendeva dire che “quali le singole cose appaiono a me, tali sono per me e quali appaiono a te, tali sono per te: giacché uomo sei tu e uomo sono io”; e che pertanto identificava apparenza e sensazione affermando che apparenza e sensazione sono sempre vere perché “la sensazione è sempre di cosa che è”, è, s’intende, per questo o quell’uomo.
Secondo lo stesso Platone, il presupposto della dottrina di Protagora era quello di Eraclito: l’incensante fluire delle cose (“tutto scorre”). Il Teeteto platonico contiene pure una teoria della sensazione elaborata su questo presupposto: la sensazione sarebbe l’incontro di due movimenti, quello dell’agente, cioè dell’oggetto, e quello del paziente, cioè del soggetto: poiché i due movimenti, dopo l’incontro, continuano, non ci saranno mai due sensazioni uguali né per diversi uomini né per lo stesso uomo. Il mondo delle doxa (cioè dell’opinione) che per l’appunto comprende le apparenze sensibili e tutte le credenze che su di esse si fondano, viene accettato da Protagora così come si presenta.
L’agnosticismo religioso di Protagora è una conseguenza immediata di questa limitazione del suo interesse alla sfera dell’esperienza umana. “Degli Dei – diceva Protagora – non sono in grado di sapere né se sono né se non sono né quali sono: molte cose infatti impediscono di saperlo: non solo l’oscurità del problema ma la brevità della vita umana”.
Quindi per Protagora intorno agli Dei non è possibile decidere né che esistano, né che non esistano, né la loro essenza, in quanto:
- Non posseggono realtà empirica;
- La vita è troppo breve per perdere tempo con simili questioni.
L’uomo non è soltanto la misura delle cose che si percepiscono ma anche quella del bene, del giusto e del bello. Protagora riteneva che anche tali valori sono diversi da individuo a individuo perché tali appaiono; e anche in questo campo tutte le opinioni sono egualmente vere.
Ma l’eterogeneità e l’equivalenza delle opinioni non significa la loro immutabilità: le opinioni umane sono, secondo Protagora, modificabili e in realtà si modificano e si correggono; e l’intero sistema politico-educativo che costituisce una comunità umana (polis) è diretto appunto a ottenere opportune modifiche nelle opinioni degli uomini. Queste modifiche vanno, e devono andare, nel senso dell’utilità privata o pubblica. In questo senso, l’opera del sapiente (o sofista) trasforma in buona una disposizione cattiva, fa passare gli uomini da un’opinione dannosa per i singoli o per la comunità a un’opinione utile, prescindendo completamente dalla verità o falsità delle opinioni che, sotto questo rispetto, sono per lui tutte uguali.
1 Nicola Abbagnano – Storia della Filosofia Vol. I
Gorgia da Lentini (480 AC-380 AC)
Gorgia da Lentini insegnò dapprima in Sicilia e, dopo il 427 AC, in Atene e in altre città della Grecia. Negli ultimi tempi della sua vita si stabilì a Larissa in Tessaglia dove morì a 109 anni.
Le tesi di Gorgia erano tre, concatenate tra loro:
- Nulla c’è;
- Se anche qualcosa c’è, non è conoscibile dall’uomo;
- Se anche è conoscibile, è incomunicabile agli altri.
Egli dimostrava i tre punti come segue:
- D1 Dimostrando che non esiste né l’essere né il non essere. Difatti il non essere non c’è perché se ci fosse sarebbe insieme non essere ed essere, il che è contraddittorio. E l’essere se ci fosse, dovrebbe essere o eterno o generato o eterno e generato insieme. Ma se fosse eterno sarebbe infinito e se infinito non sarebbe in nessun luogo cioè non sarebbe affatto. Se è generato, deve essere nato o dall’essere o dal non essere; ma dal non essere non nasce nulla; e se è nato dall’essere c’era già prima, quindi non è generato. L’essere non può essere dunque né eterno né generato; non può essere neppure eterno e generato insieme perché le due cose si escludono. Dunque né l’essere né il non essere c’è.
