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Fondamenti del diritto privato europeo Appunti scolastici Premium

Riassunto del materiale che gli studenti frequentanti il corso di fondamenti del diritto privato europeo devono studare in abbinata agli appunti delle lezioni basato su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Dalla Massara dell’università degli Studi di Verona - Univr. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Fondamenti del diritto privato europeo docente Prof. T. Dalla Massara

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ESTRATTO DOCUMENTO

Ratio del comma uno secondo periodo necessità di evitare che

l’inadempimento si trasformi in un evento vantaggioso per il debitore.

L’accordo con cui sia prevista una misura degli interessi superiore a quella

stabilita dall’art. 1284 cc assume il valore di una clausola penale la penale

che fosse ritenuta manifestamente eccessiva potrebbe essere oggetto di un

intervento di riduzione secondo equità da parte del giudice.

Se le parti si accordassero nel senso di realizzare, con la previsione di

interessi ultralegali, una preventiva e definitiva liquidazione di ogni ulteriore

danno che si verificasse in conseguenza della svalutazione ricadrebbe nel

campo di applicazione del comma tre art. 1284 cc forma scritta.

Se la misura degli interessi pattuiti fosse inferiore a quella legale è dubbio

che tale convenzione rientri nel modello della clausola penale.

Comma due art. 1224 cc Al creditore che dimostra di aver subito

un danno maggiore spetta l'ulteriore risarcimento. Questo non è

dovuto se è stata convenuta la misura degli interessi moratori.

Ratio: satisfattività degli interessi determinati in via convenzionale.

Se in forza dell’autonomia contrattuale è consentito con espressa pattuizione

di prevedere la cumulabilità della clausola penale con gli interessi moratori –

non vi è ragione per ritenere che anche in questa ipotesi la pattuizione della

risarcibilità del danno ulteriore sia ammissibile.

È da credere che non sia sensato dare applicazione a una siffatta limitazione

di responsabilità quando gli interessi pattuiti sano inferiori a quelli legali.

In senso opposto si potrebbe obiettare dicendo che la clausola on la quale

diano pattuiti gli interessi moratori costituisce comunque una forma di

esercizio della libertà di autodeterminazione.

Nicolò osservava che nell’ipotesi della mora gli interessi rispondono a una

funzione compensativa – l’unica peculiarità degli interessi moratori è che essi

debbono imputarsi tra i danni di cui il debitore deve rispondere. Quindi la

determinazione convenzionale degli interessi moratori si configura come una

clausola penale.

Disciplina degli interessi moratori introdotta con il dlgs 9 ottobre

2002 n. 231 in attuazione direttiva Ce n. 35 del 2000 relativa alla

lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

la disciplina si applica al campo delle obbligazioni contrattuali tra

 PROFESSIONISTI e anche tra PROFESSIONISTI E PUBBLICHE

AMMINISTRAZIONI.

Sfuggono alla disciplina le obbligazioni pecuniarie di fonte non

 contrattuale + le obbligazioni in cui una parte sia un consumatore.

È una normativa DI SETTORE.

 20

Il decreto pone regole importanti per quanto riguarda il termine di

decorrenza degli interessi moratori + la quantificazione degli

stessi.

Art. 4 è fissata la decorrenza degli interessi moratori in via automatica

dal giorno successivo alla scadenza del termine per il pagamento.

Scaduto tale termine si produce immediatamente la messa in mora del

debitore.

Il debito viene a scadenza dopo trenta giorni da quando il creditore abbia

emesso e consegnato al debitore la fattura.

C’è un distacco rispetto all’art. 1183 cc ‘se non diversamente stabilito il

creditore ha diritto di pretendere immediatamente l’esecuzione della

prestazione’.

Non trova risconto nella normativa europea la prassi secondo cui è concesso

un periodo di tolleranza per l’esecuzione del pagamento dopo la consegna

della merce o l’adempimento della prestazione.

Art. 5 quantificazione degli interessi moratori l’art. 5 fissa il saggio di

 

interessi è quello indicato dalla BCE per ciascun semestre di riferimento

maggiorato di 7 punti percentuali.

Notiamo il rigore di un regime che si prefigge di costituire un solido argine al

fenomeno del ritardo nei pagamenti.

Per il creditore è appetibile a strada aperta dal decreto rispetto a quella

tradizionale del 1224 cc.

Art. 6 è consentito il risarcimento dei costi di recupero del credito. il

creditore ha diritto di essere tenuto indenne dai costi sostenuti – ove il

debitore non dimostri che il ritardo non sia a lui imputabile.

L’art. 6 fa salva la prova del maggior danno. A tal riguardo valgono le

regole che la giurisprudenza ha elaborato con riferimento all’art. 1224

comma 2 cc.

L’art. 6 apre la strada verso la risarcibilità del maggior danno che non era

contemplato dalla normativa europea di riferimento.

L’entrata in vigore del decreto ha costretto un intervento di

armonizzazione del contenuto della previgente disciplina in tema di

subfornitura (legge 192 del 1998).

Art. 9 legge 192/1998 è consegnato al giudice il potere di controllo del

contenuto del contratto in relazione all’abuso di dipendenza economica.

Occorre ora aggiungere che tale controllo si estende alle clausole relative ai

termini di pagamento e alle conseguenze per il caso di eventuale ritardo.

Art. 3 prevedeva i termini di adempimento alle obbligazioni aventi ad

oggetto somme di denaro dovute a titolo di corrispettivo per le prestazioni

21

realizzate dalle subforniture – stabilendo le conseguenze per l’ipotesi di

ritardo del committente.

Con la normativa del 2002 si è delineato un raccordo tra i due testi è

 

sostituito il tasso di interesse moratorio con adeguamento a quello

contemplato dalla legge successiva.

Il subfornitore ha diritto agli interessi moratori nella misura che è

 determinata secondo modalità identiche a quelle del decreto del 2002

(art. 5).

La matrice della direttiva Ce del 2000 è stata alla base dei principi Acquis.

Il quadro ora delineato della disciplina europea subirà a breve un profondo

rinnovamento.

Gli stati dell’unione sono chiamati a dare attuazione entro il 2013 alla

direttiva n. 7 del 2011 che ridisegna i punti ella materia. È una

direttiva abrogartice della precedente del 2000.

Le nuove disposizioni si riferiscono a:

Pagamenti effettuali a titolo di corrispettivo nelle transazioni

commerciali.

Campo di applicazione:

• Transazioni tra imprese private + professioni liberali.

• E quelle tra imprese e pubbliche amministrazioni.

• Escluse: transazioni con consumatori.

• La direttiva richiede che al creditore sia assicurato il diritto agli interessi

di mora, senza che sia necessario un sollecito da parte del medesimo

creditore.

• Obbligo per gli stati: il periodo di pagamento stabilito nel contratto non

deve superare i 60 giorni nelle transazioni tra imprese – e i 30 giorni nelle

transazioni tra imprese e pubbliche amministrazioni.

• Ratio della direttiva: necessità di garantire il corretto funzionamento del

mercato interno Un pagamento sospeso per troppo tempo costituisce

un intralcio alla vita dell’impresa.

• Importante è la responsabilità posta in capo alle pubbliche

amministrazioni, le quali saranno tenute a una maggiore rapidità nei

pagamenti rispetto ai privati.

• C’è la possibilità per le parti di concordare espressamente un tempo di

pagamento più lungo rispetto a quello previsto per legge.

• La direttiva considera tardivo il pagamento qualora il creditore non possa

disporre della somma a lui dovuta alla data di scadenza.

• Al creditore spetta il recupero di tutti i costi sostenuti a causa de ritardo

di pagamento.

• Resta salvo il regime nazionale per cui è possibile concedere al creditore

un risarcimento per eventuali danni aggiuntivi connessi al ritardo.

