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1. VERITA’

La verità su Ustica

Considerate il DC9 dell’Itavia, caduto nel mare di Ustica il 27 giugno del 1980. Forse non sapremo mai come

andarono le cose: se l’aereo fu compito da un missile, se c’era la bomba a bordo. Ma vien da dire che non

può esserci un modo in cui non sia andata.

Oppure consideriamo i pianeti dell’Universo. Certamente non sapremo ami quanti sono: alcuni possono

essere troppo piccoli o troppo lontani perche ci raggiunga un qualsiasi segnale della loro esistenza. Eppur

viene da dire <<I pianeti dell’Universo sono n>> , perché i pianeti sono quelli, e dunque ci dev’essere un

numero che li numera.

Se condividiamo questi giudizi siamo dei realisti: siamo cioè persone che pensano che c’è un modo in cui le

cose stanno indipendentemente dal fatto che qualcuno sappia o possa sapere che stanno così, e di

conseguenza, gli enunciati che dicono che le cose stanno in quel modo sono veri; mentre quelli che dicono

che le cose stanno diversamente sono falsi (che lo sappiamo o no) .

L’intuizione realista è particolarmente robusta e radicata.

In certi altri casi invece l’intuizione è più fragile. Consideriamo ad esempio la domanda: Ci sono sette ‘7’

consecutivi nella parte decimale di π, il numero 3,14159….?² se siamo inclini al platonismo penseremo che

l’espansione decimale di π esiste nel mondo degli oggetti matematici, e contiene sette ‘7’ consecutivi

oppure non li contiene. Dunque la domanda ha una risposta, affermativa o negativa.

Se invece non siamo platonismi potremmo avere dei dubbi. Potremmo ad esempio riflettere sul fatto che

non esiste un metodo capaci di dire <<Si>> e <<No>>: per quanto si vada avanti a sviluppare l’espansione

decimale di π, non si arriverà mai a confutare l’asserzione <<Ci sono sette ‘7’ consecutivi…>>

Quando abbiamo a che fare col mondo fisico tendiamo a pensare che ci sia un modo in cui le cose stanno.

Mentre nel caso della matematica è difficile, per chi non sia platonista, scindere la <<realtà>> degli oggetti

matematici dai procedimenti di calcolo che generano quegli oggetti.

Ogni asserzione che riguardi il mondo o è vera o falsa. Più in generale: se c’è un modo in cui le cose stanno,

allora è vera l’asserzione che dice che le cose stanno in quel modo, falsa quella che dice che non stanno in

quel modo. Tarski ha dato un contributo fondamentale al chiarimento di concetto di verità. Infatti per

Tarski la caratteristica centrale del concetto di verità si può esprimere dicendo che è vero che P se e

soltanto se P. Per esempio se è vero che l’aereo di Ustica è stato abbattuto da un missile allora l’aereo di

Ustica è stato abbattuto da un missile; e se l’aereo è stato abbattuto da un missile allora è vero che è stato

abbattuto da un missile.

Dunque non si capisce , ad esempio , che cosa può avere in mente Gian Enrico Rusconi quando dice della

propria posizione <<laica>> che

-è rigorosamente non metafisica (cioè non pretende di impuntare verità/falsità secondo statuti ontologici)

Sembra di capire che secondo Rusconi sia possibile dichiarare vera o falsa un’asserzione senza che ciò

implichi alcunché su come stanno le cose nel mondo. Vale anche che affermiamo che le cose stanno in un

certo modo, con ciò stesso affermiamo che è vero che stanno in quel modo. Il magistrato Gherardo

Colombo sostenne che il compito del giudice non è stabilire la verità, bensì <<soltanto>> accertare i fatti.

1

PER LA VERITÀ. RELATIVISMO E FILOSOFIA.

Accertare che le cose stanno in un certo modo implica accertare che è vero che stanno in quel modo. Nel

1998 invece passò ad una formulazione diversa: il fine del processo penale non è più la ricerca della verità,

ma <<l’accertamento giudiziale dei fatti di reato e delle relative responsabilità>>. Dato che la corte non

parla a caso è probabile che il cambiamento di formulazione fosse intenzionale; se è così è naturale

pensare che si volesse in qualche modo ridimensionare l’ambizione della ricerca della verità , ma quella

ben più modesta di accertare giudizialmente i fatti. Si può azzardare un’interpretazione che l’intenzione

della Corte fosse di distinguere tra come stanno le cose e come il processo penale è in grado di

determinare che le cose stanno; cioè tra asserzioni vere e asserzioni giustificate, dati i metodi e i criteri a

disposizione del processo. La Corte intendeva sottolineare che, come del resto è ovvio, il processo lavora

con i mezzi che ha a disposizione, ed è possibile che le sue conclusioni, pur essendo giustificate, non siano

vere.

