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fondamenti di linguistica II, Solinas Appunti scolastici Premium

I contenuti di questi appunti consistono in rielaborazioni personali del Publisher valemodda, matricola 865030, delle lezioni di Fondamenti di linguistica in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Solinas Patrizia.

Esame di Fondamenti di linguistica docente Prof. P. Solinas

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ESTRATTO DOCUMENTO

riparte “e da quanto vive in America?”, ora il dato è “vive in America” mentre il nuovo è “e da

quanto”. La risposta è “vive in America da tre anni”, ora il dato è “vive in America” mentre il

nuovo è “da tre anni”. E’ questo un esempio di dinamismo comunicativo (oscillamento

pendolare dell’evocazione di una conoscenza già condivisa e adoperata come punto di

partenza, con un’aggiunta di una conoscenza successiva che è nuovo, una trasformazione nel

nuovo in dato, a cui si può aggiungere ancora un nuovo e così via). Un elemento può essere

dato anche se non è mai stato pronunciato nell’enunciazione perché è parte del contesto

extralinguistico, può quindi non essere evocato da mezzi linguistici, ma essere dato in quanto

presente. La distinzione tra tema e rema non coincide con quella tra dato e nuovo.

Riassunto: quindi la distinzione delle parti dell’enunciato in tema e rema è posto dal punto

di vista dell’emittente e delle manovre che fanno parte della strategia enunciativa

dell’emittente, mentre l’organizzazione dell’enunciato in parti che si posso definire dato e

nuovo, fa riferimento al ricevente. Lo statuto di dato e nuovo è destinato a invertirsi in un

processo oscillante nel procedere dell’enunciazione. La organizzazione della conversazione

in aperture e risposte nella conversazione e dovuta all’ipotizzare che nella conversazione vi

siano degli scambi continui di turno. Definisco conversazione quella interazione

comunicativa nella quale si danno per presupposti dei turni in cui emittente e ricevente si

scambiano i ruoli.

Interfaccia fonologico strutturale: è una possibilità importantissima nella conversazione e cioè

quella di mettere a tema grazie ai sovrasegmentali come la curva intonazione, e il fatto di poter

utilizzare pause in certe posizioni. Esempio> “dimmelo (pausa) se vieni”; “dimmelo se vieni” con la

pausa è possibile ottenere una distinzione di messa a tema differente.

Lez.19

La semantica

La semantica è quella parte della linguistica che si occupa dello studio del significato che le lingue

convogliano. Da sēmantikós> segno/significato. E’ solo in epoca recente, dalla fine dell’Ottocento,

che questo termine si è stabilizzato per designare l’ambito di studi riguardo al significato in

linguistica. L’interesse verso il significato è sempre stato un elemento importante della riflessione

filosofica occidentale da Platone, Aristotele agli stoici ecc. Perché si stabilizza tardi lo studio del

significato in ambito linguistico? Perché quando si parla del significato sembra di parlare di

qualcosa che è inosservabile rispetto a quando si parla della morfologia o della fonologia. Il

significato essendo molto poco osservabile mette in difficoltà per la sua scarsa rappresentabilità; a

priva vista rappresenta una realtà che sfugge all’analisi, alla capacità di ridurlo a ragione; infatti

ancora oggi non c’è una modalità descrittiva che metta il livello di analisi del significato nello

stesso status descrittivo degli altri livelli di analisi. Per fare fronte all’invisibilità del significato si

è tentato di creare degli alfabeti semantici cioè dei sistemi di notazioni simboliche capaci di

visualizzare i significati in maniera stabile, regolare e trasparente come faremmo con un

alfabeto fonetico, solo che al posto di identificare con un segno uno specifico suono, il

segno/rappresentazione corrisponderebbe ad uno specifico significato. I risultati sono tuttavia stati

parziali, poiché si tratta di un tentativo caratterizzato da interminabilità; non è possibile

identificare tutti i significati di una lingua. In genere l’analisi semantica applicandosi ad un lessico

decisamente ampio procede per sondaggi, si esercita su piccoli frammenti di dati, su famiglie di

parole dalle quale si possono astrarre elementi semantici comuni; oppure si dedica alla formazione

di teorie generali. L’ambito del significato è l’aspetto della lingua meno strutturato; più esposto ai

fattori individuali e soggettivi, e perciò la linguistica che vuole costruire i propri metodi in una

maniera rigorosa tende ad occuparsene il meno possibile, tende a non approfondire quella

variabile soggettiva dell’individuo, capace di “scombinare le carte”. Se dico “la guerra! La guerra!” è

possibile vedere in questo enunciato un significato diverso: l’annuncio di un avvenimento

drammatico che sta avvenendo, ma se invece siamo due vecchi signori che si rincontrano e si

dicono “la guerra! La guerra”; per loro significa “ah ti ricordi quei tempi?”, se invece ho una fabbrica

di armi “la guerra!” ha un altro valore ancora ed indica un incremento lavorativo, quindi c’è una

soggettività nel senso che viene attribuito (lutto, rimpianto, insoddisfazione, guadagno) che sono

indeterminabili a priori perché sono solo le circostanze della situazione di ciascun parlante e

ricevente che determinano il senso di questo enunciato. Questo carattere soggettivo del significato

spaventa e d’altra parte non è facilmente superabile.

Quanti tipi significato ci sono?

Il significato è l’altra faccia del segno linguistico rispetto al significante, il significato è contenuto

mentale, è ciò che si associa ad un significante del segno linguistico per veicolare dei contenuti, è

quindi la parte concettuale di un segno linguistico. Il significato dal punto di vista strutturale non

può essere definito solo nell’ambito di un singolo segno linguistico, ma va definito nell’ambito delle

relazioni che questo segno intrattiene con gli altri elementi di quel sistema del significato. Abbiamo

detto che l’idea di prendere il cavallo e mettere sopra il significante cavallo (come sequenza di

suoni riferiti a classi fonologiche di una certa lingua) e sotto il significato cavallo (come idea

mentale del cavallo riferito ad un referente extralinguistico), schema che è stato adottato da

Saussure dal quale arriva l’idea dell’arbitrarietà verticale, orizzontale, ha reso reale una realtà, cioè

quella del segno linguistico isolato, che non era nella mente di Saussure, questa esemplificazione

ha portato la sensazione che esistesse un significato legato a un significante e che questo fosse

isolabile, ma le cose non stanno così, nella concezione strutturalista ciascun significato si definisce

in relazione agli altri significati della lingua, quindi esiste un sistema del significato di ciascuna

lingua, che non possiamo determinare perché è impossibile fare l’analisi dell’intero sistema

(indeterminabilità), ma dobbiamo avere prima in mente che la descrizione che facciamo deve

tenere conto del fatto che ciascun significato, ciascun ambito di significato quale entità

squisitamente linguistica, è definito dai confini delle altre unità del significato. Quindi non esiste

bianco come significante con il significato bianco e cioè l’idea mentale di bianco, ma esiste,

nell’ambito del significato, uno spazio che è quello del bianco che è delimitato da quello del bianco

lucente, da quello del nero, da quello del verde ecc. sta in sistema con gli altri significati.

Questo e non l’isolamento dell’unità segno è quello che rispecchia la prospettiva saussuriana, il

fatto che invece tutta una tradizione di studi riporti il segno come isolato, fatto di significante e

significato, il significato che si possa definire isolatamente è la conseguenza di un fraintendimento,

di un’assunzione come teoria di una modalità che invece serviva a proporre agli studenti questo

tipo di relazione. Nessun significato si definisce di per sé, ma ciascun significato essendo

significato in questi termini e cioè un’entità squisitamente linguistica, si definisce: in

relazione, per negazione, per opposizione ai confini che sono stabiliti dai confini degli altri

significati della lingua. E’ in sistema. Adesso parleremo di questi sistemi, dopodiché vedremo

l’idea di sistema del significato.

Se poi andiamo a vedere che ci sono diversi tipi di significato (perché anche quando prendiamo

delle parole come gatto e libertà si tratta di significati diversi, per gatto il significato è facile da

identificare tant’è che identifichiamo facilmente il referente extralinguistico e cioè l’oggetto che sta

al di fuori della lingua al quale questo significato si può applicare, per libertà è più difficile, perché

si tratta di un contenuto mentale molto più soggettivo, possiamo anzitutto parlare di che cos’è la

libertà a livello linguistico, di che cos’è invece la libertà come contenuto mentale (può essere la

libertè dei francesi o la libertà americana ecc.) comprendiamo quindi che è molto più soggettiva la

libertà e che in quanto legata ad uno specifico contesto culturale, è una costruzione culturale.

Quindi ci sono più tipi di significato:

1. Significato sociale: se io mi rivolgo a qualcuno dandogli del lei, questo uso di una modalità di

lingua ha un significato sociale, cioè determina i ruoli, una certa distanza ed un certo rispetto

fra le persone. Dire “buongiorno!” ad una persona piuttosto che “heilà!” ha anch’esso un

significato sociale, l’augurare “buonasera” è un congedo che mette in chiaro i ruoli sociali.

Anche il registro linguistico ha un significato sociale. Le stesse forme di lingua assumono

significati diversi a seconda delle relazioni sociali che queste vanno a marcare fra gli

individui.

2. Significato denotativo: è il significato che va a descrivere con oggettività quel significato. La

distinzione fra significato denotativo e connotativo parte da quel fraintendimento iniziale del

sistema di Saussure che viene da tradizione di scuola, per cui è possibile isolare un significato

(cosa in realtà impossibile perché il significato funziona sempre in sistema con gli altri

significati) ma nel momento in cui io accetto questa finzione di poter isolare il significato per

poter descrivere, esattamente come io accetto altre finzioni (quella di poter fermare nel tempo

la lingua) parlo di significato denotativo quando considero quella descrizione “oggettiva” che

corrisponde a quella che troviamo nelle definizioni del dizionario e quindi gatto: felino

domestico. Quindi un insieme di caratteristiche che vanno oggettivamente, con una

condivisione da parte di tutti i parlanti che non può essere negata, a descrivere un certo

significato.

3. Significato connotativo: significato che porta traccia di quelle sfumature importate da

soggettività nell’uso della lingua, e quindi per esempio, se odiamo i gatti perché abbiamo

vissuto un episodio negativo che ci ha segnato, allora daremo al gatto un significato di

“animale negativo”. Quindi il significato connotativo è quello che ha delle sfumature di tipo

personale, emozionale, soggettivo. Tuttavia questa sopra (che è la definizione del libro) non è

la più corretta. Prima di presentare la giusta definizione di significato connotativo, introduciamo

altri due concetti che vengono dalla matematica e dalla logica.

Intensione ed estensione per ridefinire: nome proprio, iperonimia, iponimia, significato connotativo

e denotativo, sinonimia

Sono concetti che derivano dalla logica e dall’insiemistica in matematica. Quella parte della

linguistica che si occupa del significato, che è la semantica, li utilizza e intende per intensione

l’insieme delle caratteristiche definitorie di un certo significato e per estensione l’insieme

degli oggetti esterni alla lingua a cui quel certo significato può applicarsi. Possiamo dire che

descriviamo l’intensione di un certo significato attraverso una serie di tratti di significato (quelli che

sono stati cercati negli alfabeti semantici) che combinati assieme vanno a definire un certo

significato. Esempio: l’intensione di gatto sarà un animale, felino, domestico, di piccole dimensioni

(una serie di tratti, di caratteristiche di significato che vanno a definire quei termini dell’intensione).

L’estensione invece è l’insieme degli oggetti della realtà ai quali questo significato può essere

applicato, e allora tutte quelle entità extralinguistiche alle quali posso applicare questo significato.

L’intensione è l’insieme delle caratteristiche definitorie di una classe, classe che non sta nella

lingua ma sta al di fuori della lingua, l’insiemistica da le caratteristiche definitorie degli elementi che

possono stare all’interno di un insieme e poi descrive i vari sottoinsiemi con delle ulteriori

caratteristiche di intensione; la logica fa la stessa cosa in altro ambito con oggetti più astratti.

Intensione ed estensione ci aiutano a definire meglio il significato denotativo e significato

connotativo. Potremmo dire allora che il significato denotativo è il significato intensionale, e

cioè quella serie di caratteristiche definitorie condivise nella coscienza e nella competenza

di tutti i parlanti che vanno a definire un certo significato. L’estensione è l’insieme degli oggetti

della realtà al quale quel certo significato si può applicare. Il significato connotativo è una

matrice intensionale caricata di tratti che sono invece soggettivi, non sono più

universalmente condivisi ma sono soggettivi e quindi legati ad un particolare contesto

d’uso, ad un particolare gruppo di parlanti, a situazioni che non sono pertinenti all’intero

gruppo sociale che usa quella lingua ma solo a parziali contesti d’uso o a parziali gruppi

all’interno di questo. Ecco che attraverso i concetti di intensione e di estensione abbiamo

ridefinito i due significati del libro; altresì un’intensione diversa va a definire un’estensione diversa,

maggiormente definita è l’intensione di un significato, più ristretta è l’estensione. Se dico fiore,

gladiolo o rosa, il gladiolo e la rosa sono contenuti certamente nell’estensione di fiore, potrei

descriverli infatti attraverso la stessa matrice intensionale di fiore, ma per arrivare ad identificare il

gladiolo e la rosa, devo incrementare ulteriormente la matrice intensionale. Se io dico mobile ho

una certa matrice intensionale, se dico tavolo e sedia che sono comunque mobili devo

incrementare la matrice intensionale, cioè devo aggiungere ulteriori tratti; allora ho una matrice

intensionale più definita (cioè caricata di ulteriori tratti) ma questa matrice intensionale più definita

fa in modo che l’insieme di oggetti della realtà a cui io posso definire un certo significato, si

restringe. Mobile ha una certa matrice intensionale e si riferisce ad un insieme di oggetti della

realtà che comprende le sedie, i tavoli, i pianoforti, gli scaffali, le poltrone, invece poltrona ha una

matrice intensionale che coincide in parte con quella di mobile ma che va ad essere poi

maggiormente definitiva con ulteriori tratti e questo fa sì che si restringa la sua estensione e cioè

l’insieme degli oggetti della realtà a cui io posso applicarla. Tramite questi due concetti proviamo a

definire la iponimia e la iperonimia (importanti nell’ambito dell’ordine che si può fare dei rapporti di

significato). Partiamo però prima dai rapporti di sinonimia, per poi ridefinire i concetti di iponimia e

iperonimia. Per rapporto di sinonimia intendiamo due significanti diversi che fanno riferimento ad

uno stesso significato. Proviamo in ambito semantico e tramite intensione ed estensione a

ridefinire il rapporto di sinonimia: sinonimi sono due significanti ai quali si associa la stessa

matrice intensionale; non esistono due sinonimi perfetti perché (ad esempio) tra papà e padre,

per quanto ci sia una coincidenza di significato, ci sono delle caratteristiche dell’una e dell’altra

forma per cui uso una in contesti familiari e di confidenza, e l’altra in contesti sociali più distaccati o

nei quali io e mio padre non siamo così conosciuti all’interlocutore. Quindi al di là dell’ufficiosità del

contesto è importante anche se nel contesto si è a conoscenza della persona per determinare la

scelta di padre o papà. Se invece parliamo di matrici intensionali, diremo che nella matrice

intensionale di papà che è sinonimo di padre, ci sono dei tratti diversi che fanno riferimento al

contesto d’uso e alla situazione di confidenza dei parlanti con nostro padre. Così come se devo

fare la differenza tra anziana e vecchia, in anziana ci sarà un tratto più cortese, che invece non

appare in vecchia, riferita per esempio alla vicina di casa che “rompe le scatole”. Quindi attraverso

il concetto di intensione ho ridefinito il concetto di sinonimia: i sinonimi sono due forme che

hanno significante diverso, ma che hanno una matrice intensionale che coincide pressoché

in tutto a parte che per i tratti che vanno ad identificare i contesti d’uso, che sono differenti

per i sinonimi. Il rapporto di omonimia invece è un rapporto che si stabilisce tra due forme

che hanno lo stesso significante che fa riferimento a matrici intensionali differenti. Esistono

poi rapporti di antonimia, di iperonimia e di iponimia. E’ iperonimo un significato che può contenere

al suo interno altri significati (dice il libro) un esempio è fiore perché può contenere al suo interno

altri significati; è infatti in rapporto di iperonimia con rosa, gladiolo, girasole ecc. Fiore è iperonimo

in quanto definisce una categoria più ampia all’interno della quale io trovo tutti gli altri significati. Il

significato di rosa, gladiolo, margherita ecc. è contenuto all’interno del significato di fiore. Si chiama

rapporto di iperonimia quello che fiore stabilisce con rosa, gladiolo ecc. si chiama rapporto di

iponimia (quindi sta al di sotto) quello che rosa, gladiolo e margherita stabiliscono con fiore. Un

iperonimo ha quindi i suoi iponimi. Vediamo però di ridefinire questi concetti espressi dal libro

attraverso i concetti di intensione ed estensione. Diremo che un iperonimo ha una matrice

intensionale meno definita, ha un’estensione più ampia. Viceversa, un iponimo ha una

matrice intensionale più definita perché ci vogliono delle caratteristiche in più per essere

precisamente rosa rispetto ad essere genericamente fiore ma un’estensione (un insieme di

oggetti della realtà al di fuori della lingua ai quali può essere definito) che è più ridotto.

Vediamo tramite le stesse categorie di intensione ed estensione di definire un nome proprio. Un

nome proprio come Po’ ha come insieme degli oggetti della realtà a cui posso riferire il nome Po’

un solo oggetto; mente non ha intensione. Quindi il nome proprio funziona senza intensione

(non ci sono delle caratteristiche definitorie di Giacomo Leopardi come invece ci sono in

felino domestico) e c’è invece un’estensione che è fatta da un insieme che contiene per

definizione un solo elemento (quando infatti parlo di Giacomo Leopardi, il nome proprio

funziona per identificare un solo individuo).

Parole piene e parole vuote

Il libro poi distingue, sempre tra le diverse tipologie di significato, tra significato di parole piene e

significato di parole vuote: se abbiamo gatto e libertà abbiamo un significato diverso da parole

come di, per, ma ecc. e cioè abbiamo parole che portano un significato che è di tipo strutturale e

parole che portano un significato di tipo lessicale. Esempio: se dico “il presentatore ha annunciato

il cantante”, facciamo che cancello presentat-; che cancello annunciat-; e che cancello -cantante e

mantengo solo una struttura: il X ha X il X. So che il; ha; il; sono parole vuote mentre presentatore;

annunciatore; cantante sono parole piene e so che le prime hanno un significato strutturale mentre

le seconde hanno un significato lessicale. Ma se io tolgo i significati lessicali, mi rimane una

struttura nella quale ci sono dei significati perché questa struttura dice, il (qualcuno che

normalmente fa un’azione), ha (ha fatto un’azione e l’ha fatta nel passato, quest’azione importa un

oggetto) il (oggetto che eventualmente fa un’altra cosa). Se io poi metto il venditore ha maltrattato

un passante, oppure il fruttivendolo ha venduto la frutta, ho la possibilità di inserire diversi elementi

lessicali in quella che è una griglia di significato strutturale e che è definita dalla morfologia. Quindi

non soltanto significato strutturale per le cosiddette parole vuote (cioè quelle che non

portano significato lessicale) ma un significato strutturale che riguarda la struttura di

significato portata dalla morfologia. Quindi anche senza lessi ci sono dei significati che

sono veicolati (questo per dare un’idea delle varietà del significato).

