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L'attuale rivoluzione scientifica

L'attuale rivoluzione scientifica riguarda la scienza stessa. Non molti anni fa, i filosofi della scienza si interessavano alle finalità della scienza o al suo significato. Oggi ci interessiamo di più alle finalità delle finalità. Oggi ci interessiamo alla struttura logica delle nozioni che possono applicarsi a sé medesime, perché oggi si vede la necessità di inserire lo scienziato nella sua scienza. Quali potrebbero essere gli strumenti logici con i quali perseguire questo obiettivo?

Il modello di Laplace

Nel passato si riteneva che se si conoscono le regole di trasformazione è possibile prevedere gli effetti a partire da un qualunque insieme di cause. Per Pierre Simon de Laplace questo era il modello adeguato dell'universo: "Se un'intelligenza sovrumana si trovasse a conoscere la condizione presente di tutte le particelle dell'universo, nulla sarebbe incerto e il futuro e il passato sarebbero presenti alla sua mente."

Negli ultimi tre quarti del secolo scorso questo quadro è stato turbato. Il primo attacco all'idea di causalità fu lanciato da Ludwig Wittgenstein nel 1923. Egli, nel Tractatus Logico-Philosophicus, introdusse l'idea di proposizioni elementari e discusse i limiti dell'inferenza di tali proposizioni. Per esempio, afferma che da una proposizione elementare non può inferirsene un'altra, oppure che gli eventi del futuro non possono essere inferiti dal presente. La credenza del nesso causale è superstizione.

Indeterminazione e sistemi complessi

Nel 1927 Heisenberg, con il principio di indeterminazione, scoprì che l'atto di osservare un sistema è un intervento che altera i sistemi in modi che non possono essere inferiti dai risultati dell'osservazione. Ma il colpo di grazia alla causalità fu inferto dai matematici che erano affascinati dal problema della determinazione analitica delle modalità di funzionamento di un particolare computer.

L'organizzazione di queste macchine è tale per cui un programma può ricorrere a numerose subroutines a seconda della necessità di un calcolo del genere sulla base dello stato delle cose di un momento particolare del funzionamento complessivo della macchina. Nel 1957, Arthur Gill dimostrò che i sistemi non banali (macchine il cui modo di funzionamento può cambiare in conseguenza delle operazioni precedenti) sono indeterminabili analiticamente e quindi imprevedibili. Non è possibile stabilire attraverso un numero finito di esperimenti il carattere banale di un sistema che non è stato sintetizzato da noi stessi. E quindi non è possibile definire le regole di trasformazione, le leggi della sua natura e la causalità perde di significato perché non possiamo definire queste regole.

Mauro Ceruti argomenta i suoi passi attraverso il caso dell'evoluzione biologica. Nella percezione e nella discussione tradizionale di questa idea, gli esseri umani venivano eliminati attraverso il riferimento alla causalità. Mauro Ceruti invece reinserisce la nostra responsabilità nella nuova architettura della scienza, basandola non sul caso e la necessità, ma sui vincoli e sulle possibilità.

La nuova immagine del cosmo

Ilya Prigogine e Isabelle Stengers riprendono immagini talmudiche per comunicare una nuova immagine del cosmo. La figura del demiurgo riassume in sé una molteplicità di sensi, una pregnanza adeguata a rappresentare alcune essenziali mutazioni nel sapere contemporaneo. Esprime un mutamento interno agli sviluppi delle scienze della natura. All'universo dominato dagli stati dell'equilibrio si è sostituito un universo caratterizzato da stati lontani dall'equilibrio e in perenne evoluzione. Il demiurgo talmudico è una nuova metafora della condizione del soggetto produttore di conoscenza, del suo mutato modo di pensare il mondo e di mettersi in relazione con la conoscenza stessa.

L'accento si sposta dalla semplificazione alla complessità. L'armonia del tutto non è più garantita dalla preesistenza di un piano. È conquistata attraverso la disarmonia delle parti. Il XX secolo ha progressivamente sgretolato l'edificio del sapere e con esso ogni immagine cumulativa dello sviluppo delle conoscenze. L'enciclopedia è una ricognizione di percorsi, più che una sistemazione di risultati. Dobbiamo certo ordinare, sistemare in qualche modo, fissare in qualche istante il tempo del sapere, compito che diventa sempre più improbabile e impossibile perché il materiale che deve trattare è sempre più un insieme di aggregazioni in movimento, di concetti che circolano e rinascono e si trasformano lontani dal loro punto di partenza. Il problema è integrare la soggettività e l'oggettività del proprio approccio. Qualunque criterio è una questione di scelta. E la scelta è effettuata al fine di comprendere meglio una realtà sfuggente.

