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Il linguaggio e la sua essenza

Il linguaggio. L'uomo parla anche quando non proferisce parola, anche quando non ascoltiamo o leggiamo. Il parlare fa parte della nostra natura, non nasce da un atto di volontà. L'uomo è l'unico essere vivente capace di parlare. Così dicendo non si intende che l'uomo possiede la capacità di parlare, ma che il linguaggio rende l'uomo tale. L'uomo è uomo in quanto parla, direbbe von Humboldt.

Il linguaggio si incontra ovunque. Si tenta di cogliere l'essenza del linguaggio, attraverso l'universale. Discutere sul linguaggio significa riportare noi stessi al luogo dell'essenza del linguaggio: l'evento. Il linguaggio è linguaggio, nient'altro. Il pensiero calcolante descrive il linguaggio attraverso tautologie (affermazioni vere per definizione), per questo pecca di presunzione.

Il funzionamento del linguaggio

Che si deve dire sul linguaggio? Come opera? Il linguaggio parla. Per riflettere sul linguaggio dobbiamo prendere dimora presso il linguaggio, nel suo parlare, solo così il linguaggio può rivelare la sua essenza. Hamann affermando “la ragione è linguaggio”, tenta di dire cosa sia la ragione attraverso il linguaggio. Analizzando ciò, lo sguardo sprofonda in un abisso. Ma la ragione ha il suo fondamento nel linguaggio? O il linguaggio è un abisso? Si presenta un'altra questione, ovvero se il linguaggio sia il fondamento di qualcos'altro.

Che significa parlare?

L'opinione corrente risponde che è l'attività degli organi di fonazione e udito, significa esprimere e comunicare moti dell'animo umano. I moti sono guidati dai pensieri. In base a questa definizione ne consegue che:

  • Il parlare è esprimere, un'interiorità che si estrinseca.
  • Il linguaggio è un'attività dell'uomo, è l'uomo a parlare e non il linguaggio.
  • L'esprimere consiste nel dare presenza al reale e all'irreale.

Queste definizioni sono insufficienti a determinare l'essenza del linguaggio. In questo modo l'espressione è solo una delle tante attività dell'uomo. Altri pongono l'accento sull'origine divina della parola, rimuovendo i limiti di una descrizione puramente logica ma, al contempo, emerge esclusivamente l'aspetto simbolico del linguaggio. Il linguaggio nella sua essenza non è né espressione né attività dell'uomo.

L'analisi del linguaggio

Quest'analisi del linguaggio attraverso l'indagine dei fenomeni linguistici ha una tradizione antica alle spalle, eppure ad essa sfugge il carattere più antico, originario, del linguaggio. Come parla il linguaggio? Dove possiamo cogliere il suo parlare? In una parola già detta, in quanto in essa il parlare si è già realizzato. Il parlare non finisce in ciò che è stato detto, ma da esso viene custodito. In questo modo esso perdura. Se dobbiamo parlare del linguaggio, è bene prendere in esame una parola pura. La parola pura è quella in cui la pienezza del dire è un'originaria capacità di dare. La parola pura è la poesia.

Analisi di “Una sera d'inverno” di Georg Trakl

La poesia descrive una sera d'inverno. La prima strofa descrive ciò che accade fuori che tocca l'interno della dimora dell'uomo. La neve cade alla finestra, il suono delle campane entra dentro casa. Dentro tutto è ordine, vi è una tavola imbandita. La seconda strofa contrasta la prima: ci sono alcuni che vagano sperduti per sentieri oscuri, che conducono talvolta alla casa sicura. La terza strofa invita il viandante ad entrare, passando dal buio alla luce. La tavola diventa altare (presenza del pane e del vino, elementi religiosi).

“Una sera d'inverno” non presenta una sera che si sia vista in qualche luogo e qualche tempo, non vuole nemmeno dare una parvenza di una sera reale. Nella parola si esprime la fantasia poetica. Il linguaggio, in questo modo, si configura come espressione, ma questo contraddice l'affermazione “Il linguaggio parla”. Non si vuole negare che l'uomo parli, ma ci si chiede in che senso l'uomo parla, che cos'è parlare?

Il parlare nomina la sera d'inverno. Il nominare non consiste soltanto nel pronunciare oggetti e fatti rappresentabili, il nominare chiama. Il chiamare avvicina ciò che chiama. Ciò che è chiamato non diviene immediatamente presente, è un chiamare a sé, è appello nella lontananza nella quale ciò che è chiamato è ancora assente. Il chiamare è un chiamare presso e lontano.

