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sull’idea che la lingua sia un sistema. Il modello saussuriano è quello che parte dal

concetto primo che la lingua sia un sistema e cioè un insieme organizzato di elementi,

chiamo questa organizzazione struttura; nel sistema gli elementi non sono per loro stessi,

per la loro materialità, ma per i rapporti che intrattengono con gli altri elementi del sistema.

Torna utile allora la distinzione che si era fatta tra il piano dell’espressione e il piano del contenuto.

Vediamo che gli elementi non sono per loro stessi, ma per i rapporti che intrattengono con gli altri

elementi del sistema. Il sistema del significato dell’Italiano si organizza in un unico elemento,

bianco, il sistema del significato del latino si organizza in due elementi, albus e candidus. E albus e

candidus sono diversi per i rapporti che intrattengono fra di loro cioè perché si oppongono fra di

loro: questa griglia formale si chiama struttura ed è il rapporto fra gli elementi del sistema. (Il logos

del Vangelo di Giovanni è il logos stoico, la ragione, la razionalità, il dovere). La lingua è un

sistema di associazione di un piano dell’espressione e un piano del contenuto che chiamo

significante e significato. Un sistema organizzato in unità che chiamiamo segni. I segni

sono le unità minime di un sistema in generale. I segni sono costituiti da un piano

dell’espressione e un piano del contenuto, che chiamo significante e significato e che

stanno fra loro in un rapporto arbitrario. Lez. 6

Saussure

È da collocarsi nella la seconda metà dell’Ottocento. Si forma come linguista storico, ginevrino e

quindi parla francese. Nel 1916 esce il (dillo in francese) “corso di linguistica generale”, che è un

punto di svolta importante per la linguistica del Novecento ma anche per altre discipline che si

ispirano alla stessa nozione dell’oggetto di studio come sistema, sistema organizzato in una

struttura. Se l’oggetto di studio della linguistica è la lingua, la lingua è un sistema, cioè un insieme

di elementi che sono organizzati, che stanno fra loro in una serie di rapporti che li definiscono;

chiamiamo questa serie di rapporti “struttura”, il sistema è un insieme di elementi strutturati: da

questo tutti i cosiddetti strutturalismi e cioè l’applicazione di questo principio per organizzare

l’analisi che ha funzionato nell’analisi della fiaba, nell’analisi dell’opera d’arte figurativa, piuttosto

che opera d’arte di altro genere. (Jacobs studiava la struttura della fonologia). Gli strutturalismi

novecenteschi derivano tutti, quindi, da questa idea saussuriana. Saussure fu il punto di svolta

perché non si occupò più delle lingue storico-naturali nella loro concretizzazione storica e nella

considerazione del cambio linguistico così come aveva fatto l’Ottocento in linea con le aspirazioni

positiviste alla raccolta e alla spiegazione dei dati di ciò che era al di fuori dell’astrazione e della

teoria. Ritornò invece ad uno sguardo verso il suo oggetto d’indagine che estrapolasse un modello

di funzionamento che non fosse adeguato ad un’unica varietà di lingue ma a tutte le lingue storico-

naturali, quello saussuriano è un modello che non si occupa di una specifica lingua, cioè che non

descrive una fenomenologia di una specifica lingua, ma che funziona per descrivere la modalità in

cui tutte le lingue utilizzate dagli esseri umani, funzionano. Parte dall’idea che la lingua sia un

sistema e cioè un sistema organizzato di elementi, chiamiamo questi elementi, segni. E questi

segni sono costituiti da una corrispondenza tra un segmento del piano dell’espressione e un

segmento del piano del contenuto. Il segno non è qualcosa che sta per qualcos’altro, ma è uno

degli elementi organizzati in sistema all’interno della lingua. Il segno è l’insieme di un piano

dell’espressione e di un piano del contenuto. È uno degli elementi che si organizzano in una

struttura in un sistema. Nella linguistica di matrice saussuriana, intendiamo per segno

quell’associazione tra significante e significato. Il significante viene utilizzato in linguistica

saussuriana per indicare il piano dell’espressione, e il significato è la terminologia che

utilizziamo in linguistica di matrice saussuriana per indicare il piano del contenuto.

L’associazione del significante e del significato, costituisce il segno. Il segno è un’unità

esclusivamente linguistica, e non ha niente a che vedere con il referente extralinguistico. Il

segno sta cioè nella lingua, non è qualcosa che sta per qualcos’altro. È l’associazione di

un significante e un significato. Un insieme organizzato di segni, organizzati in quella che

chiamiamo struttura, costituisce un sistema e ciò è il codice lingua. Il segno è l’unità di base,

ma sta nella lingua, cioè sta nel sistema. La lingua è un sistema organizzato di segni. I segni sono

fatti di un significante e un significato. Però c’è anche dell’altro. A Saussure, non interessa vedere

come funzionano nello specifico, nella loro peculiarità di concretizzazione storica, le diverse lingue

storico-naturali, né gli interessano gli atti concreti dei parlanti di una specifica lingua. Questi sono

gli atti di “parole”, sono le concretizzazioni della facoltà di linguaggio umano. Gli interessa piuttosto

andare a vedere il sistema e cioè questo insieme di rapporti organizzati e strutturati che chiama

“langue”. La langue è un patrimonio sociale, nel senso che è un insieme di conoscenze e di

competenze che pertengono alla lingua, alla facoltà di linguaggio. Questo insieme di conoscenze e

competenze si realizzano concretamente negli atti di “parole”.

Langue e parole

Termini da dirsi in francese per fare riferimento alla specifica terminologia saussuriana. Se si

traduce lingua e parole non va bene. Langue e parole, è una delle dicotomie saussuriane, ma,

per meglio dire, un binomio, o dicotomia sbilanciata. La langue è il sistema, è l’insieme di

conoscenze e competenze che è patrimonio posseduto socialmente quindi dalla società, da un

determinato momento storico-culturale al quale partecipano una serie di individui che, in quanto

partecipanti a questo momento storico-culturale, possiedono questa serie di conoscenze-

competenze. La langue è in potenza, la “parole” è in atto. La langue è il sistema che ciascuno di

noi condivide nella conoscenza, non in quanto individui che nascono già dotati di una facoltà di

linguaggio organizzata in certi termini e tale in quanto noi siamo tutti esseri umani; la langue ha

una concretezza che è storica, il sistema è determinato da un momento storico in cui viviamo, dalla

varietà della lingua storica che è la nostra prima lingua. Quindi non è la facoltà che abbiamo in

quanto esseri umani ma è l’astrazione del sistema (esempio il sistema dell’Italiano). La linguistica

non si occupa della “parole” cioè dei concreti atti con cui noi comunichiamo, fatti da una

concretizzazione di una specifica lingua storica, ma descrive il sistema. Ma non uno specifico

sistema, piuttosto come in genere funzionano i sistemi delle lingue, e tutte le lingue sono sistemi

organizzati di segni fatti di un significante e un significato che stanno fra loro in un certo tipo di

relazione, che stanno con il referente extralinguistico in un altro tipo di relazione.

Diacronia-sincronia

Saussure non si occupa del sistema dal punto di vista della diacronia, ma della sincronia; fingendo

dunque che la lingua sia ferma e che si possa fare un immaginario taglio nel procedere del tempo

e guardare la lingua ferma (come in anatomia: lo studio analizza l’oggetto da fermo-morto). Per

guardare come qualcosa è fatto è necessario vederlo da fermo. Così la lingua deve essere

studiata da ferma, non nel suo funzionamento che ha come fisiologico implicito il cambio: la lingua

cambia fisiologicamente nel tempo. La lingua è in continuo cambio e porta in sé i “fossili” del suo

passato, i cosiddetti arcaismi o tracce di stadi evolutivi precedenti, e contiene in sé i presupposti

per gli sviluppi futuri. Ci sono gli inizi e gli indizi dei futuri cambi, i presupposti per la successiva

evoluzione. La lingua non è ferma, il cambio non è una patologia ma una fisiologia della lingua.

Quindi per poterla descrivere, bisogna operare una delle grandi finzioni della linguistica, cioè

fingere di poter guardare al mio oggetto di studio in un momento in cui è fermo. L’altra grande

finzione è quella di poter guardare il mio oggetto di studio come se fosse uno e cioè come se la

lingua fosse unitaria. In realtà ci sono molte varietà di lingue, (noi in generale parliamo una varietà

di italiano che secondo noi si adegua di più a quella standard, è una varietà di matrice

settentrionale con dei tratti che sono determinati dalle varietà romanze che sono sul territorio).

Tutte le varietà dell’italiano fanno parte della langue che tutti noi possediamo, e della langue fa

parte anche la capacità di spostarci da una varietà ad un'altra per veicolare dei sensi particolari.

Certo che però, descrivere con un modello questa cosa così complessa che non è una, che non ha

una morfologia, che non ha una lista lessicale unica, che non ha una struttura frasale definibile è

un’impresa impossibile. Allora l’altra grande finzione è quella che la lingua sia unica, che quella

che abbiamo di fronte sia una varietà conclusa e unica. In realtà noi usiamo molteplici varietà e le

mescoliamo, e non solo varietà di lingue che si sovrappongono sul territorio, ma anche lingue

funzionali diverse, e cioè varietà di lingue adeguate a situazioni comunicative diverse. La lingua è

un insieme di varietà funzionali diverse, e cioè di sistemi solidali al loro interno, che sono adeguati

a diverse situazioni comunicative. Le due grandi finzioni quindi sono che la lingua sia ferma, e

cioè che il cambio fisiologico non esista perché per guardarla devo guardare un sistema da

fermo, e che sia una, invece noi usiamo un insieme di varietà. A questo punto descrivo il

sistema, dice Saussure, fingendo che la lingua sia ferma e unica, operando questa finzione di

poter operare un taglio nel tempo e di poter guardare in quella che si chiama sincronia. Benché ne

dica il libro, diacronia-sincronia, non è una dicotomia saussuriana, poiché non spartisce a metà. È

un modo per porre in modo esplicito la discontinuità rispetto a una linguistica ottocentesca che si

occupava delle lingue storico-naturali e del cambio, e una prospettiva di sincronia. Invece di

dicotomia si può parlare di dicotomia sbilanciata o di binomio. Poiché non è che solo a partire da

Saussure si prende atto della differenza tra prospettiva sincronica e diacronica. Saussure si

occupa quindi della sincronia. Per descrivere il sistema e cioè la langue in sincronia, devo fingere

che la lingua sia una e che sia ferma. Se non faccio questo non posso descrivere il mio oggetto in

sincronia e non posso descrivere il mio sistema. La linguistica saussuriana si occupa della

langue e cioè si occupa di un insieme di relazioni astratte, non si occupa delle specifiche

varietà, anche se il modello elaborato dalla linguistica saussuriana, funziona per tutte le

lingue. C’è quindi la necessità di tenere sempre distinte la parte astratta del modello che descrive,

dalla parte concreta. Saussure dice “mi occupo di un sistema che descrivo attraverso un modello”.

Il modello è astratto, cioè è il modello che descrive tutte le serie di possibili-infinite realizzazioni

concrete, ma di quelle non si interessa la linguistica saussuriana, le lascia alla linguistica storica

ecc. Quindi quando si distingue l’astratto dal concreto, significa che si sta distinguendo il modello

dalla concretezza delle realizzazioni nelle lingue storiche e in bocca ai singoli parlanti, di queste

ultime non ci si interessa (Turio de Mauro diceva, “non inciamperò mai in un meridiano o in un

parallelo, poiché questi sono modelli generati). Il modello può essere fatto arbitrariamente, ma il

più possibile adeguato a rendere conto delle realizzazioni nella realtà. Il modello ha delle

caratteristiche, dette assiomi, che quindi, non sono determinate dall’oggetto, ma sono determinate

da colui che elabora il modello, esempio (che per due punti passa una e una sola linea retta, è un

assioma che decide colui che fa il modello, che i numeri romani non possono avere i decimali, non

lo decide la realtà ma il modello, la realtà è un continuum che si può segmentare a piacimento in

unità discrete). La linguistica saussuriana in chiave sincronica si occupa della langue, la

langue è il sistema, lo descrive attraverso un modello, questo modello dice: la lingua è un

sistema, un’organizzazione strutturata di segni, i segni sono un’associazione di un piano

dell’espressione e di un piano del contenuto, chiamo il piano dell’espressione di un segno

linguistico, significante (signifiant), e il piano del contenuto del segno linguistico,

significato, (signifié). Significante e significato stanno insieme in un’unità che si chiama

segno, il segno non è qualcosa per indicare qualcosa che sta per qualcos’altro, ma è

un’unità squisitamente linguistica. Il segno sta nella lingua. Il referente extralinguistico è

l’oggetto che sta nella realtà, può essere un oggetto o un oggetto non fisico (Saussure

aveva messo nel significante la parola cavallo, mentre nel significato, il disegnino del

cavallo, questo aveva tratto in inganno). Il segno sta in rapporto con il referente

extralinguistico in questi termini: il referente extralinguistico è l’oggetto che è nella realtà,

può essere un oggetto fisico, un oggetto concettuale, può essere uno stato di cose, non

m’interessa che sia nella realtà, basta che stia fuori dalla lingua, può essere tanto reale

quanto astratto. Saussure, usa cavallo, e la figura del cavallo, e questo ha tratto in inganno

perché il significato non è un concetto chiuso, definitivo e valido per tutti, ma è una

modalità culturale, è un un’organizzazione di concetti che ha una determinazione che è

culturale (noi non guardiamo il continuum della realtà segmentandola secondo degli

schemi che sono caricati nel nostro cervello in quanto siamo esseri umani, ma guardiamo

la realtà segmentandola secondo modalità che sono culturali: segmentiamo i colori

secondo dei confini che dipendono dal contesto storico-culturale in cui siamo e dalla lingua

che usiamo, da fattori che non dipendono per niente dal fatto che siamo esseri umani, né

dalla nostra modalità di percezione del modo di riflettere la luce dei diversi materiali; come

gli eschimesi che hanno moltissime parole per definire le diverse tipologie di neve). Quindi

il modo che abbiamo di segmentare la realtà è assolutamente culturale mentre l’idea

platonica vede le idee come nell’iper-uranio cioè in uno spazio che deve essere, in quanto

tale, condiviso da tutti al di là del momento storico culturale, al di là di un qui e di un’ora

sociale e storico, si tratta di un sistema universale per Platone. Mentre per Saussure il

sistema dei concetti delle nostre idee mentali si riflette in un sistema del significato che è

quello della lingua, quindi il modo che abbiamo di frazionare la realtà, dipende da un

momento storico-culturale, da una varietà di lingua, che ha un suo specifico sistema del

significato, e questi concetti stanno all’interno di quel sistema di significato, cioè all’interno

della lingua in un certo rapporto, quindi non c’è alcun motivo naturale per cui un essere

umano distingua il colore bianco in albus e candidus, (mentre per Platone si pensa che esiste

l’idea di bianco e questa è comune a tutti gli esseri umani e invece per Saussure il sistema del

significato dell’italiano è organizzato in modo tale che il colore bianco vada in un’unica casella e

questo significato si opponga ad altri significati come il nero, il grigio, il verde ecc. che fanno un

sistema fra loro; in latino, e non c’è alcun sistema naturale perché ciò avvenga, albus si oppone a

candidus e quindi il sistema di significato ha un’organizzazione diversa, la relazione fra gli elementi

è diversa e il modo di segmentare la realtà è diverso, quindi la lingua non è una nomenclatura che

corrisponda a dei concetti che sono predati (questa sarebbe un’enorme fraintendimento del

sistema saussuriano). È il sistema del significato di ciascuna lingua ad essere diverso quindi gli

elementi stanno in rapporti diversi, elementi che hanno all’interno di quel sistema, strutture,

relazioni, rapporti differenti. Non vuol dire allora che vi siano dei concetti assoluti che stanno

nell’iper-uranio alle quali corrispondono dei concetti predati e identici per tutte le lingue. Piuttosto è

un sistema di relazioni che si determinano reciprocamente, il sistema del significato fa in modo che

noi proiettiamo sulla realtà quella griglia e segmentiamo in quel modo, e vediamo quindi un unico

bianco piuttosto che un albus e un candidus, cioè non li separiamo perché il nostro sistema

linguistico non li divide). Il referente extralinguistico sta in rapporto con il segno in modo arbitrario.

Quindi la lingua è un codice arbitrario forte. È arbitraria anzitutto perché il rapporto tra il

significante, cioè il piano dell’espressione, e il significato, cioè il piano del contenuto è un rapporto

arbitrario, non c’è alcun motivo né logico né naturale per cui al significante cavallo, io debba

associare il significato cavallo e non è dimostrato dal fatto che per gli stessi concetti in lingue

diverse uso parole diverse. La lingua è caratterizzato da un’arbitrarietà forte, perché è

caratterizzato anche da arbitrarietà nel rapporto tra segno e referente extralinguistico.