L'osservatore sa di portare sempre con sé il peccato originale della sua limitatezza. Ma immergersi in essa è l'unico strumento per raggiungere l'intersoggettività. Un'immagine, oggi in uso, del contesto scientifico è quella della rete di modelli. È un'immagine corretta del riorientamento di cui parlavamo, nel senso che mostra come gli approcci scientifici di tipo locale non cooperano armonicamente ad un'immagine unitaria del sapere e dell'universo, ma al contrario si intersecano, si accavallano, si ignorano, si fondono, si scindono.

Decentrazione e pluralità scientifica

È essenziale ripensare il concetto di decentrazione per rendere conto di quei fenomeni di proliferazione di incomunicabilità dei linguaggi che caratterizzano l'intera cultura del nostro tempo. Il processo di decentrazione nell'immagine del cosmo si accompagna e fa circolo con un analogo processo di decentrazione dei nostri modi di pensare tale cosmo. L'adeguatezza dei nostri modi di pensare e dei nostri linguaggi non riflette una struttura della realtà che avremmo colto sub specie aeternitatis, da un punto di vista assoluto. È sempre un'adeguatezza hic et nunc, condizionata e costruita da particolari fini e modelli dell'osservatore come pure dai particolari tagli metodologici che esso opera per accostarsi alla realtà. Se secondo le prospettive classiche il processo di progressiva decentrazione caratteristico della scienza poteva avvenire solo con la neutralizzazione del soggetto e dell'osservatore, l'epistemologia contemporanea riferisce il concetto di decentrazione a due fatti fondamentali: la proliferazione del reale in sfere di realtà differenti e la consapevolezza che questa proliferazione è sempre tradotta nel linguaggio e nella comunicazione di un osservatore.

Convergono due tematiche: la marginalità della condizione umana nel cosmo e l'esaltazione della sua autocoscienza come momento centrale dell'evoluzione stessa del cosmo. La prima si riferisce alla consapevolezza da parte di un osservatore della propria marginalità, ovvero del fatto che egli usa solo un linguaggio tra mille e anche consapevolezza del fatto che tutti gli osservatori si definiscono reciprocamente in un rapporto simmetrico e asimmetrico: simmetrico perché tutti gli osservatori condividono gli stessi vincoli naturali e culturali; asimmetrico perché la conoscenza si costituisce nell'intreccio irriducibile delle storie individuali.

Decentrazione spaziale e temporale

La progressiva decentrazione degli oggetti del discorso scientifico dal livello di realtà direttamente percepibile e manipolabile dagli esseri umani costituisce la tendenza più secolare. Si tratta in primo luogo delle decontrazioni spaziali che hanno provocato la conquista del microcosmo e del macrocosmo. Ma altrettanto importanti sono le decontrazioni temporali: è difficile tracciare una precisa linea di demarcazione tra i due processi di decentrazione, spaziale e temporale. In tutte le immagini della realtà spazio e tempo sono stati connessi. Oggi spazio e tempo sono fusi nelle equazioni relativistiche.

Scoprendo il passato, quel principio di continuità della realtà così rivoluzionato nell'osservazione microscopica ha subito rivoluzioni drammatiche. L'idea che ogni oggetto, in quanto oggetto del discorso scientifico, abbia una storia, sia sottoposto a genesi ed a evoluzione, ci appare connaturata allo spirito della nostra scienza. Eppure è un'idea che si è imposta lentamente, ma l'idea opposta è ancora oggi radicata nei nostri modi di pensiero. Non possiamo percepire un cambiamento senza uno sfondo, senza un invariante che ci faccia percepire il cambiamento. Questo vale a tutti i livelli: dai semplici esperimenti percettivi ai nostri concetti più astratti.

