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Capitolo 1: Un istinto per acquisire un’arte

Il motore della comunicazione verbale è il linguaggio palato che impariamo da bambini ed esso compare sempre come carattere predominante in qualsiasi storia naturale della specie umana. Un linguaggio comune permette ai membri di una comunità di entrare in una rete di condivisione delle informazioni che ha poteri formidabili, tanto che è impossibile immaginare una vita senza di esso. L’afasia, la perdita del linguaggio in seguito a lesioni cerebrali, è devastante e nei casi più gravi accade che per i membri della famiglia il malato perda le sue qualità personali.

Le recenti scoperte sulle capacità linguistiche hanno implicazioni per la nostra comprensione del linguaggio e del suo ruolo nell’esistenza umana e per la nostra visione dell’umanità stessa. Il linguaggio è un pezzo a sé del corredo biologico del nostro cervello, è un’abilità complessa e specializzata, che si sviluppa spontaneamente nel bambino senza sforzo conscio o istruzione formale, che è usato senza coscienza della sua struttura logica, che è qualitativamente lo stesso in ogni individuo e che è distinto da capacità più generali. Per questo motivo è stato definito come una facoltà psicologica, un organo mentale, un sistema neuronale ed un modulo computazionale, un istinto insomma.

La complessità del linguaggio, dal punto di vista scientifico, è parte di quello che ci spetta alla nascita, non è qualcosa che i genitori insegnano ai figli o qualcosa che deve essere assimilato a scuola. La concezione del linguaggio come istinto fu articolata da Darwin nel 1871, quando dovette affrontare la questione del linguaggio, che sembrava porre un ostacolo alla sua teoria essendo limitato solo agli esseri umani. Darwin concluse che la capacità linguistica è una tendenza istintiva ad acquisire un’arte, propria di qualunque specie.

James sostenne che la nostra intelligenza flessibile deriva dall’interazione di più istinti in competizione e proprio la nostra natura istintiva rende così difficile concepire il pensiero umano come istinto. Chomsky fu il più caldo sostenitore del linguaggio come istinto, egli portò all’attenzione due fatti fondamentali:

  • Ogni enunciato che una persona formula o comprende è un insieme nuovo di parole e per questo il linguaggio non può essere un repertorio di risposte, quindi il cervello deve contenere un programma che può costruire un insieme illimitato di enunciati a partire da un insieme finito di parole.
  • I bambini sviluppano grammatiche complesse rapidamente, senza istruzioni formali e crescono dando interpretazioni coerenti a nuovi enunciati che non hanno mai incontrato prima. Devono possedere quindi uno schema innato comune a tutte le lingue, una Grammatica Universale che gli indica come distillare forme sintattiche a partire dai discorsi dei genitori.

Capitolo 2: Macchine vomitaparole

L’universalità del linguaggio complesso è la prima ragione che porta a pensare che il linguaggio non sia un’invenzione culturale, ma il prodotto di uno speciale istinto umano. A supporto di questa tesi si può portare l’esempio di una forma linguistica sofisticata in una popolazione non industrializzata, come il KIVUNJO, un linguaggio bantu di una popolazione della Tanzania, studiato dalla Bresnan, che la descrive come “una lingua del germanico occidentale parlata in Inghilterra e nelle sue ex colonie”. La costruzione inglese si chiama dative (doppio accusativo) ed è resa mettendo l’oggetto indiretto dopo il verbo per indicare il beneficiario di un’azione. La corrispondente in kivunjo è chiamata applicativo ed è resa dal verbo che ha 7 prefissi e suffissi, 2 modi e 14 tempi, il verbo concorda con il soggetto, l’oggetto e i suoi nomi benefattivi, ognuno dei quali ha 16 generi.

Altro esempio è il CHEROKEE, fra le lingue primitive, che ha un complesso sistema di pronomi: distingue tra “tu e io”, “io e un’altra persona”, “io e molte altre persone”, “io, tu, una o molte altre persone”, che, invece, in inglese sono collassate nel semplice “we”. Le differenze insignificanti fra un dialetto dominante e quello di altri gruppi sono esaltate come etichette della grammatica corretta, ma in realtà una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina (Weinreich).

