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Fondamenti di Linguistica I Appunti scolastici Premium

Appunti di Fondamenti di linguistica basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.ssa Marinetti dell’università degli Studi Ca' Foscari Venezia - Unive, della Facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea in lettere. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Fondamenti di linguistica docente Prof. A. Marinetti

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Il significato non è l’idea platonica di libro: i concetti non sono comuni alla mente di tutti gli esseri

umani. Non si fa coincidere il significato con concetti condivisi: è un’entità che fa sistema, è

all’interno di una specifica lingua, tant’è vero che le diverse lingue organizzano i loro

relazionale

sistemi del significato in modo differente.

L’Italiano e il Latino organizzano il proprio significato secondo relazioni di opposizione differenti.

Significante e significato nel loro insieme formano il segno, che non è l’oggetto.

C’è un espediente utilizzato dalla Linguistica postsaussuriana: il triangolo semiotico: significante e

significato stanno fra loro in un certo rapporto; non sono il referente extralinguistico, e vengono

posti tra di loro da un rapporto assolutamente arbitrario; non esiste alcun motivo logico o naturale

per cui ad un significante debba essere associato un certo significato.

Il significante è l’insieme di classi alle quali si attribuisce ciò che si realizza; a questo segmento è

associato un significato, che è qualcosa di specifico e definito, in quanto facente parte di un sistema,

dalle relazioni con gli altri elementi del sistema stesso.

Secondo una metafora saussuriana, significante e significato stanno fra loro in un rapporto arbitrario

e non c’è alcun motivo per cui al significante libro si associ il significato libro. È posto per

convenzione. Eppure non tutti i segni linguistici sono arbitrari: le onomatopee e gli ideofoni

segni della realtà; ma anche questa traccia iconica (l’iconicità è un riferimento fatto per

riproducono

somiglianza, come la cartina geografica dell’IGM). È chiaro che vi sia un grado di convenzionalità.

Le tracce iconiche che si trovano nella lingua, cioè le tracce di rapporto fra la lingua e il referente

extralinguistico, presentano un filtro di convenzionalità.

Ci sono rappresentazioni della forma che possono servire per intensificare il concetto, come per

esempio il ripetere due volte lo stesso aggettivo.

La Morfologia è quella parte della parola che dà indicazioni sul genere grammaticale, sul modo, sul

numero, sul tempo, e così via.

Nel momento in cui una lingua ha una modalità di significazione, sostanzialmente è fissata e quella

lingua funziona in quel modo.

È possibile che vi siano delle tracce iconiche nell’origine dei vari fenomeni, però per il loro

funzionamento all’interno della lingua, per come la si utilizza con la finalità comunicativa, questi

funzionano con un rapporto fra significante e significato assolutamente arbitrario.

Il segno è caratterizzato da quattro tipi di arbitrarietà: è arbitrario il rapporto fra significante e

significato, fra il segno linguistico (associazione di significante e significato: un’altra metafora

saussuriana dice che significante e significato sono le due facce di uno stesso foglio, due cose

diverse ma inscindibili) nel suo insieme e il referente extralinguistico (l’oggetto che è nella realtà),

fra forma e sostanza del significato e fra forma e sostanza del significante (significante e

significante stanno fra loro in un rapporto di arbitrarietà che viene detta verticale -quella orizzontale

invece è quella fra un significato, lo spazio che esso occupa, e le relazioni che questo intrattiene con

gli altri elementi del sistema di significato di quella lingua-).

In sostanza, «è arbitrario il rapporto fra forma e sostanza del significato».

La forma è quella griglia di organizzazioni di rapporti che ciascuna lingua proietta sulla sostanza

che è l’insieme dei significati che devono essere organizzati; ciascuna lingua

del significato,

organizza come crede i suoi significati, tant’è vero che la stessa sostanza di significata è organizzata

in bosco, legno, e legna in Italiano, mentre in Francese è semplicemente in bois.

Interessa vedere come la sostanza del significato sia organizzata diversamente, intrattenga relazioni

diverse fra le sue parti minime.

Il significato è un’entità linguistica, si divide in un piano della forma (che riguarda le relazioni, i

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

rapporti definitori, e che è peculiare per ciascuna lingua storica) e in uno della sostanza (che è

l’insieme del significato che questa griglia organizza).

La forma è l’organizzazione che una lingua dà al proprio sistema del significato sì a livello del

significato, ma è diversa da quella del significante ovviamente.

Forma e sostanza nel significante sono una cosa analoga, ma non identica: forma del significante è

quell’organizzazione in classi di suoni che si oppongono fra di loro in una lingua per garantire delle

opposizioni in una determinata lingua.

Le lingue hanno a disposizione una serie di suoni, che sono quelli producibili dal nostro apparato

fonatorio, con cui si possono produrre anche molti suoni che non vengono utilizzati per scopo

linguistico (anche se esistono delle lingue che utilizzano come suono della lingua i cosiddetti

«click», con tratti di sonorità differenti).

Ciascuna lingua organizza questi suoni per funzionare opponendosi fra di loro in modo diverso: il

l’opposizione di vocali brevi e di vocali lunghe; la stessa sostanza

Latino, per esempio, presenta

fonica in Italiano non funziona, perché per la percezione di chi parla l’Italiano come prima lingua è

la stessa cosa. Quindi, l’Italiano ha organizzato la stessa sostanza del significante in una forma

differente; l’Inglese, invece, è sensibile alla quantità vocalica: proietta una forma diversa sulla

stessa sostanza di suono.

In alcune lingue la lunghezza vocalica funziona per garantire delle distinzioni (e quindi i suoni sono

organizzati in categorie tali per cui si mettano in categorie diverse un suono vocalico lungo e un

suono vocalico breve), mentre lingue come l’Italiano presentano un’unica categoria che comprende

sia le realizzazioni vocaliche lunghe sia le realizzazioni vocaliche brevi.

La sostanza sono i suoni che possono essere prodotti e utilizzati a scopi linguistici; i suoni sono

organizzati in categorie che funzionano nella lingua per opporsi fra di loro: queste categorie sono la

forma. Quando si dice che è arbitrario il rapporto fra forma e sostanza del significante, si intende

dire che ciascuna lingua rende pertinenti (il termine tecnico è «pertinentizza») i suoni che vuole,

quindi rende funzionali a garantire delle opposizioni i suoni secondo determinati criteri, in modo

non condizionato da alcun motivo logico o naturale.

Riprendendo quanto detto, significante e significato sono le due parti del segno linguistico; il primo

è ciò che si produce, la catena fonica realizzata, mentre il significato non è il referente

né l’idea dell’oggetto, ma una porzione nello spazio del sistema di quella specifica

extralinguistico,

lingua. La loro arbitrarietà è detta verticale in quanto il rapporto fra significante e significato non è

presenta motivo logico per cui ad un certo significante si associ un certo significato.

È altresì arbitrario il rapporto fra il segno linguistico nel suo complesso e il referente che sta al di

fuori della lingua.

L’arbitrarietà di tipo orizzontale si può parafrasare secondo due frasi: è arbitrario il rapporto fra

forma e sostanza del significato, ed è arbitrario il rapporto fra forma e sostanza del significante.

Questo sistema è organizzato in segni un po’ particolari, in alcuni casi in parte simili, e in parte

dissimili dagli altri sistemi di segni. Questa arbitrarietà del rapporto fra significante e significato

(detta anche arbitrarietà forte) non è propria di tutti sistemi di segni: lo è per la lingua, parzialmente

per il linguaggio matematico. Anche nelle cartine geografiche esiste una parziale motivazione,

perché la cartina geografica non è il territorio che essa rappresenta, ma ci sono delle somiglianze: la

conformazione del territorio è riprodotto in modo buono.

L’arbitrarietà forte non è condivisa dalla lingua con gli altri codici come proprietà, mentre la

biplanarità è condivisa dalla lingua con gli altri codici (i quali codici in tal modo vengono definiti

costituiti da un piano dell’espressione e un piano del contenuto-).

biplanari -cioè

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Altra proprietà che il codice del linguaggio verbale umano non condivide con gli altri codici

riguarda l’organizzazione delle possibilità semantiche: vi sono codici che sono, dal punto di vista

semantico, onnipotenti (la lingua, attraverso cui si può parlare in qualsiasi modo).

Sicuramente attraverso il linguaggio verbale umano si può parlare di tutto in qualsiasi momento,

rimanendo sciolti dallo stimolo immediato.

Non si parla di plurifunzionalità, ma di onnipotenza semantica. Sicuramente il più potente è il

codice che è il linguaggio verbale umano: il codice del semaforo, per esempio, ha solo tre possibili

valenze semantiche.

Il codice matematico è maggiormente potente semanticamente, ma è anch’esso limitato.

Oltre al codice bisogna inserire anche un contesto, il quale è sì quello extralinguistico, ma deve

quell’insieme di preconoscenze che sono condivise che permettano di partecipare

comprendere tutto

ad un certo momento storico e culturale.

Esempio illustre è quello che viene dal linguista rumeno Eugenio Coseriu: quando era giovane, in

compagnia di una donna, se questa diceva «Fa freddo qui», egli capiva in un certo modo la frase;

col passare degli anni, invece, quello stesso contesto assume un valore totalmente diverso.

Con questo esempio si può capire, innanzitutto, che c’è una condivisione del codice e una

presupposta preconoscenza da parte delle due persone.

Il contesto non è fatto solo dell’immediato contesto extralinguistico, ma è fatto anche delle

preconoscenze di chi partecipa all’atto comunicativo. L’attribuzione di preconoscenze è fatta da

parte dell’emittente nei confronti del ricevente, e viceversa.

Spesso il contesto integra ciò che la non condivisione totale del codice fa mancare a quel momento

comunicativo: in tal caso il contesto non è in grado di integrare nulla. La comunicazione non

avviene come un sì/no: vi sono tutti i valori possibili fra sì e no.

Per «scommessa comunicativa» si intende che ci si rivolge ad una persona dando per scontato che

questa abbia delle determinate preconoscenze: se, per esempio, un docente dice all’interrogato

s’ha da fare, né ora né mai», vuol dire che l’emittente dà quindi per scontato

«Questo esame non

che il ricevente conosca il codice (l’Italiano) e una serie di conoscenze acquisite sui banchi di

scuola (in questo caso I promessi sposi di Manzoni).