Douglas Hofstadter sostiene che la coerenza della nostra immagine del mondo, composta di livelli e di gerarchie, è garantita di volta in volta dalla presenza di un metalivello inviolato che si assume come sfondo, come invariante sulla quale si distaccano livelli e oggetti violati, cioè sottoposti ad un gioco di mutamento e spesso di intersecarsi. La nostra scienza ha sempre avuto a che fare con questioni di interpretazione di particolari meta livelli inviolati. Spesso si è decisa verso interpretazioni radicalmente ontologiche, pregiudicando il suo futuro in maniera troppo netta. Il concetto di legge proprio della scienza moderna mostra in sé l'ambiguità cui è difficile sfuggire in ogni strategia di fondazione. In quanto volta ad unificare sfere di realtà diverse, tale strategia ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di decentrazione sviluppato dalla scienza moderna.

Unificazione e decentrazione

La vecchia dicotomia tra mondo sublunare e sfere celesti poté venir superata solo con la dinamica newtoniana. E questa capacità unificatrice fu proprio uno dei motivi che resero la dinamica newtoniana un modello per lo sviluppo di tutte le scienze, comprese quelle del vivente. Il mutamento degli oggetti e la permanenza e la necessità delle regole che li governano hanno costituito un binomio che ha consentito alla conoscenza scientifica di conquistare non solo vastissime aree dell'universo, ma anche vastissime aree del suo divenire.

Lo sfondo, il meta livello inviolato dipende dall'universo di discorso adottato, dipende quindi anche dalla nostra collocazione nello spazio e nel tempo, dalle nostre scelte e dai nostri progetti. Lo sfondo viene visto come costruito piuttosto che come dato.

La letteratura scientifica e filosofica negli anni ha posto sempre più chiaramente in primo piano l'intrinseca interdipendenza delle nozioni di oggetto e di sistema rispetto all'osservazione e al soggetto. Una tale prospettiva viene estesa anche alle leggi, alle regole. Ciò significa affermare un'immagine dell'universo in cui esiste una pluralità di rapporti di determinazione reciproca. Il reinserimento del soggetto e dell'osservatore nel tessuto delle conoscenze e una nuova interpretazione delle leggi di natura convergono nel prospettare un mutamento epistemologico nel pensiero scientifico che possiamo definire come passaggio da una scienza della necessità a una scienza del gioco.

Il passaggio alla scienza del gioco

Questo passaggio si delinea nel nuovo atteggiamento assunto dalla scienza rispetto a questioni quali il rapporto tra il generale e il particolare. La scienza classica affrontava questi problemi ponendo a proprio oggetto quasi esclusivamente le regolarità e le invarianze. In ciò trovava le sue radici la convinzione di poter effettuare previsioni certe e univoche.

Parlare di gioco per descrivere i processi evolutivi e storici dei sistemi naturali e sociali è indice di una maggior consapevolezza circa i meccanismi che presiedono alla storia della natura. La natura e la storia giocano sempre giochi interessanti, cioè giochi che non posseggono una strategia necessariamente vincente elaborata all'inizio. Il decorso del gioco avviene sempre nell'interazione e tramite l'interazione tra le regole poste come vincoli e come costitutive del gioco, il caso e la contingenza di particolari eventi e particolari scelte e le strategie dei giocatori volte a utilizzare le regole e il caso per costruire nuovi scenari e nuove possibilità.

La legge, quale espressione di vincoli, definisce, relativamente a determinate condizioni, i limiti del possibile. Ma non limita semplicemente i possibili, il vincolo è anche opportunità.

Vincolo e possibilità possono essere subordinati secondo un rapporto gerarchico preciso. La possibilità si costruisce sulla base del vincolo, ma non necessariamente è da questo deducibile. Bisogna chiedersi a questo punto se una visione statica del rapporto tra vincolo e possibilità non sia per molti universi di discorso non operativa, se non decisamente falsa. Questo perché è manifesto che su determinate scale temporali certi vincoli mutano e a fortiori mutano gli insiemi di possibilità in qualche modo ad essi connessi.

Per esempio, la composizione chimica della nostra atmosfera che, oggi indispensabile alla vita, avrebbe stroncato, in quanto tossica, le forme di vita primigenie ipotizzate. La vita attuale deriva dallo sviluppo di organismi aerobici che hanno trasformato l'atmosfera primigenia rendendola quella attuale. Il punto problematico è dedurre, da ciò, che nei vincoli iniziali fossero contenute tutte le possibilità, una volta che gli organismi aerobici fossero diventati prevalenti. È quantomeno dubbio un suo effettivo valore operativo ed euristico.