Il chiamare nel linguaggio

La prima strofa chiama cose. Il chiamare è un invitare le cose ad essere tali. Le cose che la poesia nomina radunano dentro sé cielo e terra, mortali e divini. I quattro costituiscono, nella loro relazione, un'unità originaria: il geviert. La poesia, nominando le cose, le chiama nella loro essenza. Le cose, in quanto sono, portano a compimento il mondo. La prima strofa chiama le cose ad essere tali. Nomina non solo le cose ma il mondo.

La seconda strofa chiama volgendosi ai mortali. “Alcuni” non tutti i mortali sono chiamati, ma solo quelli che vanno per oscuri sentieri. Questi mortali in particolare conoscono il morire come cammino verso la morte, e la morte è il massimo occultamento dell'essere. Questi erranti, se riuscissero a sistemarsi in una casa, conoscerebbero già le cose nella loro essenza e giungerebbero al vero abitare.

Gli ultimi due versi della seconda strofa chiamano il mondo (albero, terra). L'albero è radicato saldamente alla terra. Terra e cielo sono inscindibili. Nel fiorire dell'albero sono presenti terra e cielo, i divini e i mortali. Il mondo non è concepito qui come universo della natura e della storia, o come il creato della visione teologica. I versi dicono al mondo di venire. La parola “aureo”, richiamando Pindaro, intende ciò che illumina tutto, rivela tutto ciò che è presente.

La relazione tra mondo e cose

Il mondo concede alle cose la loro essenza, le cose fanno essere il mondo. Mondo e cose si compenetrano a vicenda, passando attraverso una linea mediana, che è l'intimità. Nella linea che li separa vi è uno stacco, l'intimità di mondo e cosa è nello stacco. La differenza regge la linea mediana grazie alla quale mondo e cose trovano la loro unità. La differenza rende mondo e cose quelle che sono, stabilisce il loro essere l'uno per l'altro, realizza la loro essenza. La differenza non è né distinzione né relazione.

Nella prima strofa l'invito è rivolto alle cose che generano il mondo. Nella seconda l'invito è rivolto al mondo che consente le cose. Nella terza l'invito è rivolto alla linea mediana, a ciò che fonda l'intimità. La soglia collega l'interno e l'esterno, regge il frammezzo. “Il dolore l'ha pietrificata”, il dolore spezza, ma unisce, connette la divisione.

Il dolore è l'intimità della differenza di mondo e cosa. Non dobbiamo concepire il dolore come sensazione di sofferenza. La luce risplende sulla soglia, nel dolore, che porta al mondo alla realizzazione della sua essenza. Pane e vino sono frutti del cielo e della terra, racchiudono il geviert. La terza strofa chiama mondo e dolore nella linea che li separa, ciò che li connette è il dolore. Il chiamare che si rivolge all'intimità di mondo e cosa, è l'autentico chiamare. Questo chiamare è l'essenza del parlare.

La quiete nel linguaggio

La differenza appropria la cosa alla quiete del geviert. La differenza acquieta in due modi:

  • Permettendo alle cose di stare nel mondo.
  • Permettendo al mondo di realizzarsi attraverso le cose.

In questo modo si realizza la quiete. La quiete non è solo silenzio, è il silenzio che si fonda sulla quiete. La calma acquieta, ed è in movimento. La differenza è ciò che chiama. Il chiamare che riunisce è risuonare. La chiamata della differenza che si esplica con la riunione, è il suono in quanto suono. La chiamata è il suono della quiete. Il linguaggio parla in quanto suono della quiete. La quiete porta mondo e cose alla loro essenza. L'essere del linguaggio è l'evento della differenza. Il suono della quiete non è umano. L'uomo che raggiunge la propria essenza attraverso la lingua, appartiene all'essenza del linguaggio.