Non si parla mai di lettere, ma di suoni: bisogna distinguere dalla grafia. La scrittura alfabetica

rappresenta il significante di un altro codice: la grafia di tipo alfabetico è detta codice secondario

rispetto al codice primario (che in tal caso è quello linguistico).

Quando si parla di significante, ci si riferisce ad un insieme di catene foniche; la scrittura alfabetica

è un codice secondario, mentre invece nel caso di scritture che abbiano una qualche iconicità c’è

una parte di rappresentazione di un’intera forma fatta di Fonetica e una parte di diacritico che

denota alcuni aspetti fonetici.

Sicuramente ci sono delle scritture che hanno un’origine che si può identificare come iconico (si

pensi all’Aleph dell’alfabeto fenicio).

I suoni non c’entrano per niente con le lettere: le lettere sono convenzionali per ogni lingua.

Un’unità minima è l’unità del sistema che non può essere ulteriormente scomposta: l’oggetto lingua

viene per comodità diviso in livelli di analisi che funzionano comunque tutti come sistemi. Si tratta

di unità che, scomposte sotto il loro livello minimo, vanno al livello di analisi sottostante.

Le unità minime sono a tutti i livelli di analisi e sono ricorrenti: si ritrovano in più contesti con lo

stesso valore.

Informazione ha un’accezione molto ampia e generale, messaggio invece è ciò che è utilizzato per

tradizione come un qualcosa di squisitamente legato alla comunicazione di tipo linguistico.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Altro elemento è il canale: questo messaggio deve passare attraverso un canale, che per la

comunicazione è primariamente quello fonico-acustico.

Jackobson ha preso il modello dal telefono, ma per il linguaggio verbale umano è utilizzabile, anche

se in minor parte, qualche altro canale (tenendo sempre conto che quello fonico-acustico costituisce

il 99% dei casi di comunicazione).

1/10/2012

Vi sono delle prospettive attraverso cui si studia la lingua; bisogna però ricordarsi che la lingua non

è un meccanismo “ad orologeria”, anche se ha delle regolarità: quindi, a volte, si può parlare con

termini che possono sembrare eccessivamente schematici, ma si deve tenere conto che lo

schematismo è talvolta necessario per lo studio dell’oggetto (ma non ne è una caratteristica

È un’operazione di astrazione.

intrinseca).

Alcuni concetti della Linguistica sono stati fissati, e in qualche modo definiti nella maniera più

chiara e precisa, da quello che viene considerato il fondatore, il padre della Linguistica generale,

Ferdinand de Saussure (uno dei più eminenti rappresentanti del pensiero linguistico moderno), la

cui importanza è dovuta al fatto che in un periodo storico come la fine dell’Ottocento (in cui

imperava una certa tendenza per quanto riguardava lo studio delle lingue, prevalentemente riferito

allo studio della Storia delle lingue), questi, pur essendo egli stesso un grandissimo studioso di

Linguistica storica, ha affermato la priorità dello studio del linguaggio visto nel suo funzionamento,

quello che oggi viene definito Linguistica generale. Espose le sue teorie in una serie di corsi

universitari a Ginevra, i cui testi furono raccolti da allievi (a loro volta studiosi già maturi) che sulla

base di queste e di una serie di manoscritti dello stesso Saussure elaborarono e pubblicarono, dopo

la sua morte, un testo che è stato fondamentale per la Storia della Linguistica moderna, il Cours de

nel 1916. La vicenda successiva di quest’opera è stata da una parte molto

linguistique générale,

fortunata (perché tutto sommato i princìpi sottesi a quest’opera si sono diffusi anche nell’àmbito più

dall’altra molto tormentata (in quanto a partire dagli Anni ’50 si è

generale delle Scienze umane),

evidenziato anche il problema della composizione di questo testo, cioè il fatto che sia l’esito di un

assemblaggio di appunti di allievi e di manoscritti dello stesso Saussure lavorati in diversi anni).

Saussure nel corso della sua vita aveva pubblicato pochissimo: quasi tutta la sua pubblicazione è

rimasta inedita, manoscritta.

è stato ricostruito con un’analisi filologica.

Il Cours Aveva avuto numerose critiche in punti

sostanziali: gli viene attribuito un certo schematismo, un procedimento per dicotomie.

La novità della posizione saussuriana è stata la preminenza data allo studio del funzionamento del

linguaggio rispetto allo studio del cambiamento del linguaggio nella Storia. La prospettiva

attraverso cui Saussure vede la lingua è quella del sistema, cioè come insieme di unità organizzate

che hanno una struttura i cui elementi intrattengono tra di loro rapporti ordinati con una serie di

conseguenze poi a livello di inquadramento della lingua interessante.

Sullo sfondo c’è questa prospettiva del sistema, che però non è statico, ma dinamico (cioè, in tutti i

momenti i livelli di cui è costituito questo sistema questi sottosistemi si possono modificare,

perdere/acquisire degli elementi senza che esso vada in crisi). Uno dei paragoni (benché errato) più

famosi di Saussure è quello della scacchiera: nel gioco degli scacchi si ha una determinata

situazione che viene data dal numero delle pedine, ma è un sistema in continuo movimento: nel

momento in cui si eliminano alcune pedine, la situazione si riorganizza con gli elementi presenti.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Su questo sfondo li lingua che viene vista come sistema in continuo movimento con una

strutturazione interna, si pongono alcune prospettive che Saussure specifica e che riguardano, ad

esempio, una dicotomia molto famosa come quella della prospettiva prevalentemente dello studio

del linguaggio (la prospettiva in cui si può considerare il linguaggio), vale a dire la considerazione

della oggettività, del fatto che la lingua cambia nel corso del tempo, che viene definita diacronica; le

operazioni di tipo diacronico sono operazioni di Linguistica storica, e come operazione di tipo

esempio, l’etimologia (il recupero dell’origine formale e

diacronico sulla lingua si può avere, per

contenutistica di un tipo di lingua, prospettiva dello studioso, non del parlante). Le discipline

indicate come «Storia della lingua» sono prospettive diacroniche di una determinata lingua vista nel

corso del tempo, in cui si vedono i fenomeni di cambiamento a livello di analisi del linguaggio.

Un esempio di operazione diacronica è la spiegazione/enunciazione di fenomeni di tipo fonetico: se

e l’italiano i cambiamenti avvenuti possono essere identificati all’interno

si ha il latino factum fatto e dell’italiano

di un panorama più generale di mutamenti; nel caso, invece, del latino testa testa la

forma non cambia, ma il significato sì.

L’altra prospettiva fondamentale per la lingua è quella di un momento specifico del tempo, un

momento in cui si blocca in qualche modo lo scorrere del tempo, una visione orizzontale che non

contempla singoli fenomeni, ma l’osservazione del sistema lingua, ed è l’operazione che riguarda la

sincronia.

Queste due prospettive sono molto utili, efficaci per la considerazione della lingua. Bisogna capire

il senso per cui queste sono state proposte: nessuno realmente crede che la lingua si possa per un

è una delle astrazioni che vengono adoperate ai fini dell’analisi, così pure

momento arrestare;

l’attimo non esiste: esiste un’astrazione per cui si isola un certo momento in cui si astrae un sistema

per analizzarlo, anche perché sarebbe ben difficile studiare una lingua.

può studiare l’Italiano del 2012?».

Qualcuno potrebbe chiedere: «Si Certo che si può, a patto che si

possa dare una definizione di cos’è del 2012».

«l’Italiano È quindi evidente che qualsiasi

identificazione sarà sempre arbitraria.

Si può vedere la diacronia come una serie di stadi di sincronia successivi.

La lingua in sé è in movimento.

Questi princìpi di sincronia e diacronia si trovano spessissimo: sono prospettive che vengono date

ad ampio raggio.

Altra importante distinzione che parte da Saussure, ma che poi è stata ulteriormente precisata

Da questo punto di vista, è un’entità astratta, con certi

riguarda il fatto che la lingua è un sistema.

modi di funzionamento.

C’è anche una lingua storicizzata: quindi la lingua si può vedere come sistema, che viene definita

con il termine francese langue; a ciò si affianca il fatto che questo sistema astratto si realizza negli

atti singolo dei singoli parlanti, atti che vengono definiti parole.

definita da Saussure come un patrimonio, è l’intero sistema linguistico per cui una

La langue,

lingua ha una certa organizzazione, determinate strutture, che volta per volta si realizza nei singoli

atti di parole, una specie di patrimonio da cui il parlante attinge per produrre la propria lingua.

Detto così, tutto sommato, va abbastanza bene; ma se si va a vedere più da vicino, le cose diventano

più complicate. La prospettiva di Saussure è sociale: infatti egli colloca la langue come patrimonio

È un’entità in qualche modo astratta.

della società dei parlanti di una determinata lingua.

Più concreto, invece, è il concetto di parole, perché quello che riguarda la parole si può sentire ed è,

però, individuale: è il modo, attraverso ciascun parlante, attingendo alla langue (e quindi ai

contenuti della lingua), di realizzare la propria lingua.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Da questo punto di vista, si hanno quindi delle dicotomie: langue è astratta, parole concreta.

Altri studiosi come Coseriu hanno dato altre definizioni.

Il concetto di norma si deve principalmente a Coseriu (un linguista che ha operato nella seconda

metà del Novecento, con un grosso ruolo sia nel campo della Linguistica generale sia nel campo

della Linguistica storica); egli introduce questo concetto come mediatore tra i due aspetti della

langue e della parole, che sembrano in effetti essere troppo positivi per funzionare e convincere

(non convince, per esempio, il fatto che il singolo parlante possa incidere, a patto che il suo

intervento venga vagliato a livello sociale). La norma sociale è quindi quanto si colloca fra questi

due livelli consentendone l’interscambio.