Arbitrarietà forte della lingua

E’ arbitrario il rapporto nell’ambito del segno che sta nella lingua e cioè che sta nel sistema, fra il

significante e il significato. Questo rapporto è arbitrario cioè non c’è alcun motivo né logico né

naturale perché ad un certo significante, che è il piano dell’espressione, si associ un certo

significato. Poi è anche arbitrario in modo forte, cioè è arbitrario il rapporto tra il segno, l’unità che

nel suo complesso sta nella lingua e il referente extralinguistico, che per precisare, non è

necessariamente un oggetto della realtà, ma è un oggetto che sta fuori dalla lingua che può essere

tanto astratto quanto concreto. Questo rapporto arbitrario è cioè convenzionalmente definito,

questo non vuol dire però che in quanto convenzionale è rinegoziabile, ma si rinegozia solo nel

cambio linguistico indipendentemente dalla nostra volontà. Ci sono poi altri due tipi di arbitrarietà:

arbitrarietà verticale e arbitrarietà orizzontale. Si parla di arbitrarietà verticale perché se si guarda

al modello di Saussure, il rapporto tra il significante e il significato è quello che sta tra qualcosa che

sta sopra e qualcosa che sta sopra, semplicemente perché nel modello Saussure ha voluto

rappresentare così. Poi c’è l’arbitrarietà orizzontale, quella che sempre sulla base di come ha

strutturato il suo modellino, definisce i confini di un significante e degli altri significanti, quindi degli

altri segni che stanno sullo stesso piano nel sistema della lingua. È arbitrario il rapporto in una

lingua tra un significante e gli altri significanti, un significato e gli altri significati. È ancora arbitrario,

il rapporto tra forma e sostanza del significante e forma e sostanza del significato. Cosa vuol dire

questo?

1. È arbitrario il rapporto tra forma e sostanza del significante: la sostanza del significante

sono i suoni che possiamo produrre attraverso il nostro apparato fonatorio e utilizzare

linguisticamente, questi sono una base di tipo fisico; la forma è quella griglia organizzata in

classi che ciascuna lingua proietta su questa sostanza indistinta; l’organizzazione in classi fa in

modo che abbia delle unità da opporre fra di loro per garantire delle differenze di significato,

perché con i suoni della lingua garantisca delle differenze di significati. La stessa sostanza del

piano del significante è organizzata in forme diverse in lingue diverse. La stessa sostanza che

può farmi realizzare una vocale lunga e una vocale breve, in italiano è organizzata in un’unica

classe, in inglese in due classi diverse, e quindi in italiano ho cima e cima, con a lunga e a

breve aventi lo stesso significato, in inglese beach e beach con suono vocalico diverso che

porta un significato diverso. È arbitrario il rapporto tra significato e significante.

2. È arbitrario il rapporto tra forma e sostanza del significato. La sostanza del significato è

l’insieme del significabile che Saussure chiama nebulosa dei significati, sulla quale la lingua

proietta la griglia delle classi che le organizza, e quindi sulla nebulosa dei significati, la lingua

frammenta, in italiano, il bianco, in latino, albus, candidus e niger. Quindi sulla nebulosa dei

significati, la lingua proietta un sistema che separa le diverse unità, la griglia è la forma ed è il

sistema del significato della lingua. Lez. 7

Arbitrarietà

Arbitrarietà forte, verticale e orizzontale. Quest’ultima abbiamo detto che è l’arbitrarietà del

rapporto tra la forma e sostanza del significante e forma e sostanza del significato; tuttavia nella

formulazione saussuriana, si dice che è arbitrario il rapporto fra un significante e gli altri significanti,

è arbitrario un rapporto tra un significato e gli altri significati. Arbitrarietà orizzontale viene dalla

visualizzazione dello schemino presentato da Saussure nell’opera di linguistica generale che pone

un segno accanto all’altro, mentre in verticale il rapporto tra significante e significato, che nello

schema sono uno sotto l’altro. Non c’entra nulla quindi orizzontale e verticale con l’arbitrarietà in sé

che stiamo descrivendo, è legata all’immagine ed è diventata una dizione comune nella

vulgata. In che modo dire, è arbitrario il rapporto tra un significante e gli altri significanti del

sistema di una lingua, e, è arbitrario il rapporto tra un significato e gli altri significati del sistema del

significato di una certa lingua, parafrasa “è arbitrario il rapporto tra forma e sostanza del

significante ed è arbitrario il rapporto tra forma e sostanza del significato”? Abbiamo detto che la

lingua è un sistema, che il modo saussuriano di guardare la lingua, è in primis organizzato attorno

all’idea che la lingua sia un sistema, cioè un insieme organizzato di elementi, gli elementi non

stanno nel sistema per loro stessi ma per il rapporto che intercorre tra un elemento e gli altri

elementi, ciascun elemento è definito dal non essere gli altri elementi, questa organizzazione

interna al sistema si chiama struttura. Abbiamo detto che la lingua è un sistema di sistemi, e cioè

che noi possiamo individuare come sistema anche i diversi livelli a cui possiamo analizzare la

lingua. E noi abbiamo già individuato dei livelli in base ai quali possiamo analizzare la lingua, come

il livello dei suoni, quello fonetico, fonologico, il livello del significato della lingua cioè quello

semantico. Riguardo a quest’ultimo, se abbiamo detto che anche questo livello è un sistema,

abbiamo detto anche che gli elementi che stanno in questo livello, non sono per loro stessi ma per

i rapporti che intrattengono con gli altri elementi del sistema, e questi rapporti sono rapporti

arbitrari perché, abbiamo visto l’altra volta, il sistema del significato del latino pone certe

separazioni, proietta una certa griglia, quindi i rapporti tra gli elementi sono di un certo tipo. Il

sistema del significato dell’italiano, proietta una griglia formale diversa, e quindi i rapporti tra gli

elementi sono diversi. Lo stesso spazio concettuale della “bianchità”, ad esempio, in Italiano non è

spartito, in latino è spartito fra due unità che stanno fra loro in un rapporto che le definisce cioè

tutto cioè che non è albus, è candidus. Sono i rapporti reciproci che definiscono questi elementi, e

allora il fatto che io abbia in italiano un sistema del significato organizzato formalmente in un modo

e dall’altro, in inglese, in latino ecc. un sistema del significato organizzato formalmente in un altro

modo, mi dice che il rapporto tra forma e sostanza del significato è un rapporto arbitrario, e anche

che è arbitrario il rapporto tra un significato e gli altri significati; Saussure diceva così: “E’ arbitrario

il rapporto tra un significato e gli altri significati, è arbitrario il rapporto tra un significante e gli altri

significanti” che è lo stesso discorso: ciascuna lingua proietta in maniera differente una griglia

formale che organizza in classi che si oppongono fra di loro sulla sostanza fonica. Quindi le classi

di suoni si oppongono tra di loro in maniera differente, in una certa lingua posso avere una

pertinenza (è pertinente tutto ciò che garantisce una distinzione) garantita dalla lunghezza

vocalica, da un’altra lingua dalla lunghezza consonantica: è arbitrario il rapporto tra un significante

e gli altri significanti e cioè il fatto che un certo significante si opponga ad altri significanti è

specifico e peculiare di una certa lingua. Il sistema del significato è una componente squisitamente

linguistica che non ha nulla a che vedere con il referente extralinguistico. Il significato sta nella

lingua: è quella parte del segno che si abbina al significante per formare l’unità del segno. Quindi

fino ad adesso abbiamo detto che il sistema del significato di una lingua è organizzato in maniera

diversa dal sistema del significato delle altre lingue (esempio della bianchità che è condivisa

concettualmente tra le lingue, ma ciascuna lingua vi proietta una propria griglia formale, per cui in

latino abbiamo la spartizione tra candidus, albus, niger ecc. mentre in italiano, si oppone il bianco

agli altri colori). Teoria saussuriana: il sistema

Sempre parlando del sistema: le unità minime del sistema sono i segni, i segni fatti da un

piano del significante e un piano del significato, che stanno in un rapporto arbitrario

(arbitrarietà forte), noi usiamo questi segni combinati fra loro, questi segni si combinano in

rapporti sintagmatici. Nel momento in cui produco un enunciato, dispongo l’uno dopo l’altro, in

una sequenza che è ideale ma orientata nel tempo e anche nello spazio (nel momento in cui la

visualizziamo), gli elementi della lingua. Disponendoli uno dopo l’altro, questi entrano in

contesto fra loro cioè si trovano nello stesso contesto sintagmatico, anche detto ambiente

sintagmatico. L’ambiente sintagmatico è la porzione di contesto in cui un’unità di lingua va

a trovarsi nel momento in cui è in atto, per comunicare. (Stiamo parlando delle unità astratte,

le unità astratte funzionano attualizzate, attualizzate in una produzione linguistica in cui si mettono

una vicina all’altra. Metterle una vicina all’altra, è la linearità, queste unità sono discrete ma

sono lineari, non possiamo che produrle e percepirle linearmente, le mettiamo una dopo

l’altra su un ideale asse che è orientato nel tempo e, se ci pensiamo, anche orientato nello

spazio, perché la visualizzazione che ne abbiamo, condizionati dalla metafora della grafia

della quale abbiamo detto che se alfabetica è destrorsa, immaginiamo quest’asse orientato

da sinistra verso destra. Quindi questo asse immaginario sul quale si dispongono le unità, crea

dei contesti, noi parliamo di ambiente sintagmatico per unità di lingua in riferimento alla porzione di

contesto nella quale questa va ad inserirsi. Le unità di lingua disposte una dopo l’altra, si

condizionano reciprocamente; vuol dire che lo stare vicine fa in modo che in qualche modo

si assomiglino e si condizionino, esempio: il bambino corre, il bambino in quanto argomento

primo del verbo correre, proietta sul verbo il fatto che il verbo debba essere una terza persona

singolare; questo è un rapporto di tipo sintagmatico. Le unità disposte una dopo l’altra si

condizionano reciprocamente, modificandosi. (Preside, tra due vocali sonore, il suono sordo, S,

riceve in parte la sonorizzazione della vocale che lo precede, anche se in genere la S non si

pronuncia sonoro; quindi due suoni sonori, che sono il contesto sintagmatico, vanno a

condizionare/modificare la natura dell’elemento che è in mezzo, che è un elemento consonantico

sordo che diventa sonoro). A tutti i livelli di analisi, le unità disposte l’una dopo l’altra (principio di

linearità necessario perché siano attualizzabili ovvero per produrre degli enunciati) si

condizionano reciprocamente, questi condizionamenti reciproci si chiamano rapporti

sintagmatici, i rapporti sintagmatici sono i rapporti che le unità intrattengono fra di loro

quando si trovano nello stesso ambiente sintagmatico e cioè nella porzione di contesto di

enunciati in cui vanno ad inserirsi. Asse sintagmatico non è una dizione di scuola

saussuriana ma una dizione di scuola saussuriana di anni immediatamente successivi e di

studiosi che sulla scuola saussuriana hanno lavorato; la dizione propriamente saussuriana

è “rapporti sintagmatici”. “Io credo che tu sia”, anche questo è un rapporto sintagmatico a livello

sintattico e a livello di determinazioni in questo caso del modo verbale. Il verbo sentiendi determina

la presenza nella frase di un congiuntivo e questo è un rapporto sintagmatico, sono le unità

all’interno di uno stesso contesto sintagmatico che si condizionano.

Altro binomio saussuriano è caratterizzato dai “rapporti associativi”

Nel libro si parla invece di asse paradigmatico o asse delle scelte; vediamo l’una e l’altra

definizione: l’asse paradigmatico è una sorta di magazzino di memoria all’interno della quale si

trovano tutte le possibili scelte che un parlante ha per attualizzare la lingua; noi non sappiamo

esattamente come il lessico, ad esempio, sia organizzato, né possiamo saperlo, per questo, per

fornire comunque un modello, abbiamo necessità di partire dai casi di malfunzionamento (come i

lapsus linguae per la psicoanalisi). Facciamo delle ipotesi sul funzionamento di un meccanismo

sulla base sui deficit di funzionamento di questo stesso meccanismo. La tradizione saussuriana

ha definito asse paradigmatico una sorta di magazzino di memoria in cui sono archiviate le

possibili scelte ma non solo lessicali, anche linguistiche in generale (le scelte morfologiche,

le scelte fonetiche); è detto asse delle scelte in absentia, se a questo magazzino di memoria

facciamo una scelta, la poniamo sull’asse sintagmatico che è l’asse delle scelte in

presentia, e cioè degli elementi che sono attualizzati e compresenti, che si condizionano

reciprocamente, ecco che questa nostra scelta elimina tutte le altre scelte e condiziona le

scelte successive. Se scelgo ad esempio il treno, elimino tutte le altre scelte come cane,

bambino, ecc. se pongo questa scelta sull’asse sintagmatico, condiziono poi tutte le altre mie

scelte e cioè devo scegliere un verbo che vada bene con treno (non posso scegliere ad esempio

piange, ma sfreccia, è freddo, è sporco ecc.). Quindi l’asse paradigmatico è l’asse delle scelte

in absentia, l’asse sintagmatico è l’asse delle scelte in presentia, le unità si dispongono

l’una dopo l’altra lungo questo asse ideale che non esiste ma è una nostra immaginazione

per vedere come funziona il meccanismo di distribuzione linguistica. Si dispongono l’una

dopo l’altra in un ambiente sintagmatico che è la porzione di contesto in cui l’unità va ad

inserirsi, i condizionamenti reciproci sono condizionamenti in presentia, le unità sono

compresenti in quel determinato contesto. L’asse paradigmatico invece è l’asse delle scelte

e quindi un magazzino di memoria nel quale sono archiviate, organizzate secondo le

modalità che abbiamo visto (per assonanza nella parte iniziale, per appartenenza ad un

certo campo semantico, per pertinenza e riferimento ad un certo ambiente o contesto, per

comunanza di morfologia), in questo magazzino di memoria si fanno delle scelte che sono

in absentia, quindi prelevo un’unità da quel magazzino ideale che è l’asse paradigmatico,

questa scelta, che è tra le scelte fatte in absentia, esclude tutte le altre scelte, una volta che

ho posto la mia scelta sull’asse sintagmatico, i rapporti con gli altri elementi che porrò

sull’asse sintagmatico sono determinati dalla natura di questa unità e le mie ulteriori scelte

dal mio asse paradigmatico sono condizionate dalla natura di questa unità. Saussure parla

di rapporti sintagmatici e di rapporti associativi, parla di rapporti associativi descrivendo

quei rapporti di organizzazione del lessico che abbiamo elencato prima (di assonanza nella

parte iniziale, morfologia per la parte finale, rapporti semantici). Il libro descrive questi due

tipi di rapporti come un’ennesima dicotomia, in realtà non lo è ma è un binomio, perché non

divide a metà la stessa unità, ma sto parlando di due cose diverse, cioè dei tipi di rapporto

che le unità della lingua intrattengono quando sono attualizzate e quindi rapporti

sintagmatici, e i rapporti che le unità della lingua intrattengono fra di loro quando stanno in

quel magazzino di memoria, quindi in qualcosa che non è attualizzato nella lingua ma sta

nella nostra mente. Il libro poi attribuisce la distinzione asse sintagmatico e asse

paradigmatico a Saussure, errore perché Saussure parla solo di rapporti associativi per

l’asse paradigmatico e di rapporti sintagmatici per l’asse sintagmatico.

Rianalisi e riassunto dei codici

I codici sono bi-planari, questa è una tautologia perché un codice è un’associazione sistematica di

un piano dell’espressione e un piano del contenuto. Un codice è per definizione bi-planare

altrimenti non è un codice. Le caratteristiche dei codici che permettono una tassonomizzazione le

abbiamo individuate nel piano dell’espressione, nel piano del contenuto, nel rapporto tra i due

piani. Fatto tutto ciò abbiamo cercato di individuare le caratteristiche riferite al codice del

linguaggio verbale umano. Questo è bi-planare, nella definizione saussuriana organizzato nei due

piani che sono significante e significato. Saussure usa la metafora secondo cui significante e

significato di un segno linguistico sono come le due facce di uno stesso foglio: sono due cose

distinte ma non sono separate, sono due cose diverse ma l’una implica l’altra e l’una non può

essere senza l’altra. Il piano dell’espressione dei codici può essere articolato o non articolato,

abbiamo distinto ad esempio sul piano dell’espressione, il codice del semaforo dal messaggio

odoroso lasciato dalle formiche, uno è un codice segmentabile in unità che sono riutilizzabili in altri

contesti con lo stesso valore (il codice del semaforo è segmentabile in tre unità, il codice

matematico è segmentabile in un numero più alto di unità riutilizzabili in altri contesti, il codice che

usano le formiche è un codice non articolato), abbiamo messo in relazione questa articolazione del

codice con altre possibilità, una possibilità sintattica, di stand-by… Il codice del linguaggio verbale

umano, è doppiamente articolato. Un primo livello al quale posso segmentare il continuum del

significante del segno linguistico, ed è quel livello in cui individuo unità che sono composte da una

porzione di significante a cui corrisponde una porzione di significato; segmento in unità che

potrebbero coincidere con quell’idea di segno (significante e significato) già visto, e cioè segmento

ad un primo livello ed individuo nel continuum del significante quelle unità del segmento che

trovano una corrispondenza di unità sul piano del significato. (Il gatto mangia il topo, gatto è

segmentabile in unità che trovano una corrispondenza sul piano del significato, gatto che trova una

corrispondenza dal punto di vista lessicale, e morfologico. Mangia anch’esso è scomponibile in

mang-i-a, mang e a, a mi dà delle indicazioni grammaticali, mang, mi dà delle indicazioni del tipo

lessicale. Quindi questo è un primo livello di segmentazione in cui io considero il significante del

segno linguistico e vado a individuare unità che hanno questo requisito di corrispondere ad unità

sul piano del contenuto, quindi non devono essere parole, devono corrispondere ad una porzione

di significato, questa prima articolazione mi individua i morfemi. Il procedimento che stiamo

descrivendo parte dal continuum del significante per segmentarlo esattamente come quando vedo

