Filosofia politica
Introduzione
Il significato del termine politica: l’etimologia deriva dal greco e significa la scienza della polis. Ciò che caratterizza la politica rispetto agli altri organi sociali è l’asimmetria fra chi emana le leggi e chi obbedisce, la presenza dell’autorità. Il potere esercitato istituzionalmente ha un effetto di comando coercitivo. È imperativo. Chi ha un comportamento difforme viene sanzionato si riferisce per cui a tutti i cittadini. La si differenzia dalle altre forme di potere, perché essa è riconosciuta dai cittadini come legittima. Inoltre l’autorità vale entro certi confini. (Elemento della territorialità). Gli organi dello stato hanno la peculiarità del monopolio della forza. Che è diverso dalla forza bruta, la quale non è univocamente considerata legittima.
(Nella nostra forma di società il potere può essere definito bilaterale perché i governati hanno il potere di revocare i governanti, comunque rimane netta la separazione tra le due parti). Esistono dei principi d’azione a cui la politica fa riferimento, il fondamentale di questi è la prudenza (che è quello specifico, ma non l’unico, es. la forza). La politica stessa ha dei fini intrinseci: la potenza (diventare uno stato potente e ricco) che ha dei criteri di valutazione, l’efficacia (la riuscita nell’ambito dei fini che si era proposta).
La filosofia politica
La filosofia politica è la riflessione sui fenomeni che riguardano questa specificità. Possiamo approcciarci al fenomeno in due modi: con l’approccio realista e l’approccio normativo.
L’approccio realista
I realisti della politica sono coloro che ritengono che la distinzione fra governanti e governati e l’esistenza di un potere politico nella società siano un dato di fatto che può essere spiegato nella sua genesi, ma del quale non ha senso analizzare le cause. È un fatto fondamentale e imprescindibile. Analizzano il potere così com’è.
L’approccio normativo
Questi filosofi si domandano perché debba esserci questa differenza e se essa è davvero necessaria. (La loro riflessione prende sul serio la sfida anarchica. Anarchia: tutte le forme di governo sono una forma ingiustificata di restrizione della libertà dei cittadini). Si domandano e cercano delle ragioni sul perché del potere, sulla sua genesi e sulla natura giusta o sbagliata di esso.
L'approccio realista
Per i realisti, il dominio della politica non è asservibile a fini e principi estranei alla politica stessa. L’ampio mondo dei fatti politici non può prescindere da essa, il dominio della politica costituisce una sfera autonoma e va valorizzata e misurata solo con principi che fanno parte della sfera stessa (non possiamo commisurarli con valori appartenenti ad altre sfere), questa forma di indipendenza dalle altre discipline è definita l’autonomia della politica. Un politico può essere immorale dal momento in cui la parola “immorale” non comprende la sfera politica (ma quella domestica, scolastica, matrimoniale etc.), è quindi possibile che sia giudicata una persona immorale, ma non un politico immorale, perché la morale non concerne l’ambito politico.
I personaggi e le teorie realiste
- Trasimaco: È il primo esempio di realismo politico ed era un sofista; ne facciamo conoscenza nella repubblica di Platone. Nel racconto Socrate parla ai suoi studenti della giustizia e Trasimaco interviene, presentando la giustizia come il vantaggio del più forte, sostenendo che è giusto ciò che i governanti sostengono essere giusto perché essi perseguono ciò che secondo loro è il bene proprio che coincide con quello comune; l’obbedienza dovuta ai governanti rappresenta quindi la giustizia. Essa non è per cui un valore primario, ma è derivato, la legge arriva prima della morale e del concetto di giustizia (la ribellione non ha giustificazione, perché il governante contro cui si ribellano è nel giusto in ogni caso, secondo questo principio, il ribelle agisce contro qualcosa che non approva, ma non in nome della giustizia).
- La teologia cristiana: nel medioevo il pensiero comune era che la legge divina dovesse coincidere con quella terrena.