• Si ritiene gravemente iniqua per il creditore una clausola contrattuale o

la prassi relativa alla data o al periodo di pagamento – al tasso di mora

– al risarcimento per costi di recupero quando tale iniquità emerga da

 22

varie circostanze (grave scostamento dalla corretta prassi commerciale,

la natura del prodotto o del servizio, ecc).

• Una clausola contrattuale o una prassi è considerata gravemente iniqua

qualora escluda l’applicazione di interessi di mora oppure neghi il

risarcimento per i costi di recupero.

• Le clausole o le prassi gravemente inique non possono essere fatte

valere.

• Gli stati devono predisporre che il venditore conservi il diritto di proprietà

sulle merci fintanto che non sono state totalmente pagate.

• Gli stati membri possono mantenere in vigore o adottare disposizioni più

favorevoli al creditore di quelle necessarie per conformarsi a tale

direttiva.

• Emerge la scelta europea per il favor creditoris.

FUNZIONE DEGLI INTERESSI MORATORI.

Nella relazione al codice si legge che si può parlare di interessi moratori

nonostante sia stato accolto il principio secondo cui gli interessi decorrono in

ogni caso di credito esigibile. Infatti a seguito della mora la prestazione di

interessi assume carattere di compenso per il ritardo e non per l'uso legittimo

del denaro come è nell'essenza della corrispettività.

Se non si vogliono ricavare ragioni di incertezza dalla scelta dell'espressione

compenso per lì il ritardo (occorre che si tenga conto che ha un'idea

latamente compensativa rispondono anche gli interessi moratori),

l'attribuzione degli interessi moratori risponde a un'esigenza

fondamentalmente risarcitoria.

C’è chi ritiene che gli interessi di cui all’art. 1224 cc esprima una funzione sia

risarcitoria che compensativa.

Resta comunque fermo che il fondamento concettuale degli

interessi moratori è da vedersi nell’art. 1218 cc e quindi nel modello

della responsabilità contrattuale.

Dunque l’art. 1224 cc stabilisce una presunzione che copre solo l’an del

risarcimento del danno, ma anche il quantum del pregiudizio subito, giacché

è stabilito un meccanismo automatico di quantificazione del danno che

prescinde dalla prova del suo esatto ammontare.

Antecedenti dell’art. 1224 cc 

Code del 1804: gli interessi moratori erano riconosciuti ma si stabiliva che

salvo diversa pattuizione per il decorrere degli interessi moratori non sarebbe

stata sufficiente la mera scadenza del termine sarebbe stata necessaria

una formale messa in mora, mediante domanda giudiziale.

In seguito ciò è stato definito eccessivamente gravoso per il creditore il

decorso degli interessi divenne condizionato a un’intimazione di pagamento

– dunque a un solo atto stragiudiziale.

Si stabiliva dunque la natura querable del denaro era rimesso

interamente al creditore l’onere di attivarsi. 23

Art. 1282 cc: contempla il sorgere degli interessi corrispettivi.

Art. 1224 cc: disciplina gli interessi moratori.

I primi possono confluire nei secondi, anche se in precedenza non erano

dovuti interessi, ma eventualmente nella medesima misura se quest’ultima

era fissata in misura superiore alla legale.

Gli interessi moratori sono destinati ad assorbire quelli corrispettivi.

Se gli uni vengono sostituiti agli altri vuol dire che c’è una sostanziale identità

di fondamento.

Secondo Nicolò i primi sono una species dei secondi.

Cannata ritiene che gli interessi corrispettivi assumano il nuovo status di

interessi moratori ancorché l’entità di base resti sostanzialmente identica.

È confermata l’idea che il fondamento sostanziale dei diversi tipi di interessi

sia il medesimo – con la mora si realizza una trasformazione del titolo degli

interessi da corrispettivi a moratori.

Se è vero che i moratori si sostituiscono ai corrispettivi per

 

effetto della convenzione delle parti gli uni possono cumularsi con

gli altri.

Il tema del maggior danno la risarcibilità del maggior danno non era

prevista dal code civil. La pretesa a un siffatto risarcimento ebbe pieno

riconoscimento nel BGB che è il modello di riferimento dell’art. 1224 cc .

L’attuale assetto dei rapporti tra comma 1 e comma 2 dell’art. 1224 cc

(segnato dalla Sezioni Unite n.19499 del 2008) ridisegna in modo

significativo la funzione stessa degli interessi moratori.

Maggior danno è riconoscibile presuntivamente a vantaggio di

qualunque creditore ne chieda il risarcimento – a decorrere dal momento

della mora, nella misura della differenza tra il tasso di rendimento medio

annuo netto dei titoli di Stato di durata non superiore a 12 mesi e il saggio

degli interessi legali determinato anno per anno (cioè l’interesse legale

stesso) appare assorbita l’area degli interessi moratori entro quella del

maggior danno.

Il creditore deve provare il maggior danno deve dimostrare che avrebbe

fatto un più fruttuoso utilizzo del denaro.

Quello che dobbiamo notare come conseguenza di questa pronuncia è il

riposizionamento della linea di distinzione tra interessi e maggior danno.

Il riposizionamento incide sulla funzione cui dovrebbero rispondere i due

commi.

Esiste il problema di qualificazione del debito che sorge a seguito della

pronuncia di risoluzione di un contratto a prestazioni corrispettive

24

quando l’una prestazione sia di somma di denaro. l’opinione

dominante ritiene che si tratti di un debito di valuta.

La sentenza della cassazione a sezioni unite del 1992 la decisione di non

riconoscere in quel debito natura di valore derivava dalla volontà di evitare

che al contraente fedele venisse riconosciuto più di quanto avrebbe ottenuto

se il contratto fosse stato regolarmente adempiuto.

Nella sentenza si recisa che: l’obbligazione restitutoria della somma di denaro

ha per oggetto una prestazione che è fin dall’origine di natura pecuniaria.

La soluzione dei problemi è condizionata dalla risposta che si fornisca

se l’azione di risoluzione svolga o meno un ruolo

all’interrogativo

sanzionatorio .

Il debito avente per oggetto la restituzione della somma di denaro, da parte

del contraente infedele, è inteso come di valore in caso di risposta

affermativa – e di valuta in caso di risposta negativa.

Pure ammessa una funzione sanzionatoria dell’azione di risoluzione --- non è

inevitabile che un profilo sanzionatorio debba assumere anche l’azione

restitutoria – vi sarebbe uno spazio per avvalorare l’idea di una restituzione

che si colloca in scia alla risoluzione ma nella prospettiva più neutra di una

rimozione di attribuzioni patrimoniali non più sostenute da giustificazione

causale.

Dopo la sentenza del 1992 si può ritenere attestata l’idea che quello

avente per oggetto la restituzione della somma sia un credito di

valuta. su quella somma decorrono gli interessi.

Funzione:

- Compensativa? Allora gli interessi decorrono sulla somma fin dal

momento del pagamento perché la funzione di tali interessi è quella di

compensare il creditore per il mancato godimento dei frutti della somma

di denaro. **

- Moratoria? Allora gli interessi decorrono dalla domanda giudiziale.

Art. 2033 Chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di

ripetere ciò che ha pagato. Ha inoltre diritto ai frutti e agli interessi dal

giorno del pagamento, se chi lo ha ricevuto era in mala fede, oppure, se

questi era in buona fede, dal giorno della domanda

Al contempo giacché si tratta di interessi di mora, bisognerebbe

considerare la regola che impone il loro decorso dal momento stesso in

cui la somma di denaro liquida ed esigibile è venuta a scadenza giacché

in quello stesso momento il debitore è costituito in mora.