Vero e giustificato

Mettiamo che l’intuizione realista sia attendibile. Altro è dire che una certa asserzione è vera, e altro è dire

che è giustificata. Supponiamo che l’aereo di Ustica sia stato abbattuto da un missile. Se è così l’asserzione

<<L’aereo di Ustica fu abbattuto da un missile>> è vera ,anche se, oggi come oggi, non è giustificata. E forse

non lo sarà mai. Immaginiamo uno di quei giochi a premi in cui si deve indovinare quanti fagioli ci sono in

un certo vaso di vetro. Certamente ci sono più di venti e me di centomila fagioli. Mettiamo che sia <<Nel

vaso ci sono 1024 fagioli>>. L’asserzione è vera , e lo si vedrà contando i fagioli; ma certamente nel

momento in cui viene fatta non è giustificata. <<Tirare a indovinare>> proprio perché è possibile dire la

verità a caso. Dunque ci sono innumerevoli asserzioni vere ma non giustificate.

Ci si può domandare se ci sono anche asserzioni giustificate, ma non vere. Di sicuro ci sono asserzioni che

sono state ritenute giustificate, mentre oggi abbiamo ragione di pensare che non siano vere. È naturale

concludere che anche un certo numero delle teorie che oggi riteniamo giustificate verranno un domani

ritenute false. Del resto capita ogni giorno che asserzioni ben argomentate e convincenti si rivelino false.

Tre sensi di ‘giustificato’

Il nostro uso delle parole ‘giustificato’ e ‘giustificazione’ non è del tutto uniforme. Certe volte diciamo che

una credenza o un’asserzione è giustificata, per intendere che è argomentare. Era giustificata, la

convinzione de Romani in età classica che l’istituto della schiavitù fosse moralmente accettabile. Era

giustificata la convinzione dei nazisti che gli ebrei fossero nemici irriducibili della Germania, perché erano

responsabili della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale.

Una giustificazione è un’argomentazione , buona o cattiva che sia.

Forse più spesso, diciamo che una credenza e un’asserzione è giustificata per intendere che è derivata in

modo convincente da premesse plausibili. In questo senso diremo che le convinzioni dei greci e dei nazisti

non sono giustificate, perché le argomentazioni da cu dipendono sono cattive argomentazioni. Ma

potremmo riconoscere che teorie o asserzioni false sono tuttavia giustificate. Questi esempi dimostrano

che una credenza o un’asserzione possono essere giustificate e tuttavia false. C’è un terzo uso di

‘giustificato’ e ‘giustificazione’. Diciamo a volte <<Se non è vero, non era davvero giustificato>> oppure

parliamo di <<credenze giustificate da come stanno le cose nel mondo>>. Ma le autentiche ‘giustificazioni’

comportano la verità delle proposizioni giustificate; altrimenti non sarebbero tali. Questo uso di

‘giustificazione’ assomiglia all’uso che si fa di ‘dimostrazione’ quando si dice che una dimostrazione

sbagliata non è affatto una dimostrazione. 2

PER LA VERITÀ. RELATIVISMO E FILOSOFIA.

Il concetto di giustificazione presuppone esplicitamente il concetto di verità. La verità della proposizione

giustificata è condizione necessaria per essere una giustificazione. In secondo luogo, è certamente

possibile descrivere le caratteristiche di procedimenti e argomentazioni che costituiscono giustificazioni,

ma è impossibile farlo senza usare il concetto di verità.

Ma cosa è un’argomentazione valida? È un’argomentazione la cui forma è tale che se le premesse sono

vere anche la conclusione lo è.

E cosa un’argomentazione corretta? È un’argomentazione valida le cui premesse sono vere. Dunque il

concetto di giustificazione, non è descrittivamente vuoto.

In conclusione dei tre concetti i primi due comportano che una proposizione possa essere giustificata senza

essere vera; il terzo lo esclude, ma solo perché incorpora la verità delle proposizione giustificata nel

concetto stesso di giustificazione.

