Filosofia morale: le parole dell’etica
“Le parole dell’etica” è un’analisi del lessico del pensiero morale che contraddistingue la riflessione etica. L’etica affonda le sue radici nell’autoriflessività del soggetto che s’interroga sulla pertinenza delle proprie scelte ed azioni; viene concepita secondo una duplice intenzionalità, ovvero:
- Cura dei propri comportamenti come responsabile e personale da parte del soggetto
- Riflessione critica su comportamenti personali e collettivi
L’esperienza etica è propria, infatti, solo di un soggetto dotato di competenza riflessiva, capacità valutativa e attitudine desiderativa.
Aristotele
Per definire l’etica facciamo ricorso ad Aristotele che ne “L’etica nicomachea” distingue la virtù dianoetica (espressione della parte razionale dell’anima) dalla virtù etica (espressione della parte desiderativa dell’anima, parte irrazionale che comprende il mondo dei desideri e delle passioni, ma che può essere guidata dalla parte razionale dell’anima). Le virtù etiche sono dette anche virtù del carattere, derivano dall’esercizio dell’abitudine a ripetere determinati atti e nascono dalla confluenza di desiderio e ragione.
L’ēthos è un termine che presenta una ricca gamma di significati, che possono essere ricondotti a tre nuclei semantici:
- Dimora (come abitazione/tana)
- Costume (l’abitudine)
- Carattere (l’indole)
Particolare attenzione è da dedicare a quest’ultimo significato poiché, per Aristotele, il carattere è plasmato dalle abitudini che il soggetto assume, e la virtù è il risultato di un esercizio consapevole che nasce dalla ripetizione nel compiere atti buoni.
Etica = morale: fa riferimento alla realtà del comportamento/costume/modo di agire dell’uomo. Il significato di questi termini si equivale, salvo alcune eccezioni in cui gli autori fanno una distinzione in maniera esplicita (es. Hegel).
Hegel
Hegel voleva istituire un parallelismo tra la parola greca ēthos (insieme di costumi, abitudini, tradizioni) e “l’abitare” dell’uomo: l’uomo infatti si ritrova sin dalla nascita a vivere/abitare in un determinato ēthos, che non si sceglie volontariamente, ma dal quale viene condizionato poiché vivendo in esso interiorizza le regole, le leggi, i costumi vigenti. Per questo il soggetto si riconosce nell’ ēthos perché in esso avverte la presenza di ciò che lo caratterizza; il radicamento del soggetto in esso, porta a diversi gradi di consapevolezza che ad un certo punto può spingerlo non solo ad appropriarsi dei contenuti dell’ēthos ma a criticarli quando non li considera eticamente giustificati. La riflessione morale, in quanto tale, si propone proprio di accertare se i contenuti dell’ ēthos possano essere moralmente giustificati.
Coscienza morale
La formazione della coscienza morale corrisponde a un processo lungo e complesso che non può mai concludersi ma che è in continuo divenire. La coscienza del soggetto dimorando presso l’ēthos, ne assume le consuetudini ed i costumi e così facendo plasma il proprio essere. Quando però alla coscienza non è più sufficiente dimorare ma desidera “dimorare bene” allora il soggetto è motivato ad “agire bene” ed a curare sé stesso (arrivando a saper criticare i costumi vigenti se non li considera eticamente validi), per realizzare il desiderio di condurre una “vita buona”. È a essa che mira l’etica. Non esiste vita buona/etica senza libertà.
Kant afferma che l’etica ha, quindi, un duplice compito:
- Far riflettere sulla propria natura personale
- Esaminare criticamente i costumi vigenti
Socrate
Socrate per primo si sforzò di chiarire in che cosa consistesse la riflessione morale ed in cosa consistessero i suoi due compiti. Notò che il primo, attiene alla dimensione del sé e del proprio carattere. E per conoscere che cosa sia bene o sia male per se stessi bisogna innanzitutto conoscere se stessi, e ciò implica la conoscenza della propria anima. Questo processo di conoscenza di sé viene chiamato Arte della Maieutica. La conoscenza di sé, l’autonomia, il riconoscimento della propria limitatezza conoscitiva contraddistinguono la cura di sé da parte del soggetto.
Questa prima via socratica/questo primo compito dell’etica, è preliminare al secondo: esprimere una valutazione critica su un costume, dare un giudizio morale sempre preceduto dalla domanda “che cos’è giusto? Cos’è bene e cos’è male?”. Per rispondere a tale quesito bisogna sempre dare ascolto alla ragione, il criterio della ragione si impone al nostro essere e ci permette di svincolarci dal rischio del conformismo.
Socrate è impegnato nell’individuazione del punto di vista morale/prospettiva morale che è quella che è in grado di far valere delle buone ragioni per distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Il p.d.v morale è superiore a quello particolare ed è oggettivo, ed i principi morali in quanto tali non sono auto interessati ma valgono sempre e per chiunque.
Il processo che conduce all’individuazione del p.d.v morale passa attraverso l’analisi delle forme dell’ēthos per verificare se siano ad esso conformi, e stabilisce che vi possono essere più morali accettabili a patto che soddisfino le condizioni richieste dalla morale in quanto tale. L’etica accetta che le norme possano essere modificabili e migliorabili solo nella misura in cui si sforzano di rispettare un p.d.v morale. Quest’ultima affermazione è esemplificata nel libro “della Repubblica” di Platone in cui il confronto tra Socrate ed i suoi vari interlocutori mette in evidenza l’inadeguatezza dell’etica di ciascun partecipante rispetto al p.d.v. morale oggettivo.