**Equiparazione di esiti rispetto alla regola che il 2033 detta per l’ipotesi

dell’accipiente di mala fede. (lo scopo che si persegue è però una

compensazione).

Quindi natura valutaria + nascono interessi sulla somma quindi: il

 

quadro dei rimedi a disposizione del compratore che abbia agito in risoluzione

e sia creditore del prezzo pagato si completa con il diritto al risarcimento

del danno di cui all’art. 1453 cc comma uno.

Potrebbe venire in considerazione nell’ambito dei danni il maggior danno.

Il quantum degli interessi legali non esaurirebbe l’area del pregiudizio subito

25

se il creditore fosse in grado di provare di aver risentito un danno in

conseguenza della svalutazione.

Quindi sul presupposto della natura moratoria degli interessi coincidenza

tra la domanda diretta al risarcimento del danno (comma 1 art. 1453 cc) e

l’area coperta dal comma due dell’art. 1224 cc.

Prova del danno da svalutazione sezioni unite del 2008 è riconoscibile

 

presuntivamente a vantaggio di qualunque creditore ne chieda il risarcimento

– a decorrere dal momento della mora, nella misura della differenza tra il

tasso di rendimento medio annuo netto dei titoli di Stato di durata non

superiore a 12 mesi e il saggio degli interessi legali determinato anno per

anno (cioè l’interesse legale stesso).

È fatto salvo per il debitore il diritto di provare che il creditore non abbia

subito un maggior danno – oppure che lo abbia subito ma in misura minore

a quella quantificata + diritto per il creditore di provare di avere subito un

danno più esteso.

Il risarcimento NON può condurre a un arricchimento del creditore.

IL MAGGIOR DANNO DA SVALUTAZIONE.

PAGINE 439 – 480.

Gli interessi nascenti dalla mora sono una somma spettante al creditore per

il ritardato pagamento. La loro funzione è risarcitoria. È una somma

forfettaria per evitare le difficoltà che si incontrerebbero nel calcolo esatto

dei danni derivanti dal ritardo del pagamento, nonché nelle valutazioni delle

cause di giustificazione.

Gli interessi moratori per questa considerazione hanno la caratteristica di

essere pienamente soddisfattivi. Tali interessi corrispondono a una tecnica di

quantificazione del danno.

Nel codice civile francese si leggeva che gli interessi moratori esauriscono

l’area dei danni da ritardo del pagamento e su falsariga del modello

napoleonico il codice italiano del 1865 prevedeva che in mancanza di patto

speciale nelle obbligazioni che hanno ad oggetto una somma di denaro, i

danni da ritardo di pagamento consistono sempre nel pagamento degli

interessi legali. In linea generale era escludersi che oltre agli interessi fosse

attribuita un’altra somma titolo di risarcimento ulteriore. Il problema è

quando questi interessi risultano inadeguati.

A mettere in discussione l’idea della satisfattivitá degli interessi moratori nel

codice civile francese è stata una legge del 1900. Si riconoscevano gli

interessi compensativi che avevano il medesimo fondamento di quelli

moratori ma che andavano aggiunti a quelli moratori.

Era però il sistema tedesco che in quegli anni introduceva in via generale la

possibilità di recupero del cosiddetto maggior danno. Dopo l’entrata in vigore

del codice tedesco anche il codice italo francese delle obbligazioni del 1927

oltre agli interessi riconosceva un risarcimento ulteriore. 26

Il codice italiano del 1942, con il comma uno dell’articolo 1224 attribuisce

fonte legale agli interessi moratori. Nel comma due e disegna un regime

innovativo rispetto al precedente codice: al creditore che dimostra

di aver subito un danno maggiore spetta ulteriore risarcimento.

Questo risarcimento non è dovuto se stata convenuta la misura degli interessi

moratori.

Le conseguenze della svalutazione monetaria rientrano nell’area dei danni

risarcibili.

Questo comporta che dopo la mora il rischio per la svalutazione passi a carico

del debitore.

Il problema principale è quello della compatibilità del risarcimento del

maggior danno con il principio nominalistico.

Con la nozione di maggior danno è evocata una categoria generale e

assai nata: al suo interno, intanto legato alla svalutazione e costituisce un

sottotipo. E questo è confermato anche da Ascarelli.

Il comma due dell’articolo 1224 ed olio coprire ogni pregiudizio subito nel

tempo della mora in conseguenza del ritardo e non unicamente quello

derivante dalla svalutazione monetaria.

È risarcibile ogni danno conseguente alla mancata tempestiva disponibilità

della sulla nel patrimonio del creditore.

Esempio: chi contrae il tuo oneroso perché non ha ricevuto la somma che gli

serviva.

Il problema della compatibilità del comma due con l’articolo 1277 si pone

però con diretto riferimento al maggior danno da svalutazione monetaria. La

dottrina ha dimostrato come il principio nominalistico non può dirsi smentito

dal riconoscimento del maggior danno da svalutazione.

Questo perché il danno risarcibile non è pari alla svalutazione, bensì a quello

corrispondente alle conseguenze che il creditore abbia subito per effetto della

mancata disponibilità della summa e del suo utile investimento. Il maggior

danno deriva dall’impossibilità di disporre della sua ma durante il

periodo della mora, nei limiti in cui il creditore medesimo deduca e

dimostri che è un pagamento tempestivo lo avrebbe messo in grado

di evitare un ridurre quindi effetti economici negativi che inflazione

produce. Si afferma che il debito pecuniario mantiene invariata la propria

consistenza.

Quindi non c’è il problema della compatibilità con il principio nominalistico. Il

principio nominalistico la regola di risarcibilità del maggior danno si collocano

su piani differenti.

Inoltre in virtù del principio secondo il quale il rischio del ferimento del bene

passa a carico del debitore moroso, così anche il rischio collegato alla

svalutazione monetaria passa nelle mani del debitore moroso dopo la mora.

La critica la seguente: si considera alla stregua di perimetro parziale, il

fenomeno del tutto diverso dal perimento cioè la svalutazione monetaria.

A parte questa considerazione, l’articolo 1224 comma due rifletti un sistema

di distribuzione del rischio che appare coerente con la ragione dell’articolo

1221 il quale impone che siano trasferiti a carico del debitore moroso i rischi

che prima della mora erano supportati dal creditore. 27

L’articolo 1223 afferma che il risarcimento del danno per inadempimento per

il ritardo deve comprendere per gente e lucro cessante.

A-Secondo l’opinione che muove dalle riflessioni di Nicolò del comma due

dell’articolo 1224 è da vedersi affermato la risarcibilità del danno

corrispondente alle conseguenze subite dal creditore però per non aver avuto

la disponibilità della somma e così per non averla potuta utilmente impiegare.

Da questa impostazione deriva la configurazione del danno da svalutazione

monetaria in termini di lucro cessante.

B-Sul fronte opposto si colloca l’opinione secondo cui dovrebbe ritenersi

risarcibile la differenza di potere di acquisto tra il tempo della scadenza del

debito e quello dell’effettivo pagamento. La svalutazione acquisterebbe così

natura di danno emergente. Ma così il creditore verrebbe alleggerito

dall’onere probatorio a proprio carico.

È preferibile l’opinione che vede della svalutazione monetaria

un’ipotesi di lucro cessante la quale impone al creditore la prova del

fatto. Prova che avrebbe investito il denaro in un certo modo e chi

era quell’investimento avrebbe tratto profitto.

Vediamo che non è la svalutazione monetaria per seri levare come danno

occorre la prova del mancato investimento. Infatti non si potrebbe

individuare un danno derivante dalla mera circostanza di non avere ricevuto

la somma, se non fosse che questo rileva quale strumento di valutazione di

altri beni. La mancata disponibilità della somma rileva per i comportamenti e

le iniziative che il possesso di quella somma avrebbe consentito.