La prospettiva alternativa che si può delineare è quella di un rapporto costruttivo, circolare e vicariante tra vincolo e possibilità, in cui le forme sempre diverse assunte da questo rapporto indicano le grandi tappe storiche effettivamente realizzate. La natura, il possibile e il necessario hanno una storia. Come in ogni controversia, le alternative in gioco producono una serie di domande parziali che sono controllabili sulla base di taluni sviluppi delle scienze. Queste domande parziali hanno un'influenza decisiva sul futuro dei programmi in gioco. Ma l'hanno nel senso di dettare traiettorie possibili per la loro riformulazione. La questione dell'interpretazione di una formula quale "il vincolo e la possibilità" è un luogo privilegiato per mostrare la complessità dell'intreccio tra scienza, filosofia e senso comune.

Incertezza e interazione

L'incertezza dell'universo è il risultato di un affinamento nella conoscenza delle leggi della natura e della natura delle leggi. Ogni indagine sulla storia della natura diventa anche un'indagine sulla natura della storia. La storia appare caratterizzata da una molteplicità irriducibile di tempi, ritmi, decorsi evolutivi che variamente si completano o si contrappongono. Venuta meno ogni prospettiva di traduzione e di unificazione in un metalinguaggio neutro, è proprio la radicale reintegrazione del punto di vista, dell'osservatore nelle sue proprie descrizioni, a diventare il criterio di riferimento per ogni processo di comunicazione e di costruzione delle conoscenze.

Ambivalenza del moderno

Che ne è della tradizione moderna

I dibattiti degli ultimi anni sulla natura e sulle direzioni di sviluppo del sapere contemporaneo hanno posto in primo piano una serie di interrogativi sulle nozioni di rottura epistemologica, di continuità e discontinuità. L'immagine di una scienza nuova in contrapposizione a quella classica è stata interpretata da molti nei termini di una nuova radicale rottura epistemologica che collocherebbe la condizione del sapere contemporaneo nel suo insieme come già al di là e al di fuori della tradizione moderna.

Il problema non è identificare la grande discontinuità. Si tratta piuttosto di identificare le costruzioni, le decostruzioni e le ricostruzioni dei modi di pensare, delle strategie di ordinamento del sapere. Dietro alle tradizioni si hanno profondi contrasti tra visioni del mondo incompatibili. Una tradizione risulta sempre da un'operazione di interpretazione, da un privilegiamento di certi fatti a scapito di altri. Ciò rimanda al riconoscimento del carattere composito e sincretico dei sistemi di idee che prevalgono in un particolare punto di vista o in un particolare momento storico. Le tradizioni si sviluppano in virtù della composizione, ricombinazione e scomposizione di differenti principi.

Divagazione preliminare sull'ecologia delle idee

Le conoscenze acquisite tendono a presentarsi come sistemi di idee riunite da precise gerarchie e interazioni. Il concetto moderno di teoria scientifica è derivato da un'esigenza di ordine e di gerarchizzazione all'interno di un sistema di idee. Il dibattito epistemologico ha posto in chiaro come molte gerarchie fossero troppo semplificanti. Né una teoria scientifica né una concezione filosofica possono essere considerate sistemi in senso armonico. La disarmonia, la discordia e il contrasto sono loro momenti costitutivi.

Il pensiero scientifico appare una congerie di ipotesi ad hoc, di ragionamenti analogici, la cui unicità e la cui coerenza risultano legate dalla pratica e all'itinerario individuale del soggetto che li utilizza. Il riconoscimento della pluralità delle componenti del pensiero scientifico è oggi un'acquisizione irreversibile, anche in ambito epistemologico. Le nozioni di "paradigma" (Kuhn) e di "programma di ricerca" (Lakatos) nascono da questa consapevolezza e hanno contribuito ad un ampliamento delle matrici, ma molte immagini del sapere derivate da queste nozioni sono monocentriche e tendono a rileggere lo sviluppo di un particolare programma o paradigma come "storia di una sola idea".

Per Lakatos un programma di ricerca è caratterizzato dalla persistenza di un medesimo nucleo centrale e sono solo le varie cinture protettive a fare la differenza. Se questo punto di vista è utile per ricostruire alcuni aspetti della storia delle idee non è l'unico. Il farsi delle idee è polifonico, policentrico all'interno di ogni tradizione e di ogni programma. Ed è policentrico anche in ogni individuo. Ogni soggetto...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/02 Logica e filosofia della scienza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giuly.belo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della scienza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Arpaia Salvatore Roberto.
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