Confusioni su verità e giustificazioni

Nelle discussioni sul relativismo, capita spesso di far confusione tra verità e giustificazione. Per esempio, si

dichiara ‘relativistica’ la posizione di chi riconosce che comportamenti o credenze diverse dalle proprie

non sono necessariamente immotivate, ma hanno un alogica, cioè sono giustificate1. Riconoscere che una

credenza è giustificata1 non comporta né ritenere che sia vera ne pensare che la sua giustificazione sia una

buona giustificazione(2) ne apprezzare i principi su cui è basata la giustificazione 1.

Di per se, vedere una <<logica>> in un comportamento in un comportamento alieno non è nemmeno

l’inizio di un apprezzamento di quel comportamento. Di una analoga confusione è responsabile Umberto

Galimberti che arruola papa Benedetto XVI tra i relativisti:

-Conviene guardarsi dalla pretesa di impancarsi con arroganza a giudici delle generazioni precedenti.

Occorre umiltà per non negare i peccati del passato e tuttavia non indulgere a facili accuse in assenza di

prove reali o ignorando le differenti pre comprensioni di allora.-

Le <<pre-comprensioni>> sono in sostanza le credenze fattuali o valutative da cui muovevano gli inquisitori,

i Crociati, o il cardinale Bellarmino per arrivare a quelle posizioni che oggi vengono giudicate <<peccati>>.

Secondo Galimberti:

-una volta adottato il criterio della pre comprensione , nulla è condannabile in nome di una verità assoluta,

ma tutto va giudicato a partire dalla concezione della verità figlia del tempo.-

Dunque dice che ammettere che gli inquisitori e i Crociati muovevano da premesse diverse dalle nostre

sarebbe ammettere che la verità è <<figlia del tempo>>. Ma non è proprio così infatti il riconoscimento

delle pre comprensioni comporta soltanto che le posizioni degli inquisitori o del Crociati erano giustificate,

non vere o valide.

Ma se riconoscere le differenti pre comprensioni non comporta alcuna adesione o apprezzamento di ciò

che da quelle pre comprensioni consegue, perché il papa dice che non bisogna impancarsi con arroganza a

giudici delle generazioni precedenti? Forse perchè quando certe premesse sono universalmente condivise,

è difficile rimproverare a qualcuno in particolare di aver fatto le conseguenze di quelle premesse. La

condivisione universale delle premesse costituisce una scusante o un’attenuante.

Rorty e l’uso cautelativo di ‘vero’ 3

PER LA VERITÀ. RELATIVISMO E FILOSOFIA.

Molti esempi sembrano dimostrare che la verità è altra cosa dalla giustificatezza. Ci sono molte

proposizioni vere che non sono e non saranno mai giustificate. E d’altra parte, è possibile che molte

proposizione giustificate2 non siano vere. I filosofi hanno prodotto un certo numero di argomentazioni per

dimostrare che la verità e giustificatezza sono due concetti diversi. Forse abbiamo il concetto di verità

proprio perché vogliamo poter dire che un’asserzione o una credenza , pur essendo pienamente giustificata

rispetto ai criteri di senso comune potrebbe tuttavia essere inadeguata rispetto a come stanno le cose in

realtà. Michael Dummett, critico realista:

-una ragione per cui [la concezione realistica] appare così plausibile è che la nozione di verità nasce in

primo luogo dalla necessità di distinguerla dalla nozione epistemica di giustificabilità.-

Rorty ha chiamato ‘uso cautelativo’ della parola ‘vero’. Rorty non vuole vietare questo uso ne dichiararlo

illegittimo, ma lo interpreta come un <<gesto verso le generazione future>>: quel che si vuole dire è che un

uditorio futuro, migliore di noi, potrà trovare ragioni per provare che noi abbiamo invece ragione di

asserire. Ma la sua formulazione maschera un problema decisivo. È possibile, anzi probabile, che le

generazioni future dissentano da noi su questo o su quello. A prima vista è plausibile la formulazione di

Rorty perché caratterizza le generazioni future come migliori di noi; migliori, s’intende, non perché più

belle o più buone ma perché meglio collocate epistemicamente, più capaci di valutare argomentazioni. In

che cosa consiste una maggiore capacità di valutare argomentazioni se non nella capacità di riconoscere,

meglio di quanto lo si faccia adesso, quali argomentazioni sono corrette, cioè muovono validamente da

premesse vere? Ma, allora, le generazioni future saranno migliori per il fatto di aver miglio rapporto con la

verità.