La giurisprudenza ritiene che costituisca debito di valuta quello di contenuto

risarcitorio a fronte del danno derivante dalla dall’inadempimento di

un’obbligazione che fosse essa pure originariamente di valuta.

Infatti l’oggetto diretto è originario della prestazione in adempiuta è una

somma di denaro.

Si tratta di un credito risarcitorio di natura valutaria: la pretesa che su di esso

fu fosse fondata sarebbe intimamente differente rispetto a quella che si

facesse valere per un credito di valore.

La qualificazione del maggior danno in termini di lucro cessante e

produce effetti sul piano delle modalità probatorie.

Sul tema è intervenuta la giurisprudenza in funzione creativa. L’evoluzione

giurisprudenziale risente della costante tensione tra le necessità di una

rigorosa prova del danno il ausilio fornito dalla notorietà del fenomeno

inflativo.

Premettiamo che negli anni 70 il contesto economico era caratterizzato da

un’intensa crescita effettiva. Intorno al 1975 si avvertiva in termini più

drammatici l’impatto della svalutazione sul sistema economico giuridico. In

questa cornice l’idea della necessità di una prova china rigorosa del maggior

danno era ancora sostenuta da una larga parte della giurisprudenza che è

rimasta in contrastata fino al 1977. Richiedendosi nesso tra la mancata

28

disponibilità della summa di denaro il maggior danno patito, la risarcibilità

risulta condizionata alla specifica prova dell’investimento preventivato.

Quindi la posizione del creditore nel bilanciamento degli interessi proposto

dalla giurisprudenza avrebbe reso pressoché vano il riconoscimento in linea

di principio della risarcibilità del danno da svalutazione - quindi il rischio della

svalutazione era nelle mani del creditore.

La cassazione emanò una celebre pronuncia: numero 5670 del

1978. Stabilì che era sufficiente la negazione del fatto notorio della

svalutazione onde ottenere il maggior danno. Quindi si stabiliva un

sostanziale automatismo nell’applicazione della rivalutazione monetaria.

Quindi il danno veniva imputato al debitore senza la necessità di una specifica

considerazione del comportamento del creditore. La suprema corte

precisava che dopo la mora il debito di valuta si sarebbe

trasformato in debito di valore.

Inoltre il principio nominalistico restava sul piano formale non mi si

discussione. Per via pretoria era però realizzata una profonda revisione della

portata operativa di quel principio .

Teniamo conto che in quegli anni il degrado monetario è una emergenza

assoluta. La nuova impostazione del problema produsse un dibattito vivace.

Una sostanziale accoglimento delle idee della sentenza del 1978 può vedersi

in due pronunce delle sezioni unite del 1979. Nella sentenza numero 3776

del 1979 le sezioni unite e facevano propria l’idea secondo cui la svalutazione

sarebbe stata da qualificarsi come fatto notorio, però al contempo non

giungendo a sgravare del tutto il creditore dall’onere probatorio. Alla

tendenza verso l’uniformità dei meccanismi risarcitori era infatti preferita la

scelta di affidarsi a una serie di presunzioni.

Quindi:

• Per quanto riguarda la prova dell’AN era accolta la previsione della

pronuncia del 1978.

• In relazione al quantum c’è la necessità di procedere a una

graduazione del sistema risarcitorio tramite la riconduzione a gruppi

sintomatici di casi secondo un modello accolto dal tribunale di Milano.

Con la pronuncia del 1979 si affermava che era sufficiente, per il cambio

emergente, la prova dell’appartenenza a una certa categoria economica,

nonché, per il lucro cessante, il richiamo alla restituita usuale denaro

nell’abito della normale attività del creditore. Era così delineato un sistema

basato su automatismi pur mostrando una capacità di modulazione in

ragione della presenza di diverse categorie.

Negli anni a seguire la suprema corte non mancò di intervenire con prese di

posizione non allineati a questa impostazione. Le sezioni unite del 1986 con

la sentenza numero 2368 affermano che il sistema per classi di creditori

garantiti finito nel modo seguente:

• Creditori imprenditori: per i quali occorreva considerare l’interesse attivo

praticato dalle banche alla migliore clientela per i crediti a breve.

• Creditori risparmiata risparmiatori abituali.

• Creditori investitori occasionali. 29

• Creditori modesti consumatori.

Lo sforzo di migliorare la definizione delle categorie raccolse pochi consensi.

Il sistema che veglia imporsi della metà degli anni 80 si presenta come il

frutto di un’ampia elaborazione giurisprudenziale. Dimostra un certo rispetto

alle esigenze che aveva posto le stagioni inflazionistica.

In effetti già nel 1983 l’inflazione a calata. Si trattava inoltre di un sistema

che risultava molto macchinoso. Il ricorso alle presunzioni collegate alle

diverse categorie non invitava che si creassero disparità.

Per attenuare le disparità la dottrina non manco di suggerire l’adozione di

quello stesso indice Istat come criterio di qualificazione del maggior danno

da svalutazione per tutte le tipologie di creditori. In seguito il medesimo

sistema mostra il rischio di condurre a risultati iniqui per l’eccessivo vantaggio

che avrebbe concesso il creditore.

La reazione della giurisprudenza degli anni successivi fu di maggiore

prudenza nel riconoscimento di più semplificate di fronte al problema della

prova del maggior danno da svalutazione monetaria. Si continuava a dare

applicazione il comma due dell’articolo 1224 sulla base di elementi presuntivi

però con una più accentuata attenzione per le specificità del caso.

Il restringimento dell’area di risarcibilità del maggior danno è L’esito di una

situazione economica della quale il tasso di inflazione quello degli interessi

legali venivano in sostanza ad eguagliarsi. Per esempio la cassazione numero

255 del 2006 afferma che il fenomeno inflativo non consente un

adeguamento automatico della puntare del debito, e non costituisce una

voce in sé per sé è risarcibile.

Inoltre nel 2006 si precisa che con la sentenza di merito il tarlo di base

liquidato per intero ossia con riferimento a tutto il tempo per il quale il danno

si è maturato.

In altre pronunce l’attenzione si focalizza sulle concrete modalità attraverso

le quali il creditore sia messo alla prova del danno. Per esempio in una

pronuncia del 2005 il supremo collegio richiamo alla necessità che il giudice

del merito vanti stanno tenendo conto delle qualità personali e dell’attività

dello stesso in concreto esercitata.

Le sezioni unite del 2007 precisano che il creditore non può limitarsi ad

allegare la propria qualità di imprenditore al contempo deducendo il

fenomeno inflativo come fatto notorio. Si richiede invece che il creditore offre

indicazioni precise circa il danno da lui subito.

Emerge dunque la generale preoccupazione di evitare liquidazione in via del

tutto presuntiva nonché di scongiurare effetti di ingiustificato arricchimento..

Inoltre si pensa che l’adozione di meccanismi automatici conduca un

sostanziale svuotamento del principio nominalistico. Sono la prova può dar

luogo alla risarcibilità senza intaccare l’articolo 1277.

La sentenza 19.499 del 2008 a ridisegnato i profili della questione. I giudici

di legittimità hanno affermato il principio in base al quale il maggior danno

30

risulta in via generale riconoscibile risulti va mente, decorre dal momento

della mora e a vantaggio di qualunque creditore ne chiede il risarcimento,

della misura della differenza tra il tasso di rendimento annuo netto dei titoli

di Stato di durata non superiore a 12 mesi e il saggio degli interessi legali

determinato anno per anno.

Viene fatta salva per il debitore la facoltà di provare che il creditore non abbia

subito il maggior danno, oppure che il danno subito assumono misura

inferiore. Il creditore ammesso a provare di aver subito un pregiudizio

maggiore rispetto quello identificabile secondo quanto detto, sulla base di

idonea e completa documentazione.