Il parlare dei mortali

Il parlare dei mortali è chiamare che nomina, è invito alle cose e al mondo. La parola pura del parlare mortale è la poesia. Come può emergere il parlare mortale e farsi suono dal parlare del linguaggio come suono della quiete e della differenza? Il legame del parlare umano è la melodia (melos) con cui il parlare del linguaggio si rivolge ai mortali. Quando la differenza chiama i mortali a sé e questi parlano, corrispondono, ovvero parlano ascoltando e recependo. Il parlare mortale presuppone l'ascolto della chiamata. La parola del mortale si basa sull'ascolto. L'uomo deve quindi tenersi pronto alla chiamata della differenza. Così i mortali dimorano nel parlare del linguaggio. L'uomo parla in quanto corrisponde al linguaggio. L'intento di Heidegger non è di proporre una nuova concezione del linguaggio, ma di imparare a dimorare nel linguaggio. Per fare ciò è necessario un continuo esame di se stessi per essere capaci di corrispondere.

Il linguaggio nella poesia

In questo capitolo Heidegger non intende trattare né di Georg Trakl in quanto poeta, della sua biografia, del contesto storico sociale in cui è vissuto, né della sua poesia, non intende cioè fare della critica letteraria. L’Erörterung è una domanda e tale domanda è volta ad interrogare il “luogo” proprio della poesia di Trakl.

Erörtern (discutere) significa indicare e osservare il luogo. Questi sono i passi necessari per una discussione. L'esito della discussione è una domanda, che chiede dove si colloca il luogo. La discussione considera l'Ort, il luogo. Ort indicava originariamente la punta della lancia. L'Ort riunisce in quanto è il punto più alto. Custodisce ciò che ha tratto e lo penetra, dandogli la possibilità di manifestare il suo vero essere. Il luogo del dire poetico di Georg Trakl è il suo poema. Ogni grande poeta si basa su un unico poema per mantenere puro il proprio dire poetico. I singoli componimenti poetici e il loro insieme non rivelano tutto. Ogni componimento si muove dall'unico poema; da esso scaturisce l'onda che muove il dire poetico. Il luogo della poesia cela, in quanto sorgente di quest'onda. L'unico poema si trova nella sfera del non detto, dunque non possiamo discutere sul suo luogo, se non cercando indicazioni dai singoli componimenti poetici. La spiegazione dei singoli componimenti porta l'elemento puro, che illumina ogni parola poetica.

Il colloquio autentico con il poema di un poeta è il colloquio poetante. A volte è necessario un colloquio del pensiero con la poesia, perché entrambi hanno un rapporto privilegiato col linguaggio. Il colloquio del pensiero con la poesia mira a evocare l'essenza del linguaggio, in modo che i mortali imparino nuovamente a dimorare nel linguaggio. La discussione del poema è un colloquio del pensiero con la poesia. Essa non prospetta la concezione del mondo di un poeta.

Bisogna prima indicare il luogo del poema dai componimenti poetici, ma quali? Ciascuno dei componimenti di Trakl rimanda al luogo del suo unico poema: quest'unità rende un poeta autentico. “È l'anima straniera sulla terra”: la terra è transitoria, l'anima è eterna. Sulla terra non è al posto giusto, il corpo è il carcere dell'anima. Il titolo della poesia da cui è tratto il verso è “Primavera dell'anima”. Il verso potrebbe indicare qualcosa che è semplicemente solitario, qualcosa che da un punto di vista particolare è straniero.

Fremdartig significa ciò che non è familiare, che non attrae, ma inquieta. In tedesco antico fram significa avanti, in cammino verso. Ma questo errare non è senza destinazione, ma va a cercare il luogo dove potrà restare viandante. Il poeta chiama l'anima “qualcosa di straniero sulla terra”, ma è il luogo dove non è ancora potuto giungere: l'anima cerca la terra, è in cammino verso la terra per potervi costruire e dimorare, per realizzare la propria essenza. L'anima è, nella sua essenza, in cammino. È il tratto fondamentale della sua natura. Ma verso dove deve camminare ciò che è straniero?

Dalla poesia “Sebastiano in sogno” deduce che l'anima è chiamata verso il tramonto. Se è così l'anima deve terminare il suo cammino e lasciare la terra. Ma il tramonto nella poesia non è né catastrofe né scomparire. “Tramonta nella quiete e nel silenzio”. “Spiritualmente imbruna”: il passo dello straniero procede nel crepuscolo. Dämmern significa “farsi buio”. Dämmerung non significa necessariamente tramonto: c'è un crepuscolo anche del mattino. In “Declino dell'estate” troviamo il termine “so leise”, che significa “appena percepibile dall'orecchio”. Ma significa anche lentamente, gelisian significa “scivolare”. Leise è ciò che scivola via.

