RESPONSABILITA’ - VERGANI
INTRODUZIONE
Con l’espressione etica applicata si intende l’analisi delle conseguenze dell’adozione di
uno specifico modello etico generale al fine di saggiarne le ricadute operative in uno
specifico ambito d’azione (responsabilità nei vari settori, ad esempio sociale, medica
etc…). Si tratta in generale delle aree di responsabilità che qualcuno ha in virtù del suo
ruolo.
Prima però dobbiamo indagare le varianti che può assumere un’etica generale (etica
della responsabilità), con la quale si intendono i modelli complessivi di filosofia pratica che
presuppongono differenti visioni dell’uomo e delle ragioni, dei motivi, fino ai valori che ne
orientano la condotta.
Nel canone occidentale possiamo individuare tre modelli dominanti di etica generale:
- Etiche eudaimonistiche —> ispirazione dell’etica: felicità, realizzazione di una buona
vita.
- Etiche deontologiche —> dovere e obbligazione morale: indicatori di fondo per il
giudizio sull’azione morale.
- Etiche consequenzialiste —> il contenuto morale dell’azione è giudicato sulla base
delle conseguenze prodotte dalla stessa.
Etiche della responsabilità, due orientamenti:
- Responsabilità funzionale alla salvaguardia (schema securitario). Limitazione
dell’azione, assicurarsi.
- Responsabilità come esposizione e apertura all’alterità (movimento di fuoriuscita dalla
claustrazione del sé). Estensione dell’azione, soccorrere.
Teoria dell’azione e teoria dell’obbligazione morale: chi è titolare di un’azione
responsabile? A partire da tale titolarità, come può essere pensato l’agire?
Esiste un vincolo etico che ci lega all’altro preliminarmente?
Rispondere di sé, rispondere dell’altro:
- Responsabilità adulta: rispondere di sé, può rovesciare nell’irresponsabile
comportamento routinario. Farsi carico di.
- Responsabilità giovane: rispondere all’altro, aperta e sincera. Essere chiamati in causa.
In che senso un’azione è responsabile? (teoria dell’azione/rispondere di sé).
Perché dovrei sentirmi responsabile? (teoria dell’obbligazione/rispondere all’altro).
Responsabile di —> soggettività
Responsabile grazie a —> alterità
Responsabile davanti a —> socialità
Tutto ciò si svolge nel quadro dato dai vincoli che il mondo, l’ambiente, il contesto o l’altro
esercita sul soggetto stesso. Cambiando le condizioni, anche azione e obbligazione si
modificano, riflettendosi sul soggetto e mettendolo in discussione (il soggetto è tale
attraverso l’azione).
Oggi fatalismo e determinismo si associano alle nuove forme di oppressione sociale nel
passaggio dalla selezione naturale alla selezione sociale. In che modo vengono ascritte
funzioni e ruoli, distribuite colpe e responsabilità, assegnati destini?
Destinalità e contingenza si combinano insieme, alla promessa di massima mobilità
funzionale corrisponde una condizione di minima mobilità sociale che si traduce in un
comune sentire: quello di essere ovunque e in nessun luogo.
Così il destino assegnato è tale in ragione dell’organizzazione sociale. Una nuova forma di
fatalismo che genera apatia e indifferenza: nulla cambierà! Una nuova forma di
determinismo genera attivismo macchinale: non c’è alternativa!
Variazione storica del concetto di responsabilità:
- Orizzonte religioso —> peccato/castigo
- Età moderna: ambito politico e giuridico —> colpa/pena
- Pensiero contemporaneo: statuizione morale o filosofica in senso compiuto —>
responsabilità
Nell’universo di senso classico è difficile individuare la nozione di responsabilità in quanto
l’attenzione è più puntata sul contenuto dell’azione che sull’intenzione dell’agente. Con
l’intreccio alla civiltà ebraico-cristiana si assiste ad un passaggio ad una logica
dell’imputazione individuale. Si parla di responsabilità con l’emersione della categoria di
individuo. Era necessario che si ponesse in piena luce il nesso fondamentale che lega fra
loro libertà e responsabilità, attraverso la figura del soggetto capacitario, percorso che
converge e si definisce sul finire del Settecento.