il continuum del codice matematico e viene segmentato in unità minori. Qui il continuum invece

viene segmentato in unità che trovano una corrispondenza sul piano del contenuto e tali unità

devono essere minime cioè non ulteriormente scomponibili senza che venga meno quel requisito

di trovare una corrispondenza sul piano del contenuto, e poi devono essere ricorrenti, cioè

possono essere utilizzate in altri contesti con lo stesso valore. Per individuare unità della lingua

che siano minime e ricorrenti, dovremmo lavorare con quella che si chiama prova di

commutazione, e cioè dovremmo mettere a confronto contesti diversi in cui la stessa unità ricorra

minima e con lo stesso valore, cioè se metto a confronto topo e gatto, vedo che la stessa unità che

ho segmentato (o) per topo e gatto, e che vuol dire maschile e singolare, funziona in un altro

contesto come bambino, per portare lo stesso valore, questa unità si dice minima, che ha come

requisito di trovare una corrispondenza sul piano del contenuto, e ricorrente e cioè può essere

utilizzata in altri contesti con lo stesso valore. Quindi a un primo livello di analisi io frammento il

continuum del significante della lingua in unità, che chiamerò morfemi, minime e ricorrenti, minime

in quanto non possono essere ulteriormente scomposte senza venire meno al loro prerequisito

definitorio che è quello di essere unità segmentabili sul piano del significante che hanno una

corrispondenza con unità sul piano del contenuto, devono essere ricorrenti, cioè devono poter

essere utilizzate in altri contesti con lo stesso valore, questa segmentazione sarà fatta attraverso la

prova di commutazione in morfologia è cioè andando a individuare un corpus di parole, che mi

permetta di verificare che le stesse unità sono riutilizzabili in altri contesti con lo stesso valore. La

lingua è doppiamente articolata, ad un primo livello individuo i morfemi, ma posso, e questa è la

peculiarità che permette che sia un codice con un’altissima redditività semiotica, articolarla anche

ad un secondo livello perché posso scomporre il significante del segno linguistico in unità più

piccole, che sono quelle che noi definiremmo i suoni della lingua, in questo caso non abbiamo più

una corrispondenza sul piano del significato. Queste unità individuate ad un secondo livello le

chiamiamo fonemi e sono le unità minime di seconda articolazione. Sono le unità base della

fonologia e sono da distinguere dai foni, questi ultimi sono i suoni che io in quanto essere umano

produco attraverso il mio apparato fonatorio e posso utilizzare linguisticamente, i fonemi sono

queste stesse unità però viste all’interno del sistema della lingua, quindi sono quelle classi di suoni

che si oppongono tra di loro per garantire delle distinzioni, sono pertinenti. Io parlo emettendo foni

che poi, per capire cosa sto dicendo vengono attribuiti a delle classi astratte chiamate classi

fonematiche. La lingua è un codice non solo articolato, ma doppiamente articolato, questo la

rende peculiare rispetto agli altri codici e questa è una caratteristica posseduta solo dal

codice del linguaggio verbale umano. È articolato ad un primo livello, chiamato appunto

prima articolazione, che scompone il significante, per cui io posso scomporre il continuum

del significante di un segno linguistico in unità minime chiamate morfemi, queste unità

trovano una corrispondenza tra un elemento sul piano dell’espressione e un elemento sul

piano del contenuto. (Il libro dice che sono i più piccoli segni che posso individuare,

errore). Sono unità minime e ricorrenti, minime non possono essere ulteriormente

segmentate senza perdere il loro requisito definitorio, sono ricorrenti in quanto possono

essere riutilizzate con lo stesso valore in altri contesti. Possiamo segmentare il continuum

del significante del segno linguistico ad un secondo livello che chiamiamo livello della

doppia articolazione, a questo livello individuiamo i cosiddetti fonemi, cioè unità minime di

seconda articolazione, minime e ricorrenti, non sono i foni, ma sono le classi in cui

organizziamo la sostanza fonica della lingua, queste unità non trovano una corrispondenza

sul piano del significato anche se contribuiscono a opporre il significato, ma non hanno

unità che le corrisponde sul piano del significato. Sono unità di segmento, ma quando io

segmento g-a-t-t-o, queste unità non hanno corrispondenza sul piano del significato. La

doppia articolazione è la proprietà che permette alla lingua di avere un’altissima redditività

semiotica quindi altissima redditività dal punto di vista delle possibilità di significazioni. Le

unità minime dalle quali parto, cioè le classi di suoni della lingua che si oppongono fra di

loro sono più o meno una trentina. Partendo da questa trentina di unità, le combino fra di

loro a formare unità di livelli di organizzazione superiori, cioè tutte le produzioni

linguistiche possibili. Codice di altissima redditività semiotica, se visto dall’altra parte

risponde ad un principio di economia, da un numero basso di unità di base, componendole

ottengo le unità dei livelli superiori che si compongono fra di loro e che producono un

numero praticamente infinito di enunciati. Enunciato

L’enunciato è una produzione linguistica in atto per comunicare, in tal caso può anche non

avere un verbo. Non m’interessa che sia organizzata attorno al fulcro del verbo, quella è

un’organizzazione sintattica. L’enunciato è un segmento di lingua in atto per comunicare,

questo funziona per veicolare non un significato ma un senso e cioè ciò che lo mette in

rapporto con il referente extralinguistico: se dico “la porta!” è il contesto extralinguistico,

cioè la porta che è rimasta aperta, che fa in modo che questo enunciato funzioni e cioè che

veicoli un senso. Gli stessi enunciati realizzati in contesti diversi veicolano sensi diversi. Il

contesto di enunciazione è dato dalle conoscenze del mittente e del ricevente, e

dall’immediato contesto extralinguistico. Quindi abbiamo delle unità minime e ricorrenti a

ciascun livello di analisi che combinate tra di loro mi permettono di arrivare alle unità del

livello superiore. Il codice verbale umano mi permette di produrre sensi infiniti partendo da

30 unità di base. Le unità minime di ciascun livello di analisi si chiamano, fonemi, morfemi,

lessemi ecc. (usiamo le parole morfemi, lessemi, fonemi per descrivere il modello, nella

concretezza di ciò che produciamo parliamo di foni, morfi ecc.

Lez.8

Produttività e redditività del codice lingua, da un numero molto basso di unità di base è possibile,

grazie ad una serie di proprietà, combinarle tra loro per formare le unità del livello superiore che

combinandosi tra loro formano le unità del livello immediatamente superiore, fino alla possibilità di

produrre enunciati, cioè produzioni linguistiche che inserite in un contesto, generino sensi

praticamente infiniti. Il rapporto tra enunciato e contesto di enunciazione, tra enunciato e contesto,

è un rapporto che indagheremo meglio nella linguistica del testo. Comunque, c’è una componente

data dal contesto extralinguistico immediato e quindi dalla realtà che sta intorno all’enunciato in

quel momento specifico e che riempie di significato ad esempio la deissi. La deissi, o più

correttamente il sistema della deissi, sono tutti quegli elementi che sono nell’enunciato e che lo

mettono in relazione con altre parti del testo o con il contesto extralinguistico. Questi elementi si

riempiono di significato solamente in relazione al contesto extralinguistico. (io, tu, qui) fanno parte

del sistema della deissi. Quindi sono tutte quelle parti che sonno sul testo e che acquistano

significato in relazione al referente extralinguistico. Io, è un elemento deittico, perché si riempie di

significato solo se messo in relazione al referente extralinguistico, altrimenti non funziona, è come

se fosse vuoto. La deissi è una funzione testuale e cioè è una funziona svolta da un insieme

di elementi che mettono in relazione il testo con altre parti del testo e il testo con il contesto

extralinguistico. Gli elementi deittici prendono significato in relazione al contesto

extralinguistico, come la deissi personale (io, tu); la deissi temporale (oggi, domani, ieri), se

il momento dell’enunciazione è oggi, allora si fa riferimento al 28 febbraio, deissi spaziale (qui, lì)

riferita al luogo dell’enunciazione; i tempi verbali che si organizzano attorno ad un presente

che determina ciò che è passato e ciò che futuro. La deissi è una funzione testuale organizzata

in un sistema, un insieme di elementi che mettono in relazione il testo con il contesto

extralinguistico, e da questo contesto extralinguistico prendono il loro significato; mettono anche in

relazione il testo con altre parti del testo. Un altro elemento è l’incapsulatore, cioè un unico

elemento all’interno dell’enunciato che racchiude in sé una porzione di testo precedente, anche

questo è un elemento deittico, perché rimanda ad altre parte del testo (esempio: se dico tragedia,

tragedia è un incapsulatore). I sensi sono in relazione con il referente extralinguistico, che è fatto

da ciò che riempie la deissi, ma è fatto anche di preconoscenze condivise dai parlanti o attribuite

dal mittente al ricevente, dal ricevente all’emittente, in un gioco di attribuzioni di conoscenze che

determina le vie dell’interpretazione. È un gioco che non è prevedibile, le vie interpretative non

sono prevedibili, e possono incorrere in sovra interpretazioni, attribuzioni di senso sbagliato (a

seconda del contesto, e dell’esperienza accumulata, della capacità di prendere in considerazione

le preconoscenze dell’emittente o del ricevente, delle intenzioni, delle aspettative).

Economia semiotica

Da un numero basso di unità di base che si trovano ad un livello dei suoni e della lingua, giungo ad

un livello delle unità di seconda articolazione, ad un livello fonetico. Assioma della linguistica:

(assunto che non deve essere dimostrato perché alla base del modello, perché il modello proposto

è fatto così) il modello è fatto di livelli analisi, è scomponibile in livelli di analisi, lo

scomporre l’oggetto in livelli di analisi che sono: il livello della fonologia e quindi delle unità

minime di seconda articolazione che si chiamano fonemi; il livello della morfologia, quindi il

livello di analisi di prima articolazione e quindi delle unità minime che chiamiamo morfemi;

il livello del lessico e della semantica che sono connessi e il livello della sintassi. Le unità

minime di ciascun livello di analisi sono fatte per combinarsi tra loro per costituire le unità

di analisi del livello immediatamente sovrastante; questa possibilità è favorita da una

proprietà chiamata ricorsività delle regole, e cioè, al risultato di applicazione di una regola,

io posso riapplicare la regola stessa. (Esempio: se in sintassi c’è una regola che mi permette di

scrivere il nome anche come aggettivo più nome, bambino come bel bambino, il risultato

dell’applicazione della regola può essere soggetto ad una nuova applicazione della regola, e quindi

posso riscrivere bel bambino, come simpatico bel bambino; se in sintassi ho la possibilità di

sospendere la sequenza principale per introdurre una subroutine, essendo la lingua un codice con

stand-by, esempio: “la ragazza che ho incontrato ieri è simpatica”, la principale è sospesa dalla

subroutine “che ho incontrato ieri”; posso fare questo e poi posso riapplicare al risultato della

regola, la regola stessa, e quindi posso introdurre un’altra subroutine creando una gerarchia

sintattica. Quindi con un numero limitato di regole, ho una produttività molto alta, perché

con il fatto che posso riapplicare la stessa regola al risultato della regola, posso anche

ridurre il numero delle regole. Cerco di arrivare ad un numero base di elementi da combinare tra

loro che siano le unità minime di seconda articolazione o che siano le regole, l’importante è che sia

un numero più basso possibile che mi permetta di ottenere un numero massimo di distinzioni.

Assiomi della linguistica

Il mio oggetto descritto attraverso un modello, lo scompongo (nel modello, perché la lingua in atto

non è per nulla scindibile) in livelli di analisi che sono organizzazioni sistematiche di unità minime e

ricorrenti, le quali si combinano tra di loro per formare le unità minime e ricorrenti del modello

immediatamente sovrastante. I livelli sono quindi tra di loro collegati, perché le unità minime di un

livello, se combinate mi permettono di giungere al livello immediatamente successivo.

Caratteristiche sono: la produttività (e cioè il fatto che un numero basso di unità di base, posso

produrre un numero decisamente più alto di unità di livello immediatamente superiore, fino ad un

numero infinito di enunciati in rapporto a contesti di enunciazione che generano sensi addirittura

non prevedibili nel numero e nella direzione in cui possono andare); ricorsività delle regole (altro

modo per ridurre gli elementi di base e cioè ho la possibilità di applicare al risultato della regola, la

regola stessa già applicata, questo mi permette di avere un numero di regole più basso e di

applicarle più volte). Queste due caratteristiche mi permettono di fare economia semiotica e di

ottenere dei rendimenti altissimi. Questi sono assiomi strutturali della linguistica: assiomi in quanto

sono proprietà che non devono essere dimostrate, strutturali in quanto definiscono com’è fatto il

modello della linguistica e cioè di quella scienza che ha come oggetto la lingua. (Ricorda che noi

non parliamo mai degli atti di parole e delle lingue storiche). Tutti i livelli di analisi, sono descritti

tutti allo stesso modo, e quindi con l’individuazione di unità minime (astratte se per descrivere il

sistema) che sono chiamate morfemi, lessemi, fonemi a seconda del livello. Queste unità sono

minime e non ulteriormente scomponibili senza perdere la loro qualità definitoria; e ricorrenti,

poiché ricorrono in altri contesti con lo stesso valore. Come le individuo? Le individuo con la prova

di commutazione che faccio uguale a tutti i livelli di analisi.

Proprietà della lingua

Doppia articolazione, da questa siamo arrivati ai due livelli di analisi e abbiamo descritto gli assiomi

della linguistica. Quali altre proprietà ci sono del codice lingua in relazione alle proprietà di tutti gli

altri codici? I codici posso essere classificati anche dal punto di vista del piano del

contenuto; ci sono codici semanticamente limitati e codici semanticamente onnipotenti. Il

codice del linguaggio verbale umano è caratterizzato dall’onnipotenza semantica, o anche

meglio chiamata polifunzionalità, questa è una caratteristica esclusiva del codice che è il

linguaggio verbale umano. Questo esprime sentimenti; aspettative; stati della realtà; può parlare

del presente del passato e del futuro; può esprimere emozioni, timori; può fare la parafrasi di

qualsiasi contenuto che passi attraverso qualsiasi altro codice. Un codice come quello semaforico

è invece un codice semanticamente limitato.

Schema di Jacobson

Jacobson studiò alla scuola di Praga, anni 1920, fu un linguista, critico storico della letteratura, si

occupò soprattutto di fonologia, di comunicazione che viene attraverso il testo letterario (mentre

noi parliamo di tutti i tipi di comunicazione, di tutti gli usi della lingua). Dati un mittente e un

ricevente, passa tra di loro un messaggio, che passa attraverso un canale che si staglia in un

contesto. Il messaggio per passare attraverso il canale deve essere organizzato in un codice.

Jacobson dice che c’è un mittente e un ricevente, c’è un canale attraverso il quale può passare il

messaggio (tale canale è quello fonico-acustico, ma essendo il linguaggio verbale umano dotato

della trasponibilità di mezzo e quindi può passare anche attraverso il codice secondario della

scrittura, il canale grafico-visivo). Il canale fonico-acustico passa un messaggio, la comunicazione

è un passaggio d’informazione, questa informazione è il messaggio, che per passare da un

mittente ad un ricevente è necessario un codice, e cioè una associazione bi-planare di un piano

dell’espressione e un piano del contenuto, il codice dev’essere condiviso da mittente e ricevente;

perciò avviene un meccanismo di codifica del messaggio e dall’altra parte, a livello del mittente,

avviene un meccanismo di decodifica: tutto ciò avviene in un contesto. Questo è uno schema che

Jacobson mutuò nella descrizione di base, da due ingegneri che si erano applicati ad una

descrizione teorica di alcuni aspetti della comunicazione fra macchine, l’unica differenza era

dovuto alla mancanza del contesto, poiché il messaggio che veniva passato non si stagliava in un

contesto di alcun tipo. Jacobson, dice che a questi elementi che entrano nello schema della

comunicazione, si associano delle funzioni che la lingua assolve. La lingua è caratterizzata dalla

plurifunzionalità e quindi ciascun messaggio linguistico assolve a tutte le funzioni che sono legate

agli elementi che entrano nello schema base della comunicazione. Ci sono alcuni messaggi che

primariamente assolvono alla funzione legata all’emittente, e cioè alla funzione emotiva: (ciascun

messaggio assolve molte funzioni, è legato con tutti gli elementi che entrano in questo schema di

base ma poi ci sono quelli che primariamente hanno una funzione); esempio “sono sfinita oggi”

questo messaggio ha anche altre funzioni ma è incentrato sull’emittente con una funzione

primariamente emotiva. Ci sono messaggi che assolvono primariamente alla funzione legata al

ricevente, funzione che chiama conativa; esempio “chiuda la porta!”, la funzione che

principalmente emerge è quella incentrata sul ricevente al quale voglio far svolgere un’azione