Nel 1960 alcuni psicologi annunciarono che i bambini neri americani mancavano di una vera lingua a causa della loro poca cultura, in realtà se avessero ascoltato le conversazioni spontanee si sarebbero resi conto che la cultura nera americana è altamente verbale e ciò è dimostrato da un’intervista fatta da Labov ad un adolescente di Harlem di nome Larry. La grammatica di Larry si conforma alle regole del dialetto chiamato BEV (Black English Vernacular), che viene qui confrontato con il SAE (Standard American English).

BEV SAE
Usa “it” come dunny subject* della copula Usa “there” come dunny subject della copula
Usa la doppia negazione (anche francese) Non usa la doppia negazione
Inverte soggetti e verbi negli enunciati non dichiarativi nelle proposizioni principali negative Inverte soggetti e verbi negli enunciati non dichiarativi solo nelle proposizioni interrogative
Permette di eliminare la copula nel parlato Contrazione del verbo To be (He’s, I’m)
Solo in alcuni enunciati contrazione del verbo To be Solo in alcuni enunciati contrazione del verbo To be
Più preciso nelle forme grammaticali verbali Meno preciso nelle forme grammaticali verbali

*soggetto fittizio

Labov volle anche tabulare la percentuale di enunciati grammaticali nelle registrazioni su nastro del linguaggio parlato da persone di molte classi e posizioni sociali diverse. Trovò che la grande maggioranza delle frasi è grammaticali, specie nel parlato informale, con percentuali maggiori nella classe operaia che in quella media e la percentuale più alta di frasi agrammaticali si è riscontrata negli atti dei convegni di accademici eruditi.

Dimostrazione che il linguaggio è innato

Putman è uno dei critici che ritiene che il carattere universale non prova che il linguaggio sia innato: esso è indispensabile in una comunità e dato che la necessità è la madre dell’invenzione, il linguaggio potrebbe essere stato inventato da persone piene di risorse in tempi molto lontani, e la grammatica universale rifletterebbe semplicemente le esigenze universali dell’esperienza umana e le limitazioni umane nel trattamento dell’informazione. Una volta inventato il linguaggio si sarebbe insediato in una cultura attraverso l’educazione e l’imitazione e si sarebbe esteso alle altre culture attraverso l’intelligenza umana e le sue strategie di apprendimento generali e multiuso. Di conseguenza dall’universalità del linguaggio non discenderebbe che l’istinto linguistico è innato.

Contrariamente alle tesi di Putman, il punto cruciale è che il linguaggio complesso è universale perché i bambini in realtà lo reinventano, di generazione in generazione, perché non possono fare a meno che sia così. Il punto di partenza è lo studio di come sono nate le lingue particolari di oggi. I primi casi si ebbero con la tratta degli schiavi e la servitù a contratto nel Sud del Pacifico: quando parlanti lingua diverse dovettero comunicare per risolvere problemi pratici e non avevano la possibilità di imparare l’uno la lingua dell’altro, crearono un gergo chiamato PIDGIN, cioè sequenze spezzettate di parole prese dalla lingua dei colonizzatori o dei proprietari delle piantagioni, variabili nell’ordine e con una grammatica molto povera: senza prefissi o suffissi, senza indicatori temporali o logici, senza strutture più complesse di una proposizione semplice e nessun modo coerente di indicare chi ha fatto che cosa. Qualche volta questi pidgin divengono lingue franche aumentando gradualmente in complessità nei decenni, come il Pidgin English parlato nel Sud del Pacifico.

Bickerton ha dimostrato che spesso un pidgin può diventare una lingua complessa vera e propria, basta che un bambino la ascolti nell’età in cui impara la lingua madre, poiché essi, non contenti di riprodurre sequenze di parole frammentate, immettevano complessità grammaticale là dove prima non esisteva, col risultato di una lingua nuova e molto espressiva. La lingua che ne risulta è un CREOLO. Un episodio di creolizzazione è avvenuto in tempi abbastanza recenti in seguito al rapido sviluppo delle piantagioni di zucchero hawaiane che generò una domanda di lavoro superiore alla disponibilità locale e portò molti lavoratori da Cina, Giappone, Corea, Portogallo, Filippine e Porto Rico, facendo sì che si sviluppasse una forma di pidgin. Bickerton riuscì ad intervistare alcuni di loro e dalle loro interviste risulta che le intenzioni del parlante dovevano essere completate dall’ascoltatore. I bambini nati intorno al 1890 in questa zona e che avevano appreso il pidgin parlavano invece in modo molto differente: i linguaggi creoli sono vere e proprie lingue, con un ordine stabile delle parole e con indicatori grammaticali e che al di là dei suoni delle parole, non derivavano dalla lingua dei colonizzatori.

