Introduzione alla filosofia della scienza
Cap 1 - Che cos'è la filosofia della scienza?
1. Questioni terminologiche
Nella letteratura filosofica locuzioni come “gnoseologia”, “teoria della conoscenza”, “epistemologia” e “filosofia della scienza” sono usate in diverse combinazioni e in maniera interscambiabile, intendendole come sinonimi o altre volte sono invece differenziate, e si attribuisce ad esse un campo di indagine peculiare, autonomo rispetto alla riflessione scientifica. Il termine con il quale più spesso viene definita la filosofia della scienza è quello di epistemologia. Usato per la prima volta da Ferrier nell’800, stava ad indicare una delle due parti fondamentali della filosofia (l’altra costituita dalla metafisica). Il termine veniva inteso da Ferrier come sinonimo di “teoria della conoscenza”; in particolare della conoscenza scientifica. (Nel ‘900 assumerà i più diversi significati).
In Italia e in Francia, l’epistemologia viene assimilata alla “filosofia della scienza”, anche se i due termini non sono equivalenti, vengono usati come sinonimi. Con il termine epistemologia si indica quella branca della teoria generale della conoscenza che si occupa di problemi quali i fondamenti, la natura, i limiti e le condizioni di validità del sapere scientifico.
Essa è dunque concepita come una teoria della scienza che riconosce l’esemplarità del sapere positivo e si propone di analizzarne metodi e strutture. In Inghilterra, l’epistemologia viene assimilata alla “teoria della conoscenza”, che distinta dalla filosofia della scienza si occupa della natura e degli scopi della conoscenza, dei suoi presupposti e delle sue basi.
2. L'epistemologia come teoria della conoscenza
Nell’accezione anglosassone, l’epistemologia tradizionale, intesa come teoria della conoscenza, cerca di rispondere a si quesiti mediante la riflessione su casi possibili:
- Che cos’è la conoscenza? R: La conoscenza sia definibile come credenza vera giustificata.
- Come dovremmo arrivare ad essa? R: Per mezzo dei filosofi che indicano i criteri da seguire per pervenire alla conoscenza.
- Come ci arriviamo? R: È compito degli psicologi indicare il modo in cui gli individui si comportano nel procurarsi le loro conoscenze.
- I processi con cui ci arriviamo sono i medesimi di quelli con cui dovremmo arrivarci? R: Per rispondere è sufficiente comparare le risposte al quesito 2 con quelle al quesito 3.
La concezione tradizionale dell’epistemologia ritiene che la conoscenza sia definibile come credenza vera giustificata:
- Credenza (belief) = consiste in uno stato psicologico del soggetto che possiede certe idee;
- Vera = perché queste credenze non possono essere il frutto della fantasia ma devono avere un riscontro nella realtà;
- Giustificata = giacché è necessario esibire delle ragioni per ritenere le nostre conoscenze vere.
L’epistemologia rivendica una priorità concettuale e metodologica sulla scienza e assume il carattere di una disciplina normativa, poiché contiene delle norme sul modo in cui si debbono condurre le nostre attività cognitive per ottenere una conoscenza vera e giustificata. Questa prospettiva si chiama Fondazionalistica perché compito dell’epistemologia è fornire alla scienza una base sicura delle credenze indubitabili e fondamento di tutte le altre su cui costruire l’intera conoscenza scientifica. Lo scienziato deve quindi chiedere la garanzia di autenticità dei propri risultati all’epistemologo, che gli rilascerebbe una sorta di certificato attestante il loro carattere di fondata o giustificata conoscenza.
Il filosofo, cui spetta il compito della riflessione epistemologica, ambisce alla fondazione della conoscenza scientifica (vista come specificazione della conoscenza in generale) facendo ricorso alla filosofia che trae le proprie argomentazioni e tesi dalla generale capacità razionale umana. Pertanto, l’epistemologia viene intesa come filosofia fondamentale e si pone in perfetta continuità con il problema gnoseologico. Cartesio intendeva l’epistemologia come branca autonoma della filosofia.