- D2 Ma se anche l’essere c’è, non può essere pensato. Difatti le cose pensate non esistono: altrimenti esisterebbero tutte le cose inverosimili e assurde che all’uomo piace pensare. Ma se è vero che ciò che è pensato non esiste, sarà anche vero che ciò che esiste non è pensato e che perciò l’essere se c’è, è inconoscibile.
- D3 Infine anche se fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. Noi infatti ci esprimiamo con la parola, ma la parola non è l’essere; dunque, comunicando parole, non comunichiamo l’essere.
Tale conclusione è in certo senso opposta a quella della dottrina di Protagora. Per Protagora tutto è vero, per Gorgia tutto è falso. Ma in realtà il significato delle due tesi è uno solo: la negazione dell’oggettività del pensiero, quindi della validità che ad esso deriva dal suo riferimento all’essere.
Per l’assenza di tale oggettività, la parola, specie quand’è governata dalla retorica, ha una forza necessitante cui nessuno può resistere. La parola ha, secondo Gorgia, forza necessitante perché non trova limiti al suo potere in alcun criterio o valore oggettivo, in alcuna idea nel senso platonico del termine. Il relativismo teoretico e pratico della sofistica trova qui un suo corollario importante: l’onnipotenza della parola e la forza necessitante della retorica che la guida con i suoi accorgimenti infallibili.
Ciò che distingue la retorica di Gorgia come arte onnipotente della persuasione, dalla retorica di Platone come educazione dell’anima al vero e al giusto è il presupposto fondamentale del platonismo: l’esistenza di idee come criteri o valori assoluti.
2 Nicola Abbagnano – Storia della Filosofia Vol. I
Socrate (Atene 469 AC-399 AC)
Socrate si tenne lontano dalla vita politica. La sua vocazione, il compito al quale si dedicò e si mantenne fedele sino all’ultimo, dichiarando al tribunale stesso che si apprestava a condannarlo che non lo avrebbe in alcun caso tralasciato, fu la filosofia.
Se Socrate non scrisse nulla, fu perché ritenne che la ricerca filosofica, quale egli la intendeva e praticava, non poteva essere condotta innanzi, o continuata dopo di lui, da uno scritto. Per Socrate che intende il filosofare come l’esame incessante di sé e degli altri, nessuno scritto può suscitare e dirigere il filosofare. Uno scritto può comunicare una dottrina, non stimolare la ricerca.
Fu processato sotto il governo di Transibulo – governo tirannico ma all’apparenza democratico – con l’accusa di scardinare e sovvertire con il proprio insegnamento le strutture tradizionali dello stato. Socrate si rifiutò di fuggire dopo la sentenza e scelse l’alternativa di bere la cicuta nel 399 AC.
Il “conosci te stesso” e l’ironia
Socrate fece suo il motto delfico conosci te stesso e fece del filosofare un esame incessante di se stesso e degli altri: di se stesso in rapporto agli altri, degli altri in rapporto a se stesso.
La prima condizione di questo esame è il riconoscimento della propria ignoranza. Socrate riteneva che il sapere dei Sofisti è un non-sapere, un sapere fittizio privo di verità, che da solo presunzione e boria e impedisce di assumere l’atteggiamento sommesso della ricerca, l’unico che si addice agli uomini.
Il mezzo di promuovere negli altri questo riconoscimento della propria ignoranza, che è condizione della ricerca, è l’ironia.
L’ironia è l’interrogazione diretta allo scopo di svelare all’uomo la sua ignoranza, di gettarlo nel dubbio e nell’inquietudine per impegnarlo nella ricerca: ironia come liberazione dal sapere fittizio, cioè da ciò che ufficialmente o comunemente passa per sapere o per scienza.
La maieutica
Socrate non si propone di comunicare una dottrina o un complesso di dottrine. Egli non insegna nulla: comunica soltanto lo stimolo e l’interesse per la ricerca. La sua arte consiste essenzialmente nel saggiare con ogni mezzo se il suo interlocutore ha da partorire qualcosa di fantastico e di falso o di genuino e vero.