Le riflessioni sul significato: Aristotele, Locke e linguistica strutturale

Nella storia della riflessione linguistica si sono succedute ed intrecciate varie concezioni generali

del significato. Tutte le concezioni filosofiche sul significato sono per noi da sfondo alla teoria del

significato che presentiamo in linguistica. Però non si può non conoscere come sfondo alla nostra

concezione strutturale del significato, la concezione preferenzialista, quella che viene

dall’ermeneutica di Aristotele, dove Aristotele analizza il linguaggio secondo la prospettiva di tre

ordini di entità: le immagini mentali delle cose (Aristotele dice: quello che sta nella mente); le

parole foniche (Aristotele dice: è quello che sta nella voce e con le quali noi gestiamo le immagini

mentali); e le cose. Il rapporto fra le cose e l’immagine mentale delle cose è un rapporto

necessario. Nel momento in cui io stabilisco che il rapporto fra le cose e le immagini mentali delle

cose è un rapporto necessario, vuol dire che nella mente di tutti gli esseri umani stanno le stesse

immagini mentali e che quindi le immagini mentali sono universali. A queste immagini mentali che

sono universali corrispondono delle etichette foniche, che Aristotele si accorge che sono diverse

da lingua a lingua. Partendo dal presupposto che le immagini mentali sono in un rapporto

necessario e quindi sono una proiezione nella mente delle cose (le cose sono nella realtà per tutti),

le immagini mentali sono identiche per tutti, costituiscono un punto di mediazione fra le cose che

stanno all’esterno della lingua e le sequenze foniche che possono essere differenti. Questo

importa un approccio universale, quindi importa l’idea che tutte le lingue abbiano etichette diverse

ma per le stesse idee mentali. Questa, per noi che studiamo linguistica, è una descrizione un po’

ingenua poiché nel nostro modello vediamo il significato come sistema e come definito dai rapporti

con gli altri significati, e dal momento che abbiamo definito arbitrario il rapporto tra un significato e

gli altri significati, tra forma e sostanza del significato, non possiamo condividere l’idea che le idee

mentali, e cioè le immagini delle cose, sia universale e che quindi tutti gli esseri umani abbiano le

stesse idee mentali perché si tratta di definizioni che hanno un carattere assolutamente culturale

legato ad un certo momento storico, ad una certa modalità di guardare alla realtà o ad una certa

modalità della realtà di influire nella nostra vicenda personale (esempio: capacità delle femmine

che hanno di distinguere tra calze, collant, calzettoni). Anche all’interno di un gruppo sociale molto

ristretto non ci sono idee mentali alle quali corrispondono etichette universali, tant’è vero che alla

stessa idea mentale, le femmine fanno corrispondere cinque/sei etichette, i maschi una sola

etichetta. Quindi il rapporto necessario tra cose e le immagini delle cose è ciò che rende per noi

questa prospettiva preferenzialista non accettabile. È ciò che ha fatto in modo che Saussure

stesso dicesse che questa concezione ingenua è la concezione di una lingua come nomenclatura

(associo a delle immagini mentali delle etichette di volta in volta diverse, le immagini mentali sono

universali) che non corrisponde alla realtà. Altra grande concezione del significato, sempre

elaborata in ambito filosofico è quella che vede il significato come un costrutto mentale. E’ quella

che va peraltro a parziale correzione della prospettiva preferenzialista aristotelica. Siamo nel XVII

secolo e il nome che figura in questo scenario è quello di John Locke. Per John Locke i

significati delle parole si dividono in due grandi categorie: quelli che sono significati riferiti a parole

che si riferiscono a entità immediatamente percepibili dalla realtà e facilmente identificabili con i

sensi e quindi cavallo, cane, duro, freddo, bagnato, oppure enti razionali che però possono essere

definiti con la mente come triangolo, numero; e d’altra parte la categoria dei significati di parole che

non si riferiscono a percezioni immediate, ma a combinazioni di percezioni immediate e quindi

trionfo, parricidio, incesto (combinazione di più percezioni immediate). Mentre i significati semplici

quindi duro, freddo, gatto possono essere considerati uguali per tutti perché corrispondono a dei

modelli che sono nella realtà (e quindi si mantiene in parte la concezione preferenzialista

aristotelica per cui corrispondono a idee mentali che sono universali in quanto in rapporto

necessario con le cose) ciò che invece è pertinente solo culturalmente legato ad un certo contesto

storico/culturale è la combinazione degli elementi semplici e quindi da delle idee di base che si

riferiscono a percezioni concrete o a entità percepibili con la mente (ma la mente degli esseri

umani è uguale e quindi numero, triangolo). Da una parte abbiamo i significati universali, d’altra

parte i significati come processione, incesto, parricidio che sono legati ad un contesto culturale in

quanto la combinazione diversa di significati semplici dà come risultato parricidio e questo è legato

ad un contesto culturale. Quindi questo modo elaborato da Locke, ha in parte corretto quella

concezione ingenua della teoria preferenzialista di Aristotele. Infine arriviamo all’inizio del

Novecento, in cui il significato è stato considerato un’entità squisitamente linguistica che non ha

niente a che fare con le cose che stanno al di fuori della lingua. Nel momento in cui considero la

lingua come un sistema, considero anche il significato come un sistema organizzato in una

struttura, e questa struttura che è l’insieme delle relazioni degli elementi del sistema, è diversa da

lingua a lingua. Le motivazioni per cui questo sistema sia diverso da lingua a lingua, sono le stesse

che ci presenta Locke, e cioè derivano dal fatto che ciascuna lingua determina i suoi significati

sulla base del fatto che siano più o meno pertinenti a livello sociale ecc. ma a differenza dell’analisi

di Locke, ora la concezione strutturale di ciò che sta al di fuori della lingua e del sistema non

interessa più, e si guarda solo al significato come sistema squisitamente linguistico che definisce i

diversi significati sulla base di relazioni tra gli elementi che sono diverse da lingua a lingua. Si

disinteressa del perché queste relazioni sono determinate in un certo modo. Il sistema del

significato delle ragazze che dividono calze, calzini, da calzettoni è organizzato in tre elementi, la

linguistica strutturale lo guarda e lo descrive, lo confronta con quello dei maschi che invece hanno

un’unica categoria, quella delle calze. Il perché per i maschi sia poco pertinente la distinzione non

interessa minimamente alla linguistica strutturale che descrive invece quello che trova, e quello

che trova mostra l’arbitrarietà del rapporto tra forma e sostanza del significato, mostra l’arbitrarietà

del rapporto tra significato e significato nel sistema di significato della lingua. E togliendo il

problema del rapporto tra idee, parole e cose, si semplifica la questione. Per riassumere: la

linguistica strutturale vede il significato come un sistema esattamente come vede la lingua

come un sistema, e all’interno di questo sistema che è un sistema che sta nella lingua, i

rapporti fra i diversi elementi sono reciprocamente definiti. Questi rapporti si chiamano

struttura, la semantica che facciamo noi si chiama semantica strutturale in cui i rapporti fra

gli elementi sono definiti reciprocamente dagli elementi stessi. In questa semantica

strutturale, il poter descrivere il significato di un solo elemento di quello che chiamiamo

segno è una finzione perché in realtà sono definiti dai confini degli altri significati che con

questo stanno in sistema. La finzione, tuttavia, del segno come entità isolabile mi permette

di descrivere tramite intensione ed estensione i vari tipi di significato e vedere più

semplicemente come questo funzione nell’essere in atto della lingua.

Senso e significato

La lingua funziona come una macchina per comunicare e non veicola significati, ma veicola sensi.

La somma dei significati che troviamo in un enunciato, non è sufficiente per dirci qual è il senso di

quell’enunciato. Distinguiamo allora significato da senso. Per significato intendiamo quello che

abbiamo finora descritto in termini strutturali o in termini di intensione ed estensione con la finzione

della possibilità di isolare il significato di un unico segno. Per senso intendiamo ciò che viene dalla

lingua nel momento in cui questa è in atto. Ancora una volta possiamo parlare di significato

nell’astrazione di descrizione del sistema, mentre quando guardiamo alla lingua in atto parliamo di

senso. Ciascun enunciato veicola un senso e non un significato, e l’insieme dei significati dei vari

elementi che si combinano in quell’enunciato non sono sufficienti per dare il senso. Abbiamo in

parte avuto accesso a questa distinzione quando abbiamo visto nei testi poetici il significato

letterale distinto dal significato metaforico “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”: possiamo

descrivere tutti questi elementi tramite delle matrici intensionali, ma anche quando abbiamo messo

tutte vicine queste matrici intensionali tuttavia non abbiamo raggiunto il senso. Nessun enunciato

funziona per significato perché il significato è un sistema se lo guardiamo dal punto di vista

strutturale, e questi significati stanno solo nella descrizione del sistema, la lingua in atto

veicola non significati ma sensi e i sensi sono dati dal rapporto tra l’enunciato e il contesto

di enunciazione. Il contesto di enunciazione non è dato solo dall’immediato contesto

extralinguistico ma anche dalle conoscenze che i parlanti condividono dalle preconoscenze

che condividono in quanto partecipanti ad un medesimo momento storico culturale, ad una

certa serie di conoscenze, ad un’enciclopedia ecc. Esempio celebre per descrivere la

differenza tra senso e significato che faceva un linguista rumeno, probabilmente il più grande

linguista del XX secolo Eugen Coșeriu: diceva “quando io ero più giovane e mi trovavo chiuso in

una stanza con una signora, se la signora diceva “fa freddo qui” il significato di questa frase per

me era chiaro ed anche il senso, perché immediatamente avevo capito cosa voleva che le facessi

per riscaldarla, adesso sono passati gli anni, sono più vecchio ed anche le signore con cui mi

accompagno sono più vecchie, e quindi quando una signora mi dice “fa freddo qui” la situazione fa

in modo che io non pensi al senso a cui facevo riferimento trent’anni fa, ma pensi alla finestra se

eventualmente può essere chiusa, pensi se intorno c’è la pelliccia della signora e questa vuole da

me la cortesia che gliela passi, penso al fatto che la signora voglia in qualche modo cambiare

stanza” Eugen Coșeriu evidenzia quindi come il senso di una medesima espressione linguistica in

situazioni contestuali diverse porti a sensi diversi. La lingua non veicola significati, la lingua in

atto veicola sensi, il significato sta nel sistema, nel sistema descritto come astrazione.

Lez. 20

Quindi lo scetticismo nei confronti della semantica è dovuto alla convinzione che il significato abbia

la sua carica di soggettività che rende profondamente indistinta la concezione del significato. Se

dico ad esempio “passami il libro di linguistica” pensando al libro di linguistica come al libro che

detesto, c’è un tipo di relazioni che vanno ad instaurarsi tra l’enunciato (la produzione linguistica) e

l’insieme del contesto. Se invece sono orgogliosa di quel libro, il tipo di relazioni sarà diverso.

Questo atteggiamento personale ci ha portati a distinguere tra senso e significato, il senso è

l’insieme delle associazioni occasionali e irrepetibili che si legano ad un enunciato, e

queste associazioni occasionali, cioè legate a quella specifica enunciazione (occasione

comunicativa) e irrepetibili perché le condizioni specifiche di emittente e ricevente e di

contesto extralinguistico di una enunciazione non sono mai quelle di un’altra enunciazione,

sono legate all’esperienza individuale dell’emittente e del ricevente. Ogni enunciato, oltre ad

un senso, ha anche un significato; e cioè dice delle cose riguardo a delle altre cose e questo è

uguale, per un’alta percentuale, per tutti i parlanti di una certa lingua. Si può dire allora che il

significato ha una apparenza di stabilità e di condivisibilità da parte di tutti i parlanti, con una

invarianza che è comune, esempio “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, il significato lo

capiamo tutti (il significato letterario), esiste però un senso che si lega solo all’occasione specifica

dell’enunciazione. In questo senso abbiamo introdotto la differenza tra denotazione e

connotazione, se io dico “Bobby è un cane”, oppure “il tenore questa sera era un cane”, ho usato

la stessa forma di lingua ma nel primo caso il significato è animale mammifero, nel secondo caso

invece il significato è un significato spostato, ma tutti capiamo allo stesso modo in che senso è

stato spostato, possiamo spiegarci più o meno quali sono i percorsi di questa deriva metaforica a

determinare il significato di cane che funziona in “ il tenore era un cane”. Quindi vi è un significato

primario e poi vi è un significato spostato che si realizza tramite un procedimento metaforico. Di

fronte a significati come questi noi abbiamo distinto tra significato denotativo (quello che

va a descrivere una parola nella sua prima significazione) e significato connotativo

(significato spostato, una connotazione) secondo una distinzione che deriva prettamente dalla

logica e dalla filosofia. Questo significato spostato di cane entra a far parte del significato condiviso

della parola cane, non si tratta di una concezione occasionale, si tratta di un tratto di significato di

cane, che è condiviso, così come nella differenza tra topo e sorcio, topo ha una indicazione neutra

mentre sorcio presenta una connotazione più “affettiva”. Quindi per connotazione intendiamo

proprio questa sfumatura di significato. Le lingue non portano sempre le stesse sfumature di

connotazione e quindi c’è la necessità di aggiungere aggettivi, avverbi così da ripristinare la

chiarezza del significato tramite altri mezzi, perché quella sfumatura di connotazione non sempre

corrisponde in un’altra lingua, per esempio l’italiano “lui è un gallo” in un’altra lingua non porta la

stessa sfumatura di uomo che si gonfia in modo un po’arrogante nell’ambito delle “conquiste”

femminili, e di conseguenza necessita di ulteriori chiarificazioni.

L’analisi componenziale

La procedura più conosciuta per l’analisi semantica a livello di parola (a livello di quella

astrazione che è una finzione della linguistica per cercare di descrivere anche questo livello

di analisi come gli altri livelli di analisi, in realtà le unità minime di significato che abbiamo

sono definibili sono all’interno delle relazioni del significato di una lingua, quindi l’idea di

poter isolare un segno che ha una descrizione del suo significato come isolato, è una

finzione così come la finzione di poter isolare uno stadio di lingua in sincronia) che si

chiama analisi componenziale poggia sull’ipotesi che il significato delle parole piene (aggettivi,

avverbi ecc.) possa essere disaggregato in elementi più piccoli e che questi elementi più piccoli si

possano chiamare componenti semantici o tratti semantici (etichetta che mi fa capire l’intento di

uniformare la metodologia di analisi ai vari livelli; abbiamo trovato i tratti anche in fonologia quando

abbiamo detto che è necessario scomporre il fonema in tratti che si realizzano simultaneamente e

che abbiamo descritto come tratti binari e cioè tratti più o meno, sì o no, zero o uno, assente e

presente, abbiamo trovato anche il modo di descrivere tramite una notazione binaria i tratti che non

sono binari, ma che sono graduali, e abbiamo tradotto una serie di espedienti, però a livello

fonologico abbiamo descritto il fonema come un fascio di tratti) dicevamo, questa analisi

componenziale poggia sull’idea che il significato delle parole possa essere scomposto in pezzettini

più piccoli di significato che si chiamano componenti semantici; questi componenti semantici,

nell’intento di uniformare il metodo di analisi, sono detti tratti semantici, esattamente come

sono detti tratti quelli che descrivono il fonema in fonologia. L’idea di un’analisi componenziale era

già stata ipotizzata negli anni ’30 da Louis Hjelmslev che aveva distinto tra forma e sostanza del

significato e forma e sostanza del significante, lui muoveva dall’idea che l’analisi del significato

potesse essere scomposta in componenti più piccole, l’idea ancora prima era quella di Locke che

distingueva tra significati primari e composti, anche secondo lui quindi il significato poteva essere

“scomposto ulteriormente”. Louis Hjelmslev chiamava queste entità figure di contenuto associando

diverse figure di contenuto che anche per lui erano simili ai tratti fonologici, dicendo che questi

dovevano essere “in numero più possibile illimitato”. L’idea quindi di isolare un numero ristretto di

tratti semantici per descrivere come si fa in fonologia tutte le classi fonematiche di una lingua, e

quindi, tutti i significati di una lingua, è bella ma difficilmente realizzabile. Vediamo perché:

facciamo che io voglia descrivere i tratti e quindi le componenti semantiche ecc. della parola cane:

maschio, canino, adulto. Procedo come ho fatto in fonologia e avrò per la parola cane tre tratti:

cane> + maschio cagna> +femmina

+ canino +canino

+adulto +adulto

Il tratto maschio e femmina si può organizzare in modo binario, posso usare solo +/- maschio, e

quindi posso riscrivere cagna invece che con +femmina, come –maschio, ma se vicino aggiungo

uomo, allora farò così: uomo> +maschio

+adulto

(del tratto canino invece non me ne faccio

proprio niente!)

E allora posso dire che in uomo devo mettere +/- umano, il rapporto tra i due tratti maschio e

femmina e il rapporto tra i due tratti canino e umano non è lo stesso, il primo è un rapporto in cui

dove non c’è l’uno c’è l’altro (binarismo), nell’altro caso invece anche se non è canino non

necessariamente vuol dire che è umano ma può essere anche felino, e quindi ho la necessità di

introdurre un altro tratto. Se vado avanti e metto bambino, bambina, il numero dei tratti che devo

inserire continua ad aumentare in un numero abbastanza discreto di parole, i tratti che devo

introdurre continuano ad aumentare, posso continuare così fino a realizzare le matrici semantiche

delle forme di lingua. La matrice semantica di una parola è fatta da un numero di tratti che può

essere limitato nel momento in cui considero le parole separatamente ma che, nel momento in cui

io voglio produrre un’analisi che coinvolga aree del lessico o addirittura tutto il lessico (come in

fonologia), devo aumentare il numero dei tratti semantici in modo esponenziale. Se da cane voglio

arrivare a parallelepipedo, il numero di tratti che devo produrre è altissimo. La descrizione di un

intero lessico di una lingua comporta, essendo altissimo, un’operazione che è antieconomica, il

numero di unità di base non si limita ad una trentina, come i fonemi o ad una quarantina come i

tratti fonologici, ma diventa un numero ingestibile. Quindi, in linea teorica quel procedimento che

dovrebbe rispondere ai criteri di economia e ricorrenza, viene meno. E’ vero che noi possiamo

però procedere a questa analisi limitandoci a delle aree di significato ristrette e che quindi

importino l’introduzione di un numero di tratti semantici limitato. Agisco all’interno di una

famiglia semantica: uomo, donna, bambino e bambina è un ambito semantico ristretto, i tratti che

devo inserire sono quindi limitati, unità minime e ricorrenti perché lo stesso tratto mi permette di

descrivere la matrice semantica per quattro forme di lingua, per quattro parole; i tratti sono binari.

Se però aggiungo delle parole a questa lista, man mano che si ampia devo introdurre nuovi tratti,

mettiamo che voglio mettere padre, i tratti che ho non mi bastano perché non riesco a distinguere

padre da uomo, (entrambi infatti avranno + umano, +maschio, + adulto, e allora come faccio a

distinguerli?) allora introduco, per meglio caratterizzare padre, il tratto ascendente di I grado, a cui

risponde +, tuttavia il tratto ascendente è un tratto indifferente per tutti gli altri (uomo, donna,

bambino, bambina non se ne fanno niente di quel tratto perché non è pertinente alla loro matrice

semantica) per cui per gli altri posso averlo o non averlo e non mi interessa. Se inserisco figlio,

devo aggiungere un ulteriore tratto (sempre per caratterizzarlo rispetto agli altri), discendente di I

grado. Tuttavia per padre non mi interessa il tratto discendente perché non è pertinente a

descrivere il padre, per il figlio invece non mi interessa il tratto ascendente perché è inutile a

descrivere il figlio (non mi interessa se il figlio è anche padre). Quindi ci sono dei tratti relazionali,

ci sono dei tipi di componenti come padre, figlio, zio, nonno ecc. che sono descritti da

componenti necessariamente relazionali, non esiste un ascendente di I grado se non esiste un

discendente di I grado. Ascendente di I grado ha senso solo in relazione ad un discendente di I

grado, il padre ha senso solo in relazione al figlio, questi sono tratti relazionali perché esistono

solo se si inseriscono in una matrice che ne contempli altri. Quindi si tratta di quelli che si

chiamano componenti a due posti o componenti relazionali, che importano che ci siano due

elementi rispetto ai quali significare (in sostanza devo cercare di trovare unità minime e ricorrenti, e

queste le troverò solo in una famiglia semantica dove i tratti ritornano ed hanno senso anche in

rapporto agli altri).