La corte ha inteso realizzare una netta semplificazione del sistema

probatorio. Le sezioni unite fisso e uno statuto unitario minimo circa di

risarcimento da accordare il creditore che riceve in ritardo la tempi mento

dell’obbligazione pecuniaria. Si sono abbandonate le distinzioni sulle

categorie economiche ed è stata recuperata l’idea di fondo secondo cui la

svalutazione costituisce fatto notorio da cui scaturisce l’opportunità di un

criterio presuntivo di quantificazione del danno, secondo il modello della

cassazione numero 5670 del 1978.

Si introduce un parametro risarcitorie unico, valido per tutte le categorie di

creditori. Il maggior danno è via generale riconoscibile per

qualunque creditore richiedere il risarcimento della misura della

differenza tra il tasso di rendimento annuo netto dei titoli di Stato

di durata non superiore a 12 mesi e saggio degli interessi legali

determinati anno per anno. Della misura appena indicata

ravvisabile l’entità del danno in via presuntiva, cosicché dentro A

questo ambito il creditore liberato dall’onere di provare il

pregiudizio effettivamente subito.

Da un lato il quantum di danno è ritenuto valido fino alla prova contraria

fornita dal debitore moroso. Dall’altro lato non si esclude che il creditore

reclami un danno maggiore rispetto quello presunto.

Appare coraggiosa la scelta nel senso di una semplificazione della modalità

di risarcimento, pura costo di una significativa applicazione in termini di

aderenza della nuova regola giurisprudenziale al principio dell’onere della

prova.

La giurisprudenza di legittimità, delle sue più recenti applicazione dell’articolo

1224 della nuova impostazione delle sezioni unite.

A-Le conclusione cui giunge la pronuncia del 2008 possono vedersi scaturire

da due considerazioni. Come prima cosa ai supremi giudici collegano

l’opportunità pratica del livellamento del quantum risarcitorio all’esigenza di

evitare disparità tra categorie di creditori.

B-Inoltre si giustifica la scelta di affidare il maggior danno al rendimento dei

titoli di Stato alla luce della legge numero 662 del 1996. Con quella riforma

si decise che il saggio legale degli interessi di cui all’articolo 1234 fosse

determinato con decreto anno per anno dal Ministero del Tesoro sulla base

31

del rendimento medio lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a 12

mesi e tenuto conto del tasso di inflazione registrato nell'anno.

In passato il problema dell’esatta identificazione del danno subito dal

creditore in conseguenza del ritardo vivente dopo gli studiosi a suggerire

diverse soluzioni tra cui quella di attribuire un tasso moratoria non in misura

fissa bensì correlata alla situazione del mercato finanziario. Non molto

distante sembra l’esito a cui è giunta la suprema corte con la recente

sentenza.

In forza del meccanismo sopra descritto risulterebbe creato per via pretoria

una sorta di nuovo tasso di rivalutazione, inclusivo dell’interessi legali era

portato al rendimento dei titoli di Stato, con obliterazione della

diversificazione delle regole probatorie che dovrebbero governare

rispettivamente il comma uno il comma due. In altri termini la linea di

presunto rendimento del denaro tracciata livello del tasso attribuito dei titoli

di stato corrispondere a quella di un nuovo interesse di creazione

giurisprudenziale.

Il rischio della pronuncia del 2008 è quello di un irrigidimento dell’articolo

1224 i quali finirebbe per prendere di senso la distinzione tra i diversi regimi

di cui al comma uno e comma due. La scelta della cassazione potrebbe essere

letta con l’opzione in favore di un meccanismo rapido ed efficiente di

determinazione del quantum.

Tale sistema non conclude a risultati utili per il creditore ogni volta che il

tasso di rendimento dei titoli di Stato sia molto basso o addirittura inferiore

a quanto uno dell’interesse legale. Fino a che l’interesse legale sopravanza e

il rendimento dei titoli di Stato non è della prova del danno ulteriore resta

del tutto a carico del creditore.

La sentenza delle sezioni unite del 2008 e nel senso di prendere a riferimento

un rendimento presunto del denaro pari a quello dei titoli di Stato di durata

annuale, nella misura in cui tale rendimento sopravanza il tasso di interesse

legale. Appare dunque fondamentale tenere sotto controllo: l’andamento

degli ultimi anni del tasso legale, il rendimento netto dei titoli di Stato.

Il parametro finale per l’attualizzazione della somma di denaro dovrebbe

essere ottenuto guardando al secondo dato.

Passiamo ora il problema della cumulabilità di interessi moratori e

risarcimento del danno. L’articolo 1224 evidenzia una duplicità di aree di

danno collegabili al lavoro, dalle quali va riconosciuta l’autonomia

concettuale. Gli interessi di cui al comma uno sorgono per legge mentre il

maggior danno di cui al comma due costituisce un danno di cui deve essere

fornita specifica prova.

Bisogna comprendere se interessi e rivalutazione possono accumularsi. La

gran parte della dottrina si è espressa in senso negativo.

Già per l’idea evocata dalla definizione di maggior danno si induce a ritenere

che il suo ammontare sia da calcolarsi per differenza, ossia con la liquidazione

32

del effettuarsi per sottrazione rispetto a quanto già corrispondente agli

interessi. Se non si accedesse all’idea che gli interessi debbano confrontarsi

sulla somma originariamente dovuta, bensì su quella rivalutata, si

incorrerebbe evidentemente in una duplicazione delle voci risarcitorie.

Il maggior danno dunque deve intendersi come il sopravanzò

rispetto agli interessi legali.

In senso favorevole alla cumulabilità è invece un indirizzo giurisprudenziale

ormai risalente, collegabile alla pronuncia della suprema corte del 1981. Si

affermava che i due commi dell’articolo 1224 sono diretti a risarcire differenti

voci di danno. Il comma uno coprirebbe lucro cessante il comma due il danno

emergente.

Questo indirizzo venne poi arginato dalle sezioni unite con la celebre

pronuncia del 1989, la 5299 nella quale fu statuito a chiare lettere di

ammissibilità del cumulo. Idea fondamentale è quella che i due commi

postulano forme di risarcimento differenti ma appartenenti

comunque la medesima categoria concettuale.

Nel comma uno è evocato un danno presunto e forfettizzato. Nel

comma due risulta espressa la possibilità di provare il danno

effettivo. Se l’importo riconosciuto in forza del comma uno e non è

ritenuto esaustivo dell’intera area del danno patito, si procede

all’integrazione in base al comma due.

La regola è quella dell’assorbimento della regola relativa agli interessi in più

quella del maggior danno. La corte precisa che il maggior danno è il cambio

cedente quello già coperto dagli interessi di mora. Rimane escluso che gli

interessi siano calcolati sulla somma rivalutata. E la possibilità del cumulo di

interessi e di valutazione espressamente esclusa anche con riguardo

all’ambito del lavoro e della previdenza.

Il riconoscimento in giudizio del maggior danno conseguente alla

svalutazione monetaria non può prescindere dalla proposizione di

un’autonoma e specifica domanda da parte del creditore. La domanda di

risarcimento del danno derivante da svalutazione non può intendersi

implicitamente proposta assieme a quella per il debito di valuta in sé

considerato.

Anche dal punto di osservazione del comma due si evidenzia la

differenziazione del regime dei debiti di valuta rispetto quelli di valore.