- Machiavelli: il contesto nel quale si trovava Machiavelli nel periodo del ‘500 era il forte pericolo di guerre interne e lo smembramento dell’Italia a causa delle lotte fra stati europei e chiesa; l’unico modo per risolvere i conflitti era l’affidamento dello stato nelle mani del Principe che avrebbe dovuto pacificarlo e preservarlo. Machiavelli ha una concezione negativa della natura umana, da qui nasce la sua visione politica, per lui la politica è l’arte di mantenere lo stato ed ha un fine intrinseco: la pacificazione interna. Questa capacità sta nelle mani del principe che il compito di acquisire e conservare gli Stati attraverso la virtù della prudenza, della furbizia (per anticipare le mosse altrui) e della fortuna. L’opera di Machiavelli è quindi incentrata sul bene della repubblica, esso però non coincide sempre con il bene dei singoli (la pacificazione ha in un certo senso, come conseguenza il bene dei singoli, ma quest’ultimo non è il fine perseguito, ed inoltre ha anche svantaggi necessari).
- I teorici della ragion di stato: la ragion di stato è una dottrina che emerge a fine ’500/inizio ‘600 da dei precettisti, che diffondevano precetti (consigli) per i governanti. Nel loro periodo erano presenti simultaneamente più autorità che avevano potere coercitivo e ciò creava gran confusione, sia all’interno che all’esterno dello stato, inoltre bisogna togliere il potere nelle mani dei gruppi religiosi bravi. Per questi teorici, il fine della politica sta nell’agire nell’interesse dello stato (nella ragione di stato) con lo scopo della conservazione dell’unità del territorio e della prosperità dello stato stesso. Il modo per raggiungere ciò è agire verso la monopolizzazione della forza dello stato nelle mani di uno o pochi e da questa esigenza deriva la tesi secondo cui la condotta politica è svincolata da leggi religiose e morali, essa infatti va valutata e misurata in base alla ragion di stato, i politici possono per cui agire contro la morale essendo essi giustificati dalla necessità.
- Stato potenza: alla fine del 19’ secolo abbiamo un’evoluzione del pensiero della Ragione di Stato portata avanti da dei pensatori Tedeschi (Treischke, Honze, Meinecke) che si riflette nella politica imperialista che scatenerà la prima guerra mondiale. L’imperativo prima era, “se vuoi la potenza agisci secondo prudenza”, mentre adesso questo imperativo ipotetico diventa un imperativo categorico “agisci per la potenza”. (La morale non è nemmeno più tenuta in considerazione).
- Studiosi di scienze sociali e politiche: Gli studiosi di queste materie sono Weber e Schmitt e i teorici delle Élites: Michaels, Mosca e Pareto. Questo gruppo di studiosi condividono la cultura Neo-Kantiana del tempo che riguardava la separazione tra fatti e valori; i fatti sono ciò che ha fondazione empirica evidente mentre i valori sono le scelte di valore che possono essere diversi da persona a persona e che non esistono in sé. Per cui la filosofia ha due possibilità: o diventare scienza (POLITOLOGIA) e occuparsi di fatti e descrizioni di essi, oppure mescolare le sue riflessioni a valori. Il problema della seconda possibilità è che i valori renderebbero la politica un’ideologia, perché se essa si riferisce a valori soggettivi non può avere qualità di oggettività, nella politica non può quindi esserci un ruolo per la morale, perché qualunque valutazione è un’opinione è non può essere universalizzata. Troviamo questa teoria negli scritti di Weber del 1904, nei quali lo studioso sostiene che se la politica vuole entrare nella categoria di “scienza dura” deve basarsi su fatti. Per Schmitt che segue questa linea, dunque, la base della sovranità è l’imposizione del potere e la conseguente obbedienza al fine di eliminare i conflitti fra il popolo, (al di là del modo nel quale il potere è stato acquisito o conquistato o come viene esercitato), quindi senza tenere minimamente conto di una scala morale dei valori. In questo panorama però dobbiamo precisare che all’interno della sua dottrina Max Weber comprende un insito concetto di morale, in quanto qualunque azione politica è utile ad un fine, ma queste azioni compiute dal politico hanno come base, in ogni caso dei valori (e questo non può che essere riconosciuto come vero). Esistono per Weber due modi di intendere la politica: il primo riguarda l’idea di realizzare la giustizia indipendentemente dalle conseguenze sul popolo (es. nei regimi teocratici), infatti certi modelli di valore prevedono comportamenti che hanno azione negativa sullo stato, ciò viene definito etica della convinzione. L’altra prospettiva è quello che misura le proprie azioni politiche in considerazione alle conseguenze che esse avranno e prende il nome di etica della responsabilità. Questi sono due modi di atteggiarsi rispetto ai propri valori: il sovrano può seguirli ciecamente oppure può bilanciarli con le conseguenze. (La scienza non può parlare dei valori, ma le motivazioni dei politici, che agiscono secondo la loro scala di valori, sono descritte da essa che osserva soltanto i due modi diversi di riferirsi ai valori. Non ce n’è per Weber uno giusto o uno sbagliato, ma egli ha una preferenza-non scientifica- per la seconda).