Se qualcuno si mettesse in mente di inventare una parola, cosa che il sistema concede di fare, può

farlo: allora l’invenzione diventa una parola dell’Italiano? Può essere, ovviamente a seconda

dell’accettazione sociale (una sanzione che passa attraverso la norma). Naturalmente se un tizio

qualunque inventa una parola, è più che probabile che anche questa muoia. Se persone che invece

hanno più mezzi sociali per imporla, allora vi sono più probabilità che questa parola entri nella

norma: non c’è un’Accademia della Crusca che approvi; è una sorta di controllo della società che

accetta la nuova parola.

Il caso più interessante è quello inverso, che è quello della realizzazione normale della langue in

altre parole. In questa prospettiva nella langue ci sono tutti gli elementi e tutte le regole per mettere

potenzialmente assieme tutti questi elementi; per esempio, per formare una parola in Italiano, lingua

scarsamente flessiva, di solito si costituisce con un morfema lessicale (che dà contenuto e

significato) ed un morfema grammaticale: allora si dovrà inserire un ordine ben preciso. In Italiano

c’è una regola per cui il morfema lessicale precede sempre quello grammaticale, e non il contrario

(anche se separandoli si trovano sempre gli stessi elementi). Ci sono delle regolamentazioni.

Il concetto di parola è uno dei più difficili da definire tecnicamente: perciò quando se ne parla, si

indica qualcosa di intuitivamente viene definito.

Ci sono quindi nella langue degli elementi e delle regole per metterli assieme; quindi, per esempio,

c’è la regola della derivazione (data da morfema lessicale, morfema derivativo, e morfema

grammaticale). Ci sono però molti modi di morfemi derivativi per una stessa categoria, come i

cosiddetti nomina actionis (come «movimento», o «andamento»); formalmente dal verbo «parlare»

può andare il sostantivo «parlamento», dal verbo «cantare» «cantamento»: teoricamente possono

andare, sono costruiti come gli altri. Ci si trova davanti a quella che viene definita come potenzialità

della langue, che presenta delle potenzialità di struttura che non vengono sempre realizzate, anche

se sono regolari, rispettose delle regole attraverso cui si costruiscono anche forme che invece sono

prodotte; sarebbe come avere una possibilità di scelte multiple che però non si utilizzano tutte.

La selezione avviene a livello della norma (come quella sociale).

Una cosa che spesso si fa è quello di fare gli incroci con la Storia, ma non è del tutto corretto.

La langue è un sistema che ha in sé gli elementi e le potenzialità, ma continua a non essere un

sistema chiuso.

Un po’ la stessa opposizione, però con una differenza abbastanza importante, tra questi due poli di

questa lingua astratta e la realizzazione concreta è stata data anche da un altro grande linguista

tuttora vivente, Chomsky (di cui si parla del rapporto fra il linguaggio e cervello, e fra cervello e

mente), all’interno della cui prospettiva si pongono due livelli in qualche modo analoghi: quello

della competenza, e quello dell’esecuzione.

Mentre la prospettiva di Saussure è sociale, quella di Chomsky è mentale (individuale). Il parlante

di Chomsky è soltanto ideale, quello che ha la piena competenza della propria lingua.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

2/10/2012

Ultimo (per scelta) concetto estrapolato dal pensiero saussuriano è quello che riguarda la

disposizione dei rapporti fra gli elementi del sistema lingua. Bisogna vedere come si organizza

questa rete di rapporti fra gli elementi del sistema, ma già si può avere una prima indicazione dei

tipi di rapporti negli elementi della lingua in relazione a due piani che riguardano i rapporti di

presenza (in pratica i rapporti tra i segni quando appaiono contemporaneamente) e quelli in assenza.

Nella frase «Il gattino insegue la palla», per esempio, si ha una frase di lingua costituita da una serie

di elementi, con un’organizzazione precisa, e gli elementi in cui si può scomporre questa frase

hanno nella lingua una serie di rapporti regolati che sono sì nella direzione della presenza (cioè,

ciascuno di questi con altri elementi compresenti nella stessa frase), ma anche con la langue, che

non è presente e costituisce il “serbatoio” della lingua.

Prima di scomporre la frase, bisogna decidere a quale livello scomporre: per il momento ci si

mantiene al livello della doppia articolazione, per cui si ha un livello di unità minime distintive (che

si oppongono fra di loro per significante, e sono i fonemi).

In qualche caso, la definizione di segno linguistico di Saussure in realtà si adatta di più alla parole

che al morfema.

Bisogna capire quali sono i rapporti in presenza che una parola intrattiene con un’altra: c’è per

esempio un aspetto che riguarda sostanzialmente i morfemi, che lega le forme sulla base

dell’accordo; si ha quindi un legame per cui una parola può essere un singolare maschile diverso da

un altro singolare maschile (a livello di parola è comunque molto approssimativo). Sempre in

questa logica si può dire che c’è una relazione tra l’articolo determinante/indeterminante per cui in

lingua c’è un accordo di genere e numero (questo vale in lingue come l’Italiano: altre lingue

questa

possono avere un accordo di genere e numero a caso). Altro tipo di accordo è quello tra un soggetto

al singolare e un verbo al singolare, accordo che viene esplicitato dai morfemi, cioè è, a livello

superficiale, evidente, realizzato.

[Quando si parla di livello superficiale in una lingua si intende quello che appare, quello che viene

realizzato/prodotto.

Il livello profondo, invece, riguarda la strutturazione della frase o delle forme.]

In questo caso si hanno dei morfemi che appaiono, e quindi sono anche evidenti: si ha un morfema

di singolare maschile e un morfema di singolare (in tal caso superficialmente realizzato).

C’è una serie di legami: il singolare maschile col singolare maschile.

Il livello dei morfemi, se si prende come esempio la parola «gattino» e la si scompone, si ottiene un

morfema lessicale (ML, che porta il significato), un morfema grammaticale-derivazionale (MDer), e

un morfema grammaticale-flessivo (MG). Il rapporto fra questi morfemi è regolato: non si può

discorrere superficialmente i morfi, se non seguendo le regole che la lingua in questione presenta;

non importa che si riconosca in un altro ordine il singolare maschile, il diminutivo, e il morfema

lessicale: la lingua li colloca in un determinato ordine. Perciò si dice che «inogatt» non rispetta il

tipo di relazioni che ci sono in presenza di queste forme.

Esiste un tipo di rapporti all’interno delle composizioni, della produttività, delle forme verbali che

definisce dove va collocato un determinato morfo.

In una lingua altamente flessiva come il Latino si avrà anche una distinzione con un accordo di caso

superficialmente evidente.

Tutti questi sono rapporti che si sviluppano in presenza, e sono rapporti che vengono definiti

sintagmatici (che indicano cioè qualcosa che viene messo insieme.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Gli elementi della lingua, quindi, intrattengono tra di loro una serie di rapporti all’interno

sintagmatici, cioè in presenza.

L’altro piano è quello che si identifica come un piano in assenza, cioè non superficialmente

compresente. Questo viene definito come piano dei rapporti paradigmatici, che fa chiaramente

riferimento al paradigma (cioè una serie riferita alla stessa forma, ma che non va normalmente

compresente). I rapporti paradigmatici vengono definiti anche associativi, e sono quelli che ogni

elemento della frase intrattiene con altri (su quali altri ci sarebbe parecchio da dire, perché ci sono

rapporti di natura abbastanza diversa: per esempio, uno dei rapporti che si può instaurare è di ogni

forma con tutte le altre forme che possono comparire nella stessa posizione della frase -si tenga a

mente che si sta parlando di organizzazione sintattica, non di significato-).

Ad un articolo maschile si può sostituire un altro articolo maschile: si ha quindi regola che mette in

relazione per possibilità di sostituzione la forma di un articolo maschile con tutta una serie di altre

forme maschili; e questo è un tipo di rapporto; sempre in questo senso si può avere un tipo di

relazione con tutto quello che può comparire, come nome maschile singolare con articolo maschile

Si avranno anche altri tipi di regole che in qualche modo bloccheranno l’immissione nella

singolare.

frase di determinate forme tra di loro incompatibili: se il verbo ha un morfema lessicale che è

connotato da un tratto di animatezza (per cui è costituito da una serie di significati, di cui uno è

imprescindibile), questo creerà una sorta di filtro che in qualche modo consentirà di mettere in una

determinata posizione un singolare o un plurale.

Perché vi sia associazione, non basta che vi sia, sempre per esempio, un singolare maschile, ma

deve essere un singolare maschile appartenente a determinate categorie (cosa che si sa a posteriori),

ma anche se non conoscessimo l’appartenenza a queste categorie con un’operazione di scambio si

sostituisce: è in qualche modo la capacità di funzionare, anche se non con lo stesso significato, con

lo stesso modo e la stessa struttura.

I legami non sono solo di questo tipo: ne esistono altri, anche allo stesso livello di morfemi. Anche

il morfema grammaticale è correlato in maniera superficiale, però alla forma realizzata si può

teoricamente sostituire un’altra forma. Altri legami sono, per esempio, per quanto riguarda il verbo,

quelli con tutte quelle forme di lessico che condividono lo stesso morfema lessicale («seguire»,

«seguìto», «seguivamo», etc.); vi è anche un legame con quelle parole che sono più prossime di

Anche all’interno del significato, quindi, ci sono forme

significato («inseguire», «rincorrere», etc.).

(i lessemi) che stanno tra di loro più vicino, e forme che stanno tra di loro più lontano.

Ogni parlante colloca una rete di relazioni.

Questo dà una serie di forme di relazioni in presenza, ma anche di relazioni in assenza. Perciò certe

strutture possono essere replicate utilizzando forme diverse ma sempre in relazione fra di loro: si

può costruire una frase che è diversa da un’altra, ma che è strutturalmente uguale perché

organizzata nello stesso modo (con gli stessi rapporti).

In tal modo si è data una prima, temporanea, occhiata al sistema della lingua.

La Fonetica è, di fatto, rientrante nella Linguistica, anche se non rientra in quella concezione della

lingua di per se stessa (cioè che non fa riferimento a fattori extralinguistici), perché riguarda anche

la sostanza dei suoni, non la loro organizzazione. È però necessaria per capire l’organizzazione

della Fonologia.