Platone
Il libro “Della Repubblica” di Platone è un’esemplificazione di una molteplicità di etiche; è una rassegna delle diverse concezioni della giustizia e dell’etica prese in esame da Socrate:
- Etica particolaristica e perbenistica: per Cefalo, l’uomo assume come criterio giusto la sua stessa esperienza particolare. Socrate confuta la tesi dicendo che i dati e le esperienze personali/particolari non possono valere anche per esperienze di altro genere.
- Etica di gruppo: Polermaco reinterpreta la tesi della giustizia come restituire a ciascuno ciò che gli spetta, sostenendo che gli amici devono aiutare i propri amici ed danneggiare i nemici. In questo modo diritti e doveri vengono stabiliti sulla base dell’appartenenza o meno al gruppo medesimo. Socrate obietta che si potrebbe erroneamente considerare amico chi è nostro nemico e viceversa, ed in qualsiasi caso non è mai giusto danneggiare alcuno poiché il male peggiora solo la natura degli uomini.
- Etica dell’utile sul più forte: l’utile del più forte.
- Etica legalistica: per Trasimaco la giustizia è ciò che è giusto corrisponde alla legge, e la legge è fissata da chi detiene il potere, ovvero il più forte. Il quale decide il criterio del giusto e persegue in tal modo il proprio interesse anche a discapito degli altri.
- Etica della convenienza: gli uomini giusti vengono definiti degli “autentici ingenui” poiché non conviene essere giusti servendo gli uomini al potere, a discapito del proprio utile. Dedicarsi alla giustizia è controproducente e non porta alla felicità, è quindi conveniente essere ingiusti e perseguire il proprio utile.
- Etica come tecnica (prima obiezione di Socrate a Trasimaco): Governare è un’arte (techne) che dovrebbe avere per fine il bene di coloro che ne sono sottoposti e non l’utile del più forte. L’uomo politico, è l’unica figura preposta a stabilire il bene del cittadino e in quanto tale deve perseguirlo. (Trasimaco risponde che anche l’arte del pastore ha come fine il bene delle pecore ma in realtà vengono ingrassate per poi essere mangiate)
- Etica minimale (seconda obiezione di Socrate a Trasimaco): l’assunzione del criterio d’ingiustizia e la sua radicalizzazione renderebbero impossibile l’agire del singolo, del gruppo e dell’intera polis, perciò è necessario un minimum di giustizia. Vi è un primato della giustizia sull’ingiustizia e vi è una maggior convenienza nell’essere giusti, poiché l’ingiustizia porta unicamente a divisioni, conflitti e lotte che agli estremi provocherebbero una mutua distruzione di tutti i soggetti.
- Etica retributiva (terza obiezione di Socrate a Trasimaco): Socrate stabilisce un’analogia tra uomo giusto e gli dei, che per natura sono buoni; l’uomo giusto è quindi amico degli dei e l’ingiusto loro nemico.
- Eteronomia ed etica della paura: Glaucone si chiede se la giustizia abbia valore in sé e per sé o se dipenda da fattori estrinseci quali la paura di essere vittime dell’ingiustizia: il pericolo in cui si incorre è che il comportamento morale non sia dettato da intime convinzioni ma dal timore della sanzione. Nessuno, per Glaucone, è giusto di proposito ma in quanto vi è costretto.
- Eteronomia e mistificazione dell’etica: Adimanto teorizza che si faccia il bene per desiderio del premio che si riceverà dagli dei o per timore di essere da loro puniti. Eteronomia= Condizione in cui la decisione di prendere in esame le varie rappresentazioni dell’etica e della giustizia, guidata da un criterio autonomo, corrisponde ad una scelta metodologica ben precisa, comprensibile sin dalle prime righe dell’opera, nelle parole “...discesi al Pireo”: la discesa è un momento necessario per rendere possibile la risalita.
L’analisi delle molteplici raffigurazioni della giustizia è volta ad evidenziare le inadeguatezze, le distorsioni e le mistificazioni; vien da chiedersi se tale critica avvenga nel nome di un’unica etica già ben delineata. Verso la fine del libro la discussione sul giusto chiama in causa l’Idea del Bene, e viene posta la domanda se non vi sia qualcosa che è misura di tutte le cose e che è maggiore della giustizia e delle altre virtù (temperanza, coraggio, sapienza; espressione dell’anima concupiscibile, irascibile, razionale).
Anche se non è possibile conoscere direttamente il Bene (perché l’inesauribilità del bene è impossibile da comprendere nella sua totalità per l’uomo finito e limitato) è comunque l’oggetto che ogni anima persegue ed è fondamentale riuscire a conoscere la relazione che vi è tra esso e le cose buone. La riflessione etica, attraverso una continua opera di giudizio critico, mette in guardia verso la possibilità che il criterio del bene e del giusto si identifichi in una persona, gruppo o Stato.
Cap. 2: L’esperienza etica
Hegel - Per Hegel, i termini “morale” ed “etica” non si equivalgono. Allude a quell’ambito morale in cui la libertà viene colta nel suo oggettivarsi nei costumi, mentre l’etica si riferisce all’ambito personale, prettamente intimo, coscienziale contraddistinto.