/Uomo/ /donna/ /bambino/ /bambina/ /padre/ /figlio/

+/- umano + + + + + +

+/- maschio + - + - + +

+/- adulto + + - - + +/-

+/- ascendente di I grado +

+/- discendente di I grado +

Per scegliere i tratti possiamo procedere in questo modo: identificare la parola e da questa

parola cercare di estrarre la matrice semantica in modo intuitivo, oppure, inversamente,

dato un certo pacchetto di componenti (semantiche), verificare se questo abbia come

corrispondenti in una certa lingua, una parola. Prendiamo la parola latina parricidium, facciamo

la matrice semantica (+/- omicidio riferito ad un genitore di sesso maschile; +/- omicidio riferito a

genitore di sesso femminile) mettiamo che voglia aggiungere come altra parola, cognaticidio,

questa è una componente possibile, tuttavia in italiano si dice che questa componente semantica

non è onorata, fino a poco tempo fa la matrice semantica + omicidio riferito a donna, era

virtualmente possibile ma non era onorata. Invece oggi abbiamo femminicidio, e quindi la matrice

semantica è onorata. Quindi; la matrice semantica legittima di uccidere riferito a cognato rispetta

tutte le precedenze previste dai componenti ma non è onorata: le lingue non sempre onorano tutte

le matrici semantiche virtualmente possibili, nel lessico ci sono delle lacune compensate dalle

lingue con varie riserve. Comunque la incompatibilità e la difficoltà di traduzione delle lingue deriva

proprio dal fatto che una matrice semantica onorata in una certa lingua con un’unica forma

lessicale, in un’altra è solo virtualmente possibile e allora la lingua va a supplire con altri elementi

che completino quel significato. L’analisi componenziale mostra con chiarezza la volontà di

una certa omogeneità strutturale del linguaggio, sforzandosi di operare anche a questo livello

di analisi con le stesse metodologie usate negli altri livelli di analisi, ci offre una

rappresentazione della nostra conoscenza a livello lessicale che è più linearmente e

formalmente rappresentabile di quella descrizione intuitiva che possiamo fare noi, ma anche

della descrizione che fanno i vocabolari, è molto più facile identificare le affinità di significato

tra le forme guardando la matrice semantica che guardando la definizione di un dizionario,

perché identifichiamo immediatamente i tratti più o meno presenti e quindi identifichiamo

anche il significato in maniera più immediata, e quindi ci sono dei vantaggi pratici, ci dice

quali sono le forme più affini semanticamente, e cioè quelle che condividono un numero più

alto di componenti di significato. Questa analisi mette in evidenza i rapporti semantici, il

fatto che esistono delle famiglie di parole (quando parlavamo di asse paradigmatico dicevamo

che Saussure non parlava di asse paradigmatico ma parlava di rapporti associativi o rapporti

paradigmatici, e questi rapporti erano quelli che le parole avevano per morfologia comune

(palleggiatore, stava assieme a muratore, venditore), per assonanza, ma anche per dei tratti di

significato comuni, per cui erano affini dal punto di vista semantico), non è chiara la procedura con

la quale si astraggono le matrici semantiche, in larga misura avviene in modo intuitivo. Questo

metodo non funziona in tutto il lessico ma si può mettere in atto solo a singoli gruppi di parole unite

da strette relazioni semantiche. Questo modello al quale pensiamo è un modello soddisfacente

nonostante non sia possibile ridurre tutto a unità minime e ricorrenti come in fonologia.

Tratti di connotazione

Se io devo fare la matrice semantica di stanchezza e di astemia, so che deve esserci un tratto che

dice +/- tecnico che è quello che dà conto della connotazione. Le due matrici semantiche

coincidono perché condividono la parte della denotazione mentre il tratto +/- tecnico è il

tratto che mette in evidenza la connotazione (astemia + tecnico mentre; – tecnico per

stanchezza). Questi si chiamano componenti pragmatici perché danno informazione riguardo

all’interazione che trovo tra i parlanti oppure riguardo al tipo di contesto in cui una certa forma

viene usata (contesto formale, ufficiale, informale). I componenti pragmatici vanno a definire

quindi la connotazione e danno informazioni sulla comunicazione tra i parlanti, sul tipo di

contesto in cui una certa forma viene usata. Facciamo ora la matrice semantica di allevare, ci

sono tratti binari per descrivere allevare? No, devo fare una matrice semantica diversa, quella che

faccio per un verbo sarà fatta così:

X s s

ALLEVARE> ( fa in modo che Y (+adulto))

E Cioè: X che dev’essere soggetto, fa in modo che Y che dev’essere l’oggetto diventi + adulto, ho

descritto allevare.

X s o

UCCIDERE> ( fa in modo che Y (-vivo))

Facciamo ora la stessa operazione per uccidere, X che è soggetto fa in modo che Y che è oggetto

abbia il tratto –vivo.

E questa (che abbiamo fatto per i verbi) è una descrizione proposizionale perché individua dei

componenti che sono proposizionali e cioè non sono delle caratteristiche che ci sono o non

ci sono nella matrice semantica, ma sono delle caratteristiche che si mettono in relazione

fra di loro, un componente proposizionale può contenere degli altri componenti. Quando io

ho “la gatta alleva i gattini” ma non “la gatta alleva il treno” questo vuol dire che ci dev’essere

qualcosa nella matrice componenziale che sto facendo che dà indicazioni del fatto che io posso, in

quella proposizione e cioè nell’oggetto di allevare, mettere soltanto un oggetto che sia animato.

Quindi posso avere nella matrice componenziale anche delle ulteriori indicazioni e cioè delle

prerogative che devono essere necessariamente possedute perché una forma occupi uno dei ruoli

tematici del verbo. Accarezzare nel vocabolario> sfiorare con dolcezza, ma accarezzare può

essere usato, eccetto che nei casi metaforici, solo da un soggetto dotato di mani, quindi ci

dev’essere un X che funga da soggetto che ha il tratto +dotato di mani, altrimenti non funziona.

Quindi queste caratteristiche che vanno a definire meglio quali devono essere gli elementi

che vanno a riempire i ruoli tematici previsti in una matrice preposizionale in un’analisi

componenziale, si chiamano sotto categorizzazioni (indicazioni ulteriori che si danno) e quindi

con allevare avrò: X s o

MATRICE PROPOSIZIONALE: ALLEVARE> ( fa in modo che Y (+adulto))

Spiegazione: x che ha il ruolo tematico di soggetto fa in modo che y, che ha il ruolo tematico di

oggetto, diventi +adulto. X s o

REGOLE DI SOTTO CATEGORIZZAZIONE: ALLEVARE> ( (+animato); Y

(+animato))

Spiegazione: do ulteriori indicazioni su quelle caratteristiche che i ruoli tematici devono avere per

funzionare.

Nella matrice si assassinare è contenuta la matrice di uccidere, e quindi se io volessi fare una

rappresentazione un po’ più elegante, invece di dare la matrice di assassinare nel modo che

abbiamo fatto per allevare, la dovrò dare in modo più preciso facendo la sostituzione con la

matrice di uccidere e quindi:

Xs o

( uccide Y (- con mezzi legali)) X uccide Y che è oggetto senza mezzi legali. Questo

ci fa vedere che uccidere entra come componente nella matrice di assassinare. Se io volessi dire

lapidare, allora dovrò aggiungere la sotto categorizzazione (uccidere + con sassi), per cui la

matrice uccidere entra anche in lapidare. Identifico quindi che lapidare non solo è uccidere e quindi

contiene anche quella matrice semantica ma aggiunge a quella matrice il tratto + sassi, e quindi

uccidere ha un rendimento semantico maggiore (in italiano si fa anche una classifica dei

rendimenti semantici, tra i primi posti vi è “insieme di” perché descrive compagnia, gregge ecc.).

Per riassumere: quindi abbiamo visto pregi e difetti dell’analisi componenziale; abbiamo visto che

questa composta un coinvolgimento di vari livelli (quando abbiamo detto che X che è soggetto fa in

modo che X che è oggetto ecc. non solo abbiamo fatto riferimento al significato ma anche al ruolo

sintattico che fa parte di un altro livello; quando abbiamo parlato dei tratti pragmatici abbiamo

dovuto coinvolgere anche l’enunciazione specifica).

Analisi prototipica

Questa analisi parte da presupposti che provengono da altre discipline, come dalla psicologia

che negli anni ‘60 ha cominciato a riflettere in America sul concetto di prototipo e cioè sul

concetto centrale di una categoria, la nostra mente organizza il mondo in categorie secondo

questo principio, al centro di ogni categoria c’è un prototipo e cioè un elemento che come primo

riferimento viene alla mente quando si pensa ad una certa categoria di oggetti, in questa chiave il

prototipo della categoria o della classe frutta per noi è la mela, il prototipo degli animali domestici è

probabilmente il cane. E’ questa una categorizzazione diversa da quella aristotelica che era

inclusiva o esclusiva (o io elemento che voglio prendere parte ad una determinata classe possiedo

le caratteristiche mentali di una categoria, o sono fuori, la categoria aristotelica o kantiana è

quella sulla base della quale si fa la classificazione del regno animale ecc. e quindi la

categoria aristotelica è quella definita sulla base delle caratteristiche che devono essere

possedute perché un elemento possa far parte di quella categoria, le classi fonematiche

sono categorie di questo tipo, inclusive e cioè chiuse soltanto degli elementi che

possiedono quelle determinate caratteristiche) perché in analisi prototipica le caratteristiche

hanno dei confini che non esistono e vado da un centro della categoria all’interno del quale ci sta

l’elemento più rappresentativo della categoria verso confini esterni che sono sempre più sfumati e

vanno a sovrapporsi con gli estremi delle altre categorie, è un modo diverso di guardare

l’organizzazione della realtà, siamo sempre nell’ambito descrittivo della psicologia. La

categorizzazione pensata in questo modo è stata prelevata dalla linguistica, che tuttavia ha meglio

specificato l’organizzazione che, nella mente è fatta dalla realtà, e l’organizzazione che invece è

fatta dal lessico, non siamo più nella categorizzazione che è fatta dalla realtà ma siamo nella

categorizzazione che è fatta del lessico. Quindi non andiamo più a vedere come dal punto di vista

cognitivo si organizza la realtà, ma il lessico, ci spostiamo quindi sul piano linguistico e non

facciamo più riferimento alle cose ma alla lingua e quindi a elementi di significato che stanno nella

lingua e non nelle cose, l’idea di un lessico organizzato in modo prototipico, è un lessico che ha al

centro di categorie (ma che sono comunque categorie lessicali) gli elementi che meglio

rappresentano per il parlante quella categoria, che possiedono dei tratti di significato che rendono

centrale e quindi prototipico quell’elemento, nella stessa categoria quindi in un modo non inclusivo

o esclusivo ma in un modo che prevede che siano possedute, in modo più o meno rilevante alcune

caratteristiche, si dispongono in una raggiera sempre più distante e possono sovrapporsi con la

raggiera di altre categorie. L’idea è quindi quella di un’organizzazione che non è più per classi

inclusive ed esclusive ma per galassie di parole che si organizzano attorno a prototipi, e che man

mano ci si allontana dal prototipo vanno a possedere sempre meno caratteristiche del prototipo.

Per riassumere: l’analisi prototipica parte dalla psicologia, la psicologia si riferisce alla

realtà vista dall’essere umano, la linguistica prende il concetto di prototipo, lo sposta

dall’organizzazione della realtà all’organizzazione del lessico, i tratti condivisi non sono più

tratti della realtà ma tratti di significato (e quindi sono selezionati dal parlante e sono quelli

che possono essere pertinenti per il parlante per includere o no una certa categoria), quello

che ne esce non sono categorie inclusive o esclusive ma categorie che vanno sfumando e

possono sovrapporsi con quelle di altre categorie.

Lez. 21

Linguistica storica

La storicizzazione del fenomeno linguistico: ogni lingua ha una sua dimensione storica perché ha

una sua dimensione nel tempo e nello spazio e una sua dimensione sociale (all’interno di una

società ci sono delle forme di variabilità della lingua stessa). Queste tre componenti vanno

analizzate assieme quando si parla di lingua poiché sono profondamente intrecciate tra di loro.

Parliamo di fenomeni di lingua, e non di lingua in generale perché quello che connota il fenomeno

di lingua è proprio la variabilità. Nella prospettiva della linguistica generale abbiamo visto come

l’analisi di tipo generale in sincronia è di fatto una finzione della linguistica, in realtà non c’è stadio

in cui le lingue si fermano e non cambiano perché la mutabilità è insita nella natura stessa delle

lingue. E’ complesso riuscire a parlare di una lingua, si parla allora di fenomeni di lingua (esempio>

non parlerò di lingua italiana ma di aspetti dell’italiano in dimensione storica). Le dimensioni di

mutabilità del fenomeno linguistico sono tre: il tempo, lo spazio e la società. Ogni lingua

cambia nel corso del tempo, ha una sua variabilità di tipo geografico, e ogni lingua vede

una variabilità all’interno dei parlanti (si usano varietà diverse di lingua in base alla

situazione, ai propri parametri di educazione). Queste due ultime variabilità sono un’esperienza

comune nel vissuto del parlante. E’ assente nel parlante la percezione che la lingua cambia nel

tempo, perché i tempi di mutamento di una lingua sono in genere tempi lunghi, di qualcosa tuttavia

può avere percezione per esempio dei mutamenti del lessico. Questa dimensione storica in senso

diacronica, non essendo percepibile va analizzata. L’Ottocento è stato il secolo in cui la linguistica

diacronica ha avuto i suoi maggiori esiti. Ma perché la lingua cambia nel tempo? Eugen Coșeriu ha

dato una risposta molto interessante in merito, chiedersi perché la lingua cambia nel tempo è una

domanda non pertinente, la lingua cambia perché altrimenti non sarebbe lingua. Quello che vale la

pena di vedere è come cambia la lingua. Tutte le lingue storiche cambiano (il latino del vaticano

non è più una lingua storica naturale, perché si è ormai cristallizzata, il nostro italiano è latino del

2017). Il cambiamento è molto più evidente in periodi di crisi che di stabilità. La fonetica, la

fonologia, il lessico e l’aspetto semantico sono tutti livelli coinvolti nel cambiamento nel corso del

tempo, anche se questi livelli hanno ragioni diverse di cambio. Il lessico ha per esempio ragioni

esterne come il contatto. Mutamento sul piano fonetico

Si verifica quando tra due stadi di lingua avviene un cambiamento a livello di foni, dobbiamo

prendere tuttavia due stadi di lingua che siano abbastanza lontani in modo da percepire il

cambiamento. Possiamo confrontare il latino di Cicerone con il latino del 2017. Una delle principali

ragioni dovuta al meccanismo articolatorio che prevede che noi non articoliamo i foni gli uni

staccati dagli altri ma in un continuum fonetico in cui i suoni della lingua si susseguono l’uno dopo

l’altro. Quando il nostro apparato fonatorio produce un fono è influenzato da quello che precede e

da quello che succede perché si deve predisporre velocemente per la realizzazione. Un fono si

può trovare in diversi contesti, dobbiamo tenere presente l’ambiente in cui si trova un fono perché

il più grande cambiamento fonetico è l’assimilazione. Esempio di assimilazione:

• NOCTE(M)> NOTTE

L’occlusiva velare sorda C, si è trasformata in una occlusiva dentale sorda. Il processo

assimilatorio dipende proprio dal meccanismo articolatorio che dipende dal principio di economia

che risponde all’esigenza di ottenere il massimo con il minimo sforzo. Ogni articolazione richiede

uno sforzo. Quindi di fatto C si assimila e si adegua a T per risparmiare energia. I mutamenti

fonetici non sono casuali, ma hanno una certa regolarità.

• PLENUM> PIENO

• PLANUM> PIANO

• PLICA> PIEGA

I cambiamenti fonetici dalla lingua che precede a quella che segue, in genere avvengono

regolarmente e cioè a parità di condizioni fonetiche, osserviamo che il cambiamento è lo stesso.

Questo aspetto va sotto l’osservazione di legge fonetica: è la fissazione di qualcosa che è

avvenuto ogni volta che ci sono determinati situazioni. Nel momento in cui osservo che in tutti i

casi in cui C in latino diventa T in italiano, posso affermare la legge fonetica. Devo avere un

ragionevole riscontro delle forme per enunciare delle leggi fonetiche, e queste leggi tornano utili

alla linguistica storica che cerca di individuare le parentele linguistiche. Per classificare le lingue ci

sono due strade, una è la classificazione genealogica, l’altra è quella tipologica. La

classificazione tipologica è quella che mette insieme le lingue in relazione ad alcuni loro

aspetti strutturali, la classificazione genealogica mette assieme le lingue in gruppi in

relazione al loro derivare da lingue-antenato comuni; questo principio è quello che funziona per

le lingue romanze che condividono la lingua-antenato comune: il latino. Tuttavia il caso delle lingue

romanze è un caso molto raro, perché non abbiamo spesso la lingua-madre delle famiglie

linguistiche. Per le lingue delle quali non abbiamo la lingua-antenato è stato sviluppato il metodo

storico-comparativo, che accerta la parentela tra le lingue. Secondo il più antico metodo

storico-comparativo, la comparazione non si fa sul lessico perché il lessico è variabile. Il

metodo storico-comparativo è stato ideato per le lingue indo-europee ed è servito per

mettere assieme queste lingue in un’unica famiglia. E la parentela è stata accerta sul livello

della fonetica e sul livello della morfologia, non sul livello lessicale. Il libro dice che per

raggruppare le lingue in famiglie si usa proprio il lessico (una parte specifica del lessico cioè il

lessico di base, una parte di lessico che si rifà alle esperienze immediate, a campi semantici

elementari come le parti del corpo, i componenti della famiglia, verbi primari come fare, dire, o i

numeri). E’ evidente che per alcuni gruppi di lingue siano obbligati a confrontare il lessico, per cui

quello che dice il libro non è completamente contradditorio, quando si parla di comparazione di

tutte le famiglie linguistiche del mondo, bisogna adeguarsi a tutto il materiale che c’è. Abbiamo sia

leggi fonetiche verticali (da uno stadio all’altro della lingua, dal latino all’italiano), sia leggi

orizzontali tra più lingue che si collocano nello stesso momento storico.

• CARO> CHER

• CASA> CHEZ

Questo è un caso di leggi orizzontali, sono forme che si ripetono, e cioè ad un CA dell’italiano,

corrisponde uno CHE (scie) del francese> regolarità.

Per assimilazione intendiamo l’adeguamento di un fono ad un altro fono, in realtà non è

esattamente di un fono ad un altro fono. L’assimilazione è un fenomeno generale all’interno del

quale ci sono altri fenomeni assimilatori (sonorizzazione (un fono che diventa sonoro), aspirazione

(un fono che diventa aspirato) ecc.) vediamo un altro caso di assimilazione, quello della

sonorizzazione:

• AMICU> AMIGO

• PLATU> PRADO

Nello spagnolo abbiamo questo fenomeno che è un tipo di assimilazione in cui una occlusiva sorda

velare diventa un’occlusiva sonora. Nell’italiano questo fenomeno non c’è se non con o con il

participio delle varietà settentrionali.

• STRATA> STRADA

• ATU> -ADO → ANDAO> ANDA’

Dov’è il risparmio? Il contesto in cui questo si realizza è un contesto intervocalico (le vocali sono

sonore), abbiamo quindi un contesto in cui l’articolazione deve fare questa operazione: sonorità

(vibrazione delle corde vocali); interruzione della sonorità, ripresa della sonorità. E l’articolazione

porta a fare un’unica operazione e cioè ad estendere il tratto di sonorità, a tutto il segmento; quindi

l’assimilazione è una assimilazione di tratti.

Lez. 22

Linguistica testuale

Tutte le considerazioni che abbiamo fatto sull’analisi linguistica si riferivano alle frasi, e abbiamo

detto che il nostro comportamento linguistico (l’uso concreto del linguaggio), si manifesta non

attraverso strutture semplici quali quelle che rispondono ai modelli astratti ma attraverso

proposizione di enunciati che possono essere anche molto complessi. Se prendiamo in

considerazione ad esempio la lezione di linguistica in atto, e volessimo farne la trascrizione,

vedremo che è composta di più frasi, che risulterebbero concluse da un punto fermo; queste frasi

avrebbero delle relazioni fra di loro; ed alcuni elementi che sono contenuti all’interno di queste frasi

le metterebbero in relazione con contenuti che già conosciamo e stanno al di fuori di esse. Se dico

“la lezione della mia collega di ieri è relativa alla linguistica storica ma (...)” ci sono alcune parti

della testualità (che è la lezione che viene condotta) che funzionano sono in relazione ad altre parti

della testualità stessa. Ci sono dei segnali e cioè delle proforme, all’interno della

comunicazione fra parlanti, che funzionano solo con il rimando al punto di attacco che può

essere a destra o a sinistra dell’elemento che funziona da proforma. Avere un punto di

attacco significa che possono essere interpretati solo nella condizione di essere ricondotti

a quel che si trova prima o dopo (o a destra e sinistra se usiamo la metafora del testo). Il

fatto che alcuni elementi dell’enunciato possono essere spiegati solo perché si attaccano a

qualcos’altro, comprova che il testo è tenuto insieme nelle sue diverse parti da queste relazioni. Il

comportamento linguistico umano è fatto da frasi che si combinano in enunciati più vasti e

complessi, e in queste produzioni più vaste, ogni frase assume significato in relazione alla

posizione in cui si trova e in relazione alle altre parti del testo. Testo che non è un insieme di frasi

perché c’è qualcosa che va oltre la frase e che tiene tutto insieme. Non è la grammatica, né la

sintassi che possono spiegare perché le proforme con rinvio cataforico o anaforico funzionano

nell’ambito intero della testualità che considero. Questo qualcosa che è fatto di frasi, ma non è solo

una somma di frasi è il testo. Il testo è tenuto insieme da relazioni di varia natura che

possono istituirsi tra elementi di varie dimensioni, posso avere relazioni che tengono

insieme la testualità che si trovano anche a grandissima distanza come a brevissima

distanza, questo collegamento può essere fatto indipendentemente da ciò che si trova

nell’intervallo, posso avere la ripresa con una proforma anche dopo un lunghissimo

intervallo se non ci sono stati accavallamenti di altre catene foriche, ad altri punti di attacco

che possono essere confusi con quello che serve per interpretare la mia proforma. Quindi

la linguistica testuale parte dall’ipotesi che vi sia una struttura, una grammatica “peculiare

della testualità” e che questa sia in parte diversa da quella delle frasi. Questa caratteristica è

sottolineata anche dal nome, textus indica il tessuto ed allude al fatto che le frasi vanno a

comporre un grande enunciato ma sono intrecciate l’una con l’altra in modo particolare.

