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corrispondono in modo appropriato. Così come la lettura della bussola non fa virare la nave, così le

esperienze coscienti della volontà non causano le azioni umane.

La maggior parte di noi comprende i termini essenziali della disputa tra libero arbitrio e

determinismo: la questione sembra essere se tutte le nostre azioni siano determinate da meccanismi

al di là del nostro controllo o se almeno alcune di esse siano prodotte dalla nostra libera scelta.

L’esperienza di volere coscientemente un’azione appartiene alla classe delle sensazioni cognitive

descritte da Gerald Clore, che sostiene vi sia un insieme di esperienze, quali le sensazioni di

conoscere, di familiarità o anche di confusione che fungono da indicatori di stati o processi mentali

e che quindi ci informano circa la condizione dei nostri sistemi mentali. L’esperienza di volere

un’azione è parimenti una sensazione informativa, una percezione di uno stato della mente e del

corpo che ha un carattere peculiare. La volontà cosciente è un’emozione di paternità, un marcatore

semiotico che fa identificare nel sé il proprietario dell’azione.

Capitolo 3. Esiste la volontà se decidono i nostri neuroni? (Adina L.Roskies)

La crescente comprensione dei meccanismi cerebrali preoccupa perché si teme che questa possa

minacciare le nostre comuni attribuzioni di libertà e responsabilità. Gli approcci filosofici al

problema possono essere classificati come compatibilistici o incompatibilistici: i primi sostengono

che il libero arbitrio è compatibile con la verità del determinismo, i secondi affermano che la libertà

è impossibile se noi siamo sistemi deterministici; compito del compatibilista è quello di mostrare

come la libertà e la responsabiltà possano esistere in un universo deterministico o in un universo nel

quale gli attori sono sistemi deterministici mentre compito dell’incompatibilista è quello di mostrare

come la libertà e la responsabilità possano esistere se le nostre azioni sono eventi causali. Se le

persone tendono a essere incompatibiliste, allora la prova che le azioni o le scelte sono determinate

metterà in crisi la fiducia ingenua nella libertà. Se le persone sono compatibiliste, la scienza

potrebbe influenzare in altri modi la prospettiva ingenua.

Si formano quindi due tesi:

- Siamo liberi o meno, siamo responsabili o meno, ciò non dipende dal determinismo;

- Altri fattori rispetto al determinismo devono fare parte della valutazione di libertà e

responsabilità.

Sembra quindi appropriato dire che qualche tipo di coscienza sia necessario per la libertà; la

presenza della coscienza può essere quindi una condizione necessaria della libertà, nella misura in

cui qualunque agente deve essere consapevole perché sia considerato libero. La tesi della saggista è

che la consapevolezza, o l’accesso conscio alle ragioni per l’azione, sia necessaria affinché

un’azione sia libera. La coscienza dell’intenzione può costituire il modo in cui la coscienza è in

grado di svolgere un ruolo nell’azione libera, ma non l’unico modo nel quale l’impegno può

avvenire.

Capitolo 4. La libertà: da illusione a necessità (Davide Rigoni e Marcel Brass)

La sensazione di controllare volontariamente gran parte delle nostre azioni, del nostro

comportamento e della nostra vita è un vissuto oggettivo, intuitivo e pervasivo dell’esperienza

umana. Il problema di come riusciamo a operare un controllo cosciente e volontario sul nostro

comportamento ha sempre attirato l’attenzione di scienziati e intellettuali provenienti da varie

discipline come la filosofia e la psicologia. Il fascino di comprendere come possiamo determinare

volontariamente il nostro comportamento è alimentato dal dibattito riguardante il libero arbitrio,

questione che negli ultimi decenni è stata affrontata da psicologi e neuroscienziati cognitivi con

diverse modalità e diverse tecniche. Le azioni motorie sono generate da un’attività preconscia del

cervello di cui diveniamo consapevoli solo a uno stadio successivo, circa 200millisecondi prima che

l’azione venga eseguita. Questo dimostra come il libero arbitrio non sia la vera forza motrice del

nostro comportamento: il sistema motorio cerebrale produrrebbe un movimento come risultato

finale dei suoi input e output; la coscienza verrebbe informata del fatto che un movimento sta per

avvenire e ciò produrrebbe la percezione soggettiva che il movimento è stato deciso

volontariamente.

Nella vita di tutti i giorni non è importante solamente decidere quando eseguire un’azione e quale,

ma anche decidere se sia il caso di eseguirla o meno; il controllo del proprio comportamento risiede

soprattutto nella capacità di inibire volontariamente un’azione, anche in assenza di segnali esterni

che ci indichino di farlo. Una prospettiva diversa sul comportamento volontario è emersa

recentemente nel campo della psicologia sociale, secondo la quale la volontà umana verrebbe

concepita come un organo alimentato dalla forza di volontà.

Capitolo 5. Decisioni libere e giudizi morali: la mente conta (Filippo Tempia)

Il libero arbitrio si può definire come la possibilità di un soggetto di operare, almeno in alcune

situazioni, scelte che nascano dalla propria volontà e che non siano quindi predeterminate dagli

antecedenti fisici. Le neuroscienze degli ultimi decenni hanno dimostrato una relazione molto

stretta tra l’attività cerebrale e tutti gli eventi mentali.

Dal punto di vista neuroscientifico è bene porsi alcune domande prima di accettare qualunque

conclusione conseguente ai dati scientifici che indicano un’attivazione cerebrale precedente alla

presa di coscienza, da

Parte del soggetto, della propria volontà di agire o della propria scelta.

Il primo fattore da considerare è la temporizzazione della prima consapevolezza della volontà di

agire, che viene annotata mentalmente durante ogni decisione di compiere il movimento e che viene

riportata retrospettivamente dal soggetto non appena terminata l’esecuzione dell’atto motorio

prescritto dallo sperimentatore.

Una seconda linea di riflessioni riguarda il reale significato fisiologico delle aree cerebrali che si

attivano prima del movimento volontario.

Le decisioni comportamentali tengono conto di molti fattori, alcuni dei quali sono specifici

dell’uomo rispetto agli animali, come i giudizi di bellezza/bruttezza, di giustizia/iniquità e di

bene/male; per dimostrare scientificamente che le emozioni svolgono un’azione causale nella

formulazione dei giudizi morali, non è sufficiente evidenziare un’attivazione di aree cerebrali

deputate all’analisi delle emozioni stesse. Le ricerche neuroscientifiche e psicologiche degli ultimi

anni hanno dimostrato definitivamente che le emozioni entrano in gioco nei giudizi morali insieme

a elementi razionali.

Capitolo 6. Che cos’è una scelta? Fenomenologia e neurobiologia (Roberta De Monticelli)

La questione del libero arbitrio è una delle non molte questioni filosofiche che sono anche questioni

vive e sensate per ciascuno; nel caso del libero arbitrio la cosa in questione è proprio la persona

umana. Dunque la questione si pone da un lato nei prolegomeni di un’etica e dall’altro nel cuore

stesso di una teoria della persona che assumerà aspetti molto diversi a seconda di come vi si

risponde.

Secondo gli esperimenti di Libet c’è un intervallo di circa 500millisecondi tra l’attivazione dell’area

cerebrale interessata o correlata ai processi decisionali e l’occorrere dell’intenzione cosciente o

decisione e ci voglio altri 300ms per arrivare all’esecuzione. Generalizzando, la nostra coscienza


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in informazione, editoria e giornalismo
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Aspasia1989 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof De Caro Mario.

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