Mentre gli altri modelli sono composti da un binomio, responsabilità è un termine singolo:
questo perché viene abbandonata una visione della stessa di tipo retribuzionista.
Entro questa cornice generale, le riflessioni sulla responsabilità escono dai campi
solitamente riferiti ad essa, per trovare spazio nelle scienze umane e sociali.
1. LO SCENARIO DELL’AGIRE RESPONSABILE
Allentamento dei legami, apatia e indifferenza
La proliferazione di connessioni che mettono a contatto in forme sempre più inedite e varie
uomini che una volta non avrebbero mai potuto incontrarsi si accompagna ad un loro
allentamento. Dunque legami più numerosi, ma anche più impoveriti e laschi.
Sloterdijk la definisce come una condizione di asocialità diffusa. Se in alcuni casi questa
condizione è voluta e cercata, in altri è subita, ovvero consiste nell’essere posti al margine.
Ciò è dimostrato dagli effetti sui soggetti:
- Inedia —> assumersi una responsabilità ha a che fare con la possibilità di prendere una
decisione e di mutare il corso degli eventi, allora il senso di apatia e inefficacia riguarda
la percezione di avere una libertà che gira a vuoto perché non è in grado di entrare nei
complessi meccanismi che ci sovrastano. Inazione per mancanza di ragione motrice.
(apatia: irrilevante che accada questo o quest’altro).
- Indifferenza —> accostabile all’adiaphora classica, cioè al fatto che non vi è criterio di
distinzione o preferenziale tra due o più possibilità, di qui l’assenza di interesse.
L’indifferentismo è rispetto al valore che noi, o i modelli sociali interiorizzati, attribuiamo
all’oggetto. E’ una cecità morale che qualifica l’individuo, lo definisce come se fosse solo
al mondo. Allora gli altri non lo guardano più, non lo riguardano più, sono senza volto.
Essa risente dei processi sociali generali e oggi è un dato sintomale.
Abbiamo allora un’accelerazione contemporanea del passaggio dall’emersione degli
individui all’individualismo sociale, che da vita in ultima istanza all’atomismo sociale, i cui
effetti sono l’adiaforizzazione e l’ottundimento della sensibilità morale.
Irresponsabilità dell’attore —> chi, pur trovandosi situato, agisce senza coinvolgimento.
Comportamento dovuto alla percezione di inefficacia rispetto a un contesto che non
consente di calcolare premesse ed effetti. Immobilismo attivo.
Irresponsabilità dello spettatore —> indifferenza nei confronti dell’implicita chiamata in
causa della necessità rispetto alle quali si frappone un velo che separa. Neutralizzato
quanto al problema etico.
Apatia, indifferenza e irresponsabilità confinano tra loro.
La riflessione teorica è chiamata a interrogarsi circa la compatibilità di una responsabilità
morale rispetto a vincoli mondani certamente inediti che rischiano di determinare in
maniera rigida l’azione e di non lasciare spazio alla possibilità di fare esperienza della
propria libertà. La maggior parte di ciò che facciamo e sentiamo si poggia su processi di
varia natura che non possiamo controllare e che svuotare il senso ultimo dell’agire
responsabile.
Estensione della rete relazionale: tecnica e consumismo
L’ età della tecnica e la società consumistica hanno prodotto l’estensione della rete
relazionale e al tempo stesso l’illanguidendo e l’allentamento delle dinamiche
intersoggettive.
Prometeo è simbolo dell’uomo moderno artefice di se stesso, segnato dalle dinamiche di
potenziamento delle proprie capacità fornite dalla tecnica (estrema amplificazione del
conatus existendi).
Narciso è simbolo dell’uomo contemporaneo segnato dalle dinamiche consumistiche,
agitato da un desiderio non più relazionale ma indotto e, in ultima istanza, insoddisfatto.
Entrambi rappresentano una soggettività autocentrata che rimuove la relazione con
l’altro, immaginando di poterne fare a meno.
Ne deriva una rielaborazione dell’idea di responsabilità che ha dato il via, da un lato, alla
formulazione di una prospettiva etica all’altezza della civiltà della tecnica, fondata sul
principio di responsabilità e, dall’altro, alla necessità di rielaborare intorno al concetto di
responsabilità l’etica in un mondo di consumatori.