Soltanto quelli di valore il giudice è tenuto a operare d’ufficio la piena con

misurazione, senza che assumano autonoma considerazione gli interessi

maggior danno. Il debito di valore impone la sua stessa attualizzazione del

patrimonio del creditore. Resta il giudice la libertà di valutare l'entità

patrimoniale da reintegrarsi in termini di denaro. 33

Nel caso dei debiti di valuta, con la domanda di maggior danno invece fatto

valere un credito risarcitorio derivante dall’inadempimento dell’obbligazione

originaria. Tale danno la presente un entità risarcitoria distinta rispetto a

quella integrata dagli interessi. Quindi l’introduzione della relativa domanda

in corso di giudizio costituisce mutatio libelli.

La suprema corte ha affermato che sul creditore di una obbligazione di valuta

grava il preciso valore di domandare il risarcimento del maggior danno ai

sensi dell’articolo 1224 comma due non potendo limitarsi a domandare

semplicemente la condanna del debitore al pagamento del capitale e della

rivalutazione.

Questo differenzia gli a regime dei debiti di valuta rispetto quelli di valore,

visto in relazione a quest’ultimi la cassazione ha riconosciuto che la

rivalutazione monetaria ed interessi costituiscono componenti dell’unico

obbligazione di risarcimento del danno e possono essere tenuti in conto dal

giudice anche d’ufficio forse non è specificatamente richiesta del creditore.

La giurisprudenza ritiene che la natura del debito corrispondente al maggior

danno, rispetto al debito di valuta inadempiuto, sia anche esso di natura

valutaria. Dunque i debiti scaturenti dalla responsabilità contrattuale non si

trasformano in debiti di valore. Una recente pronuncia della suprema corte a

precisato che il debito pecuniario non sostituisce una prestazione con diverso

oggetto, bensì costituisce l’oggetto diretto di una prestazione che sempre

consistito nella prestazione di una somma di denaro. Si può quindi dire che

il credito nascente dal comma due dell’articolo 1224 ci soggetto al principio

non dentistico.

Qualora una delle prestazioni di un contratto sinallagmatico abbia per

oggetto una somma di denaro, nonché la parte adempiente disco in una

risoluzione ai sensi dell’articolo 1453, sul debitore istituto Orio decorrono gli

interessi secondo quanto già visto. Ma neppure è in assoluto preclusa per il

creditore la possibilità di provare il maggior danno.

Decisivo per l’identificazione dei debiti di valuta è il fatto che l’obbligazione

abbia per oggetto una somma di denaro ad origine determinata. Diversa è

l’ipotesi in cui la funzione svolta dall’attribuzione della somma è quella di

commisurare un valore.

Il debito che contrae con lui che con me quantificabili in una summa di

munita, mentale evenienza il denaro beni succedanei. Il debito di questo tipo

costituisce un’entità in costanza di qua vinto nel patrimonio del creditore.

Solo il debito che nasce come già identificato o identificabile in una somma

di denaro è sottoposta al principio nominalistico.

L’articolo 1224 prevede un meccanismo risarcitorio il quale presuppone

l’esistenza di un debito di somma di denaro determinatasi dal suo sorgere.

L’articolo 1224 e vuole che dal giorno della mora siano prestati interessi

legali. GLI INTERESSI CORRISPETTIVI

PAGINE 330 – 340 34

Art. 1282 comma 1 cc: fissa la regola cardine in base alla quale il credito

di una somma di denaro LIQUIDA ed ESIGIBILE produce

automaticamente interessi, salvo che la legge o il titolo stabiliscano

diversamente.

Tali interessi costituiscono l’esemplificazione paradigmatica dei frutti civili

che, ai sensi del comma 3 dell’art. 820cc, si producono naturalmente per

effetto del godimento di un capitale altrui.

La nozione generale di interessi risente di una tensione tra differenti funzioni:

corrispettiva, moratoria e compensativa. Ma nell’art. 1282 cc è ravvisabile il

riferimento normativo fondamentale di quella stessa nozione.

Nel comma uno dell’art. 1282 è rispecchiata l’idea della naturale fecondità

del denaro.

Tutti gli interessi sorgono in ragione della disponibilità di una somma altrui

oppure spettante ad altri: in tal senso gli interessi scaturiscono dalla

dissociazione tra appartenenza e godimento del denaro.

Il fatto che l’obbligazione di interessi sorga in maniera automatica per effetto

della liquidità e dell’esigibilità della somma di denaro o invece per effetto

della mora finisce per apparire rilevante solo in termini di differente

graduazione di intempestività.

CASISTICA IN TEMA DI INTERESSI CORRISPETTIVI. IL MUTUO E I

CONTRATTI CON FUNZIONE CREDITIZIA.

Vediamo i casi più significativi nei quali si originano interessi con funzione

corrispettiva.

Si è a cospetto di un debito LIQUIDO ED ESIGIBILE sul quale decorrono

interessi corrispettivi quando l’obbligazione pecuniaria debba eseguirsi (come

nel caso in cui le parti abbiano in tal modo stabilito esercitando una facoltà

riconosciuta dal comma uno art. 1182 cc) al domicilio del debitore: alla

scadenza del debito si producono allora interessi ai sensi dell’art. 1282 cc.

In assenza di una convenzione in tal senso opera il meccanismo previsto

dall’art. 1219 comma 2 n. 3 in base al quale allorché la prestazione sia da

eseguirsi al domicilio del creditore, con la scadenza del termine si verifica

ope legis la mora del debitore sorgono interessi moratori ex art. 1224 cc.

In presenza di un’obbligazione pecuniaria pagabile al domicilio del

debitore non vi è mora e tuttavia ricorre il carattere dell’esigibilità:

giacché la prestazione può essere attualmente richiesta, decorrono

interessi corrispettivi.

L’esigibilità della prestazione pecuniaria può collegarsi a una data prefissata

oppure al verificarsi di un fatto.

La fattispecie più rilevante tra quelle che danno luogo a interessi corrispettivi

è quella del mutuo oneroso (mutuo feneratizio).

Il mutuo è un contratto naturalmente produttivo di interessi secondo la

previsione dell’art. 1815 cc “salvo diversa volontà delle parti, il mutuatario

deve corrispondere gli interessi al mutuante. 35

Gli interessi sono un ELEMENTO NATURALE del mutuo: sono interessi previsti

dalla legge – modellabili dall’autonomia privata.

Per la determinazione del SAGGIO DI INTERESSI art. 1284 cc.

Ricordiamo che l’art. 1815 comma due dice se sono convenuti interessi

usurai, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi.

Inoltre l’art. 1782 comma due dice al deposito irregolare si applicano, in

quanto compatibili, le regole su mutuo.

Interessi nascenti da mutuo sono il modello di riferimento per gli interessi

che l’art. 1825 cc prevede in tema di CONTO CORRENTE sulle rimesse

decorrono interessi nella misura stabilita dal contratto o dagli usi ovvero, in

mancanza, in quella legale.

Lo schema degli interessi nascenti da mutuo trova applicazione anche per il

caso delle figure che a questo tipo contrattuale si ritengono conducibili in

quanto con esse si realizzi un prestito a consumo di denaro o di altri beni

fungibili.

Ogni volta che il contratto risponde a una funzione di prestito di denaro e la

sua struttura preveda la facoltà dell’eccipiente di godere e di disporre di quel

denaro, in una con l’obbligo di restituire in tantundem, è da ravvisarsi il

nascere del debito di interessi.

Sono ricondotti in tale categoria i contratti accomunati dalla funzione

creditizia.

Nell’art. 185 cc si ravvisa la norma di riferimento per l’intera categoria dei

contratti di credito.

Qualora il mutuo avesse ad oggetto beni diversi dal denaro ugualmente il

contratto si ritiene produttivo di interessi. Una volta divenuta impossibile o

di esecuzione notevolmente difficile la restituzione de tantundem

l’obbligazione restitutoria si trasforma in debito di valore e sarebbero dovuti

interessi in denaro.

Art. 1815 cc il contratto di mutuo è naturalmente produttivo di interessi.