3. La filosofia della scienza come disciplina autonoma
Coloro che assimilano l’epistemologia alla filosofia della scienza intendono quest’ultima come autonoma dalla gnoseologia e dalla teoria della conoscenza, assegnandole precisi compiti e ambiti. La Filosofia della Scienza ha il compito di affrontare e descrivere il proprio oggetto (le scienze stesse) dal punto di vista metodologico e critico, con lo scopo di ricostruire in modo razionale i metodi impiegati dalla scienza. In questo essa viene considerata un’attività riflessa: le leggi e le teorie alle quali perviene sono il dato di partenza per arrivare a delle considerazioni sul modo di procedere degli scienziati, sulla natura delle loro asserzioni e sul metodo da essi adoperato. Ci si riferisce alla filosofia della scienza anche con il nome di “metascienza” o di “scienza della scienza”.
In tal modo, l’epistemologia rivendica un’autonomia disciplinare e scientifica rispetto alla teoria della conoscenza.
La nascita del Circolo di Vienna
L’esordio dell’epistemologia contemporanea coincide con le attività dei filosofi vicini al Circolo di Vienna, fondato da Schlick nel 1929, grazie al quale la filosofia della scienza tende ad avere una fisionomia autonoma. Nell’epistemologia si tende a vedere sempre più lo studio di quel particolare tipo di conoscenza che viene incarnato nella scienza. Si assume che la scienza è la forma conoscitiva per eccellenza, sicché compito del filosofo è capire la struttura e il modus operanti, senza pretendere di prevaricarla e influenzarla nei suoi contenuti specifici. Si credeva che scoperto il segreto che rende la scienza conoscitivamente efficace lo si potesse applicare a tutti gli altri ambiti dell’attività umana.
In tal modo il rapporto veniva capovolto: non era la gnoseologia a erigersi a giudice della scienza, ma l’epistemologia a giudicare ogni pretesa conoscitiva diversa da quella incarnata nella scienza.
Il nuovo modo in cui viene intesa l’epistemologia o teoria della conoscenza segna una svolta decisiva per liberare la filosofia della scienza da alcuni dei caratteri posseduti dalla vecchia epistemologia:
- Si tende a distinguere nettamente scienza e metafisica, razionalità logico-analitica e razionalità storico-dialettica.
- Vengono posti in secondo piano gli aspetti fondazionistici che gli pervenivano dalla tradizione della vecchia gnoseologia.
- Con maggiore chiarezza ci si pone su un piano di analisi alternativo a quello fondazionalista.
Sono queste le ragioni che ci hanno portato ad indicare nell'elaborazione teorica del Circolo di Vienna la nascita della vera e propria epistemologia nel senso odierno, distinta dalla gnoseologia o teoria della conoscenza, ovvero come vera e propria filosofia della scienza.
Il problema di fondo è la differenza tra descrittività e normatività: se si propende per un approccio normativo al problema della conoscenza, ci si pone nel campo della tradizionale epistemologia. Se si opta per un approccio descrittivo, si prende come punto di partenza la conoscenza e ci si pone sul piano della filosofia della scienza. L’impostazione antifondazionalista non può che presupporre un modo particolare di concepire l’epistemologia simile a quello che è stato il modo di intendere la filosofia della scienza. La scienza è conoscenza poiché applica il metodo scientifico. Allora ogni altra disciplina deve applicarlo se vuole essere anche conoscenza. Un passaggio dall’essere al dovere essere, dal fatto alla norma.
Il Circolo di Vienna nasceva per influenza delle idee di Russell e Wittgenstein, ma anche sulla scia della filosofia della scienza di Mach, e dava luogo negli anni Venti del Novecento a un movimento filosofico noto come neopositivismo. Nelle analisi dei neopositivisti, la filosofia si trasforma in attività chiarificatrice del linguaggio inteso esclusivamente come linguaggio scientifico e persegue l’obiettivo di sostituire alle espressioni ambigue del linguaggio ordinario un linguaggio simbolico preciso. Negli stessi anni, Popper intende l’epistemologia come teoria generale del metodo delle scienze empiriche, sostenendo che ogni scienza deve giustificare da sé le sue asserzioni e i fondamenti della propria conoscenza.
4. Alle origini della filosofia della scienza
Agli inizi del '900 divenne parola d’ordine per molti scienziati e filosofi, l’esigenza di rifondare la filosofia in modo da renderla scientifica. Si forma così una sempre più insistente campagna in favore della filosofia scientifica, il cui programma può assumere tre diversi significati:
- La scienza è il fondamento della filosofia che ha il compito di trarre le conclusioni generali dai risultati ottenuti dalle diverse scienze empiriche. La filosofia viene intesa come una riflessione filosofica sulla scienza che si preoccupa di estendere risultati al di là del loro ambito specialistico.