Quest’arte maieutica non è in realtà che l’arte della ricerca associata. L’uomo non può giungere in chiaro con se stesso da solo. La ricerca che lo concerne non può cominciare e finire nel recinto chiuso della sua individualità: può essere invece soltanto il frutto di un dialogare continuo con gli altri, come con se stesso.
Scienza e virtù
La ricerca di sé è nello stesso tempo ricerca del vero sapere e del migliore modo di vivere: cioè è insieme ricerca del sapere e della virtù. Sapere e virtù, secondo Socrate, si identificano.
Un errore del giudizio, quindi, l’ignoranza, è la base di ogni colpa e di ogni vizio. È un cattivo calcolo quello che fa preferire all’uomo il piacere del momento, nonostante le conseguenze cattive o dolorose che possono derivarne; e un calcolo errato è frutto di ignoranza.
La virtù non è né puro piacere né puro sforzo, ma calcolo intelligente.
La religione di Socrate
Per Socrate il filosofare è una missione divina, un compito affidatogli da un comando divino. Egli parla di demone, di un’ispirazione divina che lo consiglia in tutti i momenti decisivi della vita. S’interpreta comunemente questo demone come la voce della coscienza; in realtà è il sentimento di una investitura dall’alto, proprio di chi ha abbracciato con tutte le forze una missione.
La divinità di cui Socrate parla non è quella della religione popolare dei Greci. Egli ritiene che il culto religioso tradizionale dei Greci rientri nei doveri del cittadino e perciò consiglia ad ognuno di attenersi al costume della propria città, ed egli stesso vi si attiene. Ma ammette gli dei solo perché ammette la divinità: in essi non vede che incarnazioni ed espressioni dell’unico principio divino, al quale possono chiedersi non già beni materiali, ma il bene, quello che solo è tale per l’uomo, la virtù. E in realtà la sua fede religiosa non è altro che la sua filosofia.
L’induzione ed il concetto
Aristotele ha caratterizzato dal punto di vista logico la ricerca di Socrate, “Due cose si possono a buon diritto attribuire a Socrate; i ragionamenti induttivi e la definizione dell’universale: e tutte e due riguardano il principio della scienza”.
Il ragionamento induttivo muove alla definizione del concetto e il concetto esprime l’essenza o la natura di una cosa, ciò che la cosa veramente è. Quindi per Socrate i concetti sono verità universali e necessarie.
I concetti che Socrate ha elaborato sono tutti di carattere etico-pratico e riguardano il dover essere e non la realtà di fatto. Ma qualsiasi concetto, teoretico o pratico, ha per oggetto l’essenza delle cose, il loro essere permanente o la loro sostanza.
3 Nicola Abbagnano – Storia della Filosofia Vol. I
Platone (Atene 428 AC-347 AC)
Platone nacque ad Atene il 428 AC da famiglia di antica nobiltà. Secondo Aristotele, egli sin da giovane familiarizzò con la dottrina eraclitea. Secondo Diogene Laerzio, avrebbe scritto composizioni epiche, liriche e tragiche che avrebbe bruciato. A vent’anni cominciò a frequentare Socrate e fino al 399 AC, anno della morte di lui, fu tra i suoi discepoli.
Da giovane, Platone pensava di dedicarsi alla vita politica. La signoria dei Trenta Tiranni, tra i quali aveva parenti e amici, lo invitò a partecipare al governo. Ma le speranze che Platone aveva concepito nella loro opera andarono deluse: essi fecero rimpiangere, con le loro violenze, il vecchio ordine di cose.
