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Significato e condizioni di verità

Wittgenstein: comprendere una proposizione

Wittgenstein afferma che comprendere una proposizione vuol dire sapere cosa accada se essa è vera. Questa tesi può essere sostenuta considerando che usiamo il linguaggio per descrivere la realtà, e comprendiamo una proposizione solo nella misura in cui sappiamo come essa possa contribuire a tale scopo.

Conoscere le condizioni di verità

Per comprendere una proposizione, dobbiamo sapere come deve essere fatto il mondo affinché la proposizione sia vera ("che cosa accade se la proposizione è vera"). Bisogna conoscere le sue condizioni di verità.

Attenzione: conoscere le condizioni di verità di una proposizione è molto diverso dal sapere se essa sia, di fatto, vera o falsa, e bisogna stare attenti a non confondere le due cose.

Mi spiego: io non so se la proposizione "L’uomo più alto del mondo è bruno" sia vera o falsa, ma ne conosco le condizioni di verità: so che essa è vera se un uomo bruno di capelli è il più alto del mondo, so che è falsa se ad esserlo è un biondo.

Attenzione: conoscere le condizioni di verità di una proposizione non equivale a sapere come si fa in pratica a stabilire se essa è vera.

Mi spiego: il significato di "La luna ha un diametro superiore ai tremila chilometri" non necessita che io sappia come si calcola il diametro della terra, basta che io sappia riconoscere quando essa è vera o è falsa.

La tesi Wittgensteiniana appare senza dubbio ragionevole. Conseguenza che alcuni ne traggono: che una teoria del significato debba essere, ammesso che la si possa elaborare, imperniata proprio sulla nozione di verità.

Obiezioni alla teoria del significato basata sulla verità

Obiezione 1

Esistono espressioni che, pur essendo dotate di significato, non sono enunciati, e alle quali, di conseguenza, non sono sensatamente attribuibili condizioni di verità.

ES. Espressioni sintattiche che non sono frasi complete: "Tutti gli studenti che hanno superato la prova". Come facciamo in questi casi a parlare di condizioni di verità? Quando può essere vera e quando falsa?

ES. Frasi complete come le interrogative e le imperative: "dove è l’ombrello?", "Mi porti il conto!". C’è forse qualcosa che può essere definito come vero o falso? Non sembra.

Sembra pertanto impossibile che sulla nozione di verità si possa fondare tutta quanta una teoria del significato.

Risposta 1

La nozione di verità, anche se non possa essere l’unica nozione di una teoria del significato, resta comunque la nozione centrale.

ES. Il caso delle parole singole: servono per costruire frasi complete, e non hanno altro uso all’infuori di questo. Per determinare se un enunciato è vero o falso, ho bisogno di conoscere le determinate proprietà di ogni singola parola di cui è composto, perciò fare appello alla nozione di verità di ogni singola parola.

ES. Il caso delle frasi complete che non sono enunciati: la nostra capacità di capire e di usare correttamente frasi interrogative e imperative dipende dal che ci si sappia servire degli enunciati come di sequenze di simboli provviste di condizioni di verità. "Andrea è astemio?" questa frase corrisponde chiaramente all’enunciato "Andrea è astemio". Rispondere "sì" alla domanda equivale a dire che l’enunciato è vero, mentre rispondere "no" equivale a dire che è falso.

Obiezione 2

La nozione di condizione di verità non è sufficiente neppure per un’analisi adeguata del significato degli enunciati.

ES. Concentrando l’attenzione sulle condizioni di verità, si privilegia uno solo degli scopi cui il linguaggio può essere adibito: la trasmissione di informazioni su come è fatto il mondo. Però, oltre che per trasmettere informazioni, un individuo può formulare enunciati per altri fini: per mostrarsi spiritoso o per fare addormentare il proprio bambino, per esempio. In questi casi, che gli enunciati siano veri o falsi ha un’importanza nulla.

ES. Anche dal punto di vista informativo si possono intuire delle complicazioni. Fornire un’informazione non può mai ridursi al proferire enunciati in modo casuale e disconnesso: dobbiamo sempre tenere conto della situazione in cui ci troviamo e delle informazioni che i nostri interlocutori possiedono (perciò non basta la condizione di verità dell’enunciato per capirlo).