Questo perché, secondo Jonas, vediamo amplificarsi il fattore di rischio implicito
nell’azione umana. La tecnica moderna trasforma infatti l’agente stesso, l’uomo, per cui
l’etica aggiornata elaborata da Jonas si sviluppa sul principio di precauzione.
- Prevenzione —> limitazione di rischi oggettivi e provati
- Precauzione —> limitazione di rischi ipotetici o basati su indizi
Ne deriva un’idea di responsabilità più orientata nel senso dell’assicurazione e della
conservazione.
Sia il soggetto sia la prospettiva temporale nella quale si inscrive la sua azione risultano
rivoluzionati. La necessaria estensione del campo dei referenti esterni rispetto ai quali è
necessario valutare le ricadute dell’azione (umani, non umani, animali, biosfera) ha portato
ad un superamento di una visione human-centred.
- Etica della convinzione —> valutazione dell’agire razionale in base al valore; per
quanto lo status dei valori sia difficile da determinare, essi fanno riferimento alla
soggettività e insieme hanno una pretesa di universalità e validità.
- Etica della responsabilità —> orientamento allo scopo, “ciò-per-cui”, si muove dentro
un orizzonte di senso limitato, tenendo conto delle circostanze e delle possibilità
dell’azione; si premura di valutare mezzi e conseguenze, si fa carico di implicazioni
politiche che ne conseguono.
Jonas formulata teoria della responsabilità basata sul principio di natura. L’archetipo
dell’agire responsabile è la relazione naturale non reciproca padre-figlio in cui il bambino,
nella sua vulnerabilità, rappresenta l’oggetto originario del principio di responsabilità.
Questo essere esprime un dover essere che riconosciamo e che ci fa responsabili.
Consumismo
L’eccesso di possibilità alimenta un sovraccarico di responsabilità (Bauman). La
responsabilità diventa accettabile quando viene svuotata, quando si chiede solo di
scegliere tra un prodotto e l’altro.
L’assolutizzazione della libertà in quanto libero arbitrio produce fenomeni di esonero dalla
responsabilità; dove la responsabilità non viene messa alla prova essa muore di inedia.
L’altezza morale dell’esperienza della responsabilità viene ridotta all’idea di scelta
responsabile, e verso se stessi. Non per l’altro.
Rispetto a questo scenario un rinnovato senso di responsabilità per l’altro deriverebbe dal
riconoscimento di un vincolo più ampio nella nuova rete di interdipendenze mondiali. La
soluzione prospettata sarebbe dunque quella del riconoscimento solidale e della cura
condivisa per il mondo-in-comune e nel riconoscere nuovi vincoli, cioè l’interdipendenza in
termini globali.
Possiamo parlare allora di un’estensione della responsabilità nello spazio e nel tempo, il
che significa da un lato portarsi all’altezza di una responsabilità universalizzata
(atteggiamento solidaristico), dall’altro si richiede di ripatteggiare il legame sociale
all’altezza dei nuovi vincoli.
Il soggetto diviene istanza collettiva, ma se così fosse non saremmo ancora prigionieri di
un’idea di responsabilità che non scardina il primato del soggetto?
Nell’età dello svincolamento, della sottrazione del legame, non si tratta di amplificare i
legami (Bauman e Jonas), ma di tessere e ricucire i legami con chi ci è prossimo.
Se i soggetti di tali relazioni sempre più fitte e al contempo sempre più labili risultano in
effetti fungibili, allora viene meno anche il riferimento all’ecceità, all’unicità insostituibile
che necessariamente il senso di responsabilità chiama in causa.
La dimensione del rischio nell’epoca della complessità
Nell’epoca della complessità emerge l’elemento del rischio. La responsabilità si lega al
rischio perché, sporgendosi ogni volta verso l’altro, il suo orizzonte è chiaroscuro.
Un’analisi del concetto comporta la discussione delle categorie di potere, volere e sapere.
L’esercizio della responsabilità implica sempre una quota di potere.
E’ necessario che la volontarietà dell’atto sia assegnata perché lo si possa definire
responsabile.
Per comprendere il legame tra responsabilità e rischio è utile soffermarsi sul rapporto con
la dimensione del sapere. La responsabilità si lega infatti al non-sapere, perché non si
tratta né di ignoranza né di sapere integrale. Nessuna decisione potrebbe essere detta
responsabile là dove questa venisse assunta in presenza di un velo di ignoranza integrale.
