Filosofia della mente
1. La lingua ha una struttura gerarchica e non lineare
“mostrami
Prendendo in considerazione la frase il secondo triangolo nero”:
in particolare, l’interpretazione non procede da sinistra verso destra in modo incrementale.
Se così fosse, secondo dovrebbe modificare triangolo e poi nero dovrebbe modificare
ulteriormente quello che si è ottenuto. Dovremmo cioè scegliere il secondo triangolo a
partire da sinistra. Invece la struttura è gerarchica. In particolare il primo gradino della
gerarchia è formato dal composto nome + aggettivo che lo segue.
[triangolo nero]
Il secondo gradino della gerarchia è formato dall’ulteriore modificazione di questo composto
ad opera dell’aggettivo secondo.
[secondo [triangolo nero]]
In particolare il contributo semantico dell’aggettivo che segue il verbo è quello
dell’intersezione insiemistica. Il nome triangolo individua l’insieme dei triangoli mentre
l’aggettivo nero individua l’insieme degli oggetti neri, quindi triangolo nero individua
l’intersezione dell’insieme dei triangoli e degli oggetti neri.
[triangolo nero]
Il contributo semantico dell’aggettivo secondo è di diverso tipo. Questo aggettivo individua
all’interno dell’insieme dei triangoli neri il triangolo che è in seconda posizione in un dato
ordine (per esempio andando da sinistra a destra).
[secondo [triangolo nero]]
È un fatto generale dell’italiano che il contributo semantico dell’aggettivo che segue il nome
sia quello dell’inserzione insiemistica.
1. Le numerose famiglie protestarono
2. Le famiglie numerose protestarono
La differenza è questa: perché la frase (2) sia vera a protestare devono essere le famiglie che
hanno tanti componenti. Invece la frase (1) sarebbe vera anche se a protestare fossero le
famiglie non numerose. In (2) il gruppo di parole famiglie numerose indica il risultato
dell’operazione di intersezione fra l’insieme delle famiglie e l’insieme delle entità numerose.
Non è così in (1). In (1) l’aggettivo pre-nominale numerose indica un giudizio del parlante
sulla quantità di famiglie presenti. “mostrami
Prendendo in considerazione la frase il secondo triangolo nero sottolineato”:
Se ci sono più aggettivi che qualificano il nome, prima l’aggettivo che lo segue
immediatamente si combina con il nome qualificandolo una prima volta (prima operazione
di intersezione fra due insiemi).
[triangolo nero]
Successivamente, il secondo aggettivo che segue il nome si combina con la combinazione
precedente e la qualifica ulteriormente (seconda operazione di intersezione fra due insiemi).
[[triangolo nero] sottolineato]
Solo quando gli aggettivi che seguono il nome sono terminati entra in gioco l’aggettivo
secondo, che individua il triangolo che è in seconda posizione in un dato ordine nell’insieme
dei triangoli neri.
[secondo [[triangolo nero] sottolineato]]
2. La lingua contiene operazioni ricorsive
→ una regola è ricorsiva se può essere applicata al risultato di una
Definizione di ricorsione
sua precedente applicazione.
Esempi:
• “+1”
La regola dell’aritmetica è ricorsiva perché, se la applico a un numero arbitrario x,
posso sempre riapplicarla al numero x+1 che è il risultato della prima applicazione
• “calcola
La regola la media dell’altezza degli abitanti di Milano” non è ricorsiva perché
una volta calcolato un certo numero y che esprime questa media, non è possibile
“calcola
applicare la regola la media dell’altezza degli abitanti di Milano” al numero y.
L’operazione di qualificazione (via intersezione insiemistica) di un nome da parte di un
aggettivo post-nominale è un’operazione ricorsiva perché può essere applicata al risultato di
una sua precedente applicazione.
[triangolo nero]
prima modificazione del nome da parte dell’aggettivo
[[triangolo nero] sottolineato]
modificazione da parte dell’aggettivo del composto nominale nel quale era già avvenuta la
modificazione da parte di un aggettivo.
Come nel caso di tutte le operazioni ricorsive, in linea di principio può essere prodotta una
sequenza di lunghezza infinita.