La notte è oscura. Ma l'oscurità non è necessariamente tenebra: dall'azzurro riluce il Sacro, nell'oscurità. L'azzurro è il chiarore che si cela dietro l'oscurità. Hallend (sonante) è il suono che chiama dalla quiete e fa chiarore. I passi dello straniero risuonano attraverso la luminosità della notte. L'azzurro, grazie alla profondità che raccoglie lo straniero, è il Sacro. Di fronte all'azzurro il dolore tace, l'animale diventa mite. La mitezza è ciò che riunisce pacificamente.

Chi è la fiera azzurra di cui parlano i versi, esortandola a serbare memoria dello straniero? Un animale, ma non uno qualunque o non potrebbe avere memoria. La fiera azzurra è un animale che è privo di bestialità: la sua animalità consiste in uno stato di indeterminatezza. Questo animale pensante, l'uomo, non è ancora fissato, consolidato. L'uomo non è ancora pervenuto al sicuro, a casa, al luogo d'origine della sua essenza celata. L'animale che non ha trovato la sua vera essenza è l'uomo contemporaneo (fiera azzurra), sul cui volto il Sacro riflette la sua luce. L'uomo contemporaneo, memore dello straniero, vorrebbe raggiungere con lui il luogo della sua essenza. Gli stranieri però sono pochi. Se la fiera azzurra raggiunge la sua essenza, l'uomo antico si tramuta.

“Canto a sette della morte” celebra la sacralità della morte. La morte non viene qui rappresentata come la fine della vita terrena, ma indica il tramonto verso cui si dirige lo straniero, che può essere detto “il morto”. In “Crepuscolo spirituale” incontriamo una fiera oscura, attratta dalle tenebre. Il cielo stellato è rappresentato dall'immagine di un lago notturno: in questi versi la notte è la copia della realtà vera. Lo straniero che cammina nella notte è illuminato dalla luna e viene detto “il lunare”. Quando i mortali seguono il tramonto, essi giungono in terra straniera e diventano solitari. I viandanti che seguono lo straniero si vedono così separati dai cari, gli altri. “Das Geschlecht” indica la stirpe umana. Vi è una stirpe umana degradata, in condizione di egoismo e discordia. La stirpe decaduta non può più trovare la giusta strada, che è quella di superare la discordia attraverso la mitezza. L'anima si è allontanata verso il tramonto, che è il perdersi nel crepuscolo spirituale.

Sich verlieren (perdersi) significa staccarsi e sparire. Lo straniero si perde nella sera. La sera opera un mutamento, offre cose da vedere in una maniera e una prospettiva diverse. Tutto durante la sera appare diverso. Mutando senso, la sera trasforma il dire della poesia e del pensiero. Dove conduce la sera il cammino dell'uomo? Dove tutte le cose confluiscono e vengono custodite per un altro inizio. I versi citati rimandano a un punto di confluenza: la figura dello straniero errante, il dipartito. Attorno a questa figura ruota il leitmotiv di Trakl, dunque possiamo chiamare il luogo della sua poesia “la dipartenza”. La discussione cercherà adesso di investigare su questo luogo.

Chi è il dipartito?

I dipartiti li chiamiamo anche morti. Il morto vive nella sua tomba in tranquillo raccoglimento. Il morto è il folle. Follia non significa pensare cose insensate. Wahn significa senza. Il folle pensa come nessun altro, ha un altro modo di pensare. Il dipartito è il folle in quanto è in cammino per qualche altro luogo. Il dipartito è passato, morendo, nel mattino. Chi è questo fanciullo? Nei versi viene chiamato Elis. Elis non è un morto che si decompone, ma il morto che passa e vive nel mattino, nel momento più quieto non ancora giunto a gestazione, e lo chiama il non nato. Lo straniero che, morendo, passa nel mattino, è il non nato. Egli custodisce la quiete della fanciullezza.

Il viaggio del dipartito è solitario. Il mattino è un tempo particolare, il tempo della fanciullezza più luminosa. La fine non è il termine con cui si estingue l'inizio: la fine precede l'inizio della stirpe non nata. Il mattino custodisce l'originaria essenza del tempo. Il tempo, da Aristotele in poi, viene considerato la dimensione del calcolo quantitativo o qualitativo di una successione. Il tempo vero è l'avvento di ciò che è stato. Non il passato, ma il custodire ciò che è.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Yvaine92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Resta Caterina.
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