(questo non vuol dire che non dica null’altro, anzi dice anche qualcosa sull’emittente, se parla ad

esempio con cortesia o da una posizione di superiorità ecc.). Ci sono messaggi che hanno una

funzione prevalentemente legata al canale; esempio “Pronto?”, “Mi segui?” ovvero quei messaggi

che verificano l’apertura del canale, funzione fatica. Codici caratterizzati da funzione

metalinguistica se ha come oggetto la lingua stessa. Messaggi con prevalente funzione

referenziale, si riferisce principalmente ad un referente extralinguistico. Infine ci sono messaggi

che hanno una prevalente funziona poetica, sono quei messaggi che funzionano con particolare

attenzione all’organizzazione del messaggio. Sono messaggi con funzione poetica i testi letterari e

poetici, ma anche, secondo Jacobson tutti gli slogan elettorali, le pubblicità. Questo schema è

molto appesantito infatti l’idea del canale funziona bene per la comunicazione delle macchine, ma

per quello dell’uomo questa categorizzazione è accessoria, perché il canale è solo fonico-acustico

o visivo, non ha molte altre alternative, quanto al fatto che ci siano messaggi con prevalente

funzione fatica, in qualsiasi tipo di messaggio noi in realtà continuiamo a verificare l’apertura del

canale e lo facciamo tramite elementi che stanno nella lingua o nell’espressione e altre cose della

produzione linguistica. Emittente e ricevente devono condividere il codice, dice Jacobson, ma in

realtà noi sappiamo che non è sufficiente condividere solo un codice per comunicare (esempio, se

vado in stazione devo conoscere il codice della stazione), bisogna condividere l’orizzonte di

conoscenze entro cui questo codice funziona e poi bisogna conoscere più codici. Non è

necessario condividere comunque totalmente il codice, possono esserci aree di sovrapposizione

piena e altre parziali perché ci sono principi di cooperazione per trovare un senso; per principio di

cooperazione s’intende il recupero di un universo di conoscenza in cui ciò che è sentito possa

veicolare un senso. Di tutto questo lo schema di Jacobson funziona solo in parte. Infine anche la

distinzione tra la funzione metalinguistica e referenziale è in buona parte accessoria poiché in

entrambi i casi si parla di un referente. Lez.9

Punti deboli dello schema di Jacobson

La mancanza di un elemento che possa rendere conto della variabile che è legata all’individualità

del singolo atto comunicativo, cioè il contesto, che è fatto sia dell’immediato contesto

extralinguistico, ma anche delle preconoscenze possedute dai parlanti in quanto partecipanti ad

una certa condizione sociale, e alle preconoscenze possedute dai parlanti in quanto appartenenti

ad un certo momento storico e culturale; chiamiamo questo secondo pacchetto di conoscenze:

enciclopedia. Lo schema di Jacobson non tiene conto quindi né dell’enciclopedia, né dei continui

feedback, quindi dei continui segnali o delle continue risposte che danno al parlante indicazioni su

come regolarsi sul proseguo della comunicazione ed eventualmente su come aggiustare il tiro

perché la sua scommessa comunicativa vada a buon fine. Nello schema di Jacobson c’è poi un

elemento accessorio che è quello del canale, perché c’è nella comunicazione tra esseri umani,

continui segnali che verificano l’apertura del canale e danno modo al parlante di riaggiustare il tiro,

ma la comunicazione che avviene per mezzo del codice che è il linguaggio verbale umano, non

può avvenire che attraverso un canale fonico-acustico e un canale grafico-visivo, e che ci sia un

elemento all’interno del sistema dedicato al canale, è una chiara impronta che il modello al quale

Jacobson attinge è quello progettato dai due ingegneri americani per le macchine. E’ poi

accessoria la funzione metalinguistica perché che io parli di patate o di parole, è sempre un

oggetto che io prendo in considerazione e la modalità non cambio (nota che per funzione

nell’espressione funzione metalinguistica non s’intende “fungere da” ma “funziona nel contesto in

rapporto a”. Infine si potrebbe dire qualcosa anche sulla funzione poetica, abusata, anche se

Jacobson dice di non considerare solo i testi poetici, ma tutti i testi costruiti con una particolare

attenzione alla forma del testo, e quindi non solo il testo poetico, ma anche slogan elettorali,

piuttosto che slogan pubblicitari. Il suo intento comunque è quello di giustificare un ruolo

privilegiato di tutti i messaggi che si possono definire poetici o comunque che si possono costituire

con una particolare attenzione alle forme, che sono sostanzialmente quelli con un’attribuzione di

valore che è predata, cioè i testi letterari in generale. Vari studiosi del ventesimo secolo di sono

adoperati per mettere in discussione soprattutto quest’ultima parte, studiosi della storia della

letteratura, in particolare Eugen Coșeriu, agguerrito critico delle posizioni Jacobsoniane.

Primo livello di analisi: livello dei suoni della lingua, livello di analisi fonetico o fonologico

Abbiamo visto come, con la doppia articolazione, con un secondo procedimento di

segmentazione, si arrivano ad individuare i fonemi della lingua. Facciamo una distinzione tra

foni e fonemi, la loro distinzione corrisponde alla distinzione tra fonetica e fonologia. Posso

affrontare lo studio dei suoni della lingua da due punti di vista: dal punto di vista fonetico e cioè dal

punto di vista della sostanza fisica dei suoni, e da questo punto di vista li posso considerare per

come sono prodotti, articolati attraverso l’apparato fonatorio (fonetica fonatoria); per come sono

percepiti attraverso il nostro apparato acustico (fonetica percettiva). E li posso considerare anche

da un punto di vista fisico e cioè misurare con macchine quali siano in termini di vibrazioni, altezza,

acutezza del suono e produrre quelli spettri sonori che misurano fisicamente attraverso macchine

la sostanza fisica dei suoni (fonetica misurata dalla fisica). Questo è l’aspetto materiale dei suoni

della lingua. La fonologia invece è lo studio dei suoni della lingua, considerati dal punto di vista

della loro funzione all’interno del sistema. La fonologia non si occupa della fisicità dei suoni della

lingua, ma di come questi funzionino come unità che garantiscono delle opposizioni all’interno

della lingua (dicevamo che gli elementi di un sistema sono in relazione fra loro, e sono queste

relazioni fra gli elementi di opposizione che li definiscono, non la loro sostanza, ma le relazioni con

gli altri elementi del sistema). La fonetica considera i suoni dal punto di vista della loro

fisicità, la fonologia invece prende in considerazione gli stessi suoni ma non dal punto di

vista della loro sostanza materiale, quanto invece dal punto di vista della loro funzione

all’interno del sistema e quindi della loro organizzazione in classi, quella forma di cui

abbiamo parlato, che si oppongono fra di loro per garantire delle opposizioni. L’unità minima

della fonetica è il fono un’unità fisica, l’unità minima della fonologia è il fonema (con la desinenza

ema si parla di un’unità astratta, sto considerando il sistema e sto vedendo come all’interno del

sistema che io descrivo con un modello, e che non è il mio oggetto di lingua, le unità, che sono

delle classi astratte, si oppongono tra di loro).

Fonetica

Si occupa della materialità della sostanza dei suoni della lingua, non tutti i suoni che il nostro

apparato fonatorio può produrre sono utilizzati linguisticamente, quelli che sono utilizzati

linguisticamente li chiamiamo foni. Il nostro apparato fonatorio, lo chiamiamo apparato, ma in

realtà si tratta di una funzione parassita su altri apparati che abbiamo e che funzionano per altre

cose nel nostro corpo. L’apparato detto fonatorio è costituito da una parte del nostro apparato

respiratorio, da una parte del nostro apparato digerente (perché il nostro primo organo della

digestione è la bocca). Quindi l’apparato fonatorio esercita una sorta di funzione parassita

sugli altri apparati. Come funziona il processo di articolazione (quindi siamo nell’ambito della

fonetica, e nello specifico della fonetica articolatoria, abbiamo detto che di fonetica fisica e di

fonetica acustica ce ne occuperemo relativamente)? Cominciamo dalla fonetica articolatoria e

cominciamo a vedere come funziona il cosiddetto meccanismo della fonazione attraverso

l’apparato che definiamo fonatorio, ma che in realtà è una funzione parassita su altri apparati

dedicati alla funzione della respirazione e dell’apparato digerente. Come avviene il processo della

fonazione? Avviene tramite una serie di ostacoli/modificazioni del percorso del flusso d’aria

egressivo dei polmoni. Il flusso d’aria fuoriesce dai polmoni e se uscendo non trova alcun ostacolo,

allora abbiamo una produzione di suoni vocalici. Se il flusso d’aria egressivo dai polmoni trova

qualche ostacolo abbiamo la produzione di suoni consonantici. Le vocali sono altresì sempre

accompagnate nella realizzazione dalla vibrazione delle corde vocali, e quindi sono sempre suoni

sonori. Quando il flusso d’aria egressivo dai polmoni non trova ostacoli e le corde vocali vibrano,

noi produciamo vocali. Le vocali sono sempre sonore, perché sono sempre realizzate con la

vibrazione delle corde vocali che sono due fibre di tessuto. Ma dove può essere posto l’ostacolo

nella fuoriuscita dei polmoni? È posto attraverso gli organi detti articolatori, questo ostacolo può

essere un ostacolo totale o un ostacolo parziale. Se l’ostacolo è totale e cioè se c’è una chiusura

momentanea ma totale del canale fonatorio, e quindi se il flusso d’aria che esce dai polmoni è

bloccato totalmente fino ad un certo punto, non importa quale, dell’apparato fonatorio, allora parlo

di suoni occlusivi. Quindi il primo parametro da tenere in considerazione per la classificazione dei

suoni consonantici è la modalità in cui si presenta questo ostacolo al flusso d’aria egressivo dai

polmoni, se l’ostacolo è totale, parlo di occlusive, se l’ostacolo è parziale parlo di altre categorie di

suoni. Il mio parametro si chiama modo di articolazione. Posso poi avere questo ostacolo totale in

vari punti dell’apparato fonatorio, quindi realizzato con vari organi. Se questa occlusione totale

avviene a livello delle labbra ho le cosiddette consonanti occlusive bilabiali (p> consonante

occlusiva bilabiale). Il flusso d’aria uscito dai polmoni trova un ostacolo, questo ostacolo è totale,

istantaneo seguito da un immediato rilascio, (quindi occlusiva) questo ostacolo si trova a livello

delle labbra. Quindi se il primo parametro è quello del modo di articolazione, il secondo parametro

è quello del luogo di articolazione. Se realizzo t, ho realizzato un’occlusiva (cioè un ostacolo totale

con immediato rilascio) che avviene a livello dei denti. Se realizzo c, si dice che è occlusiva velare

perché avviene a livello del velo palatino. Può intervenire nella realizzazione delle consonanti

anche la vibrazione delle corde vocali, se questo accade ho consonanti sonore. Se P è l’occlusiva

bilabiale (occlusiva fa riferimento al modo di articolazione, bilabiale fa riferimento al luogo di

articolazione), sonoro fa riferimento al fatto che interviene nella realizzazione di questo suono

anche la vibrazione delle corde vocali: B quindi, è l’occlusiva bilabiale sonora realizzata con la

stessa modalità fonatoria di P ma con l’aggiunta della vibrazione delle corde vocali. Se ho D ho

un’occlusiva dentale, sonora e non sorda. Per cui c/g, t/d, b/p, sono coppie di suoni, articolate nello

stesso modo e luogo di articolazione, distinti tra loro perché nel caso degli uni le corde vocali

vibrano nel caso degli altri le corde vocali non vibrano. Modo e luogo di articolazione anche per gli

altri suoni consonantici che trovano un ostacolo parziale. Laddove l’accostamento degli organi

fonatori produca dei suoni che sono realizzati con una sorta di frizione, che quindi non è

un’occlusione totale, ma è un avvicinamento degli organi fonatori, per cui l’aria passandoci

attraverso produce una sorta di frizione, si parla di fricative cioè un’altra modalità articolatoria che è

quella affricata che è costituita da una brevissima e istantanea occlusione seguita da una

fricazione. Ci sono poi per i modi di articolazione, le cosiddette laterali e cioè quelle in cui lo spazio

all’interno del cavo orale è occupato dall’organo articolatorio mobile della lingua che si dispone in

modo orizzontale e fa in modo che l’aria esca lateralmente; e quindi suoni come L, sono suoni che

hanno una fuoriuscita d’aria laterale all’organo articolatorio mobile. L’organo articolatorio mobile

della lingua può porre un ostacolo al flusso d’aria che esce anche vibrando, e allora parliamo di

vibranti nel caso di R. Nel modo articolatorio, in questo caso sono vibranti, l’organo articolatorio

vibra: allora abbiamo vibranti mono-battito, vibranti con più battiti, e vibranti in cui la parte anteriore

della lingua è rivolta verso l’indietro ecc. Ad ogni modo ciò che è importante avere in mente è la

modalità di classificazione tra consonanti e vocali. Nell’ambito delle consonanti sulla base del

modo e del luogo di articolazione e sulla sonorità che si realizza. Per quanto riguarda le vocali

invece ci sono altri parametri: noi classifichiamo le vocali sulla base di quali sono le varianti di

atteggiamento del nostro apparato fonatorio che importano una variazione nella realizzazione. La

posizione della lingua all’interno del cavo orale può essere, nella realizzazione di vocali, bassa,

media o alta. Se la posizione della lingua è bassa parliamo o di vocali basse o di vocali aperte.

Può essere media all’interno della cavità orale, o può essere alta e quindi spinta verso il palato,

parliamo allora di vocali basse, medie, alte, o di vocali aperte, chiuse o semichiuse. Parliamo poi di

vocali anteriori, medie e centrali o posteriori, a seconda che l’apice della lingua si trovi nella parte

anteriore, mediana o posteriore della cavità orale; quindi classifichiamo le vocali secondo sue

parametri: diciamo se la cavità orale è occupata dall’organo articolatorio che si trova nella parte

bassa, media o alta e quindi parliamo di apertura o chiusura delle vocali; e poi guardiamo se

l’apice dell’organo articolatorio mobile che è la lingua, è nella parte anteriore, posteriore o mediana

del cavo orale e quindi parliamo di vocali anteriori o di vocali posteriori. Quindi anche le vocali sono

classificate sulla base di due parametri. Alle vocali si può aggiungere, nella realizzazione di questi

suoni, un altro fattore che è quello della cosiddetta “proidepia” cioè noi possiamo aggiungere o

meno l’arrotondamento delle labbra come la u greca. (Noi partiamo da un triangolo vocalico per

arrivare a cinque vocali di base che sono quelle più distinte, in realtà noi esseri umani potremmo

produrre un’infinità di suoni con apertura intermedie rispetto alle cinque vocali principale, ma

spesso non sono usati linguisticamente, mentre le cinque vocali di base che si trovano alla base

del triangolo sono quelle maggiormente utilizzate poiché sono quelle maggiormente distinte). Alla

domanda: parlami della fonetica > la fonetica si distingue dalla fonologia, i vari tipi di fonetica, tra i

vari tipi di fonetica (acustica, fisica) concentrarsi a parlare della fonetica articolatoria e

precisamente di come avviene il meccanismo della fonazione e di come si classificano i suoni in

consonanti e vocali; come si classificano i suoni consonantici e come quelli vocalici; specificare

che tutto ciò è una sostanza fonetica che è annotata attraverso quello che si chiama alfabeto

fonetico internazionale (IPA).

L’IPA (acronimo > International Phonetic Alphabet) è un’associazione internazionale con finalità di

elaborare forme sempre più aggiornate di questo alfabeto. L’alfabeto fonetico è una modalità di

notazione di ciò che effettivamente viene realizzato quindi l’IPA si occupa di annotare l’effettiva

realizzazione dei suoni (la pronuncia), e quindi è un sistema di annotazione, un alfabeto, che parte

da una base latina e aggiunge una serie di diacritici (segni supplementari che vengono utilizzati di

volta in volta per precisare meglio l’uso di quel segno). Chiamiamo questa notazione, notazione

fonetica. La notazione fonetica nota ciò che realmente è realizzato e avviene tramite quello che

chiamiamo alfabeto fonetico internazionale. Le notazioni fonetiche che riportano ciò che è davvero

realizzato attraverso il nostro apparato fonatorio, sono poste tra parentesi quadre. (Nota che sulla

trascrizione fonetica, all’esame verrà chiesto “mi trascriva foneticamente delle forme di parole,

forme isolate con possibili tranelli per vedere se si è compreso ciò che è fonetica e ciò che è grafia

> esempio: trascrivi foneticamente chiave: h bisogna subito avere in mente che nella grafia

dell’italiano è un diacritico che dà delle indicazioni su come leggere la grafia e che appartiene al

piano dell’espressione del codice secondario che è la grafia e che serve per dire che la c va letta

come se fosse una k; bisogna anche imparare i segni di base (quelli latini); qualcuno dei diacritici

fondamentali; saper fare la trascrizione di parole isolate; che la lunghezza vocalica e consonantica

è segnata con due punti che seguono il suono vocalico/consonantico che è lungo: nell’italiano

quando trascriviamo dobbiamo sapere che fisicamente una vocale che si trova in una sillaba

aperta è lunga, e quindi quando notiamo è fisicamente lunga anche se non è pertinenza). Il nostro

apparato fonatorio nella realizzazione dei suoni della lingua ha degli atteggiamenti che descriviamo

attraverso i tratti di fonetica articolatoria, ma poiché noi realizziamo i suoni della lingua una dopo

l’altro, il nostro apparato fonatorio, per un principio che è sostanzialmente di economia, nel

momento in cui realizza un suono, si prepara già alla realizzazione del suono successivo, e quindi

nel momento in cui sta realizzando un suono, ha ancora una parte dell’atteggiamento attraverso il

quale ha realizzato il suono immediatamente precedente. Parliamo di teoria del target articolatorio.