La Fonetica si distingue perché studia i suoni da diverse prospettive, da quella di tipo articolatorio

(cioè come si realizzano i suoni del linguaggio umano, i foni) a quella riguardante la natura fisica

(cioè le onde sonore, trasmesse in determinati modi -di cui si occupa anche la Fisica acustica-); altro

indirizzo è di tipo percettivo-uditivo (parte della ricezione dei suoni -e qui interviene la Fisiologia-).

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Più importante per la Linguistica è l’aspetto articolatorio.

I foni vengono prodotti attraverso una serie di meccanismi che utilizzano come mezzo gli organi del

corpo umano: questi organi vengono utilizzati come secondari per questa funzione. I polmoni, per

esempio, producono il flusso d’aria (che nelle lingue è prevalentemente egressivo) e, premuti dalla

un flusso d’aria: quest’azione si fa in

muscolatura sub-diaframmatica, mandano fuori dalla bocca

primo luogo per vivere, non per parlare. In qualche modo la fonazione sfrutta questa possibilità,

Questo flusso d’aria attraversa

ovviamente utilizzando gli organi che a questo sono deputati.

determinate parti dell’apparato respiratorio, fino ad arrivare alle corde vocali.

[Le corde vocali sono delle membrane.]

Uscendo, il flusso d’aria incontra altri organi del corpo; attraversa la glottide, fuoriesce

principalmente dal canale orale, dove vi è una serie di punti importanti: ovviamente il più

importante è la lingua; c’è poi uno spazio che è il palato, che si divide in una parte anteriore (più

vicina ai denti), una centrale, ed una posteriore; alla fine del palato c’è un piccolo organo molle,

l’ugola, che si muove e a sua volta può inserirsi nella fonazione; vi sono poi i denti e le labbra.

I foni sono prodotti tramite quello che si potrebbe chiamare la perturbazione di questo flusso d’aria,

che viene data dall’intervento di questi elementi che in qualche modo interferiscono con il

passaggio del flusso d’aria in diversi modo: o lo lascia uscire modificandolo, o pone degli ostacoli

all’uscita dell’aria (ostacoli che possono essere parziali o totali).

La fonazione quindi è un gioco di combinazione di diverse posizioni, di diversi atteggiamenti, di

diversi organi fonatori, in relazione col flusso d’aria che esce.

I foni si descrivono come se fossero unità isolate, ma quando si parla non si utilizzano singoli foni:

l’atteggiamento degli organi fonatori,

si produce una catena fonica continua; e questo vuol dire che

mentre realizza un fono, si sta già predisponendo per realizzare il successivo: questo vuol dire che

ci saranno dei fenomeni, nella lingua, che sono proprio dovuti alla prossimità di foni vicini, che

darà origine ad una serie di fenomeni (anche di cambiamento della lingua).

nel senso che, anche se si individuano tre zone all’interno

La realizzazione fonetica è un continuum,

del palato, lo si fa in qualche modo astraendo, perché teoricamente le zone del palato sono

illimitate: infatti in ciascun punto si può fattualmente articolare un suono.

Quindi, anche facendo Fonetica inevitabilmente si utilizza una diversa categorizzazione dei diversi

elementi.

Vocali e consonanti costituiscono due categorie separate, con caratteristiche proprie. La differenza

di base è che nell’articolazione delle vocali il flusso d’aria non trova ostacoli, il che comporta che la

differenza fra le vocali è data dal diverso atteggiamento di alcuni organi fonatori. Ci sono degli

organi fissi, e degli altri mobili; gli spostamenti della lingua sono due (per le vocali).

Sulla base di queste due direzioni si sezioni la possibilità di movimenti della lingua e si crei nello

spazio dall’alto verso l’avanti, o dall’alto verso il dietro, e si può quindi creare il trapezio vocalico,

lo spazio in cui la lingua si può muovere all’interno della cavità e quindi può modificare il flusso

dell’aria che esce. A questa modificazione contribuisce anche la posizione delle labbra, che possono

ma ancora più importante è il fatto che il flusso d’aria ha attraversato le

essere distese o arrotondate;

corde vocali accostate, quindi ha assunto delle vibrazioni, il che corrisponde alla sonorità: i suoni

possono essere sono, quando la glottide vibra; possono essere sordi, quando la glottide non vibra.

Per sentire la vibrazione delle corde vocali basta mettere la mano sulla faringe.

i foni che si producono sono l’apice

Le vocali sono tutte sempre, inesorabilmente, sonore: tra tutti

della sonorità. Il diverso atteggiamento della lingua e delle labbra vuol dire che, se la lingua è

distesa e la bocca è aperta, si avranno suoni di tipo a.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Non ce n’è una sola a, perché può essercene una anteriore ed una posteriore.

Se la lingua si sposta solamente in avanti, si avrà un suono di tipo anteriore [æ]; se si comincia a

salire verso l’alto si ha la produzione delle vocali anteriori: le principali sono, man mano che si sale,

una E aperta [ɛ], una E chiusa [e], e una [i] (la più alta).

Se invece la lingua si sposta verso il dietro si ha una quasi corrispondente nella parte posteriore con

i suoni che richiedono anche l’arrotondamento delle labbra: si avrà quindi un posteriore O aperto

[ɔ], un O chiuso [o], e un [u].

Così si presenta il trapezio vocalico:

Queste sono le vocali pertinenti per l’Italiano, e naturalmente sono solo una piccola parte di quello

che l’apparato fonatorio può produrre.

l’altezza e la posizione (anteriore e posteriore).

I parametri sono quindi

Quando si parla di vocali anteriori si dice anche vocali palatali, mentre quando si parla di vocali

posteriori si dice anche vocali velari. (con le quali il flusso d’aria esce

Vi sono anche altri innumerevoli tipi di vocali, come quelle orali

esclusivamente dalla bocca); ci sono anche vocali che vengono articolate con una risonanza nasale,

cioè facendo passare l’aria anche attraverso le fosse nasali: si chiamano appunti vocali nasali.

Delle forme di nasalizzazione non sono presenti in Veneto.

Le vocali orali dell’Italiano sono anteriori non arrotondate, e posteriori arrotondate; ma

l’arrotondamento ci può essere ovunque; quindi ad una [i] alta anteriore non arrotondata

c’è sempre un corrispettivo.

corrisponderà una [y] alta anteriore arrotondata:

Le posizioni anteriore e posteriore hanno anche delle vie intermedie, delle articolazioni centrali, che

per l’Italiano non sono consuete (anche se ci sono lingue che le utilizzano). Ci sono forme dialettali

che le presentano.

Lo Schwa [ə] è una lettera di origine semitica che viene ancora pronunciata.

segni che non sono propri dell’alfabeto latino “normale” fanno riferimento ad un sistema di

I

trascrizione fonetica, quello a cui normalmente si fa riferimento è il cosidetto IPA.

Nei vocabolari, prima della definizione, tra parentesi quadre si ritrova una riproduzione della parola

con questo alfabeto un po’ “strano”.

Gli alfabeti fonetici sono nati, scientificamente, alla fine dell’Ottocento per la necessità di

trascrivere, il più fedelmente possibile, le forme di lingua, sia perché nell’Ottocento si è molto

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

sviluppata la Fonetica sia perché la costituzione di atlanti linguistici hanno dato un grosso impulso

alla necessità di trascrivere il parlato e di trascrivere il più fedelmente possibile lingue che non

avevano scrittura e non erano conosciute nell’Occidente.

Prima che venisse inventato il registratore, ci si è affidati ad una trascrizione che cercava di rendere

nel modo più fedele possibile con delle grafie non tradizionali (i segni alfabetici sono insufficienti

per compiere questo lavoro), ma con degli alfabeti speciali elaborati che aggiungono forme di

con l’intento specifico di trasporre con precisione i

diversi alfabeti, facendo uso di segni particolari,

singoli foni.

3/10/2012

L’IPA presenta diverse versioni: ce ne sono di più vecchie, e di più nuove.

La distinzione tra consonanti e vocali è primaria.

Il numero delle vocali è molto superiore rispetto a quello che presenta una lingua come l’Italiano: il

processo articolatorio è un processo continuo; e siccome il movimento teoricamente non è

in realtà non c’è nessuno stacco fra gli spazi dei suoni che vengono indicati nel trapezio

interrotto,

vocalico: ce ne sono anche altri riproducibili in uno spazio intermedio, il che significherebbe un

continuum (che effettivamente è la fonazione) operativamente non identificabile in ogni caso. Per

questo l’alfabeto fonetico riporta un alto numero di possibilità di identificare i foni, non illimitato:

per questo ci sono continue revisioni di questo alfabeto, perché si cerca di migliorare le cose.

Nelle vocali accanto ai due parametri di altezza (indicata anche come apertura: la posizione della

lingua in basso corrisponde anche alla maggiore apertura del canale orale) di posizione (anteriorità e

posteriorità) si può notare come il trapezio risulti asimmetrico, nel senso che lo spazio posteriore è

uno spazio ridotto (e questo per il solo fisiologico motivo che la lingua è più mobile nella parte

anteriore, mentre nella parte posteriore è attaccata ad una radice).

Le vocali indicate, tranne lo Schwa, sono tutte riportate in coppia, perché riflettono le due

possibilità relative alla posizione delle labbra (arrotondate/non arrotondate).

Si può quindi definire l’arrotondamento delle labbra come un terzo parametro (anche con suoni che

in Italiano risultano abbastanza strani).

Le vocali della parte posteriori in Italiano sono arrotondate.

Si comincia già ad inserire il concetto di vocali di una lingua: cosa vuol dire quando si dice, per

vocali dell’Italiano»?

esempio, «le In realtà, mentre si parla, si sovrappongono e incrociano due

piani: quello della Fonetica come riproduzione/articolazione (fatta dall’apparato fonatorio, che è

comune a tutti gli esseri umani, e che quindi prescinde poi dalla lingua che l’individuo in questione

parla) e quello della categorizzazione di suoni che ogni lingua poi, all’interno di questo continuum,

opera in maniera autonoma. Quando si dice che si hanno della abitudini articolatorie, queste sono

dovute al fatto anche che in qualche modo la propria lingua categorizza delle aree di suono, che

sono quelle all’interno delle quali, anche se con variazioni, ci si muove.

vocali dell’Italiano»

Quindi, dire «le non vuol dire che un italiano non possa pronunciare tutte le

vocali che sono indicate nel trapezio vocalico (cosa che può fare benissimo): si intende solo che

all’interno dell’Italiano si selezionano delle categorie come aree.