Le condizioni di verità degli enunciati sono concepite di solito come qualcosa di relativamente fisso e stabile, e se il contenuto informativo dipendesse dalle condizioni di verità, ne consegue che anch’esso dovrebbe essere stabile.

Ma: "c’è un'auto ferma davanti al portone" ha per caso un significato stabile? No. Potremmo infatti voler dire diverse cose!

Ora: - O si respinge la nozione di condizione di verità. - O si ammette che gli enunciati hanno condizioni di verità corrispondenti al solo significato "letterale", e che questo è insufficiente per afferrare ciò che l’enunciato vuole dire.

Risposta 2

La distinzione tra semantica e pragmatica risale a Charles Morris.

  • La semantica si occupa del significato dei segni.
  • La pragmatica di ciò che con i segni si può fare, dei loro impieghi concreti.

L’obiezione 2 confonde le due discipline: gli usi di enunciati in cui le relative condizioni di verità contano ben poco sono di competenza della pragmatica.

Integrazione alla risposta 2

  • Né il filosofo del linguaggio né il linguista sono tenuti a rendere conto di tutti gli usi possibili del linguaggio (ci sono certi usi contingenti, secondari e accessori di cui non si occuperà mai nemmeno la pragmatica).
  • Non solo è legittimo distinguere la semantica e la pragmatica, ma la pragmatica presuppone la semantica: è un errore ritenere che a volte il significato letterale perda qualsiasi rilevanza; in questi casi noi siamo in grado di comprendere il significato "secondario" solo perché ne conosciamo il significato letterale!

Frege

(Frege ha contribuito più di chiunque altro alla nascita della logica moderna; secondo alcuni fu anche il primo filosofo analitico.)

Il linguaggio artificiale

Nei confronti del linguaggio ordinario Frege professava una spiccata diffidenza; da qui il linguaggio artificiale da lui elaborato per poter formulare in modo rigoroso le dimostrazioni matematiche. L'ideografia fu escogitata proprio per evitare le insidie, reali o presunte, del linguaggio ordinario: per lui il modo migliore per "spezzare il dominio della parola sullo spirito umano" era cercare di capire come le parole funzionino. Così, a mo' di risposta, elaborò la teoria semantica.

Sinn e Bedeutung

Sinn: senso

Bedeutung: significato

La loro distinzione ha per Frege un’importanza fondamentale. Perché?

I termini singolari

  • Nome propri (Galileo Galilei, Luca Borleri).
    Bedeutung: è l’oggetto di cui N è nome (Aristotele in carne ed ossa).
    Sinn: un certo modo di essere dato del significato del termine singolare (un nome proprio è in realtà un’abbreviazione di una descrizione definita e il senso di tale descrizione è il senso del nome proprio).
  • Descrizioni definite (Lo scopritore dei satelliti di Giove, il mio datore di lavoro).
    Bedeutung: è l’oggetto che D descrive (il mio datore di lavoro in carne ed ossa).
    Sinn: un certo modo di essere dato del significato del termine singolare (Lo scopritore dei Satelliti di Giove; induco l’ascoltatore sul particolare della scoperta dei satelliti di Giove. L’autore del Nuncius; focalizzo l’attenzione del lettore su questa specifica proprietà del Galileo in carne ed ossa).

Attenzione: per Frege, il senso di un termine singolare non va confuso con le rappresentazioni, ovvero le immagini e le sensazioni che evocano in noi le parole: la condivisibilità intersoggettiva del senso va salvaguardata.