Con grammatica transfrastica si è indicata la linguistica testuale che non mostra coscienza

che il testo non è una semplice sommatoria di frasi; questa etichetta è stata usata in senso

disprezzativo, come una presa di distanza. Il testo infatti non va colto solo nei nessi tra una

frase e l’altra perché l’essenza del testo sta in altro. Questa definizione viene da Eugen Coșeriu

(è lui che identifica tra figure di parola> metafora; figure di discorso> ironia, e quando parla di

ironia ovviamente sta già uscendo, nella sua analisi, dalla concezione di testo come somma di

frasi, e sta piuttosto riferendosi all’intero testo). Quintiliano opponeva i discorsi che si proponevano

come un cumulum (ammasso di cose) e quelli che invece sono fatti di cose “inter se commisse”

(argomenti organizzati fra di loro in un’organizzazione più complessa; si coglie anche qui la volontà

di cogliere la testualità e cioè argomenti che portano ad un senso). La nozione di testo ce

l’abbiano tutti, ogni volta che diciamo “questo testo è sconnesso; non capisco la sceneggiatura

ecc.” in realtà vuol dire che abbiamo già una percezione della dimensione testuale.

Proprietà del testo: coesione e coerenza

Il testo ha due essenziali proprietà: l’unità di carattere strutturale da una parte perché contiene

mezzi che assicurano la sua compattezza nell’insieme; dall’altra ha un’unità di significato perché

parla di cose inter se commisse e cioè di cose legate che hanno a che fare l’una con l’altra.

Chiamiamo la prima proprietà che fa riferimento all’unità strutturale coesione; chiamiamo la

seconda proprietà che fa riferimento all’unità di senso coerenza. Coesione e coerenza sono

le prime due proprietà essenziali della testualità; la sostanza del testo, tuttavia, non sta tanto nelle

relazioni e nella sua unità strutturale quanto nella sua capacità di veicolare un senso (ex. la lezione

di linguistica trascritta probabilmente sarà piena di anacoluti, di frasi in cui le proforme non fanno

riferimento a punti di attacco sufficientemente vicine, o in cui la sintassi non è regolare, quindi molti

dei segnali che garantiscono l’unità strutturale sono violati eppure il senso veicolato passa

comunque, può essere più o meno certo e condiviso, a seconda della nostra conoscenza, dell’area

geografica da cui deriviamo ecc. ma comunque il senso passa, già questo afferma la maggiore

importanza dell’unità di senso rispetto all’unità strutturale).

Le sette proprietà del testo

Per far sì che un messaggio diventi un testo occorrono alcuni requisiti fondamentali che

Beaugrande e Dressler, due studiosi degli anni ’80 del secolo scorso, hanno schematizzato in

sette criteri di testualità: coesione e coerenza, incentrati sul testo, intenzionalità e accettabilità,

orientati verso il parlante-ascoltatore, informatività e situazionalità collocano il testo nella situazione

comunicativa e l’intertestualità garantisce la definizione dei diversi tipi testuali.

– La coesione è l’insieme di meccanismi di cui un testo si serve per assicurare il collegamento tra

le sue parti al livello superficiale:

1. Le ellissi, mezzi di coesione che consistono nella cancellazione degli elementi che vengono

ripresi in un testo.

2. I pronomi si distinguono in anaforici e cataforici.

3. Ripetizioni di elementi (ricorrenza), ciò avviene in particolare nella lingua parlata, perché

non c’è il tempo di pianificare l’enunciazione.

4. I giuntivi, ossia le congiunzioni (e), le disgiunzioni (o) le controgiunzioni (ma, però), le

subordinazioni, tutte relazioni di coerenza che tengono connesse le frasi tra loro.

5. I deittici, si mette in rapporto l’enunciato con la situazione spazio-temporale a cui si riferisce

e possono essere personali e sociali, spaziali e temporali.

-La coerenza, prevede un livello più profondo rispetto alla coesione, riguarda la struttura semantica

di un testo e la struttura logica e psicologica dei concetti espressi. Un testo produce senso se

esiste una continuità di senso all’interno del sapere attivato con le espressioni testuali, sarà privo

di senso se i riceventi non riescono a rilevare una continuità. Un testo risulta coerente quando nel

riceverlo il destinatario è in grado di attivare una serie di conoscenze già immagazzinate e

condivise. La traccia dell’esperienza passata accumulata nella memoria lascia nella conoscenza

delle tracce che permettono di collegare le frasi di un testo tra loro, anche quando ci sono lacune

di informazione concettuale, volta a ricostruire la continuità di senso all’interno del messaggio.

-L’ intenzionalità, criterio che riguarda l’intenzione di chi produce un testo coeso e coerente.

–L’accettabilità, riguarda il ricevente, un testo coeso e coerente prodotto con una certa

intenzionalità deve essere accettato dal ricevente sullo sfondo di un determinato contesto sociale e

culturale; l’accettazione del ricevente prevede sia la tolleranza di determinati disturbi comunicativi,

sia la ricerca di una coesione e di una coerenza anche dove queste potrebbero mancare.

–L’informatività, si riferisce al grado di prevedibilità o probabilità che determinati elementi o

informazioni compaiano nel testo. L’intonazione, le pause, il ritmo, la quantità, le variazioni di

timbro e di velocità di eloquio, sono rilevanti nel processo di produzione e comprensione di un

enunciato, lo scambio enunciativo è reso possibile dal fatto che l’emittente e l’ascoltatore hanno in

comune una base di conoscenze, ricavate da porzioni precedenti dell’enunciato o da rinvii

all’esperienza extralinguistica e l’emittente darà per scontato che il ricevente possa facilmente

ricostruire l’argomento di cui si sta parlando anche se non è esplicitamente formulato.

– La situazionalità, riguarda la rilevanza e l’adeguatezza di un testo all’interno di una determinata

situazione comunicativa. Per situazione comunicativa si intende l’insieme delle circostanze, sia

linguistiche sia sociali, nelle quali l’atto linguistico viene prodotto.

–L’intertestualità, mette in rapporto il testo con altri testi con cui esistono connessioni significative.

Questo criterio designa le interdipendenze fra la produzione e la ricezione del testo e le

conoscenze che i partecipanti alla comunicazione hanno di altri testi.

Questi sette criteri valgono come principi costitutivi della comunicazione mediante testi, se uno o

più criteri non sono soddisfatti al punto tale che la comunicazione ne risulta compromessa, il testo

è considerato un non-testo. Accanto ai criteri costitutivi vi sono tre principi regolativi che controllano

la comunicazione testuale:

L’efficienza, grado di impegno che un testo richiede ai partecipanti per il suo uso;

o L’efficacia, capacità del testo di favorire il raggiungimento di un fine;

o L’appropriatezza, rapporto tra il contenuto espresso e i modi in cui sono soddisfatte le

o

condizioni di testualità; Coesione e coerenza

Sono due delle proprietà essenziali della testualità; la coesione è una proprietà che fa

riferimento all’unità strutturale, d’altra parte la coerenza fa riferimento ad un’unità di senso.

La coesione è quell’insieme di meccanismi che garantiscono i collegamenti fra le parti del

testo a livello superficiale; qualunque elemento serva per garantire questa unità si dice

elemento coesivo. Quando un enunciato gode di queste proprietà di coesione si dice coeso.

I fenomeni di coesione si basano su dei meccanismi; il più importante di questi meccanismi è

quello del punto di attacco, nell’enunciato ci sono degli elementi che si collegano a dei punti di

attacco. Questa “ragnatela di sentieri” che percorre a livello superficiale il testo lo rende coeso,

questo fatto (anche se la produzione linguistica abbiamo detto che non può che avvenire in modo

lineare, le unità sono prodotte una dopo l’altra) dimostra che la testualità e cioè quello che

costituisce il nostro comportamento linguistico è elaborata non in modo lineare ma attraverso

continui rimandi al sotto e al sopra. Il ricevente interpreta il testo non in modo lineare ma

richiamando parti precedenti o attendendo parti successive e quindi violando in parte l’assioma

della linearità. Il fenomeno per cui il coesivo può rimandare ad un punto di attacco che può essere

sopra o sotto si chiama fenomeno della foricità (dal greco fero) vi sono coesivi che servono a

mantenere la coesione e si chiamano elementi coesivi. Distinguiamo poi tra coesivi anaforici

(che rimandano ad una porzione di testo precedente) e coesivi cataforici (che rimandano ad

una porzione di testo successiva). Questi meccanismi servono a saldare il testo al suo

interno, legando le parti tra di loro attraverso punti di attacco (contestualità interna); e poi

questi meccanismi servono, rimandando a punti di attacco al di fuori del testo, cioè ad

elementi extralinguistici, a garantire la contestualità esterna. Alcuni coesivi hanno una

funzione esoforica (quando il punto di attacco è extrasintagmatico) cioè hanno punti di

attacco che si trovano fuori dall’enunciato.

I deittici sono gli elementi che più frequentemente operano da coesivi (dei> mostrare); con i

deittici si designa una classe di risorse semiotiche, che non sono proprietà di una specifica

lingua ma di tutte le lingue; in tutte le lingue compaiono meccanismi che si realizzano in

forme diverse ma soddisfano esattamente le stesse funzioni. “Io” ha la caratteristica di

essere una parola arbitraria, designa chi emette l’enunciato, si trova in una relazione

esistenziale con colui che emette l’enunciato; “io” si riempie di significato diverso a

seconda di chi lo adopera; non posso dire a priori chi è io. Si dice allora che “io” commuta

la sua referenza a seconda di come cambia l’emittente in un certo enunciato. Jacobson ha

chiamato i deittici “commutatori”, sono una classe di risorse semiotiche che cambia il

proprio valore a seconda di come cambia l’emittente e la situazionalità dell’enunciato. In

una lingua c’è sempre un repertorio di parole che cambia la propria referenza a seconda del

contesto di enunciazione in cui viene enunciato, si tratta di un repertorio di risorse deittiche

o commutatori “che cambiano la propria referenza a seconda del contesto di enunciazione”

(tu, questo, quello, qui, ora, allora). Questo repertorio mette in evidenza le localizzazioni, le

persone, le situazioni nel tempo e nello spazio; anche alcuni morfi legati fanno parte di queste

risorse deittiche, se dico “sta arrivando Giovanni”, e faccio l’esperimento di cancellare le basi

lessicali e lasciamo solo la struttura, ci rimane sta; -ando; Giovanni in quel “sta” e “-ando” ho due

elementi che mi dicono che qualunque sia l’azione che sta avvenendo questa sta avvenendo in

contemporanea al momento di enunciazione. Si tratta di morfi legati che veicolano un significato

anche se elimino gli elementi lessicali. Quindi anche questi morfi legati sono una risorsa deittica

perché stabiliscono una relazione con il tempo dell’enunciazione. Quindi il ruolo dei deittici come

risorsa semiotica è quello di far aderire come ad una intelaiatura, l’enunciato al contesto di

enunciazione; ed è per questo che contribuiscono a garantire la coesione dell’enunciato.

Fanno in modo che le catene di foricità e di esofericità siano garantite come corrette. Una

speciale classe di deittici è quella che la funzione riflessiva, se io dico “Luisa prende il bambino, lo

lava e si veste”, lo è una proforma che ha come punto di attacco il bambino, ma anche “si” è una

proforma che ha come punto di attacco Luisa, “si” è un deittico riflessivo perché fa riferimento,

come punto di attacco, al soggetto dell’enunciato. Ci sono poi lingue che possiedono due serie di

deittici per fare riferimento ad una deissi riflessiva e ad una deissi non riflessiva come l’Italiano

(propri e suoi) e il Latino (eius, o sui); anche l’inglese distingue (him; e himself). C’è poi un altro

fenomeno importante quello della distributività “i bambini hanno scritto una lettera con la maestra e

ciascuno ha usato la sua/propria penna”, se io uso sua devo disambiguare necessariamente, se

uso “propria” so che o esiste un’unica penna che tutti hanno usato e che appartiene alla maestra

oppure ciascun bambino ha usato la propria penna (a ciascuno dei componenti dell’insieme

bambini corrisponde una penna dell’insieme penna, l’insieme delle penne è introdotto da propria:

fenomeno di distributività).

Poi ci sono altri elementi di coesione e di deissi, cioè le cosiddette parole generali che

funzionano da incapsulatori, “dammi la cosa che hai la” “questa storia non mi piace”, “la

questione è” ma anche la x e la y in matematica. Tutte le lingue, poi, hanno mezzi per indicare

quella che la logica chiama “numerosità cardinale”, si tratta dei quantificatori, questi mezzi

servono per esprimere quantità non solo assolute, ma anche parti di quantità. Tutte le

lingue hanno quantificatori (parole generali e deittici) che servono agli stessi scopi, per

quanto riguarda i quantificatori, tuttavia ogni lingua ha una sua base decimale (mezzi

diversi). La categoria numero non rientra tra i quantificatori, in quanto le risorse semiotiche che i

codici, che sono il linguaggio verbale umano, mettono in atto per quantificare sono altre, sono per

lo più marche morfologiche (parole): c’è una classe di parole che servono ad esprimere i

cardinali da zero a infinito (uno, due, trecento-due), ci sono parole che servono a esprimere

quantità approssimate di massa (nulla, nessuno, pochi). Ci sono poi classi numerali che

sono elementi di tipo nominale, che sono aggettivi e nomi, organizzati in modo diverso a

seconda delle lingue, la maggior parte di sistemi numerali sono organizzati nelle lingue su

base dieci: ogni dieci unità si passa al gradino successivo; nel conto dei minuti e delle ore

sono invece organizzate su base sessanta. Sembra esserci una motivazione di tipo iconico

nella scelta della base dieci, l’abaco più semplice sono le mani. Alcune lingue rivelano una

convivenza di più basi, come il francese (in cui si parla di una base sessanta a cui si

aggiunge dieci). I numerali hanno anche un rilievo grammaticale, ad esempio in latino alcuni

numerali reggono un nominale aggettivo, alludono ad una operazione di prelievo da una quantità

più ampia (centum milia passum> cento mila dei passi possibili). Poi ci sono gli indefiniti che hanno

la capacità di esprimere la quantità in modo approssimativo, massivo (nessuno, pochi, alcuni,

molti, parecchi, tutti). Mentre il numerale zero e l’indefinito nessuno si possono considerare

sinonimi, tutti gli altri elementi della scala non hanno un sinonimo nei numerali. Quindi è corretto

considerare gli indefiniti dei deittici cioè elementi che a seconda del contesto di

enunciazione assumono un valore differente e quindi uno, nessuno, pochi, parecchi ecc.

assumono un valore diverso a seconda dell’enunciazione. Ci sono entità che sono numerabili

ed entità che non sono numerabili, “qualcuno” si riferisce a entità numerabili “qualcosa” invece a

entità non numerabili. Ci sono poi dei quantificatori che possono comportare dei diversi tipi di

prelievo nell’insieme di riferimento, se io dico “tutti i ragazzi hanno fatto i compiti” o “ogni ragazzo

ha fatto i compiti” benché a prima vista possiamo considerare questi due enunciati come

equivalenti, esiste una differenza tra il primo e il secondo “tutti” opera un prelievo globale

dall’insieme mentre “ogni” opera un prelievo per singoli individui. Queste operazioni fatte da queste

risorse semiotiche sono attualizzabili in tutte le lingue e vanno a contribuire sulla coesione. Le

catene foriche che si intrecciano all’interno del testo possono essere interrotte e poi riprese, si

parla di capo-catena quando faccio riferimento all’elemento pieno rispetto al quale devo

interpretare gli elementi vuoti rispetto al quale si devono riferire per avere una referenza, poi parlo

di anelli della catena in cui trovo gli elementi messi assieme in relazione al punto di attacco.

Queste catene posso essere interrotte dall’incrocio con un’altra catena, in questo caso ho la

necessità di riporre all’interno del testo, perché sia chiara qual è la referenza degli anelli

successivi, di nuovo un elemento pieno, questo importa il fatto che non possono esserci delle

distanze troppo lunghe tra gli anelli della catena, tra l’elemento pieno e l’elemento vuoto. Non tutte

le lingue hanno la stessa quantità di fenomeni forici. L’italiano può azzerare il soggetto, l’inglese

no, questo comporta che le catene foriche in italiano si organizzano in maniera differente; una

ripresa forte del soggetto in italiano, dove può essere cancellato il soggetto nominale, è più

necessaria che in una lingua come in inglese. La lunghezza dell’intervallo che posso porre tra

l’elemento pieno e le forme foriche successive che da questo dipendono, può essere più breve in

una lingua come l’italiano, più lunga in una lingua come l’inglese in cui non avendo la possibilità di

cancellare il soggetto questo è continuamente ripreso dalle forme grammaticali. Esistono diversi

gradi di coesione tra le lingue, e la traduzione da una lingua all’altra mostra bene questo aspetto,

nel passaggio da una lingua di partenza alla lingua di arrivo, la coesione viene modificata sulla

base delle regole della lingua d’arrivo. Oltre che proforme esistono anche altri coesivi, e cioè i

connettivi, sono connettivi tutti quegli elementi che all’interno del testo hanno la funzione di

collegare porzioni diverse del testo sia all’interno della stessa clausola sia tra clausole

diverse, pur senza avere necessariamente un punto di attacco. Sono connettivi le

congiunzioni, avverbi ecc. le funzioni dei connettivi sono diverse, se ho un connettivo come

subito, indica che le due azioni avvengono una dopo l’altra, malgrado indica che ci si

aspetta una contrapposizione con ciò che è stato detto prima. I connettivi servono anche a

contribuire al dinamismo comunicativo. Molti dei connettivi non hanno un significato facilmente

individuabile perché, come malgrado e subito, non hanno un valore in assoluto ma solo in

relazione al rapporto tra le clausole. Possiamo comunque dare una classificazione generale

della funzione dei connettivi: 1) connettivi relazionali: sono connettivi che indicano relazioni

2) connettivi modulanti: modulano l’enunciato (creano enfasi, sottolineano parti

dell’enunciato, pongono in contrasto). In greco antico (men, de, ecc) sono connettivi

modulanti. I connettivi relazionali servono ad esprimere relazioni fra clausole o parti di

clausole e favoriscono il dinamismo comunicativo (cioè la relazione tra dato e nuovo). Gli

elementi fra cui possono stabilire delle relazioni sono due o più, se io dico “ho preso

l’ombrello perché pioveva”, perché è un connettivo; “ho preso l’ombrello ma non la

macchina” ma non è un connettivo; però posso anche dire “dato che pioveva ho preso l’ombrello”

in questo caso il connettivo è “dato che”, A e B sono messi insieme da un connettivo ma l’ordine di

A e B non deve essere necessariamente uno. Allora chiamiamo base (ho preso l’ombrello)

l’elemento che rappresenta la forma data, che sta razionalmente a sinistra ma non a sinistra nella

formazione superficiale dell’enunciato (nella sintassi per intenderci) e chiamiamo integrazione

(perché pioveva) l’elemento che sta alla destra del connettivo (non parliamo dell’enunciazione

sintattica ma logica tra un’informazione che è data e condivisa e una che è nuova). Ci sono delle

clausole che sono collegate fra di loro anche senza l’aiuto di un connettivo: “abbiamo visitato il più

bel palazzo di Firenze, palazzo vecchio” la connessione è segnalata in questo caso non da un

connettivo come cioè, ma dal semplice accostamento; io posso descrivere questo fenomeno o

come un fenomeno di ellissi, (posso descrivere che qui ci sarebbe un connettivo che è cioè, ma lo

posso elidere in questa posizione perché l’italiano lo conteste) oppure dire che c’è un connettivo

zero che è il semplice accostamento delle forme> casella virtuale. Riassunto> la coesione è

l’insieme di meccanismi formali, di meccanismi di foricità, di meccanismi della deissi cioè

tutto ciò che intelaia l’enunciato in un contesto di enunciazione e quindi non solo “questo e

quello” ma tutto quello che come i pronomi personali si riempie di significato in relazione al

contesto di enunciazione, i tempi verbali, la consecutio temporum, quindi tutti quei

meccanismi che si chiamano idiolinguistici, e che servono a garantire l’unità strutturale del

testo. La coesione è un criterio che riguarda l’unità del senso. Un testo funziona in quanto è

in grado di veicolare un senso. Lez. 23

Coesione e coerenza, criteri di testualità.