Il target articolatorio è la posizione ottimale che noi descriviamo attraverso i tratti di fonetica

articolatoria del nostro apparato fonatorio per la realizzazione di un certo suono. Ma poiché noi non

realizziamo suoni isolati, ma suoni in un continuum, il nostro apparato fonatorio non realizza mai il

target fonatorio. Quindi nella realizzazione di ciascun fono, il target articolatorio, cioè la

disposizione ideale dell’apparato fonatorio, non è mai raggiunta perché è sempre condizionata

dalla realizzazione del suono precedente e dalla preparazione alla realizzazione del suono

successivo. Questo importa che ci troviamo di fronte ad unità della lingua che trovandosi a

combinarsi fra loro si modificano e si influenzano a vicenda. Anche questi a livello fonetico sono

rapporti sintagmatici: le unità della lingua, in questo caso le unità fisiche cioè i foni, si dispongono

uno dopo l’altro nella realizzazione e stando a contatto cioè stando nella stessa porzione di

contesto, quello che abbiamo chiamato ambiente sintagmatico, si condizionano gli uni con gli altri.

E quindi quando ho “casa”, ho un suono sonoro della a, succeduto da un’altra a, che è suono

sonoro. In entrambi i casi le corde vocali vibrano, mentre la s dovrebbe essere un suono sordo,

sibilante, ma accade che l’apparato fonatorio realizza anche in questa posizione intervocalica una

vibrazione delle corde vocali. Il target articolatorio, che è quindi la posizione ideale che il nostro

apparato fonatorio dovrebbe assumere nella realizzazione di un certo suono, non è mai assunta

perché è sempre atteggiato nella modalità attraverso la quale avrebbe dovuto realizzare il suono

immediatamente precedente e si prepara a realizzare il suono immediatamente successivo.

Questo importa delle modificazioni dei suoni che si trovano nello stesso ambiente sintagmatico

cioè nella stessa porzione di contesto. Queste modificazioni sono dovute ai rapporti che le unità

intrattengono tra di loro nel momento in cui sono poste in atto nel continuum del significante. Si

influenzano reciprocamente. Il motivo per cui si influenzano reciprocamente è un motivo fisico,

chiamiamo questi rapporti sintagmatici. Questo è il punto di partenza per descrivere i fenomeni del

cambio fonetico. Fonologia

La fonologia studia i suoni della lingua dal punto di vista della loro funzione nel sistema, sto

parlando allora non più dei foni concretamente realizzati ma delle unità astratte che sono nel

sistema. La fonologia si occupa dei suoni della lingua e quindi dei foni dal punto di vista della loro

funzione. La funzione che le unità minime della lingua hanno, è quella di garantire delle distinzioni

(avevamo individuato queste unità segmentando ad un secondo livello in continuum del

significante, e avevamo detto che queste non erano più unità che sul piano del significante hanno

associato un significato, ma sono unità che servono a distinguere dei significati ma non hanno un

loro significato; non hanno associato un significato, funzionano per distinguere i significati

nell’ambito delle unità del livello di analisi immediatamente sovrastante). Queste unità è possibile

individuarle attraverso un procedimento chiamato: prova di commutazione. Individuo una coppia

minima cioè una coppia di parole che sono identiche in tutto a parte che per un segmento e quindi

potrei avere cane – pane. Queste sono identiche in tutto tranne che per un segmento che è quello

iniziale. Se io sostituisco all’occlusiva velare sorda c, l’occlusiva bilabiale sorda p ho un

cambiamento del significato. Allora dico che attraverso la coppia minima che ho individuato e

quindi una coppia di parole identiche in tutto a parte che per un segmento, effettuando la prova di

commutazione, e cioè sostituendo un segmento in quella posizione, ho un cambiamento di

significato. Questa sostituzione mi garantisce un cambio di significato, il che vuol dire che le due

unità si oppongono nella lingua, dirò allora che attraverso l’individuazione della coppia minima e

della prova di commutazione, ho individuato due fonemi c e g, che sono due unità che nella lingua

dell’italiano si oppongono tra di loro per garantire delle opposizioni. Dirò meglio che io non

individuo delle unità ma due classi fonematiche. R-A-N-E se io realizzo questa parola, e P-A-N-E,

vuol dire che p e b sono due classi fonematiche diverse perché il significato è diverso. Se invece al

posto di P-A-N-E metto B-A-N-E, non ho un cambio di significato; sostituendo in prima posizione

dei suoni che sono fisicamente diversi e che attraverso l’alfabeto fonetico internazionale noterei in

modo diverso quindi non ho ottenuto un cambio di significato, quindi appartengono tutti alla stessa

classe, chiamo questa classe, classe fonematica. Parlo di classe fonematica in riferimento a tutte

quelle varianti fisiche di un certo suono che chiamo varianti allofoni, che sostituite in una certa

posizione nella sequenza, non portano alcuna differenza dal punto di vista del significato e quindi

vado a descrivere il sistema fonologico di una lingua come un insieme di classi di suoni che non

portano un cambio di significato, però tutti questi suoni si oppongono a tutte le altre classi

fonematiche. Quindi il sistema fonologico di una lingua è organizzato in classi di suoni che si

oppongono tra di loro, dentro ad una classe di suoni vi sono tutte le varianti o allofoni che

non portano un altro significato, metto in una classe fonematica diversa solo i suoni che

apportano differenza di significato. Attraverso la prova di commutazione e, prima,

l’identificazione di coppie minime posso descrivere il sistema fonologico di una lingua e

cioè l’insieme delle classi organizzate in sistema che si oppongono tra di loro, in cui le

unità non sono per loro stesse ma sono per i rapporti che intrattengono con gli altri

elementi del sistema di una lingua. I sistemi fonologici sono diversi a seconda della lingua.

In italiano che io realizzi casa o caasa è la stessa cosa, mentre in inglese se metto un suono

vocalico lungo o corto apporto una modifica di significato. Ecco che il repertorio fonologico

e quindi le classi fonematiche che posso individuare per le varie lingue, sono diverse.

Ciascuna lingua ha un sistema/repertorio fonologico organizzato in classi fonematiche

diverse che è la stessa cosa di dire: è arbitrario il rapporto tra forma e sostanza del

significante. La stessa sostanza di significante è organizzata in classi diverse che si

oppongono tra di loro in modo diverso da lingua a lingua. Comunque chiamo la mia classe

fonematica con la variante allofono maggiormente realizzata (per esempio parlerò di classe

fonematica c). Per quanto riguarda c e g sono due occlusive velari, l’una realizzata con

l’accompagnamento delle corde vocali, l’altra no, per cui g è sonora, mentre c, è sorda. Questi

suoni sono identici sia per il modo sia il luogo di articolazione tranne per quanto riguarda un tratto

articolatorio, si tratta quindi di un tratto pertinente. Sono quindi due classi fonematiche diverse il cui

tratto pertinente permette loro di opporsi. Tratti implicati: se dico che un certo suono è un suono

occlusivo, vuol dire che è realizzato con un ostacolo parziale alla fuoriuscita dall’aria dal canale

articolatorio, il che vuol dire che non serve specificare che è una consonante. Così quando dico

vocale, è implicato che sia un tratto sonoro, per cui non serve che lo specifichi. Utilizzo i tratti

articolatori per descrivere i requisiti che i suoni devono avere per poter essere messi all’interno di

una classe fonematica. Utilizzo i tratti articolatori per definire i requisiti che i suoni

effettivamente realizzati, cioè i foni o meglio quelle che in fonologia chiamo varianti allofoni,

devono avere per essere parte di una certa classe fonematica e cioè classi in cui è

organizzato il sistema fonologico di ciascuna lingua. Queste classi fonematiche sono

l’insieme delle varianti allofoni e cioè dei foni che posso sostituire in una stessa posizione

senza che ci sia variazione di significato. Quando invece trovo un suono che sostituito in una

certa posizione mi porta ad un cambiamento di significato allora vuol dire che appartiene ad una

classe fonologica diversa, questo procedimento che si chiama prova di commutazione e che si

realizza individuando coppie minime, si fa su tutta la lingua cercando di creare l’inventario

fonologico di ciascuna lingua. L’inventario fonologico di ciascuna lingua è diverso perché diverso è

il sistema delle classi fonematiche, è arbitrario quindi il rapporto tra forma e sostanza del

significante. La stessa sostanza di significante è organizzata in classi, quindi ha una forma diversa

per ciascuna lingua. le classi sono quelle unità minime e ricorrenti che si oppongono fra di loro,

che sono nel sistema e che non sono per loro stesse ma per le relazioni che intrattengono con gli

altri elementi del sistema. Quindi non per i tratti articolatori che le definiscono ma per il fatto che

attraverso i tratti pertinenti si oppongono alle altre classi che sono nel sistema e opponendosi

garantiscono delle differenze. La lingua funziona per garanzia di differenze. Tratti binari: sono tratti

che posso descrivere come presenti/assenti, il tratto della sonorità ad esempio è un tratto

intrinsecamente binario, o le corde vibrano o non vibrano, così anche sordo/sonoro. Non tutti i tratti

articolatori sono tratti binari. Ad esempio per quanto riguarda l’apertura e la chiusura delle vocali

possono avere degli estremi o dei l’apici nel triangolo vocalico; ma ci sono in realtà infinite

realizzazioni intermedie, per cui si può realizzare a aperta o con un’apertura leggermente inferiore,

è questo un tratto graduale e non binario. La prossima volta vedremo come ridurre a tratti binari

anche tratti che binari non sono per realizzare delle matrici.

Lez.10

L’ambito della linguistica che si occupa della funzione distintiva dei suoni della lingua è la

fonologia. Tramite la prova di commutazione possiamo identificare delle unità minime che

chiamiamo fonemi. Queste unità minime sono anche ricorrenti; minime significa che non possono

essere ulteriormente scomposte senza scendere di livello di analisi (cioè senza perdere le

prerogative definitorie delle unità di quel livello di analisi); ricorrenti invece significa che funzionano

anche in altri contesti con lo stesso valore. Fonema allora è il nome che si dà ad una classe di

suoni che sono commutabili (prova di commutazione) tra loro in una certa posizione della

sequenza, quindi possono scambiarsi tra di loro nella stessa posizione della sequenza, senza che

ciò importi dei cambiamenti di significato. Potremmo chiamare questi allora non tanto fonemi

quanto piuttosto classi fonematiche e l’insieme di suoni che fanno parte di questa classe si

chiamano varianti o allofoni che possono essere liberi o condizionati dal contesto. Liberi quando si

tratta di una caratteristica di pronuncia personale, di una realizzazione persona, singola o di un

gruppo (come a Parla per noi Veneti hanno tutti la r moscia): variante libera perché non c’è nessun

motivo nel contesto sintagmatico per cui in quella posizione si debba trovare un suono diverso

materialmente. Se invece realizziamo dente e ancora, la nasale che precede la c di ancora e

quindi un’occlusiva velare, è per quella teoria del target articolatorio mai realizzato e quindi per

quel appoggiarsi dell’apparato articolatorio per realizzare suoni immediatamente successivi,

condizionata nella sua realizzazione tanto che la chiamiamo nasale velare. Dente > anche in

questo caso l’apparato fonatorio nel realizzare la nasale si prepara alla realizzazione del suono

occlusivo dentale immediatamente successivo, parliamo allora di una nasale condizionata

dall’occlusiva dentale che segue, queste non sono varianti libere ma sono varianti condizionate dal

contesto sintagmatico. La variante di sostanza del suono è determinata dal fatto che questo si

inserisce in un certo contesto sintagmatico, in un certo ambiente sintagmatico, cioè in una

porzione di contesto che va a condizionarlo, a determinarne la forma; è un altro di quei rapporti

sintagmatici di cui parla Saussure, e di cui continueremo a parlare fino alla fine del corso.

Varianti/allofoni liberi oppure varianti condizionate dal contesto in una distribuzione che è

complementare: laddove troviamo una certa variante o allofono, poiché questo è determinato

dall’ambiente sintagmatico, non ne troveremo un’altra (se ho dente non ho la stessa nasale velare

di ancora). I fonemi di una lingua non possono disporsi sintagmaticamente come gli pare. Hanno

delle costrizioni e condizionamenti (se dico fers, subito capiamo che non è una parola dell’italiano

perché i fonemi dell’italiano non si dispongono in questo modo, perché in posizione iniziale

assoluta non è contemplato in italiano questo tipo di successione di suoni). Ciascuna lingua

dispone i suoni secondo quelle che chiamiamo restrizioni fonotattiche, quindi secondo delle

prerogative di posizione che sono peculiari da lingua a lingua. Queste prerogative di posizione

costituiscono peraltro anche dei segnali demarcativi e cioè sappiamo che l’italiano in finale non

può avere la successione di due consonanti. Se troviamo due consonanti che si susseguono

chiaramente questo ci dà l’indizio di una posizione che è interna di parola perché a parte alcuni

casi come “alt”, due consonanti di questo tipo che seguono non possono essere in finale. Per cui

contribuisce anche a dare segnali per quella sincronizzazione e cioè per quella lettura che

avvenga ponendo i confini negli stessi punti della catena da parte di parlante e ricevente. Queste

restrizioni fonotattiche sono la prima rappresentazione che faremo tramite la formalizzazione di

una regola. Quindi queste restrizioni fonotattiche sono delle prerogative di posizione, delle

modalità con cui ciascuna lingua sceglie di disporre i suoni. Queste restrizioni fonotattiche o

prerogative di posizione contribuiscono a dare segnali demarcativi e quindi segnali per la

sincronizzazione tra mittente e ricevente, sono diversi da lingua a lingua. Noi useremo le

regole formalizzate per descrivere questo fenomeno (esempio> in iniziale assoluta di parola

l’italiano ammette una certa serie di successioni di suoni ma non tutti, ad esempio ammette una

sibilante che può esserci o non esserci, successivamente ammette una consonante o una

occlusiva più liquida e una vocale finale: la sibilante può esserci o non esserci poi può esserci una

consonante e vocale > scalare, questo è iniziale assoluta, può essere senza la sibilante >cavare.

Posso avere sibilante, poi un’occlusiva più liquida e quindi ad esempio> sdrucciolevole (ho

sibilante, occlusiva, e la vibrante liquida e poi vocale), oppure ho drammatico, senza la sibilante

iniziale, occlusiva, liquida e vocale). Tutti questi sono esempi di forme dell’Italiano che convalidano

l’astrazione della regola delle restrizioni fonotattiche, in iniziale assoluta in italiano ad esempio non

posso avere LTO; ma la regola dice che posso avere un sibilante presente o non presente,

l’occlusiva più liquida e la vocale. Questo non significa che devo averle tutte, possono averne le

une, l’uno o l’altro, ci sono alcuni elementi che sono necessari come la vocale che costituisce il

gruppo sillabico e non posso non averla, ma gli altri possono essere presenti o non presenti,

l’Italiano ammette queste successioni. Prendiamo un’altra lingua e le successioni di suoni ammessi

in quella posizione sono diversi. Quindi in ciascuna lingua il parlante è in grado di distinguere

senza troppe difficoltà se una certa sequenza appartiene alla propria lingua o meno. È chiaro che

nella bocca di un parlante italiano in realtà esistono anche sequenze di altre lingue, perché i

prestiti e cioè le forme che vengono dalle altre lingue possono essere adattati fonologicamente

(per prestito s’intende una parola che viene presa da un’altra lingua e aggiunta al vocabolario

italiano, che può essere adattato o integrale. Integrale quando la parola viene integrata tale e

quale dall’altra lingua, adattata quando invece viene italianizzato cioè viene adattata alla fonetica e

morfologia italiana (bistecca> prestito adattato da bistick inglese, mentre un prestito integrale è

week-end). Esistono però dei prestiti non adattati in cui rimangono sequenze che non sono

tollerate dalle restrizioni fonotattiche di una lingua come week-end. Quindi ciascuna lingua ha una

certa quantità di parole virtuali (cioè di sequenze) che potrebbero essere sfruttate, queste parole

virtuali fanno parte della possibilità della Langue che ad un certo momento possono passare dalla

langue alla “parole”, possono concretizzarsi, ma per il momento stanno nella virtualità della Langue

(esempio pirottini). Abbiamo visto che una coppia minima oppone due classi fonematiche, abbiamo

descritto queste due classi fonematiche attraverso delle prerogative che sono sostanzialmente dei

tratti di carattere articolatorio. Abbiamo fatto la differenza tra “c” e “g”, due occlusive tutte e due

velari, una sorda e l’altra sonora. Queste due classe fonematiche si distinguono per un solo tratto.