Un Caveat (Nota Bene)
Questo semplice esempio mostra che ricorsione e struttura gerarchica vanno di pari passo nelle
lingue naturali. Più precisamente: la regola di modificazione di un nome da parte di un aggettivo è
ricorsiva e produce strutture gerarchiche. Ma non è necessariamente così: ad esempio ci sono casi in
cui regole ricorsive producono strutture piatte e non gerarchiche. Un esempio potrebbe essere
“prendi
l’istruzione la terza lettera di una stringa di lettere e aggiungile fra la prima e la seconda
lettera della stessa stringa”:
dbq
dqbq
dbqbq
dqbqbq
ecc.
Questa regola è ricorsiva e produce quindi una sequenza infinita. Però essa non produce una
struttura gerarchica: ci dice solo che le lettere stanno una dopo l’altra su una linea piatta, non che
c’è una relazione di contenimento fra i prodotti della regola stessa. Questo si può vedere dal fatto
che l’applicazione della regola conduce a una struttura parentesi come la seguente:
“prendi la terza lettera di una stringa di lettere e aggiungila fra la prima e la seconda lettera della
stessa stringa”.
[d][b][q]
[d][q][b][q]
[d][b][q][b][q]
[d][q][b][q][b][q]
ecc. “matriosca”
Da qui in avanti ci riferiremo alla proprietà della per indicare la proprietà del
linguaggio umano di avere regole ricorsive che producono strutture gerarchiche.
Le strutture gerarchiche sono acquisite o sono innate?
Oggi la maggior parte dei linguisti ritiene che tutte le lingue umane siano organizzate
gerarchicamente (anche se alcuni dissentono).
Questo solleva una domanda: il bambino che deve acquisire la sua lingua madre deve imparare che
essa è gerarchica oppure l’informazione che le lingue umane sono gerarchiche è parte
dell’informazione di partenza del bambino? Il bambino parte da zero (o quasi da zero)
nell’acquisizione della lingua oppure è guidato da alcune informazioni sul modo in cui lingue
possono o non possono essere fatte?
I bambini e la gerarchia
Hamburger and Crain (1984) hanno provato a vedere come si comportano i bambini esposti
all’inglese quando si danno loro istruzioni simili a quella del triangolo nero. I bambini a 4 anni e 10
mesi hanno già un comportamento adulto. Questo risultato sperimentale è compatibile con il fatto
che l’informazione sulla struttura gerarchica delle lingue sia innata nel bambino. Però non si può
nemmeno escludere che nel lasso di tempo che va dalla nascita fino ai 4 anni e 10 mesi i bambini
abbiano imparato che la loro lingua è gerarchica e che all’inizio del processo di acquisizione non lo
sapessero ancora.
In un famoso articolo pubblicato nel 2002 sulla rivista Science Hauser, Chomsky e Fitch hanno
sostenuto che il tipo di ricorsività che produce strutture gerarchiche, cioè la struttura a matriosca,
sarebbe una proprietà distintiva del linguaggio umano, nel senso che nessun sistema di
comunicazione animale anche molto sofisticato presenterebbe tracce di una simile struttura.
Hauser, Chomsky e Fitch hanno sostenuto che il tipo di ricorsività che produce strutture gerarchiche
sarebbe l’unica proprietà in grado di differenziare in modo qualitativo e non meramente quantitativo
linguaggio umano e sistemi di comunicazione animali. Infatti, nel regno animale ci sono
meccanismi ricorsivi, per esempio gli uccelli usano sistemi di orientamento basati su complicati
calcoli matematici per loro migrazioni da un continente a un altro. Questi calcoli comprendono
meccanismi ricorsivi. Tuttavia, l’uomo sarebbe l’unico animale che usa la ricorsività per combinare
pensieri e informazioni di tipo linguistico.
Hauser, Chomsky e Fitch hanno anche proposto un’ipotesi sull’evoluzione nel linguaggio nella
specie, proponendo una congettura su come e quando sarebbe successo quel qualcosa (ovvero la
combinazione di ricorsività e gerarchia) che avrebbe determinato l’inizio del linguaggio umano.
Il linguaggio come organo
Una visione del linguaggio umano che negli ultimi decenni, all’inizio in maniera sporadica e poi
sempre più sistematicamente, si è concretizzata grazie al lavoro di Noam Chomsky è quella
secondo cui il linguaggio sarebbe da considerarsi un organo biologico.
