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Introduzione alla logica

Il termine "logica" corrisponde all'abbreviazione di "epistéme logiké", che significa sapere che concerne il logos. Logos significa genericamente dire e parlare, in modo determinato, ovvero "logos apophantikós": il dire che ha la capacità di mostrare ed indicare. Nel logos risiede dunque l'essenza dell'asserzione. Il logos assertivo dice come una cosa è e come si comporta. Il logos, in un certo senso, è qualcosa che c'è, qualcosa che può essere portato nel campo visivo.

La meditazione sul logos è iniziata dopo Platone e Aristotele, ed ha originato quattro punti di vista:

  • Scomposizione: L'asserzione viene scomposta nei suoi singoli vocaboli a cui corrispondono determinate rappresentazioni.
  • Struttura composta: L'asserzione può diventare un elemento per la composizione del cosiddetto sillogismo, a condizione che sia mediata da un concetto comune.
  • Istituzione di regole: Le asserzioni sottostanno a delle regole: principio d'identità (il significato dev'essere mantenuto nella propria identità), principio di non contraddizione (una cosa non deve contraddire l'altra), principio di ragione (regolata dall'ordine di ragione e conseguenza).
  • Osservazione della forma: La logica indaga la forma, non il contenuto.

Logica e linguaggio

La dottrina del linguaggio ha stabilito un rapporto particolare con la logica: grammatica e logica sono interdipendenti. La logica è stata sottoposta a valutazioni diverse: alcuni dicono che sia un'educazione formale del pensiero, altri la considerano inutile giacché si può imparare a pensare solo con l'esperienza, altri ancora ritengono inadeguato chiedersi quale sia l'utilità pratica della logica in quanto ha una verità propria.

Heidegger prende le distanze da tutte queste posizioni. Egli si pone l'obiettivo di risvegliare il compito originario della logica. A parer suo, l'intellettualismo non si supera con il semplice motteggio, ma bisogna lottare per decidere il nostro destino spirituale e storico. È necessario interrogarsi in modo più originario. Una riforma delle scienze, qualora sia possibile, si attua solo con una svolta nell'atteggiamento del sapere. La svolta, a sua volta, è possibile se ci si interroga a lungo.

La logica non è per Heidegger un addestramento per approcciarsi al pensiero in modo migliore o peggiore, ma deve riguardare l'interrogazione dell'uomo e dell'essere. La logica dev'essere tutt'altro che chiacchiera.

La domanda sull'essenza del linguaggio

La logica è la scienza del logos, del discorso. Se il pensiero è logica, se è indagato come sapere che riguarda il discorso, allora si vuole dire che il pensiero è un discorrere. È attualmente condivisa la concezione contraria, cioè che il parlare rappresenti solo una forma che esprime il pensiero. Se il pensiero fosse un tipo di linguaggio, allora potremmo dire che la logica è un sapere che riguarda il linguaggio. La domanda sull'essenza del linguaggio è la domanda che fonda e guida tutta la logica. Porsi tale domanda è compito della filosofia del linguaggio. In questo senso, la filosofia del linguaggio sarebbe il preambolo della logica.

Linguaggio e logica

Bisogna chiedersi, giacché il linguaggio è separato in modo netto dagli altri ambiti di sapere, se il linguaggio rappresenti un ambito particolare o se sia qualcos'altro. Ci si potrebbe chiedere se valga davvero la pena di occuparsi dell'essenza del linguaggio. La linguistica non riguarda i vari ambiti del sapere, mentre la logica può interessare chiunque pensi. Questo modo di vedere è però sbagliato. La filosofia cerca un sapere che sia prima e oltre la scienza, un sapere non legato necessariamente alle scienze.

L'intero ordinamento del linguaggio, divenuto ovvio per noi, è scaturito dalle determinazioni fondamentali della logica. Da questa visione emerge che la logica è essa stessa il luogo d'origine del linguaggio. Ogni accesso del linguaggio sembra determinato dalla logica. Il genuino interrogarsi è un cammino che richiede preparazione e un lungo esercizio. Ci si esercita ponendosi domande essenziali.