Altro aspetto che le vocali presentano è un altro dei tratti importanti nell’articolazione fonetica, che

è la caratteristica di avere/non avere la vibrazione delle corde vocali: la vibrazione produce suoni

sonori, e la non-vibrazione produce suoni sordi.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Esiste anche una scala di sonorità.

Le vocali sono, assolutamente, sonore, il massimo della sonorità.

si intende semplicemente il flusso d’aria

Per consonanti «polmonari» che esce.

A differenza delle vocali, l’articolazione delle consonanti prevede una qualche interferenza, un

turbamento, del flusso dell’aria che può risultare quindi ostruito completamente o parzialmente.

A seconda della localizzazione di questo ostacolo, si avrà il luogo di articolazione; a seconda del

tipo di ostruzione, si avrà il modo di articolazione. Vengono rispettivamente indicati nelle tabelle

l’apparato fonatorio partendo, da una parte

degli alfabeti fonetici: hanno una progressione che segue

verso l’esterno, e, da una parte, procedendo a tappe verso l’interno.

Gli spazi bianchi nelle tabelle indicano foni teoricamente riproducibili (nel senso che l’apparato

fonatorio potrebbe produrre, ma tuttavia non si sono riscontrati nelle lingue conosciute), mentre

quelli scuri sono caselle in cui è rappresentata l’impossibilità di un’articolazione (proprio per come

è fatto l’apparato fonatorio).

L’apparato fonatorio presenta tutta una serie di asimmetrie, prevalenze di traduzione di alcuni suoni

rispetto ad altri, e così via.

I labiali sono quei suoni consonantici che vengono prodotti con la chiusura di entrambe le labbra, le

labiodentali sono quei suoni che vengono prodotti con una chiusura costituita dal labbro inferiore e

dai denti superiori.

Nell’arco del palato vi sono tre punti in cui la chiusura viene data dalla lingua (parte anteriore) che

chiude contro una parte del palato: quindi, se chiude toccando la parte superiore del palato, si

avranno le dentali.

Le clusive (più comunemente occlusive) sono quei suoni in cui la chiusura del canale fonatorio è

totale, ovviamente per un tempo brevissimo. Le occlusive si distinguono in bilabiali ([p] sorda, e [b]

sonora).

Dentali sono i suoni di [t] sorda e [b] sonora.

Le retroflesse sono un po’ come le dentali, però la punta della lingua è girata all’interno.

Le velari indicano una chiusura della parte posteriore della lingua contro la parte posteriore del

palato: [x] sorda e [γ] sonora.

all’uvula, e questi suoni sono delle occlusive ancor più arretrate,

Le uvulari si riferiscono e sono

presenti soprattutto nelle lingue arabe; si tratta di suoni molto gutturali.

Il suono [ʕ] è probabilmente un elemento che fa sembrare lingue come il Tedesco lingue «dure».

nasali, nella loro articolazione, presentano l’uvula abbassata in modo da consentire al flusso

Le

d’aria di passare anche attraverso il naso (si parla anche di risonanza delle cavità nasali). Se la

cavità nasale è ostruita, il suono che verrà fuori sarà la bilabiale corrispondente al suono.

Di certi suoni non si ha la percezione, perché sono suoni condizionati.

[Mentre si pronuncia un suono, l’apparato fonatorio si sta già preparando per pronunciare quello

successivo; allora si ha un movimento continuo in cui quindi un suono è in qualche modo

dipendente dagli altri, e in questa dipendenza ci possono essere degli adattamenti alla posizione

degli organi fonatori per il suono che segue.]

Nella scala di occlusione si trovano poi le vibranti, quei foni in cui l’occlusione (cioè la chiusura) è

data da una serie di rapidi movimenti: si avranno quindi più rapide occlusioni e aperture.

Le monovibranti sono quelle consonanti che hanno un solo tocco (come quel tipo di R pronunciato

a Venezia). Si intendono quei foni in cui l’occlusione

Le fricative sono una grande categoria. è parziale: il

canale quindi si restringe senza impedire, però, al flusso d’aria di passare. I suoni di tipo fricativo

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

sono assimilabili in qualche modo ai fruscii; le fricative sono diverse a seconda della posizione di

restrizione: si ha quindi una restrizione di tipo bilabiale (non consueta in Italiano: il [β] è la B

spagnola).

Le labiodentali in Italiano sono frequentissime: si ha la [f] sorda e la [v] sonora.

La fricativa di tipo alveolare è definita anche sibilante, [s] sorda e [z] sonora.

Le laterali sono quei suoni in cui l’occlusione è data solamente al centro del canale (mentre i lati

restano aperti). L’italiano

Le ortografie storiche riflettono relativamente quella che è la natura fonetica.

frequentemente utilizza certi suoni, che si trovano citati in maniera molto cursoria alla fine delle

le affricate sono una categoria di foni che in Italiano c’è frequentemente,

tabelle: suono doppio

costituito da un’occlusione ed una fricazione. Dal punto di vista fonetico, sono una combinazione di

due suoni.

I diacritici sono degli espedienti grafici per riportare certe caratteristiche di alcuni suoni.

I suoni in cui l’aria viene risucchiata dentro prendono il nome di ingressivi.

la dentale viene articolata con un’aspirazione successiva.

Ci sono alcune lingue in cui

8/10/2012

Mentre la Fonetica è la considerazione e la descrizione dei suoni della lingua dal punto di vista della

loro fisicità (consista questa nella produzione o nella possibilità di misurare attraverso macchine), la

Fonologia si occupa della funzionalità dei suoni della lingua all’interno del sistema, all’interno del

quale le unità minime sono le cosiddette categorie fonologiche.

I fonemi sono le unità minime di questo livello di analisi, non ulteriormente scomponibili.

L’iter euristico che porta a suddividere l’oggetto d’indagine in livelli di analisi, fa la strada inversa

a quella dell’iter euristico naturale: quando si presenta la disciplina si parte dalle unità più piccole

per andare poi a quelle superiori fino a costituire tutte le possibili frasi generabili.

Le unità minime, a ciascun livello, sono costituite per andare a formare mettendosi insieme le entità

del livello immediatamente superiore: quindi, i livelli di analisi sono gerarchicamente organizzati; e

le unità minime del livello di analisi della Fonologia sono costituite in modo da poter formare le

unità minime del livello immediatamente superiore, cioè della Morfologia.

Sostanzialmente i suoni che funzionano per opporsi fra di loro nel sistema, a livello linguistico,

sono circa una trentina: sono le unità minime del livello della Fonologia.

Oltre che minime, devono essere anche unità ricorrenti (cioè devono tornare in altri contesti con lo

stesso valore): con questa trentina di elementi infatti si possono costruire praticamente un numero

per così dire illimitato.

È sicuramente un insieme chiuso, ma per la conoscenza dei parlanti è un insieme praticamente

inesplorabile fino ai confini estremi della categoria.

Ci sono poi le aree laterali del lessico, che sono in parte condivise/conosciute.

Se si prendono queste unità minime della “parola” e le si mettono insieme, si possono generare

infinite frasi: si parte quindi da un numero di unità di base che si aggira attorno alla trentina e si

genera un numero di frasi praticamente infinito. E ciascuna di queste frasi, messe in relazione con

un certo contesto, possono produrre incontabili sensi.

Quando si parla dell’altissima efficienza semiotica del codice che è il linguaggio verbale umano, si

intende proprio dire che con un numero di unità di base relativamente basso si genera tutto quello

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

detto/viene detto/sarà detto; quindi, ha un’efficienza semiotica (per quello

che è stato che riguarda

la possibilità di significare) che è altissima, perché se si prende il codice che è il semaforo si hanno

tre unità di base, ma si ha anche la possibilità di esprimere soltanto tre sensi, di veicolare tre tipi di

contenuto. E peraltro, il semaforo non è che abbia un valore diverso a seconda del contesto in cui è

inserito: sempre quello sarà.

Si può quindi dire che l’interpretazione di quel codice non dipende dalla relazione col contesto.

Il linguaggio verbale umano è un codice particolarmente efficiente dal punto di vista semiotico;

quando si parla di organizzazione di livelli di analisi, bisogna anche ricordare che le unità minime

di questi livelli di analisi (che sono gerarchicamente organizzati) vanno a costituire le unità minime

del livello di analisi immediatamente superiore.

Se si prendono le due parole lupo e gatto e le si mettono vicine, per esempio, si possono segmentare

(la base lessicale) e dall’altra

in unità più piccole, perché si può mettere da una parte lup- -o

(un’indicazione di carattere grammaticale). Allo stesso modo si può fare per gatto.

La stessa unità, quindi, lo stesso elemento (-o), ritorna in contesti diversi, ma con lo stesso valore:

questa è un’unità minima e ricorrente.

Le unità minime dei livelli di analisi sono ricorrenti: combinandosi tra di loro formano le unità del

livello immediatamente superiore; e poi c’è un’altra cosa che caratterizza questo codice, questa

organizzazione gerarchica della lingua (e che la fa funzionare così bene); è il fatto che nella lingua

funzioni la ricorsività delle regole: vuol dire che la regola che è stata applicata può essere

riapplicata al suo risultato.

Se si dice gioco, per esempio, si può fare giochino, ma teoricamente si può anche fare giochinino; al

risultato si può quindi riapplicare la regola stessa; un nome si può anche riscrivere come nome ed

aggettivo: il ragazzo si può anche riscrivere come il bel ragazzo (che a sua volta può essere riscritto

come il gran bel ragazzo, e così via).

Nella lingua si può ricorrere/riapplicare la regola al risultato della regola stessa. È uno degli

strumenti che rendono efficiente, dal punto di vista semiotico (quindi dal punto di vista delle

capacità di significazione e, quindi di conseguenza, di comunicazione) del codice di comunicazione,

il linguaggio verbale umano.

Tutto quello finora descritto fa parte della lingua, ma soprattutto si tratta di una serie di princìpi che

in modo assiomatico fanno parte del modello attraverso il quale si descrive la lingua.

