Siamo davvero liberi?
I principali tentativi di sovvertire le nostre intuizioni sul libero arbitrio si basano sui risultati che ci vengono dalle neuroscienze. Il collasso dell’idea del libero arbitrio può compromettere la stessa concezione retributiva della pena, secondo la quale gli imputati meritano di essere puniti se, e solo se, hanno compiuto liberamente le azioni di cui sono accusati.
La gran parte degli autori che partecipano oggi al dibattito concordano nel ritenere che il libero arbitrio presupponga due condizioni: che all’agente si prospettino diversi corsi d’azione alternativi e che la scelta tra tali percorsi non avvenga casualmente ma dipenda da una sua autonomia e razionale determinazione.
Capitolo 1. Posso prevedere quello che farai (John Dylan Haynes)
È un’intuizione comune della psicologia il fatto che possiamo scegliere liberamente tra diverse opzioni di comportamento; questa credenza nella libertà delle decisioni risulta fondamentale per la nostra autocomprensione in quanto esseri umani.
Gli esperimenti di Libet hanno dimostrato come i processi neurologici cominciano a preparare le decisioni alcuni secondi prima che raggiungano la consapevolezza. Gli esperimenti di Libet e successivi riguardano un’intuizione specifica legata al libero arbitrio, cioè la semplice convinzione psicologica secondo la quale, nel momento in cui prendiamo una decisione, il suo esito è libero e non interamente determinato dall’attività cerebrale.
Capitolo 2. L’illusione della volontà cosciente (Daniel M. Wegner)
La volontà cosciente di solito viene descritta in due modi: è comune parlare di volontà cosciente come di qualcosa di cui si fa esperienza quando si compie un’azione ma è anche intesa come una forza della mente, un nome che si dà al legame causale tra le nostre menti e le nostre azioni.
La volontà per la persona non costituisce la causa, la forza o il motore, bensì è la sensazione cosciente dell’esercitare una causa, una forza o di essere il motore; il fatto che l’esperienza della volontà cosciente possa essere accertata soltanto sulla base di resoconti dell’agente stesso non porrebbe problemi se i resoconti dell’agente corrispondessero sempre a qualche altro indicatore esterno dell’esperienza.
L’azione e l’esperienza della volontà di solito corrispondono, cosicché abbiamo l’esperienza di compiere azioni volontariamente quando in effetti le compiamo, e di non compierle quando davvero non stiamo facendo nulla.
La volontà non è solo un’esperienza, ma anche una forza: quando viene descritta come tale può assumere diverse forme; può manifestarsi in piccole quantità per produrre singoli atti o può essere una proprietà di lunga durata, un tipo di vigore interiore o di determinazione.
La partizione classica della mente in tre funzioni comprende la cognizione, l’emozione e la conazione, cioè la volontà o la componente volizionale. La maggior parte degli esseri umani adulti ha un’idea ben sviluppata di un particolare tipo di entità, un’entità che fa cose: a differenza di un semplice oggetto che si muove o agisce solo quando viene spinto a farlo da qualche evento precedente, un agente causale si muove o agisce apparentemente in proprio, alla ricerca di qualche stato futuro, cioè il perseguimento di uno scopo.
L’esperienza della volontà può essere il risultato degli stessi processi mentali che si usano più in generale nella percezione della causalità. La teoria della causazione mentale apparente afferma che le persone sperimentano la volontà cosciente quando interpretano il proprio pensiero come causa dell’azione. Tale incertezza nell’inferenza causale significa che non importa quanto siamo convinti che i nostri pensieri causino l’azione, resta vero che sia il pensiero sia l’azione potrebbero essere causati da qualcos’altro che resta nascosto, inducendoci a una conclusione causale scorretta.
La volontà cosciente è la bussola della mente, un meccanismo di monitoraggio che esamina la relazione tra pensieri e azioni e risponde con un “volevo questo” quando pensiero e azione corrispondono in modo appropriato. Così come la lettura della bussola non fa virare la nave, così le esperienze coscienti della volontà non causano le azioni umane.
La maggior parte di noi comprende i termini essenziali della disputa tra libero arbitrio e determinismo: la questione sembra essere se tutte le nostre azioni siano determinate da meccanismi al di là del nostro controllo o se almeno alcune di esse siano prodotte dalla nostra libera scelta.
L’esperienza di volere coscientemente un’azione appartiene alla classe delle sensazioni cognitive descritte da Gerald Clore, che sostiene vi sia un insieme di esperienze, quali le sensazioni di conoscere, di familiarità o anche di confusione che fungono da indicatori di stati o processi mentali e che quindi ci informano circa la condizione dei nostri sistemi mentali.
L’esperienza di volere un’azione è parimenti una sensazione informativa, una percezione di uno stato della mente e del corpo che ha un carattere peculiare. La volontà cosciente è un’emozione di paternità, un marcatore semiotico che fa identificare nel sé il proprietario dell’azione.
Capitolo 3. Esiste la volontà se decidono i nostri neuroni? (Adina L. Roskies)
La crescente comprensione dei meccanismi cerebrali preoccupa perché si teme che...
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