- I teorici delle élites: Questi teorici (Mosca, Pareto e Michaels) applicano il ragionamento precedente al funzionamento dei governi all’interno delle società. La politica è sempre asimmetrica, e i governati sono sempre di più dei governanti, se la politica include l’asimmetria, la politica è un modo per assicurare un capo e per avere un processo di selezione metodico, in modo che questo passaggio avvenga in maniera pacifica. (Es. monarchia, per lineaggio). Studiano inoltre la democrazia come lo specifico modo di selezionare i governanti attraverso le elezioni. Il realismo politico sfocia quindi nella scienza della politica.
- La concezione di Karl Marx: Karl Marx è vicino al realismo perché ritiene che la religione e la morale siano ideologie, ma a differenza di quello detto prima, per il filosofo la sfera politica non è indipendente, ma dipende dalla sfera economica che è legata ai rapporti di produzione e questo è il modo in cui il capitale governa. Non è completamente realista perché non vede l’autonomia della politica, ma come i realisti considera le ideologie non strutturali per la politica.
La tradizione normativa
La tradizione normativa ritiene che i fatti e le istituzioni non siano indipendenti dalle ragioni estranee alla politica che appartengono alla sfera morale. Tutto ciò che appartiene al dominio politico non deve essere preso così com’è e non deve essere indagato relativamente alla sua efficienza, ma viceversa, il dominio della politica va spiegato nelle condizioni stesse di giustificabilità del potere politico, esso deve essere infatti giustificato, ci devono essere delle ragioni che spiegano la sua esistenza, in particolare per ciò che riguarda l’asimmetria fra governati e governanti. La ragione per cui c’è la politica deve essere una buona ragione.
L’autorità è qualcosa di diverso ed è irriducibile alla sfera non politica e coloro che sottostanno all’autorità la riconoscono nei due sensi possibili: possono eseguire ciecamente gli ordini, o obbedire trovandoli però legittimi. L’autorità coercitiva esiste sia per i realisti che per i normativisti, ma per chi assume un approccio normativo l’attività politica non è legittima se non è strettamente legata e sostenuta da delle buone ragioni (l’abitudine e la paura per esempio, non sono buone ragioni).
La differenza, come abbiamo detto fra il potere politico (legittimo all’interno dell’ordinamento) e il potere bruto (o potere di fatto), esiste, ma per questa tradizione non significa che i comportamenti del primo siano automaticamente giustificati rispetto al secondo, perché riguardanti l’autorità politica. Per fare una valutazione di questo genere occorrono dei criteri di giudizio che non appartengono al dominio politico, i concetti di giusto e di sbagliato per i normativisti vengono quindi prima del concetto di politica, infatti per poter giustificare devo avere un criterio, un principio che permetta di rendere legittima anche per gli altri una determinata azione. La filosofia normativa si occupa quindi di dare delle ragioni, cioè di rendere intellegibile e giustificabile l’esserci dell’autorità politica nella società (dalle sue fondamenta, alle piccole cose). Oltre a spiegare il perché il potere è giustificato, la linea normativa, si impone di cerca anche le condizioni nelle quali esso può essere considerato giustificato (es. la tirannide non è giustificata).