[Quando si parla di modo assiomatico, vuol dire che non si deve dimostrare qualcosa, perché esso è

il modello di riferimento: si dichiara come esso funziona.]

Se si capisce come funziona il modello descrittivo, non occorre poi studiare la relazione fra un

aspetto e l’altro, perché capendo il modello tutto risulterà più chiaro: per esempio, tutte le unità

minime hanno le stesse caratteristiche; dove la forma finisce in -ema, queste sono le unità minime

dei livelli di analisi.

Capire come funziona il modello è un’operazione di livello superiore: permette di comprendere al

meglio la Linguistica, come funziona il livello descrittivo.

Non tutti i codici godono di quella che viene definita arbitrarietà forte (cioè quel legame

assolutamente convenzionale, quindi non determinato dalla Natura né dalla Logica, fra il piano

dell’espressione e il piano del contenuto -significante e significato-).

Il codice che è il linguaggio verbale umano è un codice doppiamente articolato, e questa è una sua

peculiarità: vuol dire che è segmentabile in unità a più livelli; come minimo, è segmentabile in unità

che associano un significante ad un significato, e queste prendono il nome di morfemi (è il primo

livello di articolazione della lingua); però, di fronte a queste unità, si può fare anche un’ulteriore

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

segmentazione (seconda articolazione): prendono il nome di fonemi.

L’individuazione di questo aspetto si associa al nome di André Martinet, un linguista francese che si

è occupato di moltissima campi della Linguistica.

La doppia articolazione come proprietà del codice va bene quando si parla di semiotica

confrontando il codice che è il linguaggio verbale umano con gli altri codici.

Sotto il livello della Fonologia è possibile segmentare ulteriormente, perché esiste la cosiddetta

teoria del binarismo dei tratti, che permette un’ulteriore possibilità di segmentazione.

Il suono può essere ulteriormente scomposto.

Non si sta descrivendo più la produzione fisica dell’apparato fonatorio, ma si sta descrivendo le

unità minime del sistema: ci si occupa, nella Fonologia, dei suoni visti dal punto di vista della loro

all’interno del sistema.

funzionalità

Quindi, mentre la Fonetica si occupa della percezione fisica dei suoni, la Fonologia si occupa dei

suoni della lingua dal punto di vista della loro funzionalità all’interno del sistema.

per il quale, mettendo vicino due “parole” che sono

La prova di commutazione è un procedimento

identiche in tutto a parte che un suono, in alcuni casi si ottengono parole con un significato diverso,

in altri no. Se, per esempio, si mettono vicino due parole come pare e care, queste due parole

prendono il nome di coppia minima, una coppia di parole che è identica in tutto a parte che per un

suono, il cui cambiamento fa in modo che cambi anche il significato. Si chiama prova di

per ottenere un’altra parola.

commutazione appunto perché si prende pare, si toglie P e aggiunge C

Per fare quindi la prova di commutazione, che individua le unità funzionali della lingua a livello

fonologico, bisogna individuare una coppia minima, cioè due parole identiche in tutto tranne che

per un suono; un cambiamento a livello di significato vuol dire che quei due suoni funzionano nella

lingua opponendosi fra di loro.

In Italiano la differenza fra vocali lunghe e brevi non costituisce una coppia minima, perché il

significato non cambia.

Le varietà dialettali non oppongono fra di loro opposizioni.

Le varianti dipendono dal luogo e/o anche dalla situazione

In lingue diverse le opposizioni fra suoni funzionano in modo diverso: una vocale breve o una lunga

in Italiano non portano cambiamento di significato, come in Latino o in Inglese.

Le breve e le lunghe in Italiano non garantiscono la differenza fra parole.

A livello della Fonologia si parla di fonemi, ma meglio di classi fonologiche. I foni si individuano

tramite la prova di commutazione, provando a sostituire in un certo contesto quel certo suono: se

questa sostituzione porta ad una parola con significato diverso, vuol dire che quel suono va in una

classe fonematica diversa; se invece non cambia il significato di quella parola, vuol dire che si tratta

di un allofono.

La grafia dell’Italiano obbliga ad usare, davanti ad un certo tipo di vocale, un diacritico come H,

che non ha alcun motivo di stare lì se non per indicare la pronuncia.

Per ottimizzare la notazione alfabetica, bisognerebbe scrivere il K al posto del CH.

c’è alcuna motivazione della Fonetica per scrivere in un modo o in un altro.

Non

Nella varietà di Italiano veneta non si oppongono sorda e sonora: allora i due suoni andranno, per

questa varietà, nella stessa categoria: è una classe di suoni, di possibili realizzazioni fisiche.

R “moscia” è un suono diverso da quello della R, ma è semplicemente un allofono

La cosiddetta

perché non comporta un cambiamento di significato: funzionano allo stesso modo nella lingua.

(pronunciato sia con la R normale sia con la R “moscia”) si oppongono tra

Parole come casa e cara

di loro proprio allo stesso modo, perché appartengono a classi diverse: sono realizzazioni fonetiche

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

diverse, ma che appartengono alla stessa classe di suoni.

le si chiamano con la variante/l’allofono

Queste prendono il nome di classi fonologiche;

statisticamente prevalente (ma solo per convenzione).

Molti fenomeni che riguardano la Fonetica sono dovuti al fatto che l’apparato fonatorio tende a

realizzare sempre un’economia nello sforzo: mantiene quindi atteggiamenti adottati

precedentemente, ed anticipa atteggiamenti da adottare per il suono successivo. Tutto ciò rientra in

una teoria che prende il nome di target articolatorio, che in realtà non è mai raggiunto nella

realizzazione di un certo suono. I suoni della lingua, che stanno in uno stesso contesto, in questo

modo si condizionano fra di loro.

C’è un target articolatorio, ma non è mai realizzato.

Un suono sordo fra due vocalici avrà il destino di essere un po’ condizionato fra questi due suoni

sonori: questa variante è condizionata dal contesto. Ad esempio, le nasali prevocaliche sono

caratterizzate dall’assumere qualcosa dai suoni consonantici che seguono.

All’interno di ciascuna lingua i suoni effettivamente prodotti sono organizzati in classi

fonologiche/fonematiche in maniera diversa.

Il repertorio fonematico è diverso per ogni lingua, che organizza classi fonematiche diverse e

proprie: ciascuna lingua, di fronte ad una sostanza di significante, la organizza in classi.

Per alcuni suoni è difficile trovare una rappresentazione.

Per alcune lingue notate da poco tempo vengono utilizzati pressoché tutti i simboli dell’alfabeto

fonetico internazionale.

L’IPA usa i simboli ricorrenti dell’alfabeto latino con alcuni diacritici per specificare ulteriormente

qual è il valore di quel segno.

Il suono consonantico lungo può essere considerato in sé, o come fatto di due suoni consonantici;

ma si tratta di sottigliezze.

Nella parola giù la I è soltanto un segno diacritico: perciò su e giù sono una coppia minima.

Le lingue non sono quei monoliti fortificati che si studiano a scuola: sono un’altra cosa.

La grafia non ha nulla a che vedere con la Fonetica, e non deve trarre in inganno: è spesso un fatto

di convenzione per le lingue.

9/10/2012

Quando si può commutare (quindi scambiare di posto) e quindi porre negli stessi contesti due

provazioni fisiche senza che ciò produca dei cambiamenti a livello di significato, è stabilito allora

che queste due unità hanno la stessa funzione. Nel momento in cui hanno la stessa funzione, si può

dire che attraverso la prova di commutazione è possibile determinare, per ciascuna lingua, un

inventario di fonemi. Fonema è il nome che si dà ad una classe di suoni che sono commutabili tra di

loro, senza che questo cambiamento produca dei cambiamenti a livello del significato. I suoni

all’interno di questa classe si dicono varianti/allofoni del fonema al quale appartengono. Il nome

della classe viene dall’allofono statisticamente prevalente.

Una notazione di tipo fonetico (che faccia riferimento alla fisicità di ciò che è prodotto

dall’apparato fonatorio) va posta fra parentesi quadre; ciò che invece fa riferimento alle classi

fonologiche va posto fra due barre oblique.

quelle varianti per le quali il parlante è libero di scegliere l’uno o

Vi sono anche le varianti libere,

l’altro suono senza che questo sia condizionato dal contesto, e le varianti combinatorie, quelle

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

varianti che sono condizionate dal contesto e quindi sono tra loro in distribuzione complementare

(una distribuzione in cui le posizioni che sono occupate da un elemento non possono essere

occupate dall’altro elemento).

Quando si parla di lessemi, si parla di parole, di significato e ruolo di queste all’interno

dell’enunciato.

Nessun parlante realizza fonemi, perché questi stanno nelle forme astratte del modello con cui si

descrive l’oggetto: ciascun parlante realizza foni. Alle classi astratte si riconducono le realizzazioni

concrete dei parlanti, che sono quelli che vengono chiamati varianti/allofoni.

Il nome che si dà a ciascun fonema è puramente arbitrario.

I suoni che in una certa lingua sono varianti/allofoni di uno stesso fonema, possono essere fonemi

diversi in un’altra lingua.

I fonemi di una lingua non si dispongono come meglio credono: non hanno una disposizione

sintagmatica (cioè in sequenza in presenza organizzata da dipendenze e rapporti reciproci) libera.

Si può immaginare che il continuum del discorso si disponga lungo un asse e tutti gli elementi si

condizionino reciprocamente.

Quando si parla di disposizione sintagmatica, si parla di tutti quegli aspetti che sono disposti l’uno

dopo l’altro su un asse ideale che è orientato.

Ci sono, però, delle frequenze di fonemi che in Italiano non sono ammesse. Nella competenza di

parlanti si possono individuare quali sono le sequenze di fonemi ammesse nella lingua italiana e

quali invece no; queste sequenze sono regolate da quelle che vengono chiamare restrizioni

fonotattiche: in Italiano i fonemi si possono disporre solo in certe frequenze.

Bisogna imparare a distinguere il fenomeno dagli aspetti del fenomeno, dalla regola che descrive gli

aspetti del fenomeno: va bene dire che le restrizioni fonotattiche sono quelle regole che descrivono

le prerogative di posizione dei fonemi in una lingua; queste regole sono sostanzialmente assimilabili

alle regole fonologiche, che sono in tal caso delle rappresentazioni complessive delle possibilità

combinatorie dei fonemi.