Essenza del linguaggio secondo Heidegger

È necessario, per interrogarsi, distaccarsi da tutte queste opinioni sull'essenza del linguaggio. È il retrocedere di chi si prepara a un lungo salto. Non esiste un passaggio graduale tra il non-essenziale e l'essenziale. La domanda preliminare si caratterizza secondo tre aspetti:

  • Si interroga volgendo lo sguardo in avanti.
  • Fa emergere le connessioni fondamentali di un ambito.
  • Viene prima.

Heidegger si pone la domanda su dov'è qualcosa come il linguaggio. Il linguaggio è conservato nel vocabolario, un insieme di pezzi del linguaggio. Vi sono però contenuti vocaboli, nulla di parlato. I vocaboli sono ordinati secondo l'alfabeto, una successione diversa rispetto a quella del parlare. Può il linguaggio essere limitato a un determinato numero di vocaboli? Oppure il linguaggio si forma di continuo? Il linguaggio non si trova nel vocabolario, ma si trova solo là dove è parlato, dove accade.

Il linguaggio è solo se si parla e non se si tace? Allora questo sarebbe corrotto, non avrebbe essere ma sarebbe un divenire. Il linguaggio è un'attività umana, il modo d'essere di quest'attività si determina dal modo d'essere dell'uomo. L'uomo è, sta all'interno del modo d'essere come vivente. L'uomo è stato identificato, nel corso della storia, come animal razionale. L'uomo possiede il linguaggio, questa determinazione proviene dai greci.

Interrogarsi sull'essenza del linguaggio

Dunque l'essere dell'uomo è determinato dall'essenza del linguaggio. Interrogandosi sull'essenza del linguaggio ci si interroga sull'essenza dell'uomo. L'interrogarsi dell'uomo come parlante coglie l'autentico stato d'essere dell'uomo. È necessario chiedersi di che cosa faccia parte l'uomo.

  • L'uomo si trova all'interno del processo evolutivo.
  • L'uomo è qualcosa che dev'essere oltrepassato (Nietzsche).

In questo modo abbiamo posto nella domanda l'uomo come cosa. Invece di chiederci cosa sia l'uomo, possiamo chiederci come sia l'uomo, ovvero come sia fatto. La domanda sul come non ci svincola però dal che cosa.

Ogni domanda sorge di fronte a ciò che ci è estraneo. Quando incontriamo un estraneo non ci chiediamo cosa sia, ma chi sia. Il modo più opportuno per interrogarci sull'uomo è chiederci non cosa sia, ma chi sia l'uomo. Che cosa dovremmo però intendere per persona? L'uomo è un se-stesso. Il tragitto seguito è: Chi è l'uomo? Un se-stesso. Chi è un se-stesso? Noi. Chi siamo noi? La risposta rimanda l'interrogante al suo se-stesso.

Il cammino intrapreso è nascosto da una falsa partenza dopo l'altra. In questo modo non facciamo alcun progresso. Chi siamo noi stessi? Ognuno di noi è se stesso. Il se stesso è stato ricondotto all'io. Ognuno di noi è un se-stesso perché è un io. Questo io, da Cartesio in poi, è definito come soggetto che sta di fronte all'oggetto. È res cogitans. In Kant l'io è coscienza di qualcosa o di sé, e viene chiamato ragione.

Siamo così giunti alla determinazione iniziale: l'io come soggetto, coscienza, ragione. Il se-stesso non è però determinato a partire dall'io, ma il carattere di se-stesso appartiene anche al tu, al noi e al voi. L'uomo è ogni volta io, tu, noi, voi e nel contempo originariamente se stesso. Non possiamo come io isolati aggiungerci gli uni agli altri per ottenere il noi con una somma. Non si ottiene il voi come uno più uno fa due.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Yvaine92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Resta Caterina.
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