Le conseguenze potrebbero essere paralisi dell’azione o azzardo assoluto, ma
giudicheremmo un tale atto da irresponsabili.
Ugualmente non avremmo alcuna assunzione di responsabilità se il gesto non si
sporgesse su conseguenze incalcolabili. Se il sapere fosse integrale e gli effetti
perfettamente calcolabili, non vi sarebbe affatto decisione e dunque nessuna assunzione
di responsabilità.
Quanto risulta difficile è combinare l’impossibilità di saperne a sufficienza e l’emergenza, il
poco tempo per informarci. Siamo costretti allora ad ammettere che al cuore della
responsabilità si annidi un elemento di irresponsabilità.
Secondo Beck nell’attuale società del rischio la complessità incrementa il potenziale di
aleatorietà, ovvero i processi di autopoiesi seguono dinamiche che sfuggono al controllo
dei soggetti. La distinzione tra pericolo e rischio è rilevante.
- Pericolo —> genera paura, reazione immediata
- Rischio —> situazione di incertezza, reazione riflessa, implica l’elaborazione, il
pensiero
Il rischio incrementa una domanda di responsabilità perché siamo meno tutelati. L’effetto
di rimbalzo è il contro-dono, il senso di aleatorietà si rovescia nel destino che ci domina.
Vorremmo essere garantiti, ovvero il dono gradito, ovvero una responsabilità securitaria
assoluta. Ma quando la responsabilità non custodisce in sé una sporgenza
sull’irresponsabilità, essa si rovescia in un’irresponsabilità organizzata.
Sono l’organizzazione e la burocratizzazione a deresponsabilizzare (Ricoeur). Da qui le
pratiche di assicurazione e indennizzazione che coinvolgono ogni sfera delle relazioni
sociali; ne derivano una strutturale limitazione burocratica del rischio e il dilagare di una
sguardo terapeutico di controllo e cura preventivi che patologizza ogni esperienza umana
(Genard).
In definitiva l’etica della responsabilità produce il principio di precauzione, il che significa
che formula un’etica centrata sull’idea di tutela e salvaguardia dell’esistente. Di qui
l’accontentarsi di preservare e autolimitare significa non riconoscere che c’è dell’altro da
fare.
Nella misura in cui rimuovendo il rischio intendiamo assicurarci diventiamo irresponsabili.
Barattando la libertà con la sicurezza abbiamo generato irresponsabilità. Tutto il potenziale
di liberazione dell’umano custodito nell’idea di responsabilità torna invece in campo
quando questa è pensata non alla luce dell’assicurare noi stessi, ma di soccorrere l’altro.
Carattere sociale e responsabilità personale
Rapporto tra formazione sociale del carattere e responsabilità personale.
Le dinamiche di una società complessa producono l’allentamento dei legami e favoriscono
l’emersione di identità plurali e complesse, fortemente influenzate.
Dall’eterodirezione al conformismo il passaggio è facile.
La sociologia e la filosofia del 900 hanno messo a fuoco la figura dell’individuo descritto
come flaneur, perso nella follia solitaria. Questo soggetto è intrappolato entro dinamiche
conformistiche.
Si può rilevare allora un diffuso sentimento di ansia e inquietudine. Abbiamo il passaggio
da una società repressiva e caratterizzata da un’abbondanza di proibizioni a una società
segnata dall’iperstimolazione, da un eccesso di possibilità (principio di prestazione). Tutto
ciò produce un io isolato che si sente titolare di un’enorme responsabilità personale e di
fronte alla difficoltà di mantenersi all’altezza di una richiesta costante e troppo alta, risulta
spontaneo il ripiegamento nel conformismo per differenziazione seriale: differenti caratteri,
ma prodotti in serie, attraverso piccole variazioni a partire da modelli stereotipati. Ne
consegue la deresponsabilizzazione per due motivi:
- Se è difficile individuare il soggetto, chi sarà imputabile dell’azione?
Nietzsche elabora la sua storia dell’origine della responsabilità come costruzione,
invenzione dell’individuo responsabile. Non siamo responsabi
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