Più in generale, le regole fonologiche sono dei modelli che descrivono fenomeni che avvengono a

livello del suono della lingua, perché i suoni si trovano in un certo contesto.

Una regola descrive un cambiamento, ma sempre e solo in un contesto: non esiste regola che non

sia descritta inserendola in un contesto.

Ciascuna regola fonologica deve avere esplicitazione nel contesto: quando funziona, oltre al

contesto sintagmatico, bisogna che vi sia anche l’indicazione del contesto cronologico, perché se si

assoluta e all’interno

dice che le lingue celtiche sono caratterizzate dal passaggio di P a 0, in iniziale

di parola, è stata descritta una regola fonologica in un contesto, però bisogna dire anche per quanto

tempo è durato questo fenomeno, durato per un certo periodo della Storia delle lingue celtiche.

In diacronia una regola fonologica deve avere la descrizione anche del periodo fonologico lungo il

quale funziona/ha smesso di funzionare quel determinato fenomeno.

Bisogna descrivere, attraverso una formula che sia il più generale possibile, una regola, le

prerogative di posizione (le restrizioni fonotattiche), in iniziale assoluta di parola, che ha delle

successioni ammesse e delle successioni non ammesse, che funzionano come segnale demarcativo:

sapendo il parlante quali sequenze sono ammesse in inizio/all’interno/in fine di parola in una certa

lingua, egli è anche in grado di sfruttare questo espediente per segmentare la catena e sincronizzarsi

con chi ascolta, per capire dove inizia una forma e dove finisce un’altra.

Lo stesso tipo di meccanismo si applica a tutti i contesti.

Ogni lingua ha queste prerogative, che funzionano nella sincronizzazione dei parlanti.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Tutte le lingue hanno delle sequenze fonologiche che sono realizzate effettivamente dal lessico

della lingua, ed altre sequenze fonologiche che sono possibili ma non realizzate. Ritorna quella

distinzione fra la langue e la parole: la prima è un insieme di regole in potenza; la seconda è

l’insieme di atti di realizzazione comune di una certa forma che appartiene ad un patrimonio

condiviso da chi parla, che si chiama norma.

In una certa quantità di parole è possibile individuare delle posizioni in cui sostituendo i suoni

cambia il significato: se si prende in Italiano la coppia minima cara-gara, si dirà che queste due

parole sono una coppia minima e sono uguali in tutto eccetto il primo suono; si dimostra quindi

l’opposizione fra due classi fonematiche. Se però si va a vedere meglio come sono fatte queste

classi fonematiche, si dirà che C è un suono occlusivo velare sordo, e G è un suono occlusivo velare

sonoro: questi due elementi sono stati quindi descritti nei loro tratti articolatori, e si è visto che

questi tratti sono in parte comuni, e in tal caso fanno differenziare soltanto per un tratto i due suoni.

L’opposizione fra C e G è garantita dal tratto della sonorità che il secondo possiede rispetto al

primo: è il tratto attraverso il quale si può descrivere l’opposizione in modo che G sia diverso da C.

Questi tratti prendono il nome di distintivi: ve ne sono alcuni pertinenti (cioè alcuni sono in grado di

garantire l’opposizione).

La coppia minima pani-mani, descritta in un pacchetto di tratti distintivi, presenta P e M entrambe

occlusive bilabiali, ma P è sorda e orale, e M sonora e nasale. Qui i tratti comuni sono due, e altri

due funzionano a opporre i due suoni.

L’analisi completa del sistema fonologico di una lingua in tratti ha comportato l’individuazione di

che consentono di descrivere tutto l’inventario fonemico di una lingua.

una quindicina di tratti

La lingua utilizza un numero il più possibile basso di unità di base facendole ricorrere in modo da

avere un rendimento semiotico il più possibile alto col minimo sforzo.

Quindi, mentre per la descrizione dell’inventario fonemico di una lingua è sufficiente individuare

una quindicina di tratti, per descrivere l’inventario delle possibilità semantico-lessicali di una

lingua, bisogna individuare un numero di tratti altissimo.

Una delle idee fondamentali della Fonologia (che descrive i fonemi in tratti di pacchetti distintivi) è

che questi tratti abbiano la caratteristica di essere binari, e cioè o presenti o non presenti: quindi il

tratto della sonorità è intrinsecamente binario.

Ci sono, però, anche dei tratti che non sono intrinsecamente binari, ma che sono caratterizzati da

una gradualità nella presenza (come per esempio per le vocali, che possono essere alte/medie/basse,

chiuse/semichiuse/aperte, oppure anteriori/centrali/posteriori: il trapezio vocalico, infatti, segna dei

punti massimi, ma in mezzo a cui vi sono infinite possibilità). Per descrivere un suono vocalico con

un pacchetto di tratti, basta servirsi del tratto più o meno chiuso/aperto: in tal modo si riesce a

descrivere tratti che non sono intrinsecamente binari.

In taluni casi, per descrivere attraverso regole fonologiche, può essere utile identificare dei tratti più

generali che questi condividono al di là del pacchetto specifico e singolo.

I suoni ostruenti sono tutti quelli in cui c’è un qualche ostacolo nella realizzazione del suono,

mentre quelli che non hanno ostacolo nella realizzazione del suono sono quelli sonoranti.

Queste due grandi categorie si oppongono fra di loro.

C’è un’altra grande categoria di suoni, che sono detti coronali, per realizzare i quali entra in gioco la

parte anteriore della lingua: tutti i suoni che sono caratterizzati da questo aspetto condividono delle

caratteristiche fisiche che fanno in modo che in certi contesti si comportino in modo simile.

Tutte le opposizioni fonologiche mostrano, però, anche un altro aspetto più generale, cioè

l’importanza del concetto di marcatezza: G è marcato rispetto a C, perché possiede qualcosa in più

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

rispetto a quest’ultimo (il tratto della sonorità).

[La sordità non è un tratto che è presente eventualmente.]

La distinzione fra marcato e non marcato funziona a tutti i livelli: se si dice che «il plurale è

per esempio, vuol dire che si considera il singolare l’elemento non

marcato rispetto al singolare»,

marcato di base e la connotazione di molteplicità del plurale è quel tratto di significato in più che la

forma di plurale ha come marcato.

Laddove è presente un elemento marcato è sempre presente anche l’elemento non marcato: il primo

ha qualcosa in più, che lo connota diversamente rispetto a quello non marcato.

Il procedere del continuum fa in modo che si pongano delle conoscenze come condivise e delle altre

come nuove.

I suoni sonori sono marcati rispetto a quelli non sonori, perché hanno in più il tratto della sonorità.

I fenomeni fonologici sono quelle modificazioni che i suoni linguistici subiscono nel momento in

cui si incatenano fra di loro in un certo ambiente sintagmatico.

Queste modificazioni sono motivabili fisicamente con quella teoria del target articolatorio, perché

l’apparato fonatorio si dispone a realizzare suoni successivi conservando atteggiamenti del suono

precedente, eliminando tutti quei cambiamenti di atteggiamento che non siano essenziali, che non

compromettano la comprensione.

I suoni si condizionano fra di loro: i fenomeni fonologici sono quelle modificazioni che i suoni di

una lingua, posti l’uno accanto all’altro in un certo ambiente sintagmatico, subiscono.

(quindi in quell’ideale

I fenomeni fonologici sono importanti perché funzionano sia in sincronia

momento che è ovviamente una finzione della Linguistica) sia in diacronia (quindi in

considerazione della modificazione di un certo elemento in un certo spazio di tempo).

Il raddoppiamento fonosintattico è un allungamento di alcune consonanti in posizione di iniziale

assoluta: è un fenomeno che avviene in sincronia.

Il fenomeno del rotacismo in Latino è avvenuto in diacronia: nel Latino delle iscrizioni arcaiche non

si è ancora realizzato. Per questo il Valesius diverrà poi Valerius.

La differenza fra i fenomeni fonologici che avvengono in sincronia e quelli che avvengono in

diacronia sta anche nel fatto che per i fenomeni che avvengono in diacronia c’è sempre bisogno di

dare l’indicazione di quel periodo di tempo per cui quel certo fenomeno si è realizzato.

Tra i diversi cambiamenti possibili dei suoni che si trovano in un certo contesto sintagmatico, il

primo e il più generale di tutti è quello dell’assimilazione, il processo per cui fra due suoni contigui

uno dei due diventa parzialmente simile/totalmente uguale all’altro: ne assume uno o più tratti in

modo da diventare tale; e questo avviene sempre per la tendenza dell’apparato fonatorio di

all’italiano

economizzare i propri elementi. Per esempio, dal latino factum fatto è avvenuto un

processo di assimilazione: la parola italiana è l’esito di assimilazione.

Il processo di assimilazione dei suoni si distingue dall’apparato fonatorio, dalla regola.

Altro processo di assimilazione è quello della pronuncia di parole come casa e rosa: la S sarebbe

sorda, ma trovandosi tra due vocali diventa sonora.

10/10/2012

Quando si dice che in una coppia minima la prova di commutazione porta un cambiamento di

significato e che quando si può sostituire in quella posizione un suono senza avere cambiamento di

significato, si intende che il significato a cui ci si riferisce non è esclusivamente di tipo lessicale ma

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

anche quello di tipo grammaticale. Se, per esempio, si guardano le parole di una lingua, ci si

accorge che c’è una parte di queste parole che porta un significato che può essere definito in un

dizionario (significato lessicale, quello che si può scomporre abbastanza facilmente), mentre

un’altra parte della parola dà indicazioni su genere, numero, modo, tempo, e caso (le funzioni

grammaticali e sintattiche) di quegli elementi.

Quando si dice che la sostituzione di un suono porta un cambiamento a livello di significato, si

intende sia il significato di tipo lessicale sia il significato di tipo grammaticale (il primo è un

insieme aperto, il secondo chiuso).

Il significato non è l’idea, ma è il posto che nella lingua il lessema occupa nel sistema per un

qualcosa si oppone a qualcos’altro.