La coesione è un criterio formale, la coerenza ha invece un carattere sostanziale. Parlando di

coesione abbiamo parlato di rimandi anaforici, cataforici, il fenomeno delle proforme (elementi

vuoti riempiti da elementi che non hanno una referenza in sé). Le proforme ricevono significato da

altri elementi del testo stesso. Per quanto riguarda il referente, se dico “ho preso il gatto e l’ho

portato fuori”, “il gatto” e, “lo” designano lo stesso oggetto, hanno la stessa referenza? Sì, in

questo caso, parliamo di referenza extralinguistica. Quest’ultima è la stessa per gatto e per lo.

Il sintagma gatto ha una propria referenza, designa un elemento determinato nella realtà

extralinguistica, sta in un rapporto di referenza. Designa una certa realtà extralinguistica

che chiameremo referente extralinguistico. “Lo” è una proforma che ha una referenza. Una

proforma si riempie di significato in rapporto a un altro elemento. In questo caso

consideriamo due rapporti diversi nel caso di lo. Sta in un rapporto con il gatto del testo,che lo

riempie di significato. Attraverso mediazione de “il gatto” è in rapporto col referente extralinguistico.

“lo” è una proforma, si riempie di significato, la sua referenza si determina in relazione a sintagmi

pieni, elementi nominali presenti nel testo che hanno una referenza extralinguistica. Sono due

rapporti diversi. Il libro fa una differenza tra referenza extralinguistica e referente testuale. Quando

ho il gatto nella lingua, elemento linguistico fatto di significante e significato; referente

extralinguistico sta al di fuori nella realtà. Un gatto specifico, la classe dei gatti, ma sta al di fuori

della lingua. La referenza extralinguistica l’abbiamo trovata nel triangolo semiotico. Referenza

testuale: “lo”, tipo di referenza che si identifica con la stessa etichetta ma è un rapporto diverso.

Non c’entra rapporto di gatto che sta nella lingua con gatto referente extralinguistica. Sintagmi

pieni come il gatto sono capocatena nella catene foriche e riempiono di significato le proforme che

compongono le catene foriche. Sintagma pieno il gatto, quando si instaura nel testo, da lui

possono dipendere le catene foriche, da cui si possono riempire di significato le proforme

successive. Il referente testuale è un elemento presentato di solito da un sintagma nominale pieno,

che entra nell’universo del discorso, comparendo come sintagma pieno nel testo. Da quando

referente testuale viene instaurato, da lui possono dipendere catene foriche che sono costituite da

proforme, che possono essere pronomi, ecc. questo accade solo quando referente testuale è

instaurato. Referente testuale è ciò di cui si parla. La sua instaurazione avviene attraverso il porre

nel testo un sintagma pieno. Questa si chiama referenza testuale, è elemento che sta al centro,

uno degli elementi che stanno al centro dell’universo del discorso. Non riguarda referente

extralinguistico. Ovviamente quando gatto diventa referente testuale, ha una referenza

extralinguistica, ma è altro tipo di rapporto. libro si perde in una lunga spiegazione non inutile, ma

salta le righe in cui dovrebbe ribadire che quello di cui deve parlare è referenza testuale, ciò

elementi che diventano oggetti di predicazione, tramite l’essere nominati attraverso un sintagma

nominale pieno, da cui possono dipendere le catene foriche che attraversano il testo e ne

garantiscono la coesione. Tramite questo sintagma nominale pieno ricevono significato e quindi

sintagma nominale pieno è la mediazione di referenza per tutte le proforme che da questo

dipendono. Referente testuale non si instaura soltanto attraverso il nominarlo con un sintagma

nominale pieno. un re aveva tre figlie. un re è referente testuale, instaurato tramite sintagma

nominale pieno. Un re aveva tre figlie. Lo adoravano tutte e tre. Lo è una proforma che ha la sua

referenza tramite suo referente testuale un re, che era stato instaurato attraverso elemento

nominale pieno. Re ha referenza extralinguistica, ma qui non mi interessa niente. Qui prendo in

considerazione referente testuale. Un re aveva tre figlie che si occupavano della sua salute. Sua fa

parte di sistema della deissi. Riceve significato da un riferimento dal qui e dell’ora

dell’enunciazione. Sua si riempie di significato in rapporto a “re”. Questo è un modo di instaurare

referente testuale. Lo posso fare attraverso altre modalità. C’era una volta un re, il re aveva tre

figlie. Capiamo che se uso prima articolo un poi il, capiamo che “un re” non era mai stato nominato

prima. Viene instaurato come referente testuale, da questo momento posso riferirmi a lui come

qualcosa di noto. L’elemento che me lo rivela è l’articolo determinativo. Il re aveva tre figlie non lo

posso usare di punto in bianco, posso usarlo se so di che re sto parlando. Primo punto del testo in

cui instauro referente testuale posso segnalarlo con articolo indeterminativo (in italiano). Da questo

momento posso far dipendere da questo catene foriche, posso usare proforme, posso avere forme

di ellissi. Attivazione di referente testuale, momento in cui lo instauro, qui devo usare articolo

indeterminativo. Sono entrato in un ristorante, il cameriere mi è venuto in contro. Sono entrato in

un ristorante. Ristorante si instaura come referente testuale. Il cameriere: questo mi dice che mi

aspetto di trovare cameriere, che cameriere è referente testuale già instaurato. Questo si chiama

frame, o cornice: una esperienza già categorizzata che fa si che quando si instaura referente

testuale ristorante, si instaurino tutti i riferenti testuali che normalmente si associano

nell’esperienza ristorante (cameriere menù, ecc). Diventano automaticamente presenti e a loro mi

posso riferire come referenti testuali già instaurati. Instaurazione di referente testuale può avvenire

attraverso un elemento nominale pieno, ma anche attraverso procedimento chiamato Frame

cornice: instaurazione di certo referente testuale legato ad una certa esperienza del mondo già

categorizzata, già archiviata in modo socialmente condiviso, fa in modo che si attivino altri referenti

testuali collegati a quella referenza e che siano presenti all’universo del discorso. Scuola: frame in

cui sono già compresi gli studenti i banchi, ecc. frame: rimando che parlante e ascoltatore fanno a

esperienze già categorizzate che implicitamente portano con sé altri referenti testuali. A questi

ultimi, già istaurati, posso riferirmi come a riferimenti testuali già instaurati, posso fare tutto ciò che

posso fare con la referenza testuale instaurata tramite un richiamo nominale pieno. Altri modi per

avere referenti testuali: alcuni sono costantemente presenti all’universo del discorso,

costantemente individuabili dai partecipanti a u certo momento storico culturale, e cioè che hanno

la possibilità di essere identificati in modo univoco senza altre specificazioni. La luna, non serve

dire in questo momento storico cultura identificare luna come stella, perché nel modo che abbiamo

noi partecipanti a questo momento storico culturale, in nostra enciclopedia, il sole/la luna sono

riferiti solo a questo sistema solare. Il sole la luna sono referenti testuale che una volta instaurati

non hanno bisogno di essere ulteriormente precisati, perché sono in una loro definitezza

massimamente presenti all’universo del discorso sempre e univocamente identificabili. La luna è

presente nella nostre conoscenze delle cose del mondo, è indiscutibilmente quella, anche e

esistono altre lune in altri sistemi solari. È il grado di attivazione e di identificabilità del referente

testuale che definiscono la sua definitezza. Ogni referente testuale può avere un grado diverso di

definitezza, cioè può essere più o meno individuato come singolo e unico individuo. Grado di

attivazione coincide col fatto di essere stato instaurato come referente testuale a breve distanza.

Libro parla di scale di attivazione e identificabilità che definiscono la definitezza. Ha un più alto

grado di attivazione nel momento in cui ci si trova in un punto immediatamente successivo nel

testo rispetto all’elemento nominale pieno, o a una ripresa per copia, o ripresa di instaurazione. Più

ci si allontana dal punto in cui punto nominale pieno le proforme che d questo possono dipendere,

sono sempre meno chiare nella loro referenza. Infatti spesso serve una ripresa di un elemento

tramite una forma nominale posta per copia. Francesca quella mattina… gnegnegne… poi ho

bisogno di riprendere francesca, o la studentessa, ecc. devo riprendere per copia se riprendo

“francesca”, per forme sinonimiche o corrispondenti se la definisco come “studentessa” o come “la

figlia di anna”: forme di sinonimia contestuale, perché francesca e studentessa sono sinonimi solo

in questo contesto. Invece primatologo e studioso dei primati hanno sinonimia che non è

contestuale. Piero rossi è arrivato in ufficio….gnegnegne… il primatologo… devo riportare alto il

grado di attivazione con “il primatologo”. Il rapporto tra pietro e il primatologo è sinonimia

contestuale. Primo referente testuale: instaurato tramite elemento nominale pieno, il secondo

attraverso ripresa per riattivazione di referenza testuale hanno un rapporto di sinonimia

contestuale. Solo in questo testo primatologo è sinonimo dipietro. Sinonimia assoluta: primatologo

e studioso di primati. Posso riattivare referente testuale cioè riportare alta nella scala di attivazione,

di presenza all’universo del discorso attraverso una ripresa per copia. Ripresa sinonimica, che può

essere contestuale o assoluta. Per copia, per sinonimia contestuale, per sinonimia assoluta, o

attraverso relazione isa.

RELAZIONE ISA: relazione instaurata. Il mio gatto non sopporta di stare da solo… gnegnegne…

l’animale mi segue sempre…. Gatto e animale sono in relazione isa (in an: è un). Il gatto è un

animale. ‘insieme gatto è compreso nell’insieme animale. È una relazione, che quando abbiamo

fatto le relazioni della semantica abbiamo chiamato relazione di iponimie e iperonimia. Queste ci

potano ad utilizzare animale al posto di gatto perché gatto è un animale, fa parte dell’insieme più

ampio animali. In questo caso ho una riattivazione del referente testuale tramite elemento che sta

col referente testuale in una relazione isa. Fa parte dell’insieme animali, ed è una relazione, stessa

relazione nei rapporti semantici tra iponimi eiperonimi. Queste sono modalità attraverso le quali

poso riattivare un referente testuale instaurato tramite elemento nominale pieno, e frame o cornice.

Relazioni di meronimia: se mi riferisco alla mano: le ho fatto vedere una mano, e le cinque dita….

Se instauro come referente testuale la mano, le dita, che stanno in un rapporto di meronimia con

mano, cioè rapporto tra una parte e il tutto, si instaurano automaticamente come referenti testuali,

e a queste mi posso riferire con gli stessi mezzi morfologici con cui definirei un referente testuale

già instaurato. Questo è un grado di attivazione ripreso da relazione isa.

Definitezza data da identificabilità di certo referente testuale. Nostro libro fa discorso: fa esempio:

la barca a vela è veloce. Vorrei comprare una barca a vela. La barca a vela di massimo d’alema è

nel porto di gallipoli.

La barca a vela è veloce. Riguardo a cosa predico? Riguardo una barca a vela specifica? Qualè

referente testuale? Parlo di una barca a vela qualunque, ma della classe barca a vela. Il gatto è un

animale domestico: predico della classe dei gatti. Vorrei comprare una baca a vela. Qui cosa sto

predicando? Non alla classe barche barca a vela, ma di un elemento della classe barca a vela.

Predico riguardo un elemento specifico della classe barca a vela. La barca a vela di massimo

d’alema: predico riguardo a un elemento specifico della classe barca a vela. La tradizione classica

parla di elemento universale, riferimento singolare, e riferimento singolare specifico. Riferimento

alla logica è un riferimento di identificabilità diversa. È un referente testuale che ha un grado di

identificabilità diversa. Nel caso della predicazione riguardo alla classe è identificata la classe ma

nessun individuo della classe. Nel caso di vorrei comprare una barca a vela, il grado di

identificabilità è basso, nel caso di la barca a vela di massimo d’alema è un elemento di realtà

extralinguistica identificato in modo indiscutibile, massima di scala di identificabilità. Diciamo che

incrocio tra attivazione testuale, grado di attivazione testuale, posizione nella scala di attivazione

testuale, posizione in scala di identificabilità definiscono

DEFINITEZZA di referente testuale. La barca a vela di massimo d’alema è al massimo grado di

attivazione e al massimo grado di identificabilità, quindi ha definitezza molto alta. La luna di notte

tutti la guardano. La luna è instaurato come referente testuale da un elemento nominale pieno.

Non serve che specifichi la luna di questo sistema solare, perchè la luna per noi che apparteniamo

a questo momento storico e culturale, è univocamente identificabile., ma solo per noi che abbiamo

un certo modello di sistema solare, ecc. ci sono alcuni elementi che per essere al massimo di

scale di attivazione e identificabilità hanno bisogno di essere instaurati e poi essere riferiti a

riferimento singolare specifico. Altri elementi, altri referenti testuali che sono per la serie di

conoscenza condivise sempre al massimo grado di identificabilità. Il presidente della repubblica…

non ho bisogno di specificare ulteriormente chi è, o chi è il papa. Per noi, sono al massimo della

scala di identificabilità. Presidente leone, non è detto che per noi questo elemento che instauro

come referente testuale sia al massimo della scala di identificabilità, perché solinas e studenti non

partecipano allo stesso insieme di conoscenze per cui leone come presidente della repubblica sia

agli studenti presente. Definitezza data da attivazione, identificablità. Riferimento generale, alla

classe: riferimento universale. Riferimento singolare, a uno qualunque elemento. Riferimento

singolare specifico. A seconda del grado di identificabilità posso predicare diversamente riguardo a

questi elementi. Non capiamo dal nostro libro è che si perde in lunga disquisizione per spiegarci

che attivazione e identificabilità incrociano in un puntoche è la definitezza del referente testuale.

Da quest’ultimo dipendono le catene foriche: sistema della deissi: tutti gli elementi che si riempiono

di significato in relazione a qualcosa che sta in altro punto del testo, o in realtà extralinguistica.

Parlo di origo in riferimento a punto nello spazio e nel tempo rispetto al quale si orienta il sistema

della deissi. Se il sistema della deissi si orienta su un punto nello spazio e nel tempo in cui sono io,

io sono l’origo. Il campo, insieme di riferimenti deittici che da me, collocata in certo punto nello

spazio e nel tempo, dipendono, si chiama campo indicale. Oggi sto facendo lezione al polo san

basilio. Domani mi sposterò. Oggi: mi colloco in questo momento, 18 aprile, mi colloco a san

basilio. sistema della deissi fatto di tempo dei verbi, punto nel tempo, punto nello spazio, riferimenti

di luogo, di tempo, io: elemento deittico, determina che il fatto che domani farò lezione in un tempo

diverso da quello attuale e quindi usi in clausola successiva il tempo futuro, usi mi sposterò verso

san seba (un altro luogo). Tempo verbale e indicazioni spaziali dipendono dall’origo che in questo

caso sono io che mi colloco in spazio e nel tempo. Chiamo tutti gli elementi deittici che da questa

origo dipendono, elementi deittici che fanno parte di un campo indicale. Campo indicale si orienta

su coordinate spazio temporali di origo. Se dico : in questo momento ora racconto che lo scorso

anno il professor barbieri faceva lezione nella mia stessa aula, si spostava, ecc. in questo contesto

di enunciazione il momento di enunciazione è oggi. Il campo indicale che si origina dal qui e l’ora

dell’enunciazioni fa in modo che prof barbieri che l’anno scorso insegnava in quest’aula abbia un

certo tipo di riferimenti temporali nel passato rispetto al qui e all’ora. Elementi della deissi, in

questo questo caso il tempo dei verbi, sono orientati in un certo modo in rapporto al contesto di

enunciazione (che è il qui ed ora). “non avrebbe voluto farlo, non avrebbe voluto spostarsi in

un’altra aula” in questo caso la prospettiva non è più di solinas che racconta, ma quella del

professor barbiere. Tempo e modo verbali sono orientati su una diversa origo. Discorso diretto:

francesca arrivò e disse<<domani arriverò tardi…>>. Il primo campo indicale è orientato su origo

di narrazione.

Campo indicale e sistema di deissi hanno orientamento su un origo che si pone nel 18 aprile del

2017 se ora sto scrivendo oggi. Per riferirmi al passato (a quando francesca arriva e parla) uso un

certo tipo di tempo verbale. Quando entro in discorso diretto, campo indicale cambia, non è più il

mio che sto narrando. Sistema di deissi si orienta su un’altra origo, e quindi campo indicale si

orienta su origo diversa. Carlo e francesca arrivarono a scuola in ritardo. In questo caso rigo sono

io che sto raccontando, fa in modo che loro due si collochino al passato. Campo indicale e

riferimenti deittici dipendono da me che racconto in questo momento. Francesca era

preoccupatissima, sarebbe andata a giustificarsi dal preside. È indiretto libero. “Andrò a

giustificarmi dal preside” è cambio completo di campo indicale perché ci sono le parole riportate

come discorso diretto. “sarebbe andata a giustificarsi…”, indiretto libero, è cambio parziale di

campo indicale. Si cambiano i riferimenti deittici, sostituendo parzialmente origo di campo indicale.

Torniamo indietro, riprendiamo coesione. Coesione definita da serie di elementi che tengono

formalmente insieme il testo, che lo tengono coeso. Questa serie di elementi sono elementi di

carattere formale riguardo ai quali diamo giudizio di correttezza. Coesione non è un criterio

sostanziale ma formale, che può essere violato, spesso è violato in favore di coerenza, che è la

vera sostanza testuale, perchè i testi sono fatti per veicolare non tanto un significato quanto un

senso, per comunicare qualcosa. Non ci fermiamo su violazioni di coesione. Meccanismi di

coesione sono idiolinguistici, cioè pertengono, sono organizzati specificamente nelle diverse

lingue. Idiolinguistici: pertinenti alle diverse lingue. E che quindi quando li descriviamo, descriviamo

meccanismi che tengono insieme più frasi nella testualità ma sono meccanismi articolati in certo

modo in lingue specifiche. Possiamo trovare a prescindere da mezzi specifici morfologici, sintattici

che singole lingue adottano, dei meccanismi generali, quelli delle cosiddette proforme. Proforme

che intessono il testo tramite catene che dipendono da capicatena, elementi pieni che riempiono di

significato gli elementi successivi di queste catene, che sono elementi vuoti che si riempiono di

significato in relazione al punto d’attacco: proforma. Abbiamo parlato anche di punto d’attacco

extrasintagmatico. Perché un elemento possa costituire un capocatena deve essere istaurato

come referente testuale. I modi di instaurare un referente testuale sono quelli che abbiamo detto.

Cioè nominarlo con elemento nominale pieno, rapporti di meronimia, o frame. Attivazione e

identificabilità di un referente testuale vanno a darne la definitezza, che è identificato attraverso

rifermento universale, specifico, singolare specifico. A seconda di riferimento vada salendo in scala

di definitezza di referente testuale posso predicare diversamente.

Quando predico riguardo a classe o a elemento specifico, predico in modo diverso. Posso dire il

gatto è un animale simpatico. Ma non posso dire: lo vedo spesso passeggiare in giardino se mi

riferisco a classe di fatti, perché non vedo passeggiare in giardino tutta la classe dei gatti. Posso

dire: lo vedo passeggiare in giardino solo se mi sto riferendo al gatto di francesca. Il gatto di

francesca è un animale silenzioso, lo vedo spesso passeggiare. Non posso far dipendere una

predicazione testuale da un fatto specifico da riferimento testuale legato alla classe. Da riferimento

universale non posso far dipendere certe predicazioni, certi riferimenti forici. Altro modo di definire

coesione attraverso rapporti di meronimia, rapporti isa. Altro elemento che garantisce coesione:

elementi deittici che mettono in relazioni il testo ad altre parti del testo e che ricevono significato da

altri posti nel testo, sopra sotto, a destra a sinistra (anaforici cataforici).

Sistema della deissi: insieme di elementi orientati ripetto ad un’origo. Chiamo l’insieme degli

elementi deittici orientati rispetto ad un’origo campo indicale. Origo: punto nello spazio e nel tempo

in cui si pone enunciazione. Da essa si genera campo indicale, e cioè una serie di elementi deittici,

che rispetto a origo si riempiono di significato. In un testo origo posso essere diverse, si cambia

orientamento della deissi, dove entra un discorso diretto, ecc. descriviamo i meccanismi di

coesione. Sistema di deissi origo, campo indicale: meccanismi di coesione, grazie ai quali un testo

è coeso, ha unità sostanziale dal punto di vista formale. Oltre che proforme nell’ambito dei coesivi

esistono anche i connettivi. Francesca aveva subito preso in simpatia mauro, e questo subito è un

connettivo, cioè qualunque elemento svolga funzione di collegare porzioni diverse del testo, sia

nella stessa clausola, sia in clausole diverse. proforme devono avere punto d’attacco, connettivi

no.