La spiegazione appropriata mira a farci comprendere il perché, in modo tale che questo perché possa essere accettato razionalmente ed eticamente ed essa deve essere robusta, essere accettata da tutti. Inoltre, la teoria deve essere deve resistere alle obiezioni. Di fronte ad una questione morale, la risposta non può essere “perché mi va”. I gusti personali non sono accettati, la risposta deve essere compresa. I nomi propri o i termini “indicali” (mio, tuo, suo) non sono una risposta, ma indicano una superficiale preferenza.
La filosofia normativa, inoltre, prende sul serio la sfida anarchica. L’anarchico vede nell’autorità una forma di repressione; per egli, se c’è un potere politico in una determinata area sociale, quest’area non è libera. Questi ipotetici anarchici ritengono che la vera libertà provenga dal seguire la propria morale e che qualunque restrizione eteronoma sia ingiustificata. Questa linea di pensiero anarchico che lancia una sfida alla filosofia politica, il compito dei normativisti è la giustificazione e la legittimizzazione del potere politico.
Analisi sul piano normativo
Metateoria - Scienza politica
Che cosa significa fare analisi normativa? Normativo: viene da “norme”, ma fare analisi normativa non significa analizzare le norme né il mondo com’è, ma è un esercizio morale su ciò che ancora non è avvenuto, o che accadrebbe/accadrà date certe condizioni, è l’atto di indagare quale sarebbero i presupposti, le regole, i fini e le situazioni migliori, tale per cui ci possa essere una società giusta; è una ricerca dei modi per arrivare a ciò che viene detto il “dover essere”. Su cosa possiamo far leva e quale tipo di regole e norme rendono la convivenza migliore? Quali sono i principi su cui basarsi? Quali sono i motivi per cui la convivenza attuale non è ancora adeguata? Arrivati a questo punto la filosofia normativa e si avvalora delle teorie robuste (non conclusive, né perentorie, ma fondate sulla ragione e comprensibili a tutti) per cercare di rispondere alle domande precedenti.
L’accettabilità della stessa filosofia politica, è necessaria per la formulazione di questa teoria e dipende da:
- La giustificazione: la giustificazione riguarda il piano normativo ed è sono interno alla teoria stessa. Un fenomeno/fatto politico X è giustificato quando il fenomeno/fatto X sia dotato di ragioni che si rivolgono a tutti quelli che sono toccati da X. Se ci sono queste ragioni X è giustificato e questo implica che se i soggetti fossero nella condizione di dover scegliere sceglierebbero X, perché X è razionalmente accettabile da tutti i soggetti che sono coinvolti. La giustificazione, fornisce quindi le condizioni di accettabilità.
- L’accettazione: l’accettazione riguarda il piano empirico ed è esterna alla teoria stessa, ma ci dice se essa è applicabile o meno, è una conferma del fatto che la giustificazione prodotta sia (o non sia) veramente, per motivi esterni alla teoria precedente, accettata dalla comunità politica.
La legittimizzazione dell’autorità politica
Le modalità tradizionali di giustificazione
Perché ci deve essere l’autorità politica? Quale ragione c’è per cui i cittadini debbano obbedire all’autorità stessa?
Tra le modalità tradizionali di giustificazioni ci sono: il diritto divino, la natura delle cose e la tradizione.
- Il diritto divino: sostiene che la legittimità dei governanti discende da Dio. Questo tipo di giustificazione presenta questa caratteristica: è molto forte, perché hanno una forza divina, d’altra parte questa forza normativa è condizionata dal fatto che i sottoposti devono credere e obbedire alla divinità, se i cittadini non credono in Dio, il suo potere normativo è pari a zero. Inoltre questo tipo di giustificazione presenta anche dei problemi pragmatici: se noi viviamo nell’ambito di una società nazionale che si articola in diversi stati diversi tra loro, e se tutti questi stati si affidano alle leggi divine, non è possibile che questo modo di intendere il potere sia...
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Filosofia del diritto
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Appunti di filosofia politica: da Bentham al comunitarismo
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Storia della filosofia - appunti su autori principali (Cartesio, Locke, Hume, Spinoza ecc)
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Appunti Filosofia del Diritto