Art. 1820 cc è attribuito al mutuante il potere di ottenere la

risoluzione del contratto qualora il mutuatario non adempia

all’obbligazione avente per oggetto il pagamento degli interessi.

Quindi c’è risoluzione per inadempimento che normalmente è

prevista per i contratti a prestazioni corrispettive.

Il mutuo però è un contratto reale – per la sua conclusione è prevista la

consegna della res. Ed è UNILATERALE al momento genetico si producono

obbligazioni solo in capo al mutuatario il quale è tenuto alla restituzione e al

pagamento di interessi.

Il senso dell’art. 1820 cc è da cogliersi in collegamento con la funzione

corrispettiva.

La previsione degli interessi assume un rilievo decisivo rispetto alla

configurazione causale del contratto di mutuo dal momento che esso mette

in luce una struttura che, almeno sul piano della distribuzione dei

36

sacrifici giuridici a carico delle parti, finisce per apparire

sinallagmatica.

In questo senso è orientata la recente giurisprudenza.

La dottrina inoltre ha osservato che, se la legge prevede soltanto l’ipotesi

dell’inadempimento del mutuatario nel pagamento delle rate e degli netresi,

non è prevista invece l’ipotesi dell’inadempimento del mutuante, sicché

invero un sinallagma non sarebbe ravvisabile.

Ma il fatto che il codice del 1942 assuma quale elemento di identificazione

dei contratti il rapporto di corrispettività tra le prestazioni delle parti induce

a ritenere che il mutuo debba ritenersi attratto entro l’ambito della

sinallagmaticità.

Si tratta di u nesso di sinallagmaticità da intendersi tra le attribuzioni o tra i

vantaggi giuridico-economici oppure tra sacrifici giuridici che il contratto pone

a carico delle parti.

Solo sul presupposto della corrispettività del contratto di muto, di

quest’ultimo si potrebbe ammettere la cedibilità.

Dalla questione della sinallagmaticità del mutuo dipende l’inquadramento

della norma contemplata nell’art. 1820 cc. se si ritiene che sia dettata una

norma che si armonizza con la struttura di un contratto a prestazioni

corrispettive, con l’art. 1820 cc dovrebbe intendersi richiamato il sistema

generale di cui agli art. 1453 e ss. cc, con la conseguenza che sarebbe

applicabile la norma dell’art. 1455 cc il contratto non si può risolvere se

l’inadempimento di una delle parti ha scarsa importanza, avuto riguardo

l’interesse dell’altra.

-- invece all’opposta conclusione, ossia alla risolvibilità del contratto senza

il limite della non scarsa importanza, occorrerebbe giungere se si ravvisasse

nell’art. 1820 cc una norma di carattere eccezionale entro il regime del

mutuo.

Diverse sono le strade che la dottrina ha percorso al fine di avvallare l’idea

della corrispettività del mutuo a interessi.

Con il mutuo, nonostante l’unilateralità obbligatoria, si darebbe luogo uno

scambio di beni attuali con beni futuri (quelli oggetto della restituzione). 

in questa prospettiva la differenza rispetto alle figure contrattuali tipicamente

sinallagmatiche finirebbe per apparire in ordine meramente cronologico.

+

L’obbligazione in capo al mutuante sarebbe quella di non pretendere la

restituzione per un tempo determinato.

In entrambi i casi si giunge al paradosso per cui il mutuo avrebbe una

 struttura corrispettiva anche quando è gratuito.

Dobbiamo considerare in proposito l’art. 1819 cc prevede una forma

particolare di recesso per l’ipotesi di mancata restituzione rateale delle

cose maturate. 37

Per fondare l’idea della corrispettività del mutuo oneroso è più plausibile la

via del segnato superamento di una rappresentazione del contratto sotto il

profilo puramente obbligatorio.

Non bisogna guardare alle obbligazioni nascenti dal contratto ma alla

distribuzione dei sacrifici derivanti dall’operazione.

Tende dunque a smarrirsi l’idea secondo cui la struttura del mutuo

 sarebbe caratterizzata dall’obbligazione restitutoria a carico del

mutuatario.

Infatti al passaggio dal codice ottocentesco a quello vigente corrisponde lo

spostamento dell’operatività del sinallagma sul piano delle obbligazioni a

quello delle prestazioni. Quindi per prestazione deve intendersi una

qualsivoglia attribuzione (sacrificio giuridico).

Concludiamo nel senso che il mutuo ha ormai guadagnato il campo della

corrispettività.

La prestazione di interessi di cui all’art. 1815 cc.

Secondo una lettura economico-funzionale Gli interessi nascenti dal mutuo

hanno una funzione corrispettiva.

La prestazione di interessi si colloca in relazione di scambio con l’altra

prestazione (la consegna del denaro).

Gli interessi da mutuo non sono riconducibili alla categoria dell’art. 1282 cc

perché gli interessi da mutuo maturano da una somma che è esigibile solo

alla scadenza del contratto stesso. Gli interessi dunque non scaturiscono da

una somma liquida ed esigibile.

Si comprende dunque perché nella relazione al codice le disposizioni

riguardanti gli interessi nel mutuo e nel conto corrente sono riferite alla

categoria degli interessi con funzione compensativa.

Nel mutuo gli interessi decorrono dal momento in cui il contratto è

perfezionato e maturano giorno per giorno.

La loro esigibilità non è fissata dalla legge in assenza di una

determinazione pattizia è presumibile una periodicità annuale – e in ipotesi

di prestito di durata infra-annuale gli netresi sono da corrispondere al termine

del rapporto. LA CATEGORIA DEI DEBITI DI VALUTA.

PAGINE 1 – 19.

Il legislatore del 1942 ha fatto una scelta importante: ha fatto arrivare le

obbligazioni pecuniarie ad autonoma categoria all’interno del CAPO VII del

LIBRO IV (intitolato ‘di alcune specie di obbligazioni’).

Negli art. 1277-1284 si trova raccolto il nucleo essenziale di disposizioni in

tema di obbligazioni pecuniarie. 38

Negli articoli del codice civile non si trova una definizione di debito di valuta

– debito di valore. Di questa divisione sono visibili solo alcuni riflessi.

Il binomio concettuale appartiene comunque al nostro diritto vivente.

La sezione I del Capo VII del libro IV reca il titolo DELLE OBBLIGAZIONI

PECUNIARIE.

Art. 1277 cc: principio nominalistico.

I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato

al tempo del pagamento e per il suo valore nominale.

Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso

legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale

ragguagliata per valore alla prima .

Sembra che la volontà del legislatore sia stata quella di riferirsi alle

obbligazioni aventi per oggetto somme di denaro IN GENERALE, evitando di

fare distinzioni all’interno di questo genus.

All’origine della distinzione valuta-valore si colloca una costruzione dogmatica

elaborata dalla dottrina operante già nel vigore del codice del 1865: in primo

piano collochiamo Tullio Ascarelli.

A questo autore è riconosciuta la paternità della distinzione.

Ascarelli si era ispirato a precedenti indagini, per esempio a quella di Scaduto.

Sul finire degli anni 20, appena superato il momento più acuto della

svalutazione monetaria, emerge l’idea secondo la quale sarebbe stato

necessario distinguere i debiti di valuta da quelli di valore.

Decisive furono due sentenze della giurisprudenza: anni 1928-1929.

Per opera delle corti vennero precisate le linee guida di applicabilità della

distinzione.

Tra i personaggi di rilievo nel tema dobbiamo citare anche rosario Nicolò che

espresse una critica nei confronti di Ascarelli.

La dottrina italiana mostro in quegli anni una spiccata attitudine creativa nel

segnare vie assai originali (anche rispetto ad altre dottrine).