Dopo la caduta dei Trenta, la restaurazione della democrazia invogliò Platone alla vita politica; ma allora accadde il fatto decisivo che lo nauseò per sempre della politica del tempo: il processo e la condanna di Socrate. Da quel momento Platone non cessò di meditare su come si sarebbe potuto migliorare la condizione della vita politica e l’intera costituzione nello stato, ma rinviò il suo intervento attivo a un momento opportuno. Si rese conto, allora, che quel miglioramento avrebbe potuto essere effettuato solo dalla filosofia: “Io vidi che il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male se prima o non fossero giunti al potere i veri filosofi, o i reggitori di stato non fossero per divina sorte divenuti veramente filosofi”
Dopo la morte di Socrate, egli si recò a Megara presso Euclide e poi, quanto dicono i suoi biografi, in Egitto e a Cirene. Nulla sappiamo di questi viaggi; essi non sono però inverosimili. Il suo primo viaggio sicuro è quello nell’Italia meridionale. Egli conobbe in questa occasione le comunità pitagoriche, soprattutto per il tramite del suo amico Archita, signore di Taranto. È certa però la vendita di Platone come schiavo e il suo riscatto per opera di Anniceride di Cirene. La tradizione collega con tale fatto la fondazione dell’Accademia, per la quale sarebbe servito il denaro del riscatto che fu rifiutato, quando si seppe di chi si trattava. Nulla si sa di certo a questo proposito, ma si può dire che, al ritorno di Platone ad Atene, quella “comunità della libera educazione” che Platone aveva in mente, ricevette forma giuridica; e sul modello delle comunità pitagoriche fu un’associazione religiosa (l’unica forma che una società culturale poteva legalmente rivestire in Grecia), una tiaso.
4 Nicola Abbagnano – Storia della Filosofia Vol. I
Il dialogo
Perché la produzione letteraria di Platone è rimasta fedele alla forma del Dialogo? Platone sostiene che il discorso scritto comunica, non la sapienza, ma la presunzione di sapienza. Platone, quindi, non vedeva nel discorso scritto che un aiuto per la memoria; ed egli stesso ci testimonia che dell’insegnamento dell’Accademia facevano parte anche “dottrine non scritte”, il dialogo è il solo che riproduce la forma e l’efficacia del discorso parlato. Esso è l’espressione fedele della ricerca che, secondo il concetto socratico, è un esame incessante di se stesso e degli altri, quindi un domandare e rispondere. Platone ritiene che il pensiero stesso non sia altro che un discorso che l’anima fa con sé stessa, un dialogare interiore, nel quale l’anima domanda e risponde a se stessa. L’espressione verbale o scritta non può dunque che riprodurre la forma della ricerca, il dialogo. Platone dichiarò energicamente: “Di mio non c’è e non ci sarà mai nessun trattato su questo argomento. Esso non può essere ridotto a formule, come si fa delle altre scienze; solo dopo essersi avvicinati per molto tempo a questi problemi e dopo aver vissuto e discusso in comune, il loro vero significato si accende all’improvviso nell’anima, come la luce nasce da una scintilla e cresce poi da sé sola”
Il dialogo era dunque per Platone il solo mezzo per esprimere e comunicare agli altri la vita della ricerca filosofica. Esso riproduce l’andamento stesso della ricerca che procede lentamente e faticosamente di tappa in tappa.
La conoscenza, la saggezza
Nella Repubblica, Platone pone per la prima volta il criterio fondamentale della validità del conoscere: “Ciò che assolutamente è, è assolutamente conoscibile, ciò che in nessun modo è, è in nessun modo conoscibile”
Perciò all’essere corrisponde la scienza, che è la conoscenza vera; al non-essere, l’ignoranza; e al divenire, che sta in mezzo tra l’essere e il non-essere, corrisponde l’opinione (doxa), che è in mezzo tra conoscenza e ignoranza. Opinione e scienza costituiscono l’intero campo della conoscenza umana.
L’opinione ha come suo dominio la conoscenza sensibile (derivata dall’esperienza), la scienza e la conoscenza razionale.
La conoscenza sensibile, secondo Platone, non può procurarsi altro che risultati provvisori, diversi da individuo a individuo, privi di qualunque validità fuori dalle circostanze particolari in cui sono stati ottenuti. Che è, pertanto, sempre particolare, contingente, ingannevole e finita.
La saggezza nel suo grado più alto è scienza, nel suo grado più basso è opinione vera. L’opinione vera si distingue
5 In quanto prodotti dell’anima non razionale (anima concupiscente, anima irascibile).
4 A.A. 2015/2016 – APPUNTI DI FONDAMENTI DI STORIA DELLA FILOSOFIA CAPITOLO 1
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