Il concetto di giustificatezza presuppone sempre il concetto di verità?

Si è visto che, in uno degli usi di giustificato (3) giustificato implica vero. In questo senso, il concetto di

giustificazione presuppone il concetto di verità. Alcuni filosofi hanno sostenuto che qualsiasi concetto di

giustificazione e giustificatezza presuppone il concetto di verità. Bernard Williams afferma che:

-una credenza giustificata è una credenza a cui si arriva grazie ad un metodo o che è sostenuta da

considerazioni che la favoriscono, nel senso specifico di dar ragione di ritenere che sia vera.-

Si noti la differenza tra giustificazione3 e giustificazione come è caratterizzata da William. Nel caso della

 c’è

giustificazione3 abbiamo che P è giustificata P è vera, nel caso di Williams invece P è giustificata

ragione di ritenere che P sia vera.

È chiaro che un’asserzione può essere giustificata nel senso di Williams senza essere vera. Quindi il

concetto di giustificazione come è spiegato da Williams, non coincide con quello di giustificazione3.

Dummett ha obbiettato a Wialliams che il concetto di giustificazione può essere compreso del tutto

indipendentemente dal concetto di verità.

-abbiamo una pratica consolidata di giustificazione delle nostre credenze e asserzioni: usiamo certe forme

d’argomentazione, adduciamo certi tipi di prove. Non è affatto ovvio che, per acquisire o anche solo per

vedere il senso di queste pratiche , dobbiamo fare appello al concetto di verità.

Ci sono buone ragioni per pensare che qualsiasi concetto di giustificazione sia direttamente o

indirettamente tributario del concetto di verità. Come dice Williams, una credenza è giustificata solo se c’è

ragione di pensare che sia vera. Naturalmente è possibile pensare che una credenza sia giustificata e sia

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PER LA VERITÀ. RELATIVISMO E FILOSOFIA.

tuttavia falsa; e quindi si può pensare che una credenza, pur essendo giustificata2, possa non essere vera.

In ogni caso tutti ci auguriamo che le nostre credenze giustificate2 siano vere.

Conoscenza, verità e scetticismo

Si attribuisce tradizionalmente a Platone la definizione secondo cui una conoscenza è una credenza vera

giustificata. Tuttavia pensano che probabilmente una conoscenza è una credenza vera giustificata più che

qualche altra cosa; e pochi dubitano che la verità e la giustificatezza siano comunque condizioni necessarie

della conoscenza.

Diciamo ad esempio: <<Ugo era a Milano? Strano: io sapevo che era a Roma>>. Se dicendo così non

intendiamo esprimere un dubbio sulla presenza di Ugo a Milano, ma ne stiamo invece prendendo atto,

dovremmo allora dire che avevamo motivo di credere che fosse a Roma, o che credevamo di sapere che

fosse a Roma: formulazioni che sono entrambe compatibili con la falsità di ‘Ugo era a Roma’,mentre non lo

è ‘Sapevo che era Roma. Se sapevo che era a Roma, era a Roma; se non c’era credevo che fosse lì ma non lo

sapevo. La conoscenza è altra cosa dalla credenza e dall’opinione.

Si sente a volte presentare lo scetticismo come se fosse la tesi che <<le nostre conoscenze potrebbero non

essere vere>>, o che <<non siamo certi che le nostre conoscenze siano effettivamente vere>>. Ma della

verità delle nostre conoscenze siamo certissimi; ciò di cui non siamo certi, secondo lo scettico è che siano

davvero conoscenze. La discussione sullo scetticismo è una delle discussioni centrali della filosofia,sono

state avanzate contro lo scetticismo obiezioni particolarmente significative. John L. Austin ha sostenuto

che lo scetticismo di basa su una distorsione del significato normale di parole come ‘conoscere’ e ‘sapere’.

Il dubbio scettico è diverso dal dubbio <<normale>> perché, al contrario del dubbio <<normale>>, non ha

motivazioni specifiche, legate a ciò che abbiamo motivo di pensare in una specifica situazione. E anche

l’uso di ‘sapere’ e ‘conoscere’ che lo scettico tenta di imporci è diverso da quello normale. Normalmente

per poter dire di sapere che P non richiediamo il tipo di prove che lo scettico esige da noi.

Normalmente diciam

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher georgiana05 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Parma o del prof Santambrogio Marco.
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