Chomsky considera quattro argomenti che possono sostenere la concezione del linguaggio come
organo biologico:
1. Tappe di sviluppo predeterminate
Innanzitutto, la facoltà del linguaggio si sviluppa autonomamente in un bambino normale che
abbia un’esposizione a una lingua, in genere quella dei genitori, senza che sia necessaria
nessuna istruzione esplicita. Gli studi sull’acquisizione del linguaggio, che si sono fatti sempre
più accurati negli ultimi decenni, mostrano chiaramente che tale sviluppo segue tappe
predeterminate e una tempistica largamente prevedibile, anche se ci possono essere differenze
individuali non trascurabili.
Lo sviluppo del linguaggio sembra essere un processo che segue tappe predeterminate, non
plasmato nei suoi tempi di maturazione in maniera decisiva da fattori ambientali.
Nella nostra cultura tendiamo a pensare che sollecitare il bambino rivolgendogli la parola
“motherese”)
quando ancora non parla con un codice semplificato (il cosiddetto costituisca un
passaggio fondamentale nello sviluppo del linguaggio. Ma, anche se ci sono segnali che questo
atteggiamento possa aiutare un po’ il bambino, i bambini sviluppano il linguaggio senza
problemi anche in culture in cui gli adulti non si rivolgono a loro fino a che non sono in grado di
interagire.
2. Periodo critico o sensibile
Un’ulteriore indicazione che le cose potrebbero essere come sostiene Chomsky è l’esistenza di
un periodo critico o sensibile, cioè il fatto che l’acquisizione del linguaggio avviene in modo
spontaneo, attraverso la semplice esposizione a una lingua, solo all’interno di una certa finestra
temporale (appunto il periodo critico, o sensibile).
L’esistenza di un periodo critico è suggerita dall’osservazione di tipo aneddotico di un bambino
che si trova in un ambiente linguistico nuovo per la sua famiglia e che impara la lingua
dell’ambiente extrafamiliare molto prima e molto meglio dei suoi genitori.
L’esistenza di un periodo critico è confermata da studi sistematici che sono stati fatti su ampie
popolazioni di immigrati arrivati negli Stati Uniti in diversi momenti della loro vita o su
popolazioni di segnanti che sono stati esposti a ASL (American Sign Language) in diversi
momenti della loro vita.
La storia della lingua dei segni del Nicaragua
L’esistenza di un periodo critico per l’acquisizione di una lingua è un argomento a favore
dell’ipotesi del linguaggio come organo, perché i periodi critici si trovano di frequente in altre
specie a regolare lo sviluppo di funzioni cognitive.
Per esempio, il canto dei fringuelli si sviluppa pienamente solo se questi animali sono esposti al
canto dei loro conspecifici entro il decimo mese di vita. Dopo questo periodo critico, per quanto
l’esposizione al canto di altri fringuelli sia intensa, un fringuello che sia stato precedentemente
isolato dai suoi conspecifici non svilupperà che un canto rudimentale.
3. Complessità linguistica e complessità culturale
Se il linguaggio fosse un costrutto culturale, il grado di complessità di una lingua dovrebbe
variare al variare del livello di complessità della società in cui essa è parlato. Ma non è così.
Fino a pochi decenni fa esistevano popolazioni completamente isolate che avevano un livello di
organizzazione sociale comparabile a quello dell’età della pietra. Tuttavia, queste popolazioni
parlavano (e parlano tuttora) lingue il cui grado di complessità non si differenzia da quello delle
lingue parlare nelle società industrializzate.
Ci sono lingue più complesse di altre?
No, se si parla delle strutture linguistiche. Anche se è molto difficile fare delle comparazioni
complessive fra lingue, si ritiene che esse abbiano un medesimo livello di complessità, almeno
se si prendono in considerazione le strutture fondamentali della lingua nel loro complesso,
ovvero gli aspetti fonetici (la fonetica studia la produzione e la percezione di suoni), gli aspetti
fonologici (la fonologia studia le regole che determinano come sono organizzati i suoni
linguistici), gli aspetti morfologici (la morfologia studia le regole che determinano la struttura
interna della parola) e gli aspetti sintattici (la sintassi studia le regole che determinano la
struttura interna della frase).
Questo non significa che le lingue non si differenzino fra loro nel livello di complessità delle
singole strutture linguistiche. È solo quando sono prese nel loro complesso che le lingue
avrebbero lo stesso grado di complessità. Però se si guarda ai singoli aspetti strutturali si
osservano differenze di complessità anche enormi. Se ci si limita alla morfologia, ci sono lingue
estremamente ricche e altre estremamente povere. Però se una lingua ha una morfologia più
ricca, questo sarà compensato dal fatto che essa ha una sintassi più povera (e viceversa).
