Alcune delle opere di Husserl vengono citate secondo le sigle qui di seguito
riportate, insieme con il numero di pagina dell’edizione utilizzata (cfr.
Bibliografia):
EG = Esperienza e giudizio.
Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia
Idee I = fenomenologica.
Libro primo: Introduzione generale alla fenomenologia pura.
LFT = Logica formale e trascendentale.
Ricerche logiche. Il numero romano anteposto a questa sigla
RL = indica la
Ricerca logica cui si fa riferimento.
La critica di Schlick all’a priori materiale
Una via d’accesso al tema husserliano, e più in generale fenomenologico, dell’a priori
materiale è rappresentata dalla critica cui è sottoposto nel saggio “Gibt es ein
121
materiales Apriori?” composto da Moritz Schlick nel 1930/1931. Procediamo
dunque a darne una breve esposizione.
In questo saggio Schlick s’interroga sulla sostenibilità della tesi che esista un a priori
materiale, secondo quanto afferma la fenomenologia per voce dei suoi maggiori
esponenti (i riferimenti di Schlick sono sostanzialmente Husserl e Scheler). Dopo
aver riconosciuto a Kant il grande merito di aver definito il concetto di “a priori”,
Schlick sottolinea come molti dei filosofi suoi contemporanei abbiano ridimensionato
la grandezza di questo risultato proponendone una lettura alternativa. L’attenzione si
concentra da subito sul caso dei fenomenologi, che attribuiscono a Kant l’ “errore
fondamentale” (così si esprime Scheler) di aver inteso l’a priori in senso
esclusivamente formale. Ad ogni modo, rileva Schlick, il fatto che si faccia ricorso a
una stessa denominazione indica che qualcosa di comune è rimasto, vale a dire il
carattere di validità assoluta e universale attribuito alle proposizioni che
esemplificano il concetto. E tuttavia le due prospettive divergono sulla questione della
natura di quelle stesse proposizioni. Schlick si chiede dunque perché Kant abbia
legato in un nesso così stretto i due concetti dell’a priori e del formale, arrivando alla
conclusione che questa sia stata l’unica via percorribile verso la soluzione del
dilemma da cui si genera e intorno a cui si sviluppa la Critica della ragion pura, cioè
quello di come siano possibili giudizi sintetici a priori. All’origine del capolavoro
kantiano c’è infatti la constatazione di giudizi insieme sintetici e a priori, quali sono
esemplarmente espressi nelle scienze esatte. Nel tentativo di darsene ragione Kant
riconduce quindi la loro universalità e necessità all’azione della soggettività
122
trascendentale da cui scaturiscono, cioè alla forma che sola li rende possibili .
Schlick rileva come questa soluzione possa essere insoddisfacente, ed in effetti
121 Il saggio fu pubblicato la prima volta nel “Wissenschaftlicher Jahresbericht der
Philosophischen Gesellschaft an der Universität zu Wien. Ortsgruppe Wien der Kant-Gesellschaft für
das Vereinsjahr 1930/31, Wien“, pagg. 55-65. Noi faremo riferimento alla traduzione italiana di P.
Parrini e S. Ciolli Parrini, in Forma e contenuto, Torino, Bollati Boringhieri, 1987.
122 «Tutto il lavoro compiuto nella Critica della ragion pura fu dedicato a risolvere il problema di
come ciò [l’esistenza di giudizi sintetici e tuttavia universalmente validi -ndr] fosse possibile. Egli trovò
[…] [che] la validità a priori di quei giudizi poteva spiegarsi solo nel caso che non esprimessero altro
che la forma dell’esperienza che la coscienza imprime ad ogni conoscenza.» [M. Schlick 1987, pag.