Alcuni connettivi che stanno al centro dell’insegnamento grammaticale, avverbi, congiunzioni, ma

ci sono anche sintagmi preposizionali che funzionano da connettivi, o anche clausole intere che

funzionano da connettivo. Es. “come abbiamo detto prima”. Funzione di connettivi sono diverse e

dipendono dal loro significato. Invece: relazione avversativa, anche: aggiunta, malgrado, quindi:

procedere di comunicazione, va anche detto che: aggiunta. Nelle diverse lingue: diversi tipi di

connettivi ma tentiamo di fare tipologia di connettivi. Esistono connettivi relazionali e connettivi

modulanti. Connettivi relazionali: subito, malgrado. Modulanti: men de di greco antico che

stabiliscono rapporti di alternanza di focalizzazione dell’attenzione sull’uno e l’altro aspetto.

Parliamo di dato/nuovo, tema/rema, topic/comment. Struttura informativa di enunciato. Abbiamo

studiato sintassi in base a modelli sintattici basati sulla dipendenza.

Rapporti gerarchici di dipendenza oscurati resi meno evidenti da necessaria linearità di significante

del segno linguistico che deve porre un elemento dopo l’altro, vengono rimessi in luce da modelli di

sintassi: scomposizione in componenti immediati, modalità di organizzazione di modelli che

mettano in evidenza dipendenze orientate.

Enunciato può essere descritto in modi diversi. Questa è descrizione di dipendenze, di rapporti

sintattici tradizionale. Ma ci sono modi diversi di strutturare frasi.

Allofrasi: strutture superficiali diverse con elementi che esprimono un modello di dipendenza in

rapporti diversi. Alice inseguì il coniglio, il coniglio fu inseguito da alice, fu alice a inseguire il

coniglio. Realtà, striga che definisco in logica formale per identificare questa realtà al di fuori della

lingua è la stessa. I rapporti sintattici tra tr frasi sono diversi. In un caso alice è soggetto, altro caso

è coniglio. Identificazione nella realtà di stesso evento porta a strutture che hanno rapporti di

dipendenza gerarchica diversi. Perché diciamo in un caso una frase o l’altra? Per mettere in

evidenza porzione diverse di informazione. Fu alice a inseguire conigliO: non eravamo sicuri di chi

avrebbe inseguito l’altro, e poi è alice a inseguire coniglio. È diverso l’accento che voglio porre su

una parte dell’informazione, voglio usare struttura informativa diversa, voglio mettere in evidenza

parti dell’enunciato come informazione prioritaria. Dal punto di vista di emittente c’ parte di info,

cioè ciò di cui si predica, il soggetto aristotelico, e una parte di enunciato che costituisce la

predicazione.

Tema è il soggetto aristotelico, ciò che dal punto di vista dell’emittente è il soggetto del discorso.

Chiamiamo rema la predicazione riguardo a quell’oggetto. Soggetto aristotelico di tradizione

classica non è da confondere con il soggetto sintattico. La tradizione anglosassone parla di topic e

comment.

Topic: ciò di cui si parla, comment: cioè che si predica di ciò di cui si parla. Non guardiamo più

enunciato considerando rapporti basati sulla dipendenza e quindi rapporti di tipo sintattico, ma dal

punto di vista di strutturazione di informazione.

L’emittente pone un tema: soggetto aristotelico, e una predicazione rispetto a questo tempa

(comment, rema, predicazione). Questo è un modo di descrivere non più dal punto di vista di

rapporti sintattici. Lo abbiamo dimostrato mostrando che spesso il soggetto sintattico coincide con

tema, ma alle volte questo non è vero. Carlo è arrivato in ritardo. Soggetto sintattico coincide con

tema. Espediente per identificare tema è inserirlo nel “riguardo a …” es. riguardo a carlo è arrivato

in ritardo. Riguardo alla lezione, è iniziata ora. Soggetto sintattico e soggetto aristotelico (topic,

tema) coincidono in questo caso. Ma le vacanze, non ci ho ancora pensato. Io è soggetto sintattico

identificato in base a dipendenza. Le vacanze è tema, messo in evidente con dislocazione a

sinistra, questo ci mostra che vacanze è tema. Riguardo a vacanza, non ci ho ancora pensato

(rema). Il tema non coincide con soggetto sintattico. Oltre a questo, c’è altra prospettiva, del dato

nuovo.

Alternanza continua che nella conversazione si ha dalla piattaforma di conoscenze condivise di

emittente e ricevente e ciò che a queste conoscenze viene aggiunto. Ciò che è condiviso, la

porzione di informazione condivisa da emittente e ricevente, dalla qual si più partire, è dato,, a

questo si aggiunge nuovo Che nella fase successiva diventa dato, rinnovato dato a cui aggiungere

un nuovo che diventerà ancora dato condiviso. Dato, nuovo, altra modalità di descrivere un certo

andamento di dinamismo comunicativo, non più predicazione, ma conoscenze condivise tra

emittente e ricevente. Movimentazione di conoscenze da parte di emittente che dev’essere scelta

di argomento, del tema, e associazione a questa di una predicazione. Questo si chiama

movimentazione di conoscenze e deve contare su conoscenze da movimentare su ricevente.

Tema e rema si riferiscono a movimentazione di conoscenza da parte dell’emittente nel ricevente,

mentre se parlo di da dato e nuovo, mi riferisco a piattaforma di conoscenze condivise da

emittente e ricevente. Fa sempre parte di operazioni che movimentano conoscenze che contano

su condivisione di conoscenze.

Focus e background: qual è la parte di informazione più saliente, il picco informativo di un

enunciato. Parte sovrasegmentale aiuta a segnalare qual è il picco informativo di enunciato.

Parte sovrasegmentale: intonazione di enunciato.

Picco intonazionale di solito coincide con focus, con picco informativo dell’enunciato. Il cantore ha

cantato male questa sera. A seconda che enfatizzi il tenore: non il soprano non il direttore

d’orchestra ha sbagliato, ma proprio il tenore. Enfatizzazione di “questa sera”: di solito canta bene,

solo oggi ha cantato male. Il tenore ha cantato male, enfatizzo cantato male. Picchi intonazionali

diversi danno risultanze diverse dal punto di vista di distribuzione di informazione nel testo. Focus:

coincide con picco informativo dell’enunciato, e spesso anche con il picco intonazionale.

Parte sovrasegmentale aiuta a identificare picco informativo dell’enunciato. Tutto ciò che non è

focus si chiama background. Questo modalità mette in evidenza la distribuzione dell’informazione

nell’enunciato, in questo caso, ciò che è maggiormente rilevante, nell’informazione, l’informazione

più rilevante in un enunciato. Posso stabilire picco informativo, focus, solo in relazione a contesto.

Quando all’esame vi chiederò per trarvi in inganno: qual è il focus in questa frase? Dovrete dire

non ve lo posso dire perché se non c’è contesto non posso capire quale è focus di enunciato. O

prof ci dice frase con intonazione, o abbiamo contesto di enunciazione in cui entrambi discutiamo

di stessa cosa. Focus si determina solo in contesto di enunciazione.

Lez. 24

Connettivi modulanti e connettivi relazionali

I connettivi relazionali mettono in evidenza le relazioni fra le parti delle clausole, “ho preso

l’ombrello perché pioveva”, perché è un connettivo, mette in relazione una clausola, “ho preso

l’ombrello” con un’altra clausola “perché pioveva”. Non è detto però che A debba precedere B

perché posso anche avere B che precede A come nel seguente esempio: “ho preso l’ombrello dato

che pioveva”, e questo perché la differenza tra A e B non è una differenza di tipo sintattico ma è

basata sulla struttura di conoscenze che l’enunciato possiede, infatti A (ho preso l’ombrello) sta

logicamente prima di B. B rappresenta la informazione nuova e quindi è l’integrazione, mentre A è

il dato, e la chiamiamo base. La base è logicamente precedente all’integrazione. Il connettivo si

trova tra la base e l’integrazione. Ci sono casi in cui il connettivo può stare anche dopo

l’integrazione come il –que latino, che si pone alla fine della sequenza e funziona da connettivo tra

una base e un’integrazione. Anche in Italiano possiamo dire “vieni pure tu” oppure “vieni tu pure”,

però non è una possibilità frequente, comunque in questo caso si parla di connettivi fluttuanti. Il

connettivo può anche essere cancellato e quindi non apparire nella catena “Francesca aveva

voglia di dormire, si stendeva sul letto e cominciava a russare”: tutti questi eventi avvengono uno

dopo l’altro, ma “Francesca aveva voglia di dormire, quindi si stendeva sul letto e quindi

cominciava a russare” è l’enunciato equivalente con i connettivi, quindi nel caso precedente a

questo, ho semplicemente accostate le diverse clausole, riducendo a zero il connettivo,

accostamento che segnala la presenza di una successione di tipo temporale. Questa

giustapposizione di clausole che non hanno in mezzo alcun tipo di connettivo segnala comunque

quello che segnalerebbero i connettivi se ci fossero, quindi alcuni connettivi in quanto deboli

possono essere cancellati. “Ieri ho fatto una gita nel più bel posto di montagna del Veneto,

l’Altopiano di Asiago”, anche in questo caso non c’è cioè, non ci sono i due punti, c’è semplice

accostamento ma funziona comunque, c’è sempre un rapporto tra base e integrazione tuttavia non

segnalato da nessun connettivo. Sempre dei connettivi fanno parte i relativi, la clausola relativa dà

ulteriori specificazioni riguardo a un elemento nominale già posto nel testo, ma che non

necessariamente tutte le lingue sono introdotte dai pronomi relativi, l’inglese per esempio ha delle

relative che non sono introdotte da pronomi. La coesione è garantita anche dagli elementi ripresi

per copia, per quasi copia, per relazioni di sinonimia, di sinonimia contestuale, di sinonimia

assoluta e anche da quelle proforme che sono sempre in una relazione non di carattere formale

(come i pronomi) ma di carattere semantico che sono gli incapsulatori. Se dico “l’11 novembre

1986 Polesine fu travolta (…)” e poi dico “la tragedia è ancora viva nella mente dei vecchi”,

tragedia è un incapsulatore, riprende non un unico elemento ma un’intera porzione di testo e cioè

tutto quello che è stato detto prima riguardo a Polesine. L’incapsulatore è una forma che ha una

referenza che è costituita da un’intera porzione precedente del testo e sta in una relazione

di carattere semantico con tutto ciò che viene prima. Anche questo garantisce la coesione e

sta in una relazione di carattere semantico con tutto ciò che viene prima, in una relazione di

carattere semantico si trovano anche quelle di meronimia, anche la relazione ISA (quindi la

coesione è garantita da fatti che riguardano anche il significato delle parole, non solo da rapporti

formali come dal pronome che riprende un sintagma nominale, ma anche da relazioni di carattere

semantico). Un ulteriore risorsa per assicurare la coesione tramite mezzi lessicali sono le

cosiddette collocazioni, si tratta di un anglicismo. Collocazioni sono elementi che compaiono

insieme (cum loco), e si tratta di frequenze di parole che tendono a presentarsi in combinazioni

che sono rigide che sono sempre quelle. “E’ stato bandito un concorso”: bandire e concorso sono

una collocazione, perché concorso occorre come oggetto nelle frasi attive in cui concorra bandire e

appare come soggetto nelle frase passive. E concorso è collocato insieme a bandire con una

frequenza altissima rispetto ad altri verbi. Attivano nel ricevente dei meccanismi di attesa perché

se noi troviamo concorso, ci aspettiamo di trovare bandire. Se troviamo bandire ci aspettiamo di

trovare concorso; c’è un legame fra i due membri della collocazione per cui posto il primo ci si

attende il secondo: “Luigi ha vinto il concorso, era stato bandito un anno fa”; “Luigi ha vinto il

concorso era stato ammesso un anno fa”> il soggetto che ci aspettiamo nella clausola successiva,

è lo stesso, dato che non c’è esplicitazione, di quello della clausola precedente. Però nella prima

delle due clausole, pur non essendo esplicitato il soggetto non penso che sia Luigi il soggetto di

“era stato bandito” ma subito comprendo che il soggetto è il concorso. Quindi sono due frasi

identiche in cui nella prima, la identificazione del soggetto è orientata dal fatto che la collocazione

bandire e concorso fa in modo che orientiamo la ricerca del soggetto in un certo modo. Laddove

invece non si presenta la collocazione orientiamo la ricerca in un modo diverso ancora. Le

categorie di collocazione sono diverse nelle diverse lingue, “su richiesta” “automobile a benzina”

“fallo per pietà”. Categorizzazione di collocazioni

1. Verbo + nome> fare impressione, dare l’impressione, battere un record, stabilire un record,

fare un passo in avanti (take a step) dell’inglese. Non sempre si corrispondono nelle diverse

lingue ma hanno sempre la stessa funzione seppure con forme diverse.

2. Verbo (che indica rottura o annullamento + nome> respingere l’accusa, rompere l’accordo,

dissipare una fortuna, dissipare un dubbio, dirimere una vertenza, annullare un matrimonio.

3. Aggettivo + nome> caffè lungo, caffè corto, birra chiara, disco rigido ecc. “ho ordinato due

caffè, uno lungo e uno corto” in questo caso è il fatto che abbiamo in mente la collocazione

caffè corto e caffè lungo che fa in modo che possiamo disambiguare.

4. Nome + verbo> la pioggia scroscia, le bombe esplodono, l’elefante barrisce. “Dopo il primo

scroscio, il tempo è tornato bello” e non metto pioggia perché è implicito nel fatto che abbiamo

in mente la collocazione che fa sì che capiamo. “Carlo e io siamo intimi” la collocazione è intimi

e amici e questo fa in modo che recuperiamo il significato.

Ereditarietà

L’ereditarietà è un altro degli elementi che garantisce di creare coesione. Attraverso la relazione

ISA possiamo stabilire una relazione tra cane domestico e animale. La relazione ISA permette di

mettere in evidenza che un elemento A fa parte di un insieme più ampio di elementi B, quindi cane

è un animale. C’è la possibilità di trasferire le proprietà del termine generale a tutti i termini più

specifici che rientrano nello stesso, questa possibilità si chiama ereditarietà semantica, assicura la

coesione tramite sintagmi pieni anche quando tra un sintagma e l’altro non ci sia alcuna

somiglianza da un punto di vista superficiale. Ad esempio se penso che il “cavallo” è il termine più

generale che sta con baio (baio è un certo tipo di cavallo) in un certo tipo di relazione, posso dire

“arrivò il cavallo trotterellando, ed io ho tirato il baio per la coda”, se baio è in una relazione ISA con

cavallo, c’è una ereditarietà e cioè una trasmissione di tutte le proprietà del cavallo (in questo caso

avere una coda) in baio. Tutte le parti del cavallo in generale sono necessariamente anche parti

del baio (una delle altre proprietà di carattere semantico che garantiscono la coesione).

Motivo di coesione delle lingue

Il motivo per cui le lingue sono coese, non sembra tanto nell’utente linguistico, è nell’utente

linguistico solo in quanto elaboratore di informazione. Il fatto che gli utenti linguistici siano dotati di

una capacità limitata di tenere in memoria il materiale testuale, fa in modo che se una successiva

serie di enunciati non avesse dei legami coesivi, difficilmente questi sarebbero interpretati come

un’unità ma sarebbero interpretati come delle porzioni testuali differenti, la coesione serve fare in

modo che ci sia una continuità nelle indicazioni di interpretazione. Garantisce che emittente e

ricevente sappiano che l’enunciato che stanno considerando è sempre lo stesso, che i riferimenti

di decodifica devono essere gli stessi. Quando la rete di coesivi si interrompe vuol dire che si sta

cambiando discorso, si attiva una diversa memoria e si prende coscienza che si è di fronte a due

unità diverse. Il sistema dei coesivi invece fa in modo che noi interpretiamo come un continuum.

Quindi la coesione serve a dare all’utente che ha delle capacità di memoria limitate la

sensazione della continuità testuale. La rete di coesivi dà idea dell’unità formale

dell’oggetto che si ha di fronte. I sistemi di coesione tuttavia sono sistemi ridondanti. Le

lingue per economia potrebbero risparmiare sui coesivi, si pensi al caso telegrafico in cui tutti i

connettivi sono cancellati senza che la struttura sia compromessa, l’informazione rimane

comunque inalterata. E allora certi elementi possono essere cancellati, ma certi devono

necessariamente sopravvivere. Quali sono i limiti della compressione della informazione, fino a

che punto è possibile cancellare porzioni di enunciato senza distruggere l’informazione? Che cosa

stabilisce questi limiti? A che cosa serve la ridondanza in fatto di coesione? Questo ci fa pensare

che nell’enunciato ci sono degli elementi essenziali per la trasmissione della continuità del testo e

altri che sono marginali. Alcuni componenti sono più essenziali degli altri. C’è un filone che cerca di

dare delle risposte a queste domande, ed è un fronte linguistico (studio cognitivo). Come tutte le

unità linguistiche anche l’enunciato è organizzato in un modo composizionale e cioè può essere

costituito da più clausole connesse fra di loro. Se più clausole sono connesse fra di loro, queste

relazioni possono essere descritte in termini puramente sintattici (clausole coordinate e

subordinate). Oltre alle relazioni di carattere sintattico le clausole hanno tra di loro anche delle

relazioni di carattere logico semantico, e questo è reso possibile dal fatto che le clausole non le

collochiamo a caso ma in modo da esercitare quel dinamismo comunicativo che va a crescere

continuamente la quantità di conoscenze condivise dal parlante e dall’ascoltatore. Da questo punto

di vista, i testi visti come complessi di clausole, riproducono a livello macroscopico quello che le

singole clausole riproducono a livello di conoscenza, quindi viene lanciata una determinata

conoscenza poi viene integrata da ulteriori conoscenze finché il testo non termina e in questo

modo il testo continua sviluppando una sorta di effetto pendolare tra il dato e il nuovo. Il testo può

essere visto come un sistema semantico che si autoalimenta. Il testo produce a livello

macroscopico quell’andamento che abbiamo visto prima nella clausola, ma in modo più

ampio. La porzione di conoscenze condivise va ad aumentare e a costituire la base nuova

da cui partire. Nel caso di relazione logico-semantica tra clausole non parliamo più di base

e di integrazione ma di espansione e proiezione rispetto ad una base di partenza. E questa

proiezione ed espansione poi può assumere a livello di forma superficiale la

subordinazione o coordinazione. La relazione di espansione è quella che realizza in modo più

vistoso l’effetto pendolare tra conoscenza data e conoscenza nuova. Consiste nell’ampliare la

conoscenza convogliata nella clausola principale. L’estensione “ho visto un film che è la storia

infelice di marco” si ha quando la clausola arricchisce l’informazione proposta dalla clausola

precedente. Posso ad esempio dare un’espansione che è una relazione di circostanza. Le

relazioni di proiezione invece si creano quando una clausola è la rappresentazione di un’altra

clausola. Nella proiezione una clausola serve a riportare un discorso. Questa proiezione è dovuta

a due capacità: la narratività e la citazione. I tipi principali di citazione sono il discorso diretto e il

discorso indiretto. “Carlo mi chiamò e mi disse non posso venire” c’è una classe citata che diventa

clausola citante rispetto alla clausola citata successiva. Tutti i verba sentiendi hanno in dipendenza

delle clausole che stanno in relazione di citazione. Secondo Cecilia Andorno invece bisogna

distinguere tra coesione e connessività: la coesione comprende i meccanismi di carattere

semantico, e connessività è l’insieme dei meccanismi di tipo formale.

Coerenza

Il parlante maturo (che abbia competenza linguistica) sa dire a prima vista se un testo è coeso

oppure no, e lo sa dire con una veloce ricerca che fa nell’ambito degli universi di conoscenze

strutturate da lui posseduti che possono garantire senso a quel testo. La coerenza è la capacità di

un testo di veicolare un senso. “Penelope si è stancata di aspettare Ulisse” non veicola senso

perché in realtà, nell’Universo delle conoscenze strutturate, sappiamo che lei non si stanca mai di

aspettarlo. E quindi ascoltando questa affermazione il senso è di un certo tipo pensiamo che

questo enunciato sia un paradosso perché l’universo di conoscenze a cui facciamo capo è di un

certo tipo. Ciascuna dei parlanti maturi riesce ad attivare in modo istantaneo una chiave

interpretativa capace di fargli accedere a degli universi di conoscenza che veicolino un senso.