Un indizio è che, se ci fossero lingue più complesse di altre, i bambini dovrebbero metterci più
tempo a acquisire le lingue complesse e meno tempo a acquisire le lingue meno complesse. Ma
non è così. Le tappe e la tempistica di acquisizione del linguaggio è analoga per tutte le lingue.
Il fatto che il loro grado di complessità totale non cambi è responsabile del fatto che
potenzialmente tutte le lingue, parlate o segnate, hanno la medesima capacità di trasmettere
contenuti ricchi e concetti astratti.
Ci sono però grandi differenze fra le lingue riguardanti le circostanze in cui sono usate. Solo
alcune lingue (una piccola minoranza delle molte migliaia di lingue parlate al mondo) hanno
una forma scritta e sono usate anche in contesti ufficiali (a scuola, nei tribunali, in parlamento
ecc.) e nei media. La maggior parte delle lingue sono usate prevalentemente nei contesti
informali (in famiglia o fra amici). Le lingua che sono usate in contesti ufficiali hanno lessici
“manierismo”, “ipotenusa”)
specialistici (“spread”, che spesso mancano nelle lingue usate nei
contesti informali, come i dialetti. Le lingue variano quindi nella dimensione del loro lessico.
Lingue con morfologia povera e con morfologia ricca, un continuum
Se dovessimo mettere le lingue su una scala di complessità morfologica, potremmo immaginare
una gerarchia da quelle più complesse a quelle meno complesse.
→ → Italiano → Inglese → Cinese.
Lingue polisintetiche Latino
Il caso più interessante per la questione del rapporto fra complessità linguistica e complessità
culturale è il punto più alto della gerarchia, ovvero le lingue polisintetiche. Esse sono lingue in
cui le parole sono estremamente lunghe e complesse, formate da molti morfemi che devono
essere messi in un ordine preciso: il mohawk è l’esempio di lingua polisintetica.
Le lingue polisintetiche sono parlate in quasi tutti gli habitat occupati dalla nostra specie, dalla
tundra artica (chuckee), alle foreste in zone temperate (mohawk), alle pianure aride (nahuatl) al
sottobosco tropicale (mayali).
C’è però una proprietà condivisa da tutte le società in cui si parlano le lingue che sono
chiaramente polisintetiche: sono tutte parlate in comunità tradizionali e di piccole dimensioni.
Nessuna lingua polisintetica è la lingua ufficiale di uno stato-nazione moderno
tecnologicamente avanzato. Se la complessità linguistica riflettesse la complessità culturale, non
“semplici”,
ci aspetteremo di trovare il grado maggiore di complessità morfologica in società
cioè in comunità tradizionali. Questo è un buon esempio del perché la lingua non può essere
vista come il deposito delle tradizioni culturali acquisite.
Tuttavia, le lingue polisintetiche non sono in generale più complesse delle altre. A un massimo
di complessità morfologica corrisponde infatti un minimo di complessità sintattica. Possiamo
dire che c’è tanta complessità sintattica se ci sono molte regole da rispettare perché una frase sia
corretta in una data lingua.
Ma perché le lingue polisintetiche sono parlate solo da comunità tradizionali? Alcuni studiosi,
come Mark Baker, ritengono che il fatto che le lingue polisintetiche siano tipiche di società poco
complesse sia un caso; altri studiosi pensano che non sia un caso, come ad esempio McWorther:
più una società è grande, più ha stratificazioni sociali, più è complessa. Il linguaggio ufficiale di
queste società grandi e complesse a un certo punto della sua storia deve essere stato imposto a
un gran numero di parlanti non-nativi che hanno imparato quel linguaggio da adulti, perché esso
era importante per ragioni economiche o politiche.
Ma, mentre un bambino acquisisce una lingua facilmente e in maniera naturale anche se essa è
morfologicamente ricca, gli adulti fanno fatica. Quindi gli aspetti morfologici tendono a essere
omessi dai parlanti non-nativi. Alla lunga questa influenza dei parlanti non-nativi può ridurre la
complessità morfologica delle lingue maggiori.
4. Argomento della povertà dello stimolo (o argomento per l’innatismo)
Oltre a queste considerazioni, l’idea che lo sviluppo linguistic
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