- La scienza è l'oggetto della filosofia, la quale è teoria della scienza, indagine sulle sue assunzioni, finalità e metodi. La filosofia è intesa come metascienza ed è privata di un proprio oggetto autonomo di indagine.
- La scienza deve costituire il modello della filosofia, la quale deve risolvere i suoi problemi secondo gli stessi metodi e criteri, in base alle stesse esigenze di precisione, fatte proprie delle scienze particolari. Ovvero la filosofia scientifica in senso stretto, avendo un proprio oggetto diverso dalla scienza e quindi in grado di portare ad una conoscenza diversa.
È solo nella seconda accezione che il programma della filosofia scientifica si trasforma in filosofia della scienza in senso proprio. La filosofia scientifica viene fatta iniziare nel 1874 quando Brentano ottenne la cattedra di filosofia a Vienna. Il suo insegnamento ebbe grande influenza nella vita culturale austriaca. Per Brentano e i suoi allievi, la filosofia scientifica significava filosofia rigorosa ed esatta, chiara e fondata sull’esperienza. Nello stesso periodo anche in Inghilterra la filosofia assume il medesimo significato.
Tuttavia, a Vienna, all’inizio del ‘900, non vi era solo la scuola di Brentano, infatti, a partire dal 1907 si riuniscono coloro che andranno a far parte del Circolo di Vienna, particolarmente interessato alla nuova immagine di scienza nata dopo il declino del paradigma meccanicistico dell’800. Nel 1907 inizia a riunirsi un gruppo di amici accomunati dallo stesso modo di vedere la filosofia e la scienza. Il problema centrale del loro interessi era: come è possibile evitare le ambiguità e le oscurità tradizionali della filosofia? Come si può realizzare un accostamento tra filosofia e scienza? Con il termine scienza essi si riferivano non solo alle scienze naturali ma anche alle discipline sociali e umanistiche.
Questo gruppo era interessato alla nuova immagine di scienza che si andava delineando in seguito al declino del paradigma meccanicistico ottocentesco e che faceva parlare di crisi della scienza. Questi studiosi (Poincaré, Duhem, Rey, Mach) formarono il primo nucleo del Circolo di Vienna, la sua prima generazione. Intanto vi era stata la prima guerra mondiale con lo smembramento dell'impero asburgico e la creazione di nuove entità nazionali. Ciò incide nello sviluppo della filosofia scientifica austriaca. L'unità della tradizione filosofica del circolo di Vienna si perde con la fine dell'unità geografica e politica dell'impero Austro-Ungarico dopo la prima guerra mondiale.
Nel dopoguerra gli studiosi del circolo di Vienna (nella sua configurazione matura che si ha dopo la venuta a Vienna di Schlick) nel 1922 non condivisero il programma di Brentano, e lo innestarono con influenze ed esigenze che ne trasformarono i connotati, specie in dedizione del rifiuto dello psicologismo, che invece era stato alla base del programma di Brentano, sul quale esso voleva edificare la teoria della conoscenza e le stesse scienze empiriche. Ma la trasformazione più importante fu l'abbandono del programma della filosofia scientifica nella terza accezione, cioè delle scienze come modello della filosofia in favore di una concezione della filosofia intesa come metascienza e trasformata in filosofia della scienza.
Proprio ora avviene il passaggio dalla teoria della conoscenza tradizionale alla filosofia della scienza. Decisivo fu l'insegnamento di Wittgenstein grazie al quale la filosofia giunge a un punto di svolta. Essa viene intesa come una mera attività di chiarimento delle idee, un sistema di atti tesi a chiarire il senso degli enunciati laddove la verità di questi è demandata solo alla scienza. La filosofia non è conoscenza ed è quindi impossibile pensare di scientificizzarla.
La filosofia della scienza finisce per privilegiare uno dei tre connotati attribuiti alla filosofia scientifica: quello che fa della scienza l'oggetto della filosofia, si propone quindi come teoria della scienza, senza dimenticare mai l'ambizione di assumere un ruolo normativo nei confronti della filosofia, volto ad ammaestrare la filosofia sulla vera conoscenza e sul distinto metodo con cui pervenire ad autentiche conoscenze.