171]. 2
l’empirismo logico di cui si fa portavoce l’ha rifiutata riconoscendo la sola distinzione
123
tra proposizioni analitiche a priori e proposizione sintetiche a posteriori . Tuttavia, se
si ammettono proposizioni sintetiche a priori, il problema della loro possibilità non può
essere eluso, ed è proprio questo il rimprovero che Schlick muove a Husserl e
seguaci, trovandone una conferma indiretta nell’affermazione di Scheler secondo cui
il “πρῶτον ψεῦδος” della filosofia kantiana sarebbe quello di chiedere “che cosa può
essere dato?” anziché “che cosa
è dato?”. La fenomenologia si mostrerebbe in questo, secondo Schlick, del tutto
insensibile alla preoccupazione fondativa che tanta parte ha nel pensiero kantiano, e
tutto quello che Husserl e Scheler hanno da dire al riguardo, parlando di “evidenza” e
di “esperienza fenomenologica” non può che suonare estremamente vago e confuso
124
alle orecchie di Schlick . Per questo egli passa a interrogare direttamente le
proposizioni messe in campo dai fenomenologi come esemplificazioni di un a priori
materiale, per cercare in esse le ragioni di una tesi così impegnativa e, dal suo punto
di vista, paradossale. Si tratta allora di comprendere il senso di proposizioni come
“una macchia non può essere verde e rossa” o anche “ogni nota ha una certa
125
altezza” . Fedele al principio logico-empirista secondo cui il senso di una
proposizione consiste nel modo in cui viene normalmente impiegata, egli s’appresta
a immaginare situazioni in cui potrebbero venir pronunciate proposizioni del
123 «Noi siamo oggi dell’opinione che le proposizioni della matematica pura non sono sintetiche, e
che quelle della scienza naturale (di cui dovrebbe far parte anche la geometria, nella misura in cui è
intesa come scienza dello spazio) non sono a priori. Il nostro empirismo dichiara che non esistono altri
giudizi a priori oltre gli analitici o, come noi oggi preferiamo dire, che solo le proposizioni tautologiche
sono a priori.» [M. Schlick 1987, pag. 173].
124 «La questione del “può”, della “possibilità” in senso kantiano, non si incontra nella
fenomenologia. Ma essa non è un problema reale? Possiamo ancora chiederci in che modo la
Wesensschau ci procuri una conoscenza sintetica universalmente valida oppure dobbiamo accettare
ciò come un mero dato di fatto? Nello stesso Husserl si trovano su questo punto solo argomentazioni
sull’ “evidenza” molto oscure e assai scabrose per il grande campione della lotta allo psicologismo.» E
più avanti: «un filosofo, che credesse nell’esistenza di un a priori materiale e volesse spiegarne la
possibilità, non avrebbe del resto, per quanto posso vedere, altra via d’uscita che una trasposizione
della teoria kantiana dalla forma al contenuto della conoscenza: egli dovrebbe assumere che non
soltanto la forma della nostra conoscenza, ma anche il suo materiale deriva dalla coscienza che
conosce – poiché solo così giudizi a priori di questo tipo potrebbero divenire comprensibili. Questo
sarebbe un idealismo soggettivo di tipo fichtiano e ci si troverebbe inviluppati in una stravagante
metafisica.» [M. Schlick 1987, pagg. 172 - 173].
125 In realtà questo non può essere considerato un valido esempio di proposizione sintetica a
priori in senso husserliano andando contro il requisito della disgiunzione tra i termini connessi, come
giustamente rileva Roberto Miraglia: «[…] nota e altezza non sono parti disgiunte dato che l’altezza è
addirittura ciò che distingue le note dai rumori.» [R. Miraglia 2006, pag. 113]; e alla pagina successiva:
«naturalmente è il rapporto di disgiunzione fra le parti che permette di chiamare “sintetici” sia i giudizi
empirici sia i giudizi a priori materiali, ed è quindi in questo senso preciso che la nozione va assunta.»
In effetti l’esempio di Schlick non si trova nelle pagine della III RL, in cui si parla soltanto della non-
indipendenza tra i momenti “qualità” ed “intensità” del suono [cfr. III RL, pagg. 25, 61, 62].