Il numero di tratti che si deve mettere in opera per descrivere un lessico, praticamente infinito, non

è accettabile come modello, mentre solo una serie di tratti (quelli grammaticali) è un insieme

conchiuso, perché per una parola in Italiano si ha l’obbligo di esprimere il genere e il numero.

Quello che cambia a livello di significato è soltanto a quel livello: l’entrare a distinguere significati

di tipo grammaticale da quelli di tipo lessicale è un passo successivo.

I suoni coronali sono generalizzazioni utili quando si parla delle regole fonologiche: servono perché

è possibile che suoni con caratteristiche articolatorie simili, trovandosi in simili contesti (anche se

non del tutto identici), abbiano esiti simili: per esempio, tutti i suoni che hanno un’articolazione che

implica un passaggio attraverso la cavità nasale, se uno è raffreddato, sono compromessi; non è

importante che si tratti di un suono particolare: è pur sempre un suono compromesso. È la

caratteristica articolatoria e fisica a far in modo che in certi contesti suoni simili si comportino allo

stesso modo.

Quindi, può anche essere che non si incontrino mai queste categorie generali.

Non c’è rapporto fra coronali e ostruenti sonoranti, mentre la distinzione fra suoni ostruenti e suoni

sonoranti è molto più ampia.

La Morfologia è, in generale, la modalità di variazione delle parole: si occupa di vedere come

variano le parole nel momento in cui sono inserite in un certo contesto.

È la coincidenza di un segmento morfologico a trarre in inganno.

indoeuropee sono lingue storicamente attestate che sono attestate dall’India fino alla

Le lingue

Spagna (non tutte ovviamente) e sono imparentate da un’origine comune, una lingua di cui non si

ha alcuna testimonianza.

La cronologia di attestazione delle lingue è diversa, quindi il processo di ricostruzione è molto

complesso: non è sufficiente mettere vicino le varie forme, perché bisogna applicare tutta una serie

di procedimenti.

Su questo territorio ci sono, però, anche delle lingue che non hanno niente a che fare con

l’Indoeuropeo, come le lingue ugro-finniche e le caucasiche.

Spesso le varie forme vengono regolarizzate fin troppo: si tratta degli ipercorrettismi, e sono

importanti segnali sociolinguistici.

Se si prende una forma come cane (in IPA [′kane]) si ha una successione di suoni ben precisa. Si fa

ora la cosiddetta prova di commutazione: si lascia, cioè, esattamente identica tutta la sequenza ma si

Se il significato della forma è cambiato in [′pane], allora si è individuata

sostituisce solo un suono.

una coppia minima; oltre a ciò, sono state individuate due classi fonologiche.

Non bisogna farsi ingannare dalla grafia, perché la grafia dell’Italiano fa in modo che vi siano più

segni per una sola cosa.

L’assimilazione può essere di tipo progressivo o regressivo a seconda che il suono che proietta i

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

propri tratti sull’altro preceda o segua; può essere parziale o totale a seconda che si addivenga ad

o che si arrivi ad un’identità totale.

una somiglianza maggiore fra i suoni

L’assimilazione è una classe molto vasta di fenomeni.

La metafonesi è, nella maggior parte delle varietà campane, quel fenomeno per cui la morfologia

della desinenza che indica il plurale condiziona la forma della vocale radicale: un caso è quello

dell’Inglese con foot e feet.

L’assimilazione coinvolge sia suoni vocali sia suoni consonantici; il suono può essere contiguo e/o

l’assimilazione funziona sia in sincronia sia in diacronia.

non contiguo, ma non ha importanza:

Altro fenomeno fonologico è quello della cancellazione, quel fenomeno per cui un certo suono in

determinati contesti viene ridotto a zero, come ad esempio nella combinazione degli elementi

Un caso particolare di cancellazione è quello che si ha nel contatto dell’articolo con il

morfologici.

nome stesso. In Spagnolo la cancellazione non avviene.

Il troncamento è la cancellazione facoltativa di un suono alla fine di parola, mentre in casi

dell’articolo davanti ad un nome si ha la vera e propria cancellazione.

L’inserzione all’inverso è un processo di aggiunta di un segmento in presenza di determinati

confini: ad esempio, in Spagnolo l’inserzione di un elemento si pone lì dove esiste un contatto fra

elementi o una situazione di suoni che violano le restrizioni fonotattiche di quella lingua.

fenomeni un po’ più complessi; sono l’uno l’inverso

Riduzione e rafforzamento sono invece due

dell’altro: il primo consiste nel fatto che certi suoni, in certe condizioni, si indeboliscono fino a

scomparire, altri si rafforzano fino a raddoppiarsi. Di solito, riduzione e rafforzamento sono in

con la posizione dell’accento di una parola, che determina che la sillaba abbia una

connessione

preminenza sulle altre (e le altre abbiano una minor rilevanza). Il rafforzamento, invece, è quello

all’Italiano

che avviene dal Latino bonum buono: il suono si è rafforzato fino ad avere un esito

dittongato.

Ciascuna regola deve essere un modello il più generale possibile per descrivere la più ampia

casistica possibile, tenendo anche presente il periodo storico della lingua in cui si è sviluppato

questo fenomeno.

La posizione tonica e la postonica implicano fenomeni diversi:

- A > B / _ X (= A diventa B se A si trova prima di X);

- A > B / X _ (= A diventa B se A si trova dopo X);

- A > B / X _ Y (= A diventa B se si trova fra X e Y).

Questa è la struttura della regola: tutte le regole devono essere fatte in questo modo; in Italiano

regionale settentrionale la sibilante sorda [s] diventa sonora, per esempio, quando si trova fra vocali

o davanti ad un’occlusiva sonora.

L’analisi dell’enunciato per i fonemi rispetta quell’assioma delle unità minime secondo cui i

segmenti della catena parlata non si sovrappongono l’uno all’altro, ma sono in una successione

dopo l’altra.

lineare, sempre una unità

Non è possibile che unità diverse si sovrappongono: l’accento diviene allora un tratto

sovrasegmentale, quel tratto che pare violare l’assioma della segmentazione e della linearità del

significante; è un aspetto che non è individuabile dall’analisi segmentale, ma funziona comunque

per garantire delle opposizioni: sono l’accento, il tono, e l’intonazione; hanno una grossa

funzionalità all’interno del sistema.

L’Italiano ha un accento di intensità, che è mobile, mentre l’accento fisso è quello del Francese

segnale demarcativo).

(un’importante Non tutte le parole hanno un accento però: si tratta dei

cosiddetti clitici, che lasciano al verbo lo stesso accento appoggiandosi ad esso.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Il tono non funziona in Italiano, mentre è praticabile per lingue come il Cinese: è dal punto di vista

fisico un mutamento dell’acutezza sonora.

L’intonazione è l’andamento intonazionale dell’enunciato: è un aspetto importantissimo sul quale

non si è riflettuto ancora sufficientemente, perché la descrizione utilizza spesso caratteri

impressionistici; l’intonazione delle frasi interrogative di un veneto è diversa da quella di una frase

interrogativa di un siciliano.

15/10/2012

La questione dei sovrasegmentali va precisata meglio: rispetto a quanto visto per la Fonologia, qui

ci si sposta su una sequenza più ampia del singolo segmento, quindi delle unità che possono essere

L’applicazione dei sovrasegmentali parte comunque da un’unità basica,

di diversa natura. che è

quella della sillaba.

La sillaba è una domanda a cui è molto complesso rispondere: in maniera molto semplice, è la

minima unità pronunciabile di una lingua («pronunciabile» fa riferimento al fatto che ci sono, nella

fonazione, dei foni che hanno una loro articolazione che si può descrivere in un certo luogo e modo,

ma che di per sé possono essere realizzate solamente se a queste succede una sorta di appoggio

vocalico al suono stesso; per esempio, la bilabiale sorda [p], se la chiusura non è seguìta

dall’apertura, il suono in realtà non viene pronunciato). partire da un’uità

È quindi difficile

effettivamente realizzata.

La sillaba è l’unità più piccola di realizzazione della lingua che si organizza attorno ad un centro di

sonorità, cioè per articolare un’unità minima c’è bisogno di un segmento che sia sonoro, totalmente

o anche parzialmente.

Principalmente il picco di sonorità della sillaba è la vocale: allora le sillabe possono essere costituite

anche semplicemente da una vocale, allo stesso tempo anche singolo fono.

In genere i parlanti di una lingua hanno una naturale sensibilità e capacità di dividere le unità della

loro lingua in sillabe: quello che vale per una lingua come divisione di sillabe non vale per un’altra.

La sillabazione è quindi diversificata da lingua a lingua; i centri di sonorità sono dati da una vocale:

quindi la parola alberghi può essere suddivisa con una sillabazione al-ber-ghi. Dovendo trascrivere,

si avrà, utilizzando la descrizione della sillaba secondo consonanti e vocali, una prima sillaba VC,

una seconda che è CVC, e una terza sillaba CV.

Ancora più precisamente, nella sillaba vengono distinte le posizioni, quindi la posizione di sonorità

viene definito nucleo V, poi una coda C, e un attacco C. Sono definizioni che servono poi per

descrivere in maniera omogenea le sillabe prescindendo dalla reale natura dei foni.

Si può avere anche un altro tipo di sillaba in Italiano, come per esempio la parola amore vede una

sillaba costituita esclusivamente da vocale: V + CV + CV; la parola stravolto è CCCV + CVC + CV

e strappare sarà CCCVC + CV + CV.

Naturalmente, tutto quello che viene indicato come consonante è, in realtà, foneticamente e

fonologicamente di diversa natura, perché le consonanti devono avere un ordine ben preciso, non

uno casuale. Quindi ci sono delle disposizioni di ordine di foni che, nelle diverse lingue, sono più o

meno obbligate nei gruppi consonantici: quindi il parlante distingue quella che è la struttura

sillabica accettata dalla sua lingua, e quella che non è accettata dalla sua lingua; perciò si può avere

che c’è bisogno

CCV come sto-, ma è chiaro di termini più specifici.

Così facendo, si noti che è risultata una possibile tipologia delle sillabe in Italiano.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alberto.longhi55 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di linguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Marinetti Anna.

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