Un fonema è descritto da un fascio o da un pacchetto di tratti che sono delle caratteristiche scelte

in ambito articolatorio che vanno a definire quali sono i requisiti per cui una certa produzione

fonetica possa essere inserita in una certa classe fonematica, possa funzionare in commutazione,

cioè andando a sistemarsi in una certa posizione, insieme ad altri suoni. I tratti sono realizzati

simultaneamente quindi parlo di fascio di tratti che sono realizzati non in successione come le altre

unità (quando parlavano di linearità e discretezze dicevamo che tutte le unità che io realizzo si

realizzano una dopo l’altra e dove è presente una non è presente l’altra) invece i tratti della

fonologia, e cioè i tratti che vanno a essere le unità più piccole che utilizzo per la costituzione del

fonema, si realizzano simultaneamente. Chiamo questi tratti, tratti distintivi quando mi trovo di

fronte al tratto che è pertinente e cioè al tratto che garantisce la differenza tra due classe

fonematiche > esempio p-m> ho due occlusive bilabiali (non occorre che dica che sono consonanti

perché è già implicato nel fatto che sono occlusive) p è sordo “m” è sonoro, p è orale, “m” è

nasale. Orale e nasale identificano la cavità attraverso la quale passa il flusso egressivo d’aria. I

tratti funzionali in questa coppia di suoni sembrerebbero più di uno, quindi questa opposizione

sembrerebbe garantita da più tratti e invece dobbiamo richiamare di nuovo quella nozione di tratto

implicato, tutti i suoni nasali sono sonori, quindi quando dico che un suono è nasale è come se

avessi detto che un suono è una vocale. Quindi non c’è necessità, è ridondante specificare che il

mio suono nasale è anche sonoro; quindi mi trovo in un faccio di tratti in cui solo una risulta essere

pertinente e cioè quello che oppone orale a nasale (stiamo riducendo a sistematicità il modello in

modo che funzioni sempre allo stesso modo). Questo concetto di tratto implicato, e cioè di suoni

che hanno nella loro realizzazione il presupposto di alcune altre caratteristiche mi aiuta proprio alla

sistematicità. I tratti hanno carattere binario quindi nel modello che dà la fonologia praghese,

ricordando il nome di Jacobson, sono presenti o no, sì o no, aperto o chiuso in termini di circuiti

elettrici. Quindi o il tratto sonoro è presente o non è presente, quindi nella mia descrizione del

fascio di tratti potrò scrivere o più sonoro o meno sonoro, non più sonoro e più sordo perché

altrimenti aumenti il numero di tratti in modo sbagliato e contrario al principio di economia

generale. Ci sono dei tratti che sono intrinsecamente binari come quello della sonorità che è

presente o non presente. Altri come il grado di apertura delle vocali italiane, che non sono

intrinsecamente binari poiché mi trovo di fronte ad almeno tre gradi possibili: una chiusura

massima (la posizione della lingua all’interno della cavità orale che può essere bassa-media-alta,

in questo caso parlo di apertura o di chiusura perché il canale che si forma nel cavo orale è più

aperto, mediamente aperto o più chiuso a seconda della posizione della lingua. Ecco perché

bassa-media-alta è la posizione della lingua, aperte-medie-chiuse è l’apertura che ne consegue a

seconda di come metto la lingua all’interno del cavo orale così come anteriore e posteriore

dipende da come riporto l’apice della lingua. Posso avere una chiusura massima U, una chiusura

intermedia O, o posso avere una chiusura minima O. Per descrivere la proprietà dell’apertura e

della chiusura delle vocali non posso dire che questo è un tratto binario perché c’è una gradualità,

non posso dire aperto o chiuso dato che c’è una produzione intermedia quindi per fare in modo

che un’opposizione sia un’opposizione non più a due ma a tre termini mi conviene introdurre il

tratto più o meno aperto e più o meno chiuso. In questo modo descrivo u e dico che rispetto al

tratto più o meno chiuso è più chiuso, rispetto al tratto più o meno aperto è più meno aperto. Se

descrivo o intermedio, dove ho una chiusura intermedia, avrò rispetto al tratto più o meno chiuso

meno, rispetto al tratto più o meno aperto, meno. Quando descrivo O aperta, avrò rispetto il tratto

più o meno chiuso, meno, rispetto al tratto più o meno aperto, più. Ho ridotto un’opposizione a tre

termini alla possibilità di essere descritta come un’opposizione binaria con tratto più o meno

presente introducendo il tratto più o meno aperto ho la possibilità di dire che esiste una vocale più

o meno chiuso e più o meno aperta e cioè è centrale. L’opposizione a tre termini funziona

all’interno di una teoria generale del binarismo dei tratti (il libro è più rapido in questo punto).

Principali fenomeni fonologici

Per fenomeni fonologici intendiamo quelle modificazioni che i suoni linguistici subiscono nel

momento in cui si accostano, si concatenano tra di loro in un determinato ambiente sintagmatico.

Le modificazioni di cui parliamo, fenomeni fonologici su cui troneremo con la linguistica storica,

sono sia in sincronia sia in diacronia. Fenomeni che avvengono in sincronia sono fenomeni che si

rilevano nella produzione linguistica quando i suoni si accostano l’uno all’altro in un certo ambiente

sintagmatico in un certo momento. Gli stessi fenomeni sono riscontrabili in diacronia, cioè se

andiamo a vedere il cambio linguistico, ad esempio vediamo alcuni fenomeni che hanno portato

alla modifica di alcune forme linguistiche del latino nelle lingue romanze. Noi guardiamo una

prospettiva sincronica, ma sono gli stessi della prospettiva diacronica sono visti in due modi

diversi. Tra i mutamenti fonologici di cui ci occuperemo, in primis c’è quello dell’assimilazione cioè

un processo per cui uno o più suoni contigui diventano parzialmente o totalmente simili l’uno

all’altro; uno o più suoni che si trovano nello stesso ambiente sintagmatico, diventano simili o

identici l’uno all’altro. Le ragioni fisiologiche dell’assimilazione sono quelle che abbiamo già

descritto parlando della teoria del target articolatorio, i suoni nello stesso contesto sintagmatico si

condizionano reciprocamente nella loro forma perché il nostro apparato fonatorio si atteggia per la

realizzazione del suono successivo o porta le conseguenze di atteggiamento di suoni direttamente

precedenti. Quando si dice che più suoni contigui, o che si trovano nello stesso ambiente

sintagmatico, diventano simili o del tutto identici, questa è la descrizione di un fenomeno. Quando

invece bisogna spiegare la motivazione, bisogna andare al di là della descrizione, se rimango

nell’ambito della descrizione dei fenomeni del mio oggetto, non sto dando spiegazione, sto

descrivendo (alla domanda: perché qui avviene onoris, e alla risposta “perché qui è avvenuto

rotacismo” si sta ancora descrivendo e non dando la motivazione. Il rotacismo è un fenomeno di

assimilazione e cioè un suono sordo come la sibilante, che si trova in un contesto intervocalico e

cioè tra due suoni sonori e viene condizionato dai suoni continui, dai suoni che si trovano nello

stesso ambiente sintagmatico, nella stessa porzione di contesto che quindi ne condizionano la

forma. Perché è condizionato? Perché il nostro apparato fonatorio si atteggia in un certo modo:

mira ad un minimo sforzo e quindi mantiene un certo tipo di atteggiamento nella realizzazione di

suoni successivi, questo è dare la motivazione fisiologica. Quando invece alla domanda “perché

abbiamo onoris?” si risponde “perché è rotacismo” è descrizione e non spiegazione. Quando parlo

di assimilazione parlo del processo che per una causa fisiologica, che è essenzialmente una causa

di inerzia di problemi articolatori, avviene che due o più suoni che si trovano nello stesso ambiente

sintagmatico, si condizionano, abbiamo così delle modificazioni che posso portare ad una totale o

parziale coincidenza dei suoni. Alcuni tratti si assimilano altri no. Molti fenomeni di assimilazione

derivano anche dalla diversa pronuncia delle parole in area centro-meridionale. Un altro esempio >

fatto, deriva dal latino factum. Abbiamo vicino un’occlusiva velare sorda, cioè la c, e un’occlusiva

dentale sorda cioè la t, che cosa accade? Che questi due suoni diventano non parzialmente simili,

ma totale coincidenti, per cui parliamo di assimilazione totale. A seconda che il suono che proietta i

propri tratti sull’altro suono rendendolo più simile a sé, sia quello successivo o precedente, si parla

di assimilazione progressiva o regressiva. Poi c’è l’assimilazione bidirezionale, perché i suoni che

vanno a condizionare sono sia precedenti sia successivi. Altro fenomeno di assimilazione è quella

della sonorizzazione della sibilante nella parlata settentrionale della sibilante sorda tra vocali, per

cui casa, preside ecc. sono forme in cui la sibilante sorda, posta tra due elementi sonori che sono

vocali, si sonorizza (nel caso di preside, ciò che mi fa sospendere la realizzazione della

sonorizzazione è il fatto che percepisco un confine di morfo, e quindi mi è presente il confronto con

forme come presiedere, dove la distinzione tra –pre e –siedere, mi permette di distinguere due

basi lessicali diverse e questo sospende l’applicazione dell’assimilazione generale e quindi

dell’economia del minimo sforzo che come parlanti avremo). L’assimilazione può avvenire anche

tra suoni non continui e quindi non adiacenti nell’ambiente sintagmatico. In questo caso parliamo di

fenomeni di metafonesi tipico di alcune parlate campane (presenti soprattutto nella variante

rustica); esempio> foot e feet in inglese, un fenomeno per cui la vocale di desinenza foti ha

condizionato il colorito della vocale radicale, c’è stata poi una neutralizzazione delle vocali finali,

per cui la differenza tra singolare e plurale è affidata all’alternanza radicale che non viene da

apofonie indoeuropee, ma da un fenomeno successivo. Altro fenomeno di assimilazione è

l’armonia vocalica che riguarda una lingua come il turco e fa sì che la prima vocale di una parola

imponga determinati tratti alle vocali successive e specificatamente ai suffissi che si saldano con

quella parola. Per cui ci si trova realizzato una successione di vocali che si collocano nella stessa

posizione per quello che riguarda l’anteriorità e la posteriorità, quindi il suffisso del plurale del turco

ha due forme> ler e lar, er dopo vocali anteriori e l’ar dopo vocali non anteriori, quindi c’è una

proiezione che parte in questo caso non dalla vocale finale verso la vocale radicale, ma dalla prima

vocale verso le vocali suffissali condizionandone la natura. L’assimilazione è un’etichetta che si

può porre sopra ad una classe vastissima di fenomeni, tutti i fenomeni in cui i suoni posti

nello stesso contesto sintagmatico, non importa che siano contigui, nella stessa porzione

di contesto in cui i suoni si condizionano reciprocamente; questa è la descrizione di ciò che

accade. I fenomeni di assimilazione sono descritti da questa definizione. Poi nello specifico

possiamo vederne vari e trovarne una motivazione. La motivazione sta nell’inerzia degli

organi articolatori che mantengono o anticipano l’atteggiamento articolatorio dei suoni

immediatamente precedenti o successivi e quindi condizionano la realizzazione dei suoni

che sono nello stesso contesto producendo questi fenomeni fonologici. Nei fenomeni di

assimilazione che sono di varia natura, abbiamo selezionato alcune casistiche particolari,

abbiamo detto che esiste un’assimilazione totale, parziale, progressiva o regressiva. Totale

o parziale a seconda che i suoni diventino totalmente identici o meno; progressiva o

regressiva a seconda che il suono che condiziona proiettando i propri tratti articolatori

sull’altro, segua o preceda. Abbiamo parlato anche di assimilazione bidirezionale. Abbiamo

parlato poi di alcune specifiche assimilazioni (rotacismo, metafonia cioè assimilazione tra

suoni non continui, l’armonia vocalica come un fenomeno assimilatorio tra suoni non

continui che procede di senso inverso rispetto alla metafonia). La maggior parte dei

fenomeni fonologici sono fenomeni di assimilazione che non sono solo fenomeni di

sonorizzazione, abbiamo visto ad esempio l’adeguamento sull’asse dell’anteriorità o non

anteriorità delle vocali nell’armonia vocalica. Altri fenomeni fonologici sono di

cancellazione o di inserzione. Il primo è il fenomeno per cui un suono in determinati

contesti viene soppresso o si riduce a zero. Questo fenomeno ha luogo nel caso di

combinazione di elementi morfologici, quindi ad esempio quando un suffisso si salda ad

una radice come nel caso di “donna”> donnetta, c’è una cancellazione. Un caso particolare

di cancellazione è quello che si ha quando sono in contatto il nome ed alcuni suoi

specificatori come l’articolo e il nome, l’italiano ad esempio cancella la vocale dell’articolo

quando il nome comincia anch’esso per vocale, fenomeno italiano ma non ad esempio

spagnolo. Caso del troncamento, cancellazione che avviene facoltativamente in fine di

parola> “non lo vuol fare”, questo è un caso di troncamento. Casi di inserzione quando in

corrispondenza di determinati confini si inserisce un segmento aggiuntivo che può essere

voluto dalle restrizioni fonotattiche di una lingua (lo spagnolo non ammette in iniziale

assoluta un’iniziale di tipo squela stupendo, abbiamo esquela estupendo, questa è

un’inserzione determinata dalle restrizioni fonotattiche spagnole/ in italiano ad esempio la

frase “Bambini ed adulti” la d è un’intersezione). Ci sono poi altri fenomeni di intersezione

come “comò”> comodino, la d è aggiunta. A livello sincronico dobbiamo guardare la

situazione presente senza indagare le cause del cambio nel tempo. Altri fenomeni

fonologici sono la riduzione e il rafforzamento> due processi che sono l’uno l’opposto

dell’altro e consistono nel fatto che in determinate situazioni i suoni si indeboliscano fino a

sparire e in altre posizioni si rafforzino fino ad arrivare ad esempio al raddoppiamento. Le

fasi in cui c’è un indebolimento si verificano soprattutto in certe posizioni, quelle che non

portano accento, o nelle posizioni postoniche> specchio, occhio da speculum, oculum> per

arrivare a questo esito siamo passati per uno stadio in cui si diceva oclum, speclum, dove

c’è stato un indebolimento della vocale non tonica, che ha portato alla scomparsa della

vocale, e alla costituzione successiva nel nesso ch, che è esito romanzo prevedibile sulla

base degli altri esiti analoghi. N.B. Quando una forma non è attestata, che sia una forma

ricostruita allora è contrassegnata dall’asterisco, ricostruita per esiti analoghi. Poi per

quanto riguarda i fenomeni di rafforzamento abbiamo ad esempio focus> fuoco. Tutti i

fenomeni fonologici sono descrivibili attraverso regole e cioè attraverso formalizzazioni che

dicono che un certo segmento a diventa b, in un determinato contesto. In Italiano

settentrionale, una sibilante sonora diventa una sibilante sorda in un certo contesto, cioè il

contesto intervocalico. Non tutti i fenomeni fonologici continuano perpetuamente, quando

descrivo una regola in diacronia devo dare quindi un’altra informazione aggiuntiva e cioè il

periodo di validità della regola. (vizzo e vezzo vanno insieme perché entrambe vengono dal

latino, ma una, vezzo, viene per trafila diretta e quindi è stato interessato da tutti i

mutamenti che riguardano le vocali e le consonanti, mentre vizio è un prestito dotto

introdotto in epoca umanistica e non toccato dai fenomeni fonologici. Quindi i fenomeni

hanno funzionato per vezzo prima che si facesse il prestito dotto dal latino, altrimenti

avremmo avuto ancora operanti questi fenomeni fonologici). Quindi quando descrivo una

regola formalizzata in sincronia questa deve dirmi “un segmento A passa a B” e deve darmi

la descrizione dell’ambiente sintagmatico in cui ciò avviene. Quando questa regola deve

applicarsi per descrivere qualcosa che avviene in diacronia, devo anche dare indicazioni

sulla durata del funzionamento di questo fenomeno. La stessa regola formalizzata, quando

la faccio funzionare in diacronia devo dire anche fino a quando funziona. Questo mi

permette di distinguere gli strati di una lingua e cioè di comprendere da dove derivano ad

esempio certi prestiti, i fenomeni diversi a seconda dei secoli. Ad esempio in inglese, riempito

da prestiti, è importante studiare i fenomeni per capirne la derivazione geografica e temporale.

Nell’inglese c’è una quantità tale di prestiti romanzi che a una qualsiasi forma di origine germanica

si può fare corrispondere una forma di origine romanza. Però queste forme di origine romanza

sono diverse tra loro, hanno infatti caratteristiche morfologiche, fonetiche e d’integrazione diverse

tra loro perché sono strati diversi di penetrazione romanza ed è il fatto che siano meno interessati

da certi fenomeni fonetici che riguardano l’inglese che ci dice se sono arrivate in epoca normanna,

nel XVI secolo, con Alarico VIII ecc. secoli diversi, fenomeni diversi che interessano queste forme

romanze. La nostra possibilità di distinguere le stratificazioni romanze nell’esito dell’inglese sono

legate alla capacità di vedere come alcuni esiti fonologici abbiamo una durata nel tempo.

Lez. 11

Fenomeni fonologici

I fenomeni fonologici non operano in tutte le posizioni ma solo in alcune. Ci sono delle posizioni

delicate in cui i suoni della lingua sono più vulnerabili: la posizione intervocalica, la posizione

tonica (quella in cui si appoggia l’accento di parola, abbiamo visto ad esempio che i fenomeni di

sonorizzazione avvengono in posizione intervocalica piuttosto che i fenomeni di sonorizzazione

portati ad una risalita così alta nella scala di sonorità che arrivano all’inquinamento della

consonante intervocalica; l’abbiamo vista nelle varietà settentrionali), la posizione tonica (quella in

cui si appoggia l’accento di parola; abbiamo visto ad esempio i fenomeni di rafforzamento e quindi

di dittongazione in sillaba aperta tonica che dal passaggio dal latino alle lingue romanze si

verificano); la posizione atona (abbiamo visto i fenomeni di evanescenza fino alla scomparsa degli

elementi vocalici in posizione atona, soprattutto in posizione post-tonica); posizione di confine di

morfo di parola (ci sono fenomeni che si sospendono come ad esempio il fenomeno della

sonorizzazione quando il parlante percepisce in quella posizione un confine morfologico o un

confine di parola). Il fatto che queste posizioni siano più interessate ai processi fonologici non è

casuale, vuol dire che il parlante nella produzione dei suoni della lingua segmenta in qualche modo

la catena parlata e quindi identifica (a volte correttamente a volte con fraintendimenti) la catena. Le

vocali che si trovano in posizione post-tonica tendono ad una evanescenza, che le porta in un

primo momento ad una riduzione di quell’elemento vocalico indistinto, una vocale media centrale

che con una dizione di origine semitica chiamiamo shfa, che è uno degli ultimi passi prima della

cancellazione totale della vocale, ma questo non è un fenomeno tipico di una varietà, ma un

fenomeno che ritroviamo nelle più lontane lingue del mondo perché la sillaba atona

immediatamente successiva a quella tonica è meno prominente e quindi più soggetta a processi

fonologici di questo tipo. In sostanza: per descrivere un processo fonologico e per descriverlo

attraverso una regola dobbiamo dire che cosa accade, qual è il processo che accadde (A passa a

B) un elemento A diventa B, e in quale contesto questo si verifica, in quale contesto una

determinata regola di trasformazione opera. Quindi una regola fonologica è l’annotazione

formalizzata, quindi operata attraverso una grafia simbolica, attraverso la quale noi diamo queste

informazioni. Il processo che è avvenuto: A diventa B, quali sono i cambiamenti che si sono

verificati, e in quale specifico processo questi operano.