Questo è quello che non riesce a fare l’intelligenza artificiale. La mente umana è predisposta

all’apprendimento delle lingue-naturali, ha una facoltà di linguaggio, cioè una capacità di

comprensione nonostante stimoli incompleti o interrotti. Quindi coerente quando essendo messo

in relazione con un contesto extralinguistico che si chiama contesto di enunciazione, e date

diverse conoscenze strutturate possedute dai parlanti, garantisce un senso. Quindi è

sempre il contesto universale di conoscenze condivise a permettere che sia veicolato un

senso. E’ l’universo di conoscenze a cui facciamo riferimento che garantisce il senso del testo.

Ciascuno dei parlanti maturi riesce a far riferimento a questi sistemi di conoscenze strutturati

presenti e possibili come chiave interpretativa, in modo istantaneo. Questo è quello che non riesce

a fare l’intelligenza artificiale.

Il rapporto di un testo con i sistemi di conoscenze che gli danno senso, può essere intuibile a

seconda di una serie di fatti che fanno parte del contesto dell’enunciazione.

L’intelligenza artificiale non può prevedere le infinite variabili che nei contesti di enunciazione si

possono porre e che l’essere umano è in grado di discernere in modo semplice, fare una

previsione per l’intelligenza artificiale non è possibile.

Il bambino apprende il linguaggio, impara a distinguere i sensi in base ai contesti nuovi in cui si

ritrova, l’intelligenza artificiale non può farlo nonostante possa immagazzinare tutti i contesti

precedenti. La capacità dell’essere umano di intraprendere le vie del senso cioè di vagliare gli

universi di conoscenze strutturate che ha a disposizione per l’interpretazione del senso,

l’intelligenza artificiale questo non lo può fare. Non riesce a farlo.

Dal punto di vista della coerenza, ho detto prima, avremo recuperato il concetto della violazione

della coesione a favore della coerenza. O meglio, il fatto che un testo veicoli un testo è la qualità

essenziale (coerenza), la coesione è un aspetto formale che può esserci o no. La garanzia di

testualità non è data dalla coesione ma dal fatto che un testo, pur non coeso, connesso nei termini

di Elisabeth Conte, sia comunque coerente; coerente nel senso della capacità di veicolare un

senso, di essere messo in un rapporto con un contesto extralinguistico (che si chiama contesto di

enunciazione) e con universi di conoscenze strutturate e possedute dai parlanti che gli

garantiscano un senso.

Il senso è diverso a seconda della complessità, della completezza dell’universo di conoscenze

strutturate. Se di questo universo di conoscenze strutturate ne conosco solo una parte (come

potrebbe fare un parlante siciliano) molto è perso.

Esempio: se io dico tre frasi sconnesse tra loro “ho pagato la bolletta del gas. Il meccanico ha

trovato che dovevo sostituire la cinghia dell’automobile. Mia figlia vuole andare in viaggio-studi in

Inghilterra”. Non c’è continuità tematica. Se io aggiungo “qui le spese non finiscono mai” la

coerenza è garantita da questa ultima clausola poiché fa rientrare quelle che io ho prima posto

come tre clausole che facevano riferimento a universi di conoscenza diversi tra loro, nell’ambito

delle spese da sostenere. La coerenza in questo caso è garantita da una parte del testo.

Il fatto che il testo possa veicolare senso è garantita dalla relazione delle parti precedenti del testo

con le parti successive del testo.

Esempio: “questa mattina la sveglia non ha suonato, non avevo il biglietto del treno e diluviava.

Aspettatemi che vado al “bar”→ il senso sta nella nostra conoscenza del mondo: noi sappiamo che

ogni mattina ci si sveglia e si fa colazione. A causa di una serie di circostanze non sono riuscito a

fare colazione perciò mi tocca andare al bar. Le nostre conoscenze delle cose del mondo

garantiscono la coerenza.

La coerenza non necessariamente è all’interno del testo, può esserci anche al di fuori. Questo

perché la coerenza viene dai meccanismi di interpretazione che non sono nel testo.

Lez. 25

Allora, riprendiamo il discorso sulla coerenza, cerchiamo brevemente di raccogliere brevemente le

idee per quanto riguarda la coerenza, anche se il più lo abbiamo detto ma riprendiamo ora.

Riguardo invece agli altri cinque criteri di testualità di cui il vostro libro vi parla, perché vi dice “sono

sette i criteri di testualità”, anche a questi abbiamo già fatto cenno più volte quando abbiamo

parlato ad esempio di ipertestualità, quando abbiamo visto come per l'interpretazione c'è la

necessità di andare a mettere in relazione quel testo con altri testi e quindi con altri testi in quanto

presenti a un gruppo limitato di persone con altri testi in quanto presenti nelle enciclopedie e quindi

in coloro che in quel certo momento storico e culturale hanno una certa serie di conoscenze

condivise.

Poi c'è il criterio che fa riferimento alla quantità e alla qualità dell'informazione e cioè che in una

testualità ben formata emittente e ricevente cercano di confezionare e dall'altra parte interpretano

dando per scontato che il testo porti un'informazione e che questa informazione sia rilevante,

quindi dell'informatività, anche su questo abbiamo più volte fermato la nostra attenzione.

C'è un principio di cooperazione fra mittente e ricevente per cui non soltanto il ricevente nel

momento in cui si trova di fronte ad una testualità cerca l'universo di conoscenze sistematizzate,

organizzate in sistema, che farà meglio funzionare quella testualità per veicolare un senso ma

attribuisce anche sempre all'emittente la volontà di dare un'informazione, quindi c'è sempre,

diciamo così, dovete prendere tutto ciò ovviamente non nella modalità in cui nella comunicazione

quotidiana utilizzate queste forme ma sempre in quella ridefinizione che funziona nell'ambito della

linguistica, un principio di cooperazione per cui si attribuisce una volontà positiva in relazione alla

comunicazione, la volontà che la comunicazione arrivi e che quindi sia informativa, e che quindi ci

sia una informazione che va ad arricchire il piano delle conoscenze condivise. E quindi potete

andare a vedere da soli questi criteri, quello che è importante è che vediate la differenza tra i due

primi criteri di coesione e coerenza su cui ci siamo fermati che sono essenziali e partono dalla

considerazione del testo, anche se andiamo a vedere abbiamo visto che la coerenza non

necessariamente sta nel testo o è garantita da qualcosa che sta nel testo, e gli altri che invece si

incentrano su il committente, il ricevente, il contesto, le relazioni, rimane che sempre ciascun testo

in quanto tale funziona in atto, funziona nel momento in cui è in relazione con se stesso, è in

relazione con altri testi, con altri parti del testo stesso, con l'emittente con il ricevente con il

contesto in generale quello che abbiamo chiamato il contesto di enunciazione che in realtà

abbiamo detto è fatto di più ingredienti.

Allora se la quidditas del testo e la sua coerenza, e cioè la sua capacità di veicolare un senso,

andiamo a vedere una modalità, ecco, di presentare questo aspetto, il più grande studioso del '900

che abbiamo più volte citato, che è Eugenio Coseriu, che riflette sulla linguistica del testo cercando

di inserirla in un impianto più generale, la sua aspirazione è sempre quella di quadri esaustivi che

in qualche modo possano trovare, vedere sistematizzato tutti gli ambiti da noi indagati e quindi

comincia a parlare della investigazione del testo dicendo “io devo innanzi tutto legittimare la

linguistica del testo con un piano autonomo 1 dell'analisi del linguaggio, ho legittimato” e l'abbiamo

detto anche noi, “un piano autonomo di analisi del linguaggio, ogni qual volta ho trovato delle

regole che funzionano specificamente a quel piano in quel piano del linguaggio”, e allora lui dice

“io individuo diversi livelli del parlare e vediamo se su questi diversi livelli sussistono delle regole

specifiche, se su questi livelli diversi sussistono delle linguistiche modalità di studio specifiche e se

quindi possono legittimare una modalità di studio specifica per il livello d'analisi del testo”.

La grammatica tradizionale e anche la linguistica strutturale tradizionale arriva a vedere come

ultimo livello d'analisi il più ampio, l'ultimo, che poi in realtà sarebbe il primo perché è quello

difronte al quale ci troviamo nella fenomenologia di concretizzazione del linguaggio, però è l'ultimo

che abbiamo studiato, vi ricordate come vi avevo messo in evidenza il fatto che il nostro procedere

nello studio è esattamente inverso all'iter linguistico che si fa?, noi partiamo dalle unità più piccole

che sono le ultime segmentate nell'iter linguistico, vuol dire nel percorso di conoscenza che chi ha

analizzato questo oggetto ha fatto, quello che ci troviamo a considerare per ultimo è il livello della

testualità che invece è l'emergenza documentale nostra, è fatta di testi, testi in infinite situazioni

comunicative e siamo partiti invece a parlare di unità astratte di base, quindi abbiamo fatto un

processo esattamente inverso nel raccontare a voi studenti questa disciplina da quello che fanno

gli studiosi nel momento in cui si trovano difronte al loro oggetto. Siamo partiti dagli atomi e siamo

arrivati a costruire l'organismo, il punto è che chi si trova da studiare ha di fronte l'organismo intero

e che funziona, di solito non morto perché se lo trovi morti è esattamente come la lingua che

abbiamo analizzato noi, fatta di finzioni, per cui è una, ferma, non cambia.

Allora, di fronte abbiamo i testi, dicevo, io devo legittimare questo livello di analisi, comincio a

vedere quali sono i livelli di analisi, i livelli del parlare che Coseriu mette in atto, e dice Coseriu

“posso organizzare questa come anche una distinzione triadica”, piace assai a Coseriu che è un

presuntuoso ai massimi livelli, si sente Aristotele fin nell'ultima delle sue cellule e gli piace essere

Aristotele e poi siccome lo trova un po' limitato su alcune cosine ci mette un po' di Leibniz perché

era più ampia ancora la sua conoscenza, è tronfio, però simpaticamente tronfio.

Allora, l'idea è questa, che esista, dice lui, un piano universale, quello del parlare in generale,

quello che importa quei principi della logica, ad esempio quindi la proprietà transitiva, il principio di

non contraddizione, il principio di identità, che sono comuni a tutti gli esseri umani

indipendentemente da quali lingua storica comprendano, vadano a parlare, un secondo piano che

è quella del parlare appunto una lingua storica e questo parlare una lingua linguista storica importa

il parlare italiano, cinese mandarino, latino, macedone e quello che volete.

Quindi il parlante specifico della lingua storica con una competenza che i parlanti assumono in un

certo momento della loro vita con degli imput dei quali abbiamo parlato assumendo qualcosa

quindi che è nella storia, è concreto, reale e che non è che prescinde, che concretizza nella storia i

principi generali del livello del parlante in generale, e un terzo livello che è quello del parlare in

situazioni specifiche del parlare per testi, devo utilizzare una lingua storica in situazioni specifiche.

Quindi il livello universale e il livello... adesso andiamo a vedere, va bene? Andiamo a vedere la

poesia. Allora questi 2 sono i tre livello, lui dice “il livello universale, di livello del parlare in

generale, è quel livello per cui tutti i parlanti a prescindere dalla lingua storica che vanno ad

adoperare, conoscono, applicano la proprietà transitiva, se A = B e B = C allora C = A, se metto

due negazioni ottengo un'affermazione, va bene, e poi un livello universale del parlare che porta

anche un principio generalissimo, tramite la lingua mi riferisco alle cose, metto in relazione cose,

scusate, la lingua mi consente di mettere in relazione quelle cose, porto nella lingua: fatti, eventi,

oggetti che sono nella realtà extralinguistica e li rappresento tramite la lingua e questo è il livello

universale, di questo livello universale si occupa una linguistica dicevo, sì certo, la linguistica che

chiameremo linguistica generale. Il secondo livello del linguaggio che si può analizzare tramite le

linguistiche delle diverse lingue storiche, quindi la linguistica italiana, latina, greca, quello che volte,

non hanno bisogno di giustificazioni, è il livello interlinguistico, il livello delle specifiche lingue

storiche, ci sono lingue storiche ed è inutile dire, fermarsi, per giustificare il fatto che esitano delle

regole e delle modalità di analisi specifiche a questo livello, esiste questo livello perché è un livello

sicuramente legittimato da una tradizione di studi che ormai in un alcuni casi è addirittura

millenaria. Il livello di parlare per testi, e cioè il livello di concretizzare in situazioni comunicative

specifiche le diverse lingue storiche che si adeguano e funzionano diversamente in situazioni del

parlare particolari e quindi un livello testuale, se questi due livelli sono legittimati è legittimato

secondo Coseriu anche il terzo, e quindi è legittimata una linguistica testuale tout cour che non

deve essere né linguistica del parlare in generale né linguistica delle specifiche lingue storiche,

quindi deve prescindere dai meccanismi che pur nella testualità noi abbiamo individuato come

idiolinguistici specifici di una lingua storica, vi ricordate quando parlavamo ad esempio dell'uso

dell'articolo determinativo e indeterminativo per segnalare il grado di attivazione di un referente

testuale?, questo è un meccanismo che riguarda una specifica lingua storica e di questo non si

può fare la linguistica testuale perché questo è un livello che appartiene all'italiano, alla linguistica

dell'italiano alla cosiddetta grammatica transfrastica e cioè quella parte della linguistica che studia

le relazioni fra frase e frase che vanno al di là della frase, che in qualche modo tengono insieme e

coesa la testualità, più che coesa, connessa, perché questo è una relazione di carattere formale,

ma che non ha niente a che vedere con la linguistica testuale e deve essere qualcosa che si pone

ad un livello diverso e cioè al livello di studiare in quella capacità degli esseri umani, non solo di

parlare in generale, e non solo di applicare i principi del parlare in generale nel parlare una o più

specifiche lingue storiche ma anche nell'utilizzare queste specifiche lingue storiche in particolare

occasioni di testualità, è questa facoltà, non la regola specifica che di caso in caso, che deve

essere studiata dalla linguistica testuale.

Ma andiamo a vedere allora come a questi livelli secondo Coseriu le cose funzionino in modo

particolare, parlavamo di regole, allora ci sono regole che funzionano a livello di parlare universale,

del parlare in generale, in tute le lingue a prescindere da quelle che io vada a concretizzare nel

mio uso comunicativo funzionerà il principio di non contraddizione perché riguarda il parlare in

generale, funzionerà al riferirsi tramite la lingua alle cose, c è anche il fatto che la doppia

negazione non dà una 3 affermazione, anche il fatto che non si predicano le pertinenze

inalienabile, non si dice normalmente “quella signora ha gli occhi”, è una pertinenza inalienabile,

noi non diciamo “la signora ha gli occhi”.

Però se voi andate a vedere l'italiano che cosa trovate?, trovate ad esempio che l'italiano mette la

doppia negazione e non ne ho visto neanche uno, funziona in italiano, in tutte le altre lingue, in

francese non lo potete mettere, in inglese non lo potete mettere.

Ma in italiano cosa succede? Succede che esiste una regola di lingua che fa in modo che sia

sospesa una regola del livello superiore ancora in italiano in certe situazioni, potete dire “l'ho visto

con i miei occhi” e con che occhi vuoi vederlo se non con i tuoi?, per forza con i tuoi, allora questa

cosa che abbiamo detto, non si predicano le pertinenze inalienabili, vero ma fin là perché esiste

una regola di lingua in questo caso che fa in modo che sia sospesa una regola del livello

superiore.

E ancora esiste una regola di lingua a livello dell'italiano che dice: la vostra formula onomastica è

fatta di nome seguito dal cognome, quindi io mi chimo Patrizia Solinas ma se faccio la richiesta per

avere il passaporto io scrivo io sottoscritta Solinas Patrizia, va bene? Cosa vuol dire?, vuol dire

che esistono delle situazioni del parlare, vuol dire che esistono dei casi di testualità in cui la

testualità sospende una regola di lingua, quindi vi ricordate quando parlavamo del linguaggio

telegrafico e della possibilità di comprensione?, anche quelle sono regole che funzionano, quella

regola funziona a livello di una specifica testualità e va a sopprimere tutta una serie di regole di

lingua che sono ben consistente che avevamo detto sono tutti meccanismi più o meno evidenti a

livello di catena superficiale della coesione.

E quindi una regola che funziona a livello di testi può sospendere regole che funzionano a livello

della specifiche lingue può sospendere anche lingue funzionali a livello del parlare in generale, non

può accadere l'inverso quindi anche in questo fatto dobbiamo tener conto nella nostra analisi e

dobbiamo quindi vedere quale deve essere il ruolo secondo Coseriu molto rilevante di una

linguistica del testo, linguistica che si occupa di vedere la lingua che funziona in determinate

situazioni.

Una specifica lingua storica che funziona in determinate situazioni e che risponde a dei principi che

sono più generali, che funzionano in generale per tute le lingue. Dice poi Coseriu che non solo a

questi tre livelli corrispondo tre diverse linguistiche, quindi la linguistica generale, la linguistica delle

lingue e la linguistica testuale ma esistono anche dei, diciamo così, dal punto di vista semantico,

dal punto di vista del rapporto di significato, a livello universale si mette in atto la cosiddetta

designazione, allora lo abbiamo detto più volte, cos'è la designazione? ho detto che è al livello del

parlante in generale, c'è il fatto che metto in relazione le parole con cose che stanno al di fuori

della lingua , metto in relazione le parole con cose che stanno al di fuori della lingua quindi attuo

un processo di designazione. Attraverso le parole mi riferisco a qualcosa che sta al di fuori della

lingua, e questo è il modo di funzionare del livello del parlare in generale, e abbiamo detto che

questa è una dette due caratteristiche, delle due principali caratteristiche di questo livello.

Il livello idiolinguistico dal punto di vista del semantico porterà il significato, va bene, e poi c'è il

livello dei testi e cioè il livello del parlare in situazioni specifiche e questo porta il senso.

Vediamo di concretizzare tutto ciò, “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”, facciamo

sempre questo che così non ci 4 sbagliamo mai, c'è una designazione del livello del parlare in

generale, questo è un modo di riferirsi tramite la lingua a qualcosa che sta fuori della lingua, quindi

a riferirsi a queste foglie che d'autunno...anzi, “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”, noi,

che siamo chissà dove perché in questo momento non è nel testo, come d'autunno sugli alberi le

foglie, la designazione fa riferimento a una certa stagione che sta fuori della lingua, agli alberi e

alle foglie che ci stanno precariamente d'autunno, va bene, questa è la designazione, tramite la

lingua riferisco le cose.

C'è significato poi a livello di una specifica lingua storica, l'italiano, ma lo posso avere... se lo dice

in greco, mimnermo, lo dice in modo leggermente diverso perché il sistemo del significato del

greco funziona diversamente, la relazione fra le diverse unità del sistema del significato del greco

sono diverse dalle relazione fra le diverse unita del significato dell'italiano, il livello idiolinguistico è

quello del significato, ciascuna lingua storica, vi ricordate, diciamo noi, è una funziona: io posso

organizzare il lessico in una serie di unità distinte, in realtà è un sistema di significato in cui i confini

fra le diverse unità sono delimitati dalle unità stesse, là dove finisce un'unità comincia l'altra e

ciascuna ha un sistema differente organizzato in relazioni differenti, quindi a livello idiolingustico

c'è un significato che pertiene a quella specifica lingua e che veicola da quella specifica lingua, alla

stessa designazione in una lingua diversa vi posso riferire con un significato, con un

organizzazione del significato diverso.

Designazione è organizzata dal punto di vista del significato delle lingue in modo diverso, il livello

del significato “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie” in italiano, prendessimo la stessa

immagina in greco sarebbe organizzata in modo diverso, a parte che noi facciamo la traduzione

quindi non siamo proprio nel sistema del greco e le cose si complicano un po' e poi c'è un livello

del senso e cioè il livello alla quale questa designazione, questo significato specifico in italiano

funzionano in situazioni specifiche del parlare al “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”.

Per un Ungaretti in trincea nella I Guerra Mondiale questo “Si sta” ha un senso e non un

significato, “come d'autunno sugli alberi le foglie” ha senso in relazione alla sua immediata

situazione extralinguistica, ha senso in relazione alle sue preconoscenze, ad esempio le sue

conoscenze di letteratura greca che si era fatto negli anni immediatamente precedenti a Padova.

Vedete come è la situazione specifica del parlare che dà un senso e il senso è fatto dalla relazione

fra designazione significato e il contesto dell'enunciazione, che se vi dico “Si sta come /

d’autunno / sugli alberi / le foglie” o se lo dice, se lo dico io è no, se ve lo dice qualcun altro che è

in un momento di particolare fragilità psicologica, “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”

indipendentemente dalla guerra di Ungaretti che non ha minimamente presente,

indipendentemente dagli 5 echi della letteratura classica ma semplicemente per un suo momento

d'inquietudine interiore, sto esasperando le cose, in quel caso la testualità veicola fra di voi e la

vostra amica o amico che sta parlando con voi e in quel momento non sa bene cosa farà... e vi

dice “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”, voi vi preoccupate.