La dottrina tedesca ha per lungo tempo considerato i debiti di denaro nel

loro insieme.

In Germania non c’è una sistematizzazione paragonabile a quella italiana.

Dopo gli anni della crisi inflazionistica (culmine nel 1923) gli autori

chiamati a interpretare il BGB cominciarono a dare luogo a una distinzione

tra i debiti per i quali era consentito procedere a rivalutazione e debiti aventi

ad oggetto una somma di denaro fissa. Il tema in Germania venne

all’attenzione più dal punto divista dell’applicabilità del principio nominalistico

o valoristico più che in termini di debiti di valuta – valore.

Distinguiamo tra:

• Principio nominalistico immodificabilità del quantum di

denaro che costituisce oggetto dell’obbligazione.

• Principio valoristico adeguamento della misura del debito

nel trascorrere del tempo. 39

Anni 20 del secolo scorso – giurisprudenza italiana analisi della natura dei

debiti di somma di denaro – distinzione tra valuta e valore.

Fondamentale appare questa pronuncia della Cassazione 

Cassazione 6/12/1928 in questa pronuncia viene scrutinata la natura

della liquidazione di una somma a titolo di risarcimento dei danni in un’ipotesi

nella quale l’ammontare del danno non si sarebbe potuto calcolare se non

facendo riferimento a una moneta straniera.

Si può applicare l’art. 39 del codice del commercio del 1882 (consente

adempimento obbligazione avente per oggetto moneta straniera mediante

un meccanismo di conversione)?

NO.

La somma di denaro da determinarsi del perito è destinata esclusivamente a

dare, la misura del danno per la mancata consegna.

Con questo si recepisce l’idea stessa di debito di valore.

In taluni casi il denaro non rappresenta l’oggetto vero e proprio

dell’obbligazione ma si presta a fungere da mero strumento di

commisurazione de danno.

Ascarelli: il valore oggetto del debito andrà liquidato in moneta e da quel

momento diventerà debito di denaro.

Vediamo un’altra importante pronuncia della Cassazione 

Cassazione 30/11/1929 in questa sentenza viene all’attenzione dei

giudici il danno patito da una società che aveva spedito 22 casse e alla

stazione constata la mancanza di un po’ di casse.

NON applicabile art. 39.

Obiettivo della obbligazione di risarcimento è la restaurazione patrimoniale

equivalente al danno sofferto.

Alcuni affermano che non può esistere un criterio di distinzione a priori.

Pensano che bisogna fare una valutazione caso per caso riconoscendo natura

di valore ai crediti ai quali si viole accordare maggiore favore.

È comunque doveroso trovare un criterio di distinzione.

Valuta qualora l’oggetto della prestazione appaia

o immediatamente identificabile in termini pecuniari.

Valore quando il denaro esprime la commisurazione

o di un valore non immediatamente identificabile in

termini pecuniari. La prestazione, in caso di

inadempimento, si commisura alla conversione in

denaro del valore del bene controverso, secondo i

parametri monetari del momento.

Parole di Ascarelli a commento della sentenza del 1928:

In caso di risarcimento del danno, di rimborso di specie, di debito alimentare,

di arricchimento sono tutte ipotesi in cui l’oggetto del debito è un VALORE:

il danno da risarcire, la spesa, ecc. questo valore dovrà essere espresso e

liquidato in moneta.

Conversione in denaro del valore del bene controverso. 40

Debiti di valore (es: risarcimento del danno): Ascarelli – oggetto del debito è

un valore. Es: il danno da risarcimento. Va espresso e liquidato in moneta.

Momento in cui sorge l’obbligazione è la ragione della distinzione tra valuta

e valore.

La determinabilità ab initio della somma di denaro risulta decisiva

per l’identificazione di un debito di valuta.

Debiti di valuta principio nominalistico – art. 1277.

I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale

nello stato al momento del pagamento e per il suo valore nominale.

Debiti di valuta carattere della immediata identificabilità in

termini di moneta dell’oggetto della prestazione.

Sono: A- DEBITI AVENTI PER OGGETTO UNA SOMMA DI DENARO

GIÀ DETERMINATA. Es: mutuo.

B- DEBITI IN CUI LA SOMMA DI DENARO DA

CORRISPONDERE È DETERMINABILE IN BASE A UN

CRITERIO PREVENTIVAMENTE STABILITO.

---- Obbligazione avente per oggetto il pagamento di una somma di denaro

in cui ammontare risulti agevolmente determinabile sulla base di

un’operazione aritmetica oppure di indagini di carattere puramente

dichiarativo o comunque quando tale ammontare sia quantificabile

muovendo da dati certi e prefissati.

È il carattere della determinatezza a rivelarsi decisivo – con

riferimento al criterio di quantificazione della somma di denaro

dovuta.

Es: pagamento di una somma da determinare secondo calcoli aritmetici.

La quantità di moneta deve essere identificata o identificabile.

Art. 1282: la somma deve essere esigibile e liquida La somma oggetto del

credito è sufficiente che sia determinabile sulla base di criteri prefissati.

Se sorgono interessi di cui all’art. 1282 si è a cospetto di un debito di valuta.

C- DEBITO AVENTE AD OGGETTO UNA SOMMA DI DENARO

A PRESCINDERE DALLA SUSSISTENZA DEI NORMAI

CRITERI DI DETERMINABILITÀ. QUELLO CHE CONTA È

L’OGGETTO DELL’OBBLIGAZIONE (SOMMA DI DENARO)

ANCHE SE INDETERMINATO. Attenzione sul profilo

dell’intrinseca natura pecuniaria del debito al momento della sua

genesi.

Cassazione 1995: fu giudicato di VALUTA il credito di colui che, una volta

dichiarata la nullità di un contratto di associazione in partecipazione per la

gestione di una farmacia, pretendeva il rimborso della metà del valore della

farmacia. 41

L’obbligazione è di valuta perché ha per oggetto fin dall’inizio una prestazione

pecuniaria pari alla somma rappresentata dalla metà del valore della

farmacia.

Non è importante che serva una stima per la quantificazione.

L’attenzione si sposta sull’intrinseca natura pecuniaria del debito al momento

della sua genesi.

L’obbligazione deve essere sorta essendo stata intesa dalle parti come avente

per oggetto una somma di denaro.

Il criterio della liquidità del debito NON è sufficiente a esaurire la categoria

dei debiti di valuta.

Ascarelli: i debiti di valore sono illiquidi – non tutti i debiti illiquidi sono di

valore.

L’analisi deve concentrarsi sul livello di determinabilità (immediata o

mediata) del debito in termini di denaro.

Se un debito nasce già determinato nel suo ammontare esso è di valuta.

Negli altri casi è richiesta una valutazione dell’interprete: si guarda alla

presenza di criteri prefissati.

Bisogna inoltre tenere in considerazione la natura che il credito esibisce

quando sorge.

Quando il debito è di valuta il denaro è l’interesse del creditore.

Se il debito è di valore: il denaro è una commisurazione di un’entità non

immediatamente identificabile in termini pecuniari.

Debiti di valuta: credito avente per oggetto il corrispettivo pecuniario

• nei contratti sinallagmatici. Es: prezzo di vendita – compenso per le

prestazioni di lavoro dipendente – credito di indennizzo verso

l’assicurazione in caso di danni alle cose (di valore se danno alle

persone).

Credito pecuniario scaturente da risoluzione: debito di valuta

• .

FUNZIONE DEL DENARO E DEL PAGAMENTO.

PAGINE 139 – 155.

Trattiamo ora del pagamento.

Il problema è il seguente: equiparabilità al pagamento effettuato con

denaro di vari mezzi di soluzione adottati dal debitore. 42


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiara_sette di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti del diritto privato europeo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Dalla Massara Tommaso.

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