Bickerton osserva che se la grammatica di una lingua creola è il prodotto della mente dei bambini e non è alterata da imput derivanti dai genitori, essa dovrebbe fornire una buona visione dei dispositivi grammaticali innati nel cervello. Egli sostiene che le lingue creole derivanti da pidgin diversi mostrano a volte la stessa grammatica fondamentale, che si manifesta anche in errori che i bambini compiono quando imparano lingue più ricche e antiche. Le sue conclusioni sono controverse poiché dipendono dalla ricostruzione che egli opera di fatti che avvennero decenni o secoli fa. Ma la sua idea di fondo è stata sostenuta da due recenti esperimenti naturali in cui la creolizzazione da parte dei bambini può essere osservato in tempo reale: le lingue dei segni, che sono vere e proprie lingue complete e distinte da comunità a comunità.

Fino a poco tempo fa in Nicaragua non esisteva alcun linguaggio per le persone sorde che rimanevano isolate dal resto della comunità, fino a quando il nuovo governo sandista creò le prime scuole per sordi col proposito di fargli imparare la lettura delle labbra con esito deludente. Ma i bambini inventarono un linguaggio gestuale che gli permettesse di comunicare nelle situazioni di gruppo. Dopo poco tempo il sistema si stabilizzò nel LSN (Linguaggio dei segni Nicaraguese), che fondamentalmente è un pidgin e che viene utilizzato dai giovani fra i 17 e i 25 anni, che sono i suoi inventori. I bambini all’età di 4 anni e quelli più piccoli che iniziarono la scuola quando il LSN era già in uso, lo utilizzano in modo molto diverso: i loro gesti sono più fluidi e compatti, più stilizzati e meno simili ad una pantomima. Quando fu analizzato da vicino il loro linguaggio venne codificato nell’ISN (Idioma dei segni Nicaraguese), che sembra essere una forma di creolo del LSN, che si è standardizzato a tutti i più piccoli spontaneamente e a cui sono stati introdotti dispositivi grammaticali assenti in precedenza ed è molto più espressivo. L’ISN è il prodotto collettivo di molti bambini che comunicano fra loro, ma se vogliamo attribuire la ricchezza del linguaggio alla mente infantile dobbiamo analizzare il caso di un bambino isolato che dà un apporto alla complessità grammaticale dell’imput che ha ricevuto ed anche qui prendiamo l’esempio di un bambino sordo cresciuto da genitori anch’essi sordi che hanno appreso la lingua dei segni solo in età matura e per questo lo avevano imparato male. Simon, a differenza dei genitori, rispettava tutte le regole del linguaggio e capiva chi lo “parlava” correttamente. Questo è un esempio di creolizzazione operata individualmente da un bambino.

Molti genitori credono di insegnare il linguaggio ai propri figli attraverso il mammese, un linguaggio semplificato grammaticalmente con ripetizioni di stimoli e sessioni intensive di conversazione. Ma in molte comunità ciò non accade e i bambini sviluppano ugualmente un linguaggio corretto. I bambini hanno il massimo merito per la lingua che imparano e conoscono anche cose che non possono essere state loro insegnate come dimostra Chomsky nel processo di variazione dell’ordine delle parole nelle frasi interrogative partendo da dichiarative con due ausiliari, seguendo un ragionamento che lui chiama l’argomento che procede dalla povertà dello stimolo. La conferma dell’idea che la mente contenga il progetto delle regole grammaticali è dimostrato dall’uso che bambini inglesi di 3 anni fanno del suffisso –s in quanto in più del 90% dei casi lo usano correttamente quando serve e quasi mai quando non è necessario e ciò accade anche per bambini come Sarah che ha genitori che non hanno basi grammaticali solide e l’uso di forme che non avrebbe mai potuto sentire da essi esclude la possibilità dell’imitazione.