1) A B / x_ oppure 2) A B / _x oppure 3) A B x_x . Questa è la struttura, questo è il modello

generale, che dice: un elemento A diventa un elemento B, barra, e poi va inserito il contesto.

Possiamo trovare il contesto in cui l’elemento che modifica si trova prima (vedi il caso 1), il

contesto in cui si trova dopo (vedi il caso 2), oppure un contesto in cui l’elemento che è pertinente

e che determina tutto il resto si trova sia prima sia dopo (vedi caso 3). Quindi possiamo dire che

nel caso di casa, la sonorizzazione di consonanti sibilanti sorde intervocaliche prevedono una

regola di questo tipo (nota che devi usare l’annotazione fonetica dentro alle parentesi quadre): [s]

> [z] / x_x e cioè –s diventa –z, barra, scegliamo il contesto x_x. Quando nelle regole che sono

formalizzate e devo adottare delle modalità che siano sempre riconoscibili e sempre uguali:

impego la lettera maiuscola V che significa qualunque elemento vocalico, uso la lettera maiuscolo

C per indicare qualunque elemento consonantico. Nel caso precedente, usando invece la –s, e la

–z, ho usato l’annotazione fonetica poiché sono andato nello specifico nel singolo suono. Come

posso rendere più generale questa regola? Ad esempio posso fare così [+cons/-son] > [+cons/

+cons] / x_x (non mi interessa quale consonante, ma mi interessa che sia sorda, e quindi meno

sonoro diventa più sonoro in un contesto intervocalico dove non ho bisogno di dire che questi sono

due elementi sonori perché tutte le vocali sono sonore. Ho reso più generale la regola, questa

descrizione non funziona solo per casa > caza ma anche per stratam > strada. Procediamo con un

V

ulteriore formalizzazione: (s) cons/ cons+liquida _ (N.B. invece della barretta devi mettere

cons + liquida sotto a cons). Per (s) intendo la sibilante che può esserci o non esserci, la parentesi

tonda indica una scelta che è facoltativa. Per cons/ cons+liquida ci riferiamo a due scelte

V

alternative, la parentesi graffa vuol dire che posso scegliere tra più alternative; mentre _ è

qualunque elemento vocalico, è una posizione che in Italiano deve assolutamente essere riempita

con una vocale, non importa quale, e infatti ho usato la maiuscola. Questa è la descrizione della

organizzazione dei suoni, di come i suoni possono disporsi in una lingua come l’Italiano in

posizione iniziale assoluta di parola. E’ la descrizione di una restrizione fonotattica, di una di quelle

prerogative di posizione che i suoni hanno diversamente in ciascuna lingua. (Il libro non si

sofferma a spiegare bene le regole, lo dà per scontato). Questa formula funziona per moltissimi

casi: per casa (la s non occorre che ci sia, la consonante c’è, la vocale c’è), funziona per crudo

(la sibilante iniziale non c’è, la consonante c’è, la liquida c’è, la vocale c’è), funziona per

sgambata (la sibilante c’è la consonante c’è la vocale c’è) in questo ultimo caso non ho la

sibilante sorda ma la sibilante sonora perché in questa posizione vi è un processo fonologico di

assimilazione e cioè di sonorizzazione della sibilante iniziale che trovandosi prima di una

consonante in questo caso sonora, si sonorizza, allora descriviamo anche questo processo

fonologico attraverso un ulteriore regola: in Italiano la sibilante sorda davanti ad una consonante

sonora si sonorizza, e quindi potremmo dire che: [+cons/ -sonoro (N.B. metti l’uno sotto l’altro)] >

E cioè più consonante, meno sonoro

[+cons/+sonoro] / - [cons/+sonoro (N.B. metti uno sotto l’altro)].

passa a consonante più sonoro, e il contesto è consonante più sonoro. Ho descritto quello che

accade nel caso di sgambata, perché stupido comincia con una sibilante che rimane sorda che si

trova davanti ad una consonate in questo caso un’occlusiva dentale sorda, non c’è alcun processo

di assimilazione e abbiamo stupido, la sibilante rimane sorda. Di fronte invece a una consonante

sonora, e quindi in un contesto in cui è seguita da una consonante sonora, avviene un processo di

sonorizzazione che descrivo attraverso la regola sopra. Quindi i fenomeni fonologici si descrivono

attraverso regole fonologiche, le regole fonologiche sono delle notazioni formalizzate nelle quali

deve comparire il processo, ciò che è accaduto, e il contesto in cui ciò accade. In questo caso

abbiamo descritto le regole fonologiche delle alternanze sincroniche, quindi delle alternanze di

suono che sono determinate da un contesto sincronico. Possiamo usare le stesse modalità di

notazione e quindi sempre attraverso delle notazioni che chiamiamo regole fonologiche,

descriviamo anche le mutazioni in chiave diacronica, quindi i cambi della lingua, in quel caso è

opportuno dare anche indicazioni sul periodo di tempo di durata di un certo fenomeno nella lingua.

Troveremo altre regole fonologiche. L’analisi dell’enunciato in fonemi che finora abbiamo fatto,

rispetta quell’assioma della segmentazione in unità di cui abbiamo parlato più volte e cioè

segmenta in unità minime che abbiamo detto essere i segmenti minimi e quindi le unità di seconda

articolazione in cui possiamo segmentare la catena parlata. Ma se guardiamo da vicino, a livello

fonologico, l’assioma della segmentazione viene in qualche modo messo in discussione:

prendiamo le parole càpito e capìto. Segmentiamo in fonemi, e allora abbiamo qualcosa del tipo:

/k/ /a/ /p/ /i/ /t/ /o/. ho messo le barre oblique perché non sto parlando di foni ma di fonemi cioè di

unità che si distinguono le une alle altre, metto le parentesi quadre quando invece ragiono a livello

fonetico. Quella sopra realizzata è la segmentazione in classi fonologiche che si oppongono le une

alle altre. Però allora perché càpito non è capìto? Perché le due parole hanno accento su due

sillabe differenti. E quindi se devo identificare l’aspetto che in questo caso distingue nella catena le

due forme, non è una posizione garantita dalle classi fonematiche che si oppongono le une alle

altre come ho creduto fino ad adesso. In questo caso la differenza di significato è garantita da

un’altra unità che non si pone linearmente in sequenza, in modo distinto ma è un’entità che si

realizza nello stesso momento. Non va inserita tra le unità fonologiche ma va concepita e inserita

poi nell’annotazione insieme, perché è realizzata insieme alla à di capito e alla ì di capito. Quindi

qui sembra violato quell’assioma della segmentazione della linearità e della discretezza delle unità

di cui abbiamo parlato. E infatti in fonologia chiamiamo questo aspetto e cioè l’accento che

funziona per distinguere, tratto sovra segmentale, pare violare l’assioma della discretezza e della

linearità perché è realizzato insieme ad un’altra unità, i sovra segmentali, in quanto possono

essere idealmente rappresentati come sovrapposti ai segmenti identificati linearmente. I sovra

segmentali sono l’accento, il tono e l’intonazione. Che differenza c’è tra accento e tono e

intonazione? L’accento e il tono sono i cosiddetti sovra segmentali di parola, pertengono all’unità

della parola, l’intonazione invece è un sovra segmentale di enunciato, quindi pertiene ad un’unità

più ampia che è quella dell’enunciato. I sovra segmentali di parola si realizzano insieme alle

unità segmentali per opporre fra loro le unità che sono parole, i sovra segmentali di

enunciato come l’intonazione, oppone fra loro enunciati diversi. I primi de oppongono fra di

loro parole, quello di enunciato oppone fra di loro enunciati e quindi unità più ampie.

Vediamo cosa sono nella concretezza questi tratti sovra segmentali: -mandò, -pagami, nel primo

caso l’accento è sull’ultima sillaba nel secondo l’accento è sulla prima. Che cosa hanno di

caratterizzante l’ultima sillaba di mandò e la prima sillaba di pagami? Sono sillabe più prominenti

delle altre, sono sillabe che dal punto di vista fisico, sono caratterizzate da una prominenza uditiva

che corrisponde all’accento ed è dovuta a una serie di fattori concomitanti, la sillaba accentata è

normalmente prodotta con una maggiore intensità uditiva, è leggermente più lunga di una sillaba

non accentata, ed è spesso anche più acuta. L’accento ha la particolarità di potersi appoggiare

soltanto su segmenti vocalici o su segmenti consonantici che sono detti sonanti; alla domanda

“descrivi l’accento” bisogna dire che l’accento è una sillaba che ha una prominenza uditiva

superiore alle altre, che è costituita dal fatto che la sillaba accentata è una sillaba nella quale in

modo concomitante si realizzano una serie di fatti fisici. C’è una lunghezza leggermente maggiore

rispetto alle altre sillabe, c’è un’acutezza maggiore rispetto alle altre sillabe (cioè sale di tono, la

durata è tenuta più lunga), e c’è un’intensità uditiva (si alza il volume). L’accento funziona da

segnale demarcativo, che garantisce la sintonizzazione tra emittente e ricevente, solo nelle lingue

in cui l’accento non ha posizione fissa. Lingue che hanno l’accento fisso sono ad esempio il

francese, il cui l’accento sta sempre sull’ultima sillaba, seguendo l’andamento accentuale riesco a

fare la segmentazione della catena e quindi è un elemento demarcativo; d’altra parte però non è

un elemento che può garantire delle opposizioni perché se sta sempre nella stessa posizione non

può garantirle. In una lingua invece come l’Italiano in cui l’accento è parzialmente libero, parliamo

allora di accento mobile, questo può fungere per garantire delle distinzioni. Anche in lingue come il

Greco, l’accento è mobile e quindi garantisce opposizioni. Il campo di applicazione dell’accento è

in generale formato dalle singole parole, parliamo di accento di parola, ma esistono anche delle

forme nella lingua, che chiameremo comunque parole, che sono prive di accento, e che

chiamiamo clitici, che si appoggiano all’accento della parola precedente o successiva e con queste

vanno a formare un'unica unità accentuale. Le principali unità di clitici sono i pronomi. Ci sono

parole particolarmente lunghe che possono avere anche un accento secondario come

esàutoraménto, c’è una doppia posizione accentuale. Una sequenza del tipo, tornerà subito che

viene pronunciata in modo fuso, provoca uno spostamento dell’accento dall’ultima sillaba di

tornerà alla prima sillaba di subito; come se fossero un’unità accentuale unica. Altro importante

tratto segmentale è il tono, questo è prodotto fisicamente da un aumento di acutezza sonora in

corrispondenza di vocali e consonanti, cos’è l’aumento di acutezza sonora? E’ un aumento di

intensità della frequenza della vibrazione dell’aria che emessa dal nostro apparato fonatorio.

Quindi un suono più acuto dà uditivamente l’impressione di essere su un tono più alto, e per

questo nelle lingue a toni, che utilizzano i toni per garantire delle rappresentazioni, il tono viene

rappresentano con metafore che fanno riferimento all’altezza: alto-medio-basso-discendente-

ascendente; perché il fatto che ci sia una maggiore intensità della vibrazione dell’aria emessa da

nostro apparato fonatorio dà la sensazione di un suono più acuto, più alto. Parliamo di tono unito

quando il tono cambia su tutto il segmento in questione, parliamo di un tono ascendente quando

da un certo livello di acutezza si passa ad un livello di acutezza più alto, parliamo di tono

discendente quando da un certo livello si discende; se pronunciamo “Carlo!”, e lo faccio come un

richiamo, realizziamo gli effetti del tono anche se noi non lo usiamo con finalità distintive. Se dico

“caffè?” con tono discendente sappiamo che vuol dire “lo vuoi il caffè?”; se invece diciamo “caffè!”

con tono ascendente vuol dire “portami il caffè”. Noi facciamo un uso del tono relativo a particolari

aree geografiche, ambiti sociali, di singoli individui, di zone geografiche, mentre ci sono lingue che

funzionano a toni perché usano i toni per garantire delle distinzioni. Infine abbiamo l’intonazione

che è un sovra segmentale di enunciato e non di parola. Prima di parlare di quest’ultimo facciamo

altre precisazioni cioè che oltre a questi aspetti dei sovra segmentali, vanno menzionati anche quei

fatti che chiamiamo paralinguistici, con cui indichiamo una massa abbastanza generale di

fenomeni che non sono completamente integrati nell’organizzazione grammaticale delle lingue ma

che contribuiscono a farle funzionare, ad esempio la velocità dell’eloquio, ad esempio le pause e le

pause possono essere pause piene (come ad esempio mmm o boh oppure ahahah), oppure

pause vuote (cioè le pause sostanzialmente di silenzio). Il fenomeno delle pause, altro sovra

segmentale, merita di essere spiegato nel suo funzionamento: ci sono delle pause che si possono

fare così, perché si ha una predisposizione teatrale ponendo delle pause per creare suspense;

mentre ci sono altre pause che sono funzionali per sottolineare ad esempio lo spostamento di un

elemento che in termici tecnici chiamiamo dislocazione, che deve acquisire una maggiore salienza

nella struttura informativa dell’enunciato cioè deve avere una prominenza dal punto di vista

informativo diverso “il bambino… l’hai portato a scuola tu?”: la pausa in questo caso è funzionale a

isolare questo elemento, per creare della suspense. La pausa è quindi funzionale e quell’elemento

che nella sequenza normale dovrebbe essere posto a destra, è spostato in una posizione che non

è quella di vocazione nella sequenza, ma è un’altra, per assumere una rilevanza informativa

diversa. La pausa molto spesso si combina con l’intonazione; “come… posso fare io da solo?” è

diverso da “come posso fare io da solo?”, l’intonazione e la pausa cambiano il significato e quindi

funzionano a tutti gli effetti, la pausa in questo caso non è una pausa facoltativa che possiamo fare

per una persona teatralità, ma è una pausa che dev’essere fatta perché altrimenti si capiscono

cose differenti. Non esistono però mezzi unanimemente condivi per dare indicazioni riguardo alla

pausa se non il triangolino. Quando devo dire “pausa” devo graficizzare in una formalizzazione che

sia condivisa e quindi ci posso mettere una pausa con un triangolino ex “Come? Ci vai?” che è

diverso da dire “Come ci vai?”. Quindi le pause hanno una funzione sintattica e di distinzione

notevole. Sempre prima di parlare di quanto pertiene all’intonazione è importante specificare la

sillaba. E’ un esperienza intuitiva, le parole si dividono in sillabe, se dico “im-pos-si-bi-le” ho diviso

in sillabe secondo un’intuizione pur non avendo studiato le modalità di sillabazione, perché il

parlante ha un’idea intuitiva di sillaba così come ha un’idea intuitiva di parola (anche se dare una

definizione è una cosa diversa). Taluni fenomeni fonologici, non si spiegano se non postulando che

il parlante percepisca i confini di sillaba e sulla base di questi regoli alcuni dei suoi comportamenti.

La sillaba è un’unità che è composta da almeno un elemento vocalico o un elemento consonantico

che chiamiamo sonante, che è capace di portare accento. Chiamiamo questo elemento nucleo

sillabico. Il nucleo sillabico può essere preceduto da quello che chiamiamo attacco e può essere

seguito da un altro elemento che chiamiamo coda. Quello che deve essere necessariamente

presente è il nucleo sillabico e cioè un elemento o vocalico o consonantico di natura sonante in

grado di portare accento. Può essere preceduto da altri elementi vocalici o consonanti che

chiamiamo attacco e può essere seguito da altri elementi che chiamiamo coda. Ma presenza di

attacco e coda in una sillaba sono facoltativi; ciò che non è facoltativo è il nucleo vocalico come ad

esempio a-bi-to, in questo caso il nucleo vocalico è la –a, oppure attacco seguito da nucleo

vocalico Ba-ri, la sillaba aperta iniziale di Bari. Attacco costituito da più consonanti come bra-vo,

consonante più liquida. Quando descriviamo come sono fatte le sillabe, dato che non ci interessa

la consistenza fonetica dei diversi elementi ma solo capire se sono vocali o consonanti, diremo che

c’è un nucleo vocalico che può essere preceduto (come nel caso di casa) o anche seguito da un

elemento consonantico. Quello che è essenziale è il gruppo vocalico, tra l’altro nella

rappresentazione delle sillabe non do l’indicazione dell’altra possibilità e cioè del fatto che può

esserci anche un elemento sonante. Cosa ha ancora la sillaba da rilevare? Il fatto che la sonorità

della sillaba ha il suo picco nella posizione centrale, e cioè nella posizione del nucleo e quindi, se

ho v oppure c v oppure c v c (c è l’attacco, v è il nucleo vocalico, e l’ultimo è la coda, e questo è

l’andamento della sonorità della sillaba; parte da elementi meno sonori, sale la sonorità perché c’è

un elemento vocalico, cioè l’elemento maggiormente sonoro e poi eventualmente scende).