Precisazioni

  • Non è del tutto esatto affermare che ogni senso determina un significato.
    • ES. "La cabina telefonica in cima al Cervino"
    • ES. "il più grande numero dispari"
    • ES. "l’autore dei gol di Milan-Juventus 1-1"; Ma i gol sono stati segnati ovviamente da due giocatori diversi.
  • Vi sono allora due significati? No. Uno dei principi cardine della semantica di Frege è che a ciascun senso può corrispondere al massimo un solo significato. Tutte e tre le frasi d’esempio non hanno significato.
  • L’impossibilità che ad un singolo senso corrispondano più significati diversi non contrasta con il fatto che a sensi diversi può corrispondere uno stesso significato? Non per Frege.
    • Es. (1) "Espero è identico a Espero"
    • (2) "Espero è identico a Fosforo"
    • "Espero" e "Fosforo", pur avendo lo stesso significato, hanno però sensi differenti. Per tradizione infatti, il senso di "Espero" caratterizza Venere come il corpo celeste visibile la sera in quella certa parte del cielo, e il senso di "Fosforo", rappresenta al contrario Venere come il corpo celeste visibile la mattina in quell’altra parte di cielo.

Gli enunciati

Sinn: è il pensiero che esso esprime.

Alcuni punti fondamentali:

  • I pensieri sono caratterizzati dall’essere veri o falsi (salvo alcune eccezioni), ma solo derivatamente. Cioè, un enunciato può essere vero o falso solo in quanto esprime un pensiero vero o falso. E il valore di verità di un pensiero è qualcosa di oggettivo e stabile, sottolinea Frege.
    • ES. "Io sono piemontese" proferito da un individuo A, ha un valore di verità stabile: chiunque chi sia A, se A è piemontese lo resta per sempre, e se non lo è non può diventarlo.
  • Il concetto di pensiero: non l’atto soggettivo del pensare, ma il suo contenuto oggettivo. Mentre le rappresentazioni sono sempre rappresentazioni di qualcuno, hanno per così dire sempre bisogno di un portatore, i pensieri invece sussistono autonomamente.
  • Gli atti mentali: ve ne sono due tipi
    • L’afferrare
    • Il giudicare
  • L’atto del giudicare presuppone l’afferrare, ma non viceversa.

Bedeutung: è il suo valore di verità (cioè, il valore di verità del pensiero che esso esprime).

Il vero e il falso sono due oggetti per Frege, e gli enunciati sono i nomi propri dell’uno o dell’altro.

Il ragionamento di Frege

Noi abbiamo bisogno di assumere che alle nostre parole corrispondano elementi della realtà extralinguistica perché ciò che ci interessa è il valore di verità delle nostre proposizioni. E le cose devono avere un nome perché delle cose noi vogliamo parlare.

  • La relazione che lega un nome proprio all’oggetto nominato appartiene, per così dire, al medesimo livello di analisi semantica cui appartengono l’essere vero o falso degli enunciati.
  • La nozione di verità ha un ruolo prioritario. Il correlare parole e cose non ha altro scopo se non quello di ancorare il linguaggio alla realtà in modo tale che gli enunciati possano avere un valore di verità magari sconosciuto, ma comunque ben definito.

Per Frege, la nozione di verità è la nozione semantica fondamentale. Comunque, Frege ha intuito la possibilità di fare della nozione di verità la nozione cardine di una teoria semantica, ma il merito di avere articolato in forma chiara ed esplicita la nozione di condizione di verità va tutto a Wittgenstein e il suo Tractatus.

I predicati

Espressioni che, combinate con un termine singolare, producono un enunciato.

ES. "Essere rosso"; "correre"; "amare Maria"

Bedeutung: è un concetto, una funzione i cui valori sono valori di verità.

Ora, si chiami "estensione" di un predicato l’insieme di tutti gli oggetti cui il predicato si applica veridicamente (l’estensione dell’Essere rosso sarà l’insieme di tutte le cose rosse).

  • Avremo che il significato di un predicato: è la funzione F tale che, per ogni oggetto X, F(X) = il vero. ES. il significato di "essere rosso" è la funzione R tale che, per ogni oggetto x, R(X) = il vero se e solo se X è rosso, falso il contrario.

Differenza tra funzione e oggetto

  • Le funzioni sono entità di statuto diverso da quello degli oggetti: l’oggetto è un’entità in per sé stessa completa, mentre la funzione di per sé sola è incompleta, insatura. Il completamento ha luogo quando la funzione è applicata ad un argomento, con la conseguente produzione di un valore.
  • Ma allora, come mai Frege, invece di identificare il significato di un predicato con la sua estensione, lo identifica con il concetto corrispondente? Il motivo è che Frege vuole che il valore di verità sia ottenibile combinando insieme i significati delle espressioni che figurano in esso, e se il significato del predicato fosse anch’esso un oggetto come si potrebbe combinare con l’oggetto del nome?