3
4
126
genere . Ciò che viene fuori è che esse non sono assolutamente plausibili né nei
normali contesti comunicativi né in un contesto scientifico; ciò che le contraddistingue
127
è infatti una banalità tale da renderle superflue . Questa loro caratteristica di non
veicolare nessuna informazione o conoscenza, di essere del tutto superflue, è
assunta da Schlick come chiaro indizio di una natura formale, a priori. Assodato
questo punto resta ora da verificare quello della loro presunta natura sintetica,
secondo quanto vanno appunto affermando i fenomenologi. Qui Schlick è disposto
ad ammettere che un motivo in tal senso possa venire dagli oggetti su cui vertono
proposizioni del genere, dal fatto che si riferiscano alla realtà materiale di colori,
suoni etc.; il passo in direzione di una loro natura sintetica è però nello stesso tempo
frenato dall’assoluta banalità di cui s’è detto (e soprattutto dal senso in cui Schlick la
intende). Qual è dunque la risposta alla questione? Si tratta di proposizioni sintetiche
o di proposizioni a priori? Quest’impostazione del problema è emblematica del fatto
che, per Schlick, la possibilità di proposizioni insieme sintetiche e a priori è esclusa
per principio e che l’unica risposta possibile sia quella di includerle o nell’insieme
delle proposizioni definite indifferentemente formali, analitiche, tautologiche o a priori,
o in quello delle proposizioni ad esse contrapposte, materiali, sintetiche o a posteriori
che dir si voglia. Schlick non si risolve insomma a prendere in considerazione il
senso in cui Husserl parla di un a priori formale e di un a priori materiale, ma
semplicemente nega questo modo di vedere leggendo le proposizioni intorno a cui si
sviluppa alla luce dei propri schemi concettuali. Che così stiano le cose diventa ancor
più evidente nel seguito dell’indagine sulla natura degli esempi husserliani, quando
Schlick si pronuncia senz’altro a favore del loro carattere a priori e non sintetico
senza aver fornito alcun argomento in tal senso; non ci si può infatti sottrarre
all’impressione che Schlick neghi la tesi fenomenologica che alcune proposizioni a
128
priori siano sintetiche semplicemente sostenendo che sono a priori .
126 Ad esempio si chiede «che situazione si creerebbe se un viaggiatore ci assicurasse di aver
visto in Africa leoni di un normale color giallo, ma che queste belve erano al tempo stesso anche
perfettamente blu? Gli faremmo subito notare che ciò è impossibile; e quando egli replicasse che la
nostra incredulità sarebbe semplicemente da ricondurre al fatto che per caso non c’è mai capitato di
vedere un colore giallo e al tempo stesso blu, ciò non ci indurrebbe a cambiare minimamente la nostra
opinione.» [M. Schlick 1987, pagg. 176].
127 «[…] simili proposizioni svolgono un ruolo solo nella filosofia dei fenomenologi. Questo deve
già renderci perplessi. Non v’è dubbio che proprio quelli che fra i giudizi fenomenologici vengono
riconosciuti da tutti come veri, non vengono mai pronunciati, per esempio, nella vita quotidiana.[…] Se
qualcuno mi raccontasse che una signora indossava un abito verde, gli parrebbe sicuramente
singolare che io poi gli chiedessi: “Non era quindi rosso l’abito?”, e mi ripeterebbe: “Ma se ho detto che
era verde!” », [M. Schlick 1987, pagg. 175].
128 Leggiamo infatti: «[…] chi ha compreso il senso di una tautologia, ne ha visto al contempo la
verità; essa, pertanto, è a priori. Di una proposizione sintetica si deve anzitutto intendere il senso e
dopo stabilire se e vera o falsa; quindi essa è a posteriori.» [M. Schlick 1987, pagg. 171].
5
6
Passando attraverso una serie di casi paradigmatici, alcuni dei quali risultano
particolarmente interessanti alla luce del trattamento che potrebbero ricevere
129
all’interno del discorso fenomenologico , l’articolo arriva infine alla tesi seguente:
dietro le proposizioni che i fenomenologi prendono per sintetiche e a priori si
intravede la struttura formale del linguaggio, cioè quell’insieme di regole che
determinano l’uso e il significato dei termini in base alla loro classe di appartenenza,
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a seconda cioè che si abbia a che fare con colori, suoni, numeri o quant’altro .
Dopo aver reso il dovuto omaggio a Wittgenstein, richiaman
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