Abbiamo quindi anche descritto com’è fatta la prima sillaba, la sillaba di iniziale assoluta di una

lingua come l’Italiano. Le sillabe nelle diverse lingue, soprattutto per quanto riguarda la

successione dei suoni nell’attacco e nella coda, devono rispettare le restrizioni fonotattiche delle

diverse lingue. Le sillabe si distinguono, soprattutto nella tradizione di scuola per dare indicazioni

sulla posizione dell’accento, in sillabe pesanti e in sillabe leggere, le prime sono quelle che

contengono una vocale lunga o in cui c’è una consonante che chiude; (le sillabe leggere sono ogni

altra sillaba. In latino la sillaba lunga o breve era importante per la posizione dell’accento). Sillabe

pesanti e leggere o anche dette lunghe e brevi. La sillaba base è la sillaba CV quindi costituita da

un attacco e da un nucleo vocalico: la sillaba aperta, questa è anche la sillaba più frequente in una

lingua come l’italiano. L’intonazione, sovra segmentale di enunciato, si potrebbe definire in modo

impressionistico come la melodia dell’enunciato. E’ un fenomeno generale nel comportamento

linguistico, cioè funziona in tutte le lingue del mondo. Nonostante questo è uno degli aspetti più

difficili da identificare, perché non è facile da rappresentare dal punto di vista visivo (si va da curve

formalizzate in modo raffinato, alle curve più semplici), comunque questo è il mezzo che con più

frequenza le lingue usano per garantire distinzioni. Esempio: “lui sta andando a casa”, “LUI sta

andando a casa?” “lui sta andando a casa!”, c’è una gamma potenzialmente molto vasta di

intonazioni che usiamo, le intonazioni stanno nella langue, in quel patrimonio di conoscenze

condivise da noi che partecipiamo a questa varietà di lingua, motivo per cui capiamo le intonazioni

negli enunciati. A volte però le intonazioni possono essere diverse a seconda del luogo, allora si

possono creare dei fraintendimenti; la curva è sempre ascendente e sempre pone

un’interrogazione sia nel caso del “vieni questa sera?” veneto, sia trevigiano, ma è diversa

fisicamente tra le due varietà e quindi non capiamo se sia una domanda, se sia una presa in giro

ecc. l’andamento però è lo stesso (non c’è condivisione di un codice, nell’esempio). La base fisica

dell’intonazione è fatta di un innalzamento di frequenza quindi dell’intensità della vibrazione

dell’aria che esce dai nostri polmoni. La frequenza aumenta formando dei picchi. Questi picchi ci

fanno percepire in corrispondenza di sillabe diverse, delle acutezze differenti. Ed è per questo che

si parla di melodia dell’enunciato, c’è un salire come un salire in una scala, non di volume, ma di

acutezza, nell’intensità di vibrazione e quindi nella frequenza. Accanto al salire e scendere nella

scala della frequenza ci sono anche, nel contribuire all’intonazione, dei fenomeni di lunghezza

vocalica che combinata con l’altezza ancora di più dà la sensazione di una melodia. L’importanza

dell’intonazione si vede da un punto di vista biologico: le prime cose apprese da un bambino son le

curve intonazionali della madre, per cui pur non sapendo ancora riconoscere i confini fra le unità

della lingua, non associa le unità alla semantica ma percepisce la curva intonazionale, che è quella

della richiesta, della domanda, dell’invito a fare qualcosa. Le ultime invece che si apprendono in

una lingua che non è la nostra, è sempre la curva intonazionale. L’intonazione ha

un’importantissima risorsa, che ha un valore pragmatico: mette in rilievo porzioni di enunciato, da

maggiore prominenza quindi a singole parti dell’enunciato e quindi ci dà informazioni riguardo alla

distribuzione delle informazioni dell’enunciato nel senso che ci dà informazioni riguardo a quali

parti dell’enunciato sono più importanti, ha funzione anche di distinguere enunciati diversi che con

intonazioni diverse hanno valenze diverse. Quindi le due funzioni dell’intonazione sono quelle di

sottolineare quali sono le porzioni dell’enunciato che hanno maggiore rilevanza dal punto di vista

dell’informazione, quelle che sono le formazioni nuove portate dall’enunciato, e dall’altra parte

intonazioni diverse hanno valore distintivo. Distinguiamo ancora tra l’altezza, o livello tonale delle

diverse sillabe e il profilo intonazionale dell’intero enunciato. Ci sono nell’enunciazione delle sillabe

che sono prodotte con un livello tonale più alto, abbiamo detto che l’accento è principalmente una

questione di intensità ma che c’è anche un’acutezza, quindi, ci sono delle sillabe che al di là

dell’intonazione hanno una maggiore acutezza anche solo perché sono sillabe accentate, perché

sono sillabe in finale assoluta di parola accentate che hanno ancora una maggiore acutezza, poi

c’è invece un profilo intonazionale che è indipendente dall’acutezza che le sillabe accentate

intrinsecamente hanno per avere una prominenza uditiva che serve per fungere da accento, e che

ha una funzione differente. Quindi, distinguiamo anche nella fisicità l’acutezza che alcune sillabe

hanno comunque in concomitanza con il fatto che sono sillabe che portano accento e il profilo

intonazionale, l’acutezza diversa, che noi assegniamo ai diversi segmenti sillabici per ottenere

curve intonazioni diverse. Osservazione: alla fine sono poche le risorse foniche con cui abbiamo a

che fare dal punto di vista fonetico; anche le classi fonematiche che abbiamo individuato sono

limitate in numero; ed anche i tratti sovra segmentali (l’accento sempre fatto da una variazione di

acutezza e di intensità, e con una scarsità di risorse di base, e altissima redditività semiotica, arrivo

a risultati di grande rilevanza). Morfologia

Le parole della lingua sono parole modificabili, la morfologia si occupa delle forme della lingua che

sono forme che si modificano. E come si modificano le forme della lingua che chiamiamo parole?

Le parole variano ad esempio perché si trovano in un contesto specifico, quindi il contesto

sintagmatico fa variare le parole e quindi se in italiano ho –belli, questo diventa “i bei bambini”, ho

spostato belli in una porzione di contesto che mi richiede una certa forma di quella parola: queste

sono variazioni delle parole che sono determinate dal contesto in cui vanno ad inserirsi. Le parole

variano in vari modi ma ci sono anche parole che sono invariabili; ci sono delle vere e proprie

classi invariabili del discorso come ad esempio le preposizioni e le congiunzioni dell’Italiano. Ma

come variano le parole? Esempio: che differenza c’è tra queste due variazioni –fare e –contraffare;

oppure –faccio, -facciamo? Nel primo caso parto da una parola per fare un’altra forma (è un certo

tipo di variazione); nel secondo caso invece sono altre forme della stessa parola. Quindi la prima

modificazione porta ad aggiungere nuove parole al lessico, che portano a formare nuove forme di

lessico: -contraffare, rispetto a –fare. Nel secondo caso invece –faccio, -fate, -facciamo, sono altre

forme della stessa parola e quindi ho dei tipi di modificazioni diverse. In entrambi i casi parliamo di

morfologia. La morfologia si occupa di studiare le modificazioni delle parole. Le parole variano

nella lingua perché si trovano in determinati contesti. Variano anche perché da date parole posso

fare altre parole (morfologia derivativa) oppure perché ho altre forme della stessa parola

(morfologia flessiva). Nel primo caso aumento il numero di unità che fanno parte del lessico di una

lingua, nel secondo caso do altre forme della stessa parola in modo da poterla attualizzare nella

sequenza e cioè in modo da poter stabilire quei rapporti con le altre parole della sequenza che

servono per garantire le relazioni di caso, per garantire le relazioni che sono segnalate dalle

categorie grammaticali che servono per tutta una serie di fenomeni sui quali torneremo. Altra

modalità di modificazione morfologica è la composizione, e quindi l’accostamento di basi lessicali

diverse che danno origine a nuove parole come “capostazione”. La composizione è una modalità

di modificazione delle parole che viene studiata dalla morfologia, ha una funzione importante nelle

lingue, ma le modalità di composizione sono diverse da lingue a lingue. (Comunque anche la

morfologia garantisce quel principio di economia della lingua, per cui abbiamo un insieme chiuso di

unità che sono sempre le stesse e si comportano in contesti diversi allo stesso modo e quindi unità

ricorrenti che hanno in contesti diversi lo stesso valore, dovremmo imparare molte più parole). La

morfologia è quindi una grande risorsa semi-otica.

Lez.12

Morfologia

In una teoria generale dei codici, la morfologia è un altro di quegli elementi che garantiscono la

iconicità della lingua e permette non solo il procedimento di coesione (e cioè il garantire quei

fenomeni di accordo per genere, numero, caso, in modo che disposti l’uno dopo l’altro

nell’enunciato sia evidente quali sono le parti che costituiscono la catena) attraverso i fenomeni di

accordo e allo stesso modo permette l’espansione teoricamente infinita del lessico. Come si

arricchisce il lessico? La classe della morfologia è una classe chiusa, mentre quella del lessico è

una classe aperta, le basi lessicali si possono ampliare. Il lessico si amplia attraverso i cambi della

morfologia che permettono di generare parole da altre parole ma poi anche attraverso altri

meccanismi che sono quelli di relazione, che sono il risultato della relazione con altre lingue e

quindi i fenomeni di scambi che diciamo interlinguistici, le relazioni di una lingua con un’altra lingua

si chiamano relazioni interlinguistiche, possono essere scambi (come quelle dei prestiti, dei calchi

e di altri fenomeni) o possono essere relazioni che importano dei condizionamenti reciproci. Per

quanto riguarda i fenomeni intra linguistici parlo di ciò che accade all’interno di una lingua,

all’interno di una specifica varietà linguistica. E quindi il lessico di una lingua si arricchisce per

meccanismi interlinguistici (che sono quelli della morfologia derivativa e della composizione e che

si fanno tramite risorse che sono della lingua stessa) e per rapporti invece di tipo interlinguistico

con altre lingue (e quindi i rapporti di prestito). Allo stesso modo inter e intra li usiamo non solo nei

rapporti tra lingue ma funzionano anche per un rapporto intertestuale, e cioè per un rapporto con

un altro testo. Se parlo di rapporto intratestuali, è il rapporto che c’è dentro al testo con altre parti

del testo, questo si verifica soprattutto tra i pronomi e ciò a cui fanno riferimento ecc. Oppure ci

sono rapporti interfrasali, cioè i rapporti tra due frasi (Ho visto quel Luca di cui mi parlavi). Oppure

rapporto intra frasale tra le unità di una stessa frase. Quindi queste sono categorie, come quella

della marcatezza, che funzionano in più casi. Come si incrementa il lessico di una lingua? Abbiamo

detto tramite il risultato dei rapporti interlinguistici e quindi tramite quei fenomeni di prestito (che

può essere mantenuto così com’è nella forma, non sempre nella semantica, condividono il

significante con l’originale (anche se a volte i foni utilizzati in Italiano, ad esempio possono

ostacolare la giusta pronuncia), non sempre questo accade anche dal punto di vista del significato

perché spesso la semantica di un prestito è una semantica che è limitata ad una sola delle

possibilità della semantica di quella forma. Noi adottiamo un termine del lessico di un’altra lingua

per una sua particolare valenza, adottandola nella nostra lingua, facendone un prestito, eliminiamo

tutte le altre possibilità semantiche che nella lingua di partenza quella forma ha, e manteniamo

solo quella che è pertinente alla realtà che noi stiamo prendendo in considerazione. Esempio> la

forma dell’Italiano padre può essere padre giuridico, il buon padre di famiglia, una forma tipica con

cui parlo del padre con le persone in modo informale, padre fa parte della Trinità, è il Santo Padre.

Quindi queste sono tutte le sfumature della semantica quindi del significato di padre, tutti i contesti

in cui l’italiano padre, funziona in modo differente. Ad esempio nell’ambito del femminicidio, è un

prestito dall’italiano al francese quello del padre-padrone, nel prestito che passa, e che può

rimanere così nella forma, non passano tutte le altre sfumature della semantica che la parola

padre ha in sé, non ci passa il buon padre di famiglia, il Santo Padre, il Padre nostro che sei nei

cieli, ma soltanto quella particolare connotazione della semantica. Il prestito può arrivare identico

(come nel caso di padre-padrone) e quindi la forma rimane identica, ma è la semantica della forma

che non rimane uguale, perché si escludono tutte le altre possibilità semantiche, non si porta tutto

il significato ma soltanto una parte del significato, quello che è pertinente alla realtà che in quel

momento quella forma di lessico rende più precisa nella lingua. Nel prestito bisogna parlare di

lingue di partenza e di lingua di arrivo: la prima è quella dalla quale la forma proviene, la seconda è

quella nella quale la forma si inserisce. Allora diciamo, dalla lingua di partenza, il prestito per

rapporti che chiamiamo interlinguistici e che in certi momenti posso immaginare come rapporti di

contatto determinati da fatti storici (un’invasione, una guerra, uno spostamento di popoli oppure si

può prendere l’esempio della diffusione del lessico romanzo e in tutte le lingue germaniche e in

tutte le altre lingue che sono interessate al flusso culturale dell’Umanesimo) in questo caso il

prestito è accompagnato da un’ideologia, da un certo modo di vedere il rapporto con le cose; per

cui usiamo la terminologia dell’informatica utilizzando prestiti dall’inglese, è il nostro rapporto con

questo mezzo che è sostanzialmente ricalcato sul rapporto che viene dall’ambito anglo-americano.

Il lessico riflette il rapporto con le cose, se il rapporto con le cose è improntato ad un certo tipo di

ideologia, allora anche il lessico è prelevato dall’ambito in cui quell’ideologia è generata. Il prestito

può rimanere così nella forma e può essere parzializzato nella valenza semantica, può essere

anche adattato dal punto di vista fonetico, e cioè nel piano dell’espressione del significante essere

adattato alle consuetudini articolatorie della lingua di arrivo come succede per giardino, che deriva

da garden, ma che è adattato, nell’Italiano alle nostre consuetudini articolatorie, e alla nostra

morfologia, per cui diciamo, giardino ma anche giardiniere, giardinetto ecc. in questo caso

parliamo di prestito integrato poiché inserito nella morfologia e nella forma della lingua d’arrivo.

Anche sport è un prestito integrato perché si può fare derivazione: sportivi, sportivamente ecc.

Weekend invece non è integrato perché non posso inserirlo nel sistema morfologico dell’Italiano.

Altra modalità di ampliamento del lessico di una lingua è quella del calco, altro risultato di un

rapporto interlinguistico. I calchi sono forme che nella lingua d’arrivo, ispirandosi al modello della

lingua di partenza, riproducono la stessa forma sotto più punti di vista. Esempio> ferrovia e

grattacielo sono due calchi dall’Inglese, che si ispirano al modello della forma della lingua di

partenza, che riguarda sia l’accostamento delle due parole, sia la metafora a cui si riferisce la

parola inglese ecc. Ci sono anche calchi che si collocano non a livello lessicale, ma ad altri livelli,

come calchi sintattici, morfologici. Ad esempio: l’italiano non ha la possibilità morfologica di

derivare da qualsiasi sostantivo un verbo (messaggiare non sarebbe corretto, in questo caso è

stata presa in prestito una possibilità della morfologia dell’Inglese, per cui anche in Italiano,

attraverso dei calchi morfologici, vengono creati dei verbi a partire da sostantivi che nella vera

lingua italiana non avrebbero il corrispettivo verbo: è un calco morfologico cioè ci si ispira alla

possibilità morfologica di un’altra lingua per realizzare la stessa cosa, con i mezzi dell’Italiano,

nella lingua d’arrivo). La Morfologia, rispetto al lessico, è una classe chiusa ma non per questo

dev’essere intesa come una classe immobile. In quanto una classe chiusa non dovrebbe mai

potersi arricchire o impoverire, ma se guardiamo al Latino, questa ha una classe chiusa di morfemi

(di morfologia flessionale derivativa) che è assolutamente cambiata nelle lingue romanze. Quindi è

una classe chiusa, ma che con una serie di stratagemmi comunque cambia. E’ una classe chiusa

ma non per questo immobile.

La segmentazione del continuum della catena, importa che noi riconosciamo dei confini, i primi

confini che ci sembra di intuire sono i confini di parole, che è un concetto che è presente in quella

cognititio clara confusa, a tutti i parlanti (una prima segmentazione della catena quindi è chiara a

tutti i parlanti, sono stati effettuati degli esperimenti da cui è emerso che tutti i parlanti, anche se

non conoscevano la lingua con la quale erano obbligati a confrontarsi, riuscivano a riconoscere le

unità di base della catena, le parole, anche se con problemi di definizione; sono unità che sono

definite come l’associazione di un significante e di un significato e quindi non necessariamente

coincidono con i confini della parola (lupo è composto da due unità di prima articolazione, due

porzioni di significante che si associano a due porzioni di significato possibilmente più piccole della

parola, e abbiamo detto che queste sono le minime unità linguistiche dotate di significato e le


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del testo letterario e della comunicazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valemodda di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di linguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Solinas Patrizia.

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