Principio di composizionalità

I significati

Il significato di una qualsiasi espressione complessa deve poter essere ottenuto componendo i significati delle espressioni semplici da cui è costituita.

  • ES. se T è un termine singolare e P un predicato di un enunciato di E, bisogna che i significati di T e P si fondano insieme generando una nuova entità che è il valore di verità di E.

Prima conseguenza: il principio di sostituibilità

Se il significato di un’espressione complessa può essere ottenuto mettendo insieme i significati delle sue parti, la sostituzione di una di queste parti con un’altra avente il medesimo significato non può modificare il significato dell’espressione complessa.

ES. "Alessandro Volta era alto 1,75"; "l’inventore della lampadina era alto 1,75"

Seconda conseguenza

Se l’espressione B contiene l’espressione A e A è priva di significato, allora è priva di significato anche B.

ES. "il più grande numero dispari è un numero primo"; "il più grande numero dispari non è un numero primo".

I sensi

Tutti gli enunciati sono costruiti partendo da un numero finito di espressioni semplici e aggregando queste espressioni semplici in unità via via più complesse secondo certe regole sintattiche. E siccome le espressioni semplici sono in numero finito, i loro sensi possono essere appresi ad uno ad uno.

Prima conseguenza: il principio di sostituibilità

Seconda conseguenza

Se l’espressione B contiene l’espressione A e A è priva di significato, allora è priva di significato anche B.

Difficoltà del principio di composizionalità

ES. "Gigi crede che Dante fosse celibe"; "Gigi crede che la capitale dell’Estonia sia Tartu". Sono ottenibili l’uno dall’altro sostituendo l’uno all’altro gli enunciati seguenti: "Dante era celibe" e "La capitale dell’Estonia è Tartu".

Ora, "Dante era celibe" e "La capitale dell’Estonia è Tartu" hanno lo stesso valore di verità cioè lo stesso significato (sono entrambi falsi) e quindi, per il principio di sostituibilità, dovrebbero avere il medesimo valore di verità anche "Gigi crede che Dante fosse celibe" e "Gigi crede che la capitale dell’Estonia sia Tartu". Ma nulla garantisce che sia così. Può darsi che Gigi, pur credendo che Dante fosse celibe, sappia che la capitale dell’Estonia è Tallin: il principio di sostituibilità sembra violato.

Ogni volta che ‘assumere’, ‘dedurre’, ‘dire’, ‘dubitare’, ‘ignorare’, ‘pensare’, ‘ritenere’, ‘sapere’, ‘sperare’, ‘supporre’, ‘temere’ o qualche altro verbo analogo è seguito da un enunciato subordinato, il problema si ripropone. In tutti questi casi, se si sostituisce un’espressione inclusa nell’enunciato subordinato con un’altra, non si può essere certi che il valore di verità dell’enunciato complessivo resti invariato neppure se il significato delle due espressioni coinvolte nella sostituzione è il medesimo.

Soluzione di Frege

Nel linguaggio naturale il principio di violabilità è violato solo in apparenza. In questi casi le espressioni non hanno il loro significato originario, ma hanno invece un significato ‘indiretto’: Quando è retto da uno dei verbi sopra elencati, un enunciato ha come proprio significato non un valore di verità, ma un pensiero: il pensiero che, nei contesti usuali, è il suo senso.

Perciò: "Dante era celibe" e "La capitale dell’Estonia è Tartu". Il loro significato non è il valore di verità, ma il pensiero che esprimono. E questo pensiero, nel contesto ordinario è ovviamente differente. Ne consegue che non hanno lo stesso significato e non rientrano nell’ambito del principio di sostituibilità.

Complicazioni alla soluzione di Frege

Non si può attribuire alle espressioni un significato indiretto senza attribuire loro anche un senso indiretto. Dopotutto, per Frege, il si...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luacab di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Paternoster Alfredo.
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