Cap 2 - Le trasformazioni della scienza tra ‘800 e ‘900
1. Il mondo secondo Laplace
La sistemazione del newtonianismo con Laplace
Laplace coltivò sempre l’idea di scienza come conoscenza per eccellenza, contrapponendola alla filosofia tradizionale e caratterizzata per il fatto di utilizzare il metodo induttivo, l’unico che assicura conoscenza e progresso. Egli elabora, perfeziona ed estende la scienza newtoniana, cercando di risolvere le difficoltà applicative nei vari campi dell’esperienza.
Il sistema del mondo
Egli edifica un "sistema del mondo" in cui cerca di coniugare visione meccanicistica e deterministica del reale, consapevole dei limiti della conoscenza umana.
La metafora dell'intelligenza divina
La visione che Laplace ha del reale viene resa da una sua celebre metafora: “Dobbiamo raffigurarci lo stato presente dell’universo come l’effetto del suo stato anteriore e come la causa di quello che seguirà…Un’intelligenza che per un dato istante conoscesse tutte le forze da cui la natura è animata… abbraccerebbe in un’unica e medesima formula i movimenti dei più grandi corpi dell’universo: niente sarebbe incerto per essa, e l’avvenire, come il passato, sarebbe presente ai suoi occhi.”
I caratteri della concezione di Laplace
Egli aveva l’idea illuministica di una sostanziale unitarietà e semplicità dell’universo costituito da parti tra loro strettamente interconnesse. Questa visione meccanicistica esprime una concezione della scienza riduzionistica, secondo la quale esiste una scienza fondamentale in cui i concetti devono consentire di ottenere i concetti base delle altre scienze e i cui principi o leggi devono consentire di ottenere, grazie ad opportune dimostrazioni, i principi base delle altre scienze.
Si esprime anche una concezione deterministica secondo cui, secondo Laplace, la conoscenza esatta dello stato iniziale di un certo sistema fisico è sufficiente per prevedere con certezza il suo futuro, ne segue che lo stato futuro di un sistema è completamente determinato dal suo stato presente.
Alla base dell’impostazione riduzionistica stava la convinzione che il mondo microscopico fosse più semplice di quello macroscopico: per comprendere quest’ultimo è sufficiente scomporre i sistemi complessi in modo da trovare le loro componenti semplici, governate dalle tradizionali leggi della meccanica. Fatto ciò, si pensava fosse possibile formulare una espressione matematica (lagrangiana), grazie alla quale ricavare le equazioni dinamiche che descrivono il divenire del sistema. Nella concezione di Laplace il mondo non è che un enorme sistema meccanico. Ogni fenomeno può essere espresso o descritto mediante assegnate funzioni delle coordinate lagrangiane. Non vi è nulla di contingente o storico nel mondo di Laplace, se non lo stato dell’universo in un qualunque istante prefissato.
Il calcolo delle probabilità come rimedio alla limitatezza della conoscenza umana
L’ipotesi della intelligenza infinita mette in luce chiaramente che la perfetta conoscenza dello stato iniziale da cui evolve il sistema non è per nulla realistico: l’uomo non potrà mai ottenere questa infinita precisione delle misure, concernenti le posizioni iniziali in cui si trovano tutte le componenti dell’universo. Secondo Laplace l’avvicinarsi al vero è un processo infinito e l’uomo resterà sempre infinitamente lontano dalla conoscenza completa, pur allontanandosi sempre di più dall’ignoranza e dalle barbarie. Questo scarto sempre esistente tra la verità e la nostra conoscenza, tra il mondo fisico e quello oggettivo giustifica per Laplace il calcolo delle probabilità.
Es: Consideriamo una puntata al tavolo della roulette: non siamo in grado di calcolare dove la pallina andrà a finire, in quanto per fare ciò dovremmo conoscere con infinita precisione tutte le particolarità del tavolo. Ma non siamo in grado di avere tale conoscenza. Ecco allora che viene in soccorso della nostra ignoranza il calcolo delle probabilità permettendoci di prevedere che ad es. il rosso ha una certa probabilità di uscire ecc. Il calcolo delle probabilità ci mette in grado di effettuare delle scelte razionali in situazioni di incertezza che permettono di porre una pezza alla nostra ignoranza, in modo da poter massimizzare le nostre vincite e minimizzare le perdite. Il determinismo meccanicistico non viene inficiato ma solo completato mediante l’ipotesi della limitatezza della nostra conoscenza: negata all’uomo la possibilità della onniscienza (propria a Dio) resta uno spazio enorme.
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