Essendo il linguaggio un istinto deve avere una sua collocazione nel cervello e forse anche un gruppo di geni che aiutano a metterlo a punto. Vi sono molti tipi di danni neurologici e genetici che compromettono il linguaggio lasciando intatta la capacità di ragionare e viceversa (idiotsavant). Con una lesione a certi circuiti bassi del lobo frontale dell’emisfero sx si soffre dell’afasia di Broca: si riesce a parlare poco e ciò che si dice è sbagliato e non è quello che si vorrebbe dire. Chi invece viene colpito da ictus e soffre di questa sindrome ha problemi sia quando scrive che quando parla, gli handicap sono legati specialmente alla grammatica, e quando si legge si saltano le parole funzionali pronunciando solo quelle piene. Lo specifico deterioramento del linguaggio è una sindrome che colpisce i bambini e che si attenua con l’età, senza mai scomparire del tutto che porta a compiere una serie di errori grammaticali. Si pensava che questo disturbo fosse ereditario ed ultimamente si è analizzato il caso della famiglia K: la nonna soffre di questo disturbo e dei 5 figli, solo una è sana e così la sua prole. Gli altri figli hanno in tutto 23 bambini di cui 11 malati, distribuiti a casa per sesso, età e ordine di nascita. In questo caso è plausibile una causa genetica in quanto è stato riscontrato un tratto controllato da un solo gene dominante che non danneggia l’intelletto ma impedisce il normale sviluppo delle regole che i bambini utilizzano inconsciamente, essi parlano come degli stranieri che faticano a parlare la lingua locale.

Negli idiotsavant si è potuto notare che essi capiscono enunciati complessi e correggono enunciati non grammaticali come nella media standard e sono abilissimi nel trovare parole inusuali.

Capitolo 3: Il Mentalese

Nel libro 1984 George Orwell ipotizza alcune tecnologie per il controllo del pensiero Newspeak ovvero la Neolingua. Il fine della neolingua non era soltanto quello di fornire un mezzo di espressione per la concezione del mondo delle abitudini mentali proprie ai seguaci del socialismo inglese ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Questo ha portato alla soppressione della archelingua. Il lessico della neolingua composto in modo da escludere al contempo tutti gli altri possibili significati una parola così come la possibilità di arrivarci tramite metodi indiretti. Ciò era stato ottenuto in parte mediante l'invenzione di nuove parole in parte mediante la soppressione di parole ritenute non accettabili e dei significati secondari delle parole. Ad esempio la parola libero poteva essere semplicemente usata per indicare la assenza di qualcosa ma non con la accezione di politicamente libero o intellettualmente libero. Per gran parte delle nostre argomentazioni Politiche e sociali siamo portati a pensare che parole e pensiero vadano di pari passo tuttavia questo è stato smentito da alcuni studi. L'argomentazione basati sull'idea che il linguaggio determina il pensiero reggono soltanto grazie alla sospensione collettiva dell'incredulità come notava Russel se un cane non è capace di dirmi che i sui genitori erano poveri non si potrà concludere che un cane è incosciente. L' ipotesi del determinismo linguistico è strettamente legata ai nomi di Sapper e Whorf entrambi i linguisti i quali sostennero che i popoli non industrializzati non sono selvaggi primitivi ma hanno un sistema linguistico; un bagaglio di conoscenze e cultura nella loro visione del mondo sono altrettanto complesse e coerenti quanto i nostri. Nello studio sulle lingue dei nativi americani emerse che anche solo per mettere insieme le parole in enunciati grammaticali i parlanti lingue diverse devono considerare diversi aspetti della realtà. Per esempio quanto i parlanti inglesi devono mettere ed alla fine di un verbo devono tenere in considerazione il tempo grammaticale ovvero il tempo relativo all evento di cui parlano in quel momento. Secondo Whorf noi selezioniamo la natura secondo linee tracciate dalla nostra lingua madre le categorie tipiche che isliamo dal mondo di fenomeni non sono evidenti e individuabili per qualsiasi osservatore. Noi ritagliamo la natura la organizziamo ma in concetti e vediamo significati in gran parte perché ci siamo accordati per organizzarlo in questo modo. Questo accordo vale per la comunità linguistica a cui apparteniamo ed è codificato dalle forme della nostra lingua.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/02 Logica e filosofia della scienza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher r.greco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Logica e filosofia della scienza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Laudisa Federico.
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