Se Valeria Marini esce dal chirurgo e dice “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”, è come

dire “il chirurgo mi ha detto che sono le ultime cose che posso fare ma ormai siamo vicini al

tracollo”, ma anche questo è un contesto diverso che fa in modo che questa cosa così nobile dalla

quale siamo partiti sia diventata una cosa veramente triste.

Vedete che quindi si tratta di piani di significazione diversi, sono diversi e tutti i testi funzionano in

questo modo, e se esistono livelli di significazione diversi esistono anche giudizi dati dai parlanti

diversi ed esiste dunque al livello del parlare in generale un giudizio di esemplarità, esiste al livello

correttezza, esiste un giudizio di adeguatezza, e a diversi livelli esistono anche dei giudizi dati dai

parlanti, quelli che vengono dalla competenza del parlante.

Abbiamo visto il livello del parlare, i principi che se ne occupano, abbiamo visto come questi livelli

funzionano per significare quindi funzionano al livello di designazione del significato del senso e

adesso andiamo a vedere cosa ne pensa chi è coinvolto nella comunicazione, il parlante e

l'emittente-ricevente danno dei giudizi che sono dei giudizi per quello che riguarda il livello

universale del parlare di esemplarietà, decidere se è rispettato un principio di non contraddizione,

la proprietà transitiva, i principi primi della logica, questo è a livello del parlare una specifica lingua

storica, diamo un giudizio di correttezza, giusto, è corretto, non è corretto, diciamo, a livello del

parlare in situazioni specifiche e quindi a livello dei testi diamo un giudizio di adeguatezza.

Quindi possiamo dire che un testo non è corretto ma è adeguato, che una produzione linguistica è

non corretto dal punto di vista del giudizio a livello dello parlare una specifica lingua storica,

Solinas Patrizia non è corretto a livello di lingua ma è adeguato a un giudizio di adeguatezza nel

caso di una specifica testualità, dire “nonno morto vieni subito” non è corretto a livello del parlare in

una specifica lingua storica ma è adeguato a livello del parlare per testi specifici, nello specifico

della testualità del telegramma, dire “non ne ho visto nemmeno uno” non è esemplare, non va

bene, do un giudizio di non esemplarità a livello del parlare in generale però a livello del parlare

una specifica lingua storica, che è l'italiano, do un giudizio di correttezza perché c'è una regola di

lingua che fa in modo che io possa violare.

L'idea di Coseriu è che il senso del testo scaturisca non tanto ad esempio come chi dice chi fa

critica letteraria “beh il senso del testo, il testo poetico in particolare scaturisce dal suo scarto

rispetto alla norma”, avete sentito parlare di poetica dello scarto dove vi hanno detto che la scelta

della parola della parola peregrina piuttosto che la scelta della parola abusata e quindi reintrodotta

come nuova nel testo, abusata nell'uso quotidiano, e quindi reintrodotta come nuova nel testo

poetico fa scaturire il senso dove vi hanno detto che l'uso dell'onomatopea a livello di sistema in

Pascola fa scaturire un senso particolare, dove 6 vi hanno detto che scelte sintattiche anomale

fanno scaturire un senso particolare perché veicolano...

Quindi tutte queste che ribadisco sono considerate anomale, speciali, strane, diverse dalla norma,

abusate e riusate, che cosa vi dà tutto questo, vi dà tutto questo di uno scarto e proprio questa si

chiama poetica dello scarto, il senso specifico del testo letterario e del testo poetico in particolare

in questa chiave di letture scaturirebbe dallo scarto rispetto a una norma, ma scarto rispetto a una

norma è un concetto relazionale, vuol dire che devo stabilire che cos'è una norma e allora dovrei

ritenere in questa chiave che i testi che non sono poetici e che quindi non hanno uno scarto

rispetto a una norma, ammesso che riesca a stabilire qual'è una norma, non hanno senso, può

essere questo? assolutamente no, va bene, allora può essere che invece tutte queste strategie

siano quelle strategie esattamente come quella del numerus e cioè del... la metrica ragazzi,

numerus... per ritagliare uno spazio speciale allora diciamo “il linguaggio poetico attraverso tutte

queste strategie si ritaglia uno spazio speciale, ritaglia nell'ambito della infinità delle possibili

produzioni linguistiche delle vie e dei sentieri, degli spazi particolari caratterizzati da questi e da

altri fenomeni.

Ma non è questo ciò che dà senso a quei testi, deve essere per forza qualcos'altro perché tutti i

testi hanno senso perché noi parliamo fra testi e perché il testo come unità di senso funziona sia

che sia un testo poetico sia che sia un testo che dice “non chiudete la porta”, sia che sia un testo

che dice “fa caldo oggi”, va bene, tutti i testi funzionano e tutti i testi veicolano un senso, l'idea

allora che possiamo mettere in campo è questa, di parlare per quello che riguarda designazione e

significato, quindi per quello che riguarda designazione e significato insieme e senso di un

cosiddetto secondo rapporto semiotico, vediamo un testo come un segnone, (Un segno è fatto di

un piano dell'espressione e un piano del contenuto, è un'associazione sistematica di un piano

dell'espressione e di un piano del contenuto, piano dell'espressione che percepibile con i sensi,

piano del contenuto che non necessariamente lo è).

Allora l'idea è quella di vedere designazione di significato che insieme costituiscono il piano

dell'espressione di un macro-segno che è il testo, che ha come piano del contenuto il senso ed

ecco che quello che vi hanno fatto fare coi Promessi Sposi, questa mortadella di racconto,

raccontata con lo specifico modo in quello italiano che lui ha scelto diventasse il nostro, cosa

sono? Sono il piano dell'espressione di un macro-segno che ha come segno che veicola, quindi

qualcosa di diverso dalla storia di questo cretino e di questa sciacquetta, va bene, che è la

provvidenza, ancora peggio, se era possibile ci mettiamo qualcosa di ancora più pesante,

attaccato mettiamo una zavorra che proprio andiamo a fondo, altro che “Si sta come / d’autunno /

sugli alberi / le foglie” che è allegro, “nel mio letto mi distendo lungo come in una bara”, anche

questo è allegro in confronto.

Allora c'è il senso, allora l'idea è quella di vedere il testo come tutto la testualità, come un macro-

segno, in cui quindi con un secondo rapporto semiotico, non più fra piano dell'espressione e piano

del contenuto all'interno de segno ma quello che si chiama secondo rapporto semiotico fra

designazione e significato e 7 il senso, designazione e significato costituiscono il piano

dell'espressione di questo segno, il senso è il piano del contenuto, il senso si stabilisce in relazione

a condizioni che di volta in volta variano, per favore, facciamo l'esempio... “fa freddo qui”, va bene,

c'è una designazione?, certamente sì, il fatto che fa freddo, c'è un significato?, certamente sì, è

fatto in italiano, se lo dicessi in francese direi ??, se lo dicessi in inglese lo direi ancora

diversamente e il modo di stare in relazione fra loro dei significati delle diverse lingue è diverso,

significazione fatta di designazione a livello del parlare in generale, significante a livello del parlare

una specifica lingua e queste sono i significati, cioè che è percepibile, ciò che per noi è attingibile

immediatamente di un macro-segno, che ha come piano del contenuto il senso e il senso si

determina di volta in volta in relazione al contesto extralinguistico, così funzionano i testi, c'è

designazione e significato insieme in un certo contesto veicolano un certo senso e il senso di volta

in volta in questo macro-senso della gestualità varia a seconda di dove vado a far funzionare

questo macro-segno che è il testo, allora questa è l'idea di Coseriu, e questa noi l'andiamo a

completare, come facciamo a fare in modo che scaturisca questo segno? che questo macro-segno

abbia effettivamente un piano del contenuto che è il senso?, lo mettiamo in relazione con le

relazioni contestuali, abbiamo detto con il contesto di enunciazione che è fatto di vari componenti

legati all'immediato contesto extralinguistico, legati a emittente e ricevente, alle attribuzioni di

conoscenze di emittente e ricevente, alle effettive preconoscenze di emittente e ricevente, al

contesto storico, al rapporto del testo con altri testi , a una serie di fattori che abbiamo già messo in

evidenza.

Tutto ciò porta a quelli che si chiamano meccanismi dell'interpretazione, anche questo è tecnico,il

mettere in relazione il piano dell'espressione del macro-segno testuale, va bene, fatto di

designazione e significato con il contesto dell'enunciazione si chiama procedimenti, processi, sono

i processi dell'interpretazione.

Processi dell'interpretazione che per definizione sono una ermeneutica, non sono una metodologia

che va sempre nella stessa direzione ma procedono di volta in volta per tentativi, nel senso che è il

ricevente, sono i parlanti che sperimentano, bussano a tutte le porte possibili per quel principio di

cooperazione per fare in modo che questo livello del macro-segno testuale veicoli un senso per

trovare un senso da segnare alla testualità in quella determinata circostanza, c'è un principio di

cooperazione per cui il ricevente cerca sempre tutte le possibilità di interpretazione, di riferimenti a

conoscenze strutturate possibili prima di decidere che la testualità non veicola senso, va bene, è

un meccanismo che si mette in atto in voi senza che vi ovviamente ve ne rendiate conto, noi lo

descriviamo in un modello e diciamo che in questo momento si attivano i processi

dell'interpretazione, sono quei processi che variano le possibilità delle conoscenze strutturate a

disposizione per dare una interpretazione, per avviare un processo di interpretazione e cioè per

attribuire un senso a una certa produzione linguistica in una certa situazione e cioè una certa

testualità per far funzionare il macro-segno del rapporto secondo semiotico, va bene. Passiamo

alla tipologia linguistica, parliamo della tipologia linguistica, va bene, abbiamo già in qualche modo

accennato al tema quando io vi ho detto che facendo morfologia ero costretta ad anticipare

qualche cosa che avrei ripreso dopo perché il vostro libro poneva lì 8 la tipologia cosiddetta

morfologica, riprendiamo un attimo le fila della questione anche da un punto di vista storiografico e

di inquadramento del tema.

La moderna tipologia linguistica, quella di cui noi poi prevalentemente ci occuperemo in questa

seconda parte del corso, quella di matrice ottocentesca l'abbiamo già in parte vista, risale agli anni

'70 del secolo scorso, fine '60 inizio '70, quando nel 1966 la pubblicazione di un lavoro allora

pionieristico da parte di uno studioso che abbiamo più volte citato, Joseph Greenberg, dà origine a

una serie di ricerche che sono volte a individuare dee modelli di variazione delle lingue in relazione

a determinati aspetti della grammatica, allora vado a vedere come le lingue variano in relazione

alla frase relative, oppure riguardo alle costruzione comparative, va bene, vado a vedere come le

lingue variano, sono simili in relazione a determinati aspetti della grammatica, questo ha dato

luogo non solo a vari lavori specifici su questi aspetti su cui ritorneremo ma anche a un dibattito

teorico molto vivace che ha definite le premesse metodologiche, l'epistemologia, quindi le

premesse metodologiche, i metodi e gli ha definiti tutti, qua ve lo dico proprio fuori dai denti in

contrasto non esplicito, senza volerlo mostrare, ma in realtà quella era la finalità con le teorie della

grammatica generativa che allora era dominante nell'ambito del relativo all'individuazione

dell'universale del linguaggio.

Grammatica generativo-trasformazionale,:

• il nome che dovete ricordare è quello di Chomsky,

• il contesto è quello bostoniano, nei campi, non è importante, basta che ricordate che il

contesto è quello americano degli anni '50-'60 diciamo, quello di Greenberg,

• l'idea di Chomsky è quella di domandarsi quale sia la natura della facoltà di linguaggio,

sulla base di alcune osservazioni dell'apprendimento della lingua da parte del bambino, il

bambino apprende la lingua nonostante lo stimolo sia discontinuo e imperfetto e apprende

la lingua in modo completo e perfetto, quasi a dire che gli stimoli che vengono dall'esterno

non sono limitati, l'apprendimento della lingua non è un apprendimento che avviene per

imitazione di contesti che si ritrovano infiniti ma avviene per attivazione di una capacità

innata, ed è esattamente questo il concetto, al quale fa riferimento Chomsky, dell'essere

umano, attivazione di una capacità innata che è quella di parlare una lingua, questa

attivazione avviene attraverso lo stimolo, l'imput che avviene dal contatto con la lingua

all'esterno con la lingua che effettivamente è presente all'esterno, ma la capacità è innata,

innatismo, parliamo di innatismo poi facciamo riferimento all'idea che nell'essere umano sia

innata una capacità di apprendere e comunicare, apprendere prima e comunicare poi

attraverso una o più lingue storiche.

Questa capacità di apprendere come L1 una o più lingue storiche ha un periodo, dura per un certo

periodo nell'essere umano, dopo l'età preponderale, diciamo 12-13 anni, scompare, anche

leggermente prima, qualunque lingua venga appresa successivamente non viene appresa come

L1 ma viene appresa come lingua seconda, fino a quell'età c'è una predisposizione che è attivata

da stimoli che non necessariamente retribuisco, sono stimoli perfetti, contenuti, ma sono stimoli

frammentari, imperfetti e comunque attivano una capacità che poi è totalizzante e perfetta, questo

fa pensare che questa capacità sia una facoltà dell'essere umano e che sia 9 uguale per tutti,

uguale per tutti gli esseri umani e quindi descrivibile attraverso un modello. Chomsky dice che il

modello attraverso il quale si può descrivere questa facoltà è la cosiddetta grammatica universale,

una serie quindi di principi universali che si concretizzano poi attraverso una serie di regole di

trasformazione nei principi che regolano il funzionamento delle singole lingue storiche, per le

specifiche lingue storiche, questa capacità innata nell'essere umano, questa facoltà dell'essere

umano, facoltà di linguaggio innata, ha una struttura che si adegua poi con una serie di regole di

sottocategorizzazione si concretizza nella struttura delle specifiche lingue storiche che gli esseri

umani nel periodo che si chiama “periodo critico”, che va dalla nascita del bambino fino ai 12-13

anni, sono in grado di apprendere.

Questa grammatica universale è quindi la descrizione di un modello di una serie di principi generali

che dovrebbe essere i principi generali di funzionamento del linguaggio, la tipologia linguistica si

pone a questa modalità di estrazione dei principi, adesso vedremo come vi estrae la grammatica

universale la tipologia linguistica dicendo “anch'io stabilisco principi generali del linguaggio”, però

mentre la grammatica universale, diciamo, è un'astrazione generata dalla mente di Chomsky,

Chomsky è andato a dormire e ha pensato su dove poteva lavorare, ma se voi pesate non può

essere così perché i principi generali da dove me li tiro fuori se non lavoro direttamente sulle

varietà storiche, no? Se non metto in comparazione le varietà storiche ma tengo questi stimoli a

monte e me li genero io andando a dormire una notte e mi sveglio la mattina dopo avendoli

generati, adesso ovviamente sto esemplificando e portando al paradosso la situazione, direi che

questi siano prefatti e siano riuniti a priori, poi siano cercati nelle diverse specifiche lingue storiche

e sono dati stabiliti a priori perché si è ragionato su una lingua nello specifico, che è l'inglese, e da

questa si sono estratti e infatti questi principi generalissimi della grammatica universale funzionano

molto bene su alcune lingue e molto meno bene su altre, se già io mi metto a lavorare su altre

lingue, ma basta anche il latino, ho delle difficoltà notevoli.

Però questi principi sono dati come da un demiurgo, che nello specifico è rappresentato da

Chomsky, che evidentemente con una spada di fuoco una notte si è accinto a estrarli, estremizzo,

dall'altra parte cosa fa la tipologia linguistica?, non dà i principi di strutturazioni a priori ma dice “io

lavoro sulle varietà testate sulle lingue, vado a vedere come sono fatte, colgo le affinità strutturali e

le variazioni strutturali, mi concentro su specifiche fenomenologie e vedo se posso astrarre dei

principi universali”.

Il procedimento in atto è esattamente l'inverso, in un caso è un procedimento di carattere

deduttivo, parto da degli assiomi che sono dati sulla base su una serie di considerazioni ma che

non trovano dal punto di vista scientifico la possibilità di essere riscontrati e riestratti allo stesso

modo, no?, sono dati una volta e sono individuati una volta, e dall'altra parte un procedimento

induttivo, parto dalle varietà storiche della lingua e vado a vedere, confrontandoli, come sono fatte,

vado a vedere se ci sono affinità o differenze dal punto di vista strutturale, quindi i procedimenti

sono esattamente uno diverso dall'altro pur tutti e due mirando a individuare i principi universali di

funzionamento del linguaggio. Come ricorderete, non serve assolutamente che io vi ricordi che,

come continua poi Chomsky, dalla grammatica universale con una 10 serie di regole arrivo alle

grammatiche delle specifiche lingue storiche, arrivo a generare la struttura cosiddetta profonda

delle diverse lingue storiche, da una struttura profonda delle regole, che si chiamano regole di

trasformazioni, arrivo alla cosiddetta struttura superficiale, vuol dire questo, che se esiste una

regola della grammatica universale che dice: la frase si scrive come sintagma nominale più

sintagma verbale, in italiano farò una serie di adattamenti, o in latino o in greco, dove volete, per

arrivare a una regola che funzioni in italiano, va bene, e che mi faccia riprodurre una frase

generativa vuol dire che do le regole per generare tutte le possibili condizioni, quindi tutte le

possibili frasi di una certa lingua, le genero con delle regole che mi permettano di adattare la

regola generalissima, frase, sintagma come questa va fatto in italiano, in inglese, in cinese

mandarino, va bene, quando ho generato la struttura profonda ci sono delle regole di

trasformazione degli spostamenti che io faccio a livello superficiale perché non sempre mi va bene

“il bambino mangia la mela” ma può servirmi anche “la mela è mangiata dal bambino” piuttosto che

“la mela mangia il bambino”, e quindi queste regole di spostamento che funzionano diversamente

da lingua a lingua portano dalla struttura cosiddetta profonda la struttura superficiale, quindi a

ulteriore aggravio di regole di trasformazioni per passare dalla grammatica universale condivisa da

tutti gli esseri umani come facoltà alla concretizzazione di questa nel parlare attraverso specifiche

lingue storiche, oltre che di una grammatica universale di una serie di regole ho bisogno anche di

un lessico da inserire e quindi avrò una serie di entrate lessicale corredate da regole di

sottocategorizzazione perché mi dirà che “treno” può stare con “corre” ma non con “lacrima”, va

bene, e che quindi il verbo lacrimare deve avere per forza un soggetto che deve essere dotato di

occhi o che in qualche modo deve poter produrre umidità, perché un muro a livello poetico può

lacrimare, ma un treno difficilmente insomma lacrima, quindi devo avere un soggetto che deve

essere dotato di certe caratteristiche, abbiamo già fatto questo facendo un po' di semantica, vi

ricordate?, quindi un lessico con delle regole di sottocategorizzazione che vi diranno: questo è un

verbo intransitivo, non può avere oggetto, deve avere... mi daranno tutte le modalità con cui io

posso usare quel lessico, le regole di sottocategorizzazione , la grammatica universale delle regole

che mi permettano di passare dalla grammatica universale alla grammatica delle singole lingue, di

un lessico, delle regole di sottocateogrizzazione del lessico, teoricamente ho tutto a disposizione

per poter produrre lingue artificialmente e infatti in quel vertere di anni, volgere di anni, perché se

no pensate alla traduzione, quel volgere di anni all'MIT di Boston si rifletteva proprio

sull'intelligenza artificiale e su come fosse possibile dare istruzioni a una macchina per produrre

linguaggio, ma su questo abbiamo visto che le cose sono andate molto avanti, ma questi sono i

presupposti da cui siamo partiti, è necessario dare delle regole generali e delle regole che

funzionano con una lingua specifica e un lessico da inserire in queste strutture vuote che io

eventualmente tramite queste regole vado a inserire.

Questo lessico non può essere inserito a caso ma deve avere delle limitazione che mi consentono,

vi consentono, di stare in certe postazioni, questa è un'idea della grammatica generativa

chomskyana con tutta una serie di alte cose che in parte abbiamo accennato e che in parte 11

potete vedere nei box del vostro libro. Questo fa la grammatica generativa trasformazionale, ma

voi ve lo ricordavate e non avevamo assolutamente bisogno di riprenderlo, l'ho fatto così per un

mio vezzo personale, per rimettere tutto sul piatto.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del testo letterario e della comunicazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valemodda di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di linguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Solinas Patrizia.

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